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Resoconto integrale delle discussioni
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Giovedì 8 luglio 2010 - Strasburgo Edizione GU
1. Apertura della seduta
 2. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
 3. Il futuro della PAC dopo il 2013 (discussione)
 4. Implicazioni per l'agricoltura dell'UE della riapertura dei negoziati con il Mercosur per la conclusione di un accordo di associazione - Preparativi per il prossimo vertice UE-Brasile in programma il 14 luglio 2010 a Brasilia (discussione)
 5. Disposizioni per l’importazione nell’UE di prodotti della pesca e dell’acquacoltura in vista della futura riforma della politica comune della pesca (PCP) (discussione)
 6. Turno di votazioni
  6.1. Accordo UE / Stati Uniti d’America sul trattamento e il trasferimento di dati di messaggistica finanziaria dall’Unione europea agli Stati Uniti ai fini del programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (A7-0224/2010, Alexander Alvaro) (votazione)
  6.2. Servizio europeo per l'azione esterna (A7-0228/2010) (votazione)
  6.3. Kosovo (B7-0409/2010) (votazione)
  6.4. Albania (B7-0408/2010) (votazione)
  6.5. Situazione in Kirghizistan (B7-0419/2010) (votazione)
  6.6. AIDS/HIV in vista della XVIII conferenza internazionale sull'AIDS (18-23 luglio 2010 a Vienna) (B7-0412/2010) (votazione)
  6.7. Entrata in vigore della Convenzione sulle munizioni a grappolo (CCM) il 1° agosto 2010 e ruolo dell'UE (B7-0413/2010) (votazione)
  6.8. Il futuro della PAC dopo il 2013 (A7-0204/2010, George Lyon) (votazione)
  6.9. Disposizioni per l’importazione nell’UE di prodotti della pesca e dell’acquacoltura in vista della futura riforma della politica comune della pesca (PCP) (A7-0207/2010, Alain Cadec) (votazione)
 7. Rettifica (articolo 216 del regolamento): vedasi processo verbale
 8. Dichiarazioni di voto
 9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 11. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto
  11.1. Zimbabwe, in particolare il caso di Farai Maguwu
  11.2. Venezuela, in particolare il caso di Maria Lourdes Afiuni
  11.3. Corea del Nord
 12. Turno di votazioni
  12.1. Zimbabwe, in particolare il caso di Farai Maguwu (B7-0415/2010) (votazione)
  12.2. Venezuela, in particolare il caso di Maria Lourdes Afiuni (B7-0414/2010) (votazione)
  12.3. Corea del Nord (B7-0416/2010) (votazione)
 13. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 14. Composizione delle commissioni: vedasi processo verbale
 15. Richiesta di revoca dell'immunità parlamentare: vedasi processo verbale
 16. Composizione del Parlamento: vedasi processo verbale
 17. Verifica dei poteri: vedasi processo verbale
 18. Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi processo verbale
 19. Dichiarazioni scritte inserite nel registro (articolo 123 del regolamento): vedasi processo verbale
 20. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale
 21. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale
 22. Interruzione della sessione
 ALLEGATO (Risposte scritte)


  

PRESIDENZA DELL’ON. MARTÍNEZ MARTÍNEZ
Vicepresidente

 
1. Apertura della seduta
Video degli interventi
  

(La seduta inizia alle 9.00)

 

2. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale

3. Il futuro della PAC dopo il 2013 (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A7-0204/2010), presentata dall’onorevole Lyon a nome della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, sul futuro della politica agricola comune dopo il 2013 (2009/2236(INI)).

Siamo lieti di porgere il benvenuto al Commissario Cioloş. A Strasburgo la Commissione procede ad hoc alla designazione dell’uno o dell’altro Commissario affinché presenzino alle sedute, ma ritengo sia segno di notevole responsabilità il fatto che il Commissario incaricato del settore in discussione sia presente e partecipi alla discussione. Credo che si tratti di un dettaglio estremamente positivo.

 
  
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  George Lyon, relatore. − (EN) Signor Presidente, vorrei esordire esprimendo il mio rammarico ai colleghi tedeschi e i miei complimenti ai colleghi spagnoli per l’eccellente partita di ieri sera.

Illustrerei quelle che reputo siano le due domande fondamentali a cui dobbiamo rispondere in termini di riforme della PAC. A che cosa serve la PAC? Ha ancora senso nel XXI secolo? In quest’epoca di crisi economica, finanze pubbliche gravate di debiti e austerity di bilancio, è essenziale che la PAC dia risposte a tali domande se vogliamo che i contribuenti continuino a fornire in futuro quel sostegno tanto necessario ai nostri coltivatori.

Una delle sfide fondamentali con le quali la società deve confrontarsi è come soddisfare una domanda mondiale di cibo crescente, che secondo le stime della FAO dovrebbe raddoppiare entro il 2050. La grande sfida attuale è come reagire a tale raddoppio della domanda alimentare in un contesto di meno terre, meno acqua e meno energia a causa dell’impatto del cambiamento climatico. Come far quadrare il cerchio ed evitare la tempesta perfetta prevista dal capo consulente scientifico del Regno Unito, Sir John Beddington, quando ha detto nel 2009 che ci dirigiamo verso una tempesta perfetta nel 2030 perché tutti questi fattori stanno agendo nello stesso arco temporale? Se non affrontiamo la questione, possiamo aspettarci una grave destabilizzazione, un aumento dei rivolgimenti popolari e problemi potenzialmente significativi a livello di migrazione internazionale perché la gente si sposta per evitare penuria di cibo e acqua.

Questa è la portata della sfida. Penso che affrontare il cambiamento climatico e rendere la nostra produzione agricola più sostenibile siano obiettivi da porre al centro della riforma in atto. Sono passi indispensabili se vogliamo continuare a garantire la sicurezza alimentare ai nostri cittadini europei e contribuire a rispondere a una domanda mondiale di cibo in aumento.

La riforma dovrebbe inoltre incoraggiare una crescita verde attraverso lo sviluppo di risorse rinnovabili su piccola scala come vento, biomassa, biogas e biocombustibili di seconda generazione. Ciò contribuirebbe a creare posti di lavoro e offrirebbe opportunità concrete agli agricoltori per diversificarsi e generare reddito extra. Dobbiamo altresì rispondere alla richiesta di maggiore salvaguardia ambientale assicurando che i coltivatori abbiano la possibilità di partecipare ai regimi agroambientali affinché la maggioranza dei terreni agricoli ne sia coperta nel corso della prossima riforma. Usando la carota anziché il bastone, ed è un principio molto importante quello di incoraggiare con la carota anziché brandire il grande bastone delle norme e delle regolamentazioni, si otterrà il coinvolgimento degli agricoltori in tale compito.

Volano della riforma deve essere anche l’equità: equità nei confronti dei vecchi Stati membri, ma anche equità nei confronti dei nuovi nella distribuzione degli stanziamenti per i pagamenti diretti nell’Unione, distribuzione equa tra i coltivatori e gli Stati membri ponendo fine ai pagamenti storici entro il 2020. Non può ritenersi giusto né giustificato continuare a effettuare pagamenti sulla base dell’attività svolta circa un decennio fa. Abbiamo inoltre bisogno di equità per gli agricoltori nella catena alimentare affinché possano assumere il potere della molteplicità. Pertanto al centro della riforma in corso è necessario porre l’equità e il principio dell’equità.

Parimenti dobbiamo affrontare la questione della volatilità del mercato, ma al riguardo esorto a una certa prudenza. Abbiamo certamente bisogno di interventi e aiuti privati all’ammasso. Sicuramente dobbiamo esaminare altri strumenti come l’assicurazione dei rischi e i futuri mercati. Senza dubbio ci serve la nostra specifica linea di bilancio di riserva per finanziare azioni in termini di crisi. Dovremmo tuttavia respingere qualsiasi ipotesi di un ritorno alla gestione su vasta scala dei mercati, tipica del passato. Il sistema è già stato sperimentato e ha fallito. Suggerirei, dunque, di non ripercorrere la stessa strada.

In conclusione, confido nel fatto che questa Camera sostenga le nostre riforme ammodernando la PAC e orientandola diversamente per rispondere alle nuove sfide del XXI secolo. Appoggiando questa relazione, il Parlamento darà la propria impronta alla discussione stabilendone l’ordine del giorno e inviterei il Commissario a sfruttare le nostre idee per informare le sue proposte sulla riforma della PAC al momento della loro pubblicazione nel prossimo novembre.

 
  
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  Dacian Cioloş, membro della Commissione. − (FR) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, sono ovviamente molto onorato di partecipare a queste discussioni, che mi interessano particolarmente in quanto dovrò formulare proposte sulla riforma della politica agricola comune. Come ho detto in precedenza nelle mie audizioni dinanzi al Parlamento, ritengo che il rapporto con questa Camera sia fondamentale per intraprendere in ultima analisi una riforma della politica agricola comune che sia più allineata alle aspettative dei cittadini e anche meglio compresa da loro.

Vorrei ringraziare sentitamente l’onorevole Lyon per la relazione oggi posta ai voti, nonché tutti i suoi collaboratori e, naturalmente, i membri della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale che hanno presentato emendamenti arricchendo indubbiamente il testo.

Apprezzo altresì l’invito rivolto nella relazione e la volontà di una comunicazione migliore rispetto alla politica agricola comune e alla futura organizzazione dell’agricoltura nell’Unione europea. Penso che, oltre i suoi contenuti tecnici estremamente importanti, la relazione sia già un ottimo strumento di comunicazione di informazioni sulla politica agricola comune, ciò che è stata sinora, il bisogno di tale politica in futuro e la necessità che tale politica si evolva.

Parimenti prendo atto dell’esortazione a rifondere la politica agricola comune in linea non soltanto con il trattato di Lisbona, che definisce obiettivi chiari per la PAC, bensì anche con la strategia Europa 2020. Penso che abbiamo di fronte a noi l’opportunità di adeguare meglio la nostra politica agricola comune alle attuali aspettative dei cittadini, oltre i suoi tradizionali obiettivi di garanzia della sicurezza dell’approvvigionamento dei mercati.

Nella relazione si raccomandano anche misure per migliorare il funzionamento della catena alimentare e l’equilibrio tra i diversi operatori all’interno di tale catena, oltre alla trasparenza delle posizioni e al potere negoziale dei produttori agricoltori. Questi sono elementi che si rispecchieranno non soltanto nella riforma della PAC, bensì anche in altre iniziative che saranno proposte dalla Commissione.

Ho letto peraltro con estrema attenzione le vostre proposte sul futuro dei pagamenti diretti come strumento non solo per garantire la stabilità del reddito degli agricoltori, bensì anche per assicurare un livello minimo di fornitura di beni pubblici. In questo caso, ritengo, si tratti di un nuovo concetto di pagamenti diretti, una nuova giustificazione legata alla garanzia di un reddito di base minimo agli agricoltori, ma anche l’incentivo a produrre beni pubblici.

Ho preso altresì atto del suggerimento secondo cui i criteri che presiedono alla distribuzione di tali pagamenti diretti dovrebbero essere rivisti, iniziando da questo nuovo criterio, ma anche per garantire una distribuzione più uniforme tra i vari Stati membri, le regioni e le categorie di coltivatori, tenuto anche conto della natura specifica dell’agricoltura nelle zone difficili e meno favorite.

Riscontro peraltro, come ha affermato l’onorevole Lyon, la necessità di continuare a garantire che la PAC sia incentrata sul mercato, risultato che va conseguito in maniera misurata al fine di evitare che gli agricoltori si debbano confrontare con mercati molto caotici. Da questo punto di vista, penso che l’attenzione per i mercati sia perfettamente compatibile con il miglioramento dei meccanismi di gestione dei mercati come mezzi per assicurare più specificamente che tali mercati possano funzionare in modo corretto senza incidere, come dicevo, sul conseguimento degli obiettivi volti al mantenimento dell’agricoltura in tutta Europa e alla conservazione della diversità della nostra agricoltura.

Ho qualche commento da formulare in merito agli emendamenti presentati che presto saranno discussi. Penso che la produzione alimentare sia un obiettivo importante della PAC. Tale produzione è remunerata direttamente dai mercati, ma dobbiamo tenere conto anche dei beni pubblici, che non sono remunerati dai mercati e devono essere coperti da un contributo finanziario pubblico. Nella produzione agricola si possono considerare dunque due aspetti: produzione alimentare e produzione di beni pubblici, con aspetti che sono remunerati dai mercati e altri che non lo sono e devono essere sostenuti dalle finanze pubbliche.

Per quanto concerne la struttura della politica agricola comune, ho ribadito varie volte che, a mio parere, la politica agricola comune deve essere costituita da due pilastri non soltanto per rendere più chiaro il conseguimento degli obiettivi della PAC, bensì anche per garantire che gli strumenti a nostra disposizione siano gestiti meglio. Abbiamo strumenti che devono essere applicati annualmente e i cui risultati sono misurabili su base annua, ma abbiamo anche alcune misure che devono essere applicate in più anni nell’ambito di programmi che richiedono diversi anni per dare risultati. Per garantire una gestione migliore delle risorse e dei mezzi a nostra disposizione nel quadro della politica agricola comune, penso che ci occorrano questi due pilastri, che ovviamente devono essere complementari e prevedere obiettivi definiti più chiaramente. Inoltre, aspetto più importante, sarebbe utile precisare come dovrebbero essere attuate le misure coperte.

Per quanto riguarda la condizionalità incrociata, credo che abbia avuto un impatto positivo sui pagamenti diretti. Ha inoltre definito chiaramente il punto di partenza per remunerare correttamente i beni pubblici attingendo dalle finanze pubbliche. Ovviamente possiamo semplificare le misure di condizionalità incrociata. Possiamo assicurare che il loro contenuto sia più chiaro per gli agricoltori, ma anche per le autorità nazionali o regionali che le attuano e le monitorano. Ciò premesso, ritengo che la condizionalità incrociata ambientale legata ai pagamenti diretti di base sia anche un buon punto di partenza per definire chiaramente in un secondo momento le altre misure di incentivazione alla produzione di beni pubblici.

In termini di misure di mercato, come dicevo, penso che sia necessario concentrarsi sui mercati, ma dobbiamo anche salvaguardare le reti di sicurezza e studiare nuove misure che possano consentirci di conseguire l’obiettivo di un livello di stabilità dei redditi e dei prezzi di mercato.

Per quanto concerne le strutture delle aziende agricole piccole, medie e grandi, concordo con l’idea che debbano funzionare meglio, e ciò vale anche per le piccole, ma dobbiamo essere in grado di garantire che questo cambiamento avvenga nel loro ambiente tipico, liberando maggiormente il loro potenziale specifico. Possiamo dunque giungere a una riorganizzazione di tali aziende che sia strettamente correlata a un movimento verso i mercati, senza per questo orientarci verso un modello di agricoltura unico, in modo da poter mantenere la diversità nell’agricoltura.

Formulate tali osservazioni, ascolterò con estrema attenzione i vostri commenti e suggerimenti, e posso garantirle, onorevole Lyon, che analizzerò con estrema attenzione i contenuti della relazione votata dal Parlamento e vi farò sicuramente riferimento nel predisporre le iniziative legislative della Commissione nei prossimi mesi.

 
  
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  Giovanni La Via, relatore per parere della commissione per i bilanci. − Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, credo che questa relazione Lyon abbia il merito di aver definito con chiarezza un set di obiettivi della politica agricola comune assai più ampio che in passato e in linea con quella che è la strategia 2020 dell'Unione europea.

Questa politica agricola – emerge chiaramente dalla relazione – deve rimanere sul piano comunitario, e quindi un freno forte va posto a tutti coloro che ne prevedevano una rinazionalizzazione, un sostegno nazionale alla stessa. Emerge con forza una esigenza di risorse adeguate al raggiungimento degli obiettivi assai più ampi indicati anche per il raggiungimento di obiettivi pubblici e di beni pubblici senza mercato. Emerge ancora dalla relazione che le risorse destinate alla nuova politica agricola comune devono essere in linea con quelle delle quali questa politica ha goduto sino ad oggi.

 
  
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  Michel Dantin, a nome del gruppo PPE. – (FR) Signor Presidente, in primo luogo vorrei ringraziare l’onorevole Lyon e il gruppo di relatori ombra che, a mio parere, hanno collaborato efficacemente con lui nella preparazione dell’odierna relazione.

Per quanto riguarda il nostro gruppo, la relazione trasmette un’ambizione per l’agricoltura europea. La relazione è stata scritta dopo la crisi delle materie prime del 2007 e del 2008, nonché a seguito della crisi dell’agricoltura del 2009, il che ci ha insegnato che il liberalismo non rappresenta la soluzione per l’agricoltura.

La nostra agricoltura è prevalentemente rivolta a fornire, garantire, la sicurezza alimentare a 450 milioni di europei, ma dobbiamo anche posizionarci su mercati solvibili. É chiaro che le condizioni prevalenti dalla metà del XX secolo si sono evolute, le tecniche si sono evolute e devono ancora evolversi e cambiare, così come devono evolversi gli strumenti della politica agricola. In tale evoluzione l’agricoltura deve essere sostenuta.

Mentre il primo pilastro, finanziato unicamente dal bilancio comunitario, deve supportare il livello di richieste della società che attribuiamo all’agricoltura, il secondo, confinanziato, deve continuare a sostenere l’ammodernamento dell’agricoltura e del settore agroalimentare in maniera da tener conto dei nuovi contesti. Tale politica dovrà anche essere più equa, sì, ho proprio detto più equa, tra i paesi e gli stessi coltivatori. É un nostro chiaro auspicio ridare speranza ai 14 milioni di agricoltori e alle loro famiglie, in particolare garantendo il rimpiazzo dei 4,5 milioni di operatori che oggi hanno superato i 60 e lasceranno la professione. La questione del cambiamento generazionale sarà una delle nostre preoccupazioni.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak, a nome del gruppo S&D. – (PL) Signor Presidente, le discussioni degli ultimi mesi in Parlamento indicano inequivocabilmente la necessità di modificare la politica agricola comune. Nessuno di noi dubita che la PAC dovrebbe contribuire a garantire la sicurezza alimentare nei prossimi decenni fornendo cibo buono e sano pur perseverando la biodiversità e salvaguardando l’ambiente.

In futuro, la PAC dovrebbe rispondere maggiormente alle esigenze sociali come la creazione di posti di lavoro e il ruolo delle donne e dei giovani nell’agricoltura. Vorrei sottolineare con forza che agli agricoltori è necessario assicurare un reddito stabile e adeguato a fronte del loro duro lavoro e dei prodotti di qualità che mettono a nostra disposizione.

La relazione che oggi adotteremo contiene proposte formulate da parlamentari che rappresentano gruppi politici e singoli Stati membri. Dobbiamo prendere importanti decisioni che determineranno la scelta di una specifica via, per cui il denaro speso per la PAC in futuro porterà vantaggi sia ai produttori agricoli sia ai consumatori.

Vorrei infine ringraziare sentitamente l’onorevole Lyon per averci permesso di lavorare così bene insieme.

 
  
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  Marit Paulsen, a nome del gruppo ALDE. – (SV) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, l’onorevole Lyon ha compiuto alcuni passi forse piccoli, nondimeno estremamente importanti, per modificare la politica agricola. Abbiamo bisogno della politica agricola comune europea. Dimentichiamo qualunque ipotesi di rinazionalizzazione. Dobbiamo anche renderci conto che viviamo in un’epoca caratterizzata da problemi molto complessi che è nostro dovere risolvere. Ciò significa, ovviamente, provvedere al cibo per nove miliardi di persone. Nel contempo, dobbiamo anche confrontarci con enormi sfide per quanto concerne il clima rispettando la necessità che i cicli naturali funzionino.

Non demonizziamo l’agricoltura né consideriamola un problema ambientale. L’agricoltura e la silvicoltura offrono soluzioni determinanti ai nostri gravi problemi.

 
  
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  Martin Häusling, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevole Lyon, in primo luogo vorrei ringraziarla per la relazione. Abbiamo lavorato bene insieme come relatori e ritengo che abbiamo trovato un eccellente compromesso che possiamo pienamente sostenere. É importante che il Parlamento trasmetta un messaggio forte indicando la nostra volontà di continuare a perseguire una politica agricola comune.

Ovviamente è nella natura delle cose non poter ottenere tutto quello che si vuole in un compromesso. Ciò che ritengo comunque importante per noi e vorrei sottolineare è che abbiamo la prospettiva di una PAC più ecologica, intendendo ecologica non soltanto nel senso di una politica energetica sostenibile, ma anche nel senso di una politica agricola sostenibile, e iniziamo a percepire la concorrenza non soltanto come posizione concorrenziale rispetto al mercato globale, ma anche come maggiore attenzione prestata alla situazione dell’agricoltura europea, concentrandoci sulle condizioni concorrenziali al suo interno, non soltanto rispettando le norme dell’OMC per la futura politica agricola, ma sviluppando in ultima analisi una nostra politica agricola comune europea forte.

É importante in futuro definire i pagamenti diretti nel quadro del primo pilastro in linea con una politica agricola sostenibile e avere un secondo pilastro forte per lo sviluppo delle zone rurali concentrandoci sui posti di lavoro.

Ciò che non sosterremo, e lo abbiamo detto chiaramente anche in sede di commissione, è una politica agricola comune rispetto al mercato mondiale basata sulle sovvenzioni all’esportazione. Continueremo a respingere tale strategia e, a differenza di molti altri, siamo più critici nella nostra valutazione della storia dell’attuale politica agricola. In altre parole, vogliamo una politica agricola che si allontani dall’industrializzazione e dalla maggiore concentrazione, si discosti da una politica di mercato unicamente basata sulla concorrenza. Vogliamo invece concentrarci sul fatto che la politica agricola è veramente una politica per il futuro, che cerca di offrire una politica alle zone rurali in grado di promuovere la sicurezza alimentare salvaguardando il suolo, l’acqua e la biodiversità. Riteniamo infine che si debba sfruttare la politica agricola per la lotta al cambiamento climatico e, non da ultimo, come importante meccanismo per garantire posti di lavoro.

 
  
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  James Nicholson, a nome del gruppo ECR. – (EN) Signor Presidente, l’odierna relazione consente al Parlamento di delineare le proprie posizioni prima che la Commissione formuli proposte sul futuro della PAC entro la fine dell’anno. Anche se il mio gruppo e io personalmente voteremo a favore della relazione, intendo chiarire che vi sono alcuni passaggi con i quali non concordiamo. É sicuramente fondamentale mantenere la struttura del secondo pilastro, che si rivelerà fondamentale per il successo a lungo termine della PAC.

Nel complesso, tuttavia, ritengo che si tratti di un valido punto di partenza per una discussione approfondita sul tema dimostrando che la commissione può lavorare coesa. Come Parlamento abbiamo l’importante responsabilità di garantire che qualunque riforma futura garantisca che l’agricoltura, come comparto, in futuro possa competere e sopravvivere. La PAC ha vissuto profondi cambiamenti e dobbiamo assicurare che sia idonea al suo scopo nel XXI secolo. Va ricordato che la PAC non è soltanto per gli agricoltori: la PAC ci garantisce un approvvigionamento alimentare sicuro e sano, una molteplicità di beni pubblici e benefici ambientali. Per conseguire tali obiettivi, penso che il bilancio debba restare perlomeno invariato e vorrei ringraziare il relatore per l’eccellente relazione e collaborazione.

 
  
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  João Ferreira, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signor Presidente, porgo i miei complimenti.

Le precedenti riforme della PAC hanno portato alla liberalizzazione dei mercati agricoli creando profonde ingiustizie nella distribuzione degli aiuti tra paesi, prodotti e produttori e distruggendo gli strumenti normativi per la produzione quali quote e diritti di produzione, oltre che i meccanismi di intervento e regolamentazione dei mercati. L’agricoltura si è trovata assoggettata alle norme dell’OMC in virtù delle quali è stata sfruttata come merce di baratto per altri interessi.

Il risultato è chiaro: abbandono senza precedenti della produzione da parte di milioni di piccole e medie aziende agricole, incertezza del reddito e crescente volatilità dei prezzi, oltre all’aggravarsi della dipendenza alimentare in innumerevoli paesi e regioni.

Tutto ciò richiede un profondo cambiamento della PAC che garantisca sicurezza alimentare e sovranità dando la priorità al bisogno di paesi e regioni di sviluppare la produzione per soddisfare i propri fabbisogni, promuovendo nel contempo la sostenibilità ambientale e lo sviluppo rurale, incoraggiando una produzione più diversificata ed evitando che si contragga, oltre che riconoscendo le caratteristiche specifiche dei diversi settori e regioni, superando, attraverso una rimodellazione e la fissazione di un tetto per gli aiuti, gli attuali squilibri tra prodotti, produttori e paesi e, infine, prevedendo meccanismi di intervento per garantire prezzi equi alla produzione e fornire agli agricoltori un livello di reddito che garantisca la continuità della produzione e regolari approvvigionamenti alimentari.

 
  
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  Lorenzo Fontana, a nome del gruppo EFD. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto mi congratulo con l'onorevole Lyon per il lavoro svolto, con il presidente e il segretariato della commissione agricoltura, e ringrazio anche il Commissario Cioloş perché si è instaurata sicuramente una buona collaborazione fra la commissione per l'agricoltura e lui e questo è molto importante. Mi auguro che anche in futuro la Commissione mantenga, nelle prossime tappe dell'iter legislativo, una particolare attenzione nei confronti dei produttori e dei consumatori che, a causa della struttura del mercato e della crisi che c'è stata ultimamente, sicuramente sono stati fortemente penalizzati.

La regione da cui io provengo, che è il Veneto, conta centocinquantamila aziende agricole, che con il loro operato forniscono non solo prodotti di qualità, ma forniscono anche una tutela del paesaggio e riteniamo che questa sia una ricchezza che non solo dev'essere salvaguardata, ma dev'essere anche incentivata.

Per continuare, però, a poter svolgere la propria attività, i nostri agricoltori ci chiedono maggiori tutele contro la volatilità dei prezzi e il mantenimento degli aiuti diretti. Fondamentale è inoltre il mantenimento del secondo pilastro della PAC. La politica di sviluppo rurale va tutelata soprattutto perché contribuisce a sviluppare le diverse agricolture locali presenti nel territorio europeo, chiamate a rispettare standard sempre più elevati di qualità.

In un mercato concorrenziale, nel quale sono spesso svantaggiati, i nostri agricoltori invocano, tra le azioni prioritarie, inoltre, la riduzione della burocrazia cui devono far fronte, che contribuisce sicuramente a diminuire la loro competitività.

 
  
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  Diane Dodds (NI). - (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare il relatore per il suo documento. É stato estremamente positivo avere un relatore capace di ascoltare e le sue visite negli Stati membri lo rispecchiano, come anche lo rispecchiano gli esiti contenuti nella relazione.

Il futuro dell’agricoltura e della PAC deve garantire agli agricoltori un reddito sicuro sostenibile. I pagamenti del primo pilastro devono proseguire fornendo agli agricoltori pagamenti diretti che assicurino loro un livello minimo di certezza del reddito. Per conseguire tale obiettivo, avremo bisogno di un bilancio per la PAC che resti perlomeno invariato rispetto all’attuale livello o, il che sarebbe più importante, incrementato per tener conto dell’allargamento dell’Unione.

La volatilità sui mercati è stata pregiudizievole per il comparto in Europa e abbiamo bisogno di preservare le reti di sicurezza per mantenere stabilità e garantire redditività. La distribuzione dei fondi della PAC deve tenere presente il costo della produzione negli Stati membri.

La definizione di equità deve essere analizzata più dettagliatamente dalla Commissione e il pagamento per zona, per cui gli agricoltori in Irlanda del nord riceverebbero meno del regime di pagamento unico sarebbe pregiudizievole per un comparto in cui molti coltivatori sono al limite della sopravvivenza. L’Irlanda del nord ha molti agricoltori con appezzamenti piccoli, ma che coltivano intensivamente, e tale pagamento non rispecchierebbe né il loro lavoro né l’onore finanziario che sono costretti a sopportare. Nella PAC dopo il 2013 occorre dunque tener presente la variabilità regionale con adeguati provvedimenti.

 
  
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  Albert Deß (PPE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, oggi assistiamo a un’importante discussione sulla relazione dell’onorevole Lyon e vorrei cogliere l’opportunità per ringraziarlo sentitamente per la disponibilità al compromesso che ha dimostrato in questo documento. Siamo riusciti a raggiungere un buon compromesso che può essere sostenuto da molti gruppi e spero che venga appoggiato da un’ampia maggioranza alla votazione che si svolgerà oggi a mezzogiorno.

La politica agricola comune in Europa è stata ed è uno dei pilastri più importanti del processo di unificazione europea. Nella relazione descriviamo gli effetti della politica agricola comune dopo il 2013. Il settore agricolo europeo produce cibo di buona qualità, salvaguarda le zone rurali vitali e molti posti di lavoro, mantiene e promuove il nostro paesaggio culturale e la biodiversità e può dare un contributo alla conservazione dei combustibili possibili bella produzione di materie prime ed energia rinnovabili. Per garantire che l’agricoltura europea possa continuare a svolgere in futuro tali funzioni, dobbiamo trovare un concetto per il periodo post-2013 che le permetta di onorare questi molteplici impegni.

Apprezzo il fatto che il Commissario Cioloş abbia chiaramente espresso il desiderio di vedere la prosecuzione di un sistema a due pilastri. Il mio gruppo è favorevole. Il primo pilastro funge da strumento di equilibrio per i vincoli entro i quali l’agricoltura europea opera rispetto ad altre regioni agricole del mondo, mentre il secondo comporta la creazione di un elenco di misure per consentire ai 27 Stati membri di garantire che l’agricoltura riceva ulteriori aiuti per permetterle di assolvere le proprie funzioni. La grande maggioranza del gruppo PPE voterà a favore.

 
  
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  Luis Manuel Capoulas Santos (S&D). – (PT) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, il gruppo S&D è particolarmente lieto di vedere che le sue principali proposte si rispecchiano nella relazione Lyon: l’80–90 per cento dei nostri emendamenti è stato preso in considerazione e abbiamo potuto avvallare 49 dei 50 impegni votati dalla commissione per l’agricoltura.

Siamo particolarmente contenti del fatto che la relazione Lyon enunci un’evidente disponibilità a mantenere la natura realmente comunitaria della PAC e il desiderio che continui a beneficiare di un bilancio adeguato. La relazione condanna i criteri storici di assegnazione degli aiuti agli agricoltori proponendo di sostituirli con nuovi criteri, fondamentalmente basati sull’ambiente, esprimendo l’intenzione di procedere verso una distribuzione più equa del sostegno tra i coltivatori e gli Stati membri, come è stato ribadito da diversi colleghi, e riconoscendo che la regolamentazione del mercato e la gestione dei rischi e delle crisi deve poter contare su strumenti politici appropriati. La relazione comporta anche un nuovo sistema di sostegno basato sulla remunerazione per la fornitura di servizi e beni pubblici a beneficio dell’intera società che non sono remunerati dal mercato.

La Commissione dispone dunque di molte fonti a cui ispirarsi per la comunicazione da presentare in novembre e apprezzo il fatto che il Commissario si sia già dichiarato disponibile ad accogliere le nostre raccomandazioni.

Spero che a distanza di sei mesi potrò complimentarmi con il Commissario Cioloş con la stessa soddisfazione con cui ora mi complimento con il collega Lyon per l’eccellente lavoro che rende nobile e rafforza il ruolo del Parlamento proprio nel momento in cui, con il trattato di Lisbona, stiamo assumendo poteri di codecisione.

 
  
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  Britta Reimers (ALDE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare il nostro relatore per la sua collaborazione costruttiva e gli importanti aspetti sottolineati nella sua relazione sul futuro della PAC dopo il 2013. La relazione chiede l’ulteriore sviluppo della politica agricola comune esistente anziché lo sviluppo di una nuova politica, il che rappresenta un elemento positivo.

La funzione primaria dell’agricoltura è e resta la produzione di cibo per i nostri cittadini. Il bisogno crescente di beni pubblici, la crescita numerica della popolazione e la contemporanea penuria di risorse naturali rendono tale obiettivo più difficile da conseguire. Gli agricoltori devono produrre sempre di più con risorse sempre meno disponibili. Non è possibile conseguire tale risultato non aumentando l’efficienza. Spetta al Parlamento europeo, alla Commissione e al Consiglio garantire le condizioni quadro necessarie allo scopo. Se in Europa vogliamo mantenere in futuro un settore agricolo sano e diversificato, dobbiamo anche tener conto delle esigenze degli agricoltori, segnatamente imponendo la minor burocrazia possibile e consentendo la massima libertà imprenditoriale possibile per permettere loro di ottenere per se stessi un reddito ragionevole.

 
  
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  Alyn Smith (Verts/ALE).(EN) Signor Presidente, anch’io voglio complimentarmi con il collega scozzese Lyon per una relazione estremamente solida. Vi sono molti motivi per rallegrarsi dell’odierna relazione e non posso che ribadire le osservazioni formulate dai colleghi questa mattina. In particolare, apprezzo il riferimento estremamente chiaro contenuto nella relazione al fatto che la produzione alimentare è lo scopo primario della politica agricola comune. Tutto il resto è sicuramente degno di nota, auspicabile, ma secondario.

Dobbiamo avere chiaro il concetto che la sicurezza alimentare è parte integrante della sicurezza nazionale europea e principale beneficio pubblico della PAC, che di per sé vale la pena di pagare. Mi richiamo specificamente ai commenti dell’onorevole La Via sul bilancio, sottolineati da pochissimi colleghi questa mattina. Forse è tipicamente scozzese concentrarsi tanto sul bilancio, ma a meno che non si abbiano risorse monetarie sufficienti per questa politica, è del tutto inutile. Sarei grato al Commissario se dicesse qualche parola in merito a come propone di difendere tale bilancio in futuro, non da ultimo perché diversi Stati membri, tra cui la Gran Bretagna, vogliono porre fine ai pagamenti diretti agli agricoltori.

Resta comunque indiscusso il sostegno di questa Camera al mantenimento di una PAC realizzabile e un bilancio attuabile, e ciò costituisce una base valida per la discussione in corso.

 
  
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  Janusz Wojciechowski (ECR).(PL) Signor Presidente, anch’io vorrei manifestare il mio apprezzamento all’onorevole Lyon, che ha stilato una relazione contenente una visione delle sfide più importanti con cui l’agricoltura europea è chiamata a confrontarsi.

Onorevoli colleghi, abbiamo un problema riguardante l’eliminazione delle disparità nelle sovvenzioni corrisposte a diversi Stati membri, ed è un problema gravissimo. Se analizziamo le sovvenzioni attuali, qualora optassimo per mantenere il sistema, ci accorgiamo che esistono profonde disparità. Vi sono paesi in cui la sovvenzione è superiore a 500 euro all’ettaro dopo il 2013 e ve ne sono altri, soprattutto nuovi Stati membri, in cui è inferiore addirittura a 100. Dobbiamo affrontare tale problema è risolverlo. Non possiamo andare avanti a lungo termine con disparità così accentuate. Risolvere il problema sarà difficile.

Vorrei ringraziare l’onorevole Smith, che ha riscontrato il problema a livello di bilancio. Non lo risolveremo senza avere un bilancio superiore perché è difficile prendere da coloro che hanno di più; dovremmo invece dare a coloro che hanno di meno. Per citare lo slogan della rivoluzione francese, “libertà, uguaglianza e fraternità”, non abbiamo problemi in termini di libertà, ma l’uguaglianza e la fraternità lasciano un po’ a desiderare, per cui mi rivolgo ai colleghi dei vecchi Stati membri affinché contribuiscano a risolvere la questione in uno spirito di uguaglianza e fraternità.

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL).(GA) Signor Presidente, anch’io apprezzo questa importante relazione, sebbene mi deluda un po’ il fatto che non tracci una visione della politica agricola comune (PAC) intesa ad arrestare l’esodo dalle campagne e garantire che gli agricoltori attivi possano fornire i prodotti e i servizi richiesti dalla società.

Abbiamo bisogno di una PAC che assicuri l’alta qualità di alimenti prodotti secondo standard elevati, la cura e la manutenzione dei terreni, la salvaguardia dell’acqua, del suolo e della biodiversità, una politica comune che garantisca posti di lavoro nelle zone rurali e un’economia rurale potenziata, una politica che rafforzi la lotta al cambiamento climatico.

É necessario modificare la PAC per aiutare coloro che ne hanno urgentemente bisogno. Al momento la quota più consistente va ai grandi latifondisti e ai produttori. Per la PAC è infine importante un bilancio adeguato. Esprimo dunque i miei ringraziamenti all’onorevole Lyon.

 
  
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  Giancarlo Scottà (EFD). – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, onorevole Lyon, in un contesto come quello attuale, le aziende agricole hanno bisogno di un forte sostegno per l'innovazione e il progresso.

La figura dell'agricoltore necessita di una vera evoluzione: mettendo in sistema la produzione agricola, il contadino diventa imprenditore agricolo, favorendo così lo sviluppo economico. Ritengo fondamentale che dal recupero di innumerevoli territori abbandonati si vengano a creare filiere agricole corte e chiuse, vale a dire dei sistemi che collegano direttamente la coltivazione agricola alla vendita. Questi sistemi possono funzionare ed essere diffusi ad ampio raggio in tutta l'Unione europea.

Nella nuova definizione della PAC ritengo che la Commissione debba sostenere la creazione di consorzi agricoli per abbattere i costi di produzione ed essere più competitivi. La Commissione deve impegnarsi a definire un budget adeguato per raggiungere questi obiettivi. È necessario che i finanziamenti della nuova PAC siano legati ai risultati, in modo da evitare sprechi e speculazioni varie.

Inoltre, in questo periodo di crisi, tanti giovani vogliono tornare a fare agricoltura. Essi però si trovano di fronte a vari ostacoli: le terre sono troppo care e le politiche di sviluppo rurale difficili da gestire; i tempi lunghi di attesa e la concessione delle terre in base al patrimonio e non in base alle idee dei giovani imprenditori impediscono a questi di esprimere il proprio potenziale. Ritengo che la Commissione debba avere un approccio di vicinanza ed elasticità nell'aiutare il giovane imprenditore agricolo. Bisogna inoltre avviare una politica informativa, cominciando già dal sistema scolastico e universitario per promuovere un...

(il Presidente interrompe l'oratore)

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE).(RO) Signor Presidente, condivido i sentimenti dei colleghi che hanno sottolineato la qualità dell’odierna relazione e l’ampio consenso che ha riscosso in sede di commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.

