Jaroslav Paška (EFD). – (SK) Il progetto di risoluzione adottato dal Parlamento europeo sul secondo vertice europeo sui rom traccia un nuovo sentiero per la soluzione dei problemi dei popoli rom dell’Unione europea.
E’ diventato evidente che gli sforzi individuali dei diversi paesi per risolvere l’integrazione dei rom nella società non ha prodotto risultati soddisfacenti. Le cause di questa situazione sono diverse. Pertanto, saluto con favore gli sforzi dell’Unione europea tesi a un suo coinvolgimento nella soluzione del problema dei rom e a migliorare la gestione dell’integrazione di questa comunità nella società.
Nicole Sinclaire (NI). – (EN) Signor Presidente, sebbene io deplori le discriminazioni contro qualsiasi gruppo sociale per qualunque motivo, non posso sostenere questa relazione. Essa tenta di attribuire la responsabilità per la lotta alla discriminazione al contesto europeo, mentre io sostengo che gli atteggiamenti e le impostazioni esistenti all’interno degli Stati membri sono così diversificati che gli interessi dei gruppi di minoranza possono essere affrontati in modo più adeguato a livello dei singoli Stati membri, specie di quegli Stati membri che non condividono i principi di tolleranza e uguaglianza che noi inglesi diamo, invece, per scontati.
Per esempio, sono a conoscenza del fatto che un eurodeputato italiano, membro del gruppo EFD, è stato incriminato per aver preso parte a un’incursione di vigilanti in cui ha dato fuoco a degli oggetti appartenenti a un immigrante. Si tratta di un fatto inaccettabile. La prego di non associare il popolo britannico a un simile comportamento, suggerendo che le minoranze del nostro paese hanno bisogno del medesimo grado di protezione del poveretto di cui ho appena parlato.
Frank Vanhecke (NI). – (NL) Signor Presidente, è noto che chiunque neghi l’esistenza di un problema – chiunque neghi la verità – non sarà certamente in grado di risolverlo. E’ un dato di fatto. Dovremmo essere consapevoli del fatto che con la nostra risoluzione sui popoli rom in Europa, un documento intriso di sciocchezze all’insegna del politicamente corretto, non saremo in grado di identificare o proporre nemmeno una soluzione, perché in realtà stiamo negando il problema. Innanzi tutto, dovremmo notare che siamo effettivamente confrontati dal grosso problema della presenza di numeri significativi di rom, i quali si pongono del tutto al di fuori della nostra società, e che sono molto spesso responsabili di gravi reati di ogni genere. Molti dei valori e delle norme, ovvero dell’assenza delle stesse, cui aderiscono le comunità rom sono in netto contrasto con i valori e le norme che vorremmo far valere nei nostri paesi europei. Ciò che dico può sembrare alquanto sbilanciato, ma la risoluzione che abbiamo appena adottato è ancor più sbilanciata nella direzione opposta. In ogni caso, credo che ogni Stato membro debba avere il diritto di decidere come affrontare un problema così grave.
Philip Claeys (NI). – (NL) Signor Presidente, questa relazione è all’insegna del politicamente corretto, e appartiene al genere che tipicamente reca il sigillo di questa Assemblea. Gli svantaggi economici e sociali dei rom sono stati nuovamente ascritti ai cosiddetti fenomeni di intolleranza e discriminazione. Se provvediamo a stabilire nuove quote e leggi bavaglio, e se riapriamo i rubinetti dei finanziamenti, tutto si sistemerà.
L’esperienza dei Paesi Bassi ha, naturalmente, dimostrato con chiarezza che la maggioranza della comunità rom si rifiuta di adattarsi e di integrarsi, qualunque cosa noi tentiamo di fare. Non è colpa nostra, ma degli stessi rom, se questa comunità è fortemente rappresentata nelle statistiche relative alla criminalità. I loro valori e le loro norme sono in netto contrasto con le nostre. Inoltre, sono contrario a qualunque tentativo dell’Europa di immischiarsi in tale faccenda e desidero ribadire che ciascuno Stato membro ha il diritto di espellere dal proprio territorio le persone che sistematicamente si rifiutano di adattarsi e che ricorrono a comportamenti criminosi.
Radvilė Morkūnaitė-Mikulėnienė (PPE). – (LT) Signor Presidente, ho votato a favore della risoluzione sulle priorità per il bilancio 2011 per parecchi motivi, ma essenzialmente per l’attenzione rivolta al problema della disoccupazione giovanile. Vista l’attuale situazione sociale ed economica in molti paesi dell’Unione europea, è necessario adottare un approccio specifico nei confronti del crescente divario esistente tra giovani e mercato del lavoro, sebbene si riconosca che l’investimento nei giovani e nell’istruzione è un investimento nel futuro. L’esperienza dimostra che durante una recessione economica, i giovani preferiscono restare all’interno del sistema scolastico o intraprendere studi anziché cercare un lavoro. Ora possiamo osservare tendenze analoghe nei nostri paesi. Sottolineerei pertanto che le misure previste, un mercato del lavoro più attivo e la coerenza del sistema di istruzione sono estremamente importanti. Lo sviluppo di capacità imprenditoriali e la realizzazione di programmi speciali sono indispensabili, che si parli del primo impiego ERASMUS o altre misure. Spero vivamente che l’Unione europea abbia una volontà politica tale da non limitarsi ad adottare documenti importantissimi, ma anche tradurli in azioni concrete.
Frank Vanhecke (NI). – (NL) Signor Presidente, ho votato contro la presente relazione essenzialmente perché sono in totale disaccordo con le priorità che il Parlamento ha proposto alla Commissione, compresa l’armonizzazione della politica in materia di immigrazione. So che cosa significa: l’armonizzazione delle politiche di immigrazione di tutti gli Stati membri viene proposta come un’evidente priorità. Personalmente non concordo affatto con tale orientamento.
Soprattutto, però, ho votato contro la relazione perché ha già affermato con estrema chiarezza che il Parlamento non è favorevole al tanto necessario snellimento della burocrazia europea. Occorrerebbe invece procedervi. Dovremmo valutare attentamente l’ipotesi di abolire ogni genere di istituzione e agenzia che di fatto è diventata o è sempre stata superflua. Il Parlamento propugna invece l’idea che si creino ancora altre agenzie cosiddette “decentrate”. Ribadisco che, per come la vedo io, le nostre agenzie sono già troppe. Prima di crearne di nuove sarebbe necessario abolirne alcune preesistenti. Penso per esempio al Comitato delle regioni, all’Agenzia per i diritti fondamentali e all’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. Quanto costa tutto questo ai nostri contribuenti e, per l’amor del cielo, a che cosa serve?
Vito Bonsignore (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, in periodi straordinari come quello che stiamo vivendo, bisogna adottare misure straordinarie.
Il bilancio del prossimo anno non può essere elaborato come se si trattasse di tempi ordinari. La crisi economica, purtroppo, non è ancora finita e noi non possiamo non tenerne conto. Il mio gruppo ed io stesso abbiamo votato gli orientamenti del bilancio oggi, ma nel prossimo futuro dovremmo avere la responsabilità politica di prendere decisioni più importanti.
Bisogna pensare a una riforma del bilancio dell’Unione per mettere l’Europa in condizione di orientare in modo più incisivo la politica economica. Il mercato interno pienamente attuato, più risorse per ricerca e infrastrutture, più investimenti per la sicurezza e le famiglie devono essere i prossimi obiettivi. Il rischio, altrimenti, sarebbe un’azione degli Stati sempre più conservatrice.
In definitiva, bisogna essere più europei, meno nazionalisti, mettendo in campo una vera politica europea.
Daniel Hannan (ECR). – (ES) Signor Presidente, mi consenta di dirle che sono lieto di rivederla presiedere una riunione del nostro Parlamento.
(EN) Mark Twain osservava che, quando l’unica cosa di cui si dispone è un martello, tutto comincia ad assomigliare a un chiodo.
L’Unione europea è bravissima a spendere denaro, denaro degli altri. Credo sia stato Milton Friedman ad affermare che esistono due tipi di denaro al mondo: il tuo denaro e il mio. Noi siamo molto più oculati con il secondo che con il primo. Ciò spiega che cosa sta accadendo oggi in Europa.
Tutti gli Stati membri ricercano tagli di bilancio. In Grecia si propone un taglio nel settore pubblico all’incirca del 10 per cento, in Irlanda si ipotizza più del 7 per cento, in Germania si sta pensando di innalzare l’età pensionabile, in Spagna – il suo paese – si insegue un risparmio del 2 per cento del PIL, ma il nostro bilancio qui, nell’Unione europea, continua ad aumentare inesorabilmente. Perché? Perché non vi è alcun nesso nell’Unione europea tra tassazione, rappresentanza e spesa, per cui non vi sono vincoli esterni imposti dai contribuenti.
Troppa spesa ha portato il mondo in questa situazione di totale confusione, troppa spesa da parte dei singoli, delle società e dei governi. Se, anziché spendere migliaia di miliardi accrescendo ulteriormente il nostro debito, l’avessimo restituito alla gente sotto forma di riduzione delle imposte, l’effetto incentivante sarebbe stato straordinario.
Miroslav Mikolášik (PPE). – (SK) Signor Presidente, i prodotti agricoli europei rispondono ai massimi standard di qualità del mondo, il che dovrebbe ovviamente renderli più competitivi sui mercati internazionali.
I cittadini europei e i consumatori attenti devono essere pertanto perfettamente informati in merito ai loro vantaggi. E’ soprattutto necessario lodare il fatto che i prodotti europei non soltanto si conformano a rigorosi standard veterinari, igienici e di sicurezza, ma rispettano anche i principi di uno sviluppo sostenibile, della prevenzione del cambiamento climatico, della biodiversità e del benessere animale. Sono dunque assolutamente favorevole all’introduzione di un logo di qualità europeo per i prodotti che provengono esclusivamente dall’Unione, logo che riconoscerebbe ufficialmente gli sforzi degli agricoltori europei e garantirebbe protezione alla proprietà intellettuale a livello internazionale. Credo fermamente che ciò aiuterebbe molte zone rurali che non hanno altre opportunità di sviluppo.
L’Unione europea deve offrire sostegno finanziario per ammodernare le aziende agricole e le microimprese in via di sviluppo per ottenere prodotti agroalimentari di alta qualità per mezzo dell’Unione.
Radvilė Morkūnaitė-Mikulėnienė (PPE). – (LT) Signor Presidente, ho votato a favore del presente documento perché ritengo che un’agricoltura pulita ed ecologica rappresenti il nostro futuro e dobbiamo promuoverla, così come dobbiamo promuovere l’interesse della gente per le aziende agricole ecologiche e i prodotti ecologici, sia a livello di Unione sia negli Stati membri. D’altro canto, poiché vogliamo garantire e promuovere un’agricoltura ecologica, non dobbiamo affrettarci a legalizzare gli organismi geneticamente modificati. Alcuni paesi hanno dato un ottimo esempio, limitando notevolmente la coltivazione di organismi geneticamente modificati nelle aziende agricole ecologiche. Si dovrebbe operare una chiara distinzione. I consumatori devono inoltre poter usufruire di tutte le informazioni e i risultati della ricerca scientifica riguardanti gli organismi geneticamente modificati e l’impatto del mangime geneticamente modificato sull’ambiente e la salute della gente senza omissione alcuna. Soltanto allora avremo creato un vero mercato comune dei prodotti ecologici, che è estremamente importante per tutte le nostre vite.
Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, per prima cosa vorrei ringraziare il collega Scottà per il lavoro svolto su questa relazione.
Ritengo che la tutela e il rafforzamento di una politica sulla qualità dei nostri prodotti agricoli sia una priorità dell’Unione europea, poiché implica e s’intreccia con una serie di altri temi fondamentali a livello comunitario, quali la sempre maggiore tutela dei consumatori, il sostegno alle piccole e medie imprese, la difesa del patrimonio culturale e tradizionale di numerose regioni europee e la competitività dei produttori agroalimentari europei su scala mondiale.
Ecco le ragioni per cui ho votato a favore di questa relazione.
Jan Březina (PPE). – (CS) Signor Presidente, apprezzo il fatto che la relazione sulla politica in materia di qualità dei prodotti agricoli sia correlata ai passi precedentemente intrapresi per rafforzare la politica di qualità. Reputo particolarmente utile sviluppare il sistema delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine, pur mantenendo in essere i rigidi criteri per l’ottenimento della tutela. Concordo inoltre con il mantenimento in essere dello strumento per garantire le specialità tradizionali, a patto però che le norme per la registrazione vengano semplificate. Poiché infatti il livello di tutela concesso è inferiore e non occorre dimostrare le specifiche caratteristiche geografiche del prodotto, non vedo perché la procedura di gestione delle domande debba essere complessa tanto quanto quella per l’ottenimento delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine.
A mio parere, permane un punto debole nell’attuale prassi, ossia la facoltà della Commissione di respingere le domande che ritiene incomplete in maniera del tutto discrezionale. Ciò spesso succede in maniera casuale e arbitraria, senza alcuna conoscenza delle specifiche caratteristiche del prodotto e della zona geografica. E’ inoltre necessario stabilire misure affinché la Commissione non possa eludere i termini nella procedura di registrazione formulando continuamente commenti e ulteriori quesiti.
Diane Dodds (NI). – (EN) Signor Presidente, vorrei esordire ringraziando l’onorevole Scottà per il lavoro svolto nell’elaborazione di questa importante relazione.
Passerei ora specificamente all’emendamento n. 4, nel quale si chiede che al consumatore vengano fornite tutte le informazioni possibili. Sono inoltre a favore dell’introduzione di una normativa completa e obbligatoria per quanto concerne l’indicazione sull’etichetta del “luogo di produzione”.
Sebbene si tratti di finalità lodevoli, ritengo che l’emendamento sia troppo restrittivo e forse sarebbe meglio ipotizzare un’informazione su base volontaria.
In Irlanda del nord contiamo molto sulla possibilità di esportare prodotti al resto del Regno Unito e negli altri paesi europei. Tale emendamento potrebbe incidere sulla capacità dell’Irlanda del nord di vendere prodotti su alcuni mercati dove attualmente non vi è alcuna difficoltà e credo che sia importante che la nuova etichettatura non crei barriere che impediscano gli scambi tra i diversi Stati membri.
Nonostante l’emendamento n. 4 crei qualche difficoltà, riconosco comunque l’importante lavoro condotto nella relazione e l’importanza di disporre di prodotti sicuri, di alta qualità e rintracciabili.
Vito Bonsignore (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, con questo voto ci siamo dati uno strumento per la tutela dei consumatori e per la corretta valorizzazione dei prodotti agricoli: un obiettivo cercato da molto tempo.
Da oggi la provenienza deve essere chiaramente riportata sull’etichetta per i prodotti a base di carne, lattiero-caseari, ortofrutticoli, pollame e altri prodotti trasformati monoingrediente. Per quanto riguarda gli animali, il luogo di provenienza può essere dato come un unico luogo solo se gli animali sono nati, allevati e macellati nello stesso paese.
Si tratta di un intervento con il quale potrà essere dato il giusto riconoscimento ai produttori agricoli e a quanti trasformano i prodotti agricoli. Abbiamo dimostrato che il Parlamento europeo opera sui prodotti agroalimentari con un unico obiettivo: garantire qualità e accessibilità delle informazioni al consumatore.
Abbiamo fatto un buon lavoro, i miei complimenti ai colleghi che hanno lavorato su questo dossier.
Syed Kamall (ECR). – (EN) Signor Presidente, in linea di principio non ho alcun problema con l’idea dei logo di qualità. Esistono logo di qualità in parecchi ambiti della nostra vita. L’importante è che non vengano utilizzati come pretesto per prevalere sulle scelte del consumatore.
Se il cibo non risponde a determinate limitazioni dimensionali o estetiche, non dovremmo disfarcene, ammassarlo, come succede per il 30 per cento dei prodotti agricoli europei, spesso eliminati perché non conformi ai rigidi standard europei.
I nostri standard di qualità non andrebbero neanche addotti come pretesto per vietare le importazioni dagli agricoltori dei paesi in via di sviluppo, facendoli sprofondare nella povertà, per poi prelevare denaro dai nostri contribuenti che finisce nelle mani di governi corrotti quando i loro agricoltori sprofondano nella povertà.
Sicuramente, anziché marchi di qualità e gesti analoghi, dovremmo avere fiducia nel mercato, nei consumatori e nella gente.
Miroslav Mikolášik (PPE). – (SK) Signor Presidente, ho votato contro tale documento perché, come spesso accade in altre circostanze, in questa relazione di iniziativa l’Europa nuovamente formula un proprio concetto dei cosiddetti diritti sessuali e riproduttivi che vuole imporre ai cittadini dei paesi in via di sviluppo.
E’ necessario chiarire una volta per tutte che, secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, tale concetto include l’aborto come metodo di pianificazione familiare. La vita umana è sacra dal concepimento alla morte naturale, e pertanto non ho potuto appoggiare la relazione. D’altro canto, il documento contiene alcune idee valide che ovviamente potrebbero aiutare le popolazioni dei paesi in via di sviluppo e, quindi, si potrebbe affermare che, poiché centinaia di milioni di persone nei paesi in via di sviluppo devono affrontare le conseguenze dei prezzi crescenti dei generi di prima necessità e dei prodotti alimentari, con le soluzioni proposte potrebbero far fronte al problema della sopravvivenza. Sono preoccupato dalle stime degli istituti finanziari internazionali secondo cui i miliardi di persone che già abitano il pianeta aumenteranno di altre centinaia di milioni e nell’Africa sub-sahariana la mortalità infantile aumenterà di 30 000-50 000 unità.
Joe Higgins (GUE/NGL). – (GA) Signor Presidente, ho votato a favore della relazione sull’effetto che la crisi economica e finanziaria sta avendo sui paesi poveri del mondo. Sebbene la relazione non fornisca una risposta abbastanza radicale ai problemi dei paesi poveri, possiamo nel contempo concordare con molte sue affermazioni.
Sono i poveri e i paesi poveri a soffrire maggiormente a causa della crisi economica. Dovremmo dare loro tutto l’aiuto possibile nel campo dell’investimento pubblico, specialmente in tali paesi. Va nondimeno anche detto che gli accordi commerciali sottoscritti dall’Unione europea con i paesi poveri non sono realmente favorevoli ai paesi in questione. Da tali accordi traggono soprattutto vantaggio le grandi società europee; piccoli produttori, piccoli agricoltori e lavoratori non ne beneficiano affatto, ragion per cui dobbiamo cambiare il modo in cui operiamo in questi paesi.
Diane Dodds (NI). – (EN) Signor Presidente, ho votato contro il paragrafo 7 della relazione e mi ha disturbata vedere come ancora una volta il Parlamento stia usando una relazione di questa natura per introdurre velatamente il diritto all’aborto, nonché il legame tra salute sessuale e riproduttiva e sanità pubblica nei paesi in via di sviluppo.
Non spetta al Parlamento stabilire se l’accesso all’aborto sia un diritto o meno. Le normative in tale ambito sono di competenza dei governi nazionali. Personalmente, come un’ampia maggioranza dei miei elettori in Irlanda del nord, credo fermamente nel diritto alla vita del feto.
Frank Vanhecke (NI). – (NL) Signor Presidente, come Parlamento dovremmo pensarci due volte prima di formulare proposte. Dovremmo infatti proporre politiche che risolvano i problemi, non che li esacerbino. Per quanto concerne gli aiuti allo sviluppo, molti studi seri di fatto hanno dimostrato che concedere aiuti allo sviluppo in maniera troppo automatica invariabilmente comporta ritardi nell’attuazione delle riforme economiche e, dunque, ritardi nella concretizzazione di opportunità di crescita economica nei paesi in via di sviluppo. Nonostante ciò, noi come Parlamento continuiamo ad assumere come punto di partenza il credo o cosiddetto assioma che concedere sempre più aiuti allo sviluppo come prima forma di intervento possa aiutare i paesi africani a rimettersi in sesto. Malgrado le ingenti iniezioni di aiuti allo sviluppo per molti decenni, non vi sono ahimè dimostrazioni chiare che la maggior parte dei paesi africani oggi non versi in una situazione decisamente peggiore rispetto al periodo post-coloniale. Questa è la mia prima osservazione.
In merito alla seconda, sarò estremamente succinto. E’ ovviamente vero, come afferma la relazione, che i paesi in via di sviluppo sono ancor più compromessi dalla fuga di cervelli. Ma allora perché continuiamo a insistere sul “cartellino blu” che aggrava ulteriormente il problema?
Anna Záborská (PPE). – (SK) Signor Presidente, non comprendo perché la salute riproduttiva sia stata nuovamente incorporata in una relazione sulle conseguenze della crisi economica e finanziaria mondiale per i paesi in via di sviluppo e la cooperazione allo sviluppo.
Le organizzazioni che si occupano di salute riproduttiva sostengono l’aborto come uno dei metodi per controllare la natalità. Questa industria è anche finanziata a livello europeo dalle tasse dei cittadini che si oppongono all’aborto e si adoperano per la tutela della vita. Da decenni ormai le istituzioni internazionali esprimono l’idea che il controllo delle nascite sia uno dei modi per combattere la povertà, ma i paesi in via di sviluppo ancora vivono in una situazione di estrema indigenza. A mio giudizio, l’Unione europea spreca risorse finanziarie per il controllo delle nascite, che non risolve il problema della povertà. Onoro la vita e rispetto anche il principio della sussidiarietà nei rapporti con i paesi in via di sviluppo. Per questo ho votato contro il paragrafo 7 e l’intera relazione.
Daniel Hannan (ECR). – (EN) Signor Presidente, era prevedibile, forse inevitabile, che l’Unione europea avrebbe sfruttato la crisi finanziaria in Grecia per promuovere i suoi piani ben congegnati per l’armonizzazione della politica fiscale.
Abbiamo sentito varie esortazioni alla creazione di un’agenzia di indebitamento europea, un Fondo monetario europeo, una tassazione paneuropea per non doversi rivolgere agli elettorati nazionali in cerca di una soluzione.
Il commissario Van Rompuy e gli altri, onesti federalisti, stanno giustappunto concordando con l’obiezione mossa dagli scettici britannici, i quali hanno affermato che non è possibile avere un’unione monetaria senza un’unione fiscale ed economica.
Penso che sia stato John Maynard Keynes a scrivere che chi controlla la valuta controlla il paese. Vi prometto che è l’unica volta che citerò Keynes sottoscrivendo le sue affermazioni.
Vorrei infatti proporvi le parole di una fonte superiore e più autorevole di Keynes. Mi riferisco al vangelo secondo Matteo, capitolo 22. Sono certo che lo ricorderete. A nostro Signore venne chiesto se fosse giusto pagare tasse a Roma. Gesù replicò: “Ipocriti, perché mi tentate?” domandando che gli fosse mostrata una moneta. Vista la moneta, proseguì chiedendo a chi appartenesse quell’immagine e quell’iscrizione. Gli risposero: “A Cesare”. Allora Gesù disse: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
Non sto dicendo che nostro Signore fosse da una parte o dall’altra della discussione sull’euro. Il punto è che, se pensiamo al simbolo supremo dell’autorità temporale, ebbene il segno assoluto della sovranità è la moneta! Abbiamo dunque visto che l’euro porta a un governo economico comune. Ringrazio il cielo perché abbiamo avuto la lungimiranza di mantenere la sterlina.
Presidente. – Grazie per aver benedetto la sessione del mattino, onorevole Hannan.
Syed Kamall (ECR). – (EN) Signor Presidente, analizzando la relazione si ritrovano molte delle vecchie frasi trite e ritrite sulla sofferenza dei paesi in via di sviluppo causata dalla crisi economica. Chiaramente vi sono persone che soffrono a causa della crisi economica in questi paesi, ma spesso non sono necessariamente le persone che vogliamo aiutare. Non di rado sono i governi a essere preoccupati in merito al taglio dei loro bilanci di assistenza perché giungendo loro meno denaro in aiuti è più difficile mantenere governi corrotti e inefficienti al potere. Quando sono stato in Africa lo scorso anno, parlando con molti politici di centrodestra ho sentito lamentele per il fatto che i loro bilanci di assistenza di fatto mantenevano al potere governi corrotti, il che rende più difficile migliorare il buon governo economico e politico in tali paesi.
Analizziamo però alcuni elementi proposti. Si suggeriscono maggiori investimenti nei paesi in via di sviluppo, e tutti saremmo concordi nel farlo. Eppure una proposta formulata in Aula, la direttiva sui gestori di fondi di investimento alternativi, ridurrebbe gli investimenti in tali paesi. Si parla di aiutare gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo; eppure, anche nell’odierno bilancio, continuiamo a votare per maggiori risorse a favore della politica agricola comune, che tanto danno arreca ai mezzi di sussistenza degli agricoltori di questi paesi.
Affrontiamo realmente la vera fonte dei problemi in questi paesi, il malgoverno e il protezionismo dell’Unione.
Martin Kastler (PPE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato contro la relazione per due motivi. In primo luogo, mi disturba che l’Europa stia sempre più sparando a zero sulla politica per lo sviluppo, e sempre più risoluzioni e richieste incoraggino tale approccio. In secondo luogo, ho votato contro la relazione perché ritengo che non sia positivo per noi cercare di imporre una politica di pianificazione familiare ai paesi emergenti e in via di sviluppo sotto forma di una sorta di imperialismo culturale. L’aborto non è una soluzione, e mi rammarico per il fatto che alcuni membri del Parlamento europeo alludano eufemisticamente alla “medicina riproduttiva” quando intendono l’aborto. Ciò non modifica la realtà che l’aborto comporta l’uccisione di un feto. Ho pertanto votato contro la relazione e spero che in futuro non si usino gli stessi termini eufemistici in ogni risoluzione e relazione di iniziativa per descrivere aspetti di imperialismo culturale.
Nirj Deva (ECR). – (EN) Signor Presidente, ho votato contro la relazione perché la giudico sciocca. E’ una relazione irrilevante. Riassumo: tutte le attività sono quotate in tutte le borse, New York, Londra, Tokyo, Francoforte, eccetera. Ora ammontano a circa 6 miliardi di dollari di capitale. Vendendo tutti i beni extra-legali, quelle proprietà dal valore irrisorio che non rientrano nel sistema legale nei paesi in via di sviluppo, si raggiungerebbero 7 miliardi di dollari. Esiste moltissimo capitale in attesa nei paesi in via di sviluppo al di fuori delle strutture legali di tali paesi, provenienti dalle baracche di milioni di attività lungo le strade che non fanno parte dell’economia formale.
Se ci chiediamo poi quanto denaro fuoriesca dai paesi in via di sviluppo attraverso i sistemi finanziari del mondo, ebbene si tratta di 800 miliardi di dollari. Perché non lavoriamo per mantenere tale capitale in quei paesi rendendoli più ricchi?
Invece che cosa abbiamo fatto e continuiamo a fare tuttora? Abbiamo votato una tassa Tobin per abbattere istituzioni finanziarie già indebolite all’Occidente e diamo il denaro a una combriccola di persone che probabilmente se ne approprierà per scopi personali.
Seán Kelly (PPE). – (EN) Signor Presidente, come i colleghi che mi hanno preceduto, anch’io ero contrario all’inserimento del paragrafo 7. Il nostro gruppo ci ha concesso di votare liberamente, ma la nostra delegazione ha deciso di votare contro perché, come hanno ribadito altri, parlare di diritti legati alla salute riproduttiva è un altro modo per dire aborto. Se questo intendiamo, dovremmo dirlo chiaramente e non dissimularlo in un piano per affrontare la crisi economica. Pertanto, come altri colleghi, ci siamo opposti e abbiamo votato contro tale passaggio.
Morten Messerschmidt (EFD). – (DA) Signor Presidente, noi, partito popolare danese, abbiamo votato contro la relazione. Sento però di fatto la necessità di esprimere i miei ringraziamenti per una serie di osservazioni esposte nella relazione. Penso in particolare al paragrafo 27, in cui con grande onestà si afferma che l’euro dovrebbe abbastanza naturalmente portare a un maggiore coordinamento delle politiche economiche nell’area dell’euro. Sono ovviamente del tutto contrario a tale affermazione, ma vorrei ringraziare per la chiarezza e l’onestà di cui il relatore ha dato prova rispetto all’euro. L’euro è dunque una costruzione creata con l’intenzione di giungere a una maggiore unificazione economica in Europa. In altre parole, politica finanziaria, politica per il mercato del lavoro, politica strutturale, tutti gli ambiti economici, tutto ciò che ha rilevanza per l’economia, dovrebbe essere unificato. Questo è quanto sta attualmente accadendo in Grecia, dove gli economisti di Francoforte stanno dicendo ai greci quale sorta di politica economica dovrebbero perseguire, ed è ciò che vedremo nell’arco di qualche mese per Spagna, Italia e tutta una serie di altri paesi. In questo modo, la relazione dimostra, con tutta la chiarezza che vorremmo, perché la Danimarca e in particolare il mio partito, il partito popolare danese, desidera restare al di fuori dell’area dell’euro. Vogliamo decidere per noi stessi quale politica economica intendiamo perseguire. Spetta all’elettorato danese e non agli economisti di Francoforte deciderlo.
Andrew Henry William Brons (NI), per iscritto. – (EN) Abbiamo approvato la proposta secondo cui le norme esistenti in materia di importazione di animali vivi, carne e prodotti a base di carne dovrebbero restare in vigore fintantoché non vengono sostituite da misure adottate nell’ambito del nuovo quadro normativo. Sebbene avremmo preferito che tali leggi fossero quelle di ciascun paese membro anziché quelle di un’Unione superstato, devono esistere normative che coprano tali settori. Tuttavia, la relazione contiene anche un elenco di paesi terzi o regioni di paesi da cui gli Stati membri dovranno autorizzare l’importazione di animali delle specie bovina e suina e carni fresche. Ciò significherà che il Regno Unito sarà obbligato giuridicamente a consentire importazioni da tali paesi, il che creerà concorrenza per i nostri allevatori ed eroderà ulteriormente la nostra sovranità. Vista la compresenza di proposte condivisibili e non, abbiamo optato per l’astensione.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) L’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 72/462/CEE del Consiglio, del 12 dicembre 1972 relativa a problemi sanitari e di polizia sanitaria all’importazione di animali della specie bovina e suina e di carni fresche in provenienza dai paesi terzi afferma che il Consiglio, su proposta della Commissione, avrebbe approvato un elenco di paesi terzi da cui gli Stati membri dovranno autorizzare l’importazione di animali delle specie bovina e suina e carni fresche. Sebbene tale direttiva sia stata abrogata, la procedura è ancora in atto e il suddetto elenco negli anni è stato emendato. Ora la Commissione propone di istituire un regolamento in cui si codifichino tutte le corrispondenti modifiche apportate negli anni che dovrà essere modificato con frequenza in maniera da essere sempre aggiornato.
Ritengo che tale procedura introduca chiarezza e trasparenza, non soltanto per gli Stati membri dove vi sono modifiche, ma anche per i paesi terzi che esportano i prodotti in questione nell’Unione.
José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Accolgo con favore l’adozione della presente relazione sui problemi sanitari e di polizia sanitaria all’importazione di animali della specie bovina e suina e di carni fresche in provenienza dai paesi terzi. La relazione si basa sulla direttiva 72/462/CEE del Consiglio, del 12 dicembre 1972, che ha portato il Consiglio ad approvare un elenco di paesi terzi da cui gli Stati membri autorizzeranno l’importazione di animali delle specie bovina e suina e carni fresche. Sebbene tale direttiva sia stata abrogata, la procedura è ancora in atto e il suddetto elenco negli anni è stato emendato. Ora la Commissione propone di istituire un regolamento in cui si codifichino tutte le corrispondenti modifiche apportate negli anni che dovrà essere modificato con frequenza in maniera da essere sempre aggiornato.
Ritengo che tale procedura, oltre a rafforzare la sicurezza alimentare del pubblico comunitario, introduca maggiore chiarezza per gli Stati membri e i paesi che esportano prodotti a base di carne nell’Unione.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) La sicurezza alimentare del pubblico europeo è un aspetto fondamentale che deve coinvolgerci tutti. La definizione di criteri a livello di politica sanitaria per l’importazione di taluni animali vivi e le loro carni fresche da paesi terzi deve essere estremamente rigorosa e tali prodotti devono essere sistematicamente monitorati in maniera da permetterci di accertare se detti criteri sono effettivamente rispettati.
E’ dunque essenziale che venga stilato un elenco dei paesi terzi che rispondono ai criteri relativi alla salute animale, alla salute pubblica e alla certificazione veterinaria per esportare animali vivi (bovini, ovini, caprini e suini) e le loro carni fresche nei paesi dell’Unione.
Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Nell’impietosa guerra dei prezzi che si sta attualmente combattendo, le società stanno ricorrendo a metodi oltraggiosi per migliorare i loro margini di utile. Le carni importate vengono vendute come prodotti nazionali; spesso si vende carne marcia; vi è poi il caso del falso prosciutto. Ora i prodotti di imitazione devono essere chiaramente etichettati. Nondimeno, l’etichettatura obbligatoria dei mangimi contenenti organismi geneticamente modificati non è stata appoggiata dalla maggioranza della Camera, nonostante i cittadini europei abbiano un atteggiamento estremamente critico nei confronti della modificazione genetica. E’ importante introdurre disposizioni in merito all’igiene e alla salute animale. Tuttavia, nelle regolamentazioni delle importazioni non si è affrontato il tema della modificazione genetica ed è per questo che ho scelto l’astensione.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Alla votazione finale sulla risoluzione mi sono espresso a favore. Va detto che vi è stata una riunione informale con il Consiglio e la Commissione in occasione della quale è emerso con chiarezza che il Parlamento potrebbe accettare la procedura. Il progetto di relazione sottoposto al voto dall’onorevole Leinen fa propria la proposta COM e gli emendamenti presentati in sede di commissione ENVI. Il Consiglio ha già dichiarato che approverebbe la posizione del Parlamento; si può dunque presumere un accordo in prima lettura. I verdi concordano con la procedura.
Róża Gräfin Von Thun Und Hohenstein (PPE), per iscritto. – (PL) I cambiamenti apportati alla legge volti a migliorare il benessere animale sono fondamentali e mi compiaccio per il fatto che la Commissione europea ora non intenda apportare tali modifiche senza la partecipazione del Parlamento europeo. Ho pertanto avallato la relazione Leinen sulla proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che abroga la decisione 79/542/CEE del Consiglio che istituisce un elenco di paesi terzi o parti di paesi terzi e definisce le condizioni sanitarie, di polizia sanitaria e di certificazione veterinaria per l’importazione nella Comunità di taluni animali vivi e delle loro carni fresche.
Nonostante non sia membro della commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, continuerò a partecipare alla modifica della normativa, specialmente quando l’intenzione è migliorare radicalmente il trasporto dei cavalli. Vi sono molti motivi per questo, ma fondamentalmente l’etica cristiana mi obbliga a prendermi cura del miglioramento dell’esistenza non soltanto degli esseri umani, ma anche degli animali e del nostro ambiente naturale. L’Unione europea può fare molto in tale ambito.
Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho appoggiato ambedue le relazioni sullo stanziamento di risorse del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione ai lavoratori disoccupati in Lituania. In Lituania la crisi economica e finanziaria ha colpito molti settori diversi e tante persone sono rimaste senza lavoro e fonte di sussistenza. Le norme del FEG sull’assegnazione dei fondi sono state semplificate tenuto conto della complessa situazione in cui versa il mercato del lavoro e del crescente numero di disoccupati. La Lituania, pertanto, deve sfruttare ogni opportunità praticabile per ottenere le risorse richieste al fine di aiutare il più possibile i disoccupati. E’ inoltre estremamente importante garantire l’uso efficace di tali fondi in maniera che rappresentino un reale beneficio per il popolo lituano.
Regina Bastos (PPE), per iscritto. – (PT) Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è stato creato nel 2006 per fornire ulteriore sostegno ai lavoratori che subiscono le conseguenze degli importanti cambiamenti strutturali che intervengono nei modelli di scambio mondiali e assisterli nel reinserimento nel mercato del lavoro. Dal 1° maggio 2009, l’ambito del FEG è stato ampliato includendo il sostegno ai lavoratori risultati in esubero direttamente a causa della crisi economica e finanziaria.
In un momento in cui ci troviamo confrontati con una grave crisi economica e finanziaria, una delle principali conseguenze è l’aumento della disoccupazione. L’Unione deve avvalersi di tutti i mezzi a sua disposizione per rispondere alle conseguenze della crisi, specialmente in termini di sostegno a coloro che si sono trovati a dover affrontare la realtà quotidiana della disoccupazione.
Per questi motivi ho votato a favore della proposta relativa alla mobilitazione del FEG per assistere la Lituana con lo scopo di sostenere i lavoratori in esubero di 49 aziende operanti nel settore della produzione di mobili.
Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato per la relazione in quanto il sostegno finanziario del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) sarà stanziato a favore dei disoccupati di aziende dell’industria del mobile perché, a seguito del calo delle esportazioni del comparto, molti lavoratori sono risultati in esubero. Il sostegno dell’Unione servirà per aiutare i lavoratori a riconvertirsi, cercare nuovi posti di lavoro o intraprendere attività proprie. Mi compiaccio del fatto che la Commissione europea abbia approvato la domanda formulata dalla Lituania per ricevere fondi comunitari in quanto, durante la recessione, vi sono pochissime opportunità per i lavoratori delle aziende del settore del mobile in esubero di reinserirsi nel mercato del lavoro, e i licenziamenti collettivi presso 49 aziende stanno producendo effetti estremamente negativi sulla situazione economica del paese. Vorrei chiedere alle istituzioni dell’Unione di garantire l’adozione regolare e rapida delle decisioni quando si affrontano temi che riguardano l’erogazione di sostegno finanziario perché il rinvio di tali decisioni può soltanto aggravare la già difficile situazione in cui versano i lavoratori. Sottolineerei infine che l’assistenza finanziaria messa a disposizione dall’Unione aiuterà i lavoratori che hanno subito i principali cambiamenti strutturali intervenuti nell’economia e nel commercio a reinserirsi nel mercato del lavoro.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Come il settore edile della Lituania che abbiamo analizzato poc’anzi, anche l’industria del mobile del paese ha subito pesantemente gli effetti della globalizzazione, perché ora è esposto ai prodotti di concorrenti agguerriti, la cui produzione si situa a un altro livello. Poiché i requisiti per richiedere e mobilitare il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione sono stati rispettati, penso che tale mobilitazione sarebbe utile.
João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Soltanto due settimane fa, dopo che il Parlamento ha approvato la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione in risposta ai licenziamenti collettivi avvenuti in Lituania e Germania, stiamo nuovamente approvando la sua mobilitazione, questa volta in risposta ai licenziamenti collettivi che hanno interessato 49 aziende del comparto lituano della produzione dei mobili. Come si è detto allora, già da tempo il numero di lavoratori in esubero ha superato le stime iniziali della Commissione circa il numero dei lavoratori che avrebbero beneficiato del fondo.
Vorremmo ricordare che questo è un settore che ha dovuto combattere per superare notevoli difficoltà anche in Portogallo, specialmente nei comuni in cui è più rappresentato, come Paredes e Paços de Ferreira. Anche in Portogallo vi sono stati licenziamenti collettivi che hanno esacerbato la situazione sociale della regione.
Con ogni nuova richiesta di intervento, diventa più evidente che occorrono non tanto misure palliative, indubbiamente necessarie, bensì misure urgenti per salvaguardare settori produttivi e posti di lavoro, specificamente quelli che sono più vulnerabili alla crisi e coinvolti nello sfruttamento del potenziale di sviluppo di ciascun paese promuovendo progetti pubblici e supportando micro, piccole e medie imprese e il settore cooperativo…
(La dichiarazione di voto è stata interrotta ai sensi all’articolo 170 del regolamento)
Regina Bastos (PPE), per iscritto. – (PT) Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è stato creato nel 2006 per fornire ulteriore sostegno ai lavoratori che subiscono le conseguenze degli importanti cambiamenti strutturali che intervengono nei modelli di scambio mondiali e assisterli nel reinserimento nel mercato del lavoro. Dal 1° maggio 2009, l’ambito del FEG è stato ampliato includendo il sostegno ai lavoratori risultati in esubero direttamente a causa della crisi economica e finanziaria.
In un momento in cui ci troviamo confrontati con una grave crisi economica e finanziaria, una delle principali conseguenze è l’aumento della disoccupazione. L’Unione deve avvalersi di tutti i mezzi a sua disposizione per rispondere alle conseguenze della crisi, specialmente in termini di sostegno a coloro che si sono trovati a dover affrontare la realtà quotidiana della disoccupazione.
Per questi motivi ho votato a favore della proposta relativa alla mobilitazione del FEG per assistere la Lituana con lo scopo di sostenere i lavoratori in esubero di 45 aziende operanti nel settore della produzione di abbigliamento.
Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Sono lieta che oggi si sia votato per l’erogazione di sostegno finanziario al settore lituano della produzione di abbigliamento perché tale settore è stato colpito con particolare durezza dalla recessione. Vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che nel settore dell’abbigliamento lavorano per la maggior parte donne e, a seguito dei licenziamenti collettivi causati dalla crisi, nell’anno fino al luglio 2009, il numero di disoccupate in Lituania si è raddoppiato. Ho votato a favore della relazione perché il sostegno finanziario ricevuto dal Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) sarà impiegato per misure di stimolo all’occupazione al fine di riassumere quanto prima i lavoratori in esubero, borse di studio e riconversione, nonché erogazione di prestazioni a minori di età inferiore agli otto anni e cure ai familiari disabili. Pertanto, tale sostegno finanziario è estremamente necessario nel settore in quanto con il netto calo della domanda di abbigliamento in Lituania e nei suoi bacini di esportazione si è registrata una riduzione notevole della quantità di abiti prodotti. Vorrei infine sottolineare che il licenziamento di tali lavoratori non sta avendo soltanto un impatto negativo sul paese e l’economia locale, ma sta anche incidendo negativamente sulla vita dei singoli lavoratori.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Il settore lituano della produzione di abbigliamento si sta unendo al settore edile e a quello della produzione di mobili del paese nell’accusare perdite a seguito della globalizzazione, visto il notevole numero di lavoratori in esubero. L’ampia maggioranza che ha votato a favore in sede di commissione competente conferma l’apparente solidità della misura. Ciò premesso, non vedo alcun motivo per votare nella fattispecie contro la mobilitazione del fondo.
João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Soltanto due settimane fa, dopo che il Parlamento ha approvato la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione in risposta ai licenziamenti collettivi avvenuti in Lituania e Germania, stiamo nuovamente approvando la sua mobilitazione, questa volta in risposta ai licenziamenti collettivi che hanno interessato 45 aziende del comparto lituano della produzione di abbigliamento. Vale la pena di ricordare che tale settore sta anche vivendo una grave crisi in Portogallo, dove sta subendo gli effetti della liberalizzazione particolarmente intensa del commercio mondiale, senza che sia intrapresa alcuna delle azioni necessarie per salvaguardarlo.
Ogni nuova richiesta di mobilitazione di tale fondo rende più urgenti le misure che sollecitiamo: la disoccupazione deve essere affrontata in maniera efficace, occorre creare posti di lavoro e promuoverli conferendo diritti basati sullo sviluppo dell’attività economica, la promozione del dinamismo del pubblico impiego, la sicurezza del posto di lavoro e l’orario di lavoro ridotto senza decurtazione della retribuzione. Servono inoltre misure per combattere il trasferimento offshore delle aziende, cominciando dalle sovvenzioni pubbliche, specialmente quelle comunitarie, che devono essere subordinate al rispetto di obblighi quali la salvaguardia dei posti di lavoro e lo sviluppo locale, misure che impongano una chiara rottura con le politiche neoliberali che stanno causando un disastro economico e sociale nei paesi dell’Unione europea proprio sotto i nostri occhi.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’Unione europea è un’area di solidarietà e il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) è nato a questo scopo. Tale sostegno è fondamentale per aiutare disoccupati e vittime di delocalizzazioni che avvengono nel contesto della globalizzazione.
Un numero crescente di aziende viene delocalizzato per sfruttare il minore costo del lavoro in vari paesi, specialmente Cina e India, a discapito dei paesi che rispettano i diritti dei lavoratori. Il FEG intende aiutare i lavoratori vittime della delocalizzazione delle aziende e, a tal fine, è fondamentale che in futuro questi lavoratori abbiano accesso a nuovi posti di lavoro. Il FEG è già stato usato in passato da altri paesi dell’Unione, soprattutto Portogallo e Spagna, per cui ora dovremmo concedere tale assistenza alla Lituania.
Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore delle due relazioni Matera sul sostegno finanziario ai lavoratori in esubero in Lituania attraverso la mobilitazione del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. Vorrei inoltre ringraziare i colleghi che si sono espressi anch’essi favorevolmente perché per l’adozione delle relazioni occorrevano la maggioranza qualificata e tre quinti dei voti espressi.
Ambedue le relazioni sulla situazione del settore della produzione dei mobili e il settore della produzione di abbigliamento illustrano uno dei casi di disoccupazione più gravi in Lituania. Le somme non sono particolarmente ingenti per l’Unione, ma comunque attenueranno le difficoltà con le quali i lavoratori lituani si stanno attualmente confrontando.
Ciò vale per quelli che lavoravano nelle 49 aziende del settore del mobile, nel quale ai lavoratori in esubero saranno corrisposti 662 088 euro del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, come anche per coloro che lavoravano nelle 45 aziende del settore dell’abbigliamento, per i quali la somma prevista è pari a 523 481 euro.
Sebbene questa possa essere soltanto la punta dell’iceberg del problema della disoccupazione in Lituania, tale sostegno finanziario sarà di aiuto ai più bisognosi.
Andrew Henry William Brons (NI), per iscritto. – (EN) Non siamo favorevoli al fatto che spetti all’Unione europea erogare aiuti ai lavoratori in esubero (o intervenire in altro modo). Saremmo contrari allo stanziamento di denaro a favore del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, come lo saremmo allo stanziamento di qualsiasi cifra a tutti i fondi comunitari. Riteniamo che sia compito degli Stati membri aiutare i propri lavoratori in esubero. Tuttavia, il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione dispone di denaro che gli è stato assegnato e tale denaro proviene dagli Stati membri. Se si proponesse di stanziare denaro del FEG ai lavoratori in esubero britannici, voteremmo a favore di tale stanziamento e saremmo criticati se non lo facessimo. Dobbiamo pertanto votare affinché il fondo sia utilizzato in maniera appropriata per altri Stati membri. Nondimeno, intendiamo garantire che il futuro denaro sia assegnato ai lavoratori in esubero britannici e, se dovessimo scoprire che non possono usufruirne, voteremo contro ogni qualsiasi futura mobilitazione del fondo.
Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Mi induce all’astensione il pensiero dei lavoratori lituani sacrificati sull’altare della globalizzazione. Poiché sono sprofondati in tale situazione a causa delle conseguenze delle politiche neoliberali promosse dall’Unione europea, ci si potrebbe sentire legittimati a votare contro le misere somme che l’élite europea intende concedere loro. Tuttavia, per quanto irrisorie siano le cifre, comunque potranno alleviare le loro sofferenze. La logica del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione resta invece inaccettabile. Nel regno degli burocrati, costa poco lavarsi la coscienza.
Alfredo Antoniozzi (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, la relazione del collega Giegold offre spunti interessanti per quanto riguarda l’attuale crisi economica, la peggiore da quando il processo d’integrazione europea ha avuto inizio.