Da un lato, è una relazione ambiziosa perché tenta di trovare soluzioni alle attuali sfide principali; dall’altro, è una relazione equilibrata che cerca di rispondere alle preoccupazioni legittime dei nuovi Stati membri anche usufruendo equamente della politica agricola comune.

Desidero in particolare porre l’accento sugli articoli che si riferiscono all’architettura della politica agricola comune. La PAC deve continuare a basarsi sui suoi due pilastri. Abolirli significherebbe distruggere la PAC o trasformarla in una politica priva di qualsivoglia opportunità di contribuire all’ammodernamento dell’agricoltura e promuoverne la competitività. Abolire il pilastro dello sviluppo rurale sarebbe un errore e rallenterebbe l’ammodernamento dell’agricoltura nell’intera Europa, ma specialmente nei nuovi Stati membri.

Un altro elemento fondamentale è mantenere il bilancio della PAC perlomeno al suo attuale livello. Gli agricoltori europei sono obbligati a rispettare i massimi standard di qualità, il che si rispecchia nella qualità del cibo che gli europei mangiano e nella nostra competitività globale. Gli agricoltori, tuttavia, hanno bisogno di sostegno per poterli applicare. Una politica agricola comune opportunamente finanziata e ben strutturata significa cibo sicuro e di buona qualità per gli europei.

Penso che il voto sull’odierna relazione permetterà al Parlamento di trasmettere al Consiglio e alla Commissione un segnale chiaro e inequivocabile della nostra posizione in quanto rappresentanti dei cittadini europei.

 
  
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  Paolo De Castro (S&D). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, nei prossimi anni le sfide che accompagneranno l'evoluzione del sistema agricolo europeo saranno enormi: soddisfare una domanda di cibo in aumento, con un uso sostenibile di risorse naturali, incrementando il livello delle prestazioni ambientali.

Questa prospettiva, che esalta le connessioni tra settore agricolo e produzione di beni pubblici, dà all'agricoltura una nuova rilevanza strategica: costruire la PAC del futuro rappresenta oggi la risposta a queste grandi sfide che attendono la nostra società, e sarà decisivo il suo ruolo nel rispondere a quella che è già un'emergenza alimentare. Dunque, produrre di più inquinando meno: questo è il difficile obiettivo che l'agricoltura europea dovrà raggiungere nei prossimi anni.

Su queste premesse, la commissione per l'agricoltura, che mi onoro di presiedere, ha svolto un lavoro intenso e serrato, che il collega George Lyon, con l'impegno di tutti i gruppi, ha organizzato in maniera eccellente nella relazione che oggi è all'attenzione di questa assemblea; una relazione che, siamo convinti, contribuirà a tracciare i capisaldi della PAC del futuro e che fornirà indicazioni chiare alla Commissione europea per predisporre la comunicazione di fine anno sul futuro della PAC dopo il 2013.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE).(EN) Signor Presidente, anch’io intendo ringraziare il collega Lyon per l’eccellente lavoro svolto in merito all’odierna relazione. La PAC deve confrontarsi con molte sfide e in un’Europa allargata è fondamentale che l’Unione mantenga in essere una politica agricola forte e opportunamente dotata di risorse che risponda alle esigenze dei coltivatori, delle comunità rurali e della società garantendo la sicurezza alimentare. É anche importante che non vi sia alcuna rinazionalizzazione della PAC attraverso il cofinanziamento. La politica agricola comune deve restare una politica comune europea.

Negli ultimi 50 anni la PAC ha incrementato la produttività, contribuito a un tenore di vita giusto per la comunità agricola, assicurato la stabilità degli approvvigionamenti e fornito ai consumatori cibo di qualità a prezzi ragionevoli. I cittadini europei traggono notevoli benefici dall’agricoltura sotto forma di sicurezza alimentare, salvaguardia dell’ambiente, lotta al cambiamento climatico, sostentamento delle comunità rurali e sostegno alle famiglie degli agricoltori.

Affinché la PAC continui a soddisfare le esigenze dei cittadini europei e risponda alle loro domande, deve essere fortemente sostenuta, il che ovviamente implica un bilancio forte. In secondo luogo, per la futura PAC dovrebbero essere fondamentali trasparenza e proporzionalità. La politica agricola europea dovrebbe sostenere gli agricoltori con lo scopo principale di produrre cibo di alta qualità e non ostacolarli né gravarli di eccessivi oneri amministrativi e burocratici.

Da ultimo, gli agricoltori europei producono cibo secondo i migliori standard e della massima qualità. Per tutte le importazioni nell’Unione si deve garantire che siano prodotte secondo la stessa qualità e gli stessi standard dei prodotti comunitari, come anche dobbiamo assicurare condizioni paritarie, una concorrenza leale e la futura sostenibilità dell’agricoltura europea.

 
  
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  Hynek Fajmon (ECR). – (CS) Signor Presidente, la più grande ingiustizia dell’attuale politica agricola comune consiste nel fatto che le sovvenzioni sono distribuite in maniera iniqua e ingiusta tra vecchi e nuovi Stati membri. Quest’anno, gli agricoltori dei nuovi Stati membri, che hanno aderito nel 2004, riceveranno soltanto il 70 per cento di ciò che gli agricoltori ottenevano nella vecchia Unione europea dei cosiddetti quindici. Bulgari e rumeni percepiranno unicamente il 40 per cento. Nel contempo, tutti operano sul mercato comune dell’Unione. Credo fermamente che questa ingiustizia vada eliminata quanto prima. Tutti i coltivatori nell’intera Unione devono occupare una stessa posizione e beneficiare delle medesime condizioni rispetto ai sovvenzionamenti. Sono pertanto favorevole all’emendamento n. 6 in cui si chiede che tale obiettivo venga conseguito il più rapidamente possibile e spero che i colleghi lo appoggino.

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides (GUE/NGL).(EL) Signor Presidente, la politica agricola comune è stata concepita per salvaguardare l’indipendenza dell’Europa nel campo della produzione alimentare. Negli anni Settanta, quasi il 70 per cento del bilancio comunitario veniva speso per l’agricoltura. Tuttavia, a seguito di una serie di riforme concorrenziali, la spesa agricola in bilancio è scesa al 35 per cento per il periodo finanziario 2007-2013.

Purtroppo, oggi la PAC rivista è concepita nelle stesse condizioni di competitività della politica precedente. É deplorevole che la crisi economica venga usata come pretesto per tagliare i benefici agli agricoltori. Inoltre, a questi va attribuita l’odierna situazione di crisi.

L’obiettivo fondamentale della nuova PAC dovrebbe essere la promozione di un modello globale compatibile con alimenti sani, salvaguardia ambientale e lotta alle emissioni di biossido di carbonio. Non dobbiamo dimenticare che il modello agrochimico dell’agricoltura convenzionale è gravemente responsabile degli effetti dei gas a effetto serra e del cambiamento climatico e deve cambiare perché agisce contro gli agricoltori, la gente e la biodiversità del pianeta.

 
  
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  John Stuart Agnew (EFD).(EN) Signor Presidente, dichiaro un interesse come coltivatore attivo. I piani per il futuro della PAC devono funzionare a livello concreto ed essere sostenibili. I militari dicono che è meglio tacere per evitare ripercussioni; tuttavia, un membro del gruppo PPE ha votato contro la relazione in commissione, forse perché nell’attuale clima finanziario il costo è motivo di preoccupazione e l’entusiasmo della relazione per obiettivi non agricoli nell’ambito del secondo pilastro distoglie fondi dagli agricoltori.

L’ossessione della relazione per il cambiamento climatico potrebbe indurre ad accettare il consiglio che indurrebbe i coltivatori di seminativi a pompare gli scarichi dei trattori nel sottosuolo, aumentando il consumo di combustibile e, di conseguenza, distruggendo i fondali marini. Ho personalmente assistito ai tentativi degli appaltatori di immettere acque di scarico nel sottosuolo per uniformarsi alle norme comunitarie, per cui so quali problemi ci aspettano. Gli allevatori di bovini potrebbero essere tenuti a ridurre le emissioni di metano sostituendo a fieno e foraggio insilato razioni a base di cereali più costose. Se una PAC deve esistere, è necessario che aiuti gli agricoltori e non li ostacoli.

 
  
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  Esther Herranz García (PPE).(ES) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, negli prossimi mesi intavoleremo una discussione approfondita sulla nuova politica agricola comune (PAC). É importante giungere a un accordo soddisfacente, per cui spero che la Presidenza belga riesca in ciò in cui la Presidenza spagnola ha fallito orientando le discussioni in maniera tale che gli Stati membri si impegnino a mantenere in futuro una PAC con un bilancio sufficiente per rispondere alle esigenze dei 27 Stati membri, sia nuovi sia vecchi, come spero che non accada ciò che è successo nel 2005, quando è mancato il denaro e si è dovuta improvvisare la modulazione.

Nell’imminente riforma della PAC puntiamo sulla sostenibilità di un settore che non soltanto fornisca prodotti e servizi tangibili, come la cura dell’ambiente, ma garantisca anche l’approvvigionamento alimentare del pubblico europeo. In passato abbiamo assistito a preoccupanti situazioni di penuria, per cui il Parlamento dovrebbe fare della sicurezza dell’approvvigionamento basato sulla produzione comunitaria il principale obiettivo della prossima riforma senza trascurare gli altri contributi, come la lotta al cambiamento climatico.

 
  
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  Stéphane Le Foll (S&D).(FR) Signor Presidente, capisco che lei abbia avuto una notte breve e felice. Ringrazio il Commissario per aver ascoltato l’intero dibattito e vorrei complimentarmi con l’onorevole Lyon per il lavoro svolto in merito alla relazione presentata questa mattina.

Qual è lo scopo? Far rendere conto i cittadini che, nel mondo attuale, l’agricoltura, il cibo e l’ambiente sono sfide per l’Europa nel suo complesso. Questo è lo scopo. Che cosa vogliamo dire con ciò? Rifiutare la rinazionalizzazione della PAC e incrementare il cofinanziamento, questo è il primo aspetto. Mantenere un bilancio agricolo che risponda a tali sfide e affrontare la questione fondamentale della sicurezza alimentare, ed è il secondo aspetto. Garantire che l’agricoltura possa fornire i beni pubblici richiesti dalla società, terzo aspetto. Il quarto è la regolamentazione per evitare la volatilità del mercato, cosa che reputo essenziale. Dobbiamo tornare su questo argomento e spingerci oltre.

La mia osservazione conclusiva riguarda il primo e il secondo pilastro. Ammonisco tutti coloro che difendono tale struttura, forse a ragione, segnalando che in ultima analisi, nel quadro della discussione sul bilancio, vi è il rischio che il primo pilastro sia notevolmente ridotto trasferendo tutto al secondo, cofinanziato, il che contraddirebbe il nostro obiettivo di evitare la rinazionalizzazione della politica agricola comune. Lo dico questa mattina perché è l’oggetto della nostra discussione odierna.

Signor Commissario, vorrei concludere con una semplice idea. La PAC è stata creata in concomitanza con la Comunità economica europea. Ora siamo nell’Unione europea. Penso che dovremmo avere una politica importante …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Richard Ashworth (ECR).(EN) Signor Presidente, in questo mondo in continua evoluzione è fondamentale che la politica agricola comune continui a cambiare in maniera che possa rispondere alle sfide del futuro e non vivere nel passato.

La politica agricola comune riformata svolgerà un ruolo cruciale nell’affrontare problemi quali sicurezza alimentare, volatilità dei mercati e cambiamento climatico, ma vorrei citare altri tre principi che, a mio parere, non sono meno importanti.

In primo luogo, dobbiamo riconoscere che il modo migliore per conseguire gli obiettivi della politica agricola comune è creare un settore agricolo dinamico e sostenibile, e penso che non dovremmo perdere di vista tale finalità.

In secondo luogo, se intendiamo conseguire tale obiettivo, la politica agricola comune deve essere più semplice, equa e trasparente nei confronti dei consumatori.

Infine, è necessario che valorizzi il denaro. Tutte le azioni e tutti i settori stanno attualmente vivendo un’epoca economica difficile ed esorto la commissione a essere estremamente realistica in merito alle sue aspettative rispetto al bilancio europeo. Per me ciò significa che dovremmo garantire che i fondi siano usati in maniera efficace. Il relatore ha prodotto un documento eccellente. Mi complimento con lui per il lavoro svolto e sono lieto di appoggiarlo.

 
  
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  John Bufton (EFD).(EN) Signor Presidente, il futuro della politica agricola comune vedrà una maggiore attenzione per il suo legame con la politica in materia di cambiamento climatico. Nella mia circoscrizione in Galles, i regimi esistenti e il secondo pilastro saranno sostituiti dal regime Glastir, che si concentra sugli obiettivi del cambiamento climatico e la cattura del carbonio. Gli agricoltori saranno pagati all’ettaro per la conservazione delle risorse idriche, il rimboschimento e così via. Riformando la PAC dopo il 2013, è importante non sacrificare il primo pilastro per promuovere nuovi obiettivi del secondo.

Il regime dei pagamenti unici è fondamentale per molti agricoltori che fanno affidamento su sovvenzioni che potrebbero di punto in bianco essere abolite. Se gli agricoltori gallesi non dovessero apprezzare le soluzioni del regime Glastir, verranno offerte loro alternative sensate o saranno comunque penalizzati in qualche modo per la mancata adozione del regime? La scelta senza alternative non è una scelta.

Il Galles vanta una lunga tradizione in campo agricolo e molte comunità dipendono notevolmente dal settore. Le attuali riforme della politica agricola basate unicamente sull’ideologia del cambiamento climatico potrebbero mettere a repentaglio la tradizione agricola del Galles e il suo futuro economico.

 
  
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  Iratxe García Pérez (S&D). (ES) Signor Presidente, la politica agricola comune (PAC) da anni compie sforzi per adeguarsi e ora stiamo entrando in una nuova fase di tale processo di riforma permanente.

Signor Commissario, la relazione Lyon riconosce il ruolo che l’agricoltura, in quanto settore strategico, può svolgere per contribuire alle priorità della nuova strategia Europa 2020. Vogliamo una PAC forte dopo il 2013 che mantenga il suo carattere comune senza andare a discapito della natura specifica di alcuni settori o regioni. Il suo orientamento verso il mercato proseguirà come ora. Tuttavia, la crescente volatilità del mercato, abbinata agli obblighi derivanti dagli impegni internazionali dell’Unione, potrebbe avere un impatto negativo sul reddito degli agricoltori.

Abbiamo bisogno di un’idonea rete di sicurezza. Gli aiuti diretti devono essere finanziati interamente dal bilancio comunitario e la PAC ha bisogno di uno stanziamento di bilancio adeguato per far fronte alle nuove sfide e ai nuovi obiettivi che la attendono, a un livello che sia perlomeno pari a quello per il 2013 perché ulteriori tagli potrebbero comprometterne l’efficacia.

Signor Commissario, i nostri coltivatori dovranno nuovamente compiere sforzi per adattarsi. Qualsiasi cambiamento operato dovrà essere accompagnato da periodi di transizione realistici.

Vorrei ringraziare l’onorevole Lyon e tutti i relatori ombra per il loro lavoro. Hanno prodotto una relazione che noi in Parlamento possiamo avallare e trasmette un segnale positivo per porre termine all’incertezza in cui vivono gli agricoltori europei.

 
  
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  Presidente. – Abbiamo un problema: 23 parlamentari hanno chiesto la parola ai sensi della procedura “catch the eye”. Come sapete il regolamento prevede un massimo di cinque interventi. Inoltre, per la discussione erano stati previsti 57 minuti e ne sono già trascorsi 59. Il Commissario non è ancora intervenuto né il relatore ha formulato le dichiarazioni conclusive.

Poiché il tema mi sembra molto importante, come dimostra il numero eccezionale di persone che hanno chiesto la parola, consentiremo a 10 di intervenire, raddoppiando il numero stabilito dal regolamento.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE).(PL) Signor Presidente, signor Commissario, l’abbandono del metodo storico per stabilire i livelli di sostegno e l’introduzione di una nuova distribuzione equa delle risorse della politica agricola comune tra gli agricoltori dell’intera Unione europea senza fare differenza tra Stati membri “vecchi” e “nuovi” è una delle sfide più importanti della politica agricola comune post-2013.

Appoggio il modello di sostegno a due pilastri in cui i pagamenti, effettuati agli agricoltori, sono volti allo sviluppo e all’ammodernamento delle aziende agricole, per cui non riguardano i proprietari che si impossessano del denaro senza investirlo nell’agricoltura ostacolando un cambiamento essenziale. Nell’accettare nuove sfide, la politica agricola comune deve continuare a preoccuparsi dei valori ambientali e della sicurezza alimentare. Propongo inoltre di lasciare intatti gli strumenti sperimentati e collaudati per la regolamentazione dei mercati. Le quote latte sono un esempio. Se le abolissimo, che cosa le sostituirebbe? Ovviamente sono state formulate alcune idee, ma non abbiamo certezze …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D).(RO) Signor Presidente, vorrei complimentarmi con il relatore, i relatori ombra e tutti coloro che hanno partecipato a tale progetto particolarmente importante per il futuro della PAC.

In un mondo globalizzato, l’Unione europea, con il suo mercato comunitario, deve intraprendere un’azione uniforme per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare e promuovere risorse rinnovabili. Deve inoltre combattere il cambiamento climatico e intensificare il suo impegno di ricerca per sfruttare al meglio le opportunità che la ricerca offre.

La PAC deve presentare prospettive e un quadro stabile che incoraggi lo sviluppo della produzione agricola attraverso l’aumento della produttività e della competitività, nonché garantire che il mercato operi in maniera corretta, assicurando in tal modo l’indipendenza degli approvvigionamenti strategici in tutti i principali settori produttivi.

Ritengo fondamentale per noi mantenere i due pilastri della politica agricola comune operando una distinzione chiara in merito all’applicabilità del primo pilastro, che è abbastanza forte da garantire un tenore di vita equo agli agricoltori di tutti gli Stati membri …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  José Bové (Verts/ALE).(FR) Signor Presidente, in primo luogo vorrei ovviamente ringraziare il nostro relatore, onorevole Lyon, con il quale credo abbiamo tutti lavorato sulla base di un reciproco accordo per cercare di avanzare. Vorrei poi dire molto brevemente, in qualche parola, che siamo di fronte a dati di fatto.

Un dato di fatto è che oggi l’Europa è un importatore netto di materie prime agricole. Dobbiamo avere una politica alimentare e agricola ambiziosa in maniera da poter garantire che le esigenze alimentari dei nostri cittadini siano soddisfatte.

Oggi, inoltre, abbiamo una PAC che deve essere riformata per tre motivi. É una PAC iniqua sotto il profilo economico, sociale e ambientale. Dal punto di vista economico, l’importo corrisposti ai produttori è inferiore ai loro costi di produzione e la PAC deve consentire di risolvere questo problema. Dal punto di vista sociale, gli aiuti sono distribuiti in maniera impari tra paesi, regioni e agricoltori. L’ottanta per cento degli aiuti è corrisposto al 20 per cento degli agricoltori. Dal punto di vista ambientale, abbiamo bisogno di una PAC che rispetti il suolo, rispetti …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Peter van Dalen (ECR).(NL) Signor Presidente, in estrema sintesi, per la politica agricola comune vale la seguente considerazione: ora abbiamo più paesi, più priorità e meno denaro. Ciò significa, pertanto, che la PAC ha bisogno di una riforma radicale e tale riforma deve partire dalla base. Poiché il cibo è il patrimonio collettivo più importante del settore agricolo, è necessario garantire la produzione alimentare, specialmente in vista della sicurezza alimentare dei prossimi decenni.

Vogliamo inoltre cibo di buona qualità in Europa e attribuiamo grande importanza al benessere degli animali e all’ambiente. Eppure i nostri agricoltori non sono sempre ricompensati dal mercato per il loro contributo al bene pubblico. I loro concorrenti globali non devono confrontarsi con tali requisiti o, se devono farlo, i requisiti che sono tenuti a rispettare sono notevolmente inferiori. Abbiamo dunque bisogno di sostegno laddove il mercato è manchevole. Il fatto che la relazione chieda aiuti all’ettaro è un elemento positivo. In tal modo si contrasterà l’ulteriore intensificazione dell’agricoltura e si renderà il conseguimento degli obiettivi ambientali una prospettiva più realistica. Così possiamo ricompensare i nostri agricoltori.

 
  
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  Jaroslav Paška (EFD). – (SK) Signor Presidente, noi tutti sappiamo che la politica agricola comune dell’Unione europea è una questione molto complessa e delicata. La continua applicazione del cosiddetto principio storico per quanto concerne il sostegno all’agricoltura, anche dopo l’allargamento dell’Unione, ha creato una sproporzione notevole in termini di politica economica europea.

É dunque necessario introdurre quanto prima criteri oggettivamente equi nel sistema di ripartizione del sostegno finanziario agli agricoltori poiché ciò creerà il le giuste condizioni per una concorrenza economica corretta tra gli agricoltori nel mercato unico europeo.

I fondi devono essere ripartiti in maniera giusta ed equilibrata in maniera che gli agricoltori in tutti i paesi dell’Unione godano di uguali livelli di sostegno e possano competere tra loro in maniera leale.

A mio parere, dovremmo pertanto appoggiare l’emendamento n. 6 della relazione presentataci che contribuirà a portare giustizia nel meccanismo di sostegno alla produzione agricola europea.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, la politica agricola ha bisogno di un quadro coerente che deve rafforzare l’Unione europea nel suo complesso, tenuto conto anche delle differenze regionali. Il secondo fattore riveste particolare importanza per il mio paese di provenienza, l’Austria, se si considerano gli specifici programmi ambientali e di investimento.

La politica agricola deve confrontarsi con una serie di sfide enormi. Secondo le stime, la popolazione mondiale raggiungerà 9 miliardi di persone e, nel contempo, dobbiamo affrontare gli effetti del cambiamento climatico come penuria di acqua e siccità. Per risolvere questi problemi, è essenziale non solo che l’Unione collabori in maniera più efficace internamente, ma anche che operi coerentemente nel mondo.

 
  
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  Seán Kelly (PPE).(EN) Signor Presidente, dal punto di vista agricolo l’odierna discussione è stata molto incoraggiante in tutti i settori della Camera. Apprezzo particolarmente l’accento posto sulla necessità di stimolare i giovani affinché restino nell’agricoltura, il che è assolutamente fondamentale; si è altresì sottolineato che non vi dovrà essere rinazionalizzazione della PAC. Il Commissario ha detto che i due pilastri dovrebbero essere mantenuti perché senza il primo pilastro non sarebbe necessario il secondo, visto che non sarebbe redditizio svolgere l’attività e, dunque, i beni pubblici non sarebbero garantiti. Inoltre, come ha affermato l’onorevole Dodd, dobbiamo analizzare ciò che intendiamo con il termine “equo”, soprattutto tenuto conto della variabilità dei costi e del potere di acquisto nell’Unione.

L’onorevole Lyon è stato l’unico a fare anche riferimento alla base storica. Ritengo estremamente importante adesso per i coltivatori che si trasmetta loro un chiaro segnale in merito a ciò che probabilmente accadrà in maniera che non siano preda di una speculazione selvaggia senza sapere se acquistare o vendere scorte in base al modello storico. Apprezzerei pertanto un segnale chiaro in merito da parte del Commissario quanto prima.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D) . – (FR) Signor Presidente, signor Commissario, anch’io vorrei ringraziare e complimentarmi con il collega, onorevole Lyon, per la sua eccellente relazione che costituisce un passo positivo verso una rifusione della PAC.

L’obiettivo della nuova PAC è avere un’importante politica agricola, alimentare, sociale e ambientale europea, non un’Europa che sia soltanto un libero mercato incontrollato. Vogliamo che la PAC sia più legittima in termini di risorse pubbliche impegnate e accettate dal contribuente, più equa nella distribuzione dei fondi europei tra i 27 Stati membri e gli agricoltori e più efficace nell’uso corretto del denaro pubblico.

Si dovranno introdurre nuovi meccanismi pubblici per regolamentare la produzione agricola e garantire la sicurezza alimentare dei consumatori. Siamo favorevoli a una PAC forte che possa contare sul bilancio necessario per conseguire i suoi obiettivi. A tal fine, la relazione Lyon giustamente sottolinea la comparsa di nuove sfide con cui la PAC dovrà confrontarsi, segnatamente cambiamento climatico, gestione delle risorse idriche, energie rinnovabili, biodiversità ed erosione dei suoli.

La relazione chiede una PAC più semplice e responsabile che risponda più efficacemente alle esigenze degli agricoltori europei nell’interesse della coerenza e della conservazione …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Sergio Paolo Francesco Silvestris (PPE). – Signor presidente, onorevoli colleghi, la PAC è indispensabile e lo sarà ancora per lungo tempo, anche in termini di occupazione. In Europa l'occupazione agricola è calata del 25% in meno di dieci anni, con la perdita di quasi quattro milioni di posti di lavoro. Se vogliamo soluzioni per la disoccupazione incalzante, non possiamo lasciare che la PAC vada alla deriva e dobbiamo investire sulla PAC garantendo adeguate risorse che portino ad una crescita durevole. Per questo la nuova PAC dovrà garantire almeno lo stesso livello di risorse finanziare del passato.

Però, signor Commissario, la richiesta che oggi le fa il Parlamento non è di garantire le stesse risorse, la richiesta è quella di aumentarle. La linea invalicabile, quella oltre la quale non possiamo andare, è quella di garantire le stesse risorse che ci sono oggi, ma la richiesta è di aumentare, aumentare significativamente le risorse per l'agricoltura. La relazione Lyon contiene elementi di grande positività, misure per contenere la volatilità dei prezzi, per sostenere la filiera, per garantire un reddito adeguato agli agricoltori e per garantire gli attuali...

(il Presidente interrompe l'oratore)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D). – (PT) Signor Presidente, anche noi sosteniamo una politica agricola comune forte che si rivolga non soltanto agli agricoltori, ma anche agli oltre 500 milioni di cittadini europei, dotata di un bilancio ambizioso in grado di affrontare le crescenti sfide alle quali siamo chiamati a rispondere e, soprattutto, che operi in tutte le regioni europee. Garantire che ciò accada è fondamentale per le Azzorre, dove l’agricoltura rappresenta un pilastro insostituibile del modello di sviluppo sostenibile.

Questa nuova PAC dovrebbe abbandonare i criteri storici per l’assegnazione dei fondi poiché ciò è stato molto pregiudizievole per il Portogallo e i coltivatori portoghesi. La nuova PAC dovrebbe tener conto della natura specifica dell’agricoltura mettendo a disposizione una serie di strumenti per la regolamentazione dei mercati e la gestione dei rischi in grado di garantire un corretto funzionamento dei mercati e la stabilità della produzione agricola.

La PAC post-2013 dovrebbe migliorare la competitività del modello agricolo europeo assicurando la corretta distribuzione del valore sul mercato interno, generato dai rapporti stabiliti lungo la catena alimentare e aprendo mercati esterni …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. – Mi sono pervenute due richieste di intervento in merito all’osservanza del regolamento. La parola all’onorevole McGuinness.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE).(EN) Signor Presidente, un semplice richiamo al regolamento; so che altri colleghi condivideranno la mia preoccupazione in merito alla procedura “catch the eye” e spetta a lei la decisione al riguardo, ma i membri della commissione per l’agricoltura, che da lungo tempo di fatto lavorano su questo capitolo e sono presenti a questa discussione sin dall’inizio a mio parere meriterebbero di essere ascoltati, mentre io non sono riuscita a catturare la sua attenzione perché lei non mi guardava, sebbene lei abbia colto le richieste di altri sei colleghi attorno a me, signor Presidente. Posso dunque domandare, avendo la parola, che la Commissione si esprima sulla possibilità che le zone più svantaggiate entrino a far parte del primo pilastro? Formulerò una dichiarazione scritta al riguardo. Spero che i colleghi appoggino la mia mozione.

 
  
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  Presidente. – Onorevole McGuinness, le assicuro che le ho rivolto spesso lo guardo e l’ho vista chiedere la parola.

Il problema è però che la procedura non è strutturata così: in altre parole, non è strutturata per dare la priorità ai membri della commissione responsabile. É invece strutturata in maniera da dare la priorità ai membri che prima di altri richiamano lo sguardo del Presidente. Questo è il regolamento. É inoltre previsto che si dia la parola a 5 parlamentari, mentre in via del tutto eccezionale ne sono intervenuti 10.

Il tema è importantissimo. Il tempo assegnato ai gruppi è stato ripartito tra i deputati in modo che tutti disponessero di un minuto, ma pressoché nessuno ha parlato per meno di un minuto e mezzo, per cui non ho modo di rispondere affermativamente, come tutti auspicheremmo, a chiunque voglia contribuire al di fuori del tempo assegnato ai relativi gruppi.

Ora la parola va all’onorevole Obermayr, sempre in merito all’osservanza del regolamento.

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signor Presidente, presumo che si riferisca a me. Vorrei riprendere dal punto in cui ha concluso la collega che mi ha preceduto. Ovviamente la ringrazio per la sua generosità nel concedere a dieci parlamentari anziché a cinque di esprimersi. Certo comprendiamo che il tempo è tiranno, ma spero che lei capisca anche noi. Questo tema riveste un’importanza fondamentale. Vi sono regioni in Europa su cui grava un fardello notevole, regioni soggette a una minaccia estrema. Naturalmente ciò vale anche al di là del lavoro delle commissioni.

In secondo luogo, lei ha segnalato che il problema relativo alla procedura “catch the eye” non è stato risolto. Vorremmo chiedere che la questione venga affrontata quanto prima perché non so se dovremmo metterci in fila il giorno prima o formulare una richiesta con tre giorni di preavviso e poi trascorrere la notte qui per sperare finalmente di avere l’occasione di parlare. É inoltre importante, se soltanto 10 parlamentari devono intervenire, dirci chi sono questi colleghi.

Sarebbe utile e giusto creare quanto prima le strutture appropriate. In tal modo, lei svolgerebbe il suo compito più serenamente e sarebbe ancora più apprezzato se consentisse a un maggior numero di persone di intervenire. Gradiremmo inoltre avere una soluzione che sia equa per noi. Mi appello dunque alla sua indulgenza e la ringrazio per la sua comprensione.

 
  
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  Presidente. – Lei ha assolutamente ragione. L’idea di “richiamare lo sguardo” del Presidente è del tutto soggettiva, in quanto il Presidente ha occhi, ma non sfaccettati come i rettili, il che significa che può accorgersi di alcuni e non accorgersi di altri; il personale di segreteria può risultare molto utile al riguardo. Nondimeno, lei ha ragione: è una questione che non è stata gestita in maniera ragionevole, lo capisco, dall’Ufficio di presidenza.

Per esempio, ciò che dice l’onorevole McGuinness, vale a dire che i membri della corrispondente commissione dovrebbero avere la priorità, mi pare assolutamente ragionevole, ma non è stato previsto. L’unica cosa prevista è che spetti al Presidente incaricato di moderare la discussione agire come ritiene opportuno, il che ovviamente lo pone in una posizione estremamente complicata.

Inoltre, i parlamentari stessi non rispettano il regolamento poiché il cartellino blu non va usato per chiedere la parola durante la procedura “catch the eye”. Il cartellino blu va usato per interrompere un oratore durante l’intervento chiedendo l’opportunità di porgli una domanda di 30 secondi. Vi sono però parlamentari che estraggono il cartellino blu continuamente.

Dovremo tenere un breve corso per insegnare ai deputati che il cartellino blu ha un uso specifico e per chiedere di intervenire durante la procedura “catch the eye” bisogna alzare la mano, esibire il cartellino bianco o servirsi di altri meccanismi che non siano il cartellino blu.

Non voglio tuttavia dilungarmi oltre. Abbiamo superato decisamente il tempo a nostra disposizione e avremmo potuto ascoltare altri due o tre contributi se non ci fossimo intrattenuti su questo argomento.

 
  
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  Dacian Cioloş, membro della Commissione. − (FR) Signor Presidente, non sono certo che siano state poste molte domande. Mi è parso piuttosto che si siano affermati alcuni principi che, come abbiamo visto, si riflettono perfettamente nella relazione.

In ogni caso, la conclusione principale che traggo dall’odierna discussione è che abbiamo bisogno di una politica agricola comune, una politica agricola che sia una politica comunitaria, e abbiamo anche bisogno di un bilancio che sia commisurato agli obiettivi fissati per l’agricoltura. Ritengo pertanto che ci occorra un bilancio realistico. A mio parere, un bilancio realistico è un bilancio in linea con gli obiettivi prestabiliti per la politica agricola comune.

Ciò che notiamo è che chiediamo sempre di più ai nostri agricoltori. Ovviamente chiediamo anche che le risorse fornite siano utilizzate in maniera più efficace e vi sia maggiore trasparenza nella rendicontazione. Per inciso, vedo che il collega Lewandowski, Commissario responsabile dei bilanci, è presente in Aula; forse è venuto specificamente a confermarci che la PAC avrà un bilancio proporzionato agli obiettivi che le abbiamo affidato.

Ho anche preso nota del fatto che se l’agricoltura, la politica agricola comune, intende conseguire gli obiettivi da noi stabiliti, è necessario tener conto di tutte le differenze tra tutti i tipi di agricoltura esistenti nell’Unione europea. Dobbiamo tenere presente questa diversità in maniera che, nelle regioni in cui si esprime, i diversi tipi di agricoltura possano contribuire a conseguire gli obiettivi non soltanto in relazione all’approvvigionamento dei mercati, la produzione e la sicurezza dell’approvvigionamento dei mercati, ma anche rispetto a un migliore riconoscimento dell’ambiente, della gestione delle risorse naturali e delle capacità di sviluppo economico delle zone rurali. Dobbiamo riflettere sul modo in cui l’agricoltura e il settore agroalimentare possono offrire un proprio contributo in tal senso.

Prendo atto anche della circostanza che tutte queste riflessioni sul futuro della politica agricola comune devono altresì contribuire a incentivare i giovani, offrire prospettive a quelli tra loro che desiderano operare in tale settore e investire nell’agricoltura, affinché l’attività agricola sia anche un’attività del futuro e si possano realizzare le nostre finalità.

Vorrei inoltre trasmettere un messaggio chiaro in risposta alla domanda dell’onorevole Kelly sugli aiuti diretti. Non credo vi siano dubbi quanto al fatto che, se intendiamo avere un’agricoltura più equa e una politica agricola comune più trasparente ed efficace, sia necessario definire criteri chiari per la distribuzione degli aiuti diretti in linea con gli obiettivi che vogliamo porci. Pertanto, a mio parere, i riferimenti storici non rappresentano criteri equi, trasparenti né oggettivi. Dobbiamo sostituire a tali criteri storici obiettivi decisamente più chiari che creino una certa equità e consentano di tenere maggiormente conto della diversità agricola esistente nell’Unione europea. Ciò darà agli Stati membri e alle regioni i mezzi per ottenere un ritorno migliore dalle risorse di cui dispongono.

Per concludere, vorrei ribadire che abbiamo bisogno di una politica agricola comune per l’Europa. Ci occorre una politica agricola comune per l’intera Unione e, ovviamente, una politica agricola comune che non impedisca alle altre regioni del mondo di sviluppare la propria agricoltura.

 
  
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  George Lyon, relatore. − (EN) Signor Presidente, vorrei innanzi tutto soffermarmi su alcuni temi fondamentali che i colleghi hanno sollevato nel corso della discussione. Una nuova importanza strategica per la produzione alimentare e la PAC: assolutamente sì. Due pilastri: assolutamente sì, concordo. Produzione alimentare al centro della PAC: assolutamente sì, è proprio questo lo scopo della PAC. Il resto sono corollari per garantire che il settore agricolo sia redditizio e in grado di offrire vantaggi ambientali, affrontare il cambiamento climatico e conseguire tutti gli altri obiettivi enunciati nella relazione.

Un bilancio forte: assolutamente sì, che sia anche equo per i vecchi e i nuovi Stati membri: tantissimi colleghi hanno posto la questione come un problema, ed è un problema che dobbiamo affrontare. La politica agricola comune deve essere obiettiva e trasparente per quel che riguarda le modalità di assegnazione dei fondi agli Stati membri. Deve rispondere alle sfide della strategia Europa 2020. É assolutamente fondamentale che l’agricoltura e la PAC siano viste come parte della soluzione per conseguire tali obiettivi, non come parte del problema.

Vorrei infine ringraziare gli onorevoli Dantin, Häusling, Olejniczak and Nicholson, miei relatori ombra. Abbiamo collaborato molto proficuamente per giungere a quella che ritengo sia una relazione molto forte, che delinea una visione chiara degli orientamenti che il Parlamento intende imprimere alla PAC dopo il 2013. Direi che la relazione pone il Parlamento in una posizione estremamente forte nel dialogo e nella negoziazione con la Commissione e il Consiglio “Agricoltura”. Esorto dunque il Commissario a unirsi a noi: insieme potremo realizzare tale visione.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà oggi, giovedì 8 luglio 2010, alle 12.00.

Vorrei scusarmi nuovamente con i parlamentari ai quali non è stato possibile offrire l’opportunità di intervenire. Come ha detto l’onorevole McGuinness, potranno presentare il loro contributo per iscritto.

Sottoporrò la questione all’Ufficio perché è sicuramente una questione da chiarire. Proporrò inoltre all’Ufficio, e spero che tutti mi sosterrete, che la facoltà di parola chiesta durante la procedura “catch the eye” non venga concessa ai deputati non presenti all’inizio della discussione, quando il relatore presenta la propria relazione o quando interviene il Commissario. Abbiamo una situazione in cui alcuni colleghi si sono indignati per non aver avuto la parola, ma non sono rimasti in Aula ad ascoltare né il Commissario né le spiegazioni e le conclusioni del relatore. Dobbiamo compiere uno sforzo per giungere a un maggiore rigore, ma tale sforzo va compiuto da tutti.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Sergio Berlato (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la PAC è una delle più importanti politiche dell'Unione europea, basti pensare che le spese agricole rappresentano circa il 43% del bilancio comunitario. In virtù dell'articolo 33 del trattato che istituisce la Comunità, essa si prefigge di assicurare prezzi ragionevoli ai consumatori europei e una remunerazione equa agli agricoltori.

La recente crisi economico-finanziaria ha determinato una riduzione del reddito degli agricoltori pari al 12,2% in media tra il 2008 e il 2009, il restringimento delle condizioni dell'accesso al credito e l'aumento del tasso di disoccupazione nelle zone rurali. La volatilità dei prezzi dei prodotti sui mercati agricoli è notevolmente aumentata e dovrebbe continuare a crescere. Ritengo quindi che, nella futura PAC, debba essere prevista una rete di sicurezza minima per gestire l'incertezza dei prezzi di mercato e per fornire risposte rapide ed efficaci alle crisi economiche del settore.