Vorrei sottolineare che in una mia recente interrogazione rivolta alla Commissione avevo sollevato la questione riguardante i limiti di applicazione del Patto di stabilità, che in alcuni casi straordinari, quali ad esempio la realizzazione di progetti di edilizia pubblica e social housing, potrebbero essere superati. Tali opere sono infatti destinate a fini sociali e dovute a emergenze abitative particolarmente sentite nelle grandi città e potrebbe dunque essere opportuno affrontare questo genere di problematiche mediante il ricorso a misure straordinarie.
Ritengo pertanto auspicabile che la Commissione assuma una posizione ben precisa al fine di dare direttive in merito agli Stati membri, riguardo ai limiti di bilancio e di spesa imposti dai parametri del Patto di stabilità ai Comuni che, soprattutto nel caso di Comuni di grandi dimensioni, necessitano di importanti investimenti infrastrutturali.
Sophie Auconie (PPE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della dichiarazione annuale della Commissione europea sull’area dell’euro e le finanze pubbliche. Ciò che ricordo soprattutto della relazione, ricca di spunti di approfondimento e proposte, è l’esortazione a un migliore governo economico europeo e, in particolare, un migliore coordinamento delle politiche di bilancio. Crescita e solidarietà sono le due parole chiave che devono guidare la nostra strategia economica europea. Crescita perché senza di essa non saremo in grado di raccogliere la sfida sociale. Solidarietà perché è la ragion d’essere dell’integrazione europea e sarà il suo futuro.
Liam Aylward e Pat the Cope Gallagher (ALDE), per iscritto. – (GA) I membri del Fianna Fáil al Parlamento europeo, Pat the Cope Gallagher e Liam Aylward, si oppongono recisamente a ciò che viene proposto nella relazione in merito all’introduzione di un’aliquota societaria consolidata comune.
Un’aliquota societaria consolidata comune in Europa non migliorerebbe la competitività dell’Unione europea né il funzionamento del mercato unico e, soprattutto, potrebbe interferire con le piccole economie aperte, come quella irlandese. La questione della tassazione è di competenza dei singoli Stati membri e il governo irlandese ha il diritto di avvalersi del proprio potere di veto rispetto a qualunque misura fiscale, compresa l’aliquota societaria consolidata comune. Tale diritto è sancito dai trattati, tra cui il trattato di Lisbona.
Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Ho appoggiato la relazione perché ritengo che metta in luce in maniera esemplare i problemi dell’area dell’euro e delle finanze pubbliche. Si è registrato un ulteriore calo dell’occupazione negli Stati membri dell’Unione europea e si prevede che tale tendenza prosegua. Le riforme strutturali caotiche di alcuni Stati membri, attuate senza un piano concreto, minacciano la stabilità dell’intera Unione. Le piccole e medie imprese stanno attraversando un periodo particolarmente difficile perché sia gli Stati membri sia la Banca centrale europea non sono stati in grado di controllare e garantire che i fondi stanziati per le banche fossero assegnati per lo scopo principale: l’erogazione di prestiti preferenziali alle piccole imprese. E’ anche estremamente importante sostenere lo sviluppo dell’area dell’euro e adottare le misure appropriate allo scopo di creare condizioni idonee per gli Stati membri che intendono diventare membri dell’area dell’euro.
Elena Băsescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della dichiarazione annuale sull’area dell’euro e le finanze pubbliche per il 2009. Appoggio la proposta formulata nella relazione in cui si chiede all’Eurogruppo di agevolare l’ingresso nell’area dell’euro agli Stati membri che intendono aderirvi e rispettare le condizioni previste. Penso che sia fondamentale migliorare la regolamentazione e la supervisione dei mercati finanziari, nonché limitare i disavanzi esterni e interni per agevolare lo sviluppo riuscito dell’unione economica e monetaria. Dobbiamo inoltre prestare particolare attenzione ai problemi legati alla disciplina fiscale. La futura strategia UE 2020 deve considerare politiche per creare posti di lavoro e promuovere uno sviluppo sostenibile in maniera da poter evitare che si inneschino nuove crisi economiche. Nel contempo, è necessario che gli Stati membri e la Commissione europea collaborino per ridurre gli squilibri fiscali. Il consolidamento delle finanze pubbliche è un prerequisito essenziale per garantire una crescita economica sostenibile. Dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, la Commissione europea svolgerà un ruolo maggiore nel vigilare sullo sviluppo economico degli Stati membri. Conformemente all’articolo 121, la Commissione europea potrà formulare avvertimenti agli Stati membri che non dovessero rispettare gli orientamenti generali sulle politiche economiche.
Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della relazione perché il Parlamento europeo ha richiamato l’attenzione della Commissione sul fatto che, sebbene i paesi sviluppati stiano gradualmente risalendo la china della crisi mondiale, la situazione nei paesi in via di sviluppo non fa altro che peggiorare. Pertanto, la Banca centrale europea (BCE), la Commissione europea e gli Stati membri dell’area dell’euro devono incoraggiare il processo di integrazione nell’ambito della politica economica e monetaria nell’Unione europea e sostenere l’espansione dell’area dell’euro. Sono favorevole a chiedere il sostegno della BCE agli sforzi profusi dagli Stati membri al di fuori dell’area dell’euro per introdurre la nostra moneta, specialmente nei casi in cui tali Stati dimostrano la capacità di rispettare una disciplina fiscale affidabile e stabile. Vorrei sottolineare che, per evitare future crisi finanziarie, dobbiamo chiedere all’Eurogruppo, al Consiglio e alla BCE di coordinare meglio i propri interventi per quanto concerne la politica dei tassi di cambio. Pertanto, nonostante la crisi, pochi progressi sono stati compiuti nel passaggio a una rappresentanza internazionale comune per l’area dell’euro. La maggiore preoccupazione deriva dal fatto che, nonostante si profonda il massimo impegno per stabilizzare l’ambito della politica monetaria e fiscale, l’occupazione nell’Unione continua a calare, mentre aumentano disoccupazione ed esclusione sociale.
Nessa Childers (S&D), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore della relazione Giegold perché è necessario un dibattito approfondito continuo sui vari aspetti che emergono dalla relazione. E’ indispensabile garantire che regimi diversi per quanto concerne l’imposta societaria non consentano alle aziende di esimersi dalle proprietà responsabilità di sostenere la società con una quota dei loro utili attraverso un regime equo. Nondimeno, occorre prestare particolare attenzione all’impatto negativo che potrebbe avere un’aliquota societaria consolidata comune su paesi piccoli come l’Irlanda, dove prosperità e livelli di occupazione dipendono in larga misura dalla sua capacità di richiamare investimenti stranieri. Il partito laburista irlandese non appoggia l’introduzione dell’aliquota societaria consolidata comune.
Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Alla votazione su questa specifica relazione mi sono astenuto. Dobbiamo riconoscere che la recessione non sta scomparendo, visto che la situazione economica in quasi tutti gli Stati membri è manifestamente negativa e la disoccupazione sta aumentando. Il problema specifico non riguarda la “solidità” delle finanze. Paesi come la Grecia si trovano a dover affrontare problemi con i prestiti pubblici dovuti sia ad attacchi speculativi da parte dei mercati sia a problemi istituzionali e politici dell’unione economica e monetaria. La crisi dei disavanzi pubblici, fenomeno generalizzato nell’Unione, è dovuta, tra l’altro, al massiccio dilagare dell’evasione fiscale, elemento che la Commissione dimentica. Prescindendo da questo, i pacchetti di sostegno per le banche offerti dai governi nazionali hanno incrementato anch’essi i deficit pubblici, come la presidenza spagnola ha ammesso nella replica alla mia interrogazione al riguardo. A ogni modo, insistere sul Patto di stabilità, specialmente in fase recessiva, produce effetti disastrosi aggravando le disparità sociali e comportando tagli nell’investimento pubblico, incrementando la disoccupazione e compromettendo le prospettive di crescita dei paesi. Per questo il Patto di stabilità anticrescita e antisociale deve essere trasformato e occorre configurare un nuovo quadro per esercitare la politica economica e sociale basato sul lavoro, i bisogni sociali e una crescita durevole e sostenibile.
Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. – (EN) In un’epoca di grave crisi economica e sociale dobbiamo moltiplicare gli sforzi profusi per coordinare le strategie di riforma macroeconomica e strutturale al di là dei confini nazionali in maniera da affrontare gli squilibri che ostacolano la creazione di posti di lavoro. Condivido le preoccupazioni per quel che riguarda gli squilibri esistenti nell’area dell’euro, come la speculazione nel settore edile, i cui eccessi contribuiscono agli shock asimmetrici, e invito la Commissione a studiare i possibili meccanismi per migliorare il governo economico dell’area dell’euro e piegare l’espansione di tali squilibri. La necessità di una regolamentazione e una supervisione più rigorosa della crisi finanziaria è più urgente che mai. Qualsiasi discussione europea su un’aliquota societaria consolidata comune deve anche tener conto delle esigenze delle regioni geograficamente marginali dell’Unione come l’Irlanda, nonché della loro capacità di richiamare investimenti stranieri diretti. Un’aliquota societaria consolidata comune non è una normale aliquota. La tassazione delle società è di esclusiva competenza di ogni Stato membro. L’idea dell’aliquota societaria consolidata comune consiste nello stabilire una base giuridica comune per il calcolo degli utili delle società con sedi in almeno due Stati membri allo scopo di snellire l’onere burocratico che grava su di esse per conformarsi ai codici tributari degli Stati in cui operano.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) La crisi finanziaria, economica e sociale ha causato gravi difficoltà agli Stati membri dell’Unione europea, difficoltà che si rispecchiano nella grave situazione in cui versano le loro finanze pubbliche. La maggior parte dei paesi accusa livelli di indebitamento eccessivi, per cui occorrono urgentemente misure che concorrano alla stabilità e alla crescita al fine di ricreare una situazione più equilibrata.
Ridurre il debito pubblico e ridefinire le priorità degli Stati membri sono passi fondamentali per utilizzare efficacemente i fondi pubblici e, in particolare, costituire il fondamento per politiche che promuovano la crescita economica e, di conseguenza, il benessere sociale. E’ inoltre fondamentale rivedere la politica fiscale al fine di introdurre idonei stimoli economici perché soltanto con un’economia forte sarà possibile superare le attuali difficoltà e prepararsi al futuro.
Marian Harkin (ALDE), per iscritto. – (EN) Non sono favorevole al paragrafo 29 in quanto invita a introdurre un’aliquota societaria consolidata comune. Una delle cose che ci viene detta in merito all’aliquota societaria consolidata comune è che sarà più efficiente e semplificherà la situazione. Visto che nelle attuali circostanze le aziende possono optare per il sì o per il no, finiremmo con l’avere 28 aliquote anziché le odierne 27. Altro che semplificazione! Nella forma in cui viene proposta attualmente, l’aliquota societaria consolidata comune comporterebbe la ridistribuzione degli utili europei nell’Unione, per cui un paese come l’Irlanda che esporta molto di quanto produce sarebbe penalizzato poiché gli utili, ovviamente, spetterebbero al punto di vendita. Suona un po’ strano, considerato che uno degli elementi basilari dell’Unione è la libera circolazione dei prodotti; se usassimo l’aliquota societaria consolidata comune finiremmo per penalizzare i paesi esportatori. La sua introduzione comprometterebbe la capacità dell’Unione di richiamare investimenti stranieri diretti perché le norme non si applicherebbero in quanto tali allo Stato membro di stabilimento, bensì sarebbero riferite a una complessa formula che potrebbe essere applicata solo in modo retrospettivo, danneggiando dunque la nostra capacità di richiamare investimenti stranieri diretti.
Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Voterò contro tale relazione che ciecamente promuove la logica neoliberale responsabile della crisi economica, sociale e ambientale di cui stiamo subendo le conseguenze. Il testo propostoci non è solo estremamente dogmatico, ma dà anche prova di disprezzo per i popoli, in particolare quello greco. Come può il Parlamento votare per un testo tanto vergognoso da rimettere in discussione l’ingresso della Grecia nell’area dell’euro alla luce del disavanzo di bilancio creato dalle politiche che esso stesso appoggia? Chiaramente questa Europa è un ennesimo nemico del popolo.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) La crisi economica che ha colpito l’Unione e che ancora viene sentita con una certa intensità ha rivelato alcune carenze della politica monetaria della Comunità e delle finanze pubbliche di alcuni Stati membri. Dobbiamo trarre lezioni dagli errori commessi in maniera che in futuro possano essere evitati.
L’Unione europea deve migliorare in vari ambiti, in particolare per quanto concerne la politica monetaria, un migliore coordinamento e una maggiore cooperazione a livello di politica economica e la sorveglianza delle finanze pubbliche degli Stati membri. Inoltre, essa deve profondere impegno per affrontare la questione della dipendenza energetica e creare un maggior numero di nuovi posti di lavoro in settori moderni e sostenibili dal punto di vista ambientale.
Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. – (EL) Ho votato a favore della proposta di risoluzione perché esprime in maniera soddisfacente e insistente al Consiglio il problema del previsto calo dell’occupazione nell’Unione, che preoccupa in particolare la Grecia, sottolineando le misure di ripresa straordinarie che vanno adottate a livello europeo. I paragrafi da 12 a 18, che fanno riferimento a un maggior coordinamento della cooperazione nel campo della politica economica, pongono l’accento sugli squilibri esistenti nell’area dell’euro a causa della mancanza di coesione tra le politiche economiche e, aspetto ancora più importante, commerciali degli Stati membri nei momenti di recessione. Ritengo inoltre che la raccomandazione ufficiale formulata dal Parlamento europeo alla Commissione in merito all’emissione di eurobond e all’adozione di un approccio comune rispetto alle sfide che si pongono nell’area dell’euro (paragrafo 26) sia particolarmente importante alla luce della politica che l’Unione europea intende di perseguire nell’immediato futuro.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Su tale argomento ho seguito la posizione del nostro relatore Giegold, votando a favore della sua relazione. La dichiarazione annuale della Commissione sull’area dell’euro intende stimolare un ampio dibattito sulle politiche economiche nell’area dell’euro. Più specificamente, la dichiarazione espone le posizioni della Commissione rispetto alle sfide che l’economia dell’area dell’euro è chiamata ad affrontare, da un lato, e la sua analisi della risposta appropriata delle politiche economiche, dall’altro.
Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. – (PL) Nel mio intervento ho parlato della situazione nell’area dell’euro e delle finanze pubbliche per il 2009. Il verdetto espresso dal mio voto si situa in un contesto più ampio.
Come previsto dagli economisti, il 2009 è stato l’anno più difficile per gli Stati membri colpiti dalla crisi. Il PIL dell’Unione è sceso del 4 per cento, la produzione industriale è calata del 20 per cento, la disoccupazione è passata a 23 milioni e così via. Il costo della lotta contro la crisi ha comportato un drastico peggioramento della situazione delle finanze pubbliche. Alcuni paesi, però, già prima della recessione, avevano dato prova di un livello elevato di indebitamento pubblico, ciò in violazione del Patto di stabilità e crescita.
Per l’area dell’euro, la crisi finanziaria si è rivelata la sfida più impegnativa della sua storia. La crisi ha impietosamente denunciato le debolezze del sistema valutario comune. La più grave di esse è senza dubbio l’esistenza di profonde differenze tra i paesi dell’area dell’euro in termini di stabilità delle finanze pubbliche e livello di indebitamento. Improvvisamente è emerso che il Patto di stabilità e crescita, in linea di principio chiamato a garantire il rispetto dei criteri di convergenza, veniva disatteso non soltanto dalle autorità nazionali, ma anche dalle stesse autorità dell’Unione. La mancanza di disciplina e l’assenza di un sistema appropriato di sanzioni hanno portato, di conseguenza, a una crisi della moneta comune. Molti politici sfavorevoli all’integrazione economica europea hanno già annunciato il crollo dell’area dell’euro e stanno diffondendo una visione catastrofica dell’intero processo di integrazione.
Personalmente penso invece che tali posizioni non siano giustificate e siano di natura meramente speculativa perché l’area dell’euro ha modo di riformarsi radicalmente, il che ne migliorerà i meccanismi di vigilanza e garantirà un maggiore coordinamento. Basta solo che il processo sia condotto razionalmente.
Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. – (RO) La nomina di un eminente professionista quale è Vítor Constâncio alla vicepresidenza della Banca centrale europea valorizzerà le politiche economiche e finanziarie promosse da tale istituzione. Vítor Constâncio assume l’incarico della vicepresidenza della BCE in un momento difficile per l’area dell’euro. Tuttavia, le sue posizioni in merito al modo in cui l’Unione europea deve rispondere alla crisi greca dimostrano la sua lungimiranza e capacità di tutelare la moneta europea. Vítor Constâncio ha un curriculum impressionante. Il fatto che sia governatore del Banco de Portugal conferma le sue credenziali di professionista. Tutto questo mi dà soltanto lo spunto per ricordare la recente vicenda della nomina politica di un vicepresidente alla Banca nazionale di Romania. Ben altra cosa rispetto al modello di professionalità rappresentato da Vítor Constâncio. Fortunatamente anche la Banca nazionale di Romania può contare su molti professionisti e il suo comportamento durante l’attuale crisi economica è stato irreprensibile. Nondimeno, le banche nazionali dovrebbero essere l’ultimo posto nel quale effettuare nomine in base a criteri di natura politica anziché professionale. Vítor Constâncio ha dovuto sostenere un’impegnativa audizione dinanzi alla commissione per gli affari economici e monetari del Parlamento europeo nel corso della quale non ha esitato una sola volta, bensì ha continuato a esprimere opinioni coerenti dimostrando che la sua visione del futuro dell’area dell’euro è solida.
João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Durante gli anni del suo mandato di governatore del Banco de Portugal Vítor Constâncio è stato un fedele seguace degli orientamenti imposti agli Stati membri dell’Unione europea dalla Banca centrale europea, orientamenti che sono stati molto lesivi degli interessi nazionali e della sovranità degli Stati, sferrando un attacco ai diritti dei lavoratori e del popolo del Portogallo.
E’ ben noto che ha sempre invitato alla moderazione in un paese in cui le basse retribuzioni abbondano e che presenta profonde disparità sociali, anche derivanti da un’iniqua distribuzione dei redditi che penalizza i lavoratori a vantaggio del capitale. E’ anche noto che ha omesso di svolgere le funzioni di vigilanza del sistema bancario che gli erano state assegnate.
Come abbiamo sempre fatto, continueremo a opporci con veemenza e fermezza alle argomentazioni a favore dei criteri irrazionali del Patto di stabilità, nonché degli orientamenti della politica valutaria e altri orientamenti macroeconomici, oltre che alla svalutazione della produzione e del lavoro, per la quale Vítor Constâncio ha svolto un ruolo fondamentale.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Questa votazione sulla raccomandazione del Consiglio in merito alla nomina di Vítor Constâncio alla vicepresidenza della Banca centrale europea non ci sorprende. Il suo operato in veste di governatore del Banco de Portugal è sempre rientrato perfettamente negli orientamenti liberali della BCE.
Le politiche seguite dalla BCE e da essa imposte negli Stati membri dell’Unione europea, profondamente lesive degli interessi nazionali e della sovranità degli Stati, sferrando un attacco agli interessi dei lavoratori e del popolo del Portogallo, sono essenzialmente le stesse che Vítor Constâncio ha propugnato e tuttora propugna come governatore del Banco de Portugal. Continueremo a combattere tali politiche, prescindendo da chi sia coinvolto nella loro gestione.
Per questo abbiamo votato contro la relazione, in quanto le risposte che fornisce riaffermano la stessa vecchia linea della BCE. La relazione promuove i criteri irrazionali del Patto di stabilità, nonché gli orientamenti della politica valutaria e altri orientamenti macroeconomici, oltre a sminuire continuamente il ruolo della produzione e del lavoro.
Astrid Lulling (PPE), per iscritto. – (FR) E’ con piena cognizione di causa che mi sono rifiutata di dare la mia approvazione alla nomina di Vítor Constâncio quale futuro vicepresidente della Banca centrale europea. Non è la persona a essere in discussione né le sue competenze che, aggiungerei, esibisce con un certo talento. Ci piacerebbe molto, dunque, dargli credito.
Tuttavia, i portoghesi rovinati a migliaia dalla sua sconsideratezza e dalla sua mancanza di lungimiranza sono la prova vivente dei suoi risultati disastrosi alla guida della banca centrale portoghese. Tre incidenti di questa importanza sono parecchi per un uomo solo.
Come può una persona che ha fallito nel proprio paese ora aspirare a essere responsabile della vigilanza in Europa? Provocatoriamente direi che è un po’ come mettere in mano a un piromane candelotti di dinamite.
Queste parole sono riecheggiate forti in Portogallo. Al pari di me, i portoghesi non riescono a capire come si possa promuovere ai massimi livelli una persona che ha fallito così miseramente.
Parlando in termini generali, mi dispiace che il Parlamento europeo non si stia muovendo come il senato americano effettuando nomine decisive per il futuro dell’Unione europea.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Nel 2008 per diversi mesi ho partecipato ai lavori di una commissione di inchiesta per il parlamento portoghese riscontrando e segnalando gravi lacune a livello di vigilanza, che sono sfociate in quello stesso anno nella nazionalizzazione di una banca. Un’ulteriore conseguenza, che ancora oggi produce effetti percepibili, è stata che centinaia di clienti di un’altra banca non sono stati in grado di trasferire il denaro che avevano investito (in molti casi i risparmi di una vita). Mi riferisco al Banco Português de Negócios e al Banco Privado Português.
All’epoca ho ripetutamente e pubblicamente criticato il mondo in cui Vítor Constâncio ha svolto i propri compiti di vigilanza quando era responsabile del Banco de Portugal. Il fatto che sia portoghese e la mia lealtà al gruppo PPE mi impediscono di votare contro. Tuttavia, la mia coscienza e persino la mia onestà intellettuale non potrebbero permettermi di votare per una nomina che lo renderebbe responsabile della vigilanza per la Banca centrale europea.
Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Ho appoggiato la nomina di Rasa Budbergytė a membro della Corte dei conti europea. La sua nomina è vista con estremo favore sia in Lituania sia in Europa perché ha maturato una notevole esperienza professionale e ha istituito un sistema di audit indipendente di alta qualità in Lituania. In sede di commissione per il controllo dei bilanci, la nomina di Rasa Budbergytė è stata molto apprezzata da quasi tutti i membri. Rasa Budbergytė è una specialista competente e la sua esperienza lavorativa e le sue qualità personali le consentiranno di assolvere tutti i compiti di un membro della Corte dei conti europea in maniera egregia. Inoltre, Rasa Budbergytė si è impegnata pubblicamente a organizzare il suo lavoro sulla base di standard di indipendenza e audit tenuto conto dei requisiti etici. Se assegnata a tale incarico, promette di svolgere il suo compito nel rispetto di due principi. In primo luogo, aderenza irreprensibile agli standard di audit internazionali, nonché alle prassi e alle procedure di audit introdotte dalla Corte dei conti europea. In secondo luogo, produttività nello svolgimento dei suoi doveri personali, dei doveri a livello di gruppo/camera e dei doveri di membro del collegio della Corte dei conti europea. Rasa Budbergytė intende rafforzare la cooperazione interistituzionale della Corte dei conti europea con il Parlamento europeo e specialmente la commissione per il controllo dei bilanci. Sono persuasa che abbia dimostrato le sue competenze e la sua professionalità nel campo dell’audit e sono certa che il suo lavoro impeccabile offrirà un eccellente contributo all’intera Unione europea.
Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) La nomina di Szabolcs Fazakas a membro della Corte dei conti europea ha suscitato un dibattito animato e controverso in sede di commissione per il controllo dei bilanci. Sebbene la sua nomina sia nota da novembre, pochi giorni prima della sua corrispondente audizione in commissione si è diffusa la notizia di una sua possibile collaborazione con la polizia segreta di Stato. Sono stupito del fatto che la questione della competenza di Szabolcs Fazakas venga sollevata soltanto adesso che l’Ungheria si sta preparando alle elezioni, mentre nei cinque anni in cui Szabolcs Fazakas è stato membro del Parlamento europeo, presidente della commissione per il controllo dei bilanci e questore il problema della sua competenza e capacità di assolvere tali doveri non si è posto minimamente. Sono persuaso che il Parlamento europeo non sia il luogo adatto per giochi politici nebulosi. Ho pertanto appoggiato la nomina di Szabolcs Fazakas. Penso che vi sia stato tempo a sufficienza tra novembre e l’audizione per fornire informazioni debitamente sostanziate in merito alle circostanze che avrebbero potuto influire sulla nomina di Szabolcs Fazakas alla Corte dei conti europea per garantire una valutazione parlamentare esauriente, ma ciò non è stato fatto.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Le obiezioni da parte di chiunque non desideri che la nomina in questione abbia luogo sono comprensibili. Nondimeno, se rispettiamo rigorosamente tale criterio, a molti altri, e ve ne sono diversi in Europa, dovrebbe essere preclusa tale posizione per la loro adesione militante all’estrema sinistra comunista o di ispirazione comunista e per essersi resi colpevoli di atti ancor più condannabili. Viste le circostanze, la mia astensione è giustificata.
Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. – (EN) Ho votato contro Szabolcs Fazakas perché nella sua autobiografia ufficiale ha omesso di rendere noto che durante la dittatura comunista è stato agente segreto della polizia segreta di Stato ungherese dal 1976 al crollo del regime nel 1989. Secondo documenti ufficiali degli archivi storici dei servizi di sicurezza di Stato ungheresi, Szabolcs Fazakas è stato reclutato nel 1976 dal servizio di sicurezza di Stato, la polizia segreta comunista, “ su base patriottica” (ossia è entrato a far parte del servizio volontariamente) per attività di controspionaggio.
Sławomir Witold Nitras (PPE), per iscritto. – (PL) In relazione all’odierna votazione sulla nomina dei membri candidati alla Corte dei conti europea, vorrei esprimere il mio sostegno alla decisione presa in merito alla controversa candidatura di Szabolcs Fazakas.
Secondo documenti ufficiali, per molti anni Szabolcs Fazakas ha appoggiato la dittatura comunista in Ungheria in veste di membro del servizio di sicurezza ungherese. I fatti universalmente noti gettano un’ombra oscura sulla sua carriera e avrebbero dovuto essere presi in considerazione in una fase meno tardiva. L’Unione europea si è sempre erta in difesa della democrazia, della libertà di parola e della libertà di coscienza, valori che per decenni sono stati violati dal regime socialista, non soltanto in Ungheria, bensì anche nei tanti altri paesi di quello noto come blocco orientale. E’ vero che i tempi sono cambiati e oggi possiamo tutti godere di ampie libertà, ma dobbiamo anche ricordare coloro che tali libertà hanno limitato.
Traian Ungureanu (PPE), per iscritto. – (EN) La votazione a favore di Szabolcs Fazakas è deludente e rappresenta un pericoloso precedente. Ho votato con il gruppo PPE contro la conferma di Szabolcs Fazakas quale membro della Corte dei conti europea. Non si è trattato di una votazione normale. Szabolcs Fazakas è sospettato di essere stato un collaboratore dei servizi segreti comunisti. La stampa ungherese ha prodotto un documento al riguardo. Abbiamo sentito vari pareri contrari a qualunque forma di “punizione” nei confronti di Szabolcs Fazakas in cui si è chiesto di non riesumare il passato. Questo atteggiamento è sbagliato. Il passato non è morto. Decine di milioni di europei dell’Est ancora vivono turbati dagli orrori del comunismo. Se il passato è morto, allora non ha senso condurre una vita guidata da norme e valori. Sarebbe una ricetta per la politica della responsabilità limitata. Il pubblico ufficio perderebbe dignità. Chiunque, pur corrotto o immorale, potrebbe ricoprire un pubblico ufficio. Se vi sono ancora politici non consapevoli degli esiti del comunismo in Europa orientale, non possono esprimere un parere informato. Gli autori dell’affronto comunista non dovrebbero far parte di un ordinamento democratico che hanno tentato di soffocare. Szabolcs Fazakas ha nascosto il suo passato e ha mentito quando è stato interrogato al riguardo. Questa mancanza di onestà non dovrebbe essere premiata.
Jarosław Leszek Wałęsa (PPE), per iscritto. – (PL) Durante questa plenaria abbiamo votato sulla relazione concernente la nomina di Augustyn Bronisław Kubik a membro della Corte dei conti europea.
Attualmente Augustyn Bronisław Kubik è sottosegretario di Stato presso il ministero dello sviluppo regionale. In passato, Kubik è stato consulente del presidente della camera suprema di controllo e capo ispettore dell’audit interno del ministero delle finanze. Kubik si è comportato molto bene nel corso dell’audizione del Parlamento europeo e la sua candidatura non ha destato alcun dubbio perché ha maturato l’esperienza professionale appropriata per essere membro della Corte dei conti e sarà la persona giusta al posto giusto. Alla luce di questo, ho deciso di avallare la sua candidatura.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) La Corte dei conti è un’istituzione che ispeziona entrate e uscite dell’Unione europea per verificarne la legalità, nonché accertare che la gestione finanziaria sia corretta. L’istituzione è totalmente indipendente. In tale spirito, la nomina dei membri che la compongono deve essere basata su criteri di indipendenza e competenza.
Pertanto, su iniziativa del Consiglio, sono state avanzate diverse candidature per la Corte dei conti di persone provenienti da vari paesi dell’Unione. Tutte hanno presentato il proprio curriculum, risposto a un questionario scritto e partecipato a un’audizione dinanzi alla commissione per il controllo dei bilanci. La maggioranza di tali persone è stata in grado di difendere adeguatamente la propria candidatura tanto da giustificarne la nomina alla Corte dei conti, nel cui ambito assolveranno i rispettivi doveri in maniera capace e indipendente.
Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (EN) Avallo incondizionatamente queste raccomandazioni. Penso che il ruolo esterno rafforzato dell’Unione debba essere utilizzato per migliorare il dialogo con i principali partner e costruire un’Unione più forte. L’Unione e i suoi Stati membri contribuiscono notevolmente al bilancio delle Nazioni Unite. Per garantire che valori e interessi dell’Unione siano rappresentati in maniera coerente ed efficace all’interno del sistema dell’ONU, è necessario che l’Unione parli all’unisono. L’Unione dovrebbe svolgere un ruolo attivo nel sostenere il processo di riforma del sistema delle Nazioni Unite, specialmente la riforma del consiglio di sicurezza. Credo che un seggio dell’Unione in un consiglio di sicurezza allargato debba restare un obiettivo della Comunità.
Anna Maria Corazza Bildt, Christofer Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPE), per iscritto. – (SV) La relazione recante una proposta di raccomandazione del Parlamento europeo destinata al Consiglio sulla 65a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (A7-0049/2010) è stata adottata oggi, 25 marzo 2010, senza votazione del Parlamento europeo. Vorrei dunque dichiarare che non appoggiamo la formulazione della relazione in cui si afferma che il Consiglio dovrebbe essere sollecitato a proporre meccanismi di finanziamento innovativi come una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie.
Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. – (EN) Ero favorevole alla raccomandazione destinata al Consiglio sulla 65a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiede di rafforzare la visibilità dell’Unione presso le Nazioni Unite. L’Unione europea deve sostenere e incoraggiare la riforma del governo globale, segnatamente per quanto concerne il consiglio di sicurezza, la cui composizione non rispecchia le realtà del XXI secolo. L’ambizione di conquistare un seggio all’Unione all’interno di un consiglio di sicurezza allargato va perseguita. Se l’Unione europea vuole migliorare gli approcci multilaterali alle sfide globali, i suoi Stati membri devono agire in maniera coerente e omogenea a livello di ONU, soprattutto in vista delle imminenti conferenze di revisione degli obiettivi di sviluppo del millennio e del trattato di non proliferazione, come la revisione dei metodi di lavoro e dello status del consiglio dei diritti dell’uomo. Dobbiamo spingere per un maggiore coinvolgimento delle assemblee parlamentari nazionali e transnazionali nei lavori del sistema delle Nazioni Unite in maniera da consolidarne la legittimità e la natura democratica. Gli Stati membri dovrebbero adoperarsi al meglio affinché tale argomento sia iscritto all’ordine del giorno dell’assemblea.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) In un momento di grave crisi sociale, con aumento della povertà e della disoccupazione a causa della crisi del capitalismo, questa 65a sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite diventa ancor più significativa.
Vi sono molti temi di rilievo a livello globale. Particolarmente importante è monitorare i progressi compiuti verso il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del millennio come risultati minimi da ottenere entro il 2015. Qualsiasi tentativo di ridurre, indebolire o rinviare le promesse fatte va combattuto.
E’ dunque essenziale cercare di pervenire a un accordo tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo per accelerare tali progressi, anche assumendo impegni chiari e specifici, perché la comunità internazionale è ben lungi dall’onorare gli impegni assunti rispetto agli obiettivi di sviluppo del millennio. Se non verranno adottate misure appropriate, potremmo ritrovarci con quasi 1,5 miliardi di lavoratori in condizioni di indigenza a causa della disoccupazione o di posti di lavoro incerti e mal retribuiti.
Krzysztof Lisek (PPE), per iscritto. – (PL) Vorrei dire che sono compiaciuto per il fatto che nel testo della proposta di raccomandazione del Parlamento europeo destinata al Consiglio sulle priorità dell’Unione europea per la 65a sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite il relatore abbia incluso elementi riguardanti l’importantissimo tema della cooperazione tra Nazioni Unite e Unione europea nel campo della gestione della crisi. Molto di recente, i terremoti a Haiti e in Cile hanno dimostrato quanto le popolazioni siano vulnerabili alla sofferenza e ai danni causati dalle calamità naturali. Tuttavia, nel caso di ambedue i paesi, la cooperazione tra Unione e Nazioni Unite ha funzionato molto bene durante le operazioni di soccorso e assistenza. Sono dell’idea che dovremmo concentrarci sull’ottimizzazione di questa cooperazione per sfruttare al meglio le risorse disponibili in maniera non soltanto da poter salvare il maggior numero di vittime possibile nella maniera più rapida, bensì anche da consentire loro di sopravvivere successivamente. Inoltre, un ulteriore elemento fondamentale è l’assistenza prestata per mantenere l’ordine e procedere alla ricostruzione di un paese colpito da una calamità. Nonostante tutti gli Stati membri dell’Unione appartengano anche all’ONU e l’Unione goda dello status di osservatore permanente presso le Nazioni Unite, è difficile sviluppare una posizione armonica condivisa da tutti i paesi della Comunità. Personalmente non ho dubbi quanto al fatto che sui temi riguardanti una cooperazione efficiente durante le operazioni di assistenza in situazioni di crisi create da catastrofi naturali sia prioritario sviluppare un approccio costruttivo comune.
Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Mi risulta impossibile votare per questo testo, benché debba ammettere che presenta alcune qualità. E’ vero che il testo promuove la non proliferazione delle armi nucleari e il controllo di tutte le armi. Parimenti vero è che propugna l’abolizione della pena capitale. Tuttavia, il testo promuove ancora l’uso del nucleare a fini civili e la ricerca in tale ambito, che come tutti oggi sappiamo deve essere urgentemente abbandonato, e sostiene l’esistenza del G20 che non ha alcuna legittimazione, oltre a sottolineare l’importanza del “principio della responsabilità di proteggere”, la cui definizione è così vaga da sollecitare ogni genere di interferenza con la sovranità nazionale dei popoli. Per tutti questi motivi e altri che non ho modo di elencare in questa sede, il testo non mi pare che sia degno dell’Unione europea come io la concepisco.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’imminente sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite rappresenta un’altra opportunità affinché l’Unione europea si presenti come vero catalizzatore della pace e della solidarietà nel mondo. Non possiamo dimenticare che l’Unione è la fonte principale di fondi per le Nazioni Unite, visto che contribuisce al 40 per cento del suo bilancio complessivo, al 40 per cento dei costi del mantenimento della pace e al 12 per cento delle truppe nelle zone di conflitto. Questa è anche la prima assemblea generale in cui l’Unione europea sarà rappresentata dal vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.
Viste le circostanze, dobbiamo assumere il nostro ruolo di attori principali, ridefinendo la funzione dell’Unione all’interno delle Nazioni Unite e partecipando al governo globale e alla riforma dell’ONU nel campo della pace e della sicurezza, nonché dello sviluppo e del cambiamento climatico.
Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) La relazione stilata dal parlamentare tedesco Lambsdorff è una presentazione estremamente completa e competente dei diversi ambiti di responsabilità e dei futuri obiettivi delle Nazioni Unite dal punto di vista dell’Unione europea. Non vi è dubbio quanto al fatto che l’ONU e la sua funzione all’interno del sistema internazionale debbano essere rafforzati in tutto il mondo attraverso le riforme appropriate. La riforma del sistema di cooperazione allo sviluppo, tema affrontato nella relazione, deve essere anch’essa sostenuta e va attuata urgentemente perché l’attuale politica di assistenza allo sviluppo può essere considerata fallimentare. Non comprendo pertanto perché la relazione esorti gli Stati membri a incrementare notevolmente i rispettivi contributi nell’attesa delle riforme. L’assistenza allo sviluppo va rivista, riorganizzata e ristrutturata insieme ai paesi in via di sviluppo. Le dichiarazioni in materia di politica climatica, che comportano un ostinato rifiuto di intavolare discussioni in merito alle critiche del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico e considerano dogmatiche le sue conclusioni, sono anche problematiche. Per questo motivo mi sono astenuto alla votazione finale.
Søren Bo Søndergaard (GUE/NGL), per iscritto. – (DA) Riconosco e appoggio incondizionatamente gli obiettivi delle Nazioni Unite in tema di disarmo nucleare, integrazione dei generi, lotta alla povertà, obiettivi di sviluppo del millennio e ruolo fondamentale delle Nazioni Unite rispetto alla promozione dei diritti umani e alla lotta alla cambiamento climatico. Mi sono astenuto all’atto della votazione perché la relazione cerca di impedire ai singoli Stati membri di esporre le proprie opinioni in sede di Nazioni Unite, per esempio nei casi in cui sono più critici rispetto all’Unione in merito a varie dittature. Inoltre, la relazione continuamente collega strumenti civili e militari, approccio che non posso in alcun caso condividere.
Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (EN) La maggioranza dei rom europei ha ottenuto la cittadinanza dopo gli allargamenti del 2004 e del 2007 acquisendo insieme alle rispettive famiglie il diritto di spostarsi e risiedere liberamente nel territorio dell’Unione europea. Tuttavia, in alcuni Stati membri in cui la percentuale di popolazione rom è elevata, i rom devono ancora confrontarsi con molti problemi come l’isolamento nel campo dell’istruzione e degli alloggi, tassi di occupazione estremamente bassi e accesso impari a cure sanitarie e servizi sociali. L’Unione europea e gli Stati membri condividono la responsabilità di promuovere e garantire l’inserimento dei rom sostenendone i diritti fondamentali come cittadini europei e potenziandone l’impegno per conseguire risultati visibili.
Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della risoluzione perché i rom europei continuano a subire una notevole discriminazione e, in molti casi, versano in una drammatica situazione di povertà e isolamento sociale. Vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che la situazione della maggior parte dei rom che vivono in molti Stati membri dell’Unione è diversa dalla situazione di altre minoranze etniche europee e pertanto dobbiamo adottare le misure necessarie a livello comunitario introducendo una strategia comune per combattere la discriminazione nei loro confronti. Concordo con l’appello rivolto dal Parlamento europeo ai nuovi membri della Commissione affinché attribuiscano la priorità ai problemi dei rom nei rispettivi ambiti di competenza e dedichino la necessaria attenzione all’attuazione della strategia per l’inclusione dei rom. Vorrei sottolineare che vivere in una società libera e democratica significa onorare le libertà e i diritti fondamentali di tutti. Pertanto, Commissione e Stati membri devono convenire e trovare un dialogo comune sulla situazione dei rom e adottare misure per combatterne la discriminazione. Soltanto quando avremo trovato un approccio europeo comune alle questioni dei rom europei la strategia sarà posta in essere attivamente. Sostengo inoltre la posizione del Parlamento secondo cui dovremmo includere rappresentanti della comunità rom nel processo di preparazione della politica comunitaria per affrontare i loro problemi.
Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. – (RO) L’Unione europea è attualmente responsabile dei problemi con i quali deve confrontarsi la minoranza rom, come dimostra anche il numero di relazioni discusse e attuate, compresi i cospicui fondi messi a disposizione dei programmi di inserimento sociale dei rom che, tuttavia, non hanno prodotto l’impatto previsto. Stiamo parlando nondimeno di una minoranza di 10-12 milioni di persone in Europa che conducono la propria esistenza secondo regole proprie risalenti a centinaia di anni fa e sentono che è naturale comportarsi in questo modo, isolate dalla maggioranza. In Romania, secondo alcune stime, la minoranza conta oltre 2 milioni di rom, una cifra superiore alla minoranza ungherese e, alcuni logicamente direbbero, più forte. Tuttavia, la minoranza rom in Romania non è riuscita a nominare il proprio leader per rappresentare questo gruppo presso il pubblico o il parlamento rumeno. Questa circostanza potrebbe anche essere il motivo per il quale tutti i programmi nazionali di inserimento sociale sono stati completamente fallimentari. Al momento, visto che la popolazione rom si sta diffondendo nel territorio di vari Stati europei ed è nota per la sua tendenza alla migrazione e la sua implicazione nella criminalità (fatto che ha portato all’uso del termine “zingaro” in riferimento anche a molti altri cittadini), la soluzione del problema dell’inserimento sociale è diventata comunitaria. E’ probabile che dove gli Stati membri hanno fallito (aspetto per il quale sono spesso criticati) l’Unione europea abbia successo.
Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) Il secondo vertice europeo sui rom rappresenta un impegno al dialogo sulla diversità culturale e ciò che rappresenta in termini di patrimonio umano.
L’istruzione è la chiave del processo di integrazione. Offrendo istruzione e formazione, combattiamo l’esclusione, la disoccupazione e la discriminazione, oltre a garantire una società più equa, creativa e dinamica.
E’ importante integrare le minoranze etniche, non soltanto nel mercato del lavoro, bensì anche in tutti gli ambiti della società. Proteggere i diritti fondamentali e creare uno spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia sono obiettivi dell’integrazione europea.
Plaudo a tutti coloro che promuovono l’integrazione a livello locale, compresi politici, insegnanti e associazioni, ciò perché sono spesso queste persone a essere responsabili dell’accesso ad alloggi, cure sanitarie, istruzione, cultura e una migliore qualità della vita.
Mi rivolgo all’Unione europea e agli Stati membri affinché promuovano sforzi concertati e si adoperino per realizzare strategie politiche che prevedano chiari impegni legislativi e contributi di bilancio credibili.
E’ importante adottare una posizione comune sulla politica strutturale e di finanziamento della preadesione.
Carlos Coelho (PPE), per iscritto. – (PT) Secondo le stime, vi sono tra i 10 e i 12 milioni di rom che vivono nell’Unione, il che li rende una delle più grandi minoranze etniche in Europa. La maggior parte di tali persone vive in condizioni di povertà estrema, ai margini della società, con possibilità di accesso limitata a occupazione e cure sanitarie. I membri di questa minoranza etnica continuano a subire discriminazione ed esclusione sociale, nonostante gli sforzi profusi per integrarli.
L’Unione ha sostenuto gli Stati membri nel loro impegno per attuare politiche efficaci. In particolare, è stato offerto sostegno per progetti specifici e si sono compiuti tentativi per garantire che le leggi contro la discriminazione siano applicate in maniera corretta ed efficace. A Bruxelles questo mese si è tenuta una conferenza in occasione della quale si sono presentati i vari progetti intrapresi a livello di Unione. I risultati dovranno essere discussi in aprile durante il secondo vertice europeo sui rom a Córdoba. Spero che gli esiti di tale vertice possano contribuire all’ottenimento di un impegno politico europeo forte in merito a una futura strategia per promuovere l’inserimento dei rom nella vita economica, sociale e culturale europea e garantire pari opportunità a tutti nell’Unione europea, compresi i rom.
Ioan Enciu (S&D), per iscritto. – (RO) Tutti i paesi che hanno una popolazione rom di un certo rilievo dispongono di politiche per la loro integrazione, che però sono attuate soltanto a livello settoriale, mentre altre politiche non considerano fattori specifici, rendendole in ultima analisi inefficaci. E’ necessario procedere a una verifica di tutte le prassi che sono riuscite a integrare i rom, utilizzandole come base per predisporre e adottare infine una strategia europea che affronti i problemi di tale gruppo, il quale, come è noto, rappresenta la più numerosa minoranza presente sul territorio dell’Unione. E’ necessario che l’accento sia ancora posto essenzialmente sull’istruzione, la scolarizzazione dei bambini, la formazione professionale, l’ingresso graduale nel mondo del lavoro, la responsabilizzazione delle donne, la semplificazione del sistema di assicurazione sociale, eccetera. Anche in tale ambito, serve una cooperazione decisamente più stretta tra Commissione europea e governi degli Stati membri per il finanziamento di progetti attraverso i Fondi strutturali e il Fondo di coesione, nonché programmi specifici che si concentrino maggiormente sulla responsabilizzazione del singolo anziché sulla tradizionale gerarchia. Dal mio punto di vista, un’ampia campagna di informazione rivolta al pubblico in generale e alla popolazione rom, che contrasti il sentimento di esclusione dei rom dalla vita sociale europea e ponga un accento notevole sui principi della parità di trattamento e della non discriminazione è una componente fondamentale di questa sinergia di azioni comunitarie.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Le comunità rom esistono in Europa da molti secoli e, sino a pochissimo tempo fa, erano oggetto di persecuzione da parte di molti Stati membri. Il loro stile di vita nomade tradizionale, le attività alle quali si dedicavano e l’elevata percentuale di endogamia ed esclusione che le caratterizzavano sono tutti elementi che hanno contribuito a che tali comunità fossero considerate indesiderabili, pericolose e antisociali.
Ancora oggi questi pregiudizi perdurano, così come permangono le loro conseguenze storicamente intrinseche: tuttora i rom sono una delle comunità con il livello più basso di scolarizzazione e la percentuale più alta di criminalità. Sarà compito dei sociologi e degli storici valutare le cause e le conseguenze dei fenomeni che circondano i rom.
Ai politici chiediamo che siano in grado di fare qualcosa per le comunità delle quali sono al servizio. Per questo è particolarmente importante elaborare modi per combattere l’esclusione dei rom e promuoverne la vera integrazione nelle società in cui vivono intraprendendo misure concrete in tal senso che siano basate su studi seri e dettagliati delle specifiche circostanze.
Carlo Fidanza (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa risoluzione fa riferimento ad alcuni principi che non vanno sottovalutati, quali l’importanza di lottare contro le discriminazioni nei confronti dei rom e la necessità di integrare questa minoranza attraverso una strategia globale.
Tutti buoni propositi che purtroppo non tengono in considerazione lo stato di degrado in cui versano, spesso per propria scelta, molte comunità rom in alcuni paesi membri, quali l’Italia. Attività illegali (furti, scippi, accattonaggio molesto, prostituzione) sempre più spesso aggravati dallo sfruttamento di minori a tali fini, quasi totale assenza di volontà d’integrazione e di vivere una vita civile sono le caratteristiche predominanti di alcune comunità rom in Italia.
A queste criticità si dovrebbe rispondere dando piena applicazione alla direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione dei cittadini comunitari, che prevede l’allontanamento di cittadini comunitari che, dopo una permanenza di tre mesi in uno Stato membro, non dimostrano un reddito certo e rifiutano l’avvio di percorsi d’integrazione offerti dalle autorità di governo nazionali e/o locali.
Non basta una generica "integrazione", servono programmi di sensibilizzazione per le comunità rom sul rispetto della legalità e delle normative sociali e norme punitive certe per chi si chiama fuori da questi percorsi. Diversamente, il giusto richiamo al rispetto della minoranza rom rischia di trasformarsi in una discriminazione al contrario, ai danni di tutti quei cittadini onesti che subiscono i reati e i soprusi di molti rom.