Secondo le stime della FAO, entro il 2050 la popolazione mondiale dovrebbe aumentare dagli attuali 6 a 9 miliardi e che, raddoppiando la domanda di prodotti alimentari, dovrà crescere di conseguenza anche la produzione alimentare globale. La sicurezza alimentare sarà, quindi, la sfida centrale dell'agricoltura del futuro e l'Unione avrà l'onere di continuare a garantirla ai cittadini europei.

 
  
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  Cristian Silviu Buşoi (ALDE), per iscritto. – (RO) Adeguare la PAC alle nuove realtà sociali ed economiche è un passo necessario. Abbiamo effettivamente bisogno di rispondere ad alcune domande fondamentali per poterlo fare. Concordo pienamente con la necessità di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare. Tuttavia, fino a che punto vogliamo essere indipendenti e quanto siamo disposti a pagare per questo?

Sinora, la PAC ha mantenuto prezzi elevati per alimenti che sono meno costosi in altri paesi. L’Unione non può promuovere il libero scambio proteggendo nel contempo il proprio mercato agricolo. Occorre trovare soluzioni che permettano all’Unione di applicare standard di qualità globali corretti in maniera che il divario tra i prezzi dei prodotti agricoli nei vari paesi si riduca.

Mi preoccupa nondimeno soprattutto l’impatto che le riforme della PAC hanno avuto sugli agricoltori. Il disaccoppiamento dei pagamenti è riuscito soltanto a incanalare i pagamenti diretti verso i più grandi latifondisti, che sicuramente non sono agricoltori. Il disaccoppiamento è necessario per evitare la sovrapproduzione. Esorto tuttavia la Commissione a formulare alcuni criteri più giusti in maniera che gli agricoltori possano essere gli effettivi beneficiari della PAC. Abbiamo bisogno di incentivi per i coltivatori, specialmente per incoraggiare i giovani a trasferirsi nelle zone rurali. Questo però non accadrà mantenendo in essere l’attuale sistema dei pagamenti diretti, che è ridicolo.

 
  
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  Nessa Childers (S&D), per iscritto. – (EN) La politica agricola comune (PAC) può potenzialmente offrire soluzioni a molti problemi che attualmente affliggono le aziende agricole europee, come è evidente in Irlanda più che in ogni altro Stato membro dell’Unione, paese dove vi è un pari impegno sia per garantire un accordo equo e completo in merito alla PAC sia per procedere verso l’attuazione dei cambiamenti necessari nell’agricoltura del XXI secolo. Tuttavia, per assicurarsi la fiducia e l’impegno della comunità agricola europea, la nuova PAC deve offrire stabilità agli agricoltori e un prezzo giusto, come attualmente è previsto, per i loro prodotti. In cambio, i cittadini europei riceveranno non solo prodotti affidabili e di alta qualità dei quali si garantisce la produzione secondo gli elevati standard comunitari, ma trarranno anche vantaggio dalle implicazioni sociali e culturali della PAC, come quelle contenute nel secondo pilastro. Soprattutto, l’Unione deve preservare la fiducia degli agricoltori europei. La comunità agricola è consapevole del fatto che con questo nuovo accordo il cambiamento è in atto ed è ora bendisposta ad accettarlo. Per sfruttare questo rapporto positivo, le istituzioni dell’Unione devono garantire un accordo moderno che sia anche onnicomprensivo e giusto per tutti.

 
  
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  Béla Glattfelder (PPE), per iscritto. – (HU) L’Europa avrà ancora bisogno di una politica agricola comune efficace dopo il 2013. Per questo il bilancio agricolo europeo deve essere mantenuto perlomeno all’attuale livello.

L’Europa ha la specifica responsabilità di garantire la sicurezza alimentare nel mondo in quanto in Europa è possibile produrre il cibo più sicuro secondo gli standard di salvaguardia ambientale più rigorosi. Il compito principale della PAC è dunque preservare la capacità produttiva agricola dell’Unione europea.

É pertanto fondamentale assicurare che i pagamenti diretti non diminuiscano.

Nel caso del sostegno dello sviluppo rurale nell’ambito del secondo pilastro, è necessario garantire che i fondi vengano impiegati principalmente per scopi agricoli.

Gli agricoltori dovrebbero essere protetti dalle fluttuazioni estreme dei prezzi di intervento, fenomeno diffuso negli ultimi anni. Abbiamo bisogno di strumenti di intervento sui mercati e, in alcuni settori quali vino e latte, occorrono misure per limitare l’offerta, misure che ridurrebbero le perdite dei coltivatori derivanti dalle fluttuazioni dei prezzi.

Il commercio alimentare europeo è molto più concentrato del settore della trasformazione alimentare o della produzione agricola. Molto spesso centinaia di agricoltori sono in concorrenza con una grande catena di ipermercati e il loro potere contrattuale è molto più ridotto. Per questo dobbiamo contribuire a migliorare la cooperazione tra i coltivatori. A tal fine, è tuttavia necessaria un’esenzione dalle rigide norme comunitarie in materia di concorrenza per l’agricoltura.

Le importazioni dai paesi terzi dovrebbero essere sottoposte ai medesimi regolamenti in materia di salvaguardia ambientale, sicurezza alimentare, benessere degli animali e così via applicabili agli agricoltori europei.

 
  
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  Elisabeth Jeggle (PPE), per iscritto. – (DE) La relazione di iniziativa dell’onorevole Lyon coinvolge il Parlamento in una fase precoce della discussione in merito al futuro della PAC. Vorrei pertanto ringraziare tutti coloro che vi hanno partecipato per il loro lavoro. Per l’intera Comunità si sono formulati obiettivi lungimiranti.

Per me sono tre gli elementi fondamentali da considerare se intendiamo continuare a garantire uno sviluppo agricolo sostenibile e completo in tutta Europa. 1. É essenziale assicurare che la PAC sia adeguatamente finanziata dopo il 2013 e si ottenga un bilancio appropriato.

2. La struttura a due pilastri, ormai sperimentata e collaudata, deve essere mantenuta con un primo pilastro forte e un secondo pilastro parimenti forte. L’unico modo in cui possiamo preservare il modello agricolo europeo consiste nel garantire che la produzione del nostro cibo avvenga secondo i massimi standard del primo pilastro e, per quanto concerne il secondo pilastro, nel fornire buone prospettive di sviluppo delle zone rurali, creazione di posti di lavoro e infrastrutture per agricoltori e non, maschi e femmine, e segnatamente per i giovani.

3. Le notevoli fluttuazioni dei mercati liberalizzati e gli effetti del cambiamento climatico continuano a richiedere una rete di sicurezza. Nuovi obiettivi sono emersi per noi in termini di orientamento dei mercati, sicurezza dei prodotti, protezione degli animali e bisogno di salvaguardia ambientale e biodiversità a seguito del cambiamento climatico. Dinanzi a tali sfide, una buona politica agricola è la politica migliore per il futuro ed è nell’interesse di tutti i nostri cittadini.

 
  
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  Sandra Kalniete (PPE), per iscritto. – (LV) Questa risoluzione comporta una transizione dalla zona come base storica per la determinazione dei pagamenti diretti nel prossimo periodo di programmazione finanziaria. Offriamo pertanto la possibilità di un periodo di transizione. Tale periodo è fondamentale, ma un intero settennato sarebbe eccessivo. Trascinarci nell’attuazione del nuovo metodo potrebbe incidere negativamente sul conseguimento di un obiettivo importante della riforma della PAC, ossia un sostegno mirato, equo, equilibrato, semplice e trasparente. Un’argomentazione a favore del mantenimento del bilancio della PAC al suo livello del 2013 è rappresentata dalle aspettative legittime dei nuovi Stati membri che il sostegno della PAC nel loro caso sia paragonabile a quello erogato agli Stati membri più vecchi. Sono persuasa che la PAC possa essere forte e realmente comune soltanto se intesa a garantire una concorrenza leale tra tutti gli agricoltori europei. Una concorrenza non distorta in Europa è inoltre un prerequisito per la competitività degli agricoltori europei sui mercati mondiali. Vorrei sottolineare la volontà politica espressa nella risoluzione di rafforzare la posizione dei produttori primari nella catena di approvvigionamento alimentare in maniera che le loro organizzazioni possano diventare più efficaci e, pertanto, in grado di dialogare con i grandi rivenditori e le imprese di trasformazioni in condizioni di parità. Spero che l’elemento dello sviluppo rurale della PAC sia consolidato e nella strategia di sviluppo rurale si rivolga prevalentemente l’attenzione alle comunità rurali, al miglioramento ambientale, all’ammodernamento e alla ristrutturazione dell’agricoltura, al rafforzamento della coesione, a un miglioramento della vendita dei prodotti e della competitività, alla conservazione dei posti di lavoro e alla creazione di occupazione nelle zone rurali, nonché al cambiamento climatico, all’energia rinnovabile e alla biodiversità.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE), per iscritto. – (PL) Il futuro della politica agricola comune dopo il 2013 per noi è fondamentale. Molte cose importanti dipendono dalla PAC: la struttura del bilancio dell’Unione europea e il futuro dell’agricoltura, degli agricoltori e delle zone rurali. L’intero Parlamento europeo deve essere consapevole del significato della PAC per il futuro dell’Unione. Basilare è ovviamente la questione dei pagamenti diretti, come lo è la necessità di eliminare le disparità tra i diversi paesi. Oggi i divari tra il livello di pagamenti nei vari Stati membri sono troppo accentuati. Ciò compromette il senso di solidarietà, uguaglianza e comunità. Quello che occorre maggiormente ai coltivatori è un reddito sostenibile, sia adesso sia a lungo termine, altrimenti è molto difficile ammodernare le aziende agricole e sarà difficile mantenere l’influenza benefica dell’agricoltura sull’ambiente naturale e culturale. Pertanto, adoperiamoci per contribuire a garantire che i futuri cambiamenti della politica agricola comune portino a un reddito stabile per gli agricoltori europei. Grazie infinite.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE), per iscritto. – (EN) Apprezzo l’odierna relazione, la prima a esaminare la forma e la natura della politica agricola comune (PAC) dopo il 2013. La relazione ribadisce che dopo il 2013 vi sarà una PAC, dovrebbe restare una politica comune e il suo bilancio dovrebbe essere mantenuto perlomeno ai livelli attuali. La relazione è ferma nel mantenere comunitaria tale politica, respingendo i tentativi di rinazionalizzazione. Gli agricoltori dovrebbero prendere atto del fatto che questo Parlamento comprende le loro preoccupazioni. La PAC dopo il 2013 dovrebbe sostenere i produttori attivi e ricompensarli per il cibo che producono e i tanti beni pubblici che forniscono alla società, tra cui l’elevato benessere degli animali e gli standard ambientali. Le misure di sostegno ai mercati saranno essenziali per garantire adeguate reti di sicurezza contro una volatilità estrema dei mercati, che probabilmente sarà una caratteristica dei mercati del futuro. Soltanto il sette per cento degli agricoltori europei ha meno di 35 anni, chiaro monito del fatto che dobbiamo assicurare che esistano le condizioni per mantenere i giovani nel settore agricolo. É fondamentale che vi sia grande attenzione per le giovani generazioni nella PAC dopo il 2013 in maniera da consentire uno sviluppo innovativo ed efficiente dell’agricoltura.

 
  
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  Ivari Padar (S&D), per iscritto. – (ET) Per esordire vorrei ringraziare il collega Lyon per aver una relazione estremamente equilibrata. Credo che ci abbia già consentito di creare una buona base di discussione per l’immediato futuro. Modificare la politica agricola è forse uno dei principali compiti di questa plenaria. É vero che ci vorrà tempo per iniziare a cogliere i frutti di queste normative, forse dieci anni. Sebbene il compito principale dell’agricoltura sia fornire cibo, la sua importanza per l’interesse pubblico è sempre più riconosciuta, che si manifesti nella politica sociale, nell’ambiente o nella cultura. Una fetta relativamente ridotta della popolazione di fatto ne nutre il 100 per cento, utilizza la terra in maniera economica e si preoccupa dell’equilibrio sociale delle zone rurali in tutta l’Unione. La relazione è una buona base per ulteriori discussioni. Grazie per l’attenzione.

 
  
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  Ulrike Rodust (S&D), per iscritto. – (DE) Ringrazio il relatore. Molte idee del mio gruppo sono state introdotte nel documento sottoposto alla nostra attenzione e ora abbiamo un ottimo risultato.

Il nostro principale scopo deve essere garantire una produzione alimentare di alta qualità in Europa.

Nella discussione sull’organizzazione della riforma agricola si è spesso parlato di remunerazione dei beni pubblici. A mio parere, questo dibattito va nella giusta direzione.

Soltanto se i cittadini dell’Unione saranno convinti che si stanno realmente compiendo sforzi senza spreco di denaro, la politica agricola comune avrà il riconoscimento che merita.

Lo sviluppo delle zone rurali svolge un ruolo sempre crescente. Per evitare la desertificazione e la scomparsa della nostra agricoltura, dobbiamo sviluppare ulteriori strumenti che fermino l’esodo rurale.

Zone rurali attive sono un ambiente di vita in grado di richiamare non soltanto gli agricoltori, ma anche chi non vuole vivere in città.

Dovremmo approvare la relazione così come è stata elaborata con un’ampia maggioranza in plenaria per trasmettere all’esterno un segnale chiaro.

 
  
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  Csaba Sógor (PPE), per iscritto. – (HU) Quando è iniziato il processo di integrazione europea, la politica agricola comune non soltanto ha garantito l’approvvigionamento alimentare della popolazione, ma ha anche gettato le basi per un’agricoltura europea moderna e altre politiche specifiche. L’Unione europea, però, ha recentemente acquisito 12 nuovi Stati membri. Ciò significa che ha acquisito una nuova popolazione agricola di 7 milioni di persone oltre ai 6 milioni che già aveva prima del 2004. Inoltre, a seguito dell’adesione dei nuovi Stati membri, i terreni agricoli dell’Unione pari a 130 milioni di ettari sono aumentati del 40 per cento giungendo a 185 milioni. All’epoca dell’adesione, i nuovi Stati membri pensavano che, nel tempo, i loro coltivatori avrebbero ricevuto lo stesso livello di sostegno della PAC concesso agli agricoltori dei vecchi Stati membri. Tale risultato, tuttavia, può essere conseguito soltanto se le risorse destinate alla politica agricola dopo il 2013 non verranno ridotte. L’Unione europea deve tener conto delle diverse situazioni ed esigenze degli Stati membri perché l’agricoltura europea promuoverà gli interessi degli Stati membri, degli agricoltori e anche dei cittadini soltanto se le risorse non verranno distribuite in maniera iniqua a causa delle differenze esistenti nei livelli di ammodernamento.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (S&D), per iscritto. – (HU) La politica agricola comune ha bisogno di una riforma audace e radicale che tenga conto della situazione specifica dei nuovi Stati membri. Mantenere la PAC sarà ragionevole agli occhi dei contribuenti europei e difendibile nei negoziati con i Ministri delle finanze se saremo in grado di dimostrare che, oltre alla sicurezza alimentare europea, l’agricoltura può anche fornire beni pubblici sociali e ambientali alla società. Penso che soltanto una drastica riforma possa salvare la politica agricola comune. Gli investimenti agricoli dei nuovi Stati membri dovrebbero essere sostenuti con agevolazioni sovvenzionate, altrimenti l’agricoltura europea opererà a due o, vista la situazione in Romania e Bulgaria, tre diverse velocità di sviluppo accentuando ulteriormente il divario tra i 15 vecchi Stati membri e i 12 nuovi. La creazione di un’agricoltura “verde” in Europa e la produzione di beni pubblici ambientali richiede nuovi investimenti, specialmente nei nuovi Stati membri. Gli agricoltori non dovrebbero essere penalizzati; dovrebbero invece ottenere nuovi incentivi finanziari che li aiutino ad acquistare macchinari che permettano una coltivazione rispettosa del suolo e dell’ambiente, la sostituzione del pool genetico per le specie coltivate e investimenti per salvaguardare l’ambiente e la purezza dell’acqua.

 
  
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  Artur Zasada (PPE), per iscritto. – (PL) Nel riformare la PAC, non dobbiamo dimenticare i principi di integrazione, solidarietà e comunità. I pagamenti diretti incidono notevolmente sulla sicurezza degli approvvigionamenti alimentari non soltanto contribuendo a stabilizzare il reddito dei coltivatori, ma compensando anche i costi del rispetto dei requisiti sempre più rigidi imposti all’agricoltura. Se non eliminiamo le disparità esistenti nel livello di sostegno diretto, tale strumento, che è lo strumento finanziario principale della PAC, continuerà a dividere l’Unione europea in vecchi e nuovi Stati membri. L’abbandono dei criteri storici di distribuzione non sarebbe soltanto un gesto simbolico di maggiore integrazione, ma contribuirebbe anche a garantire pari condizioni concorrenziali in un mercato unico comunitario. É inoltre essenziale che la strategia di sviluppo rurale continui a rappresentare un elemento chiave della PAC sostenendo lo sviluppo economico e sociale in senso ampio. Un ruolo fondamentale viene svolto in tale ambito con la continua riorganizzazione e il costante ammodernamento delle aziende agricole, nonché con le tante innovazioni intese ad aumentare l’efficienza e migliorare la competitività in un’Unione allargata. Un secondo pilastro forte è un’opportunità per aiutare i giovani coltivatori a intraprendere l’attività agricola e innalzare la propria qualità di vita, attivare la società e migliorare la condizione delle donne nelle zone rurali.

 

4. Implicazioni per l'agricoltura dell'UE della riapertura dei negoziati con il Mercosur per la conclusione di un accordo di associazione - Preparativi per il prossimo vertice UE-Brasile in programma il 14 luglio 2010 a Brasilia (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. - L'ordine del giorno reca la discussione su:

- l'interrogazione orale alla Commissione sulle implicazioni per l'agricoltura dell'UE della riapertura dei negoziati con il Mercosur per la conclusione di un accordo di associazione, degli onorevoli McGuinness, Deß, Papastamkos, Mathieu, Nedelcheva, Dantin, La Via, Jeggle, Jahr, Klaß, Köstinger, De Lange, Silvestris, Lulling, Glattfelder, Herranz García, Mato Adrover, Dorfmann, Kalinowski, Daul, Patrão Neves, Siekierski, Béchu, Niculescu, Mayer e Audy, a nome del gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano), Nicholson e Wojciechowski, a nome dei Conservatori e Riformisti europei, Bové a nome del gruppo Verde/Alleanza libera europea, Lyon a nome del gruppo dell'Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l'Europa, Capoulas Santos e Kadenbach a nome del gruppo dell'Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo (O-0079/2010/rev.2 - B7-0315/2010); e

- l'interrogazione orale alla Commissione sulla preparazione del prossimo vertice UE-Brasile il 14 luglio 2010 a Brasilia, dell'onorevole Yáñez-Barnuevo García, a nome del gruppo dell'Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo (O-0091/2010 - B7-0317/2010).

 
  
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  Mairead McGuinness, autore. - (EN) Signor Presidente, la ringrazio per il chiarimento sul mio intervento di un minuto e colgo l'occasione per fare un richiamo al regolamento. Sono uno degli autori della prima interrogazione e non condivido affatto che l'ordine del giorno rechi in discussione congiunta di due interrogazioni. È dallo scorso maggio che tento di far includere l'interrogazione sul Mercosur nell'ordine del giorno, non ritengo la si debba affrontare in discussione congiunta e intendo assolutamente oppormi agli eccessi di questa mattina. Non so come e perché si siano verificati e sono estremamente indignata a riguardo. Possiamo riportare la discussione su questo tema? Desidero un chiarimento e spero che i miei onorevoli colleghi mi sostengano.

 
  
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  Presidente. - Onorevole McGuinness, in quanto membro anziano di questo Parlamento saprà che è stata la Conferenza dei Presidenti a decidere di organizzare la discussione in questo modo, per cui stiamo procedendo secondo il regolamento. Naturalmente ho preso nota del suo disappunto, ma la prego di considerare che se affrontassimo questo tema ora impediremmo di prendere parola agli oratori in attesa.

 
  
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  James Nicholson, autore. - (EN) Signor Presidente, credo che quest'oggi la causa del problema sia stata una mancanza di consultazione. Mi aspettavo che ci si degnasse almeno di consultare gli autori dell'interrogazione sul Mercosur, me compreso, sulle cause dell'accaduto. So che la Conferenza dei Presidenti detiene l'autorità in tema di regolamento, ma spero che lei, signor Presidente, possa riferire all'Ufficio di Presidenza di questo Parlamento, del quale è distinto membro, della necessità di concedere tempo sufficiente alla discussione sull'agricoltura.

Chiaramente non vi è stato questa mattina il tempo no è abbastanza. Si è reso conto lei stesso dell'alto numero di richieste e del problema che ciò ha comportato. Possiamo fare in modo che questo Parlamento lavori per i suoi membri, invece che per l'amministrazione? Siamo stati eletti per rappresentare i nostri cittadini e non l'amministrazione, che tra l'altro viene strapagata...

(Il Presidente interrompe l'oratore)

 
  
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  Presidente. - Onorevole Nicholson, abbiamo preso nota del suo commento e lo riferiremo all'Ufficio di Presidenza. L'amministrazione non organizza le discussioni, si limita ad assistere in questo gli organismi politici.

 
  
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  Mairead McGuinness, autore. - (EN) Signor Presidente, il nostro atteggiamento polemico non è dovuto alla stagione estiva, ma al fatto che le nostre osservazioni sono valide e che noi prendiamo sul serio il nostro lavoro. Prenderò la parola per trenta secondi alla fine della discussione perché ho due pagine vuote. Ho posto cinque interrogazioni alla Commissione e non intendo prendere parola finché non mi viene data risposta.

 
  
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  Presidente. – La ringrazio, onorevole McGuinness. Più tardi le concederò i secondi che non ha ancora utilizzato.

 
  
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  James Nicholson, autore. - (EN) Signor Presidente, credo che la decisione della Commissione di riprendere i negoziati con il Mercosur su un accordo di libero scambio abbia sorpreso molti. Ora che si profila un periodo di riforme della politica agricola comune, di cui abbiamo appena discusso, è chiara a tutti l'importanza dell'agricoltura per l'accordo con il Mercosur.

Non discuto il diritto degli organi della Commissione di riprendere le consultazioni, ma sarebbe stato molto più opportuno informare preventivamente il Parlamento a riguardo. La questione in oggetto potrebbe aprire un vaso di Pandora per molti settori dell'industria agricola in Europa e di conseguenza mi interrogo seriamente sulla sensatezza di qualsiasi accordo futuro in merito.

In Brasile e Argentina persistono seri problemi per quanto riguarda la rintracciabilità degli animali ed altre questioni di salute e sicurezza. Secondo l'ultima relazione della missione FAO nello stato di Santa Catarina, vi sono scarsi controlli delle mandrie in transito dall'Argentina in Brasile o tra diverse regioni del Brasile. Lo stesso vale per la marchiatura auricolare, che non è applicata secondo le regole, e potrei elencare molti altri esempi citati nella relazione FAO dello scorso ottobre.

Desidero far presente al Commissario in modo molto chiaro che, se si ostinerà a percorrere questa strada, verrà ostacolato a ogni piè sospinto. Vista la lentezza delle discussioni con l'OMC, l'opzione di un accordo UE-Mercosur potrebbe sembrare allettante, ma sono fermamente convinto che potrebbe anche finire per disintegrare l'OMC. Se i paesi del Mercosur riuscissero infatti a concludere un accordo con l'Unione europea, per quale motivo dovrebbero continuare a partecipare ai negoziati dell'OMC?

Deve essere chiaro che non vi sarà alcun abbassamento dei livelli di rintracciabilità, di tutela della salute o del benessere degli animali. I consumatori e i produttori nell'Unione europea vanno protetti e credo che un accordo commerciale con il Mercosur non sia un passo in questa direzione, ma piuttosto nella direzione opposta.

 
  
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  José Bové, autore. - (FR) Signor Presidente, signor Commissario, la riapertura dei negoziati con il Mercosur contemporaneamente ai preparativi dell'Unione europea di ridefinire la propria politica agricola rappresenta una pericolosa mancanza di coerenza da parte della Commissione. L'Europa importa già 500 000 tonnellate di carne bovina. Non possiamo accettare un'ulteriore apertura del nostro mercato, che andrebbe a scapito degli allevatori delle aree più sfavorite d'Europa senza garantire il rispetto degli standard igienici e sociali.

L'Europa acquista 38 milioni di tonnellate di soia e mangimi per bovini, la cui produzione monopolizza un'area di oltre 19 milioni di ettari in Argentina e Brasile ed si concentra nelle mani di tre aziende: Cargill, ADM e Bunch. Tra il 2001 e il 2004 la soia ha distrutto oltre 1,2 milioni di ettari di foresta tropicale ed equatoriale, divenendo così una delle principali cause delle emissioni di gas serra e della perdita di biodiversità.

Il Parlamento europeo ha deciso di stilare una relazione sul recupero dell'autonomia per quanto riguarda le proteine vegetali per i mangimi destinati al bestiame. Il motivo di tale decisione è da ricondurre alle necessità di promuovere un'agricoltura ecologica e di combattere il cambiamento climatico, ma il progetto di accordo bilaterale vanificherebbe ogni sforzo. Ancora una volta la Commissione europea sacrifica l'allevamento e gli allevatori per favorire le società di servizi. Queste concessioni andranno a vantaggio dei gruppi agroindustriali del Mercosur e non delle famiglie di allevatori. Ne è prova la relazione della Tyson, importante gruppo statunitense operante sul mercato internazionale della carne, che ha annunciato – cito dalla relazione della Tyson – di aver investito in Brasile al fine di usare tale paese come piattaforma per esportare in Europa.

Altre aziende, come il Doux Group, agirono d'anticipo acquisendo il gruppo brasiliano Frangosul nel 1998. Molti gli allevatori di pollame, in particolare in Bretagna, subirono le conseguenze di quella transazione.

Intensificando gli attacchi contro i propri allevatori, l'Europa sembra voler perseguire una politica di delocalizzazione. Dobbiamo fermare questo processo insensato e offrire ai nostri cittadini cibi di qualità prodotti localmente.

 
  
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  George Lyon, autore. - (EN) Signor Presidente, cercherò di essere conciso. La ripresa dei negoziati con il Mercosur desta preoccupazione per vari motivi concreti.

La Scozia, che rappresento, ha una notevole produzione di carne bovina. Si tratta di un sistema di produzione ad alti costi ed è fondamentale evitare che buona parte delle campagne scozzesi venga abbandonata a causa di una marea di carne importata a prezzi inferiori. Si corre il rischio reale che l'industria di produzione di carne bovina scozzese venga sacrificata a causa della necessità di negoziare e concludere un accordo con i paesi del Mercosur.

Vorrei quindi sollevare alcune obiezioni in merito a una questione che non riguarda solo la Scozia, ma anche l'Irlanda, la Francia e altri paesi europei. In particolare vorrei chiederle perché non vi sia stata apparentemente alcuna consultazione con il Parlamento e con la commissione per l'agricoltura Se fossimo stati informati prima dell'annuncio, se non altro per una questione di cortesia, il dialogo tra lei e il Parlamento sarebbe sicuramente stato più costruttivo.

Seconda obiezione: che mandato avranno i negoziatori per quando riguarda i prodotti agricoli? È possibile sapere quali argomenti saranno autorizzati a trattare nei negoziati? Quante tonnellate di carne bovina? Si imporranno tariffe minime o non vi sarà alcuna tariffa? Qualcuno può illustrarci il loro mandato?

Altri due punti: indipendentemente dalle dimensioni dell'accordo, quando è prevista la conduzione di uno studio per valutarne l'impatto? Prima di firmare un accordo dobbiamo perlomeno poterne prevedere l'impatto, soprattutto dal momento che stiamo rinegoziando al contempo la PAC e stiamo decidendo sulle future modalità di sostegno per le imprese agricole. Le due questioni sono strettamente legate tra loro e per questo è fondamentale capire quale sarà l'impatto dell'una sull'altra.

Infine, quale sarà il ruolo del Commissario per l'agricoltura in questo frangente e a chi spetterà la responsabilità di definire il mandato dei suoi negoziatori? Si consulterà il Parlamento prima di siglare l'accordo finale? Gradirei una risposta alle mie domande.

 
  
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  Presidente. - Vorrei far presente a tutti gli onorevoli colleghi che gli oratori intervenuti sinora, compreso l'onorevole Capoulas Santos, sono gli autori della prima interrogazione all'ordine del giorno, mentre il prossimo oratore, l'onorevole Yáñez-Barnuevo García, è l'autore della seconda interrogazione.

 
  
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  Luis Manuel Capoulas Santos, autore. – (PT) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli collegi, l'intera America latina e in particolare i paesi del Mercosur sono partner strategici per l'Unione europea e sono paesi con cui condividiamo storia e valori sociali. Si tratta di un'area geopolitica in cui libertà, democrazia e rispetto per i diritti dell'uomo hanno fatto notevoli progressi ed è quindi perfettamente logico approfondire con essa i legami politico-culturali e massimizzare i reciproci benefici in campo economico.

Accolgo con favore la decisione europea di riprendere i negoziati sull'accordo di associazione con il Mercosur, sebbene non condivida e anzi condanni le recenti azioni protezionistiche dell'Argentina, azioni in totale contrasto con lo spirito di apertura mostrato da parte europea.

Desidero comunque mettere in guardia la Commissione sul fatto che una conduzione poco attenta dei negoziati avrà conseguenze potenzialmente negative per il settore agricolo europeo. Siamo tutti a conoscenza dell'entità del deficit della bilancia commerciale tra Europa e Mercosur, delle diverse condizioni di produzione e dei differenti requisiti richiesti agli imprenditori agricoli sulle due sponde dell'Atlantico.

In attesa di una risposta della Commissione alle interrogazioni formali presentate per iscritto, e specialmente all’interrogazione sulla questione dei prodotti sensibili, gradirei anche sapere quale sarà la reazione della Commissione alla comprensibile mossa dell'Argentina.

 
  
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  Luis Yáñez-Barnuevo García, autore. – (ES) Signor Presidente, mi devo congratulare con due persone oggi: in primo luogo, il ministro degli Affari esteri spagnolo Moratinos, che è riuscito a portare o sta per portare alcuni prigionieri politici cubani in Spagna; in secondo luogo, il prigioniero politico Guillermo Fariñas, che, attraverso uno sciopero della fame portato avanti con tenacia e sacrificio, ne ha ottenuto la libertà.

Tornando ora alla questione per la quale ci troviamo riuniti, vorrei soprattutto ringraziare il Consiglio per la decisione, presa nel corso del vertice di Madrid del 18 maggio scorso, di avviare i negoziati per quello che è un importante accordo non soltanto di carattere commerciale, ma anche politico e di cooperazione tra Unione europea e Mercosur. Contrariamente a quanto si afferma, il Parlamento ha manifestato ripetutamente il proprio sostegno a questi negoziati: nel contesto della delegazione per le relazioni con i paesi del Mercosur, della delegazione all'Assemblea parlamentare euro-latinoamericana (EuroLat) e proprio durante le sedute plenarie di numerose sessioni parlamentari. Stiamo discutendo su quello che potrebbe e dovrebbe diventare il più vasto accordo commerciale al mondo, in grado non solo di portare sviluppo, benessere, progresso e lavoro a 800 milioni di persone, ma anche un aumento spettacolare dello scambio di beni, merci e servizi tra le due regioni.

L'agricoltura rappresenta solo una parte di questo macro-accordo. I negoziati dovranno ambire alla conclusione di un accordo equilibrato lasciando da parte la mentalità protezionistica europea e di alcuni paesi del Mercosur, perché tale mentalità è nemica dello sviluppo e del benessere. Ad ogni modo l'industria e i servizi rappresentano il 97 per cento del prodotto interno lordo europeo, mentre l'agricoltura solo il 2,1per cento, per cui è necessario valutare i timori espressi in base alle loro reali proporzioni e motivazioni.

Signor Commissario, il prossimo vertice tra Unione europea e Brasile del 14 luglio dovrà mirare a promuovere e accelerare i negoziati. La conclusione dell'accordo assume sempre maggiore importanza per via della crisi economica che stiamo attraversando e contribuirà a risolverla.

 
  
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  Karel De Gucht, membro della Commissione. - (EN) Signor Presidente, trattandosi di una discussione congiunta, con il suo permesso vorrei affrontare all'inizio della sessione sia il tema delle implicazioni per l'agricoltura di un accordo di associazione con il Mercosur, sia il tema del prossimo vertice. Risponderò quindi nella modalità da lei scelta.

Per quanto concerne il Mercosur, la ripresa dei negoziati sull'accordo di associazione è di fondamentale importanza politica ed economica per l'Unione europea. Dal punto di vista politico, il Mercosur rappresenta il più grande progetto di integrazione regionale in America latina, per cui sarebbe superfluo sottolineare l'importanza geopolitica di un rafforzamento dei legami tra noi e questo continente. Con Cile e Messico sono già in vigore due accordi e di recente abbiamo concluso i negoziati con Colombia, Perù e America centrale, per cui è perfettamente logico sedersi al tavolo del negoziato anche con il Mercosur.

In termini economici, la conclusione di un accordo comporterebbe notevoli vantaggi sia per l'Unione europea sia per il Mercosur. In questo periodo di difficoltà economica non possiamo permetterci di ignorare il potenziale di questo accordo in termini di posti di lavoro e crescita per entrambe le regioni.

Il Mercosur è un’entità economica grande e dinamica, con un prodotto interno lordo combinato di 1 300 miliardi di euro e un tasso di crescita previsto del 5 per cento per il 2010 e del 4 per cento per il 2011. Si tratta di un partner sempre più importante per l'Unione europea: per quanto riguarda le importazioni dall'UE, infatti, è allo stesso livello dell'India e supera paesi come Canada e Corea. Nei quattro anni precedenti alla crisi le esportazioni europee nel Mercosur sono cresciute annualmente del 15 per cento.

Anche per quanto concerne gli investimenti diretti il Mercosur è un partner fondamentale. Gli investimenti europeo in questa regione ammontano infatti a 165 miliardi di euro e superano il totale degli investimenti europei in Cina, India e Russia. Considerando da una parte l'entità e il potenziale del Mercosur, dall'altra il fatto che si tratta ancora di un mercato relativamente protetto, l'economia dell'Unione europea potrebbe trarne vantaggi economici pari a quelli derivanti dagli accordi di libero scambio conclusi recentemente o in corso di negoziato tra UE e partner commerciali importanti come Corea o India.

La ripresa dei negoziati è anche un segnale dell'impegno di entrambe le regioni per la promozione del libero scambio e il rifiuto del protezionismo. La Commissione ha preso questa decisione dopo un esame scrupoloso e un approfondito dibattito interno, valutando positivamente le indicazioni fornite dal Mercosur nel corso del dialogo informale sugli aspetti tecnici di questioni relative al commercio di beni, agli appalti pubblici o ad alcuni settori del terziario.

Vorrei aggiungere che, immediatamente dopo l'annuncio della decisione da parte del Collegio, sono entrata a far parte della commissione per il commercio internazionale, dove abbiamo affrontato il tema della ripresa dei negoziati in maniera approfondita. Il Consiglio ritiene di essere stato oggetto di un trattamento peggiore da parte mia rispetto al Parlamento, e non è affatto soddisfatto. Abbiamo agito in base al mandato esistente, per cui non avevamo bisogno di un nuovo mandato. Si è trattato propriamente di una decisione del Collegio e il Parlamento ne è stato subito informato.

Va sottolineato con chiarezza, però, che, sebbene l'atteggiamento di collaborazione dei nostri partner del Mercosur faciliti sicuramente la ripresa dei negoziati, non ne garantisce il successo, cosa assai diversa. Per riuscire sarà necessario negoziare un accordo ambizioso che includa settori come il commercio di beni e servizi o la proprietà intellettuale, senza tralasciare le indicazioni geografiche.

Il primo incontro con il Mercosur è avvenuto la scorsa settimana a Buenos Aires. Si è trattato di una consultazione piuttosto tecnica con l'obiettivo di riprendere il filo del discorso dopo oltre cinque anni di interruzione, di fare il punto sui negoziati lasciati in sospeso nel 2004 e di discutere questioni procedurali e le modalità di continuazione dei negoziati. Naturalmente non mancheremo di tenere debitamente informati il Parlamento europeo e il Consiglio sull'evoluzione delle trattative.

Per quanto riguarda le vostre specifiche interrogazioni, la Commissione sta lavorando sulla base delle direttive negoziali adottate dal Consiglio nel 1999. Sulla base degli impegni presi dall'Unione europea con l'OMC, tali direttive assegnano alla Commissione il compito di negoziare un accordo bilanciato e completo con il Mercosur al fine di liberalizzare sostanzialmente tutti gli scambi commerciali in tutte aree incluse nell'accordo, compresa l'agricoltura.

La Commissione è consapevole della sensibilità della questione agricola e ne terrà conto nel corso dei negoziati con il Mercosur. Non va dimenticato che anche noi abbiamo forti interessi offensivi in campo agricolo nel Mercosur, ad esempio per quanto riguarda vino, formaggi, frutta, verdura e le indicazioni geografiche. In un simile contesto è evidente la necessità di adottare misure di accompagnamento per i settori più sensibili. È comunque ancora presto per discutere gli ambiti di applicazione delle misure, in quanto abbiamo appena dato inizio ai negoziati e non abbiamo ancora affrontato questi temi concretamente.

Al momento non è stata avanzata alcuna offerta in ambito agricolo. In risposta all'interrogazione di un onorevole collega - di cui non conosco il nome - in merito alla posizione del Commissario per l'agricoltura su questo argomento, vorrei precisare che è appunto il Commissario a decidere assieme a me quali offerte proporre, e non il Commissario per il commercio. In caso di disaccordo la decisione passa al Collegio dei membri della Commissione che prenderà poi la decisione finale. Questa è la procedura e il Commissario Cioloş è pienamente coinvolto nelle discussioni.

Un altro aspetto da tenere in considerazione sono le precedenti offerte di carattere agricolo dell'Unione europea e risalenti al Ciclo di Doha, delle quale si prevede che il Mercosur sarà uno dei maggiori beneficiari. In questo contesto vorrei fosse chiaro che la ripresa dei negoziati non diminuisce affatto il nostro impegno per il successo dell'agenda di Doha per lo sviluppo. In linea di principio il negoziato verte solo su zone di libero scambio che sono compatibili con le regole dell'OMC e che, sulla base del suo acquis, hanno una maggiore copertura rispetto al Ciclo di Doha. Sono certa che operando le scelte giuste riusciremo a portare a compimento entrambi i negoziati con successo.