L’integrazione non può esistere senza rispetto delle regole e le minoranze rom non sono esentate dal rispetto di questo principio. Per queste ragioni ho espresso voto di astensione sulla risoluzione, in dissenso dal mio gruppo politico.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La risoluzione relativa al secondo vertice europeo sui rom, che si svolgerà a Córdoba l’8 e il 9 aprile, esprime preoccupazione in merito alla discriminazione subita dai rom nel campo dell’istruzione, degli alloggio, dell’occupazione e della parità di accesso al sistema sanitario e ad altri servizi pubblici, nonché al loro livello sorprendentemente basso di partecipazione politica.
Tuttavia, il Parlamento ha chiesto alla Commissione di predisporre nuove proposte sull’inserimento sociale dei rom. La Camera invita inoltre gli Stati membri ad adottare misure più visibili e ad ampio spettro per rispettare i diritti legittimi dei rom, tenuto conto del fatto che le misure per combattere la discriminazione non sono sufficienti ad agevolare l’inserimento sociale. Occorrono sforzi concertati a livello comunitario, compresi contributi finanziari.
La risoluzione raccomanda che il Consiglio adotti una posizione comune sui fondi strutturali e di preadesione, rispecchiando l’impegno politico assunto dall’Europa nei confronti della promozione dell’integrazione dei rom.
Speriamo che il secondo vertice europeo sui rom si concentri su impegni politici strategici che dimostrino la volontà politica di colmare il divario tra comunità rom e popolazioni maggioritarie in vari paesi.
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) La presente risoluzione è un altro di quei testi in cui è necessario attribuire la massima priorità a tale o tal’altra categoria di persone, categoria che ovviamente deve beneficiare di particolare attenzione ed essere tenuta in considerazione in tutte le politiche nazionali ed europee. Oggi parliamo dei 10-12 milioni di rom nell’Unione europea. Rispetto ad altre comunità esaminate in questa sede in occasioni diverse, la risoluzione ci pone di fronte a una gerarchia che ormai mette in cima la minoranza rom, seguita dai migranti provenienti dall’esterno dell’Europa, poi gli europei di origine non europea e, infine, al fondo della scala, quelli di “origine” europea. Se poi aggiungiamo la “dimensione del genere” e il culto imperante dei giovani, possiamo concludere che nella vostra cosiddetta Unione europea non è una gran fortuna essere un uomo di mezza età, europeo di origine europea, non appartenente ad alcuna minoranza etnica, culturale, religiosa o sessuale nella quale abbia un reale desiderio di identificarsi. Quando finalmente avremo una politica che sia in primo luogo al servizio degli europei? Quando daremo la priorità a quei poveri lavoratori, quel ceto medio schiacciato dalle tasse, quei disoccupati e quei nuclei familiari che sono semplicemente europei e costituiscono la stragrande maggioranza degli abitanti dell’Unione europea, sono i cittadini dei quali siamo responsabili, ma a cui pensiamo soltanto alla vigilia delle elezioni?
Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. – (FR) Ho appoggiato la risoluzione nell’imminenza del vertice di Córdoba dell’8 aprile 2010 perché l’integrazione dei rom in tutte le sfere della società deve rappresentare una delle priorità da difendere a livello europeo. A mio parere, non soltanto dobbiamo porre l’accento sulla situazione dei rom in Europa orientale, dove subiscono una discriminazione notevole, ma dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che tali problemi restano parimenti gravi, ma in maniera più insidiosa, in altri paesi comunitari come la Francia. Dobbiamo inoltre interrogarci in merito all’efficacia delle misure attuate e scoprire come possano essere migliorate per conseguire realmente i loro obiettivi, ossia ottenere l’integrazione economica e giungere alla cittadinanza europea a tutti gli effetti per i rom.
Cătălin Sorin Ivan (S&D), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della risoluzione sull’integrazione dei rom sulla base dell’idea che questa minoranza europea ha bisogno di politiche specifiche che vanno attuate rapidamente. Sebbene siamo giunti a metà del decennio dedicato all’inclusione dei rom, i problemi legati all’istruzione, all’occupazione, allo sviluppo regionale, eccetera, permangono e in alcuni Stati membri si stanno persino aggravando. Concordo con il fatto che i principi devono essere ridefiniti, ma credo che dovremmo piuttosto elaborare una strategia trasversale, orizzontale che affronti i problemi di questa minoranza in maniera integrata, ma non esclusiva. Stiamo usando l’odierna risoluzione per chiedere ai nuovi commissari di attribuire la priorità agli aspetti del loro portafoglio riguardanti i rom smettendo di perseguire l’attuale politica, molto verbosa, ma priva di qualsiasi azione concreta. Riponiamo grandi speranze nel vertice di Córdoba; tuttavia, le esigenze dei rom, che si aspettano risultati in termini di rispetto dei loro diritti e politiche antidiscriminatorie, sono maggiori.
Lívia Járóka (PPE), per iscritto. – (HU) Vorrei esprimere apprezzamento per l’adozione della proposta di risoluzione presentata congiuntamente dai sei più grandi gruppi politici al Parlamento europeo in cui, ribadendo la risoluzione della precedente legislatura, risalente all’inizio del 2008, la Commissione viene invitata nuovamente a elaborare una strategia europea completa sui rom volta a ovviare all’esclusione sociale ed economica da loro subita in Europa. La proposta giustamente sottolinea che le misure antidiscriminatorie sono insufficienti, da sole, per promuovere l’integrazione sociale dei rom. Occorrono sforzi comunitari armonizzati fondati su basi giuridiche certe per riunire tutti gli attori sociali e istituzionali, esercitando nel contempo pressione sui partecipanti affinché tengano fede alle proprie promesse.
E’ inoltre estremamente importante che la risoluzione inequivocabilmente prenda posizione spingendosi oltre strumenti di “diritto non vincolante” a sostegno di impegni legislativi vincolanti e contributi di bilancio realistici. Lasciatemi infine esprimere la speranza che la Commissione, seguendo l’esplicita istruzione del Parlamento e l’approvazione del Consiglio europeo, metta in atto quanto prima il complesso programma di sviluppo descritto nella risoluzione. Così facendo si potrà porre finalmente termine al perpetuarsi della povertà estrema che affligge i rom di generazione in generazione, compiendo contemporaneamente sforzi concertati in tutti gli ambiti politici correlati e diventando in grado di intervenire prontamente nelle regioni che combattono contro gravi deficit strutturali e si stanno trasformando in ghetti.
Timothy Kirkhope (ECR), per iscritto. – (EN) I colleghi del gruppo ECR ed io concordiamo con gran parte della relazione e restiamo incondizionatamente favorevoli alla scelta di garantire pari diritti e opportunità a tutti, prescindendo da razza, religione, genere od orientamento sessuale.
Tuttavia, per quanto appoggiamo senza riserve l’integrazione dei rom nell’Unione europea, nutriamo seri dubbi in merito al coinvolgimento dell’Unione in questioni che riteniamo essere appannaggio dei singoli Stati nazione come l’accesso a cure sanitarie, istruzione, occupazione e alloggi.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) L’Unione europea è uno spazio di solidarietà e inclusione, per cui deve compiere il necessario per evitare la discriminazione ai danni dei rom e conferire loro gli stessi diritti per quanto concerne istruzione, occupazione, cure sanitarie e alloggi in tutti gli Stati membri dell’Unione, come pure negli Stati che intendono in futuro aderirvi.
E’ necessario intraprendere passi positivi per porre fine alla discriminazione. Tuttavia, se vogliamo conseguire tale risultato, i rom non si possono escludere e devono contribuire alla loro stessa integrazione in uno spazio europeo volto a essere inclusivo.
Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Molti mendicanti nei paesi occidentali provengono da Slovacchia, Romania e Bulgaria, e prevalentemente appartengono alla minoranza rom. Da tempo si compiono tentativi per migliorare la situazione sociale mediocre dei rom che vivono ai margini della società in baraccopoli o tendopoli. Iniettare semplicemente denaro negli insediamenti rom non porterà ad alcun risultato, come ci dimostra l’esperienza passata. La chiave del successo sta nell’istruzione perché questo è l’unico modo per schiudere opportunità a lungo termine di giungere a un tipo di vita diverso. In linea di principio, è corretto adottare misure per la lotta alla povertà in Europa orientale. Le misure introdotte in passato si sono però rivelate fallimentari e non sono stati suggeriti nuovi approcci sensati. Per questo motivo ho votato contro la relazione.
Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) La proposta di risoluzione si muove in una direzione unilaterale proponendo sovvenzioni e sostegno finanziario ai rom nell’Unione europea. Ovviamente dobbiamo adoperarci al meglio per garantire che gruppi emarginati come i rom siano integrati maggiormente nella società e, soprattutto, nel mercato del lavoro. I rom, tuttavia, devono dimostrare la volontà e la capacità di compiere essi stessi lo sforzo affinché tale processo di integrazione abbia successo iniziando con l’inserire i propri bambini e giovani nel sistema scolastico europeo. Troppa poca enfasi viene posta su tali aspetti nella proposta di risoluzione riguardante il vertice sui rom, e pertanto ho votato contro di essa.
Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. – (PL) La discriminazione contro i rom è stata per anni uno dei più grandi tabù dell’Europa. Ultimamente la situazione sta cambiando. Le misure intraprese per combattere la discriminazione contro i rom continuano a essere insufficienti. Il problema è spesso trascurato.
Un ottimo esempio a conferma di tale ipotesi è l’assenza di reazione da parte della Commissione alla proposta del Parlamento risalente al 28 gennaio 2008 sullo sviluppo di una strategia europea sui rom in collaborazione con gli Stati membri. La necessità del mondo è rinnovare quella proposta. Durante la crisi economica, l’attacco rivolto contro i rom si è infatti indurito, colpendo molti dei 10-12 milioni di rappresentanti della comunità rom nell’Unione europea.
Penso che la questione dei rom debba essere considerata prioritaria dai neonominati commissari, per cui ho deciso di avallare la proposta di risoluzione concernente il secondo vertice sui rom elaborata dai colleghi del gruppo S&D e del gruppo PPE.
Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. – (EL) La proposta di risoluzione comune adottata dal Parlamento, in merito alla quale ho votato a favore, è estremamente importante. Come si sottolinea nel paragrafo 7, anche se i rom costituiscono una comunità paneuropea e occorre pertanto compiere uno sforzo collettivo a livello europeo, sinora la Commissione non ha risposto all’esortazione del Parlamento del 28 gennaio 2008 a formulare una strategia europea per i rom in collaborazione con gli Stati membri per rafforzare il coordinamento e migliorare la situazione di questa specifica comunità. Visto che sulla base del principio della sussidiarietà è compito degli Stati membri procedere alla regolare integrazione di questo specifico gruppo della popolazione nella propria società, e in Grecia esiste una comunità rom numerosa e consolidata, il Parlamento dovrebbe, ed è lo scopo di questa specifica proposta, chiedere un’iniziativa più dinamica da parte della Commissione e del Consiglio per un miglior coordinamento degli interventi al fine di integrare pienamente i rom nelle società europee.
Rovana Plumb (S&D), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della risoluzione nella convinzione che, durante il periodo immediatamente successivo, le misure specifiche intese a migliorare la situazione dei rom saranno messe in atto anziché restare soltanto belle parole. I fondi strutturali europei offrono ampia opportunità di giungere all’inclusione sociale dei rom. Tuttavia, gli aspetti procedurali e contenutistici in gioco hanno purtroppo reso difficile cogliere tale opportunità. A livello applicativo in Romania si è notato che è necessario adottare un approccio diverso alla questione dell’occupazione per quel che riguarda il segmento rom della popolazione nell’ambito delle misure attuate dal POSDRU, il programma operativo settoriale per lo sviluppo delle risorse umane. Le misure convenzionali per la riconversione professionale, la consulenza e l’erogazione di informazioni ai beneficiari rom devono anche tenere conto della natura specifica della loro cultura. Sebbene i beneficiari delle zone rurali siano i più interessati, non vi è mai stato alcun programma per le comunità rom nell’ambito dei programmi europei per lo sviluppo rurale. I rom non rientrano tra i gruppi target favoriti da tali programmi di finanziamento. Intraprendere programmi per lo sviluppo di aziende agricole, incoraggiare la creazione di allevamenti, unitamente a un pacchetto di incentivi come, per esempio, sovvenzioni ai datori di lavoro del settore sono tutte soluzioni da inserire nell’equazione per integrare i rom nel mercato del lavoro.
Teresa Riera Madurell (S&D), per iscritto. – (ES) Ho votato a favore della risoluzione perché l’inclusione delle comunità rom è una delle priorità del gruppo S&D. La risoluzione indica la posizione del Parlamento nell’imminenza del secondo vertice europeo sui rom, che si terrà l’8 e il 9 aprile a Córdoba sotto la presidenza spagnola. La situazione della popolazione rom è diversa da quella di altre minoranze nell’Unione e la loro inclusione richiede politiche efficaci per eliminare la discriminazione sistematica di cui sono oggetto. Tutti i livelli di governo dall’Unione alle autorità locali devono essere coinvolti e svolgere un proprio ruolo per giungere a un loro pari trattamento, poiché questo è uno dei valori fondamentali dell’Unione. La risoluzione esorta le istituzioni europee a offrire un contributo strategico e coordinato all’inclusione della popolazione rom europea. Il vertice di Córdoba deve servire a compiere un passo avanti procedendo dalle buone intenzioni a politiche concrete che consentano di superare i problemi con i quali i rom devono confrontarsi nel campo degli alloggi, dell’istruzione, dei servizi pubblici e dell’occupazione.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono veramente lieto che questa risoluzione sia stata adottata (ovviamente ho votato a favore) perché contiene dichiarazioni fondamentali a livello di promozione della non discriminazione nei confronti della popolazione rom. Più specificamente, la risoluzione esorta nuovamente la Commissione a sviluppare una strategia europea completa per l’inclusione dei rom come strumento per combatterne l’esclusione sociale e la discriminazione in Europa.
Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento riguardante il secondo vertice europeo sui rom in quanto credo che la battaglia contro la discriminazione nei confronti dei rom, comunità paneuropea, richieda un approccio comunitario. Dobbiamo esprimere la nostra preoccupazione per la discriminazione di cui sono oggetto i rom in termini di istruzione, alloggi e occupazione, nonché pari accesso al sistema sanitario e altri servizi pubblici. Condanniamo la recente escalation dell’ostilità nei confronti dei rom ("romafobia") in diversi Stati membri, regolarmente manifestata sotto forma di discorsi di istigazione all’odio e attacchi contro la popolazione rom. Esortiamo nuovamente la Commissione ad adottare un approccio orizzontale alla questione dei rom ed elaborare proposte ulteriori volte ad attuare una politica coerente a livello europeo sull’inclusione sociale dei rom. In tale spirito, chiediamo alla Commissione di predisporre una strategia europea per i rom in collaborazione con gli Stati membri per garantire un migliore coordinamento e promuovere gli sforzi intesi a migliorare la situazione della popolazione rom. Spero inoltre che gli Stati membri si avvalgano dei vari strumenti attualmente disponibili in maniera più efficiente per combattere l’esclusione dei rom come lo stanziamento di un 2 per cento massimo delle risorse del FESR per gli alloggi a favore delle comunità emarginate o le alternative esistenti nell’ambito del FSE.
Andrew Henry William Brons (NI), per iscritto. – (EN) Siamo ovviamente favorevoli a che Frontex eserciti la propria sorveglianza oltre le acque territoriali degli Stati membri di confine. I pareri giuridici sono divergenti in merito al fatto che già disponga di tale potere. Tuttavia, l’odierna risoluzione ha imposto regole e orientamenti che ostacolerebbero tale funzione, insistendo in particolare sul fatto che non solo Frontex dovrebbe soccorrere gli immigranti illegali ritenuti in pericolo in mare (un’azione evidentemente morale da compiere), ma esisterebbe anche l’obbligo di concedere asilo agli immigranti illegali soccorsi. A nostro avviso, tali immigranti illegali soccorsi dovrebbero essere ricondotti e lasciati nel paese in cui si sono presumibilmente imbarcati o nel loro paese di provenienza.
Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Ho votato a favore della proposta di risoluzione per motivi che vanno oltre il progetto di decisione e il contenuto della proposta del Consiglio sull’integrazione del codice frontiere per quanto concerne la sorveglianza dei confini esterni marittimi. Nonostante la decisione, specialmente nella seconda parte, non vincolante per gli Stati membri, faccia riferimento a elementi positivi per la difesa dei diritti umani, la procedura impiegata per chiederne la ratifica manifestamente elude il lavoro e le competenze del Parlamento europeo. In questo progetto di decisione il Consiglio travalica i suoi poteri esecutivi. Se il Parlamento accettasse tale procedura, creerebbe un precedente molto negativo per il suo ruolo e funzionamento effettivo, mentre dovrebbe salvaguardare il proprio potere di controllo, legiferazione e altre prerogative in quanto unica istituzione eletta a livello europeo. Recentemente, inoltre, abbiamo visto come il voto decisivo del Parlamento europeo abbia potuto ribaltare l’accordo sul trasferimento dei dati personali concernenti cittadini europei ai servizi segreti e al governo degli Stati Uniti. Strumenti come questo non dovrebbero essere posti in essere.
Carlos Coelho (PPE), per iscritto. – (PT) Esiste una necessità innegabile di procedere con il rafforzamento dei controlli di frontiera coordinati dall’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea. Sussiste inoltre la necessità di procedure operative comuni, nonché di regole chiare per partecipare a operazioni marittime comuni, specialmente ricerca e soccorso, e allo sbarco di persone soccorse.
A tal fine, la Commissione ha deciso di presentare una proposta di decisione basata sulla procedura di comitatologia. Il Consiglio non è riuscito a superare le proprie divisioni sull’argomento, preferendo nascondersi dal Parlamento dietro argomentazioni tecniche, facendo dunque a meno delle nostre competenze. Il parere del servizio giuridico del Parlamento è molto chiaro. La Commissione ha travalicato i propri poteri esecutivi. Questa non è soltanto una procedura tecnica. Secondo le stesse parole della signora commissario Malmström, si tratta di un’iniziativa che ha un notevole significato politico e molte implicazioni pratiche.
Il nostro voto contrario non è soltanto un’affermazione delle prerogative parlamentari, bensì anche un atto di solidarietà con i paesi piccoli che sono ingiustamente penalizzati da tale decisione.
Cornelia Ernst e Sabine Lösing (GUE/NGL), per iscritto. – (EN) Ricordando che Frontex è stata tra l’altro costituita per “proteggere” le frontiere dell’Unione dai migranti cosiddetti “illegali”, ci opponiamo all’agenzia e ai suoi obiettivi. Accogliamo tuttavia con favore gli orientamenti per una valutazione adeguata della legge internazionale ed europea in materia di diritti umani e asilo contenuti nella proposta della Commissione (COM (2009)0658 def.). In particolare apprezziamo il punto 1 dell’allegato I (concernente il rispetto del principio del non respingimento, la valutazione delle esigenze particolari delle persone vulnerabili e di quelle che richiedono assistenza medica urgente, la formazione delle guardie di frontiera in materia di normative sui diritti umani e i profughi), come anche i punti 3 e 4 dell’allegato II (in cui si parla, tra l’altro, della considerazione della situazione del migrante, tenuto conto della sua eventuale richiesta di assistenza o dello stato della nave, nonché dell’obbligo di non sbarco nei paesi in cui il migrante rischia di essere perseguitato e torturato). Sottolineiamo altresì la necessità che il secondo allegato sia vincolante e chiediamo che il mandato di Frontex venga modificato sulla base di tali principi.
Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. – (FR) Ho votato contro la risoluzione poiché avrebbe impedito l’adozione di una serie di misure che costituiscono un passo nella giusta direzione, pur ammettendo che la situazione è tutt’altro che perfetta. Il testo consentirà di presentare ricorso dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea nei confronti di Stati che non hanno rispettato gli impegni assunti nei confronti del principio del non respingimento in mare, mentre attualmente possono eluderli completamente. E’ importante che gli Stati membri che operano sotto l’egida di Frontex prestino assistenza ai migranti che si trovano in situazione di bisogno in mare, indipendentemente dalla loro nazionalità, dal loro status o dalle circostanze in cui vengono trovati.
Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. – (EL) La proposta di risoluzione riguarda il progetto di decisione del Consiglio e integra il codice frontiere per quel che riguarda la sorveglianza dei confini marittimi entro il quadro delle operazioni coordinate da Frontex per misure di soccorso di persone in mare. Per quel che riguarda la Grecia, visto l’aumento delle pressioni migratorie, tali misure specifiche agevolano la presenza di Frontex nelle acque greche.
Per essere specifici, si tratta di misure costituite da regole e orientamenti non vincolanti, che si concentrano sull’accoglimento, la ricerca e il soccorso di persone in mare. In sintesi, sono misure che devono essere adottate se una nave viene identificata e sospettata di trasportare persone a bordo che tentano di eludere i controlli di frontiera. Inoltre, operazioni di ricerca e soccorso devono essere condotte sulla base di principi specifici e le persone arrestate o soccorse devono essere sbarcate sulla base di un piano operativo ben preciso. Per questo ritengo che l’iniziativa in questione debba essere sostenuta accelerando l’attuazione delle misure contenute nella proposta del Consiglio.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Contrariamente alla nostra posizione (ho votato a favore), non si è raggiunta la maggioranza qualificata e pertanto la risoluzione per respingere la proposta della Commissione e seguire il parere dei servizi giuridici del Parlamento è decaduta. Ciò significa che il codice frontiere Schengen sarà modificato secondo quanto proposto dalla Commissione nell’ambito della procedura di comitatologia, aggiungendo alla direttiva l’allegato contenente misure non vincolanti sugli obblighi da assolvere durante le operazioni di ricerca e soccorso in mare. Possiamo soltanto sperare che la Commissione voglia sfruttare le circostanze come opportunità per monitorare più rigorosamente le operazioni coordinate da Frontex in maniera da evitare tragedie umane e atti disperati in mare. Sussiste tuttavia il rischio reale di non essere in grado di introdurre misure vincolanti nel mandato di Frontex ora in fase di revisione. Ovviamente, però, non possiamo rinunciare e dovremo adoperarci al meglio per ottenere un risultato migliore nel futuro lavoro al riguardo.
Richard Ashworth (ECR), per iscritto. – (EN) I colleghi del gruppo ECR ed io concordiamo con gran parte della relazione, anche per quanto riguarda il miglioramento dell’efficienza di bilancio, la semplificazione delle procedure di richiesta dei fondi comunitari, nonché le priorità assegnate al completamento della strategia per il 2020.
Nutriamo seri dubbi, invece, in merito ai riferimenti a un pilastro sociale europeo, un’agenda sociale ambiziosa, una politica di immigrazione armonizzata e le limitazioni imposte a un mercato unico agricolo, sottolineando che ambiti come istruzione, difesa e attività militare sono appannaggio degli Stati membri.
Liam Aylward (ALDE), per iscritto. – (GA) Ho votato a favore dell’odierna relazione sulle priorità per il bilancio 2011. Come si afferma nella relazione, è necessario fornire sostegno specifico all’imprenditorialità e le microimprese, temi che devono essere posti al centro della politica dell’Unione per i giovani e l’innovazione.
La relazione chiede che si offra assistenza a tutti i programmi e gli strumenti che incoraggiano l’imprenditorialità, specialmente nelle zone rurali, e che si contribuisca alla fase di avviamento delle nuove imprese incoraggiando lo scambio di informazioni tra giovani imprenditori.
E’ necessario sostenere programmi volti ad aiutare i giovani che avviano nuove attività. Apprezzo l’accento posto dalla relazione sulla politica per i giovani e il ruolo che sono chiamati a svolgere nel nostro tentativo di superare l’attuale crisi economica e finanziaria.