In tema di sicurezza alimentare, ovviamente le merci importate in Europa dovranno rispettare appieno i requisiti dell'Unione europea. Non abbiamo alcuna intenzione di mettere da parte i nostri requisiti sanitari e di sicurezza alimentare nei negoziati, né ora né mai. L'approccio dell'Unione europea in tutti i negoziati commerciali prevede l'assoluto mantenimento dei livelli di protezione vigenti. Il regolamento dell'OMC ci concede l'inviolabile diritto di stabilire autonomamente il livello di protezione sulla base di prove scientifiche riconosciute.

Per quanto riguarda l'impatto di un possibile accordo, infine, abbiamo già condotto e pubblicato nel marzo 2009 una valutazione della sostenibilità di un accordo tra l'Unione europea e il Mercosur, che la Commissione intende completare nei prossimi mesi con uno studio più concentrato sugli aspetti prettamente economici.

Passando ora al vertice UE-Brasile, è opportuno iniziare con una breve panoramica delle relazioni tra le due regioni: il Brasile gode incontestabilmente di un profilo internazionale proporzionato all'entità del proprio territorio, della sua popolazione e dei suoi risultati economici. Questo paese sostiene il multilateralismo, è membro del G20 e un protagonista fondamentale nei dibattiti globali su cambiamento climatico, buon governo dell'economia, riforme delle Nazioni Unite, questioni commerciali e lotta alla povertà. Inoltre il Brasile svolge spesso il ruolo di mediatore informale tra l'Occidente e i paesi emergenti o in via di sviluppo, e rientra nei nove Stati con cui l'Unione europea ha siglato un partenariato strategico. L’accordo risale al 2007, mentre il piano d'azione congiunto, che ne rappresenta l'attuazione concreta, risale all'anno successivo.

A testimoniare il nostro grado di soddisfazione nei confronti dell'attuazione del piano d'azione congiunto vi sono la molteplicità di iniziative congiunte, il livello di intesa reciproca e la profondità di un rapporto che include 18 trattative in corso. In occasione del quarto vertice UE-Brasile ci proponiamo di fare il bilancio dei progressi nelle nostre relazioni e di discutere le principali sfide globali. Si tratta di un momento particolarmente propizio per condurre questa valutazione in quanto il mandato del Presidente Lula sta volgendo al termine.

Per quanto riguarda le questioni ambientali, in occasione del terzo vertice di Stoccolma abbiamo discusso di una possibile cooperazione in vista del vertice di Copenhagen del dicembre scorso e un'iniziativa congiunta di Brasile, Unione europea e Unione Africana in campo bioenergetico. Le prossime conferenze su cambiamento climatico e biodiversità di Cancún e Nagoya costituiranno i principali punti di discussione del vertice UE-Brasile, in quanto il buon esito di tali conferenze dipenderà da un migliore coordinamento con il Brasile.

Come suggerito dal Presidente Lula in occasione del vertice UE-Mercosur di Madrid, stiamo ora valutando l'adozione di una posizione comune per Cancún e abbiamo consegnato una proposta congiunta di cooperazione trilaterale in campo bioenergetico alla Commissione dell'Unione Africana, da cui attendiamo risposta a breve.

In merito alla cooperazione su forum multilaterali, stiamo cercando di coordinarci con il Brasile in vista del vertice G20 di Seoul in modo da ottenerne il sostegno, accrescere la rappresentanza dell'Unione europea presso le Nazioni Unite e infine procedere con decisione verso la conclusione del Ciclo di Doha. Il Brasile mira invece al rafforzamento della propria influenza all'interno del sistema globale di buon governo e ha bisogno del nostro sostegno per ottenere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Trattandosi di un paese a economia emergente, le sue posizioni sono molto diverse rispetto a quelle dell'Unione europea riguardo alle riforme della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.

In generale, essendo certamente una partner di rilevanza globale con un'agenda in comune, dobbiamo procedere verso la risoluzione delle differenze e la ricerca di punti di convergenza. Al prossimo vertice confermeremo l'impegno verso il rafforzamento della non proliferazione e ci impegneremo per una cooperazione ancora più stretta. Sebbene il Brasile si sia opposto alle sanzioni contro l'Iran adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso giugno, l'Unione europea ha accolto con favore gli sforzi di Brasile e Turchia di evidenziare i punti deboli all'interno della dichiarazione di Teheran, sottolineandone però anche il potenziale valore come strumento di rafforzamento della fiducia e infine invitando l'Iran alla ripresa di negoziati seri. Nonostante vi siano differenze tattiche, concordiamo sui principi enunciati nel trattato di non proliferazione e sul fatto che l'Iran debba dimostrare la natura pacifica del proprio programma nucleare.

Nella prima parte del mio intervento mi sono soffermata a lungo sui negoziati con il Mercosur, ma se ne riparlerà sicuramente anche durante il vertice. Sfortunatamente non sarò presente a Brasilia, ma ritengo improbabile l'adozione di decisioni definitive sui negoziati dati la lunga interruzione e il fatto che a precedere il vertice vi siano state solo alcune discussioni tecniche. Nel corso del vertice si affronteranno anche questioni regionali relative a Cuba, Honduras, Paraguay e Venezuela, in particolare: il ruolo svolto dal Brasile nel processo di stabilizzazione del Paraguay, il rifiuto di riconoscere il nuovo governo honduregno e l'impegno sul fronte cubano e venezuelano.

Stiamo infine completando il complesso lavoro su alcune questioni da affrontare durante il vertice: innanzi tutto la firma di un accordo orizzontale di aviazione civile e di un accordo di sicurezza aerea; in secondo luogo, l'annuncio di un programma congiunto di lavoro sulla cooperazione triangolare con i paesi in via di sviluppo; in terzo e ultimo luogo, una lettera di intenti tra la Commissione e il Consiglio nazionale di giustizia brasiliano che verrà firmata a Bruxelles il 14 luglio al fine di avviare una cooperazione trilaterale di sostegno elettorale e di riforma della giustizia.

Le nostre relazioni con il Brasile non terminano con questo vertice, ma continuano invece grazie ad altre iniziative parallele che conferiscono una dimensione più completa ai nostri impegni bilaterali, regionali e globali. Ora però ho superato il tempo limite e più tardi cercherò di rispondere alle vostre interrogazioni con ulteriori esempi.

 
  
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  Georgios Papastamkos, a nome del gruppo PPE.(EL) Signor Presidente, vorrei sottolineare l'ingente deficit della bilancia commerciale nel settore della produzione agricola dell'Unione europea nei confronti dei paesi del Mercosur. In aggiunta, l'Argentina sta bloccando le importazioni alimentari e danneggia seriamente le esportazioni agroalimentari europee, come quella della conserva di pesche greca. Signor Commissario, è stato affrontato questo tema nel corso del primo ciclo di negoziati a Buenos Aires la scorsa settimana? Inoltre, non crede che la posizione dell'Argentina porti a interrogarsi sulla incompatibilità delle sue misure con le regole e gli obblighi dell'Organizzazione mondiale del commercio?

Una breve parentesi, signor Commissario: i negoziati con i paesi delle Ande e dell'America centrale sono giunti a compimento. Per la verità le concessioni dell'Europa in campo agricolo sono fonte di considerevole preoccupazione e precisi interrogativi: per quale motivo l'Europa ha stabilito quote per i settori del riso e dello zucchero che superano la capacità produttiva dei paesi summenzionati? Gli accordi prevedono clausole di esportazione nette che impediscano lo sviluppo di un triangolo commerciale? La Commissione può garantire il mantenimento dei prezzi di importazione nei settori della frutta e della verdura?

Signor Commissario, mi unisco agli onorevoli colleghi che si sono espressi in merito alla necessità di una maggiore cooperazione interistituzionale tra Commissione e Parlamento europeo. La Commissione deve comprendere che il trattato di Lisbona ha portato a un cambiamento delle modalità della cooperazione interistituzionale e della relativa cultura. Più rapidamente la Commissione raggiungerà tale consapevolezza e maggiore sarà il livello di produttività e di correttezza della cooperazione tra le due istituzioni.

 
  
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  Edite Estrela, a nome del gruppo S&D. – (PT) Signor Presidente, il primo vertice tra Unione europea e Brasile, promosso dalla Presidenza portoghese nel 2007, colmò un vuoto inspiegabile perché il Brasile era l'unico paese del BRIC non legato all'Europa da accordi di partenariato strategico.

Il rafforzamento del dialogo tra Unione europea e Brasile è pienamente giustificato in quanto ci permette di approfondire la cooperazione in aree di importanza fondamentale, quali la sicurezza energetica, lo sviluppo sostenibile, la biodiversità, il cambiamento climatico eccetera.

Grande popolazione, sviluppo economico e stabilità politica rendono il Brasile un interlocutore importante sul palcoscenico internazionale.

Alla vigilia del quarto vertice UE-Brasile è importante trovare il giusto compromesso tra le celebrazioni dei progressi raggiunti e l'esplorazione delle possibilità di sviluppo della partnership, in modo da poter affrontare sfide comuni e armonizzare le posizioni in vista, ad esempio, della conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico di fine anno in Messico. Il vertice rappresenta anche un'opportunità per proseguire i negoziati con il Mercosur sull'accordo di associazione e per superare le attuali divergenze.

 
  
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  Marielle De Sarnez, a nome del gruppo ALDE.(FR) Signor Presidente, nel corso della discussione sulla politica comune appena conclusa, è stata ribadita l'importanza di sostenere un modello europeo, unico al mondo.

Allo stesso tempo però la Commissione ha deciso di riprendere i negoziati con il Mercosur senza consultarsi pubblicamente e con conseguenze potenzialmente disastrose per la nostra agricoltura, in particolare per il settore europeo dell'allevamento, già in crisi di per sé. Le importazioni di carne bovina aumenteranno del 70 per cento e quelle di pollame del 25 per cento, inondando l'Europa di merci a prezzi inferiori grazie a metodi di produzione che non rispettano i requisiti europei a tutela di salute, ambiente e società.

Signor Commissario, vorrei esprimere la mia preoccupazione per un settore agricolo che versa in gravi difficoltà e che subirebbe serie conseguenze se venisse ulteriormente destabilizzato. Non possiamo sviluppare una politica commerciale europea senza prendere in considerazione e difendere una delle nostre principali risorse. La Commissione deve dare ascolto a questo messaggio e a questa richiesta.

 
  
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  Elie Hoarau, a nome del gruppo GUE/NGL.(FR) Signor Presidente, numerosi colleghi sono preoccupati a causa delle ramificazioni che la riapertura dei negoziati su un accordo di associazione con il Mercosur potrebbe avere sull’agricoltura eueopea.

Io – memore degli accordi sulle banane e in quanto rappresentante di una regione remota – e il mio gruppo condividiamo questi timori, in particolare in relazione all'eventualità che un accordo con il Mercosur rappresenti un duro colpo per molti settori agricoli europei. Per questo motivo è assolutamente necessario una valutazione dell’impatto. Temiamo che, grazie all'accordo, l'agricoltura del Mercosur si orienti verso una maggiore produttività, o meglio verso un’eccessiva produttività, a scapito delle piccole aziende agricole di quei paesi. Il raggiungimento di un equilibrio è fondamentale per evitare che questo accordo trasformi i continenti europeo e latinoamericano in superpotenze guidate essenzialmente dal dogma mercantile.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, gli interventi della Cina in America centrale e in America latina hanno dato nuovo impulso ai negoziati dell'Unione europea. I paesi del Mercosur rappresentano il più importante mercato in America latina per i nostri prodotti grazie agli oltre 200 milioni di consumatori che, come sappiamo, condividono molti dei nostri valori e interessi. Si tratta della più grande area di libero scambio al mondo, con una popolazione di 700 milioni di persone e un volume commerciale di 100 miliardi di euro.

Naturalmente queste rappresentano alcune delle principali argomentazioni a favore di un accordo di libero scambio, accordo che andrebbe sostenuto per principio. Resta da chiarire però perché con Messico, Cile, Mercosur, Perù e Colombia vi siano accordi separati anziché un unico accordo comune. La scelta di concludere accordi individuali, inoltre, deve riguardare anche gli Stati minori e non solo dal punto di vista commerciale. È evidente la mancanza di coerenza in questo frangente.

Non vanno dimenticati neppure i timori del settore agricolo relativi alle importazioni di carne a buon mercato. In fin dei conti imponiamo alle nostre aziende agricole regolamenti di carattere burocratico e il rispetto di standard qualitativi, ambientali e di protezione animale, che non vengono però applicati alle carni prodotte nei paesi del Mercosur. Dobbiamo evitare sia di mettere a repentaglio l'autosufficienza dell'Unione europea, ormai non più assoluta, sia di incrementare il numero di aziende agricole che abbandonano la terra.

 
  
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  José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra (PPE). - (ES) Signor Presidente, siamo tutti lieti della liberazione dei prigionieri politici a Cuba. Restando in tema però non ho udito alcuno congratularsi con la Chiesa cattolica e in particolare con il Parlamento per il fondamentale ruolo svolto in difesa di tutti i cubani che combattono per la propria libertà e dignità.

In merito al tema Mercosur sono necessarie numerose precisazioni. Come spiegato dal Commissario De Gucht, al fine di un accordo di associazione tra l'Unione europea e il Mercosur, la Commissione ha proposto alcune direttive per i negoziati, poi adottate dal Consiglio e dal Parlamento. Lo stallo dei negoziati è durato sei anni ed è evidente che la loro ripresa rientra nel quadro del vertice dei capi di Stato e di governo di Unione europea, America latina e Caraibi con il sostegno del Parlamento.

L'obiettivo in questo momento è di raggiungere un accordo equilibrato e generalmente rispettoso degli interessi di tutti i settori all'interno dell'Unione europea. Non comprendo perché alcuni settori o gruppi di interesse debbano risultare penalizzati dai negoziati. In 10 anni non si è mai verificata una cosa del genere e non vi è motivo perché si verifichi in futuro; dipende tutto dalla fermezza dei nostri negoziatori. Ad ogni modo, se alcuni settori risultassero effettivamente penalizzati, la Commissione dovrebbe garantire loro misure compensative.

Si tratterebbe di ripetere quanto fatto con paesi terzi in Africa, nei Caraibi e nel Pacifico e con i più recenti accordi con la Comunità andina. La motivazione principale dietro a tali misure era la necessità di difendere i produttori dell'Unione europea, in questo caso di banane.

 
  
  

PRESIDENZA DELL'ON. ROUČEK
Vicepresidente

 
  
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  Marc Tarabella (S&D).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, durante l'incontro del 4 maggio 2010 il collegio dei membri della Commissione prese la decisione di riprendere i negoziati per un accordo di associazione tra l'Unione Europea e i paesi del Mercosur. Tutto fa supporre che, nel caso in cui i negoziati portino a un accordo, gli imprenditori agricoli europei si troveranno di fronte a notevoli problemi, in particolare i produttori di carne bovina, pollame, cereali, frutta e verdura. Vi è il pericolo di disastrose implicazioni per settori come quello suino, ad esempio, nel quale il terzo maggior mercato integrato al mondo potrebbe esercitare una concorrenza sleale.

Infatti, mentre l'Europa si impegna per essere all'avanguardia nell'ambito dei requisiti sanitari, igienici, di rintracciabilità, rispetto per l'ambiente e specialmente nell'ambito degli standard sociali sottoponendo i produttori a sistemi di controllo incrociato di conformità molto restrittivi, la produzione di carne bovina, nello specifico in Brasile, non rispetta ancora gli standard sanitari e veterinari.

Permettere le importazioni dai paesi del Mercosur che non rispettano gli standard europei comporterebbe per noi due rischi: doverci accollare l'incombenza di difendere gli interessi dei nostri consumatori, e penalizzare i produttori europei a causa dell'applicazione di metri diversi.

Signor Commissario, la invito a essere particolarmente vigile su questi aspetti.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE). - (EN) Signor Presidente, una maggiore apertura del mercato europeo al Mercosur sarebbe catastrofica per le industrie nazionali, in particolare per un'industria che mi sta molto a cuore, ovvero quella di produzione di carne bovina in Irlanda e altrove. Non si tratta di allarmismo: l'Irlanda esporta circa il 90 per cento della propria produzione di carne bovina e, qualora il Mercosur ottenesse la quota desiderata, entrerebbe in competizione diretta con l'industria irlandese.

Gli imprenditori agricoli europei operano nel rispetto di severi criteri sanitari e di sicurezza, aderiscono a tutti gli standard previsti e i loro prodotti sono una garanzia di elevata qualità e sicurezza per i consumatori.

In passato la Commissione si è sempre fatta garante della qualità delle merci importate in Unione europea di fronte ai consumatori europei e ai membri di quest’Aula. Alcuni membri del Parlamento e organizzazioni di imprenditori agricoli però dimostrarono l'erroneità della posizione della Commissione in merito all'equivalenza di qualità e rispetto degli standard tra la merce importata e i prodotti dell'Unione europea, facendo sì che le esportazioni dal Brasile scendessero da 3 000 a 1 000 unità.

Quindi, signor Commissario, la mia domanda è: date le esperienze passate e la natura attualmente sporadica delle missioni dell'Ufficio alimentare e veterinario, come può la Commissione garantire ai consumatori che tutte le merci importate nell'Unione europea rispettino gli standard e siano di qualità equivalente ai prodotti europei? Mi consenta di dire, signor Commissario, che i trascorsi non ispirano né grandi speranze, né fiducia per il futuro.

 
  
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  Daniel Caspary (PPE).(DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, i negoziati con i paesi del Mercosur sono stati ripresi e, se interpreto correttamente le critiche odierne, la questione principale riguarda il mancato coinvolgimento della commissione per l'agricoltura e lo sviluppo rurale nel processo decisionale. Concordo sul fatto che il coordinamento di tutte queste tematiche all'interno del Parlamento europeo vada migliorato.

Naturalmente la ripresa dei negoziati con il Mercosur rappresenta una questione di estrema importanza per la commissione per l'agricoltura e lo sviluppo rurale. Così come si è verificato un deficit di informazioni per la commissione per l'agricoltura e lo sviluppo rurale in merito a questa questione, nemmeno la commissione per il commercio internazionale è stata informata della presentazione dell'interrogazione orale di oggi. Ritengo che noi, l'Ufficio di Presidenza e i gruppi parlamentari dobbiamo procedere con maggiore attenzione per garantire un reale perseguimento di politiche coerenti e il puntuale coinvolgimento di tutte le commissioni interessate.

Vorrei esprimere la mia gratitudine alla Commissione per la riapertura dei negoziati e sottolineare che la stessa Camera ha espresso il proprio sostegno alla decisione il 5 maggio scorso per mezzo della relazione Salafranca. In altre parole, la Commissione sta mettendo in atto esattamente quanto deciso a larga maggioranza dal Parlamento. Ad ogni modo va precisato che non desideriamo concludere un accordo a ogni costo. Naturalmente è necessario prendere in considerazione l'insieme degli interessi dei settori agricolo, industriale e terziario. Che sia possibile tutelare gli interessi del settore agricolo all'interno di accordi di libero scambio è dimostrato dall'accordo con la Corea del Sud, ad esempio, dove la risposta da parte del settore agricolo è stata molto positiva e dove è iniziato un processo di identificazione di nuove opportunità di mercato.

Abbiamo ottenuto un responso positivo anche a proposito dell'accordo con l'America centrale, dove si stanno aprendo nuovi mercati, ad esempio nel settore caseario. Invito quindi la Commissione nelle prossime settimane a prendere in considerazione tutti gli interessi in gioco: quelli di industria e terziario assieme a quelli agricoli.

 
  
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  Iratxe García Pérez (S&D). (ES) Signor Presidente, la ripresa dei negoziati tra Unione europea e Mercosur avviene all'interno di un contesto positivo che consentirà la ripresa del dialogo sul tema delle relazioni commerciali.

Finora sono riprese solo le consultazioni ed è positivo che la discussione di oggi abbia manifestato le nostre posizioni alla Commissione.

Nonostante l'Unione europea possa trarre benefici in settori come quello del vino, dell'olio di oliva, delle carni esclusive, delle conserve di frutta e degli ortaggi, è logico supporre che tali vantaggi non riusciranno a compensare un possibile impatto anticipato in UE su allevamento e produzione agricola, come ad esempio quella di zucchero e cereali.

Chiedo pertanto alla Commissione di perseguire la conclusione di un accordo complessivamente equilibrato che prenda in considerazione la sensibilità di certi prodotti e includa i meccanismi appropriati per la prevenzione dai rischi di insuccesso, ad esempio introducendo controlli severi sui livelli di qualità sanitaria e fitosanitaria dei prodotti importati.

Sarà importante evitare sovrapposizioni con il Ciclo di Doha e il raddoppiamento delle indennità dell'Unione europea in campo agricolo. Detto questo, mi associo alle critiche contro le misure restrittive adottate dall'Argentina nei confronti di alcuni prodotti europei, e mi auguro che un'azione ferma da parte della Commissione porti a una rapida soluzione della questione.

 
  
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  Albert Deß (PPE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, i paesi del Mercosur sono chiaramente partner commerciali importanti per noi. È necessario però impedire, signor Commissario, che gli scambi commerciali con i paesi del Mercosur avvengano in una sola direzione. Le frequenti affermazioni pubbliche riguardo alla chiusura da parte dell'Europa dei propri mercati agricoli sono errate; acquistiamo infatti più del 90 per cento delle esportazioni agricole africane e il 45 per cento di quelle latinoamericane e centroamericane. Non sembra proprio che l'Europa sia chiusa al commercio esterno.

Mi permetta di criticare la mediocre politica di informazione condotta finora, signor Commissario. Pur essendo un decisore in campo di politica agricola, sono venuto a conoscenza della riapertura dei negoziati da un giornale. Mi auguro che in futuro non dovremo affidarci alla stampa per essere informati. La esorto a comunicare i progressi dei negoziati ai rappresentanti del settore agricolo in Parlamento.

Merita un appunto anche il fatto che si persegue un tipo di libero scambio non basato sugli standard. Com'è possibile pretendere il rispetto di elevati standard di protezione dei consumatori, degli animali e dell'ambiente quando non applichiamo lo stesso metro alle merci importate? Lo scorso anno il Parlamento ha votato la legislazione sui prodotti fitosanitari più rigorosa al mondo, che proibisce l'utilizzo di numerosi ingredienti attivi in Europa. Signor Commissario, la tutela dei consumatori ci impone in futuro di evitare l'importazione di prodotti alimentari da paesi dove si fa uso di ingredienti attivi proibiti in Europa. La tutela dei consumatori è inviolabile e sarà bene tenerlo a mente nel corso dei negoziati. Con queste premesse gli imprenditori agricoli europei non avranno nulla da temere da parte della concorrenza e le sapranno fare fronte.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (S&D). (HU) Signor Commissario, secondo un detto ungherese, più una spiegazione si dilunga e maggiore è la probabilità che si tratti di bugie; infatti lei non sta dicendo la verità. La Commissione europea ha avuto un solo Commissario onesto, il Commissario Cioloş, secondo il quale è indispensabile scegliere tra l'OMC e il Mercosur, altrimenti si rischia di mandare in rovina l'agricoltura europea. È questa la verità, Commissario De Gucht: estromettendo il Parlamento europeo, la Presidenza spagnola e la Commissione hanno violato il trattato di Lisbona. L'onorevole Gaspari può ben affermare che la commissione per gli affari esteri abbia rilasciato l'autorizzazione, ma in realtà al Parlamento non è stato conferito il mandato e questo è il secondo motivo della mia interrogazione. Vorrei aggiungere che i nuovi Stati membri possono solo rimetterci in questa situazione. Siamo a favore della liberalizzazione, ma se Spagna e Portogallo hanno interessi particolari dovrebbero occuparsene singolarmente e non coinvolgere l'Unione europea, perché il contesto non necessita di un quadro normativo europeo.

 
  
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  Béla Glattfelder (PPE). – (HU) La Commissione europea ha definito i mandati di negoziato circa 11 anni fa, ma nel frattempo il mondo è cambiato. La tutela dell'ambiente e la protezione del clima sono divenuti temi di fondamentale importanza e la stessa Unione europea è cambiata con il passaggio degli Stati membri da 15 a 27. La Commissione europea non ha tenuto conto di questi sviluppi e non ha richiesto un nuovo mandato, compiendo così un grave errore. Non è possibile continuare negoziati che si basano su mandati di oltre 11 anni fa. È necessario interromperli e creare un nuovo mandato che tenga conto degli interessi dei 12 Stati membri più recenti e di considerazioni globali, quali la protezione del clima, la tutela dell'ambiente e il benessere degli animali. In assenza di un mandato adeguato possiamo solo ottenere accordi inaccettabili.

 
  
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  Mairead McGuinness, autore. - (EN) Signor Presidente, la decisione di rimandare il mio intervento fino a quando non avessi ottenuto delle risposte si è rivelata saggia. La Commissione ha impiegato molto più tempo di tutti noi parlamentari a rispondere e mi rincresce che cinque domande molto precise non abbiano trovato degna risposta.

Sono dell'opinione che un mandato risalente al 1999 sia oltremodo datato, considerando anche il fatto che la maggior parte degli attuali deputati allora non faceva ancora parte del Parlamento. Dobbiamo ricominciare da capo. L'ultimo oratore ha citato alcuni punti di cui desidero parlare.

Poiché la Commissione non ha affrontato a dovere il tema della valutazione di impatto, riferendoci solo di averne condotto una, vorrei citare alcuni esempi dell'impatto sui nostri imprenditori agricoli. Il Mercosur Meat Forum, che rappresenta Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, ha esortato i propri negoziatori a non lasciarsi sfuggire questa straordinaria opportunità. Lo si paragoni alla gioia, o piuttosto alla paura, alla trepidazione e alla rabbia dei produttori dell'Unione europea.

Il risultato per il mondo rurale europeo sarebbe la perdita di posti di lavoro e la riduzione della capacità di produzione alimentare. Un'Europa che si considera all'avanguardia in materia di cambiamento climatico deve tenere conto anche dell'impatto a livello ambientale nei paesi del Mercosur, impatto che consisterebbe in problemi nella struttura agraria, nell’abbattimento delle foreste con effetti sulle popolazioni indigene, sui lavori forzati e in particolare sulla carne bovina.

Dobbiamo renderci conto che si tratta di un attacco al segmento di mercato della carne bovina di alta qualità. Mettendo a repentaglio questo settore corriamo il rischio di distruggere la produzione di carne bovina e il mercato dell'Unione europea. Giappone e Stati Uniti non sigleranno alcun accordo in merito perché tutelano i propri produttori e i loro elevati standard.

Sebbene questo Parlamento imponga ai propri produttori elevati standard per la produzione alimentare, in passato ha mancato di tutelarli. Il lavoro della Commissione non è stato soddisfacente e non possiamo permettere che un simile accordo vada a detrimento della produzione europea mentre è in corso la riforma della politica agricola. Non vi è coerenza tra le politiche commerciale e agricola, e il Parlamento deve insistere per garantirl.

 
  
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  Christophe Béchu (PPE).(FR) Signor Presidente, probabilmente l'organizzazione dell'ordine del giorno di oggi non è stata ottimale.

Se l'esistenza di accordi di libero scambio porterà all'entrata in Europa di prodotti che non rispettano né i nostri standard sociali, né quelli ambientali, allora la riforma della politica agricola comune sarà inutile.

Chiaramente non possiamo perseverare con questo approccio ipocrita secondo il quale da una parte imponiamo ai nostri imprenditori agricoli restrizioni ambientali legate alla rintracciabilità sanitaria e di sicurezza, mentre dall'altra consentiamo il libero ingresso nel nostro continente di prodotti che non rispettano questi stessi standard.

È precisamente questo il fulcro delle discussioni che avvengono dietro le quinte ai negoziati con il Mercosur. Nonostante le rassicurazioni riguardo alla completezza delle informazioni fornite al Parlamento e alla massima trasparenza e chiarezza della questione, le modalità con cui si è dato inizio ai negoziati non ci ha impressionato positivamente, né ci convince che essi avvengano in contemporanea ad altri negoziati con l'OMC. Nell'interesse della coerenza e della tutela dei nostri consumatori e imprenditori agricoli ritengo sia necessario un cambio di rotta.

 
  
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  Spyros Danellis (S&D) . – (EL) Signor Presidente, sebbene la conclusione di un accordo con il Mercosur comporti benefici reciproci per entrambe le parti, ciò non toglie che vi saranno enormi ripercussioni per il settore agricolo. Anche il Presidente della Commissione Barroso ha riconosciuto questa dimensione annunciando l'intenzione della Commissione di intraprendere misure specifiche contro le ripercussioni negative che colpiranno in particolare l'agricoltura.

In verità alcuni settori agricoli subiscono già le conseguenze degli accordi bilaterali e le severe specifiche che regolano la produzione agricola interna dell'Unione europea non ne salvaguardano la qualità superiore rispetto ai prodotti di qualità inferiore provenienti da paesi terzi.

Signor Commissario, come intende affrontare questo problema e quali criteri obiettivi verranno adottati dalla Commissione per impedire l'ulteriore discriminazione di vari settori agricoli?

 
  
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  Marian Harkin (ALDE). - (EN) Signor Presidente, la ripresa dei negoziati con il Mercosur mina seriamente la discussione prevista per questa mattina sul tema della PAC a partire dal 2013. Dove è andata a finire la coerenza?

In seguito all'annuncio della riapertura dei negoziati con il Mercosur, qualche settimana fa, abbiamo avuto un breve incontro e lei ha affermato che la conclusione di un accordo ambizioso avrebbe richiesto delle concessioni in campo agricolo. Sono estremamente preoccupata perché si parla già di concessioni sull'agricoltura e le sarei grata se ci fornisse chiarimenti in merito.

Nel corso del suo intervento ha citato i prossimi vertici sul cambiamento climatico. Sta conducendo studi di valutazione su questioni come emissioni di carbonio, deforestazione e perdita di biodiversità nel contesto di un possibile incremento delle importazioni di prodotti agricoli dai paesi del Mercosur? Il mio paese, l'Irlanda, esporta il 90 per cento della carne bovina di propria produzione. Secondo una recente ricerca le emissioni brasiliane sono da tre a otto volte superiori a quelle irlandesi; ne terrà conto nella sua valutazione di impatto?

 
  
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  Giancarlo Scottà (EFD). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Presidenza spagnola ha deciso di firmare questo accordo. Questa decisione ha sollevato alcune preoccupazioni, come abbiamo già sentito, e i miei colleghi deputati, attraverso questa interrogazione, chiedono chiarimenti riguardanti l'impatto che i negoziati possono avere sui produttori e sui prodotti europei.

Volevo sottolineare che l'apertura al libero scambio tra le due parti permette l'importazione in Europa di prodotti derivati dalla produzione animale che utilizzano gli attivatori di crescita antibiotici non sufficientemente testati, prodotti agricoli modificati geneticamente che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza alimentare degli agricoltori. Chiedo quindi alla Commissione di assumere una posizione autorevole per tutelare la produzione di qualità europea. Deve inoltre impegnarsi affinché vengano riconosciuti a livello internazionale gli elevati standard produttivi europei e vengano richiesti gli stessi standard a tutti i prodotti importati.

Infine, ritengo che la Commissione debba prendere in considerazione le preoccupazioni espresse dalle varie associazioni di categoria, in modo da assicurare dei negoziati trasparenti e corretti, che non rechino danno all'economia Europea.<

 
  
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  Diane Dodds (NI). - (EN) Signor Presidente, sono estremamente preoccupata dall'irremovibilità della Commissione riguardo all'intenzione di continuare le trattative commerciali sulla base di un mandato del 1999, intenzione che risulterà indubbiamente in un impatto negativo sull'agricoltura dell'intera Unione europea.

Il sacrificio dell'agricoltura al fine di ottenere benefici in altre aree è semplicemente inaccettabile. Al momento l'industria di produzione di carne bovina nel Regno Unito sta vivendo un crollo dei prezzi alla produzione, e sono convinta che nel caso in cui le trattative risultino in un aumento delle importazioni si registrerà un generale abbandono dell'industria da parte dei produttori. Come tutelerà l'Europa queste persone? È giusto che i nostri produttori debbano competere con paesi dove non vige l'obbligo di rispettare gli stessi parametri di qualità, sicurezza e rintracciabilità dell'Unione europea? Una Commissione che ha a cuore gli interessi dei propri cittadini deve agire di conseguenza, interrompere le trattative e tutelare i propri produttori.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE).(PL) I negoziati con il Mercosur, sospesi nel 2004, riprendono questo anno sulla base di un mandato del 1999. Si sarebbe dovuto discutere la politica all'interno del Parlamento europeo e del Consiglio prima di prendere una decisione di tale rilevanza. Comprendo l'estrema importanza della posta in gioco in queste trattative, visto che i paesi del Mercosur rappresentano un mercato enorme per i prodotti industriali e i servizi dell'Unione europea, però dovremmo anche proteggere gli interessi dei nostri imprenditori agricoli, l'agricoltura e il settore alimentare.

Gli effetti dell'eventuale firma di un accordo bilaterale sugli scambi preferenziali con i paesi del Mercosur potrebbero essere molto gravi per i settori del pollame, della carne bovina e suina, dello zucchero e dei prodotti caseari e anche per il settore dell'etanolo. Questo scenario renderebbe necessaria la proposta di alcune forme di compensazione per gli imprenditori agricoli. Secondo le stime degli esperti un accordo di questo genere comporterebbe perdite molto ingenti per gli agricoltori, e le perdite sarebbero ancora maggiori se l'accordo fosse sancito sia bilateralmente, sia a livello dell'OMC.

 
  
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  Karin Kadenbach (S&D).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, in veste di firmataria dell'interrogazione in oggetto vorrei ritornare a una questione specifica: la sicurezza alimentare.

Nella prima parte del suo intervento ha affermato che i prodotti importati nell'Unione europea devono rispettarne i requisiti e che l'OMC ci autorizza a far valere tali requisiti a patto che siano supportati da una base scientifica. Considerando la nostra produzione agricola e i prodotti stessi, però, è chiaro che non tutto può essere provato scientificamente. Inoltre assumono una certa rilevanza sia le condizioni generali di allevamento dei capi, ad esempio, sia quelle in cui opera il mondo agricolo.

La legislazione europea sul futuro della biodiversità è eccellente e vorremmo sapere come intende aderire ai principi di sicurezza alimentare, protezione del consumatore, degli animali e dell'ambiente all'interno di questo accordo commerciale. I politici devono essere in grado di prendere decisioni anche in assenza di prove scientifiche. Non vogliamo carne clonata proveniente dai paesi del Mercosur.

 
  
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  Jean-Pierre Audy (PPE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, un politico francese di corrente socialista una volta disse: “Chi appartiene a una minoranza politica è legalmente nel torto”. Avrà compreso che non riteniamo più valido il mandato, signor Commissario, e che è necessario rinnovarlo nonostante la deprecabile assenza del Consiglio, che dovrebbe fornire le istruzioni a riguardo.

Vorrei attirare la sua attenzione sugli aspetti politici del Mercosur. Nel commercio la fiducia è un elemento fondamentale e mi chiedo cosa qualifichi il Mercosur dal punto di vista politico a negoziare con l'Unione europea. Vi sono tre regioni al mondo: l'Unione europea che mira al commercio integrato, l'Accordo nordamericano di libero scambio e il Mercosur, che quasi si dissolse in occasione del vertice del 2007. A causa del disaccordo dei suoi membri sulle adesioni, quell'anno il Venezuela quasi decise di non aderirvi.

Come possiamo condurre negoziati con un'area caratterizzata da una simile instabilità politica? Prima di concludere accordi commerciali con il Mercosur è necessario accertarsi della sua stabilità politica.

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signor Presidente, credo che il tema della sostenibilità sia stato trattato a sufficienza. Ne abbiamo parlato per due ore tralasciando un altro fenomeno certamente non sostenibile che si ripresenta esattamente allo stesso modo sotto ogni Presidenza: non sappiamo mai quando chiedere la parola e se le nostre richieste di intervento verranno accolte.

Ritengo vergognoso essere ignorato per la seconda volta nonostante abbia chiesto la parola con buon anticipo. È evidente la necessità di chiedere a ogni Presidente, incluso quello precedente, di stabilire regole chiare e di prendere nota delle nostre richieste durante la procedura catch the eye.

Per me è inaccettabile dover aspettare la fine di una discussione, dopo il precedente punto all’ordine del giorno, e chiedere molto gentilmente la parola con il solo risultato di essere ignorato. Gradiremmo sapere in anticipo se saremo ignorati o se manca chiaramente la volontà di garantirci il diritto di espressione su temi importanti come quello della sostenibilità. Non vi è traccia di sostenibilità se dobbiamo chiedere a ciascun Presidente di concederci il diritto parlamentare di prendere parola. Chiedo urgentemente un chiarimento a riguardo perché non è questo il modo corretto di procedere.

 
  
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  Presidente. - Onorevoli colleghi, vi prego di considerare che vi sono 18 persone in lista. Comprendo che ognuno desideri intervenire, ma rimangono cinque minuti per la procedura catch the eye e un minuto a oratore, per cui posso dare la parola a cinque oratori. Oggi se ne sono avvicendati otto e ho cercato di distribuirli equamente in base alla rappresentatività del gruppo politico di appartenenza, per cui avrete notato che sono intervenuti tre oratori del gruppo PPE, due del gruppo PSE, uno del gruppo ALDE, uno del gruppo EFD e infine un deputato tra i non iscritti. Ritengo quindi di avere fatto il possibile.

 
  
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  Karel De Gucht, membro della Commissione. - (EN) Signor Presidente, cercherò di dare alcune risposte, perchè molte domande sono state poste ma altrettante sono già state affrontate nel corso della mia dichiarazione introduttiva.

In primo luogo, molti deputati hanno criticato il fatto che i lavori si basino su un mandato risalente al 1999. Citando le direttive del 1999, esse ci incaricano di negoziare un accordo equilibrato ed esaustivo con il Mercosur in modo da liberalizzare sostanzialmente gli scambi commerciali nel rispetto degli impegni presi dall'Unione europea con l'OMC. Questo vale per tutte le aree citate nell'accordo, inclusa l'agricoltura. Tutto questo è ancora valido e il nostro incarico non è cambiato da allora; non è quindi necessaria alcuna modifica al mandato.

Nel frattempo è emerso il problema del cambiamento climatico e anche il mondo ha subito una serie cambiamenti. Si tratta di fenomeni che abbiamo notato anche noi e che prenderemo in considerazione nel corso dei negoziati, ma che non giustificano un cambio di mandato.

L'affermazione di un altro onorevole deputato secondo cui il Consiglio dovrebbe essere presente e istruirci è errata. Disponiamo di un mandato per negoziare e alla conclusione delle trattative seguiranno la nostra sigla, la firma del Consiglio e la ratifica del Parlamento. Non spetta al Consiglio istruirci perché si tratta di questioni comunitarie di esclusiva competenza dell'Unione europea e per le quali la Commissione ha responsabilità molto chiare, a cui si atterrà.

Sono disposta a discutere a fondo ogni punto, così come ho fatto e rifarò con la commissione per il commercio internazionale. Vi terremo informati sui negoziati in corso, sulle proposte e quant'altro, senza dimenticare che ognuno all'interno della Commissione ha un proprio ruolo e ad esso si deve attenere.

Per quanto riguarda il problema delle misure protezionistiche adottate recentemente dall'Argentina, si tratta di una questione di chiaro interesse per l'Unione europea e abbiamo fatto immediatamente richiesta di chiarimento al paese latinoamericano. Il direttore generale per il commercio ha inviato una lettera al proprio interlocutore argentino il 12 maggio, mentre la delegazione dell'Unione europea a Buenos Aires ha intrapreso un'iniziativa formale. Si sono svolti numerosi incontri con la missione argentina e l'ambasciatore di questo paese a Bruxelles per esprimere la nostra forte preoccupazione. Abbiamo infine insistito affinché il comunicato stampa congiunto UE-Mercosur includa l'impegno contro ogni forma di protezionismo.

La scorsa settimana abbiamo affrontato questo tema bilateralmente con le autorità competenti argentine, con la stampa e nel contesto della prima fase di negoziati UE-Mercosur. In un messaggio di estrema forza e chiarezza abbiamo evidenziato la mancanza di conformità delle misure argentine con lo spirito di negoziare un accordo di libero scambio con l'Unione europea e sui potenziali effetti negativi che tali misure avrebbero sul processo negoziale, indipendentemente dalla loro fondatezza legale.

Intendevamo affrontare la questione il 6 luglio in sede di commissione congiunta, ma la scorsa settimana l'Argentina ne ha annunciato lo slittamento e faremo pressione affinché l'incontro avvenga la più presto.

A prima vista le misure argentine sembrano mancare di coerenza rispetto agli impegni presi nel quadro del G20 e potenzialmente anche dell'OMC. Continueremo a monitorare il problema con attenzione e in caso di mancata sospensione di queste pratiche da parte dell'Argentina procederemo ad analizzarle con cura e a studiarne la migliore soluzione.

La Commissione rimane convinta della necessità di evitare misure protezionistiche specialmente in considerazione dell'attuale contesto economico globale. A proposito di uno degli elementi citati in precedenza, il deficit della bilancia commerciale con l'Argentina, è certamente molto positivo.

Per quanto riguarda lo zucchero:

(FR) La Commissione si rende perfettamente conto della sensibilità della questione e per questo l'offerta avanzata a Colombia e Perù si limitava a eliminare i dazi per un volume modesto di quote e ad escludere un riduzione tariffaria fuori quota. Anche nel quadro dei negoziati con l'America centrale si prevede un simile utilizzo di quote, tenendo a mente che in totale le quantità di Colombia, Perù e America centrale non superano il 2 per cento del consumo europeo.

Per quanto riguarda gli aspetti fitosanitari, ambientali ed altre misure…

(EN) ho già affermato con estrema chiarezza che ci atterremo agli stessi requisiti di sicurezza alimentare in vigore all'interno dell'OMC, potete esserne certi. In parziale risposta all'onorevole Tarabella, che nel frattempo si è assentato dalla seduta plenaria, l'esame dei dati sull'importazione di carne bovina evidenzia come, a causa del mancato rispetto degli standard sanitari e fitosanitari, le importazioni dal Brasile siano diminuite in maniera considerevole. Non si può dubitare quindi dell’applicazione degli standard e vi garantisco che continueremo a farlo.

Dobbiamo renderci conto anche all'interno del Parlamento europeo che un certo numero di requisiti europei sono stati decisi internamente e sono il risultato di un processo politico che ha visto il forte coinvolgimento del Parlamento europeo; non possiamo quindi imporli per mezzo dell'OMC.

Dobbiamo concentrarci sui requisiti che possiamo imporre e far rispettare dall'OMC – come avverrà certamente in materia di sicurezza alimentare – mentre per gli altri casi l'Unione europea dovrà prima fare chiarezza sulle proprie intenzioni. Dobbiamo renderci conto che l'imposizione di simili obblighi sulla nostra agricoltura ha conseguenze finanziarie ed economiche, ma non si tratta di obblighi che possiamo imporre ad altri paesi.

Ho provato a rispondere alla maggior parte delle domande ripetute nelle interrogazioni degli onorevoli deputati, ma resto naturalmente a disposizione per continuare il confronto. Sono certa che affronteremo l'argomento Mercosur ancora nel corso di questa seduta plenaria.

 
  
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  Presidente. - Signor Commissario, ne sono certo anch'io.

La discussione congiunta è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. – (PT) La ripresa dei negoziati tra il Mercosur e l'Unione europea in settembre rappresenta un processo della massima importanza. Da una parte i paesi del BRIC stanno assumendo sempre maggiore influenza in questo mondo multipolare, per cui è fondamentale che l'Unione europea intrecci relazioni privilegiate con i paesi dell'America latina, dove ha investimenti superiori al totale degli investimenti in Russia, India e Cina. Oltre a speciali relazioni commerciali, si otterrebbe il consolidamento di un enorme vantaggio economico su scala globale. Dall'altra parte disponiamo del necessario livello di apertura al commercio di prodotti agricoli e delle necessarie norme sanitarie e fitosanitarie per consentire lo scambio tra i due blocchi. La competitività del Mercosur nei mercati agricoli ha registrato un rafforzamento e una crescita negli ultimi anni; da qui la necessità di una valutazione dell’impatto delle conseguenze di un accordo per l'attività agricola europea, perché attualmente non è in condizione di subire altri colpi. Sarebbe inopportuno sia concludere troppo rapidamente l'accordo senza conoscere i potenziali effetti negativi sull'agricoltura europea, sia ricorrere a un eccessivo protezionismo che comprometterebbe l'importante posizione dell'Unione europea in questa parte del mondo.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto.(PL) La mancata consultazione con gli Stati membri in vista della ripresa dei negoziati con i paesi del Mercosur è stata una scorrettezza. I negoziati furono sospesi nel 2004 quando si comprese che il commercio tra l'Unione europea e il Mercosur avrebbe avuto effetti negativi sulla nostra economia. Maggiormente a rischio sono i seguenti settori: carne bovina, suina e pollame, latte, frutta e verdura, zucchero e bioetanolo. Si stima che la firma di un accordo comporterebbe perdite di numerosi miliardi di euro o addirittura di multipli di tali cifre. La liberalizzazione del commercio tra Unione europea e Mercosur deve essere preceduta da un'analisi accurata degli effetti di questo accordo per il mercato comunitario e da caute consultazioni con i rappresentanti delle parti coinvolte. L'apertura del nostro mercato non rappresenta un'iniziativa totalmente dannosa a patto che gli stessi standard siano in vigore in tutti i paesi, altrimenti il costo delle concessioni dettate dall'OMC ricadrà sui nostri imprenditori agricoli.

 
  
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  Alan Kelly (S&D), per iscritto. (EN) Le trattative con il Mercosur rappresentano uno sviluppo potenzialmente nefasto per il futuro dell'agricoltura europea. L'atteggiamento della Commissione riguardo alla questione è scandaloso. L'impressione è che si intenda usare gli standard agricoli come merce di scambio per la conclusione dell'accordo con i paesi del Mercosur. Ritengo un deplorevole un simile atteggiamento. Apparentemente gli imprenditori agricoli sono le prime vittime degli accordi commerciali, ma anche i primi a essere incolpati quando gli accordi non funzionano. Chiedo alla Commissione maggiore coerenza e attenzione per il futuro del settore delle imprese agricole familiari. È rassicurante che un numero tanto folto di deputati provenienti da zone rurali e da tutti i gruppi politici sostenga la tutela dell'agricoltura. Ignorare le preoccupazioni espresse dal Parlamento non funzionerà, signor Commissario; al contrario la invito a consultarlo maggiormente se ha a cuore la ratifica di un potenziale accordo.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto.(DE) Apparentemente i negoziati del Mercosur si prefiggono un solo obiettivo: la resa di una agricoltura europea ormai priva di difese. Non mi interessa conoscere la stima degli incommensurabili profitti potenziali per i settori dell'industria e dei servizi, bensì la portata dei danni per l'agricoltura. Nessuno sembra in grado di fornire una stima degli effetti negativi di un potenziale accordo con i paesi del Mercosur per i produttori agricoli domestici. Il sacrificio del già sensibile settore agricolo nel corso dei negoziati è inaccettabile e lo stesso vale per l'eventualità che i consumatori europei si trovino di fronte ad alimenti non prodotti nel rispetto degli elevati standard dell'Unione europea. Da una parte rappresenterebbe un rischio per la salute dei cittadini europei vista l'incertezza sulle modalità di produzione degli alimenti importati, dall'altra l'agricoltura europea subirebbe l'ingiustizia di non vedere applicati gli stessi standard di produzione e lavorazione anche ai prodotti agricoli importati dai paesi del Mercosur. Di chi è disposto a rinunciare a tutto pur di ottenere un profitto o un vantaggio si dice che “venderebbe anche la propria madre”; signor Commissario, se intende vendere sua madre ne ha facoltà, ma non svenda l'agricoltura europea.

 
  
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  Tokia Saïfi (PPE), per iscritto.(FR) La ripresa dei negoziati con il Mercosur, decisa unilateralmente dalla Commissione europea, non rappresenta un segnale rassicurante per un'agricoltura europea che sta vivendo una crisi senza precedenti. A parte l'assenza di una discussione politica a precedere la ripresa dei negoziati, questo accordo mette chiaramente a repentaglio gli interessi agricoli europei. Non saranno ammesse ulteriori concessioni in campo agricolo oltre a quelle già offerte nel luglio 2008 nel quadro del Ciclo di Doha.

Già allora raggiungemmo il “limite definitivo” e andare oltre significherebbe la morte della nostra agricoltura. Dubito che queste siano le intenzioni della Commissione, ma dubito anche della sua abilità di evitare che l'Unione europea paghi due volte. Certamente la migliore risposta alla crisi economica e a tentativi protezionistici è l'apertura al commercio, però non ad ogni costo e non a svantaggio dell'Unione europea. Essendo membro della commissione per il commercio internazionale e avendo la facoltà di approvare o rigettare l'accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, mi opporrò a un accordo bilaterale basato su una politica degli sconti che sacrifichi l'agricoltura europea e non comporti progressi soddisfacenti per il resto dell'economia europea.

 

5. Disposizioni per l’importazione nell’UE di prodotti della pesca e dell’acquacoltura in vista della futura riforma della politica comune della pesca (PCP) (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la relazione (A7-0207/2010), presentata dall’onorevole Alain Cadec, a nome della commissione per la pesca, sulle disposizioni per l’importazione nell’UE di prodotti della pesca e dell’acquacoltura in vista della futura riforma della PCP [2009/2238(INI)].

 
  
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  Alain Cadec, relatore. (FR) Signor Presidente, signori Commissari, onorevoli colleghi, una delle idee principali di questa relazione è la necessità di stabilire una coerenza fondamentale tra la politica commerciale comune e la politica comune della pesca.

In tale prospettiva, non possiamo che rallegrarci nel vedere oggi presenti sui banchi della Commissione il Commissario per gli Affari marittimi e la pesca signora Damanaki, che è la nostra interlocutrice abituale, e il Commissario per il Commercio De Gucht. Due Commissari per un’unica relazione, che onore! Devo dire che questa duplice rappresentanza della Commissione, molto insolita peraltro, ci sorprende e ci lusinga.

Ma torniamo alla relazione. Le importazioni di prodotti della pesca e dell’acquacoltura provenienti da paesi terzi coprono più del 60 per cento del consumo comunitario; questa dipendenza dell’Unione europea dalle importazioni è il risultato di un duplice fenomeno: da una parte, un calo della produzione comunitaria, e dall’altra, un’apertura sempre crescente del mercato comunitario alle importazioni, attraverso le politiche commerciali adottate dalla Commissione nel corso degli ultimi dieci anni.

Tali sviluppi mettono in difficoltà i pescatori comunitari che, paradossalmente, hanno difficoltà a vendere le proprie catture a prezzi sufficientemente remunerativi, benché l’offerta sia inferiore alla domanda per gran parte delle specie. I pescatori europei accettano i vincoli ambientali, sociali e sanitari che vengono imposti loro, ma sono amareggiati dal fatto che tali vincoli non vengono applicati alla stessa stregua ai prodotti importati in grandi quantità da paesi terzi.

É in gioco la sopravvivenza del settore europeo della pesca, un settore economicamente vitale, che offre posti di lavoro nell’intera filiera, fornisce alimenti sicuri e di buona qualità e contribuisce al mantenimento dell’identità culturale delle nostre regioni costiere.

Onorevoli colleghi, la sopravvivenza della pesca europea non è negoziabile. Le nostre richieste sono essenzialmente queste: in primo luogo, l’Unione europea deve continuare a garantire una protezione tariffaria significativa ai prodotti della pesca e dell’acquacoltura, che consenta di mantenere un certo valore alle preferenze concesse ad alcuni paesi terzi, in particolare i paesi in via di sviluppo, nonché l’efficacia dei meccanismi dell’OMC per assicurare le forniture alla nostra industria di trasformazione. Dobbiamo sottrarre questi prodotti al pericolo delle tariffe, secondo la formula svizzera, ed esigere che vengano considerati prodotti sensibili.

In secondo luogo, le preferenze commerciali concesse ad alcuni paesi terzi devono essere subordinate almeno al rigoroso rispetto delle norme ambientali, sociali e sanitarie.

In terzo luogo, chiediamo di trasferire la responsabilità principale dei negoziati commerciali sui prodotti della pesca e dell’acquacoltura dal Commissario per il Commercio al Commissario per gli Affari marittimi e la pesca, affinché la specificità dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura riceva maggiore attenzione. Mi sembra che questo momento sia particolarmente opportuno per rivedere le condizioni di questo fondamentale dibattito. In effetti, sta per prendere il via un’importante riforma della PCP.

D’altra parte, constatiamo che il Doha round in seno all’OMC è in una situazione di stallo, e questo ci spinge a riconsiderare alcune concessioni inopportune che la Commissione si preparava a fare in nome dell’Unione europea. Inoltre, su iniziativa del qui presente Commissario De Gucht, la Commissione europea ha appena avviato un periodo di consultazione pubblica in vista della formulazione di nuovi orientamenti per la politica commerciale comune, nell’ambito della strategia Europa 2020. Il Parlamento europeo ha quindi poteri di codecisione, sia in materia di politica commerciale che in materia di politica della pesca, e si propone di far sentire la propria voce e far rispettare il proprio punto di vista in tali questioni.

Per cominciare, secondo me, la Commissione e il Consiglio devono tenere effettivamente conto delle raccomandazioni contenute in questa relazione. In ogni caso, nei mesi a venire eserciteremo una rigorosa sorveglianza e, a titolo personale, intendo continuare a lavorare su questi temi.

 
  
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  Maria Damanaki, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, innanzi tutto desidero ringraziare l’onorevole Cadec e le commissioni parlamentari che hanno sostenuto questa relazione d’iniziativa. Onorevole relatore, lei ha deplorato che il Libro verde sulla riforma della politica comune della pesca abbia sottovalutato le questioni sollevate in questa sede. Intendo quindi rassicurarla in merito all’impegno della Commissione, e alla sua ferma intenzione di tener conto di tutte le politiche che avrebbero un impatto sulla riforma della PCP. Come ho già ricordato, la riforma si propone di invertire la tendenza negativa di questo periodo. Il nostro settore della pesca non è ecologicamente sostenibile, né economicamente redditizio; abbiamo bisogno di un forte settore della pesca che garantisca lo sfruttamento sostenibile delle risorse e consenta ai pescatori, alle loro famiglie e alle comunità che partecipano a tale attività un tenore di vita decoroso.

La pesca dev’essere pronta a raccogliere le sfide del mercato, sia a livello nazionale che internazionale, oggi e in futuro. Ho sentito le preoccupazioni espresse in merito alla concorrenza sleale dei paesi terzi e alla mancanza di equità delle condizioni sociali e ambientali, nonché ai requisiti di sostenibilità e alle leggi sulla protezione della salute. Le stesse preoccupazioni sono state manifestate da tutti gli Stati membri, tramite i loro rappresentanti che hanno preso la parola in occasione dell’ultimo Consiglio “Agricoltura e pesca”. Quindi abbiamo bisogno di una risposta.

Stiamo cambiando le regole della pesca europea nel contesto della riforma della politica comune della pesca, e uno dei maggiori problemi che dovremo affrontare sarà quello di garantire condizioni eque a tutti i prodotti nel mercato dell’Unione europea. A tale proposito, dovremo collaborare in modo efficiente per attuare la nostra legislazione sulla lotta alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.

Inoltre, ci proponiamo di sollecitare i nostri partner a rispettare tutti i principi e gli strumenti internazionali della buona governance marittima e della pesca, e ad adottare un comportamento responsabile in materia di protezione ambientale e condizioni sociali.

Condivido il suo appello a una maggiore coerenza politica; dobbiamo lavorare insieme sulla base di una visione globale e integrata. Due terzi del pesce consumato in Europa, come abbiamo ricordato, vengono importati per garantire la stabilità delle forniture di materie prime alla nostra industria di trasformazione e prezzi equi ai consumatori. Eppure, un terzo del mercato dell’Unione europea continua a essere rifornito da un settore dell’UE che offre posti di lavoro e rappresenta la parte corrispondente del tessuto sociale di molte regioni europee. Dal momento che siamo alle prese con una significativa riforma della politica comune della pesca, la politica commerciale dell’Unione non può trascurare la complessa natura del settore della pesca dell’UE e la sua realtà economica e sociale. Intendo collaborare strettamente con il Commissario De Gucht per realizzare le modifiche e gli adeguamenti nei tempi più opportuni, conformemente ai ritmi con cui verrà realizzata l’attuale riforma della PCP.

Per quanto riguarda i negoziati OMC, stiamo seguendo con estrema attenzione le discussioni sui sussidi. Secondo noi sarebbe opportuno sostenere le iniziative ambientaliste e quelle orientate all’innovazione dei nostri Stati membri. Quanto alla revisione della politica del mercato, concordo con il progetto di relazione: la nuova politica di mercato della PCP dovrà rivedere gli strumenti dell’attuale organizzazione comune del mercato. La revisione deve mirare a rafforzare le organizzazioni dei produttori e la loro capacità di migliorare il rapporto tra domanda e offerta in termini quantitativi e qualitativi. Dovrà anche sostenere l’offerta e la stabilità del mercato, e rivedere le disposizioni concernenti le norme di commercializzazione e le informazioni ai consumatori.

Questo ci porta alla questione dell’etichettatura. I consumatori desiderano maggiori informazioni sui prodotti della pesca che acquistano; vogliono conoscere i luoghi di allevamento e di cattura del pesce, sapere se l’attività di produzione rispetta l’ambiente e se la pesca si è svolta nel rispetto della sostenibilità. La Commissione è pronta a lavorare su iniziative legislative che diano ai consumatori le informazioni di cui hanno bisogno.

Per finire, parliamo di acquacoltura. La Commissione si è impegnata a realizzare gli obiettivi della strategia per lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura, come si è detto nella relazione del Parlamento europeo. Riteniamo altresì che lo sviluppo dell’acquacoltura nell’Unione europea possa ridurre la dipendenza dalle importazioni e soddisfare più efficacemente la crescente domanda dei consumatori.

Prima di chiudere il mio intervento, vorrei ricordare che la discussione odierna offrirà un significativo contributo alla preparazione della riforma della PCP, lanciando al contempo un importante segnale politico, un segnale positivo, agli uomini e alle donne che sono attivi nel settore europeo della pesca; essi infatti sono pronti a rispettare una disciplina rigorosa, ma si aspettano un messaggio di speranza per il futuro.

 
  
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  Karel De Gucht, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, la Commissione accoglie con favore la decisione del Parlamento europeo di preparare una relazione d’iniziativa sul regime d’importazione dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura. La discussione avviata dal Parlamento europeo offre una valida base su cui cominciare a riflettere, per individuare il modo più opportuno per condurre i negoziati commerciali nel contesto della riforma della politica comune della pesca.

Invito i deputati al Parlamento europeo a tener conto delle seguenti osservazioni sulle questioni sollevate dal progetto di relazione del Parlamento europeo.

La Commissione è consapevole della natura particolare e delicata del settore della pesca e della sua importanza, soprattutto per le comunità costiere, aspetti di cui si tiene conto nell’attuazione della politica commerciale comune.

Ricordo che la politica commerciale dell’Unione europea deve riconciliare i diversi interessi delle varie parti del settore della pesca su cui tale politica ha effetto – produttori, trasformatori e consumatori. L’obiettivo della Commissione nel perseguire la politica commerciale per i prodotti della pesca e dell’acquacoltura è di trovare un equilibrio tra un’adeguata politica dell’offerta, la situazione e gli interessi dei produttori e le richieste dei consumatori dell’Unione europea, senza dimenticare i potenziali obiettivi della politica di sviluppo.

Sappiamo bene che l’UE dipende notevolmente dalle importazioni dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura per soddisfare la domanda del mercato, rappresentata non solo dai consumatori ma anche dall’industria della trasformazione. Alla luce delle attuali tendenze e prevedendo una maggiore dipendenza, l’attuale riforma della politica comune della pesca è una buona occasione per l’Unione europea di consolidare la prestazione economica del settore e la sua competitività a livello internazionale.

Non possiamo ignorare che molto probabilmente la globalizzazione acquisterà forza sempre maggiore in futuro, date le tendenze attuali del commercio internazionale sia a livello multilaterale che a livello bilaterale e regionale. Nell’ambito dei negoziati sugli accordi di libero scambio, la Commissione ha tenuto e tiene conto della complessa natura del settore della pesca dell’Unione europea durante i negoziati sull’accesso al mercato, e dovrà continuare a farlo per garantire un equilibrio tra i diversi interessi che risentono della politica commerciale, come ho già ricordato. Nel contesto delle tendenze globali registrate nel commercio internazionale, la Commissione cercherà di garantire i tempi necessari a realizzare le modifiche e gli adeguamenti indispensabili, conformemente ai ritmi con cui verrà realizzata l’attuale riforma della PCP.

Permettetemi di fare un breve riferimento a una delle principali proposte della relazione, ossia la possibilità che i prodotti della pesca non siano più soggetti alle norme NAMA nel contesto dell’Agenda di Doha per lo sviluppo. Su questo punto sarò molto onesto con voi. In questa fase delle discussioni, a parte il fatto che è molto difficile separare i prodotti della pesca e svincolarli dalle norme NAMA, altre iniziative come quella di uno specifico gruppo negoziale potrebbero esercitare forti pressioni sull’Unione europea per spingerla a un’ulteriore liberalizzazione del mercato.

La Commissione terrà debito conto della richiesta, contenuta nel progetto di relazione, di trasferire la responsabilità dei negoziati sui prodotti della pesca e dell’acquacoltura dal Commissario per il Commercio al Commissario per la pesca. Secondo il principio di collegialità che regola il lavoro della Commissione, tutti i membri della Commissione sono collettivamente responsabili delle decisioni e delle azioni adottate. Ciò significa che il Commissario per il Commercio e la Direzione generale del Commercio, responsabili per i negoziati sui prodotti della pesca e dell’acquacoltura, non agiscono individualmente ma negoziano in stretta cooperazione con il Commissario per gli affari marittimi e la pesca e la relativa Direzione generale, che partecipano attivamente a tutte le fasi dei negoziati.

La Commissione desidera rassicurare il Parlamento europeo: nell’ambito dei negoziati sul commercio, si tiene conto delle specifiche esigenze del settore della pesca. In effetti, la Commissione tutela gli interessi di questo settore dell’Unione europea nei negoziati sul commercio, senza trascurare i suoi aspetti più delicati, per quanto possibile, anche quando è soggetta alle pressioni dei nostri partner commerciali.

Nel tutelare gli interessi del settore della pesca dell’Unione nell’ambito dei negoziati sul commercio, la Commissione mira inoltre a rimuovere ogni ostacolo al commercio mantenuto dai nostri partner commerciali che possa minacciare il potenziale di esportazione dell’industria dell’UE, per garantire condizioni eque nel commercio bilaterale e multilaterale dei prodotti della pesca.

Infine la relazione dà voce alle preoccupazioni delle parti interessate in merito alla necessità di garantire condizioni paritarie per i prodotti dell’Unione europea e le importazioni da paesi terzi. L’Unione è fermamente impegnata a favore degli standard ambientali e del lavoro nell’ambito dei negoziati sul commercio con i paesi terzi, parallelamente all’apertura del mercato – per esempio, nel contesto di un capitolo sullo sviluppo sostenibile compreso nei nostri accordi commerciali o in una serie di consessi internazionali nei quali si affrontino tali questioni, come le Nazioni Unite, la FAO e le organizzazioni regionali di gestione della pesca, a cui l’Unione partecipa attivamente.

Vorrei concludere manifestando la mia disponibilità a proseguire la discussione con gli onorevoli deputati al Parlamento europeo in merito al ruolo della Commissione nei negoziati sul commercio per quanto riguarda i prodotti della pesca e dell’acquacoltura.

 
  
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  Yannick Jadot, relatore per parere della commissione per il commercio internazionale. (FR) Signor Presidente, signori Commissari, mi sembra opportuno notare la convergenza che si è creata tra la commissione per la pesca e la commissione per il commercio internazionale del Parlamento sulla questione in oggetto e sulle proposte presentate in questo ambito.

Come abbiamo detto, la pesca è un settore estremamente importante per l’assetto del territorio, per l’occupazione, per l’identità culturale dell’Europa. Si tratta inoltre di un settore che oggi esercita un forte impatto sulle risorse alieutiche; in effetti oggi gran parte degli stock è soggetta a un eccessivo sfruttamento. E troppo spesso vogliono farci credere che l’obiettivo finale di una politica comune della pesca europea sarebbe quello di adattare il settore della pesca alla globalizzazione del commercio dei prodotti della pesca di cui oggi constatiamo le gravi conseguenze, in campo sociale, economico e ovviamente ambientale.

Negli accordi commerciali sui prodotti della pesca quindi ci leviamo in difesa di un’integrazione ancora più forte dei criteri sociali e ambientali. Sosteniamo l’idea di svincolare i prodotti della pesca dalle norme NAMA, perché un pesce non è un calzino né una lavatrice, ma un elemento cruciale per la sicurezza alimentare e la biodiversità. Dobbiamo essere chiari. Dal momento che abbiamo deciso di sottoporre la questione ai negoziati internazionali, la nostra politica europea dovrà essere esemplare, più orientata ai pescatori, che hanno diritto a migliori retribuzioni ma non possono sfruttare eccessivamente gli stock ittici, né nelle nostre acque territoriali, né nelle acque in cui acquistiamo diritti di pesca.

 
  
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  Antonello Antinoro, a nome del gruppo PPE. Signor Presidente, signori Commissari, onorevoli colleghi, io intanto volevo ringraziare il collega Cadec per il lavoro svolto, per l'eccellente lavoro svolto in un tema così importante come il regime di importazione in Europa nel settore della pesca.

Avevo, come dire, preparato il mio intervento rispetto, per esempio, al tema dell'attenzione che dev'essere posta affinché i prodotti importati seguano le stesse norme sanitarie, seguano gli stessi regimi, ma vedo che è stato trattato da altri, e quindi ritornarci è pressoché inutile ed è una perdita di tempo. Non posso però non cogliere un aspetto fondamentale, che mi è sembrato di, come dire, capire nelle parole del Commissario De Gucht, dalle parole del collega che mi ha preceduto, rispetto a un minimo di conflitto di competenze che oggi c'è tra i due Commissari o tra i compiti che i due Commissari dovrebbero avere.

Questo credo che sia, senza ipocrisia, importante da sottolineare, perché, così com'è stato detto, il settore della pesca ha un ruolo fondamentale se vogliamo che i nostri pescatori non continuino a ridurre la loro capacità lavorativa perché glielo abbiamo imposto per rispetto del mare. Se vogliamo che i nostri pescatori non continuino a essere, come dire considerati una sorta di Cenerentola dell'Europa, dovremo dedicarci una maggiore attenzione.

Allora, il Commissario Damanaki e anche il Commissario De Gucht hanno manifestato tutt'e due l'intenzione di dedicarsi appieno a tutto ciò, ma io credo che sia importante un'unica linea di intervento e credo che l'aspetto del Commissario della pesca, con tutto ciò che ne comporta poi in sede parlamentare sia fondamentale perché il nodo venga sciolto e questa relazione diventi una prospettiva importante per il futuro.

 
  
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  Luis Manuel Capoulas Santos, a nome del gruppo S&D.(PT) Signor Presidente, signori Commissari, onorevoli deputati, i prodotti della pesca e dell’acquacoltura costituiscono una parte importante della dieta europea, come sappiamo, e ciò significa che dobbiamo importare più del 60 per cento di questi prodotti per soddisfare le nostre esigenze, come ha giustamente affermato il Commissario, signora Damanaki. Questo semplice fatto dimostra chiaramente l’importanza della relazione dell’onorevole Cadec, con il quale io, in qualità di relatore ombra, ho avuto il piacere di collaborare alla ricerca del più ampio consenso possibile per proteggere il settore, i posti di lavoro che questo offre, e soprattutto i consumatori europei.

Per questo motivo il Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo sostiene i principali presupposti e le conclusioni fondamentali della relazione, soprattutto per quanto riguarda le preoccupazioni e le raccomandazioni sulla necessità di garantire la salute e la sicurezza dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura importati, nonché i criteri ambientali che devono diventare requisiti vincolanti per la cattura nonché per la produzione e la trasformazione di questi prodotti.

La relazione affronta ovviamente altre questioni che meritano ugualmente il nostro sostegno, ma per mancanza di tempo non posso parlarne. Per tutti questi motivi il mio gruppo voterà ovviamente a favore della relazione; desidero inoltre congratularmi con l’onorevole Cadec per il suo ottimo lavoro.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher, a nome del gruppo ALDE. (EN) Signor Presidente, per cominciare desidero congratularmi con l’onorevole Cadec per la sua relazione. Il calo del prezzo del pesce registrato negli ultimi anni è direttamente e sostanzialmente provocato dalla concorrenza derivante dalle importazioni di pesce selvatico e di allevamento. I produttori di questi prodotti non sono soggetti ai rigorosi regimi che vincolano gli operatori dell’Unione europea in materia di conservazione e standard igienici, ed entrano quindi nel mercato europeo a prezzi con cui i produttori europei non possono competere.

La questione va affrontata nel contesto della riforma della politica comune della pesca, e so che il Commissario signora Damanaki se ne occuperà. Come hanno ricordato entrambi i Commissari, l’Europa dipende molto dalle importazioni; se per esempio consideriamo il caso del mio paese, che importa 46 000 tonnellate all’anno, con un costo di 181 milioni di euro, mi sembra che i consumatori non siano consapevoli della differenza tra pesce importato e pesce selvatico.

Se vogliamo risolvere questo problema, dobbiamo considerare l’opportunità di sostituire le importazioni per ridurle dal 66 al 50 per cento in un periodo di 10 anni circa, ma per raggiungere tale obiettivo la burocrazia che sta soffocando il settore dovrà essere semplificata e tutte le direzioni generali, nonché tutti i vari ministeri e gli Stati membri, dovranno collaborare per tutelare gli interessi del settore.

 
  
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  Isabella Lövin, a nome del gruppo Verts/ALE. (SV) Signor Presidente, onorevoli colleghi, accolgo con favore la relazione dell’onorevole Cadec sull’importazione di pesce nell’Unione europea. Solo a partire dal 1977 le catture europee sono diminuite del 26 per cento: un tasso allarmante. Più del 60 per cento di tutto il pesce consumato oggi in Europa viene importato, anche se la situazione potrebbe essere ben diversa. Se gestissimo le nostre risorse di pesca con l’intento di raggiungere il rendimento massimo sostenibile (RMS), le catture europee potrebbero aumentare fino a diventare il doppio dei valori odierni, e al contempo avremmo stock ittici forti e vitali.

Mirando a questo obiettivo, non dobbiamo trasferire in altri paesi i nostri problemi legati allo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche. La relazione Cadec menziona vari strumenti importanti che l’Unione europea potrebbe usare. Innanzi tutto il regolamento sulla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN). Tutto il pesce che entra nel mercato dell’Unione europea deve disporre di documenti approvati che indichino dove, quando e da chi è stato pescato. Si tratta di un primo passo, ma insufficiente. In molte regioni del mondo, la pesca illegale è un problema che i paesi poveri non sono in grado di risolvere per mancanza di risorse. Nei paesi dove la corruzione è diffusa, non è difficile per un esportatore di pesce acquistare i documenti giusti. Quindi l’Unione europea, in qualità di maggiore importatore di pesce al mondo, deve assumersi la responsabilità di offrire un sostegno tecnico e finanziario tangibile e di fornire le risorse necessarie a garantire il rispetto e il controllo nei paesi in via di sviluppo.

Il secondo strumento è già stato realizzato nell’ambito delle Nazioni Unite. Disponiamo di buoni accordi internazionali ma dobbiamo attuarli. Nel 2006, l’Unione europea si è impegnata per raggiungere un accordo di attuazione, tra l’altro per il Codice di condotta per una pesca responsabile della FAO, nel contesto delle Nazioni Unite. Dobbiamo continuare a perseguire tale obiettivo.

 
  
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  Marek Józef Gróbarczyk, a nome del gruppo ECR.(PL) Signor Presidente, ringrazio sinceramente l’onorevole Cadec per la sua coraggiosa relazione, che è di estrema importanza per la politica comune della pesca in corso di elaborazione. Anche durante la preparazione della relazione, si poteva osservare, a nostro avviso, che molti settori della politica comune della pesca differiscono sensibilmente dal parere della Commissione e questo purtroppo si riflette anche nella versione finale della relazione. Secondo i pescatori, questa importante relazione dovrebbe produrre effetti considerevoli sulla struttura della futura politica comune della pesca per quanto riguarda l’organizzazione del mercato.

Commissario Damanaki, in varie occasioni lei ha ripetuto che, invece di criticare, quando si discute delle quote individuali trasferibili, dobbiamo proporre soluzioni per la politica futura. Sono convinto che le idee contenute in questa relazione siano un’alternativa al concetto che ci viene imposto dalla Commissione.

 
  
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  Diane Dodds (NI) . (EN) Signor Presidente, signori Commissari, per cominciare desidero ringraziare il relatore per la sua relazione. Il 24 luglio 2008, in risposta alla crisi economica che ha colpito la flotta peschereccia europea, il Consiglio “Pesca” dell’Unione ha approvato misure temporanee e specifiche volte a promuovere e riorganizzare la flotta. Proprio quando molti pescatori stavano cercando di avvalersi di tali misure, essi sono stati colpiti dagli effetti della recessione globale. Il valore del nephrops norvegicus o scampo venduto dai miei pescatori dell’Irlanda del Nord ad altre regioni europee è crollato, mentre aumenta l’offerta di molluschi e crostacei d’importazione.

L’Europa ha bisogno di pesce. Abbiamo bisogno di importare pesce, ma non a qualsiasi costo. Da un lato, i colleghi chiedono che i nostri pescatori non ricevano più sussidi; dall’altro, e qui trovo una contraddizione, vogliamo eliminare i sussidi mentre la politica europea consente le importazioni di prodotti della pesca e dell’acquacoltura non regolamentate che minano il settore della pesca sostenibile ed economicamente redditizio che desideriamo realizzare.

L’Europa deve fare una scelta; manchiamo di coerenza, ed è proprio per invertire questa tendenza che sostengo la relazione dell’onorevole Cadec.

 
  
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  Carmen Fraga Estévez (PPE) . – (ES) Signor Presidente, questa relazione è stata concepita per dare una risposta alla frustrazione e alla vulnerabilità del settore della pesca dell’Unione europea.

Signor Commissario, questo settore non vuole misure protezionistiche; ma, visto lo scarso interesse finora manifestato dai responsabili della Direzione generale del Commercio, chiede di evitare provvedimenti che rischino di aggravarne lo stato di crisi.

Da questo punto di vista, siamo particolarmente favorevoli alla richiesta, presentata nella relazione dall’onorevole Cadec, di trasferire la responsabilità dei negoziati sui capitoli della pesca dalla Direzione generale del Commercio alla Direzione generale degli Affari marittimi e della pesca, come avviene per l’agricoltura, giacché anche qui ci stiamo occupando di prodotti particolarmente sensibili, come dimostra il caso del tonno.

Per quanto riguarda il tonno, gli accordi sottoscritti con la Papua Nuova Guinea e le Figi, rappresentano un esempio scandaloso di deroga alle norme di origine, effettuata senza tener conto delle condizioni concrete, che va esclusivamente a vantaggio dei nostri principali concorrenti: la Thailandia e le Filippine.

Signor Commissario, mi chiedo se lei sia consapevole del fatto che, oltre a soffocare il settore dell’Unione europea, grazie alla vostra politica la Papua Nuova Guinea sta entrando in una fase in cui si creano posti di lavoro di bassissima qualità e lo sviluppo sostenibile è pari a zero. É a conoscenza dei rapporti pubblicati da organizzazioni non governative che operano nella regione e che descrivono il lavoro minorile, le condizioni drammatiche delle fabbriche in materia di standard igienico-sanitari, il disastroso impatto ambientale sul litorale di Madang e la pesca illegale? Scongiurare il verificarsi di simili eventi rientra tra le sue competenze?

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE) . (EN) Signor Presidente, il comportamento di alcuni deputati in quest’Aula oggi è vergognoso. Una cosa simile non potrebbe verificarsi in nessun altro parlamento al mondo. Se si manca di rispetto alla presidenza della commissione per la pesca e alla pesca in generale, propongo di aggiornare la seduta finché non si mostri più rispetto per quest’Assemblea e si sciolgano questi capannelli.

(Applausi)

 
  
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  Presidente . Onorevole Gallagher, dobbiamo continuare. Vorrei chiedere a tutti i colleghi di fare silenzio, così potremo lavorare per altri 10 minuti e poi finire con questa relazione e la relativa discussione, entrambe così importanti.