Sostengo fortemente la richiesta formulata nella relazione di un maggiore investimento nei giovani e nell’istruzione, come si era raccomandato nella strategia dell’Unione per i giovani. Il ruolo e l’importanza dei giovani nell’Unione europea e nel futuro dell’Unione devono essere riconosciuti, incoraggiati e sostenuti.
Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) Giovani, scienza e innovazione sono il fulcro delle priorità del prossimo bilancio dell’Unione europea. Investire nei giovani significa investire nel futuro, investimento che deve essere compiuto in maniera coordinata tra le varie politiche.
Istruzione, formazione professionale e transizione dal sistema scolastico al mercato del lavoro sono le preoccupazioni principali di tale bilancio. I giovani con titoli e qualifiche sono sempre più colpiti dalla disoccupazione. Per questo ritengo che il programma di mobilità dedicato alla prima occupazione di Erasmus sia un impegno strategico per il futuro, poiché crea un chiaro legame tra il sistema scolastico e il mercato del lavoro. Tra le altre priorità del bilancio, ricorderei ricerca, innovazione e agenda digitale, ambiti essenziali per uno sviluppo sostenibile dell’Europa.
Sottolineerei altresì l’importanza di alcuni programmi già esistenti che stanno contribuendo a tale obiettivo, come l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia. Il bilancio concentra inoltre gli sforzi sul sostegno allo sviluppo di tecnologie verdi e innovative, offrendo dunque un apporto essenziale alla ripresa economica e dando slancio alle piccole e medie imprese. L’impegno nei confronti dei giovani, dell’innovazione e della scienza è fondamentale per ritrasformare l’Europa in un leader mondiale.
Ole Christensen, Dan Jørgensen, Christel Schaldemose e Britta Thomsen (S&D), per iscritto. – (DA) Oggi i socialdemocratici danesi hanno votato a favore delle priorità per il bilancio 2011. Appoggiamo le priorità generali e, in particolare, gli sforzi per combattere la disoccupazione giovanile e promuovere la ricerca, l’innovazione e le tecnologie verdi. Parimenti i socialdemocratici danesi appoggiano incondizionatamente lo stanziamento dei necessari fondi per la strategia di crescita e occupazione dell’Unione UE 2020, pur sottolineando che lo scopo della politica agricola comune comunitaria deve continuare a essere la garanzia della stabilizzazione del mercato, ragion per cui non è possibile sostenere l’idea di sovvenzioni permanenti dell’Unione a latte, prodotti lattiero-caseari e affini.
Göran Färm, Anna Hedh, Olle Ludvigsson, Marita Ulvskog e Åsa Westlund (S&D), per iscritto. – (SV) Oggi i socialdemocratici svedesi hanno scelto di votare a favore delle priorità per il bilancio 2011. Concordiamo ampiamente con le priorità dichiarate nella relazione. Riteniamo, per esempio, che sia importante investire nei giovani, nella ricerca, nell’innovazione e nelle tecnologie verdi. Parimenti crediamo che sia importante che la nuova strategia dell’Unione per la crescita e l’occupazione, la cosiddetta strategia UE 2020 disponga di risorse finanziare sufficienti per essere realizzata con successo.
Vorremmo nondimeno sottolineare che non pensiamo che il compito principale della politica agricola comune dell’Unione sia garantire la stabilità di mercato, per cui non vogliamo che l’Unione sostenga permanentemente il mercato del latte e dei prodotti lattiero-caseari.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) In un contesto di crisi generalizzata e nel quadro dei requisiti ambiziosi della strategia per il 2020 in termini di innovazione, lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, crescita economica e occupazione, è fondamentale porre le sfide della strategia per il 2020 al centro delle priorità di bilancio.
Per questo sono lieto che emerga un chiaro impegno nei confronti delle politiche di istruzione, ricerca e innovazione nelle priorità indicate per il bilancio 2011 dalla Commissione. E’ inoltre essenziale tenere sempre presente la ripresa economica e la necessità di uscire dalla crisi, per cui mi compiaccio per il sostegno offerto alle piccole e medie imprese tra le principali preoccupazioni del bilancio 2011. Ribadisco la necessità, nell’ambito della riforma della politica agricola comune, di incrementare i fondi per la PAC, priorità che deve essere anche fatta propria dalla Commissione.
Sottolineo infine che il bilancio 2011 sarà il primo a essere adottato dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona con il conseguente rafforzamento dell’intervento parlamentare.
João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Le priorità proposte per il bilancio 2011, nonostante la retorica sociale, inevitabile nei periodi di crisi, sono ragionevolmente chiare: l’intenzione è essenzialmente mantenere le stesse priorità che hanno impresso l’orientamento ai precedenti bilanci. Ancora una volta vi sono indicazioni di un bilancio volto ad approfondire il mercato unico, la mancanza di sicurezza del posto di lavoro, nota come flessisicurezza, la liberalizzazione e la commercializzazione dell’ambiente e di ambiti crescenti della vita sociale. Sebbene siano state raggruppate sotto la cosiddetta nuova “strategia per il 2020”, si tratta di vecchi orientamenti.
La priorità dichiaratamente attribuita ai giovani non nasconde il fatto che si ha l’intenzione di iniziare a programmare da adesso in poi per future generazioni di lavoratori per i quali la disoccupazione sarà strutturale, vista come variabile strategica per imporre la svalutazione della loro capacità lavorativa. Ciò costringerà anche il lavoratore qualificato a passare da un posto di lavoro insicuro a un altro, alternandoli a inevitabili periodi di disoccupazione. Sono priorità che pongono inoltre il bilancio 2011 al servizio dell’interventismo esterno dell’Unione, della politica estera e di sicurezza comune e della politica di sicurezza e difesa comune, del militarismo e della guerra, di politiche che criminalizzano l’immigrazione, dell’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea.
Viste le circostanze, la nostra unica risposta a tale relazione può essere un voto contrario. Tuttavia, questa non è l’unica via né una scelta inevitabile come abbiamo cercato di dimostrare proprio con le varie proposte presentate nel corso della discussione.
Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (S&D), per scritto. – (PL) Costruire il bilancio dell’Unione durante una crisi finanziaria con un margine di bilancio strettissimo e nuovi ambiti di lavoro derivanti dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona non è semplice. Per questo sono stata tanto più soddisfatta, durante la votazione, di avallare la relazione Jędrzejewska sul bilancio 2011 e la proposta di risoluzione del Parlamento europeo che prevedono ambedue priorità di bilancio ambiziose per il prossimo anno.
Unitamente alle priorità tradizionali, come la politica di coesione e il sostegno alle tecnologie ecologiche e innovative, il bilancio 2011 dovrebbe concentrarsi sulla necessità di garantire piena operatività alle nuove iniziative dell’Unione: servizio europeo per l’azione esterna, strategia economica UE 2020 e misure facenti parte del partenariato orientale, tre ambiti che rischiano il fallimento se i fondi stanziati allo scopo si dovessero rivelare troppo “simbolici”.
Vale anche la pena di notare l’approccio a tutto spettro nei confronti della questione dei giovani. Di fronte ai problemi demografici, l’Unione non può permettersi di avere una bassa percentuale di giovani istruiti perché ciò significherebbe un aumento ancora maggiore della disoccupazione in quella fascia di età, lusso che l’Unione semplicemente non può concedersi. Il bilancio comunitario deve pertanto disporre di fondi riservati al sostegno dell’apprendimento linguistico, del dialogo interculturale, dell’aumento della mobilità dei giovani e dell’integrazione dei laureati nel mercato del lavoro.
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Se ho compreso correttamente i contenuti della relazione, tutto o quasi tutto diventa prioritario, il che significa che non vi sono priorità. Detta in parole semplici, si chiede un bilancio più ampio, ossia più imposte per i contribuenti europei. E’ vero che la preoccupazione della relatrice di garantire che la spesa finanziata dal bilancio dell’Unione non sia soltanto utile, ma anche efficace e crei un reale valore aggiunto europeo per le politiche nazionali è lodevole. Nondimeno, a essere onesti, questa avrebbe dovuto essere una preoccupazione costante nel corso degli anni. Da un lato ricordo che negli ultimi 14 o 15 anni non è stato così, visto che la Corte dei conti europea non ha ritenuto di poter approvare l’esecuzione dei bilanci annuali. Dall’altro sto ancora cercando proposte concrete nella relazione che permettano di conseguire tale obiettivo. In particolare, sto cercando proposte che pongano fine a programmi che sono soltanto populismo puro, stanziamento inutile di piccole somme di denaro, propaganda ideologica e tentativi di intervenire maggiormente in ambiti in cui, fortunatamente, l’Unione ha soltanto pochi poteri e, soprattutto, è inefficace.
Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. – (FR) Sebbene abbia votato a favore della relazione, vorrei comunque formulare alcune riserve critiche in merito alle priorità per il bilancio 2011. E’ vero che sostengo fermamente l’impegno assunto dall’Unione a supporto dei giovani, dell’innovazione e del volontariato, che sono alcuni degli elementi strutturali della nostra società. Tuttavia, il quadro finanziario non è affatto adeguato, specialmente in un periodo di crisi economica e disoccupazione, perché non ci consente di finanziare alcuna ambizione politica che induca un reale cambiamento. Nove milioni di euro, pari allo 0,07 per cento del bilancio, stanziati per l’occupazione: una cifra del genere non rappresenta certo ambizioni sostanziali che sostengano l’occupazione!
Iosif Matula (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della relazione sul bilancio della Commissione europea perché ritengo importante che l’Unione possa contare su un bilancio equilibrato e realistico, che effettivamente risponda alle aspettative dei cittadini che intendono uscire dall’attuale crisi economica, avere un lavoro ben retribuito e un futuro più sicuro. Credo che il sostegno finanziario alle piccole e medie imprese debba diventare prioritario in Europa perché le piccole e medie imprese svolgono un ruolo fondamentale garantendo molti posti di lavoro e promuovendo lo sviluppo delle regioni e delle zone rurali. Penso inoltre che i giovani siano estremamente importanti, sia adesso sia per il futuro dell’Unione, importanza che deve riflettersi nelle priorità di bilancio. I giovani sono al centro delle strategie sociali e di inclusione dell’Unione. La capacità innovativa dei giovani è una risorsa fondamentale per lo sviluppo e la crescita economica sulla quale l’Unione dovrebbe poter contare. Credo fermamente che investire nei giovani e nell’istruzione significhi investire nel presente e nel futuro, come si sottolinea nella strategia comunitaria per i giovani. Concordo con l’idea che la politica per i giovani tenga anche conto della preparazione al mercato del lavoro in ambito scolastico e universitario.
Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Voterò contro la relazione sulle priorità per il bilancio 2011 perché quest’ultimo attua le politiche eurocratiche dogmatiche e pericolose che aborro in tutta Europa e nel mondo. Non posso ragionevolmente votare per un bilancio che avalla così tanti potenziali disastri.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Dopo il fallimento della strategia di Lisbona, l’Unione ha un nuova opportunità di essere il grande catalizzatore dell’economia mondiale con la strategia per il 2020. Affinché questo nuovo piano abbia successo, è necessario che i vari bilanci che saranno approvati considerino prioritari diversi ambiti decisivi per il successo di detta strategia.
Parliamo di innovazione, sostegno ai giovani per intensificare la mobilità sociale e supporto consolidato alle piccole e medie imprese, che sono il vero volano dell’economia dei nostri Stati. Parimenti fondamentale è che si investa su vasta scala nel campo del cambiamento climatico, dell’ambiente e della politica sociale. Affinché la strategia per il 2020 consegua i propri obiettivi, è dunque indispensabile che si individuino nuove modalità di finanziamento e nuove fonti perché non possiamo procedere come in passato riassegnando fondi destinati alla politica agricola comune, alla politica di coesione o alle politiche strutturali.
Georgios Papastamkos (PPE), per iscritto. – (EL) Ho votato a favore della relazione sulle priorità per il bilancio 2011 anche per le proposte formulate a livello di finanziamento della PAC. In particolare, la relazione osserva che il finanziamento delle priorità rispetto alla futura strategia UE 2020 attraverso una possibile riassegnazione dei fondi non deve andare a discapito delle politiche comunitarie fondamentali come la politica di coesione, le politiche strutturali o la politica agricola comune, ribadendo la preoccupazione espressa durante l’approvazione del bilancio comunitario per l’anno corrente in termini di stretto margine per la spesa agricola e sostenendo la previsione di un margine sufficiente nel bilancio 2011. Un margine soddisfacente per la spesa agricola è particolarmente importante per affrontare le esigenze impreviste dei settori agricoli, soprattutto alla luce dell’instabilità dei prezzi.
Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo sulle priorità per il bilancio 2011 – sezione III – Commissione, confermando in tal modo che la priorità dei leader politici dell’Unione e degli Stati deve consistere nel mantenere i posti di lavoro esistenti e crearne di nuovi per consentire ai cittadini europei di vivere dignitosamente. La comunicazione della Commissione dal titolo “Europa 2020: una strategia europea per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva” costituisce la base per un dibattito ampio sulla strategia economica e sociale dell’Unione negli anni a venire. Ho inoltre votato a favore dell’emendamento n. 5 tenendo presente che la disoccupazione è un argomento fondamentale delle attuali discussioni e, per affrontare concretamente il problema del tasso di disoccupazione già elevato e in costante aumento, l’Unione europea deve attuare un’agenda sociale ambiziosa. L’Unione deve soprattutto investire in ricerca, trasporti e infrastruttura energetica per restare competitiva sulla scena mondiale. Inoltre, sia Stati membri sia Unione devono investire in istruzione e sviluppo dei giovani. Per questo programmi come ERASMUS, specialmente la sua sezione dedicata ai giovani imprenditori, devono essere considerati prioritari, valutazione che si rispecchia anche nel bilancio 2011.
Artur Zasada (PPE), per iscritto. – (PL) Sono stato lieto dell’esito della votazione sulla relazione Jędrzejewska concernente le priorità dell’Unione per il bilancio 2011 in merito alla quale ho ovviamente votato a favore. L’odierna votazione è stata eccezionale per due motivi. Innanzi tutto, è il primo bilancio adottato secondo le regole del trattato di Lisbona. In secondo luogo, è stato il Parlamento europeo a presentare per primo proposte in merito alle priorità, non la Commissione.
La relatrice ha accennato in maniera molto pertinente nel suo documento alla questione dei giovani e dell’istruzione. Durante una crisi, è particolarmente importante sostenere i giovani, per esempio aiutandoli a trovare il primo impiego o creare la propria attività. L’assenza di riferimenti sufficienti alla questione negli anni precedenti è oggi particolarmente visibile. Gli esperti di occupazione sottolineano che non sono soltanto i laureati ad avere difficoltà sul mercato del lavoro, ma anche i trentenni che sono ormai inseriti nel mercato da diversi anni.
Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (LT) Sostengo la relazione perché le circostanze in cui il bilancio 2011 sarà adottato saranno eccezionali, vista l’entrata in vigore del trattato di Lisbona e la perdurante crisi economica e finanziaria. Il bilancio dovrà essere accuratamente ponderato per garantire il conseguimento degli obiettivi indicati nel trattato di Lisbona come, per esempio, la creazione di un mercato interno comune dell’energia. Nella pianificazione del bilancio si dovrà inoltre prestare grande attenzione alle conseguenze della crisi finanziaria, ancora percepita da molti paesi, e gli sforzi da profondere per eliminarle efficacemente. La massima priorità dovrà continuare a essere attribuita al mantenimento e alla creazione di posti di lavoro, requisito strettamente correlato alla necessità di sostegno finanziario per le piccole e medie imprese, che possono creare molti posti di lavoro. Nell’approvare il bilancio 2011 del Parlamento europeo particolare attenzione dovrà inoltre essere rivolta alla valutazione della priorità del Parlamento, l’ottenimento di una capacità di legiferazione di alto livello, obiettivo per il quale si dovranno predisporre tutte le misure del caso. Sarà infine necessario individuare una soluzione appropriata per la questione dell’effettiva organizzazione del lavoro del Parlamento, compresa l’identificazione di un’unica sede di lavoro per gli europarlamentari.
Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) L’entrata in vigore del trattato di Lisbona comporta maggiori poteri per il Parlamento. In un mondo globalizzato, i problemi sono sempre più complessi e le decisioni devono essere tecnicamente solide e scientificamente fondate. E’ essenziale che i decisori politici siano consapevoli degli ultimi sviluppi scientifici, poiché questi consentiranno loro di prendere le migliori decisioni. Il bilancio oggi in discussione introduce orientamenti a lungo termine per la politica immobiliare che in futuro possa comportare minori costi.
Invito a una maggiore formazione dei parlamentari, offrendo loro supporto tecnico, poiché rappresentano le risorse necessarie affinché il Parlamento assolva adeguatamente i propri compiti con quel sostegno scientifico e tecnico tanto necessario nel XXI secolo.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Viste le maggiori responsabilità attribuite a tante istituzioni nel nuovo quadro, come è il caso del Parlamento, è fondamentale che il bilancio operativo di ciascuna di esse garantisca la disponibilità delle risorse umane e materiali necessarie affinché l’istituzione assolva i propri compiti entro il quadro istituzionale in maniera accurata ed eccellente.
Propugno dunque l’idea di un bilancio attuabile e realistico, un bilancio che tuttavia fornisca alle varie istituzioni i mezzi necessari per ottemperare ai propri doveri. Tali considerazioni non devono però mettere a repentaglio la sostenibilità del bilancio e il rigore della tenuta contabile, che sono fondamentali per ogni istituzione. Rigore e trasparenza vanno altresì garantiti nella gestione dei fondi messi a disposizione delle diverse istituzioni.
Alan Kelly (S&D), per iscritto. – (EN) La pianificazione del bilancio 2011 è estremamente importante e concordo con l’invito rivolto dalla relazione a una discussione trasparente e attentamente ponderata. La relazione ha anche ragione nell’affermare che la questione della soglia di bilancio è delicata e deve tenere presenti i costi globali. Mi compiaccio per la grande cautela adottata nella relazione. Accostarsi all’argomento con un approccio che non sia improntato alla massima cautela rappresenterebbe un insulto per i cittadini del mio paese e di tutta l’Europa che già devono affrontare le proprie preoccupazioni di bilancio. Vorrei inoltre cogliere questa opportunità per dire che spero che la nostra cautela ci consenta di dimostrare anche la nostra solidarietà e fratellanza ai colleghi greci e portoghesi che attualmente stanno vivendo un momento notoriamente difficile.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Il trattato di Lisbona ha conferito al Parlamento nuove responsabilità. Tale condizione significa ulteriore lavoro amministrativo, per cui i parlamentari hanno bisogno di persone qualificate che fungano da consulenti. La nuova situazione comporta due problemi: maggiori costi derivanti dalla necessità di un maggior numero di assistenti e ulteriore spazio necessario affinché assolvano i propri compiti in condizioni di lavoro adeguate. Il nuovo assetto implica dunque un aumento dei costi. E’ difficile spiegarlo in un momento di crisi, ma se il lavoro del Parlamento deve essere eccellente, è indispensabile che possa contare sulle necessarie risorse umane e finanziarie.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Ho votato a favore di questa importante relazione. Gli orientamenti rappresentano il primo passo nella procedura di bilancio poiché danno indicazioni generali al segretario generale e all’ufficio del Parlamento europeo per intraprendere il passo successivo, i progetti di stato di previsione preliminari, attualmente già dinanzi all’ufficio.
Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. – (PT) Le circostanze in cui viene adottato il bilancio 2011 sono eccezionali e, nel contempo, rappresentano una sfida. L’attuazione riuscita del trattato di Lisbona è una priorità superiore, mentre gli effetti della crisi economica, che si stanno facendo sentire nell’Unione europea, rendono il conseguimento di tale obiettivo ancor più impegnativo.
In tale contesto, il gruppo PPE al quale appartengo continua a ribadire la necessità di un bilancio sostenibile e rigoroso in cui ogni voce di spesa sia giustificata e in cui si possano assicurare in maniera sostenibile rigore ed efficienza. Chiedo pertanto che si proceda verso un bilancio a base zero, che sia garanzia di efficienza e risparmio. Per raggiungere meglio tale obiettivo, è urgente definire una politica immobiliare a lungo termine.
Convengo con la necessità di promuovere una maggiore cooperazione e un dialogo intenso a livello interistituzionale per utilizzare meglio le risorse in vari ambiti, tra cui politica immobiliare e traduzioni. Sottolineerei l’importanza di rendere l’eccellenza legislativa del Parlamento prioritaria fornendo alla Camera i mezzi necessari per assolvere compiutamente la sua funzione legislativa. Per questo ho votato a favore degli orientamenti per il bilancio 2011 enunciati nella relazione...
(La dichiarazione di voto è stata interrotta ai sensi all’articolo 170 del regolamento)
Sophie Auconie (PPE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione sulla politica comunitaria in materia di qualità dei prodotti agricoli perché mi pare estremamente rilevante in due ambiti. In primo luogo, sottolinea quanto sia importante che l’Unione europea protegga la qualità dei prodotti e rende tale obiettivo una priorità fondamentale della strategia agricola europea. In secondo luogo, difende il principio dell’identificazione geografica e delle specialità tradizionali presentandole come due elementi che contribuiscono alla competitività agricola europea e alla preservazione del patrimonio culturale. Da ultimo, la relazione sostiene i prodotti agricoli dei quali siano tanto fieri, chiedendo nel contempo le necessarie semplificazioni amministrative per quanto concerne la loro tutela.
Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione dal titolo “Politica di qualità dei prodotti agricoli: quale strategia seguire?” perché la qualità è un fattore decisivo per la competitività dei prodotti europei sui mercati internazionali.
In tale contesto, ritengo positiva l’introduzione sull’etichetta della menzione del luogo di produzione poiché ciò consente di fornire ai consumatori informazioni in merito ai livelli di qualità. Reputo inoltre positivo che la relazione si occupi di protezione ambientale e benessere degli animali.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Sarà necessario che la politica agricola comune si impegni per una maggiore qualità dei suoi prodotti agricoli, innegabile valore aggiunto per la competitività europea sul mercato globale. La politica di qualità non può essere disgiunta dalla politica agricola comune nel suo complesso né può essere scissa da nuove sfide come la lotta contro il cambiamento climatico, la necessità di preservare la biodiversità, le questioni legate all’approvvigionamento energetico, lo sviluppo delle bioenergie, il benessere animale e la gestione delle risorse idriche in agricoltura. Anche le crescenti aspettative dei consumatori devono essere opportunamente incorporate nella futura politica di qualità per i prodotti agricoli, senza dimenticare che la qualità conta per i consumatori informati nel momento in cui operano le proprie scelte.
Vorrei tuttavia ricordarvi che la politica di qualità dei prodotti agricoli non può essere tanto esigente da mettere in pericolo le aziende agricole di piccole e medie dimensioni o l’esistenza di prodotti tradizionali tipici di alcune regioni, la cui produzione non può essere assoggettata a norme ciecamente uniformi. Lo scopo della politica di qualità deve essere imprimere agli Stati membri slancio sul mercato globale e difendere i prodotti agricoli europei. Il suo scopo è servire produttori e consumatori.
João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Alcuni elementi della relazione in discussione sono positivi: per esempio, il suo sostegno alla creazione di strumenti che consentano la promozione e la pubblicizzazione dei produttori locali, nonché dei prodotti tradizionali e artigianali legati a zone specifiche e recanti una denominazione geografica, oppure il suo riconoscimento di quanto lenta, farraginosa ed eccessivamente costosa sia la procedura per i piccoli produttori nel momento in cui chiedono le certificazioni di qualità.
Tuttavia, la relazione tralascia questioni che sono fondamentali per la salvaguardia della qualità dei prodotti agricoli e la sostenibilità della produzione agricola nell’Unione: per esempio, le conseguenze della deregolamentazione del commercio mondiale e della liberalizzazione incontrollata dei mercati, ambedue nell’ambito di accordi bilaterali e nel quadro dell’Organizzazione mondiale del commercio, i vari pericoli intrinseci nell’introduzione degli organismi geneticamente modificati nell’ambiente nel modo in cui tale introduzione è avvenuta e, da ultimo, la necessità di una radicale riforma della politica agricola comune che sostenga la protezione locale, il diritto alla produzione e il diritto alla sovranità alimentare.
Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto. – (PL) Vorrei complimentarmi con il collega per la sua relazione e dirgli che concordo con l’idea che la politica di qualità dei prodotti agricoli non debba essere trattata disgiuntamente dalla politica agricola comune o dalle idee centrali della politica comunitaria per i prossimi anni come sviluppo sostenibile, biodiversità o lotta contro il cambiamento climatico.
I cittadini dell’Unione europea si aspettano qualità elevata e prodotti sani ottenuti usando tecnologie innovative che tengano conto dell’impatto ambientale del processo di produzione. Condivido inoltre il parere del relatore in merito alla conduzione di una campagna informativa ed educativa riguardante tutte le etichette europee per i prodotti agricoli che sono state approvate o sono in fase di approvazione. Una campagna del genere è fondamentale perché la comprensione non perfetta da parte dei consumatori del significato della simbologia mette in discussione l’intera politica di qualità.
Alan Kelly (S&D), per iscritto. – (EN) Vorrei elogiare i colleghi della commissione per l’agricoltura per questa relazione di iniziativa. La qualità dei nostri prodotti agricoli è un elemento da capitalizzare. Dedichiamo molto tempo nell’Unione europea a verificare che i massimi standard in agricoltura vengano rispettati, il nostro bestiame sia sano e trattato correttamente, i nostri prodotti siano sicuri, le nostre pratiche agricole siano etiche rispetto al loro impatto sull’ambiente. Ogni passo della catena di produzione nel comparto è regolamentato, per così dire dall’azienda agricola alla tavola. Per ottenere il massimo da questo elemento esclusivo del settore, la qualità elevata della sua produzione, dobbiamo promuoverlo ulteriormente, come si sottolinea nella relazione Scottà. E’ senza dubbio utilissimo avere prodotti etichettati secondo le zone di produzione o lo stato di specialità tradizionale; tuttavia, a meno che il consumatore non sia a conoscenza del significato di tutto questo, è come leggere di fatto una lingua incomprensibile. Concordo pertanto con l’idea che la raccomandazione formulata nella relazione affinché la Commissione promuova la conoscenza di tali informazioni rappresenti una forma efficace di marketing che aiuterà sia consumatori sia piccole aziende e potrebbe risultare particolarmente proficua per il nostro settore agroalimentare.
Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. – (DE) Appoggio incondizionatamente la relazione di iniziativa sulla politica di qualità dei prodotti agricoli (A7-0029/2010) in merito alla quale si è votato il 25 marzo 2010. Sussiste un chiaro legame tra la qualità dei prodotti e l’origine delle materie prime. La proposta riguardante la menzione del luogo di produzione sull’etichetta consentirà di indicare la provenienza delle materie prime, il che mi pare rappresenti un’opportunità importante per il settore agricolo, che fornisce prodotti agricoli di alta qualità. Un’etichettatura chiara in merito all’origine dei prodotti non soltanto garantisce ai consumatori la migliore qualità dei prodotti, ma consente anche loro di decidere sulla base di criteri oggettivi e trasparenti. La qualità è un elemento fondamentale dell’intera catena alimentare e un bene essenziale per sostenere la competitività dei produttori agroalimentari europei. La produzione di alimenti di alta qualità è spesso l’unica opportunità di lavoro in molte zone rurali con alternative produttive limitate. Sono pertanto decisamente favorevole all’indicazione geografica protetta e alla denominazione di origine protetta, unitamente alla reintroduzione di una denominazione regolamentata e protetta per i prodotti provenienti da regione montane e zone prive di OGM. Vanno inoltre mantenuti in essere i regimi per la specialità tradizionale garantita e l’agricoltura biologica.
Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della relazione perché appoggio una maggiore protezione dei prodotti europei nel mondo. Le indicazioni geografiche conferiscono ai prodotti agricoli maggiore credibilità e ne innalzano il profilo agli occhi dei consumatori, creando anche un ambiente competitivo per i produttori. Ciò garantisce nel contempo protezione ai diritti di proprietà intellettuale sui prodotti. Il sistema dell’indicazione geografica è già consolidato nell’Unione europea e in molti paesi extracomunitari come Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. L’Unione, però, ha purtroppo partner commerciali che non hanno promulgato normative in tale ambito. Per questo i prodotti europei non sono adeguatamente tutelati nei sistemi nazionali di tali Stati con conseguente rischio di contraffazione.
Astrid Lulling (PPE), per iscritto. – (DE) Sebbene sia del parere che dovremmo fare attenzione a ciò che chiediamo alla Commissione nelle nostre relazioni di iniziative, sono favorevole alla relazione sulla politica di qualità dei prodotti agricoli.
Sono in particolare a favore dell’esortazione a una maggiore sorveglianza e un migliore coordinamento tra Commissione e Stati membri in maniera da garantire che i prodotti alimentari importati rispondano alle norme di sicurezza alimentare e qualità dell’Unione, nonché ai suoi standard ambientali e sociali.
Nel caso dei prodotti freschi o trasformati contenenti un unico ingrediente, il paese di origine dovrebbe indicarlo per consentire ai consumatori di operare scelte informate e consapevoli in merito al loro acquisto.
Sono lieta che il mio emendamento contrario alla standardizzazione delle denominazioni di origine protette e delle indicazioni geografiche protette sia stato accettato in plenaria. Introdurre tali informazioni avrebbe reso superflue le denominazioni esistenti e arrecato notevole danno ai produttori con denominazioni di origine protette.
La questione della gestione quantitativa della produzione è stata deliberatamente omessa nella comunicazione della Commissione. Sono persuasa che abbiamo ancora bisogno di strumenti di controllo della produzione per garantire prezzi stabili ai produttori e dare loro sicurezza per pianificare il futuro, in maniera che possano rispondere alle notevoli aspettative dei consumatori e dei legislatori. Ciò vale non soltanto per la produzione di latte, ma anche in particolare per la viticoltura.
Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Questa relazione presenta un innegabile difetto: include la politica agricola nella logica egoistica del perseguimento del massimo profitto, esattamente il contrario del concetto che abbiamo di politica agricola. Pertanto, non posso assolutamente votare a suo favore. Tuttavia, alla luce dei miglioramenti che introduce, ritengo più saggio astenermi. In realtà, non voglio contribuire a ostacolare idee antiproduttiviste come il desiderio di introdurre l’etichettatura basata sull’“impronta ecologica” e delocalizzare parte della produzione agricola. Ho preso atto dell’intenzione di discostarsi dalla logica del produttivismo. Mi dispiace che si tratti soltanto di possibilità enunciate nel tempo, mentre la loro effettiva attuazione in un ambiente capitalista ne riduce notevolmente l’impatto. Non desidero tuttavia sottovalutare l’importanza di promuovere tali concetti.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) La qualità dei prodotti agricoli europei costituisce un patrimonio rispettato in tutto il mondo. Per questo si sente il bisogno di tutelare tali prodotti ed evitare che vengano confusi con altri di qualità inferiore, meno sicuri e talvolta contraffatti.
Per ovviare a tutto ciò, è fondamentale che questi prodotti siano etichettati, e si stanno compiendo tentativi per essere certi che i consumatori ottengano informazioni affidabili al riguardo. Inoltre, per evitare distorsioni della concorrenza, è sempre importante che sia perfettamente chiaro che i prodotti agricoli importati soddisfano i medesimi requisiti imposti ai prodotti ottenuti nell’Unione. Per questo ho votato a favore.
Tiziano Motti (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, grazie a normative europee che hanno fissato regole rigide per la qualità dei prodotti agricoli, la salute dei cittadini, la sostenibilità ambientale e la specificità delle coltivazioni, possiamo oggi dire con orgoglio che l’agricoltura europea è un modello che nel mondo primeggia senza pari.
E se, da un lato, si devono ringraziare gli agricoltori che, con grande senso del dovere, hanno applicato le regole, dall’altro dobbiamo purtroppo chiederci perché l’Unione europea a volte tenda a contorcersi in labirinti burocratici che rischiano di oscurare questa eccellenza e di creare solamente una grande delusione fra i cittadini.
Ecco che oggi i nostri cittadini iniziano la loro giornata con un buon succo d’arancia senza le arance, a pranzo accompagnano la pizza di mozzarella fatta di caseina con un vino rosé ottenuto mescolando vino rosso e bianco fermentato aggiungendo zucchero. In mancanza d’affetti possono sempre ripiegare su cioccolato senza cacao.
Nemmeno i bambini sono esenti dalle conseguenze di una schizofrenia distruttiva delle nostre bontà alimentari: in Europa rischiamo di consumare prodotti alterati di cui non conosciamo la provenienza, basti ricordare il latte alla melanina di produzione cinese.
I cittadini hanno il diritto di essere tutelati: per consentire al consumatore finale di compiere scelte consapevoli dobbiamo insistere affinché le etichette siano complete e comprensibili e i prodotti di largo consumo, come il latte vaccino sterilizzato o UHT a lunga conservazione e i prodotti lattiero-caseari derivati esclusivamente dal latte vaccino, riportino l’indicazione del luogo di origine del latte crudo impiegato, oltre alle altre indicazioni di legge.
Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore dell’emendamento n. 3 perché riguarda un passaggio della proposta di risoluzione che potrebbe essere interpretato come inteso a incoraggiare un ritorno alla standardizzazione dei prodotti agricoli (forma e dimensioni di frutta e verdura).
Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) La presente relazione sottolinea il ruolo fondamentale svolto da prodotti agricoli di alta qualità nella tutela dei consumatori, sottolineando inoltre l’importanza di sostenere i prodotti regionali tradizionali e le aziende agricole di piccole e medie dimensioni. Per questo ho votato a suo favore.
Georgios Papastamkos (PPE), per iscritto. – (EL) Ho votato contro l’emendamento n. 3 perché sono favorevole al ripristino degli standard commerciali nel settore della frutta. Ritengo che la decisione della Commissione di abolirli, nonostante l’opposizione di un’ampia maggioranza degli Stati membri e del settore produttivo in questione, sia inaccettabile.
L’Unione europea ha giustamente i massimi standard per i prodotti agroalimentari a beneficio dei consumatori europei. Nel contempo, la politica di qualità riveste un’importanza strategica in quanto è su di essa che poggia fondamentalmente il valore aggiunto dei prodotti agricoli europei sui mercati mondiali. Tuttavia, il rispetto di standard di qualità equivalenti da parte dei prodotti importati resta un problema. Occorre dunque catalogare tutti i sistemi di certificazione della qualità privati e adottare un quadro legislativo a livello europeo che enunci i principi di base affinché tali sistemi operino in maniera trasparente.
Sono favorevole all’etichettatura di tutti i prodotti agricoli primari con il luogo di produzione. Per quanto concerne le indicazioni geografiche, dobbiamo mantenere in essere i tre sistemi comunitari per i prodotti agricoli e gli alimenti, le bevande e i vini così come sono stati istituiti. E’ infine della massima importanza salvaguardare una migliore protezione delle indicazioni geografiche nell’ambito degli accordi commerciali bilaterali e in sede di OMC.
Rovana Plumb (S&D), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della relazione in quanto il rafforzamento della politica di qualità a livello di Unione è un incentivo importante affinché i produttori agricoli europei intensifichino gli sforzi profusi a sostegno della qualità, della sicurezza alimentare e del rispetto per l’ambiente. Credo che tale politica possa comportare un miglioramento notevole del valore aggiunto della produzione agroalimentare europea nell’ambito di un mercato sempre più globalizzato. Tuttavia, nel contempo, è necessario fornire informazioni migliori ai cittadini attraverso idonee campagne di informazione e promozione dell’etichettatura volontaria per altri metodi di produzione che rispettano l’ambiente e gli animali, come la “produzione integrata”, il “pascolamento all’esterno” e l’“agricoltura montana”.
Britta Reimers (ALDE), per iscritto. – (DE) All’atto della votazione sulla relazione Scottà concernente la politica di qualità dei prodotti agricoli si è accolto l’emendamento n. 5 che chiedeva l’etichettatura obbligatoria dell’origine degli alimenti costituiti da un solo ingrediente. Tale obbligo comporta un notevole incremento del carico di lavoro e maggiori costi per il settore agricolo e i trasformatori di prodotti alimentari senza offrire un reale valore aggiunto ai consumatori. Per questo motivo ho votato contro l’emendamento.
Robert Rochefort (ALDE), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione sul futuro della politica di qualità dei prodotti agricoli e alimentari. Sottolineiamo subito un elemento positivo del testo: la proposta di istituire un logo europeo per gli alimenti biologici. Questa è sia una richiesta chiara da parte dei consumatori sia un’esigenza che va rispettata per sviluppare il mercato interno.
Passo poi alla questione importante delle indicazioni geografiche e delle specialità tradizionali. Fondamentali per l’agricoltura europea in ragione dei legami privilegiati creati nel tempo tra prodotti e regioni, le indicazioni geografiche e le specialità tradizionali sono strettamente correlate alla tradizione e alla storia del gusto. Per questo dobbiamo tutelarle. Sono dunque lieto che ci si opponga alla fusione dei due concetti di DOP (denominazione di origine protetta) e IGP (indicazione geografica protetta) proposta dalla Commissione. E’ vero che una semplificazione delle norme potrebbe a prima vista sembrare auspicabile in termini di riduzione dell’onere burocratico, ma non deve sfociare in un abbassamento degli standard che i nostri produttori europei si sono coraggiosamente imposti. Infine, non dimentichiamo il lavoro ancora da svolgere per rafforzare la protezione a livello internazionale delle indicazioni geografiche, specialmente attraverso l’Organizzazione mondiale del commercio.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Ho infine votato a favore della risoluzione principalmente perché i nostri emendamenti nn. 3 (concernente l’opposizione alle norme di standardizzazione per frutta e verdura) e 5 (riguardante la menzione obbligatoria del luogo di origine) sono stati adottati.
Brian Simpson (S&D), per iscritto. – (EN) Sebbene siamo lieti di vedere che è prevalso il buon senso sulla povera frutta e verdura, i membri laburisti britannici ancora nutrivano preoccupazioni in merito alla relazione Scottà, per cui hanno votato contro. Ci opponiamo a qualsiasi tentativo di introdurre un logo di qualità dell’Unione a disposizione soltanto dei prodotti comunitari perché ciò costituirebbe una discriminazione ai danni degli agricoltori dei paesi terzi e non sarebbe in linea con i nostri obiettivi di sviluppo. Il partito laburista al Parlamento europeo è favorevole a un’etichetta biologica a livello europeo, ma la Commissione già è al corrente del fatto che il Parlamento sostiene l’idea e altri passaggi della relazione rivestono un’importanza tale da giustificare un voto contrario all’intera relazione.
Alf Svensson (PPE) , per iscritto. – (SV) L’Unione dovrebbe poter contare su una tutela forte del consumatore. I consumatori hanno diritto a informazioni precise e chiare sul contenuto e l’origine dei prodotti e il fatto che siano stati o meno geneticamente modificati. Regole comuni chiare creano le basi per un mercato funzionante in condizioni di parità all’interno dell’Unione. Se il mercato funziona in maniera corretta, consumatori informati possono, attraverso le proprie scelte, orientare lo sviluppo verso una qualità superiore degli alimenti. Ho però votato contro la relazione dal titolo “Politica di qualità dei prodotti agricoli: quale strategia seguire? (2009/2105(INI)) soprattutto perché la relazione viola il principio della sussidiarietà. Per esempio, non è compito dell’Unione creare una “banca dati europea contenente antiche ricette e metodi storici di preparazione degli alimenti”. A mio parere, si è posto troppo l’accento sulle indicazioni geografiche protette nella relazione. Ponendo eccessivamente l’enfasi sui prodotti ottenuti nell’Unione, vi è inoltre il rischio di frapporre barriere commerciali ai paesi extracomunitari. La menzione dell’origine è importante, ma in sé l’origine non è necessariamente garanzia di una qualità elevata del prodotto.
Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) L’obiettivo di alimenti adeguati, sicuri e di alta qualità risponde a un’esigenza umana, a una richiesta dei lavoratori che non può trovare realizzazione nell’ambito del metodo capitalista di produzione e scambio dei prodotti agricoli. La relazione esprime la filosofia dell’Unione secondo cui occorre produrre alimenti per incrementare gli utili dell’industria alimentare, non per soddisfare le esigenze alimentari dei cittadini. In un’epoca in cui un miliardo di persone muore di fame e la povertà colpisce ampie fasce della base nei paesi capitalisti, l’Unione sfrutta gli standard alimentari come pretesto per limitare la produzione e concentrare la terra nelle mani delle grandi aziende capitaliste estromettendo gli agricoltori piccoli e poveri dai loro terreni e dalla produzione agricola. Gli scandali alimentari che si sono moltiplicati negli ultimi anni a causa delle condizioni capitalistiche imposte dall’Unione e dall’OMC per la produzione alimentare non saranno mai affrontabili in maniera efficace con misure amministrative di controllo né gli OGM potranno convivere con cibi biologici e convenzionali. Soltanto la sicurezza e la sovranità alimentare, la salvaguardia di alimenti sicuri, sani ed economicamente accessibili, il sostegno agli agricoltori poveri e la creazione di cooperative di produzione in un quadro di economia popolare e potere al cittadino potrà permettere di rispondere alle esigenze moderne della base.
Sophie Auconie (PPE), per iscritto. – (FR) All’atto della votazione sulla relazione concernente gli effetti della crisi finanziaria ed economica globale sui paesi in via di sviluppo e la cooperazione allo sviluppo ho votato a favore dell’emendamento del paragrafo 31, che chiede l’introduzione di una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie. Sono invece profondamente convinta che una tassa, per quanto ridotta, su tali transazioni di importi notevoli consentirebbe di reperire ingenti somme di denaro. Potremmo dunque destinare maggiori risorse alla lotta contro le malattie che colpiscono il nostro pianeta e disporremmo dei fondi necessari per realizzare gli obiettivi di sviluppo del millennio. E’ più che una questione di giustizia; è una questione di buon senso.
Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. – (EN) Sono assolutamente a favore della relazione. La crisi economica e finanziaria mondiale ha creato notevoli turbative nelle economie sviluppate, ma avuto effetti ancora più profondi sui paesi emergenti e in via di sviluppo. Ora è in gioco il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del millennio perché i progressi compiuti in questi paesi nell’ultimo decennio si sono arrestati. Gli aiuti finanziari, da soli, non possono garantire progressi economici in tali paesi. La Commissione, pertanto, dovrebbe sollecitare la riforma della cooperazione internazionale allo sviluppo. Ritengo inoltre che l’assistenza ai paesi in via di sviluppo debba essere continuamente adeguata alle circostanze esistenti in quei paesi.
Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore della relazione perché dobbiamo aiutare i paesi in via di sviluppo, specialmente in questa congiuntura economica difficile. In molti paesi in via di sviluppo e specialmente nei paesi meno sviluppati si è registrato un calo del reddito da esportazioni e si è avuto un rallentamento della crescita e dello sviluppo delle regioni meridionali. E’ soprattutto importante concordare partenariati economici per rafforzare la compatibilità tra politica comunitaria per il bene dello sviluppo e, tra l’altro, promozione del lavoro sostenibile, del benessere e della creazione di posti di lavoro, garantendo la corretta attuazione degli impegni commerciali e l’applicazione di un idoneo periodo di transizione per ottemperare a tali impegni. I paesi in via di sviluppo hanno bisogno di aiuto per ridurre la povertà e l’isolamento, nonché di misure per contribuire allo sviluppo e provvedimenti essenziali per uscire dalla crisi. Nell’attuare tali interventi, l’Unione europea deve assumere l’iniziativa e agire in maniera risoluta, fine per il quale tutte le istituzioni comunitarie devono assumere maggiori impegni. Non possiamo permettere che la crisi arresti i progressi che tali paesi hanno compiuto negli ultimi decenni in termini di crescita economica stabile e, pertanto, ritengo fondamentale mettere a disposizione un maggiore sostegno allo sviluppo.
Andrew Henry William Brons (NI), per iscritto. – (EN) Ci siamo opposti alla proposta perché asseritamente attribuiva una responsabilità ai paesi europei per la drammatica situazione in cui versa il Terzo mondo sottosviluppato, anziché attribuire tale responsabilità ai paesi in questione. La relazione propugnava inoltre compiacente la creazione di varie forme di governo politico ed economico mondiale.
Maria da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) Ho espresso voto favorevole a questa relazione perché a mio giudizio presenta gli aspetti fondamentali per lo sviluppo sostenibile e la graduale integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale.
Sono i paesi in via di sviluppo i più colpiti dal riscaldamento globale, per cui è fondamentale intensificare tutte le misure per combattere il cambiamento climatico come il trasferimento delle tecnologie appropriate. Parimenti importante è giungere a un accordo sul sistema di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra dell’Unione nel cui ambito almeno il 25 per cento delle entrate generate dalla vendita all’asta delle licenze di emissione di anidride carbonica sarà usato come assistenza ai paesi in via di sviluppo.
Questioni come lo sviluppo sostenibile e la crescita ecologica devono essere priorità strategiche per l’Unione. Chiedo che si stanzino ulteriori fondi per i paesi in via di sviluppo, fondi che devono essere sostenibili a medio e lungo termine e provenire dal settore privato, il mercato del carbonio e il settore pubblico dei paesi industrializzati o dei paesi in via di sviluppo economicamente più avanzati.
Carlos Coelho (PPE), per iscritto. – (PT) La crisi finanziaria ed economica che ci sta devastando ha avuto effetti disastrosi nei paesi in via di sviluppo che sono già stati vittime di crisi successive (alimentare, energetica, climatica e finanziaria). Chi non ha causato la crisi, ma ne è più colpito, ha bisogno urgentemente di aiuto. L’Unione europea e i paesi sviluppati devono rispondere in maniera rapida, ferma ed efficace.
Credo che sia fondamentale che gli Stati membri ottemperino agli impegni ufficialmente assunti in materia di assistenza allo sviluppo e rafforzino l’impegno profuso per conseguire gli obiettivi di sviluppo del millennio. Anche Commissione e Consiglio devono premere affinché si proceda con la riforma della cooperazione internazionale allo sviluppo, che è una delle ragioni principali per cui gli aiuti allo sviluppo sono inefficaci. Apprezzo gli strumenti di finanziamento migliorati per i paesi più poveri concessi dagli istituti di credito. Questo tuttavia non basta. Appoggio gli appelli rivolti dalla relazione per un aumento sostenuto degli aiuti allo sviluppo.
Harlem Désir (S&D), per iscritto. – (FR) I paesi in via di sviluppo e in particolare i più poveri già duramente colpiti dalla crisi alimentare del 2007 oggi stanno subendo tutto il peso delle conseguenze economiche e sociali della crisi finanziaria internazionale iniziata nei paesi sviluppati. Questi ultimi ora sono propensi a ridurre i loro aiuti allo sviluppo per far fronte alle proprie difficoltà. I paesi in via di sviluppo stanno pertanto pagando il doppio per il disastro causato da un capitalismo globale non regolamentato. Ho votato a favore della relazione Guerrero Salom, la quale rammenta all’Europa le sue responsabilità e chiede rispetto per gli impegni assunti in relazione all’assistenza ufficiale allo sviluppo, specialmente l’obiettivo di versare un contributo pari allo 0,7 per cento del PIL allo scopo entro il 2015. Adottandola, il Parlamento chiede anche l’introduzione di una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie per sostenere lo sviluppo, l’accesso a prodotti pubblici globali e l’adattamento dei paesi poveri alle sfide poste dal cambiamento climatico. Appoggio la cancellazione del debito dei paesi meno sviluppati. Tutte queste raccomandazioni sono essenziali in vista della revisione degli obiettivi di sviluppo del millennio in settembre. L’Unione europea ha il dovere morale di introdurre senza indugio questi nuovi strumenti di solidarietà internazionale.