 
  
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  Ulrike Rodust (S&D) . – (DE) Signor Presidente, signora Commissario Damanaki, la politica della pesca europea deve affrontare problemi assai gravi. I nostri pescatori devono convivere da un lato con il calo degli stock ittici, dall’altro con una concorrenza non sempre leale sul mercato globale. Dobbiamo introdurre con urgenza riforme radicali per porre fine all’eccesso di pesca nelle acque europee e garantire così la sopravvivenza della pesca europea.

Concordo con il Commissario, signora Damanaki; non dobbiamo chiedere troppo ai nostri pescatori imponendo loro riforme radicali mentre liberalizziamo il commercio. Fare entrambe le cose allo stesso tempo comporterebbe un onere eccessivo per i pescatori europei. Il modo migliore per aumentare la competitività è consentire il ripristino degli stock ittici; inoltre, se vogliamo che la pesca europea sopravviva, dobbiamo migliorare la commercializzazione dei prodotti. I consumatori europei sono disposti, ad alcune condizioni, a pagare di più per il pesce europeo se riceveranno migliori informazioni sulle sue origini.

 
  
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  Britta Reimers (ALDE) . – (DE) Signor Presidente, signori Commissari, mi congratulo con l’onorevole Cadec per il successo della sua relazione che si è dimostrata estremamente equilibrata. Lo ringrazio inoltre per l’eccellente collaborazione di cui ha dato prova.

La regolamentazione delle importazioni dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura nell’Unione europea si presenta estremamente complessa. Con un volume di 12 milioni di tonnellate e un valore di 55 miliardi di euro, il mercato della pesca dell’Unione è il più grande al mondo; un mercato che cresce rapidamente ed è sempre più dipendente dalle importazioni provenienti da paesi terzi. Per noi quindi è importante controllare le condizioni di produzione e importazione dei prodotti dei paesi terzi.

Nel corso dell’Assemblea plenaria abbiamo presentato due emendamenti, nei quali si mette in evidenza la necessità di riconoscere la peculiare situazione economica delle regioni periferiche europee. Non pensiamo però che la liberalizzazione del mercato sia l’unico responsabile delle difficoltà incontrate. La massiccia introduzione dei prodotti della pesca nel mercato dell’Unione europea, che è stata definita iniqua, non ha peraltro effetti diretti su ...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Jarosław Leszek Wałęsa (PPE) . – (PL) Signor Presidente, non ho molto tempo, quindi mi limiterò a ricordare uno dei temi che l’onorevole Cadec affronta nella sua relazione. Il pesce non può essere trattato alla stregua degli altri prodotti industriali, ma dev’essere regolamentato dalle norme commerciali dell’OMC che si applicano ai prodotti sensibili. La politica commerciale dell’Unione europea rivolge scarsa attenzione alla specifica natura di questo settore così delicato e agli interessi dei produttori dell’UE. Ci sembra quindi ragionevole considerare l’opportunità di svincolare i prodotti della pesca dalle norme che regolano l’accesso ai mercati non agricoli, per favorire l’allineamento del commercio dei prodotti della pesca con i requisiti tipicamente applicati agli alimenti e ai prodotti sensibili.

 
  
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  Catherine Trautmann (S&D) . – (FR) Signor Presidente, mi congratulo con il collega Cadec per l’ottima qualità del suo lavoro.

Il testo che oggi viene votato segna una certa evoluzione nel rapporto tra la nostra istituzione e il concetto del libero scambio. Benché non si possa definire protezionista, la linea che viene difesa in questa sede si può se non altro accusare di ingenuità.

Siamo tutti d’accordo nel constatare che la produzione europea non è sufficiente e, piuttosto che ricorrere immediatamente alla variabile delle importazioni, dobbiamo intensificare i nostri sforzi di salvaguardia e rigenerazione degli stock, anche mediante l’acquacoltura, per garantire la sostenibilità del settore e dei posti di lavoro nell’Unione europea nonché una pesca meno dipendente dai paesi terzi.

Quanto alle importazioni, dobbiamo tutelare il mercato europeo dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura da una concorrenza sleale derivante da condizioni sanitarie e sociali meno controllate e da tariffe irrisorie. Per questo motivo sono favorevole a un’etichetta europea, conforme ai nostri standard ambientali e sociali.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE) . – (PT) Signor Presidente, signora Commissario, l’Europa oggi è il maggiore mercato dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura, con importazioni pari al 60 per cento del pesce consumato. La produzione comunitaria di pesce non è sufficiente a soddisfare la domanda di questo tipo di prodotti, né potrà esserlo in futuro, ed è quindi necessario importarli.

In tale contesto, è importante salvaguardare due aspetti fondamentali: in primo luogo, realizzare le condizioni necessarie a garantire che i consumatori dell’Unione europea possano accedere a prodotti della pesca e dell’acquacoltura importati di buona qualità; in secondo luogo, assicurare concorrenza leale, sia per i prodotti importati che per quelli ottenuti dalla pesca e dall’acquacoltura europee.

É perciò necessario che i prodotti della pesca e dell’acquacoltura importati dall’Unione europea rispettino gli stessi standard sociali, sanitari e qualitativi imposti ai prodotti dell’Unione europea. É altresì necessario procedere alla riforma del mercato dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura, e in particolare alla revisione dei meccanismi utilizzati per contrastare fenomeni come la graduale eliminazione dei dazi doganali e la crescente competitività delle importazioni.

La relazione presentata dal Parlamento, sotto l’ammirevole guida dell’onorevole Cadec, è tempestiva e prende in considerazione una serie di importanti proposte per lo sviluppo sostenibile del settore della pesca e dei settori collegati, tra cui quello della commercializzazione.

 
  
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  Josefa Andrés Barea (S&D) . – (ES) Signor Presidente, signora Commissario Damanaki, signor Commissario De Gucht, vi ringrazio per essere intervenuti nella discussione di una relazione così importante sul regime di importazione.

La pesca è una questione vitale, in relazione alla quale si devono mettere in evidenza due questioni essenziali: in primo luogo non siamo autosufficienti, e secondariamente molto spesso si registrano casi di concorrenza sleale, un fenomeno che dev’essere contrastato garantendo l’attività della pesca in Europa.

Mi rivolgo ora al Commissario per il Commercio: non è possibile continuare a considerare la pesca un “prodotto non sensibile”; non è possibile continuare a regolamentarla con le norme che governano l’accesso ai mercati non agricoli; la pesca non può essere considerata un prodotto industriale. Dev’essere un “prodotto sensibile” e dev’essere regolamentata dalle norme dell’Organizzazione per il commercio nonché dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura.

Quindi, se non considereremo il pesce un “prodotto sensibile”, non potremo essere sostenibili né riusciremo a garantire il mantenimento delle specie e non potremo intraprendere una vera attività di mercato.

 
  
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  Robert Atkins (ECR) . (EN) Signor Presidente, intervengo nuovamente per proporre alla Conferenza dei Presidenti, tramite lei, di organizzarsi meglio. Originariamente ci era stato detto che la votazione si sarebbe tenuta alle 12.00. Poi quest’orario è stato spostato di cinque minuti, ogni cinque minuti. Qualcuno di noi deve partire in aereo; la situazione è problematica e inopportuna. Ci stiamo prendendo gioco del Parlamento. Che qualcuno risolva il problema!

(Applausi)

 
  
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  Presidente . Avevamo detto che la votazione sarebbe stata rinviata alle 12.15 o alle 12.20, quindi continuiamo adesso con le risposte dei nostri Commissari. Sono certo che riusciremo a votare alle 12.20.

 
  
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  Maria Damanaki, membro della Commissione. (EN) Signor Presidente, non sono io quella che può risolvere il problema, ma posso certamente ridurre il mio intervento all’essenziale.

Ci stiamo occupando di tutte le questioni in merito alle quali hanno manifestato preoccupazione gli onorevoli deputati. Come abbiamo già ricordato il Commissario De Gucht e io stessa, stiamo cercando di trovare un punto di equilibrio. Abbiamo bisogno di un settore della pesca sostenibile, e ci siamo assunti degli obblighi nei confronti dell’OMC e di altri organismi internazionali. Vorrei rassicurare tutti: stiamo facendo del nostro meglio affinché la riforma della PAC possa offrire ai pescatori il miglior futuro possibile.

 
  
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  Alain Cadec, relatore. – (FR) Signor Presidente, giudico il comportamento dei colleghi assolutamente irrispettoso e inaccettabile in un Parlamento come il nostro. Quello che state facendo è scandaloso! Mi vergogno di voi! Pensate soltanto a votare e a tornarvene a casa! Noi stiamo lavorando su una relazione importante, abbiate almeno il buon gusto di ascoltare, oppure uscite dall’Aula!

In ogni caso, onorevoli colleghi, dopo questo mio breve scatto d’ira sono certo che, tra pochi minuti, la maggioranza di voi voterà a favore della relazione e, visto che ne ho l’occasione, desidero ringraziare i colleghi della commissione per la pesca, e in particolare la Presidente, onorevole Fraga Estévez, che hanno accettato di prendere in considerazione questo tema e mi hanno affidato la relazione.

Desidero inoltre ringraziare i relatori ombra, gli onorevoli Capoulas Santos, Reimers, Gróbarczyk e Lövin, che hanno partecipato a tutte le discussioni e alla stesura degli emendamenti.

Ringrazio altresì tutti coloro che hanno contribuito a questa relazione, i rappresentanti del settore che hanno reso possibile il mio lavoro di ricerca, in particolare i funzionari della Direzione generale del Commercio e della Direzione generale degli Affari marittimi e la pesca. Penso a Zoltan Somoguy e Miriam Garcia Ferrer, della Direzione generale del Commercio, a Pierre Amilhat, Christian Rambeau e Juan Ranco della Direzione generale degli Affari marittimi e della pesca; ringrazio lei, signora Commissario Damanaki, per aver partecipato a questa discussione, e anche lei, Commissario De Gucht, benché le sue risposte – che non sono veramente risposte, dal momento che hanno preceduto il mio intervento – non mi soddisfino del tutto.

In ogni caso, ringrazio anche Mauro Belardinelli del nostro gruppo, Ollivier Gimenez, i miei assistenti, Emilie Herrbach e Vincent Guerre, e vorrei menzionare in modo particolare Philippe Musquar, che mi ha molto aiutato per questa relazione e mi ha assistito nella preparazione.

Concluderò il mio intervento ringraziandovi anticipatamente per il vostro voto.

 
  
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  Presidente . A titolo informativo, il Commissario De Gucht non ha risposto a causa del rumore in Aula, quindi vorrei scusarmi per il rumore con entrambi i Commissari.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà tra breve.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. BUZEK
Presidente

 

6. Turno di votazioni
Video degli interventi
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la votazione.

(Per i risultati dettagliati della votazione vedasi processo verbale)

***

Desidero fare un annuncio. La signora Dudzinska, che siede alla mia destra, ha trascorso quasi 35 anni al Parlamento europeo e negli ultimi 10 anni ha lavorato a stretto contatto con le plenarie. Ora che sta per andare in pensione, vorrei ringraziarla e porgerle i migliori auguri per il futuro.

(Applausi)

 

6.1. Accordo UE / Stati Uniti d’America sul trattamento e il trasferimento di dati di messaggistica finanziaria dall’Unione europea agli Stati Uniti ai fini del programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (A7-0224/2010, Alexander Alvaro) (votazione)
 

– Prima della votazione:

 
  
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  Alexander Alvaro, relatore. – (DE) Signor Presidente, come gli onorevoli colleghi comprenderanno, poiché in febbraio il Parlamento europeo ha respinto l’accordo, è necessario sottolineare che da allora, lavorando con la Commissione, siamo riusciti a migliorare significativamente il testo.

Vorrei cogliere quindi l’occasione per ringraziare gli onorevoli colleghi del gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano), del gruppo dell'Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, del gruppo Verde/Alleanza libera europea e del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica che, pur in una situazione non facile, hanno collaborato alla stesura di un accordo che tutelasse contemporaneamente il diritto alla riservatezza e il diritto alla sicurezza dei nostri cittadini. Vorrei ricordare che si tratta della nostra prima occasione per infondere nuova vita nel trattato di Lisbona che sarebbe altrimenti rimasto un testo sterile.

 
  
  

– Dopo la votazione:

 
  
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  Presidente. – Vorrei ringraziare e congratularmi con l’onorevole Alvaro, con la precedente relatrice, l’onorevole Hennis-Plasschaert, e con tutti gli onorevoli colleghi che hanno lavorato tanto alacremente per questo accordo. Molte grazie.

 
  
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  Rui Tavares (GUE/NGL). - (EN) Signor Presidente, vorrei richiamare la sua attenzione su un emendamento alla relazione che richiede che il Consiglio e la Commissione nominino congiuntamente con il Parlamento il funzionario dell’UE a Washington incaricato di controllare l’estrazione dei dati. Le chiedo gentilmente di prendere personalmente contatto quanto prima con il Consiglio e la Commissione in modo da procedere con l’adeguata supervisione del Parlamento.

 
  
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  Presidente. – Grazie per avermelo ricordato. Mi metterò in contatto con le due istituzioni.

 

6.2. Servizio europeo per l'azione esterna (A7-0228/2010) (votazione)
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  Presidente. – Vorrei congratularmi con il relatore, l’onorevole Brok, e con i negoziatori, gli onorevoli Brok, Verhofstadt e Gualtieri, che hanno svolto un lavoro notevole, a cui hanno contribuito anche numerose commissioni del Parlamento europeo. Abbiamo ottenuto un ampio consenso. Vorrei ringraziare tutti e sottolineare che nel prossimo futuro gli onorevoli Gräßle e Rapkay presenteranno due importanti relazioni di cui sono autori; dovremo quindi continuare a lavorare in questa direzione.

 

6.3. Kosovo (B7-0409/2010) (votazione)
 

– Prima della votazione:

 
  
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  Jelko Kacin (ALDE). - (EN) Signor Presidente, lunedì mattina Peter Miletić, un collega deputato all’assemblea del Kosovo e capogruppo parlamentare del partito liberale della minoranza serba Samostalna Liberalna Stranka, è sfuggito a un attentato ed è rimasto ferito da due colpi di arma da fuoco.

Egli è uno di noi, un parlamentare. Un attentato a un deputato, ovunque esso avvenga, equivale a un attentato alla democrazia. L’attentato era diretto contro gli sforzi per assicurare una stabilità duratura nei Balcani occidentali. Al momento l’onorevole Miletić si trova nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Mitrovica. Gli auguriamo una pronta e completa guarigione e gli esprimiamo il nostro pieno sostegno politico e umano.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Condividiamo tutti le sue parole.

Prima della votazione sull’emendamento n.11:

 
  
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  Pier Antonio Panzeri (S&D). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, chiedo di togliere le parole "di tutte le persone" quando ci si riferisce sostanzialmente al dialogo, quindi la frase finale: "ritiene che il dialogo dovrebbe essere guidato da pragmatismo di entrambe le parti a vantaggio del Kosovo e della Serbia", dovrebbe essere così.

 
  
 

(L’emendamento orale è accolto)

– Prima della votazione sul paragrafo 4:

 
  
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  Ulrike Lunacek (Verts/ALE). - (DE) Vorrei che si aggiungesse il titolo ufficiale del parere consultivo della Corte internazionale di giustizia.

(EN) Lo leggerò in inglese. La formulazione ufficiale è “the Accordance with International Law of the Unilateral Declaration of Independence by the Provisional Institutions of Self-Government of Kosovo” (Conformità al diritto internazionale della dichiarazione unilaterale d'indipendenza formulata dalle istituzioni provvisorie di autogoverno del Kosovo).

 
  
 

(L’emendamento orale è accolto)

– Dopo la votazione sull’emendamento n.5:

 
  
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  Ulrike Lunacek (Verts/ALE). - (EN) Signor Presidente, questo emendamento fa riferimento ai recentissimi episodi di violenza in Kosovo, uno dei quali è già stato menzionato dall’onorevole Kacin: lunedì scorso un deputato di etnia serba al Parlamento del Kosovo, l’onorevole Miletić, è stato ferito da colpi d’arma da fuoco. Mi unisco al Parlamento nell’augurargli una pronta guarigione.

Si è verificato tuttavia un altro incidente che non è stato possibile menzionare prima che terminassero gli emendamenti, quindi leggerò questo emendamento orale: “Esprime profondo rammarico per la mortale esplosione che ha provocato un morto e dieci feriti, accaduta a Mitrovica nord il 2 luglio, durante la manifestazione di protesta contro l'apertura di un centro per i servizi sociali e per l'attentato del 5 luglio contro un deputato serbo al parlamento del Kosovo; condanna fermamente tutti gli atti di violenza e invita le parti ad agire in maniera responsabile; incoraggia EULEX a fare ogni sforzo necessario per allentare la tensione ed evitare nuove violenze e invita la polizia del Kosovo, con l'assistenza di EULEX, ad avviare senza indugio un'indagine scrupolosa e imparziale su tali eventi al fine di assicurare i colpevoli alla giustizia”.

 
  
 

(L’emendamento orale è accolto)

 

6.4. Albania (B7-0408/2010) (votazione)
  

– Prima della votazione sull’emendamento n.2:

 
  
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  Libor Rouček (S&D). - (EN) Signor Presidente, intendiamo apportare una modifica: “tutto il materiale elettorale” dovrebbe essere sostituito con “il materiale elettorale”, quindi “il” invece di “tutto il”.

 
  
 

(L’emendamento orale è accolto)

 

6.5. Situazione in Kirghizistan (B7-0419/2010) (votazione)

6.6. AIDS/HIV in vista della XVIII conferenza internazionale sull'AIDS (18-23 luglio 2010 a Vienna) (B7-0412/2010) (votazione)
  

– Prima della votazione:

 
  
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  Michael Cashman (S&D). - (EN) Signor Presidente, data l’importanza di questa votazione in vista della Conferenza di Vienna, chiedo una votazione finale per appello nominale.

 
  
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  Francesco Enrico Speroni, a nome del gruppo EFD – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mio gruppo si oppone.

 
  
  

(La richiesta è respinta)

 
  
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  Astrid Lulling (PPE).(FR) Manteniamo la calma! Poiché i lussemburghesi parlano e scrivono in francese e in tedesco, prima della votazione su questa risoluzione alquanto delicata vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che esiste una differenza enorme tra la versione francese e quella tedesca del paragrafo 17.

La versione tedesca dice che gli Stati membri e la Commissione sono invitati …

(DE) a sostenere misure nell’ambito dell’aborto sicuro

(FR) … a sostenere misure per l’aborto sicuro. Da quanto mi hanno riferito, questa parte della frase non è presente né nel testo francese, né in quello inglese.

Signor Presidente, se potesse chiarire se è il testo francese che fa fede, aiuterebbe certamente molti deputati a decidere in sede di votazione.

 
  
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  President. – Correggeremo tutte le traduzioni in modo che siano fedeli ai testi originali. Verificheremo. Grazie.

 
  
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  Michael Cashman (S&D). - (EN) Signor Presidente, considerata la votazione appena svolta, desidero chiedere se il partito politico che si era opposto è disposto a ritirare l’obiezione e a consentire una votazione finale per appello nominale.

 
  
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  Francesco Enrico Speroni, a nome del gruppo EFD – Signor Presidente, onorevoli colleghi, mantengo l'opposizione.

 
  
  

(La richiesta è respinta)

– Dopo la votazione:

 
  
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  Gay Mitchell (PPE). - (EN) Signor Presidente, non intendo rallentare i lavori e sono lieto di sentire che l’onorevole Cashman non ha problemi di voce. Ritengo sarebbe una buona idea se in quest’Aula si svolgesse una votazione libera su questioni del genere. In questo modo si potrebbe appurare qual è l’effettiva opinione del Parlamento. C’è uno schieramento che impone una disciplina di partito e solo uno che è favorevole a una libera votazione. Se vogliamo davvero appurare l’opinione del Parlamento su questioni del genere dovremmo effettuare una votazione libera all’interno dell’Aula.

(Applausi)

 
  
 

– Dopo la votazione:

 
  
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  Michael Cashman (S&D). - (EN) Signor Presidente, se qualcuno in quest’Aula viene nominato ha il diritto di replica. Essendo stato nominato, voglio dire all’onorevole Mitchell e agli altri che, qualunque sia il partito che decide di votare, ognuno di noi esprime il proprio voto libero e che l’Assemblea ha votato democraticamente.

(Applausi)

 

6.7. Entrata in vigore della Convenzione sulle munizioni a grappolo (CCM) il 1° agosto 2010 e ruolo dell'UE (B7-0413/2010) (votazione)

6.8. Il futuro della PAC dopo il 2013 (A7-0204/2010, George Lyon) (votazione)
 

– Prima della votazione:

 
  
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  Ulrike Rodust (S&D).(DE) Signor Presidente, non ho chiesto la parola per una mozione d’ordine, ma vorrei pregare lei, signor Presidente, e gli onorevoli colleghi di notare che c’è un problema di traduzione. Ho presentato un emendamento alla relazione Lyon, al considerando AE: “considerando che la PAC deve mirare al mantenimento e allo sviluppo di un'agricoltura multifunzionale e sostenibile in tutta Europa”. Nelle traduzioni è stata malauguratamente utilizzata la parola “estensiva” mentre il termine flächendeckend nella traduzione tedesca ha, invece, un significato completamente diverso: significa, infatti, “in tutte le regioni europee”. Anche nelle zone montane ci dovrebbe dunque essere un’agricoltura flächendeckend. “Estensiva” ha invece un significato completamente diverso.

 
  
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  Presidente. – Grazie per la segnalazione. Correggeremo i testi e li armonizzeremo con l’originale.

– Dopo la votazione sul paragrafo 44:

 
  
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  George Lyon, relatore. − (EN) Signor Presidente, sembra esserci confusione sull’oggetto della votazione. L’interpretazione aveva detto 44 mentre lei ha appena annunciato che è stato accolto il 45. Le chiedo di eliminare questa confusione e di annunciare la votazione corretta.

 
  
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  Presidente. – Stavamo votando il paragrafo 44, come avevo detto. Ripeto: l’emendamento è decaduto ed è stato approvato il paragrafo 44. Questo è l’esito della votazione.

 
  
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  Pablo Arias Echeverría (PPE).(ES) Signor Presidente, abbiamo appena votato il paragrafo 44 e il mio voto era a favore, ma ho indicato ‘contrario’ poiché c’era una piccola confusione: ci avevano detto che stavamo votando il 45, mentre in realtà stavamo votando il 44.

 
  
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  Presidente. – Onorevoli deputati, dal momento che ci sono tante proteste vi prego di prestare attenzione: stiamo votando nuovamente il paragrafo 44. Stiamo votando il paragrafo 44. La votazione non era chiara nemmeno per me poiché non avete alzato le mani.

– Prima della votazione sul paragrafo 59:

 
  
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  Elizabeth Lynne (ALDE). - (EN) Signor Presidente, abbiamo bisogno di una delucidazione. Non so se sia errato il suo annuncio o l’interpretazione, ma in inglese è stato ripetuto nuovamente il 52. Non abbiamo sentito un annuncio per il 59, quindi non sappiamo a che punto siamo.

 
  
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  Presidente. – Adesso stiamo votando il paragrafo 59. In questo momento sullo schermo c’è il paragrafo 59. É una votazione per parti separate.

– Prima della votazione sul considerando C:

 
  
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  Elizabeth Lynne (ALDE). - (EN) Signor Presidente, faccio notare che il considerando AE viene prima del C. Non abbiamo ancora votato l’AE.

 
  
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  Presidente. – Abbiamo delle informazioni completamente diverse. Adesso dobbiamo votare il considerando C.

– Prima della votazione sul considerando AE:

 
  
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  Albert Deß (PPE).(DE) Signor Presidente, poiché all’inizio della votazione è stato chiarito che fa fede la versione tedesca del testo, il gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano) si asterrà dalla votazione per parti separate. Il mio gruppo è in grado di votare a favore del considerando AE.

 
  
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  Presidente. – Onorevole Deß, desidero chiarire che la richiesta non proviene soltanto dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano), ma anche da un altro gruppo politico, quindi procederemo come deciso ed effettueremo una votazione per parti separate, poiché è stata richiesta anche da un altro gruppo.

 
  
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  Albert Deß (PPE). - (DE) In tal caso chiedo al mio gruppo di votare due volte in favore. Poiché fa fede la versione tedesca del testo, non è necessario votare contro nella seconda votazione.

 
  
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  Presidente. – Onorevoli deputati, Presidenti, vi prego di ascoltare attentamente.

 

6.9. Disposizioni per l’importazione nell’UE di prodotti della pesca e dell’acquacoltura in vista della futura riforma della politica comune della pesca (PCP) (A7-0207/2010, Alain Cadec) (votazione)

7. Rettifica (articolo 216 del regolamento): vedasi processo verbale
Video degli interventi
  

PRESIDENZA DELL’ON. TŐKÉS
Vicepresidente

 

8. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
  

Dichiarazioni orali di voto

 
  
  

Relazione Alvaro (A7-0224/2010)

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE). - (EN) Signor Presidente, ho votato a favore dell'accordo tra l'Unione europea e gli Stati Uniti d'America sul trasferimento di dati di messaggistica finanziaria ai fini del controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi.

Siamo ben consapevoli della minaccia che il terrorismo costituisce, sia per la nostra sicurezza che per quella dei nostri partner sull’altra sponda dell’Atlantico. Non è necessario che vi ricordi tutti gli attacchi terroristici che si sono susseguiti sul territorio europeo nel corso degli ultimi dieci anni. É evidente che i nostri partner americani rappresentano un importante alleato strategico, non sono nell’area della sicurezza internazionale, ma anche in termini economici e in altri settori.

L’impegno per una cooperazione strategica di questo tipo è stata espressa chiaramente dal Vicepresidente Joe Biden, in quest’Aula, appena pochi mesi fa. Dovremmo dunque essere fieri di avere approvato un accordo così importante per il controllo delle attività dei terroristi, specialmente poiché contiene degli importanti miglioramenti e poiché molte delle delucidazioni proposte dal Parlamento europeo sono state prese in debita considerazione.

 
  
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  Gerard Batten (EFD). - (EN) Signor Presidente, esistono numerosi motivi per votare contro la presente risoluzione, troppi perché io possa citarli tutti in 60 secondi. Dobbiamo sicuramente contrastare il terrorismo, ma questa non può essere una scusa utilizzata dai governi per spiare i propri cittadini. Si tratta di informazioni a carattere riservato che appartengono ai cittadini e non all’Unione europea, al Parlamento o allo Stato nazionale.

Un qualunque accordo di questo tipo andrebbe concluso tra Stati nazionali sovrani, che rispondono ai propri cittadini tramite un processo democratico. Si tratta, in ogni caso, di un accordo unilaterale e non abbiamo motivo di ritenere che gli Stati Uniti lo onoreranno. Esso viola le norme britanniche sulla tutela dei dati, che vietano lo scambio di informazioni con terzi al di fuori dell’Unione europea, senza che sia stato espresso il consenso. Il Regno Unito può applicare in questo contesto la clausola di esclusione, e mi auguro che supererà l’abituale codardia e che si opporrà, esprimendo un voto contrario, proprio come ho fatto io.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE).(PL) Ho sostenuto la relazione Alvaro. Affinché la lotta al terrorismo possa essere efficace, abbiamo bisogno di strumenti utilizzabili. Una misura preventiva estremamente importante riguarda il monitoraggio e la riduzione delle risorse finanziarie che vengono inviate e appartengono ai terroristi. Molto spesso, il denaro è di fatto il combustibile per le attività terroristiche che, senza fondi, sono ritardate, e questo evidentemente è il nostro obiettivo. Un migliore controllo del flusso di denaro può costituire un ostacolo fondamentale alle attività terroristiche e alla preparazione di atti terroristici. Sono pertanto lieto che si sia raggiunto un accordo e che siano stati adottati sia l’accordo che la relazione.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE). - (FI) Signor Presidente, ho votato in favore della relazione Alvaro. Ritengo sia estremamente importante lottare insieme contro il terrorismo e altrettanto importante che nazioni che condividono gli stessi valori lavorino insieme. É necessario rafforzare le relazioni transatlantiche tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America e, come ben sappiamo, condividiamo gli stessi valori.

Ovviamente, le norme sulla tutela dei dati devono essere rispettate, ma deve esistere un limite: non possiamo nasconderci dietro la tutela dei dati nel caso di terrorismo. É necessaria la massima chiarezza su questo punto. Io ritengo e mi auguro che in questo modo si possa proseguire nella lotta contro il terrorismo, portando la pace in questo mondo.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR). - (EN) Signor Presidente, l’equilibrio tra le libertà civili e la sicurezza è sempre delicato e più volte, dagli attacchi alle torri gemelle di nove anni fa, non siamo riusciti a raggiungerlo.

Abbiamo fallito a causa dell’equazione sbagliata nella politica, in virtù della quale i politici ritengono che le loro azioni debbano essere proporzionate all’oltraggio pubblico piuttosto che al bisogno di porre rimedio al problema identificato. Quest’Aula ha commesso questo errore, ma non è stata la sola. I parlamenti nazionali hanno fatto lo stesso su entrambe le sponde dell’Atlantico.

In questa occasione, tuttavia, ritengo che l’equilibrio sia stato raggiunto. Ci siamo presi il tempo necessario, abbiamo introdotto delle garanzie ragionevoli e ritengo che le forze di sicurezza di tutto il mondo siano ora nelle condizioni di collaborare efficacemente nella lotta al terrorismo, senza dover pagare un prezzo inaccettabile in termini di libertà civili. L’Unione europea dovrebbe concentrarsi proprio su questo: un tema transfrontaliero che non può essere affidato agli Stati membri. Se facesse sempre così, non sussisterebbero problemi di questo tipo.

 
  
  

Relazione Brok (A7-0228/2010)

 
  
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  Joe Higgins (GUE/NGL).(GA) Signor Presidente, ho votato conro la relazione sul Servizio europeo per l'azione esterna, che va collocato nel contesto della politica estera e di sicurezza comune e dei cambiamenti apportati a questa politica comune dal trattato di Lisbona.

Il trattato di Lisbona fornisce maggiori risorse per il rafforzamento dell’industria delle munizioni e di quella militare in Europa e, in virtù dello stesso trattato, i grandi paesi europei, che sono anche potenze militari, riusciranno ad organizzare una missione militare con maggiore facilità. Indubbiamente, in futuro, le pricipali potenze all’interno dell’Unione saranno propense ad avviare delle campagne militari al di fuori dell’Europa ogni volta che sarà nel loro interesse economico, esattamente come hanno fatto gli Stati Uniti.

Il Servizio per l’azione esterna sarà uno strumento di promozione degli interessi economici, politici e militari del capitalismo europeo e pertanto non agevolerà, ma piuttosto ostacolerà la pace globale.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE). - (EN) Signor Presidente, ho sostenuto la relazione Brok. La posizione unita del Parlamento europeo ha tratto il massimo vantaggio dalle nuove opportunità offerte dal trattato di Lisbona. Io sostengo principalmente il ruolo di controllo politico e finanziario esercitato dal Servizio per l’azione esterna. Apprezzo il consenso espresso dall’Alto rappresentate per la creazione di una struttura specifica per i diritti umani e la democrazia quale è il SEAE. Inoltre, il che è ancora più importante, continuiamo a sostenere l’attuazione concreta di un giusto equilibrio geografico, garantendo che il personale del SEAE includa rappresentanti di tutti e 27 gli Stati membri. Il processo è appena iniziato e ritengo sia importante che la revisione 2013 comprenda anche il tema dell’equa rappresentanza.

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore di questa relazione perché sono convinto che l'istituzione del Servizio europeo per l'azione esterna sia un passo fondamentale, un passo storico per lo sviluppo e l'evoluzione della politica estera dell'Unione europea.

Ritengo particolarmente condivisibile il passaggio della relazione in oggetto nel quale si sottolinea l'importanza, per assicurare una maggiore coerenza strategica all'azione esterna dell'Unione europea, di avviare consultazioni tra il SEAE e i servizi diplomatici degli Stati membri. Ciò infatti eviterebbe una duplicazione degli sforzi e allo stesso tempo garantirebbe una coerenza a lungo termine nella promozione dei valori fondamentali e degli interessi strategici dell'Unione europea all'estero.

 
  
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  Diane Dodds (NI). - (EN) Signor Presidente, ho votato contro la presente relazione. Benché molti miei colleghi siano indubbiamente entusiasti per la creazione del SEAE, considerato come un’ulteriore pietra miliare nel cammino dell’Europa, l’elettorato britannico è sempre più turbato dall’erosione della sovranità nazionale e perplesso all’idea che la politica estera del Regno Unito debba – o possa – dipendere da qualcuno che non è stato eletto dal popolo britannico.

Il nostro Ministro degli Esteri ora si impegna a lavorare a stretto contatto con l’ Alto rappresentante, poiché il SEAE avrà una grossa responsabilità, in futuro, relativamente al successo del ruolo globale dell’Europa. I contribuenti britannici non mancheranno di notare che, ironicamente, lo stesso governo che chiede ai dipartimenti di dimostrare gli effetti dei tagli operati per un valore del 40 per cento, sostiene un servizio che si prevede costerà 900 milioni di euro e di cui i contribuenti britannici non sentono il bisogno, né tantomeno il desiderio. Quanti tra di noi si sono opposti per principio alla creazione del SEAE continuano ad essere contrari.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE). - (FI) Signor Presidente, per quanto concerne la votazione sull’istituzione del Servizio europeo per l’azione esterna, ho sostenuto gli emendamenti che si concentrano sull’inclusione dei parlamenti nazionali nella supervisione del servizio. Per il resto, ho votato seguendo la linea del mio gruppo sul tema. L’esigenza è evidente: è tempo che l’Unione europea venga riconosciuta più chiaramente non solo come contribuente, ma anche come attore globale. É necessario un cambiamento, come dimostrato dal nostro ruolo di principale finanziatore delle Nazioni Unite, ruolo ampiamente trascurato.

Inoltre, mi auguro che il cambiamento di ruolo si rifletta anche nella struttura del Consiglio di sicurezza dell’ONU. É auspicabile che organizzazioni internazionali come questa saranno in grado di rivedere le loro posizioni in merito alle attuali strutture globali.

 
  
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  Inese Vaidere (PPE).(LV) La ringrazio, signor Presidente. Il Servizio europeo per l’azione sterna offre la possibilità di rendere la politica estera dell’Unione europea più efficace, più unita e strategicamente più coerente. É giunta l’ora di dimostrare che possiamo agire in modo coordinato e che la nostra influenza nel mondo non è diminuita. Il Servizio europeo per l’azione esterna rappresenterà la posizione comune dell’intera Unione europea. Tuttavia, senza prendere in considerazione e armonizzare gli interessi e le situazioni delicate di ogni Stato membro, il Servizio non potrà operare efficacemente. Questa pratica deve diventare la priorità della politica estera dell’Unione europea. Un’adeguata rappresentazione geografica deve essere un principio fondamentale e non equivoco nella costituzione del Servizio. Dobbiamo garantire una rappresentazione proporzionale dei corpi diplomatici degli Stati membri nel Servizio fin dai suoi primi giorni di attività. Il compromesso che è stato introdotto – la rappresentanza significativa – assegna una responsabilità particolare alla fondazione di questo Servizio, per garantire che tutti gli Stati membri vengano debitamente rappresentati al suo interno, e sono grato all’onorevole Brok per l’eccellente lavoro svolto. La ringrazio.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE).(PL) Signor Presidente, abbiamo preso una decisione, oggi, che accelererà la creazione del Servizio europeo per l’azione esterna. Vorrei attirare la vostra attenzione su alcuni problemi importanti che dovremmo prendere in considerazione.

Innanzi tutto la politica estera richiede un coordinamento con molti altri ambiti ed è difficile separarlo, ad esempio, dal lavoro svolto per le politiche in materia di sviluppo o commercio, le operazioni delle istituzioni finanziarie internazionali o le questioni economiche in un mondo globalizzato. In secondo luogo, il servizio diplomatico dell’Unione europea dovrebbe riflettere il carattere dell’Unione. Il Parlamento è responsabile per importanti funzioni relative alla regolamentazione, alla supervisione e al bilancio. In terzo luogo, la situazione poco chiara in merito al controllo del SEAE è fonte di grandi preoccupazioni, il che potrebbe condurre alla creazione di un’ulteriore istituzione comunitaria. In quarto luogo, mancano delle competenze definite con chiarezza relativamente alle norme di cooperazione con i servizi diplomatici dei singoli Stati membri. Infine, vorrei ricordare che la buona diplomazia si costruisce negli anni. Il SEAE dovrebbe fondarsi sui valori e sull’identità dell’Unione europea.

Vorrei concludere affermando che, a livello internazionale, l’Unione europea dovrebbe essere preparata meglio in termini di gestione delle crisi e di capacità militari e civili nell’ambito …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, ho votato in favore della relazione sul Servizio europeo per l’azione esterna perché sono consapevole che deriva dal trattato di Lisbona, il trattato di riforma. Ciononostante, vorrei porre alcune domande ed esprimere alcune perplessità in merito a questo nuovo Servizio. In origine, quando si è cominciato a metterlo insieme, si era detto che non avrebbe avuto alcun costo, mentre ora sappiamo che costerà molto ai contribuenti europei.

Ovviamente, l’ Alto rappresentante ha bisogno di risorse. Ciononostante, quando si creano nuove istituzioni, nuovi sistemi, è sempre opportuno dichiarare fin da principio di cosa si tratta, per non dare l’impressione di progredire sulla base di quelle che possono sembrare bugie bianche.

L’aspetto che mi preoccupa è che gli Stati membri più grandi eserciteranno un’influenza ancora maggiore grazie a questo Servizio. Ecco perché mi auguro che, nello scegliere i diversi membri che vi lavoreranno, l’Europa verrà rappresentata equamente e che i parlamenti nazionali possano svolgere anch’essi un ruolo. In questo modo potremmo assicurare che il servizio operi in modo più equo.

 
  
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  David Martin (S&D). - (EN) Signor Presidente, approvo la votazione sul Servizio per l’azione esterna ma, ora che si è conclusa, ritengo sia importante passare dalle procedure e dalle strutture al lavoro vero e proprio del Servizio. É essenziale che l’Alto rappresentante Ashton, che ora ha a disposizione una squadra, metta in atto i principali valori europei.

I diritti umani devono essere la sua prima preoccupazione. Nello specifico, ha promesso che in ogni ufficio esterno sarà presente un responsabile per i diritti umani, ed è una promessa che deve mantenere. É necessaria inoltre una struttura che permetta a questa figura di riferire all’unità centrale in merito al suo lavoro, al fine di garantire che l’Unione europea possa gestire i diritti umani con un approccio comune.

Al momento conduciamo con molti paesi, non da ultimo la Cina, un dialogo in materia di diritti umani totalmente insignificante. Il Servizio per l’azione esterna, per essere all’altezza del denaro e dell’impegno che vi stiamo dedicando, deve cominciare a raggiungere dei risultati rispetto ai valori europei e ai diritti umani in particolare.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR). - (EN) Signor Presidente, questi dibattiti sulla creazione di un Servizio europeo per l’azione esterna sono vagamente buffi, quasi toccanti, come se l’Unione europea non avesse già un intero apparato di servizi diplomatici. Basta andare in un qualunque paese terzo per trovare un’ambasciata UE che sovrasta ogni legazione di uno Stato membro. Il corpo diplomatico dell’Unione europea ha già portato ad una riduzione dei servizi nazionali. La baronessa Ashton riceve un salario doppio rispetto a quello di William Hague, il Ministro per gli Esteri britannico, e controlla un bilancio circa venti volte superiore a quello del Ministero degli Esteri.

Da un certo punto di vista non sarebbe poi così male se si potesse dimostrare che la politica estera dell’Unione europea è superiore a quella perseguita dagli Stati membri, ma non è così. Cosa sta facendo? Sta isolando Taiwan e rassicurando i tiranni a Pechino, si rifiuta di affrontare la questione dei dissidenti anticastristi a Cuba, tranquillizza gli Ayatollah a Teheran e devolve denaro ad Hamas. Ritengo che potremmo fare di meglio. Siamo la quarta potenza militare sul pianeta e la quinta economia. Ritengo che potremmo gestire la nostra politica estera in modo tale da seguire i nostri stessi interessi!

 
  
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  Ingeborg Gräßle (PPE).(DE) Signor Presidente, ho votato contro la relazione Brok per quattro motivi. L’architettura del servizio presenta numerosi punti deboli che, nello specifico, sono per noi motivo di grande preoccupazione.

In secondo luogo l’ambasciatore dell’Unione europea in futuro gestirà i fondi della Commissione, il che espone suddetti fondi a numerosi rischi, per i quali sono state previste delle garanzie ancora molto poco chiare.

Il terzo punto è la rinuncia dei diritti di questo Parlamento in un regolamento del Consiglio. Abbiamo il ruolo di codecisori di fatto in questa procedura, eppure abbiamo permesso ad un regolamento del Consiglio di anticipare i nostri diritti parlamentari. Pertanto, relativamente al mio fascicolo – il regolamento finanziario – vorrei dichiarare che non mi sento vincolata dalle decisioni odierne.

Il quarto punto riguarda il modo in cui ci relazioniamo gli uni agli altri in Parlamento. Abbiamo adottato una riforma parlamentare nell’ultima legislatura noché delle procedure che abbiamo calpestato, con l’approvazione dell’Ufficio e del Presidente. Perché portare avanti una riforma parlamentare che stabilisce delle procedure se, quando conta, violiamo queste procedure e non le seguiamo?

Questi i motivi per i quali non posso votare in favore di questa relazione.

 
  
  

Proposta di risoluzione sul Kosovo (B7-0409/2010)

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) Ho votato diversamente dal gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano) in merito alla risoluzione sul Kosovo. Sfortunatamente non potevo che oppormi a questo testo.

Concordo con una serie di questioni basilari contenute nella risoluzione, che ritengo siano condivisibili da tutti. Gli abitanti del Kosovo devono poter godere di una democrazia effettiva, dotata di un sistema giudiziario equo e imparziale e di una società priva di ogni corruzione, in cui i diritti umani, e quelli delle minoranze in particolare, vengano rispettati. In breve, vorrei che le prospettive europee per i Balcani occidentali includessero stabilità duratura e sviluppo economico nella provincia del Kosovo.

Tuttavia, vengo da un paese che non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Da questo punto di vista, ritengo che alcuni riferimenti nel testo ad alcune caratteristiche di uno stato quali paese, governo, cittadini, confini eccetera, siano inaccettabili.

Mi dispiace che non sia stata riservata una maggiore considerazione alla posizione degli Stati che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo.

 
  
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  María Muñiz De Urquiza (S&D).(ES) Signor Presidente, come abbiamo ribadito in altre occasioni, nessun voto da parte della delegazione socialista spagnola può essere interpretato al pari di un’accettazione del riconoscimento internazionale, implicito o esplicito, della dichiarazione di indipendenza unilaterale del Kosovo.

Analogamente, con il nostro voto contrario, abbiamo inteso esprimere la nostra opposizione alla richiesta del Parlamento, che vorrebbe che gli Stati membri riconoscessero a livello internazionale un territorio la cui secessione non è sostenuta né da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, né da un accordo tra le parti. Sosteniamo che il diritto internazionale applicabile dipende da quanto sancito dalla risoluzione 1244/99 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Ciononostante, non mettiamo in discussione una prospettiva europea per i Balcani e per quanti vi abitano e riteniamo che un percorso efficace per pervenirvi sia l’istituzione di un dialogo interregionale, come sostenuto dalla Presidenza spagnola del Consiglio, in occasione della conferenza ad alto livello tenutasi a Sarajevo il 2 giugno.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE). - (EN) Signor Presidente, ho votato in favore della risoluzione. Apprezzo che il Parlamento europeo discuta dell’importante tema del futuro del Kosovo con la Commissione ed il Consiglio.

Il Kosovo può essere considerato l’ultimo tassello nel complesso mosaico politico dei Balcani. É pertanto essenziale collocare suddetto tassello al posto giusto e gestire il processo in modo armonico e pacifico. L’indipendenza del Kosovo è già stata riconosciuta da 69 paesi, inclusi 22 Stati membri. É importante rilevare che le prospettive di integrazione europea rappresentano il migliore incentivo per i paesi dei Balcani a intraprendere le riforme necessarie, nonché come fattore rilevante per la stabilità regionale.

Il Kosovo non costituisce un’eccezione. Pertanto, se desideriamo ancorare questo paese in Europa e assicurare stabilità nella regione dei Balcani, è fondamentale pervenire ad un approccio comune nei confronti dell’intera regione e del Kosovo in particolare.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE).(DE) Signor Presidente, in quanto relatore per il gruppo del gruppo del Partito popolare europeo (Democratico cristiano), vorrei ringraziare l’onorevole Lunacek per l’eccellente cooperazione. Il testo che abbiamo adottato oggi è decisamente migliore di quello prodotto dalla commissione, poiché abbiamo chiarito che la divisione del Kosovo non è un’alternativa valida. Si tratta di un punto centrale. Abbiamo richiesto – il che vale anche per il progetto prodotto dalla commissione – che i cinque Stati membri rimanenti riconoscano il Kosovo. É la cosa più logica da fare, poiché non più tardi del 2005 e del 2007, il Parlamento europeo ha chiesto che il Kosovo venisse riconosciuto con una maggioranza dei tre quarti. La maggior parte degli Stati membri lo ha fatto adesso.

Abbiamo quindi bisogno di chiarire la situazione, affinché risulti evidente che non vi saranno ulteriori negoziati sullo status del Kosovo. L’onorevole Panzeri, che rispetto molto, è stato citato dalla stampa oggi per aver dichiarato di essere in favore di un rinnovamento dei negoziati sullo status. Sarebbe estremamente pericoloso ed è pertanto essenziale essere chiari al riguardo e che questa relazione rafforzi l’indivisibilità e il riconoscimento del Kosovo oltre che il suo coinvolgimento nel processo di screening, in altre parole nella strategia di preadesione.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR). - (EN) Signor Presidente, fin dall’inizio, con i trattati di Parigi e di Roma, il progetto europeo ha elevato l’obiettivo del sovranazionalismo oltre quello della libertà e della democrazia e, in tutta onestà, sta esportando la sua ideologia. Stiamo mantenendo, con buoni risultati, un protettorato in Kosovo, come anche in Bosnia, col solo scopo di tenere insieme, in modo artificiale, uno Stato multietnico.

Sono stato uno dei primi sostenitori dell’indipendenza del Kosovo. Mi sembrava una questione estremamente ovvia, poiché più del 90 per cento della popolazione aveva votato in un referendum in favore di una forma di autogoverno, che andava loro garantita. Ma dovremmo sicuramente estendere lo stesso principio alle minoranze nazionali sul territorio e mirare ai confini etnografici – in altre parole concedere alla popolazione serba, opportunamente raggruppata vicino alla Serbia, la possibilità di fare de iure quanto stanno già facendo de facto e di avere un governo dalle mani dei loro stessi compatrioti.

Esiste un conflitto tra il sovranazionalismo e la democrazia. Si può tenere uno Stato multietnico insieme – come nel caso della Federazione iugoslava e dell’impero ottomano, dell’impero asburgico e dell’Unione sovietica – ma non appena i cittadini possono votare, optano per l’autodeterminazione democratica. Dovremmo riconoscerlo.

 
  
  

Proposta di risoluzione sull’Albania (B7-0408/2010)

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE). - (EN) Signor Presidente, ho votato in favore di questa risoluzione poiché ritengo che dovremmo ribadire una volta in più il nostro sostegno per le aspirazioni di integrazione europea dei paesi nella regione dei Balcani nell’ambito del processo di stabilizzazione e di associazione.

L’Albania è sicuramente un paese che ha compiuto dei progressi tangibili nel contesto del processo di riforma. Tuttavia, è anche un paese che deve fare di più per avvicinarsi alle norme comunitarie e ai criteri di adesione. É necessario un impegno più concreto al fine di irrobustire la democrazia e lo stato di diritto e di garantire lo sviluppo sostenibile del paese. Ci rammarichiamo per la crisi politica successiva alle elezioni parlamentari del giugno 2009. Dobbiamo chiarire ai nostri partner albanesi che delle istituzioni rappresentative pienamente funzionanti – tra le quali la più importante è il parlamento – sono la colonna portante di un sistema democratico consolidato e forse il criterio politico più importante per l’integrazione all’interno dell’UE.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE).(DE) Signor Presidente, i socialisti ex-comunisti in Albania stanno tentando di destabilizzare un governo altrimenti di successo. Noi ci opponiamo ma, sfortunatamente, avviene esattamente la stessa cosa in Macedonia. Due giorni fa, il leader dell’opposizione socialista del paese, il signor Crvenkovski, era presente in quest’Aula. In seguito a dei colloqui confidenziali con il Commissario Füle – contravvenendo a qualunque regola comunitaria – è stato rilasciato un comunicato stampa relativo a suddetti colloqui, in cui si sosteneva che il Commissario gli avrebbe dato ragione relativamente alle sue polemiche politiche interne. Non era vero e l’ho dichiarato ieri allo stesso Commissario Füle. Un Commissario europeo non deve essere fruttato a fini di propaganda socialista e per tornaconti politici interni.

Il governo macedone gode di legittimità democratica. Svolge un lavoro di primo livello e sta indirizzando il paese sul cammino che la condurrà all’adesione all’Unione europea. L’opposizione ha il diritto di opporsi, ma non di sfruttare l’Unione europea a questo scopo.

 
  
  

Proposta di risoluzione sulla situazione in Kirghizistan (B7-0419/2010)

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE). - (EN) Signor Presidente, ho votato in favore della risoluzione poiché vorrei unirmi ai miei colleghi nel condannare la violenza scoppiata in Kirghizistan il mese scorso.

É deplorabile che centinaia di kirghisi armati si siano riversati nelle strade della città, sparando ai civili e dando fuoco ai negozi, scegliendo i loro obiettivi puramente sulla base dell’etnia. Vorrei esprimere le mie condoglianze alle famiglie delle circa 300 vittime e dei 2000 feriti o ricoverati. É importante che l’Unione europea continui ad esercitare pressione sulle autorità kirghise per condurre delle indagini credibili, imparziali e indipendenti in merito a questi crimini.

 
  
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  Inese Vaidere (PPE).(LV) In conseguenza delle violenze etniche nel sud del Kirghizistan in giugno, centinaia di persone hanno perso le loro vite, migliaia sono state ferite e decine di migliaia sono state costrette ad abbandonare le proprie case, il che dimostra la necessità che l’Unione europea si impegni più attivamente per la risoluzione di questi processi nell’Asia centrale. É necessario indirizzare gli aiuti per il Kirghizistan verso i cittadini e non verso un governo specifico. Il 22 giugno, in occasione dell’incontro della delegazione dell’Asia centrale, l’ambasciatore del Kirghizistan, il signor Azilov, ha ribadito che le violenze non costituivano un atto di pulizia etnica e che i mezzi di comunicazione stranieri non stavano presentando un’analisi oggettiva della situazione. L’Uzbekistan ha un’opinione diversa in materia. Come indicato nella relazione, molti attivisti per i diritti umani sono stati arrestati in Kirghizistan senza giusta causa. É opportuno ricordare questi avvenimenti in sede di valutazione della strategia dell’Unione europea verso le potenze politiche attualmente presenti in Kirghizistan. É necessario che vengano organizzati dei negoziati in parallelo anche con altri Stati della regione, specialmente con la Russia e la Cina, paesi vicini del Kirghizistan. Questi paesi rivestono anche un’influenza rilevante nella regione. La relazione esorta il governo del Kirghizistan a condurre delle indagini sul conflitto credibili e responsabili, possibilmente in presenza di osservatori stranieri. Ecco perché sostengo la presente relazione, dal momento che suddetta indagine è fondamentale. Grazie.

 
  
  

Proposta di risoluzione sull’AIDS/HIV, in vista dell'imminente XVIII Conferenza internazionale sull'AIDS (Vienna, 18-23 luglio 2010) (RC-B7-0412/2010)

 
  
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  Anna Záborská (PPE). (SK) Dopo quasi trenta anni di politiche comunitarie attive, specialmente negli Stati africani, la relazione presentata oggi rileva una crescita nel numero delle persone malate di HIV/AIDS. Si dichiara che, soltanto nel 2008, sono state infettate 2,7 milioni di persone in più. L’Unione europea ha investito miliardi di euro e il numero di persone infette sta aumentando.

Vorrei chiedere se questo non è forse un motivo per considerare se stiamo facendo qualcosa di sbagliato. Sono già trascorsi 30 anni? Sembra che la distribuzione di preservativi non aiuti a contrastare la diffusione dell’HIV/AIDS al pari della fedeltà tra i partner.

Non si può tantomeno considerare il diritto all’aborto una soluzione, dal momento che i dottori possono già assicurare che una donna che ha contratto il virus dell’HIV dia alla luce un bambino sano. I nostri amici africani ci dicono spesso: “non solo siamo poveri, ma volete anche che siamo meno numerosi”.

Una politica sui diritti relativi alla salute sessuale e riproduttiva non aiuterà l’Africa. Vorrei pertanto chiedere alla Commissione europea di valutare l’efficacia del denaro investito nella lotta contro l’HIV/AIDS.

 
  
  

Proposta di risoluzione sull’entrata in vigore, il primo agosto 2010, della Convenzione sulle munizioni a grappolo (CCM) e il ruolo dell'UE (RC-B7-0413/2010)

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) Ho preferito astenermi relativamente a questa risoluzione dal momento che la scadenza indicata all’articolo 2, che si riferisce anche alla Romania, potrebbe essere troppo restrittiva per giungere al bando di certi tipi di armi convenzionali, nel contesto dei negoziati di Ginevra sulla convenzione.

Ritengo che il meccanismo delle Nazioni Unite fornisca un quadro multilaterale adeguato per analizzare e negoziare uno strumento giuridico internazionale che regoli il regime delle munizioni a grappolo, in un momento in cui sono coinvolti nei negoziati 110 Stati.

 
  
  

Relazione Lyon (A7-0204/2010)

 
  
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  Peter Jahr (PPE).(DE) Signor Presidente, la politica agricola comune è un capitolo di successo. É stato dunque un piacere costatare l’ampio sostegno in seno al Parlamento, poiché abbiamo già ottenuto molto: innanzi tutto un approvvigionamento alimentare stabile per la popolazione, in secondo luogo il mantenimento e la conservazione del paesaggio culturale e, in terzo luogo, il rinnovamento di importanti risorse e la tutela dell’ambiente, della flora e della fauna.

Indubbiamente ci attendono nuove sfide per il futuro, che includono la crescita verde, le energie rinnovabili e la lotta alla fame nel mondo. Con la politica agricola comune, stiamo creando, in una certa misura, una fonte di occupazione all’interno dell’Unione europea, che prescinde dalla dimensione o dalla forma dell’impresa. La relazione Lyon definisce i compiti che attendono la politica agricola comune molto bene e riconosce, implicitamente, la sua struttura a due pilastri. É giunto il momento di collaborare per fornire le risorse finanziarie necessarie per adempiere a questi compiti politici.

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione Lyon perché condivido con il relatore l'esigenza di predisporre una politica agricola comune, che da un lato prosegua l'ampio processo di riforma occorso negli ultimi anni e, dall'altro, sappia dare risposte concrete e all'avanguardia alle numerose sfide che andranno affrontate negli anni a venire.

Ritengo infatti che i cinque elementi fondamentali descritti nella relazione, cioè la sicurezza alimentare, la sostenibilità, l'agricoltura in Europa, la biodiversità e la protezione ambientale ed, infine, la crescita verde, siano un ottimo punto di partenza per garantire una futura PAC che tenga conto della continua e rapida evoluzione, non solo nel contesto europeo, ma piuttosto in quello globale.

 
  
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  Christa Klaß (PPE).(DE) Signor Presidente, grazie alla relazione Lyon sul futuro della politica agricola europea abbiamo permesso che si costituisse un un’opinione chiara e abbiamo fornito alla Commissione degli standard chiari e praticabili.

Ho votato in favore della relazione e sono lieta che abbia ottenuto grande sostegno in quest’Aula. A fronte di una crescente richiesta di un ambiente e di prodotti alimentari sani e di lungimiranza e sostenibilità nella produzione agricola, l’Unione europea deve anche essere preparata a sovvenzionare e sostenere questi ambiti cruciali.

L’Europa ha il dovere di garantire ai propri cittadini la sicurezza alimentare. Potendo godere di un clima naturalmente favorevole, l’Europa ha anche la responsabilità di garantire che i cittadini di tutto il mondo possano avere accesso a prodotti alimentari. Tuttavia, nel farlo, l’Unione europea deve operare meglio e in modo più coerente insieme al resto del mondo e deve garantire dei mezzi di sussistenza adeguati alle comunità rurali. É opportuno ricordare che, se necessario, potremmo anche importare i prodotti alimentari, ma non alle nostre condizioni. Dobbiamo produrre mantenendo un buon ambiente qui e garantendo ai nostri agricoltori un’equa retribuzione.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE).(PL) Ho appoggiato questa relazione. Tuttavia, approvo la proposta di mantenere la possibilità di un intervento parziale nei mercati agricoli nel caso di situazioni difficili, il che non è in contraddizione con i principi di mercato.

Dobbiamo prestare maggiore attenzione allo sviluppo delle aree rurali, all’ampliamento delle infrastrutture, all’istruzione e alla situazione demografica. Il numero di giovani agricoltori continua a diminuire, mentre al contempo cresce quello degli agricoltori più anziani. Le condizioni e gli standard di vita nelle fattorie e nelle aree rurali sono significativamente più bassi – molto più bassi e molto peggiori – che nelle aree urbane. Oltretutto, il reddito delle famiglie agricole corrisponde a circa il 60 per cento di quello delle famiglie che si sostengono con altri mezzi. Gli agricoltori hanno protestato al proposito.

In breve, dovremmo puntare sullo sviluppo sostenibile dell’agricoltura nelle aree rurali.

 
  
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  Inese Vaidere (PPE).(LV) La ringrazio, signor Presidente. Sostengo questa relazione poiché pone l’accento su diversi precondizioni per il futuro della politica agricola comune, che va sostenuta. Sottolinea la necessità di mantenere il finanziamento delle politiche almeno per il prossimo esercizio finanziario di lungo termine. In secondo luogo, richiede che i pagamenti diretti agli agricoltori vengano finanziati interamente dal bilancio dell’Unione europea. In terzo luogo, si fa riferimento alla necessità di garantire una concorrenza leale, l’aspetto attualmente più importante e trascurato nella versione provvisoria della politica agricola comune. Sebbene il mio paese, la Lettonia, sia membro dell’Unione europea già da molto tempo, i nostri agricoltori ricevono dei sussidi pari, orientativamente, a 90 euro per ettaro, mentre gli agricoltori greci sono pagati approssimativamente 550 euro, e quelli francesi e tedeschi più di 300 euro per ettaro. Queste discrepanze distruttive falsano la concorrenza e l’intero mercato dell’Unione europea. Oltretutto, ampliano il divario tra vecchi e nuovi Stati membri, ignorano i principi di coesione, ritardano la loro attuazione e ostacolano lo sviluppo economico dei paesi. La nuova politica deve essere formulata in modo equo, sostenendo il pari valore al fine di eliminare ogni discrepanza distruttiva e garantire una concorrenza leale all’interno dell’intera Unione europea.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE). - (FI) Signor Presidente, ho votato in favore della relazione Lyon. Nutrivo alcune riserve nazionali, per così dire, su alcuni punti, o comunque ho votato in modo un po’ diverso. Dobbiamo renderci conto che, sebbene la relazione Lyon sia eccellente ed esaustiva dal punto di vista dell’agricoltura e della sua riforma all’interno dell’Unione europea, la politica agricola comune non si adatta da tutti i punti di vista ad ogni situazione – parlo in quanto cittadino di una piccola nazione, la Finlandia, in cui le condizioni agricole sono molto diverse da quelle dei grandi Stati membri, come la Francia e la Germania. Ecco perché, in sede di voto, ho introdotto alcune deroghe.

Mi auguro che, in futuro, il Parlamento europeo e l’Unione possano anche prestare maggiore attenzione alle agricolture su bassa scala, ai piccoli paesi e al loro comparto agricolo poiché l’agricoltura, per certi versi, è un’assicurazione nazionale sulla vita. Ogni Stato membro ha bisogno della propria agricoltura e deve assicurarsi che venga tutelata.

 
  
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  David Martin (S&D). - (EN) Signor Presidente, ho votato contro la relazione Lyon poiché in tutta Europa i governi stanno tagliando i loro bilanci. Nel Regno Unito, infermieri e insegnanti si trovano ad affrontare i tagli e vengono liberati i detenuti poiché non ci sono fondi per tenerli in prigione. Eppure qui, al Parlamento europeo, i rappresentanti dei partiti dei Conservatori e dei Liberali che compongono il governo si sentono a proprio agio nel votare a favore del mantenimento della spesa fino al 2013, e a conservare i livelli del 2013 anche oltre questa data.

Lo trovo assolutamente inaccettabile. Ritengo sbagliato che la comunità agricola venga tutelata in un modo sconosciuto a tutti gli altri comparti della società. Se è accettabile che i dipendenti pubblici affrontino dei tagli salariali, allora è giusto che lo stesso valga anche per altri all’interno della società. Il governo britannico e i governi di tutta Europa affermano che siamo uniti in questa situazione. Se è così, allora dobbiamo anche soffrire insieme.

 
  
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  Syed Kamall (ECR). - (EN) Signor Presidente, io credo che si possa comprendere perché i leader politici europei, guardando alle condizioni dei rispettivi paesi alla fine della Seconda guerra mondiale, abbiano voluto promuovere il concetto di sicurezza alimentare e l’idea di una politica agricola comune.

Tuttavia, analizzando la stessa politica a 60 ani di distanza, dovremo considerarne i costi per i cittadini dell’Unione europea. Il punto è che i cittadini pagano tre volte: una volta nelle tasse per la burocrazia, un’altra nelle tasse per finanziare i sussidi e infine devono pagare i prezzi più alti nei negozi. Indubbiamente, invece che parlare della riforma della politica agricola comune, dovremmo pensare di abolirla. L’eliminazione della PAC permetterebbe agli agricoltori più efficienti di crescere e ai contribuenti di risparmiare denaro che potrebbe essere speso in modo più utile, oltre a garantire dei prezzi più bassi.

Non basta una riforma – è giunta l’ora di abolire la PAC.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE). - (FI) Signor Presidente, ho votato in favore della relazione Lyon: è bilanciata e garantisce e assicura che in Europa ci si possa dedicare all’agricoltura e alla produzione alimentare, assicurando una fornitura alimentare per tutti i cittadini.

Vi sono alcuni punti in merito ai quali ho votato in modo differente dal mio gruppo, poiché ritengo che in talune situazioni siano necessari una regolamentazione ed un intervento sul mercato al fine di garantire l’approvvigionamento e uno sviluppo sostenibile.

 
  
  

Relazione Cadec (A7-0207/2010)

 
  
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  Peter Jahr (PPE).(DE) Signor Presidente, ho votato in favore della relazione, che include due aspetti che mi stanno particolarmente a cuore. Il primo è di natura ambientale, sociale e qualitativa. A questo proposito, è importante che i beni importati soddisfino gli stessi requisiti di quelli prodotti all’interno dell’Unione europea, poiché che senso ha gestire i nostri stock ittici in modo sostenibile se poi i nostri partner commerciali arrivano quasi a cancellare le risorse ittiche presenti negli oceani in tutto il mondo?

Il secondo aspetto è di natura economica. Se l’autosufficienza nell’Unione europea si attesta appena al 40 per cento e le risorse ittiche sui mercati globali sono a rischio, allora è evidente che anche qui vi è una grande opportunità per quanto riguarda l’acquacoltura. Dobbiamo sviluppare questo settore economico e, soprattutto, strutturarlo in modo sostenibile, poiché è anche una fonte di occupazione, oltre a costituire un valore aggiunto per l’Unione europea.

 
  
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  Inese Vaidere (PPE).(LV) La ringrazio. La presente relazione evidenzia come la fattibilità economica ed ecologica della pesca all’interno dell’Unione europea vada mantenuta. É inclusa anche la pesca non industriale per un volume costante nelle acque costiere e tale da contribuire alla tutela dell’identità culturale delle regioni coinvolte, assicurare posti di lavoro in tutte le fasi della produzione e la fornitura di prodotti sicuri e di alta qualità. Sfortunatamente, la realtà è che i pescatori lattoni ricevono dei contingenti talmente esigui e un supporto così inconsistente da parte dell’Unione europea che diventa più conveniente smantellare le imbarcazioni e smettere di pescare. Si tratta di una situazione realmente tragica, che sta portando alla distruzione di un comparto economico tradizionale, in un paese che conta 550 km di coste. Si sta danneggiando l’intero settore della pesca artigianale con una politica comunitaria che sostiene i produttori industriali che spesso danneggiano l’ambiente. Per questo motivo io sostengo questa relazione, che richiede che l’attuale situazione venga modificata.

 
  
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  Seán Kelly (PPE).(GA) Signor Presidente,ho votato in favore dell’eccellente relazione dell’onorevole Cadec e ho partecipato al dibattito in Parlamento ma non c’è stato tempo per la procedura catch the eye, quindi colgo l’occasione adesso per intervenire.

Innanzi tutto, il primo obbligo dell’Unione europea è quello di prendersi cura dei propri cittadini, specialmente in relazione all’industria della pesca, poiché è un’attività che praticano da anni e i loro antenati da centinaia e migliaia di anni. Devono pertanto essere tutelati.

In secondo luogo, i prodotti che arrivano nell’Unione europea dovrebbero rispettare gli stessi standard – o forse anche più alti – dei prodotti che hanno origine all’interno dell’Unione stessa.

E infine dobbiamo impegnarci maggiormente in favore dell’acquacoltura, il che contribuirebbe notevolmente alla risoluzione di questo problema.

 
  
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  Syed Kamall (ECR). - (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare lei e tutti i suoi collaboratori per la pazienza dimostrata. Devo ammettere che quando ho riflettuto per la prima volta sull’idea di una PCP, pensavo che nell’acronimo la C dovesse indicare comunista più che comune. Si tratta, effettivamente, di un controllo centrale in cui alcuni decidono quanti pescatori posso lavorare all’interno di ogni nazione e, come nel comunismo, si è rivelato un disastro. Si è giunti alla riduzione delle risorse ittiche ed un numero sempre crescente di pescatori si lamenta per l’assegnazione dei contingenti.

Sicuramente è giunto il momento di imparare la lezione dai successi in termini di tutela e preservazione delle risorse ittiche. Guardiamo ai sistemi, basati sui diritti di proprietà, vigenti in Islanda ed in Nuova Zelanda dove, come riferito precedentemente da un altro oratore, le comunità costiere sono tutelate dal momento che vengono loro concessi in perpetuo dei diritti che possono rivendere, scambiare, o lasciare alle future generazioni. Indubbiamente è la soluzione migliore, essendosi dimostrata vincente e avendo tutelato le risorse ittiche a differenza del sistema della PCP, che si è rilevato un grande fallimento in Europa.

 
  
  

Dichiarazioni scritte di voto

 
  
  

Relazione: Alexander Alvaro (A7-0224/2010)

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Abbiamo votato contro questo sciagurato accordo del terrore, che nel quadro della “collaborazione contro il terrorismo” fornisce ai servizi segreti statunitensi i dati personali di ogni abitante dell’Unione europea. I rappresentanti del capitale al Parlamento europeo che hanno votato a favore di questo “accordo SWIFT” non ne conoscono il contenuto, dato che solo ai deputati europei “fidati” è stato consentito di leggere il testo “riservato”, mentre il Parlamento europeo lo ha respinto due volte nel corso degli ultimi sei mesi. I deputati si sono accontentati della garanzia, da parte degli Stati Uniti, che “i servizi segreti assicureranno la protezione dei dati personali”.

L’approvazione di tale “accordo del terrore” dimostra che il Parlamento europeo, con metodi teoricamente democratici, legittima queste politiche che attuano un’unificazione europea di marca profondamente reazionaria e antipopolare. Inoltre, esso svolge un ruolo di primo piano nell’istituzionalizzazione di un quadro legislativo di terrorismo di Stato e repressione che soffoca i diritti democratici e le libertà popolari. Nessun “accordo del terrore” rispetta le libertà popolari. Queste misure colpiscono la lotta e la resistenza dei popoli, la loro avanguardia – il movimento comunista – e quelle forze radicali che rifiutano di piegarsi alla barbarie sfruttatrice del sistema capitalistico. Fino a quando il capitale e la sua sovrastruttura politica continueranno a intensificare le misure repressive miranti a soffocare i diritti dei lavoratori e a rafforzare e proteggere la propria sovranità, si diffonderanno inesorabilmente anche la resistenza, la disobbedienza e l’inevitabile lotta, tesa a rovesciare il potere dei gruppi monopolistici e dei loro organismi reazionari.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) Nel febbraio 2010, il Parlamento europeo ha respinto un accordo Unione europea-Stati Uniti d’America sul trasferimento dei dati finanziari e ha chiesto di riprendere i negoziati. Oggi le condizioni di tale accordo sono state sensibilmente migliorate, nell’interesse dei cittadini europei. Questa volta, quindi, ho votato a favore dell’accordo, soprattutto in quanto esso prevede, nel lungo termine, l’istituzione di un sistema interamente europeo di estrazione dei dati. Il presente accordo costituisce perciò una soluzione provvisoria, che consente all’Unione europea e agli Stati Uniti di combattere il terrorismo, ma non si può considerare definitivo.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto. (FR) Ho deciso di astenermi sull’accordo tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America per il trasferimento di dati bancari da parte di SWIFT ai fini della lotta contro il terrorismo. L’accordo costituisce un notevole passo in avanti rispetto alla versione precedente; dopo essersi fatto sentire, il Parlamento europeo è riuscito a ottenere una serie di garanzie che rafforzano la protezione dei dati e i diritti dei cittadini interessati.

Giudico però inopportuna la scelta di Europol quale autorità responsabile per la trasmissione dei dati. Europol non è un’autorità indipendente, bensì un’agenzia di polizia che dubito sia in grado di controllare imparzialmente la conformità delle richieste di trasferimento avanzate dalle autorità statunitensi. Considerando la natura estremamente delicata dei dati personali trasferiti, non ho potuto votare a favore di questo accordo.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. − E´una certezza quella per la quale dopo l´11 Settembre del 2001 nessun essere umano percepisce la propria sicurezza e la propria incolumità fisica come un banale dato di fatto. Il punto nevralgico di ogni intervento teso a ripristinare la fiducia dei cittadini é dunque rappresentato dalla tutela delle informazioni personali che, non solo vanno garantite in termini di privacy, ma il cui trattamento, soprattutto in materia finanziaria, rappresenta uno strumento significativo alla lotta contro il terrorismo internazionale. Ho quindi sostenuto con un voto favorevole la relazione del collega on. Alvaro sull'accordo che definisce le condizioni con le quali, a partire dal primo di agosto, il Tesoro americano potra' accedere ai dati finanziari di circa 8.000 istituzioni e banche di 200 paesi, gestiti dalla societa' Swift. Contemplate le dovute tutele quali la possibilità per un cittadino europeo di fare ricorso amministrativo godendo di reciprocità di trattamento con il cittadino Usa e il giro di vite sui tempi di stoccaggio delle informazioni, la cooperazione Europa e Stati Uniti rappresenta in questo caso il giusto tributo della globalizzazione ai sui effetti perversi.

 
  
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  Emine Bozkurt (S&D), per iscritto. (NL) La delegazione del PvdA (Partij van de Arbeid) al Parlamento europeo approva questo accordo, nella speranza che in un prossimo futuro potremo vedere la fine dei massicci trasferimenti di dati concernenti i cittadini europei. L’accordo prevede lo sviluppo di un sistema europeo per la raccolta e l’estrazione dei dati bancari, che renderà possibile vagliare i trasferimenti individualmente; mantenendo la supervisione sui dati, potremo proteggere i diritti dei nostri cittadini in maniera più efficace. La Commissione presenterà una proposta a tal fine entro un anno, e nel giro di tre anni dovremmo essere in grado di applicare il sistema da noi elaborato. Da quel momento in poi diventerà importante il nodo della reciprocità. I supervisori europei presenti negli Stati Uniti potranno verificare quotidianamente il trattamento di qualsiasi dato bancario europeo; Europol avrà il compito di verificare e approvare le richieste statunitensi. Sotto la pressione del Parlamento europeo, l’accordo che abbiamo già concluso viene sottoposto a revisione; non tutti i nostri desideri sono stati esauditi, ma il risultato che abbiamo ottenuto ci garantisce che gli Stati Uniti non saranno liberi di ficcare il naso a piacimento nei nostri dati. Il nuovo accordo mantiene un giusto equilibrio tra la protezione della sfera privata e la necessità di garantire la sicurezza; nel frattempo, la lotta contro il terrorismo rimane la nostra preoccupazione dominante.

 
  
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  Françoise Castex (S&D), per iscritto. – (FR) Ho votato a favore della relazione Alvaro relativa al nuovo accordo SWIFT, che definisce le condizioni per il trasferimento al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti di determinati dati bancari conservati da SWIFT, nel quadro della lotta contro il terrorismo. Utilizzando i nuovi poteri conferiti con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, abbiamo obbligato la Commissione a rinegoziare con gli Stati Uniti un accordo più equilibrato; il testo attuale è soddisfacente, ma alcuni punti si potevano ancora migliorare. L’odierno voto positivo non è un assegno in bianco a favore degli americani: nei prossimi mesi il Parlamento continuerà a vigilare con estremo rigore, soprattutto per quanto riguarda la procedura di modifica dei poteri di Europol, la nomina dell’autorità indipendente presente a Washington e l’istituzione di un programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (TFTP) europeo.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della nuova relazione SWIFT, poiché con gli Stati Uniti e il Consiglio europeo sono state negoziate alcune misure di salvaguardia che non comparivano nell’accordo presentato al Parlamento europeo quattro mesi fa. Quest’accordo relativo al trasferimento dei dati bancari agli Stati Uniti prevede che l’Unione europea sviluppi un sistema per evitare qualsiasi trasferimento di dati in massa, mentre l’accordo precedente non conteneva alcuna clausola in questo senso.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro la relazione sul trasferimento di dati bancari dall’Unione europea agli Stati uniti, per le medesime ragioni che avevano portato me e il mio gruppo a opporci al precedente tentativo di imporre tale accordo, nonostante i miglioramenti “tecnici” offerti dalla relazione. Il Parlamento europeo non deve approvare l’accordo con cui la Commissione europea trasferisce dati personali al governo e ai servizi segreti degli Stati Uniti con il pretesto della “lotta contro il terrorismo”. Mi oppongo all’insistente richiesta della Commissione di trasmettere agli Stati Uniti informazioni in massa sulle transazioni finanziarie, poiché ciò lede il rispetto per i dati personali; si tratta inoltre di informazioni e materiali che verranno usati, in maniera sostanzialmente incontrollata, dai servizi segreti degli Stati Uniti per i loro fini particolari.

 
  
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  Derek Roland Clark (EFD), per iscritto. (EN) Lo United Kingdom Independence Party ha votato oggi contro la relazione Alvaro poiché non intendiamo concedere all’Unione europea poteri più ampi in materia di dati personali. Questa misura provocherà pesanti violazioni della sfera privata; i dati finanziari di carattere riservato e privato appartengono alla persona, non all’Unione europea o al Parlamento.