Lena Ek, Marit Paulsen, Olle Schmidt e Cecilia Wikström (ALDE), per iscritto. – (SV) Per noi liberali, l’investimento nei paesi in via di sviluppo è un’attività che mi sta molto a cuore. Apprezziamo il fatto che si individuino nuovi modi per ottenere fondi a favore dei paesi assistiti, ma vorremmo affermare con chiarezza che non crediamo che una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie sia la soluzione in grado di permetterci di conseguire gli obiettivi di sviluppo del millennio o correggere gli squilibri globali. E’ altresì importante sottolineare che sarà possibile introdurre tale tassa soltanto se sarà globale. Vorremmo invece ribadire quanto sia importante che gli Stati membri dell’Unione rispettino gli impegni correntemente assunti in merito ai livelli di assistenza stabiliti. Per generare sviluppo e crescita nei paesi in via di sviluppo, dovremmo promuovere il libero scambio e abolire le varie barriere comunitarie dirette e indirette al commercio.
Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione sugli effetti della crisi economica e finanziaria globale sui paesi in via di sviluppo e la cooperazione allo sviluppo.
E’ importante sottolineare che i paesi in via di sviluppo, sebbene non siano la fonte della crisi internazionale, ne sono colpiti in maniera spropositata. In quanto più grande donatore di aiuti ai paesi in via di sviluppo, l’Unione svolge un ruolo essenziale nell’assicurare la necessaria leadership in termini di adozione delle misure a livello internazionale per consentire il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del millennio.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Quando facciamo riferimento alla crisi finanziaria, economica e sociale che stiamo attualmente vivendo, parliamo di una crisi globale in cui è necessario prestare particolare attenzione ai paesi in via di sviluppo, che hanno subito l’impatto della crisi sia direttamente sia indirettamente. I meccanismi esistenti per aiutare i paesi più poveri e le loro popolazioni, che versano in condizioni di estrema povertà e miseria, devono essere applicati in maniera più efficace e mirata. Non devono creare dipendenza che potrebbe produrre effetti negativi su crescita, retribuzioni e occupazione.
E’ pertanto necessario garantire che gli strumenti e le politiche di sviluppo consentano uno sviluppo efficace. Ciò richiede un’azione più coordinata a livello bilaterale e multilaterale. E’ necessario agire a livello di aiuti umanitari, cooperazione e sviluppo e, in tale ambito, gli Stati membri, l’Unione europea e le organizzazioni internazionali svolgono un ruolo essenziale. Sono nondimeno contrario all’introduzione di una tassa internazionale sulle transazioni finanziarie (tassa Tobin) per aiutare a finanziare tali paesi in ragione dell’impatto che tale introduzione avrebbe sulla società in generale.
João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La relazione in discussione affronta temi estremamente importanti e formula una serie di argomentazioni corrette: per esempio, la chiusura dei paradisi fiscali, la cancellazione del debito estero di alcuni paesi, la necessità di maggiore impegno in termini di assistenza ufficiale allo sviluppo, una tassa sulle transazioni finanziarie.
Vanno tuttavia sottolineati alcuni elementi della relazione che sono negativi e persino contraddittori. Un esempio è rappresentato dall’argomentazione a favore della liberalizzazione del commercio in linea con i modelli che l’Unione europea ha seguito, specialmente attraverso gli accordi di partenariato economico che la Comunità ha cercato di imporre ai paesi ACP. Ciò è avvenuto nonostante la resistenza e le conseguenze negative segnalate da molti di questi paesi, per non parlare dell’insuccesso nell’affrontare il problema del debito estero in maniera più lungimirante.
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) I testi di questo Parlamento talvolta rasentano l’assurdo, ma devo dire che nel caso della relazione Guerrero Salom il Parlamento ha superato se stesso. Sorvolerò sulla richiesta inaccettabile di un governo economico e finanziario globale, così come sulla contraddizione in termini che consiste nel lamentare la dipendenza esterna dei paesi poveri consigliando loro nel contempo di aprirsi ancora maggiormente al commercio mondiale. Sorvolerò inoltre sulla condanna ipocrita e cito “nel quadro di una concezione della globalizzazione che lottava per una totale deregolamentazione e per il rifiuto di qualsiasi strumento di governabilità pubblica”, concetto che vi è appartenuto, ancora fondamentalmente vi appartiene e avete imposto per anni. A coronamento del tutto, vi è il paragrafo 26 nel quale si propone di seguire il consiglio di George Soros, che deve tutta la sua ricchezza alla speculazione, George Soros che, in collaborazione con altri fondi di copertura, scommette sul crollo dell’euro e specula sul debito greco per provocarlo, che non si preoccupa delle conseguenze sociali ed economiche delle sue azioni per imporre l’ordine economico globale da lui scelto! Pur vero è che anche voi condividete questo desiderio di un blocco euroatlantico unificato, un governo globale e una moneta globale.
Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. – (FR) Ho appoggiato la relazione del collega Guerrero Salom per ricordare agli Stati membri le loro responsabilità nei confronti dei paesi in via di sviluppo di fronte alle sfide globali poste dalla crisi economica e dal cambiamento climatico di cui non sono responsabili. L’Europa deve impegnarsi maggiormente per conseguire gli obiettivi di sviluppo del millennio; in altre parole, deve dedicare perlomeno lo 0,7 per cento del PIL alla lotta contro la povertà nei paesi in via di sviluppo entro il 2015. Per conseguire tale obiettivo, ho anche appoggiato l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, nonché l’analisi delle possibili alternative per cancellare il debito dei paesi più poveri. Infine, l’accesso ai diritti per quanto concerne salute sessuale e riproduttiva resta una priorità per il gruppo S&D, ed è su tale base che ho votato a favore della relazione.
Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Questo testo ha il merito di raccomandare l’introduzione di una moratoria sul debito e la cancellazione di tale debito per i paesi più poveri, propugnare la sovranità alimentare e impegnarsi a rispettare l’OIL. Ciò, tuttavia, non compensa il fatto che il testo si pone fermamente sul terreno del mercato del carbonio e della crescita economica, elogiando il libero scambio e un aumento dei servizi finanziari. Il testo sostiene l’implacabile logica del dogmatismo liberale. E’ pertanto pericoloso, per cui ho votato contro.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) Ho votato contro la relazione per diversi motivi. In primo luogo, le votazioni affrettate in plenaria su quelli che ritenevo essere voti fondamentali in merito agli emendamenti sui paragrafi 7, 31 e 34. In secondo luogo, la decisione concernente la cosiddetta salute sessuale e riproduttiva. Infine, la tendenza a istituire future tasse europee alle quali sono nettamente contrario, come ho dichiarato in diverse occasione, soprattutto durante la campagna per le elezioni parlamentari.
Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) La più grave crisi finanziaria ed economica dagli anni Trenta ha colpito l’Europa duramente. Tuttavia, i paesi in via di sviluppo stanno anch’essi subendo pesantemente i suoi effetti e sono in larga misura impotenti di fronte a tale crisi. Una speculazione irresponsabile, avida di facili profitti che sono completamente scollegati dall’economia reale nei paesi anglosassoni, e un sistema finanziario che si sta disfacendo hanno condotto il mondo sull’orlo di un abisso finanziario. Un’altra causa della crisi è un concetto di globalizzazione che ha fatto della totale deregolamentazione la sua massima priorità. I paesi dell’Europa stanno sprofondando ancor di più nel debito per rilanciare la loro economia. In molti casi, però, non è possibile per i paesi in via di sviluppo farlo a causa della loro situazione finanziaria disastrosa. Occorre pertanto dare loro l’occasione di proteggere più efficacemente le loro stesse economie nazionali da prodotti importati venduti a prezzi ribassati che distruggono i mercati locali e i mezzi di sussistenza della popolazione locale. Dobbiamo offrire ai paesi in via di sviluppo la possibilità di emergere dalla crisi con le loro stesse risorse. I tradizionali aiuti allo sviluppo sono stati in larga misura fallimentari nel conseguire tale obiettivo. In ultima analisi, dobbiamo affrontare il problema alla radice e imporre regolamentazioni rigide ai mercati finanziari evitando pratiche speculative e introducendo rapidamente una tassa sulle transazioni finanziarie. Il problema non potrà sicuramente mai risolversi con il tipo di “governo mondiale” proposto nella relazione, che deresponsabilizza ulteriormente sia cittadini sia Stato.
Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto. – (PL) La relazione della commissione per lo sviluppo concernente gli effetti della crisi finanziaria ed economica mondiale sui paesi in via di sviluppo e la cooperazione allo sviluppo giustamente osserva che negli ultimi due anni non vi è stata soltanto una crisi, bensì una serie di crisi correlate. Anziché indurre una riduzione degli aiuti allo sviluppo per i paesi in via di sviluppo, la situazione dovrebbe portare a un aumento.
L’obiettivo comune dovrebbe essere stanziare lo 0,56 per cento del prodotto interno lordo per gli aiuti allo sviluppo entro il 2010 e lo 0,7 per cento entro il 2015. Oltre agli aiuti temporanei sono anche necessarie altre misure che modificheranno l’architettura del governo economico mondiale. Ciò spiega il mio appoggio all’immediato assolvimento degli obblighi assunti durante il vertice del G20 di Pittsburgh in merito a un trasferimento di una quota del FMI ai paesi emergenti e in via di sviluppo pari almeno al 5 per cento e un aumento almeno del 3 per cento del potere di voto all’interno della Banca mondiale per i paesi in via di sviluppo e in transizione.
Tali misure dovrebbero essere correlate all’intervento da porre in essere per abolire i paradisi fiscali. Una soluzione importante per il sistema finanziario, la cui introduzione vale la pena di prendere in esame, è quella nota come tassa Tobin. Tenuto conto del fatto che la relazione della commissione contiene tutte le proposte di cui sopra, ho deciso di votare a favore della sua adozione.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Sono lieto che la relazione sia stata adottata, sebbene con una maggioranza molto contenuta (283 voti favorevoli, 278 contrari e 15 astensioni), specialmente perché alcune votazioni per parti separate richieste dal PPE per indebolire la relazione in alcuni paragrafi – tassazione del sistema bancario per la giustizia sociale globale, tassa internazionale sulle transazioni finanziarie, moratoria sul debito e cancellazione del debito – non hanno sortito l’effetto desiderato. Tutti questi paragrafi sono stati adottati con una comoda maggioranza.
Alf Svensson (PPE) , per iscritto. – (SV) Il 25 marzo ho votato contro la relazione in merito agli effetti della crisi finanziaria ed economica sui paesi in via di sviluppo e la cooperazione allo sviluppo (2009/2150(INI)) essenzialmente in ragione della formulazione del paragrafo 31 inerente la tassazione del sistema bancario e l’imposizione di un tributo sulle transazioni internazionali. Introducendo una “tassa Tobin” si correrebbe il rischio di produrre effetti collaterali indesiderati che nuocerebbero al mercato internazionale, che è ovviamente il mercato in cui i paesi poveri devono essere coinvolti per permettere il loro sviluppo economico in condizioni di parità. Dal mio punto di vista, non è chiaro come la tassa Tobin possa contribuire a impedire future crisi finanziarie senza un consenso e un sostegno globale.
Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo concernente gli effetti della crisi finanziaria ed economica globale sui paesi in via di sviluppo e la cooperazione allo sviluppo perché questi paesi sono i più colpiti dalla crisi economica e finanziaria. Notiamo con preoccupazione che, secondo le stime, i paesi in via di sviluppo potrebbero registrare un deficit finanziario nel 2010 di oltre 300 miliardi di dollari e i crescenti problemi di bilancio nei paesi più vulnerabili stanno mettendo a repentaglio il funzionamento e lo sviluppo di settori fondamentali come istruzione, sanità, infrastrutture e protezione sociale, per un valore superiore a 11,5 miliardi di dollari. Inoltre, i paesi in via di sviluppo sono anche i più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico. Di conseguenza, chiediamo alla Commissione e agli Stati membri di sostenere tutte le azioni volte a combattere il cambiamento climatico e, in tale contesto, accelerare il trasferimento di tecnologie idonee ai paesi in via di sviluppo. Ho inoltre votato affinché gli Stati membri e la Commissione dedichino particolare attenzione alla promozione e alla protezione di un lavoro dignitoso e misure per combattere la discriminazione di genere e il lavoro minorile aderendo alle raccomandazioni formulate in merito dall’Organizzazione mondiale del lavoro, il cui ruolo dovrebbe essere consolidato.
Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. – (RO) L’area dell’euro si è dovuta confrontare con una crisi economica di notevole gravità negli ultimi due anni. La coesione delle politiche applicate dalla BCE e misure coerenti, e comunque rilevanti, hanno garantito che l’impatto della crisi in tale zona sia stato contenuto il più possibile. La Grecia ha fatto eccezione a causa di errori sistemici commessi nel tempo e tenuti nascosti. L’impatto della crisi economica è stato sentito molto di più al di fuori dell’area dell’euro a livello comunitario. Un esempio è rappresentato dalla Romania dove, nonostante misure economiche appropriate correntemente intraprese, l’impatto della crisi è notevole. Gli effetti sarebbe stati notevolmente inferiori se vi fosse stata responsabilità fiscale e la Romania non fosse entrata nel primo anno della crisi, il 2009, con un deficit di bilancio del 5,4 per cento in un momento in cui, solo un anno prima, aveva registrato una crescita economica record. Sebbene gli Stati della zona dell’euro abbiano già segnalato nell’ultimo semestre un ritorno all’attivo delle loro economie, i primi segni di ripresa economica, sebbene alquanto modesti, sono visibili in Romania soltanto adesso. Ciò, tuttavia, non è sostenibile senza una drastica riduzione del deficit di bilancio, necessaria per evitare di ritrovarci nella stessa situazione della Grecia. E’ necessario introdurre immediatamente i meccanismi per imporre penali agli Stati membri in caso di mancato rispetto degli indicatori macroeconomici fondamentali.
Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Ho votato contro la relazione della BCE per il 2008. Dal 2008 la BCE ha fornito liquidità alle banche d’affari, ma senza fissare regole e criteri specifici e rigorosi in merito all’uso di tale ulteriore disponibilità. Di conseguenza, si è registrata una riduzione dei finanziamenti concessi alle piccole e medie imprese e ai consumatori e non si è avuta la prevista riduzione dei tassi di credito al consumo. Nel contempo, la BCE ha dimostrato ancora una volta di non essere in grado di porre fine all’escamotage delle banche d’affari che prendono in prestito denaro dalla BCE a un tasso dell’1 per cento e prestano a loro volta denaro agli Stati a tassi di interesse notevolmente superiori. Va riconosciuto che l’indipendenza delle banche centrali non è stata la scelta giusta, sia dal punto di vista del controllo politico e democratico sia dal punto di vista dell’efficacia economica. Ora abbiamo bisogno non soltanto di una regolamentazione rigorosa del settore finanziario, bensì anche di una limitazione della sua entità e importanza rispetto all’economia reale.
Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Il modo in cui la Banca centrale europea ha introdotto misure in risposta all’attuale crisi economica, finanziaria e sociale ha svolto un ruolo fondamentale, soprattutto attraverso le misure che hanno consentito agli Stati membri, tra l’altro, di mantenere la propria liquidità, concedere credito alle imprese e ridurre i tassi di interesse.
Ritengo pertanto che le strategie di uscita debbano prevedere strumenti per una vera stabilità dei mercati finanziari o subire il ritorno di una versione rafforzata degli effetti che abbiamo già visto, il cui impatto è stato attenuato da tali misure. Sono inoltre del parere che dovremmo pensare di adeguare il Patto di stabilità e crescita. Lo scopo sarebbe renderlo più flessibile e adattarlo a situazioni eccezionali come quella che stiamo attualmente vivendo.
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Come sappiamo, le decisioni della Banca centrale europea (BCE) sono in parte responsabili della crisi che stiamo attraversando. E’ interessante notare come la stessa relazione non si esima dal formulare alcune critiche nei confronti degli interventi della BCE. Ciò vale, come è ovvio, quando nota che le proiezioni economiche della BCE, come quelle del Fondo monetario internazionale e altre istituzioni internazionali, non sono riuscite a prevedere la gravità della recessione nel 2008. Lo fa per esempio quando “constata che […] i tagli dei tassi di interesse operati dalla BCE sono stati meno radicali di quelli effettuati da altre banche centrali, compresa la Riserva Federale statunitense e la Banca d’Inghilterra nel Regno Unito”.
La relazione prosegue nondimeno difendendo la BCE e i suoi orientamenti, anche creando notevoli contraddizioni. Per questo abbiamo votato contro. Vi sono invece altri aspetti che meritano una riflessione, specialmente quando si esprime “disappunto dinanzi al fatto che le dosi supplementari di liquidità iniettate dalla BCE non abbiano sufficientemente attenuato la stretta creditizia che affronta l’industria, in particolare le piccole e medie imprese, e siano invece state utilizzate da alcune banche per migliorare i loro margini e compensare le loro perdite”.
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Complimentarsi con la Banca centrale europea per i suoi interventi nel 2008 è un esercizio forzato al quale mi rifiuto di unirmi. La BCE non si è resa conto che stava arrivando una grave crisi e non ha esattamente brillato neanche a livello di regolamentazione, tutt’altro che perfetta. Non penso che dalla crisi si siano tratte lezioni: ancora abbiamo fiducia in un manipolo di agenzie di rating anglosassoni che oggi non sono più in grado di valutare gli Stati di quanto lo fossero ieri di valutare banche e prodotti finanziari tossici. Continuiamo a voler “rassicurare” mercati del tutto irrazionali che amplificano una speculazione ostile contro uno Stato, laddove dovremmo eliminare la speculazione rinunciando all’ortodossia monetaria. Ci prepariamo a un repentino ritorno alle stesse politiche che hanno contribuito alla crisi nel nome della “sostenibilità delle finanze pubbliche”, ma a discapito di una potenziale ripresa e del potere di acquisto dei nuclei familiari. Soprattutto, non facciamo alcunché di concreto per cambiare il sistema. La legislazione che pretendete di considerare urgente per prendere in giro l’opinione pubblica è rinviata a dopo le delicate scadenze elettorali di Brown e Merkel. E’ un errore! I loro potenziali sostituti sarebbero “compatibili con il mondo” tanto quanto lo sono loro.
Alan Kelly (S&D), per iscritto. – (EN) Non vi è molto da dire in merito a questa relazione che non sia già evidente. Come è ovvio, più che in qualunque altro caso, è necessario che istituzioni finanziarie si fermino un attimo a rivalutare il loro approccio. Nelle ultime due settimane, due ex funzionari ai vertici della più grande banca irlandese sono stati arrestati in occasione di una serie di retate. Un’affermazione drammatica della necessità di una gestione finanziaria morale e responsabile. Vorrei soltanto formulare un commento, ossia la necessità sempre più impellente di trasparenza nelle nostre istituzioni finanziarie, siano esse regionali, nazionali o comunitarie. La relazione chiede una maggiore trasparenza che sono certo sarà sostenuta dalla maggioranza dei parlamentari.
Arlene McCarthy (S&D), per iscritto. – (EN) I colleghi laburisti ed io sosteniamo fermamente il lavoro del relatore Scicluna. Richiamo in particolare l’attenzione sull’accento posto dalla relazione sull’importanza della crescita economica come strumento migliore per affrontare i disavanzi eccessivi. Questa è una risposta chiara a coloro che eccessivamente si concentrano su tagli di spesa a breve termine, che di fatto potrebbero mettere a repentaglio la crescita a lungo termine. I deficit devono essere stabilmente ridotti negli anni a venire, man mano che l’economia si riprende dagli effetti della crisi finanziaria; tuttavia, sviluppare il nostro modo di uscire dalla crisi è l’unica alternativa efficace per garantirci una sostenibilità fiscale a lungo termine e proteggere i cittadini.
Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. – (FR) Voterò contro tale relazione che ciecamente promuove la logica neoliberale responsabile della crisi economica, sociale e ambientale di cui stiamo subendo le conseguenze. Il testo propostoci non è solo estremamente dogmatico, ma dà anche prova di disprezzo per i popoli, in particolare quello greco. Come può il Parlamento votare per un testo tanto vergognoso da rimettere in discussione l’ingresso della Grecia nell’area dell’euro alla luce del disavanzo di bilancio creato dalle politiche che esso stesso appoggia? Chiaramente questa Europa è un ennesimo nemico del popolo.
Nuno Melo (PPE), per iscritto. – (PT) La grave crisi economica che l’intero mondo sta subendo contemporaneamente si sta facendo sentire con particolare acutezza nell’Unione europea. La risposta della Banca centrale europea alla crisi è stata efficace, sebbene talvolta abbia agito tardivamente o in maniera poco risoluta, in particolare per quanto concerne la politica di riduzione dei tassi di interesse, politica attuata in maniera più efficace e radicale dalla Banca d’Inghilterra nel Regno Unito e dalla Riserva federale statunitense.
Dobbiamo trarre lezioni dagli errori commessi in maniera che in futuro possano essere evitati. Va sottolineato che il trattato di Lisbona ha trasformato la BCE in un’istituzione comunitaria. Ciò ha comportato un aumento della responsabilità del Parlamento perché la Camera è diventata l’istituzione attraverso la quale la BCE ora è responsabile nei confronti del pubblico europeo.
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (ES) Come la stragrande maggioranza della Camera, ho votato a favore della presente relazione. Il suo tema non era controverso e non vi sono stati emendamenti durante la plenaria che avrebbero potuto sovvertire il contenuto di base del documento.
Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. – (PL) La relazione annuale della BCE per il 2008 rispecchia bene le cause e le circostanze della crisi. Il 2008, che ha visto l’inizio della fase acuta della più grande crisi economica degli ultimi decenni, ha determinato i modi in cui l’economia mondiale e quella europea si sarebbero sviluppate per un lungo periodo a venire.
Per la Banca centrale europea gli ultimi due anni sono stati senza dubbio il periodo più difficile della sua storia. La BCE ha dovuto affrontare una crisi che ha colpito duramente l’economia europea. L’aumento del disavanzo di bilancio degli Stati membri abbinato al debito crescente sono le principali conseguenze macroeconomiche della crisi. Secondo il trattato, la BCE è la prima responsabile della “stabilità dei prezzi”, il che significa inflazione bassa. La BCE ha svolto il proprio ruolo? E’ difficile dirlo con certezza. E’ vero che l’attuale livello di inflazione è al di sotto del tetto fissato dalla BCE, ma va sottolineato che nei primi mesi della crisi ha raggiunto il massimo livello mai registrato nell’area dell’euro, per poi scendere bruscamente soltanto in un momento successivo.
Penso tuttavia che questa instabilità possa spiegarsi con la sorpresa causata dalla crisi. Dall’ottobre 2008 in poi, la politica monetaria della BCE può essere descritta soltanto come attiva e flessibile. La BCE ha adottato una diversa strategia per la crisi rispetto ad altre banche centrali importanti del mondo. Ancora attendiamo i risultati di tali azioni. L’Europa sta uscendo dalla crisi, ma la situazione è ancora incerta. La BCE è pronta all’eventualità di un’altra crisi, un’eventualità ventilata da alcuni economisti?
Peter Skinner (S&D), per iscritto. – (EN) Apprezzo la relazione del collega Scicluna, il quale ha presentato una posizione ponderata e lavorato di fatto duramente affinché per la risoluzione si giungesse a una sola votazione. Al riguardo, vi sono stati molti compromessi che tendono a mascherare differenze pur esistenti. Mi preoccupa in particolare il fatto che, in un momento in cui ci si interroga in merito al ruolo della Riserva federale statunitense, nel nostro dibattito non ci si interroghi parimenti sulla BCE. Motivo di particolare interesse è chiedersi se la microvigilanza sia rilevante e se la BCE, visto il suo ruolo nella recente crisi, sia automaticamente qualificata per essere coinvolta così direttamente in tale impresa o rechi con sé un notevole rischio a livello di reputazione.