Ci opponiamo con forza alla diffusione del terrorismo, ma quando non sussistano precedenti sospetti di azioni illecite è doveroso proteggere la sfera privata. Se il Regno Unito intende stipulare un accordo con gli Stati Uniti, deve trattarsi di un impegno pienamente reciproco e non di quel dispositivo praticamente a senso unico che l’Unione europea ha accettato in questa sede. É questa una materia su cui devono decidere i governi nazionali, e non il Parlamento europeo.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) A febbraio ho votato contro l’accordo in quanto esso violava i principi di necessità e proporzionalità, oltre che l’integrità e la sicurezza dei dati finanziari europei. L’accordo odierno è migliore del precedente: sono stati infatti introdotti alcuni miglioramenti, come la definizione più limitata del terrorismo, l’esclusione dei dati relativi allo spazio unico dei pagamenti in euro (SEPA), il meccanismo di monitoraggio e il riconoscimento dei diritti dei cittadini europei. Quest’accordo, però, consente ancora il trasferimento di dati in massa (bulk data). La scelta di Europol, inoltre, non è corretta; Europol non è un’autorità giudiziaria e neppure un’autorità preposta alla protezione dei dati. Attribuire nuove funzioni a Europol sarebbe possibile unicamente mutando la base giuridica, con la partecipazione del Parlamento europeo. La formulazione dell’articolo 20 dell’accordo compromette poi l’efficacia del riconoscimento dei vari diritti che sono stati presi in considerazione su richiesta del Parlamento. Attendo che la Commissione presenti un’iniziativa per l’istituzione di un programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (TFTP) europeo, tale – mi auguro – da garantire una soluzione più solida, che consenta il data mining solo all’interno dell’Unione europea. Per tutte queste ragioni ho deciso di astenermi dal voto, poiché in piena coscienza non sono ancora convinto che il presente accordo sia giunto a un livello accettabile.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) La lotta contro il terrorismo deve costituire una priorità per l’Unione europea. In tale contesto la cooperazione attiva con gli Stati Uniti, soprattutto per quel che riguarda la condivisione delle informazioni e dei dati, è un fattore essenziale per rendere più efficace la lotta contro il terrorismo, scongiurare attacchi futuri e garantire la sicurezza dei cittadini europei. Voterò quindi a favore delle misure proposte in questa relazione. Gli emendamenti apportati all’accordo non solo corrispondono a gran parte delle preoccupazioni espresse dal Parlamento europeo al momento del voto negativo dell’11 febbraio, ma esprimono pure l’esigenza di proporzionalità nel trattamento di questi dati, in particolare per quanto riguarda il trattamento, l’archiviazione e la successiva cancellazione dei dati stessi. Ricordo anche le maggiori garanzie che il nuovo accordo offre ai cittadini europei in materia di protezione dei dati: in particolare il diritto di ricorso contro le sentenze giudiziarie e amministrative, il diritto alla trasparenza e alla comunicazione delle informazioni ai cittadini interessati, e la definizione dell’ambito di applicazione dei dati, che viene limitato alle attività direttamente collegate al terrorismo o al finanziamento dello stesso.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) Sei mesi fa, il Parlamento europeo ha agito da paladino dei diritti fondamentali, respingendo l’accordo tra Unione europea e Stati Uniti relativo al trasferimento e al trattamento dei dati bancari (il cosiddetto accordo “SWIFT”. Grazie all’azione dei deputati al Parlamento europeo, e in particolare del nostro gruppo, è stato possibile redigere una nuova versione, che contiene significativi miglioramenti di fondo, come l’eliminazione dei trasferimenti di dati “in massa”. Si garantirà quindi una protezione più estesa ai diritti degli individui, pur riconoscendo l’importanza del controllo dei dati finanziari nella lotta contro il terrorismo; è questa la ragione per cui ho deciso di votare a favore del nuovo accordo. Continuerò in ogni caso a seguire con particolare attenzione i seguenti aspetti: le prerogative delle autorità europee competenti per la protezione dei dati, e la scelta di Europol come autorità incaricata di filtrare le richieste; l’efficacia del “diritto di ricorso” per i cittadini il cui diritto alla riservatezza sia stato violato; e infine il controllo e la valutazione della pertinenza dei dati trasmessi alle autorità americane.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della conclusione del nuovo accordo tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America sul trattamento e il trasferimento di dati di messaggistica finanziaria dall’Unione europea agli Stati Uniti ai fini del programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi poiché sono convinta che le nuove proposte presentate dalla Commissione offrano ai cittadini dell’Unione garanzie più ampie, soprattutto per quel che riguarda la protezione dei dati. Ritengo in effetti che qualsiasi trasferimento di dati personali di cittadini europei a paesi terzi a fini di sicurezza debba rispettare salvaguardie procedurali e diritti della difesa, nonché conformarsi alla vigente legislazione nazionale ed europea in materia di protezione dei dati.

Alcuni mesi or sono, la prima versione dell’accordo era troppo vaga e non offriva garanzie equivalenti, e per tale motivo l’abbiamo respinta. Oggi sono lieta di constatare che sono state recepite le nostre proposte di miglioramento, tra cui l’introduzione di un analogo sistema di scambio a livello europeo e la garanzia che il monitoraggio di follow-up sarà affidato a funzionari europei che dovranno essere in grado di opporsi all’estrazione di dati sul territorio degli Stati Uniti.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore dell’accordo tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America sul trattamento e il trasferimento di dati di messaggistica finanziaria dall’Unione europea agli Stati Uniti ai fini del programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi. Grazie ai notevoli sforzi del relatore e dei membri della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, il testo attuale contiene sensibili miglioramenti rispetto alla precedente versione dell’accordo. Di particolare importanza, per la possibilità futura di combattere il terrorismo tutelando contemporaneamente i fondamentali diritti dei cittadini in materia di protezione dei dati personali, è l’articolo 2, che prevede l’elaborazione del quadro tecnico e giuridico di una struttura di estrazione dei dati nell’Unione europea. La Commissione dovrà svolgere questo compito con tempestiva acribia. L’inserimento nell’accordo dell’articolo 2 può consentire una significativa riduzione della quantità di trasferimenti in massa di dati, inviati a scopo di analisi all’esterno dell’Unione europea. Gli articoli 15 e 16 garantiscono ai cittadini più ampie possibilità di ricorso e maggiore trasparenza.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sull’accordo SWIFT relativo al trasferimento di dati bancari negli Stati Uniti, poiché ritengo che l’accordo negoziato con il Consiglio e gli Stati Uniti comprenda ora, in materia di protezione dei dati dei cittadini, misure di salvaguardia tali da eliminare la possibilità di trasferimenti di dati in massa verso paesi terzi. Si tratta di un accordo importante nel quadro della lotta contro il terrorismo, che garantirà la protezione delle libertà fondamentali dei cittadini europei.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Il fenomeno del terrorismo e il crescente impatto che esso viene esercitando sulla società europea mette a dura prova valori essenziali come il rispetto per la sfera privata e la necessità di salvaguardare la sicurezza collettiva.

In tale contesto, l’accordo tra Unione europea e Stati Uniti d’America sul trattamento dei dati è stato precedentemente respinto dalla nostra Assemblea, che non lo ha giudicato sufficiente. La nuova versione costituisce un miglioramento dell’ultima; mi auguro che l’accordo odierno giustifichi le ragioni che hanno portato a concluderlo, e che le parti in causa sappiano interpretarne adeguatamente le disposizioni, in modo da ostacolare e combattere le attività finanziarie dei terroristi.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) I progressi che si registrano in questo processo rappresentano un’incoraggiante dimostrazione dei benefici e dei vantaggi che la cooperazione istituzionale comporta ai fini di un positivo consolidamento dell’integrazione europea. In seguito alle preoccupazioni manifestate e alle raccomandazioni formulate dal Parlamento europeo, è stato possibile raggiungere con gli Stati Uniti un accordo equilibrato sul trattamento e il trasferimento di dati di messaggistica finanziaria, tenendo conto in particolare che si tratta di un processo che rientra nel programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi. Sottolineo che sono state inserite misure dirette a tutelare i diritti dei cittadini e le condizioni di successivi trasferimenti a paesi terzi, nonché a sventare i rischi di uso indebito delle informazioni e di spionaggio economico. Viene anche garantita la possibilità di rettificare situazioni di trasmissione di dati successivamente giudicate indebite. Il presente accordo garantisce una migliore regolamentazione delle procedure e una cooperazione utile e salutare per le relazioni istituzionali con gli Stati Uniti.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) É inaccettabile che, a quattro mesi di distanza dal voto con cui il Parlamento europeo ha respinto l’accordo SWIFT, il Parlamento stesso e il Consiglio abbiamo stipulato con le autorità americane un nuovo accordo che, con il pretesto della lotta al terrorismo, non garantisce né sicurezza né riservatezza. Ed è deprecabile che la maggioranza del Parlamento abbia votato ora a favore di tale accordo.

Lo scambio di informazioni e l’accesso alle basi di dati, da parte sia delle autorità statunitensi che delle agenzie dell’Unione europea, sono avvolti in un fitto velo di incertezza, da cui potrebbero derivare pericoli incontrollabili. Criminali e innocenti, sospetti e non sospetti rimarranno invischiati tutti insieme in un processo che, come appare chiaro, non fornisce alcuna garanzia di efficacia.

Come abbiamo già osservato, l’applicazione di quest’accordo si traduce nel mantenimento di misure scorrette, adottate nel quadro della cosiddetta lotta al terrorismo ma miranti alla soppressione dei diritti.

Siamo perfettamente convinti che sia necessario combattere ogni forma di criminalità, ma a tale scopo occorre in primo luogo concentrarsi sulle origini e la prevenzione di tali fenomeni, non insistere su fumose misure di sicurezza che ledono le libertà civili nonché i diritti fondamentali e le garanzie di cui godono i cittadini, minando così ulteriormente la democrazia in cui viviamo.

Non accettiamo di rinunciare alla libertà in cambio di una maggior sicurezza: alla fine le perderemmo entrambe. Siamo invece fautori di una società più sicura, che offra ampie libertà e diritti democratici.

 
  
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  Evelyne Gebhardt (S&D), per iscritto. (DE) La lotta contro il terrorismo richiede una cooperazione internazionale regolata da accordi. Tali accordi non devono però erodere i diritti fondamentali dei cittadini sanciti dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Nell’epoca moderna, in particolare, fra tali diritti rientra pure la protezione dei dati, che non viene adeguatamente garantita dall’accordo SWIFT negoziato con gli Stati Uniti. La lotta contro il terrorismo non deve servire da pretesto per un’inadeguata protezione dei dati. Fra le altre gravi carenze di quest’accordo ricordiamo, per esempio, l’ispezione di dati bancari in assenza di approvazione giudiziaria, il lungo periodo di conservazione dei dati – inammissibile in base al diritto costituzionale tedesco – e inoltre l’inadeguata opportunità, per i cittadini, di difendersi in tribunale contro un uso scorretto dei dati: siamo di fronte a gravi violazioni dei diritti fondamentali. All’Unione europea non è però consentito di restringere indebitamente i diritti fondamentali vigenti. Sono quindi ancora contraria a quest’accordo SWIFT.

 
  
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  Sylvie Goulard (ALDE), per iscritto. (FR) Oggi, dopo matura riflessione, ho votato a favore dell’accordo SWIFT riveduto. Il compromesso non è certo perfetto, ma dobbiamo contemperare le esigenze della lotta contro il terrorismo con il rispetto delle libertà civili. La nuova versione contiene inoltre alcuni miglioramenti, concernenti in particolare le finalità del trasferimento dei dati.

In merito a un tema delicato come la protezione dei dati personali avrei gradito un rigore ancor maggiore, soprattutto sui seguenti aspetti: la necessità di affidare a un’autorità indipendente – non a Europol – la responsabilità di controllare la conformità delle domande o l’efficacia del diritto di compensazione per i cittadini i cui diritti siano stati violati.

Per il solidarietà con il mio gruppo politico, cui dobbiamo riconoscere il merito della battaglia combattuta nel febbraio scorso, e quindi di gran parte dei progressi compiuti, ho deciso di sostenere quest’accordo. Insieme ai colleghi seguirò con attenzione estrema l’attuazione delle condizioni dell’accordo stesso da parte degli Stati Uniti, ma vigilerò con il massimo rigore anche sull’adempimento degli impegni presi dalla Commissione e dal Consiglio. Se le promesse non verranno mantenute, al momento del riesame chiederò la denuncia dell’accordo.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) Ho seguito con attenzione particolare i negoziati sull’accordo SWIFT portati avanti fra Unione europea e Stati Uniti dopo l’ultimo voto negativo, grazie all’azione del gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa. Da febbraio in poi il Parlamento europeo, utilizzando con decisione i suoi nuovi poteri, è riuscito a compiere progressi significativi e a strappare garanzie supplementari: il duplice approccio propugnato dal nostro gruppo, e poi riesami regolari dell’accordo, valutazione iniziale entro sei mesi, relazione sui progressi dopo tre anni, diritti di accesso e di rettifica, possibilità di bloccare il trasferimento di alcuni dati, controllo dell’estrazione dei dati da parte di un’autorità europea negli Stati Uniti, e così via. Benché si siano compiuti notevoli progressi, l’accordo non è però ancora perfetto e contiene pure numerose carenze. Dopo ampia riflessione ho deciso di votare a favore di questo nuovo accordo, sia perché è necessario disporre di un quadro giuridico per la lotta contro il terrorismo, sia perché ci stiamo dirigendo, in ultima analisi, verso un futuro sistema europeo per il controllo del trasferimento di dati, che consentirà di effettuare l’estrazione dei dati in territorio europeo. D’ora in poi, spetterà alle istituzioni europee esercitare un rigoroso e vigile controllo sull’applicazione delle condizioni dell’accordo.

 
  
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  Matthias Groote e Bernhard Rapkay (S&D), per iscritto. (DE) La delegazione socialdemocratica tedesca (SPD) al Parlamento europeo è convinta della necessità di combattere il terrorismo internazionale, e insieme di offrire una protezione permanente ai dati personali, nel modo più deciso ed efficace possibile. Considerata l’importanza della protezione dei dati, la delegazione SPD non ha preso una decisione alla leggera. Dopo lunghe e meditate riflessioni siamo ora in grado di votare a favore dell’accordo: i socialdemocratici sono riusciti a garantire l’istituzione di un monitoraggio europeo permanente sull’estrazione dei dati effettuata direttamente presso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, monitoraggio che comprende anche la facoltà di bloccare l’estrazione dei dati. La priorità più importante era per noi quella di limitare il trasferimento di dati in massa. I dati SEPA (relativi allo spazio unico dei pagamenti in euro) non rientrano nell’accordo, che del resto non riguarda affatto gran parte dei trasferimenti. Per il periodo quinquennale di conservazione dei dati si prevede un riesame annuale, mentre ogni dato non necessario si dovrà cancellare in un tempo ancor più breve. É previsto inoltre un riesame annuale della conformità a tutti gli standard di protezione dei dati, cui parteciperanno le autorità preposte alla protezione dei dati. Anche se noi avremmo preferito affidare il monitoraggio e il trasferimento dei dati a un’autorità giudiziaria, Europol deve svolgere il proprio mandato di approvazione del trasferimento dei dati, previsto dall’accordo, sotto il rigoroso controllo dell’Unione europea. Europol dispone bensì di un affidabile sistema di protezione dei dati, ma deve comunque conformarsi al trattato di Lisbona per svolgere i propri compiti nel quadro di un completo controllo democratico.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione Alvaro sull’accordo tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America sul trattamento e il trasferimento di dati di messaggistica finanziaria ai fini della lotta al terrorismo, poiché ritengo che tale accordo abbia instaurato ora un corretto equilibrio tra obiettivi di sicurezza nella lotta al terrorismo e obiettivi di libertà nella protezione della sfera privata dei cittadini.

A differenza dell’accordo SWIFT presentato a febbraio, sul quale ho espresso voto contrario, l’accordo odierno garantisce una maggior protezione ai dati personali: i cittadini godranno del diritto di accesso e di rettifica per i dati che li riguardano, viene garantito loro il diritto di ricorso in sede amministrativa e giudiziaria, e inoltre il trasferimento dei dati ha subito una serie di rigide restrizioni e limitazioni.

Il Parlamento dovrà però ugualmente continuare a vigilare sulla modifica dei poteri di Europol, che ha la responsabilità di controllare i trasferimenti, oltre che sulla futura introduzione di un programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi.

 
  
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  Olle Ludvigsson e Marita Ulvskog (S&D), per iscritto. (SV) Il gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo è riuscito, insieme alla Presidenza spagnola, a negoziare alcuni miglioramenti all’accordo sullo scambio di dati bancari con gli Stati Uniti. Sono stati posti dei limiti alla quantità di dati bancari da trasferire (i dati relativi alle transazioni interne all’Unione europea sono esclusi dal trasferimento) e funzionari nominati dall’Unione europea esamineranno e approveranno in tempo reale i trasferimenti.

Anche se i negoziati hanno fatto registrare alcuni progressi, rimane ancora da affrontare il fondamentale problema del trasferimento di dati bancari in massa. Ciò significa che si continueranno a consegnare alle autorità statunitensi i dati di cittadini innocenti: è una prassi che noi socialdemocratici svedesi giudichiamo inaccettabile. Riteniamo inoltre che la scelta di Europol come autorità preposta al controllo dei trasferimenti presenti parecchi punti deboli, sia dal punto di vista giuridico che da quello pratico.

Per tali ragioni abbiamo deciso di non votare a favore dell’accordo con gli Stati Uniti sul trasferimento di dati bancari.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Date le concessioni e le clausole che l’Unione europea è riuscita a garantirsi in merito all’accordo SWIFT sulla condivisione dei dati finanziari, sono lieto di dare ora il mio voto a quest’accordo. In particolare, noto con soddisfazione che il mio gruppo ha contribuito a strappare garanzie in merito al divieto di ricerche casuali, al diretto controllo del programma da parte di un funzionario dell’Unione europea e alla valutazione annuale dei periodi di conservazione dei dati. Il costante monitoraggio dell’accordo sarà comunque essenziale per far sì che le condizioni rimangano accettabili al nostro Parlamento e ai cittadini europei.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore perché ritengo doveroso, segno di grande responsabilità appoggiare l'accordo negoziato tra Commissione europea e USA.

Il trasferimento dei dati personali è un tema estremamente sensibile in Europa, dove ci sono state dolorose esperienze di regimi totalitari che ne facevano abbondante e distorto uso. In base al nuovo accordo sarà consentito il trasferimento alle autorità americane di un certo numero di informazioni bancarie, purché ciò avvenga nel rispetto delle severe regole per la protezione dei dati personali, sui cui noi deputati europei ci impegniamo a vigilare. Tali informazioni potranno essere consultate esclusivamente nel caso in cui siano ritenute importanti per effettuare inchieste antiterrorismo: tale accesso è condizionato alla presentazione di prove adeguate da parte delle autorità americane.

Il nuovo accordo è una vittoria di tutte le istituzioni europee, del nostro Parlamento europeo in particolare: vede, infatti, accolte le nostre richieste per una più ampia protezione della privacy dei cittadini europei, offrendo loro una doppia garanzia: la completa trasparenza per l'accesso e l'uso dei dati da una parte e procedure adeguate di ricorso per garantire la protezione della privacy dall'altra. Garanzie adeguate perché questi due interessi, sicurezza e tutela della privacy, possano entrambi essere soddisfatti e tutelati.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Ho votato contro la relazione. Essa equivale ad approvare le ingerenze degli Stati Uniti in Europa con la complicità di organismi come SWIFT. Comporta poi la possibilità di trasferire negli Stati Uniti i dati personali di ogni cittadino, tanto è ampia la portata dell’accordo concluso tra il Consiglio e gli Stati Uniti; d’altra parte, non si richiede alcuna vera garanzia relativa alla protezione dei dati o alle possibilità di ricorso. Questa relazione e l’accordo che essa ratifica sono un simbolo dell’asservimento dell’Europa all’imperialismo americano.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La lotta contro il terrorismo sta a cuore all’Unione europea così come a tutto il mondo democratico. Tutti i meccanismi che contribuiscano a individuare possibili attacchi sono essenziali per il successo in questo campo, e l’accordo SWIFT rappresenta un’arma potentissima nella lotta contro il terrorismo: esso infatti consente di accedere a informazioni finanziarie riservate concernenti i trasferimenti finanziari da un paese all’altro. La rinegoziazione del presente accordo con gli Stati Uniti offre all’Unione europea l’opportunità di contribuire efficacemente a scovare nuovi terroristi e prevenire potenziali attacchi. Attualmente gli Stati Uniti sono ansiosi di collaborare, e tale circostanza agevola la conclusione di un accordo che protegga validamente i dati trasmessi e garantisca la massima reciprocità possibile. Il progetto di risoluzione approvato oggi costituisce un buon punto di partenza per i difficili negoziati che dovremo intavolare con gli Stati Uniti.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato ancora una volta contro l’accordo SWIFT sul trattamento dei dati bancari europei e il loro trasferimento negli Stati Uniti con il pretesto della lotta al terrorismo, in quanto giudico inaccettabile la pretesa avanzata dagli Stati Uniti, che costituisce anzi, a mio avviso, una minaccia per le libertà e i diritti dei cittadini europei. Con questa proposta, le forze più conservatrici hanno cercato di consegnarci, mani e piedi legati, agli interessi statunitensi, senza minimamente curarsi della sicurezza e della sfera privata dei cittadini. Il Parlamento europeo non può permettere che le libertà e i diritti civili degli europei vengano lesi con il pretesto della lotta al terrorismo.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. − (DE) La protezione dei dati prevista dall’accordo SWIFT è un volgare imbroglio. La conservazione di pacchetti di dati illimitati per un periodo di tempo così lungo, in assenza di qualsiasi intervento giudiziario, contrasta con la nostra concezione del moderno stato di diritto. Incaricare proprio Europol – l’autorità di polizia europea, che è a sua volta interessata ai dati concernenti la lotta contro il terrorismo – di monitorare il rispetto delle norme di protezione dei dati e l’effettiva esistenza di sospetti di terrorismo, significa mettere la volpe a guardia del pollaio. L’idea poi che i garanti della protezione dei dati, che si sono spesso dimostrati completamente innocui, possano ottenere il blocco o la cancellazione dei dati negli Stati Uniti è francamente risibile. Un incremento della protezione dei dati non si profila quindi da nessuna parte, e di conseguenza respingo con decisione l’accordo SWIFT.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore della relazione Alvaro in quanto ritengo importante agire contro il terrorismo. Il terrorismo è una minaccia e come tale va combattuta. Gli USA sono un partner fondamentale per la lotta al terrorismo, con cui bisogna collaborare per individuare e tagliare eventuali finanziamenti che sono il vero carburante dei terroristi.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) Con il pretesto della lotta al terrorismo, i dati bancari di onesti cittadini europei vengono trasferiti in massa negli Stati Uniti. La revisione dell’accordo SWIFT comporta da questo punto di vista modifiche irrilevanti. Non possiamo promettere ai nostri cittadini un’adeguata protezione dei dati, perché: - I dati sensibili vengono conservati in massa, e non solo in singoli casi che diano adito a sospetti di terrorismo. - I dati verranno conservati arbitrariamente per un periodo di ben cinque anni. - Il rispetto delle norme di protezione dei dati dovrebbe essere garantito da Europol, che però è essa stessa interessata ai dati. L’esecutore quindi si controlla da solo – qualcuno crede seriamente che possa trattarsi di un organismo di controllo indipendente? - I cittadini dell’Unione europea i cui diritti sono stati violati non hanno alcuna concreta possibilità di intraprendere un’azione legale con speranze di successo; essi dovrebbero per prima cosa sostenere i costi di procedimento legale negli Stati Uniti! L’esito che in febbraio era stato celebrato come un successo per il Parlamento europeo, si è trasformato ora in un fiasco. Il relatore stesso ammette di non essere completamente soddisfatto. L’accordo non garantisce affatto una protezione dei dati reale e concreta, e quindi è opportuno respingerlo.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. La versione finale dell'accordo soddisfa la maggior parte delle richieste del Parlamento, tutelando sia la sicurezza che la vita privata dei cittadini dell'UE e garantendo soluzioni giuridicamente vincolanti ai problemi in analisi. L'accordo segna inoltre una nuova tappa nell'evoluzione dei poteri del Parlamento, assicurando la supervisione democratica europea degli accordi internazionali. Oltre ai miglioramenti contenuti nell'accordo, il Consiglio e la Commissione hanno assunto l'impegno giuridicamente vincolante di istituire il quadro giuridico e tecnico che consentirà di estrarre i dati sul territorio UE. Tale impegno assicurerà a medio termine la cessazione dei trasferimenti di dati in massa alle autorità USA. L'istituzione di un sistema europeo di estrazione rappresenta un miglioramento di grande importanza, poiché il protrarsi del trasferimento di dati in massa costituisce un allontanamento dai principi su cui si basano la legislazione e la prassi dell'UE.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Nell’odierna seduta plenaria del Parlamento europeo ho votato a favore del nuovo accordo SWIFT. Si tratta di un accordo di estrema importanza, che mira a stroncare il terrorismo e la criminalità organizzata combattendone il finanziamento illegale; è importante il fatto che questo nuovo accordo tuteli pure il rispetto dei dati personali dei cittadini europei. Il nuovo accordo menziona la necessità di istituire un TFTP (programma per il controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi) europeo. Tale impegno si dovrà attuare nel giro di cinque anni, e quindi Parlamento europeo, Commissione e Consiglio hanno il dovere di procedere immediatamente all’attuazione dell’accordo stesso, per fornire all’Europa strumenti ancor più efficaci, che consentano di proteggere la sicurezza dei cittadini già nell’immediato futuro.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore in quanto approvo l’accordo, e inoltre per non sottrarmi al dovere e alla responsabilità di sostenere l’accordo negoziato tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Non ignoriamo certo l’esigenza di cogliere un punto d’equilibrio tra il rispetto della sfera privata e la necessità di salvaguardare la sicurezza collettiva, ma il fenomeno del terrorismo – che molti europei devono sperimentare quotidianamente – impone misure straordinarie. Mi sembra opportuno ricordare che – avendo partecipato all’epoca al processo elettorale interno del partito in cui milito a livello nazionale, il Partido Social Democrata – non sono stato in grado di votare a favore dell’accordo precedente, come pure era mia intenzione. So bene quale delicatezza questo problema rivesta in Europa, a causa delle esperienze che hanno lasciato il segno su popolazioni oppresse in passato da regimi totalitari usi a calpestare, senza la minima legittimità, la sfera privata dei cittadini. La situazione di cui ci occupiamo è però ben diversa. Stiamo combattendo una legittima battaglia contro il terrorismo, ricorrendo a metodi nuovi e sempre più innovativi, perché questo è l’unico modo per tutelare le libertà fondamentali dei cittadini europei. L’accordo attuale consente il trasferimento di dati bancari, ma prevede adeguate salvaguardie per la sicurezza e la tutela della vita privata. Si introducono norme severe in materia di protezione dei dati personali, l’accesso ai quali è subordinato alla presentazione di prove che dimostrino che le autorità competenti svolgono indagini antiterrorismo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) L’adozione del nuovo accordo SWIFT da parte della maggioranza del Parlamento europeo vibra un duro colpo ai negoziati per il varo di un sistema vincolante di protezione dei diritti fondamentali nella cooperazione internazionale in materia di sicurezza. Rispetto alla prima versione si registrano alcuni miglioramenti, ma vi sono ancora aspetti fortemente criticabili, come i trasferimenti di dati in massa, anche in assenza di sospetti iniziali, e l’eccessiva lunghezza dei periodi di conservazione dei dati. La grande coalizione di conservatori, liberali e socialdemocratici ha dunque accettato standard inferiori ai vigenti principi dello stato di diritto, e azzarda l’introduzione di un regolamento che viola il diritto comunitario. Noi Verdi ci siamo perciò opposti al nuovo accordo e, in quanto forza progressista, ci battiamo per una tutela più rigorosa della vita privata e per il principio dello stato di diritto nel quadro della cooperazione transatlantica.

In qualità di relatore del Parlamento per l’accordo complessivo in materia di protezione dei dati, progettato dal Commissario alla Giustizia signora Reding, collaborerò personalmente con l’amministrazione statunitense e il Congresso degli Stati Uniti per giungere all’introduzione di norme vincolanti in questo campo. Duole quindi dover constatare che il Parlamento europeo, accettando oggi l’accordo SWIFT, ha indebolito la propria influenza nei confronti degli Stati Uniti. Un reale mutamento di rotta in direzione della protezione dei diritti fondamentali nella lotta contro il terrorismo esige uno sforzo assai più intenso e coraggioso.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Voglio assolutamente evitare che il mio voto contro il nuovo accordo venga interpretato come un “no” alla lotta contro il terrorismo. É necessario prevenire le attività terroristiche e condannare ogni singola azione terroristica con la massima fermezza. Dall’altro lato c’è però la protezione dei diritti dei cittadini; tali diritti non sono un dato scontato, poiché abbiamo combattuto per affermarli. Sono convinta che, se quest’accordo fosse stato preceduto da una fase di discussione più lunga, entrambe le parti – Stati Uniti ed Europa – avrebbero raggiunto un esito più soddisfacente.

 
  
  

Relazione: Elmar Brok (A7-0228/2010)

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) I deputati europei del partito comunista greco hanno votato contro la proposta di risoluzione comune, presentata da conservatori, liberali e socialdemocratici, per l’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna, in quanto tale proposta si basa sul reazionario “trattato di Lisbona”. Essa attua provvedimenti di militarizzazione dell’Unione europea (comitato politico-militare, centro di gestione delle crisi, centro satellitare, comitato militare, esercito europeo, EULEX e così via), in applicazione della dottrina statunitense della guerra preventiva. Si tratta di uno strumento delle strategie belliche della NATO che, con il pretesto della lotta al terrorismo, conferisce all’Unione europea un diritto di intervento civile e militare persino all’interno degli Stati membri. Il SEAE limita ulteriormente i diritti sovrani degli Stati membri in campo nazionale, affidando responsabilità all’Unione europea in quasi tutti i settori dell’attività politica statale. Esso costituirà uno strumento per dare al diritto comunitario la precedenza sul diritto nazionale dei singoli Stati; rafforza i meccanismi imperialistici di intervento e repressione di cui dispone l’Unione europea (Frontex e altri) e ne crea di nuovi (per esempio il pubblico ministero europeo). Condanniamo la procedura inaccettabile e furtiva con cui i rappresentanti di Parlamento europeo, Commissione, Presidenza e Alto rappresentante e Vicepresidente della Commissione si sono affannati a celare l’inasprirsi di antagonismi e opposizioni tra le grandi potenze imperialistiche.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) Ho sostenuto il compromesso negoziato dai colleghi Brok e Verhofstadt con l’Alto rappresentante, il Consiglio e la Commissione europea, che ha portato all’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna. Questo compromesso, che è stato al centro di ampi negoziati, mi sembra ora soddisfacente ed equilibrato; rafforza le prerogative del Parlamento europeo e mantiene il metodo comunitario. Oggi era soprattutto necessario garantire il rapido varo del SEAE, per lasciare spazio alle nomine e abbandonare l’insoddisfacente sistema utilizzato negli ultimi mesi.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) I negoziati per l’istituzione del singolo organismo comunitario previsto dal trattato di Lisbona si stanno avvicinando alla conclusione. Mi auguro che il Consiglio mantenga a sua volta fede all’accordo e che la decisione relativa al servizio europeo per l’azione esterna venga adottata alla fine di luglio. Dobbiamo far sì che il SEAE inizi a operare al più presto possibile e che la sua attività contribuisca alla formazione di una politica estera e di sicurezza comune europea di alto livello, tale da garantire la coerenza delle azioni esterne dell’Unione e rafforzarne la posizione sulla scena mondiale. Il Parlamento europeo deve battersi per irrobustire il controllo parlamentare, attuando una politica estera e di sicurezza comune ed esercitando attivamente la funzione legislativa e quella di formazione e discarico del bilancio. Dobbiamo garantire che l’operato del SEAE si basi sul principio della neutralità di bilancio ed evitare la duplicazione di compiti, funzioni e risorse tra SEAE e altre istituzioni. Occorre poi risolvere il problema della responsabilità, per quanto riguarda sia l’utilizzo dei fondi del bilancio dell’Unione, sia la distribuzione dei poteri.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE), per iscritto. – (RO) Ho votato a favore dell’adozione della relazione dell’onorevole Brok, poiché essa segna un importante passo in avanti verso l’operatività del servizio europeo per l’azione esterna.

Il Parlamento europeo svolgerà un ruolo importante nell’attività del servizio europeo per l’azione esterna, in quanto la nostra Assemblea verrà consultata prima del varo di qualsiasi missione dell’Unione europea in paesi terzi. Inoltre, il bilancio del servizio sarà sottoposto al controllo politico del Parlamento.

La Romania è pronta a mettere a disposizione del servizio europeo per l’azione esterna – fin dal momento della sua formazione – personale dotato delle competenze necessarie. Il mio paese ha chiaramente dimostrato il proprio impegno nei confronti delle missioni europee di gestione delle crisi: abbiamo contribuito con più di 200 esperti, funzionari di polizia e di polizia militare, diplomatici, magistrati e soldati a gran parte delle missioni civili e militari dell’Unione europea.

Concluso sottolineando la necessità di rispettare, nel quadro della politica di assunzione del personale, i principi della competenza e dell’equilibrio geografico.

 
  
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  Dominique Baudis (PPE), per iscritto. (FR) In considerazione delle nuove competenze acquisite con l’adozione del trattato di Lisbona, l’Unione europea deve disporre di una forte diplomazia. Il servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) fa segnare da questo punto di vista un notevole progresso.

Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento europeo sul SEAE perché l’Alto rappresentante, per svolgere positivamente il suo compito, ha urgente bisogno di dotarsi di un competente braccio diplomatico. La mia decisione si basa sulle conclusioni della Conferenza di Madrid del 21 giugno, in occasione della quale è stato individuato un equilibrio istituzionale.

L’interesse europeo del progetto iniziale è stato mantenuto. Commissione, Consiglio e Parlamento potranno ora collaborare alla formazione di un servizio diplomatico europeo valido e operativo. Confido che i successivi negoziati sull’istituzione del SEAE rispetteranno tale equilibrio.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. − La creazione del Servizio di Azione Esterna presenta fin dall´inizio aspetti poco chiari e controversi. Con una certa preoccupazione dovremmo interrogarci sulle possibili contraddizioni che potrebbero sorgere tra l´attività della futura diplomazia comunitaria e quella tradizionalmente esercitata dagli Stati membri. Gli Stati perderanno la libertà di determinare la loro politica estera? Pur non trattandosi di una preoccupazione riguardo ad uno scenario imminente, tuttavia vale la pena chiedersi nel medio/lungo termine quali effetti avrà l'istituzione di un simile servizio a livello europeo. Detto chiaramente: se l´idea di base è quella di emulare il modello americano, in cui la politica estera é gestita direttamente ed esclusivamente dal governo federale al di sopra dei 50 Stati, allora sarebbe meglio ricordarsi che il governo di Washington é eletto dai cittadini, e la sua politica estera riceve ogni quattro anni una legittimazione democratica che Commissione e Consiglio dell´UE - e nemmeno il futuro Servizio di Azione Esterna - non hanno. Con il voto contrario alla relazione del collega Brok, esprimo quindi la mia preferenza per una politica estera europea intergovernativa, visto che comunque l´affidamento della PESC al livello comunitario non garantirebbe la sopranazionalità delle scelte prese in un campo così delicato.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) I contribuenti europei potranno esercitare un controllo più rigoroso sul modo in cui il servizio europeo per l’azione esterna spende le risorse finanziarie dell’Unione europea. É ottima cosa che il Parlamento europeo abbia acquisito più ampi poteri di bilancio in questo settore, proprio nel momento in cui il bilancio del servizio verrà sottoposto a controllo da parte del potere legislativo. L’Unione europea impiega attualmente circa 7 000 diplomatici e funzionari della pubblica amministrazione, i quali garantiranno che gli obiettivi dell’Unione abbiano la precedenza sugli obiettivi nazionali o intergovernativi. Tutti i dipendenti del servizio europeo per l’azione esterna risponderanno politicamente al Parlamento europeo, i cui poteri si sono ampliati in seguito all’entrata in vigore del trattato di Lisbona. Il Parlamento ha riportato una vittoria, poiché è riuscito a imporre l’idea che l’operato del servizio europeo per l’azione esterna dovrebbe rivolgersi in larga parte a promuovere i diritti umani e a salvaguardare la pace nel mondo. Ciò dimostra che l’Unione europea sta consapevolmente assumendo l’importantissimo ruolo di esportatore dei diritti umani fondamentali, che purtroppo in questo momento vengono deliberatamente violati in molti paesi del mondo.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sull’organizzazione e il funzionamento del servizio europeo per l’azione esterna. Si tratta di un passo in avanti molto importante per il rafforzamento del ruolo dell’Europa nel mondo e per il coordinamento delle politiche estere dei 27 Stati membri. Nel corso dei negoziati con il Consiglio e la Commissione, il Parlamento europeo ha visto rafforzare la dimensione comunitaria del servizio europeo per l’azione esterna, e tale circostanza ha ampliato il ruolo del Parlamento stesso nelle questioni politiche e di bilancio del nuovo organismo.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro la relazione sul servizio europeo per l’azione esterna, poiché tale organismo vene istituito con procedure del tutto opache ed è dotato di competenze confuse, mentre il Parlamento europeo – unica istituzione eletta dell’Unione – vi ha un ruolo limitatissimo, che riguarda unicamente gli aspetti di bilancio. Ancora, ho votato contro il SEAE poiché esso è concepito quale strumento dell’ulteriore militarizzazione dell’Unione europea ed è pensato anche per azioni militari, persino nei casi di assistenza e intervento umanitari. L’Unione europea non deve legare la sua politica estera – o la sua politica di solidarietà nelle situazioni di crisi – a strutture e meccanismi militarizzati o di azione militare. Essa deve piuttosto ideare politiche e organismi che salvaguardino un ruolo autonomo e pacifico nelle relazioni internazionali, assai lontano dall’opportunistico interventismo militare degli stati Uniti; deve battersi, nel rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, per un mondo di pace e di solidarietà.

 
  
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  Derek Roland Clark (EFD), per iscritto. (EN) Mi sono astenuto nella votazione sull’emendamento n. 80 perché, mentre è senz’altro opportuno consentire ai governi nazionali il diritto di controllare il SEAE, quest’emendamento concede il medesimo diritto anche al Parlamento europeo. Non è accettabile che un organismo europeo controlli il servizio diplomatico di una nazione sovrana; non è certamente questo il compito del Parlamento europeo.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) É stata per me una grandissima soddisfazione votare a favore della relazione Brok. Dopo parecchi mesi di discussioni in seno al Parlamento, oltre che con Consiglio e Commissione, i negoziati si sono finalmente conclusi con una fumata bianca. Mi auguro che ora il servizio europeo per l’azione esterna applichi la Carta europea dei diritti fondamentali, conformemente allo spirito e agli obiettivi del trattato di Lisbona; in tal modo il metodo comunitario avrà la priorità nella politica di sviluppo e nelle modalità di distribuzione degli aiuti esteri dell’Unione europea, mentre gli Stati membri (o più precisamente i ministri degli Esteri di alcuni Stati membri) accetteranno di dedicarsi alla formazione di questo nuovo organismo, oltre che alle nuove competenze e attribuzioni affidate all’Alto rappresentante in seguito all’entrata in vigore del trattato di Lisbona. Mi auguro inoltre che non persistano quegli aspetti che alcuni Stati membri – o i responsabili governativi di tali paesi – considerano un’ingerenza nella propria sfera di competenze nazionale o governativa; auspico infine che il governo portoghese si batta per una rappresentanza che ci conferisca prestigio per la qualità, le competenze, le attribuzioni, e la quota proporzionale di agenti nazionali impiegati. In quanto deputati di questo Parlamento, noi non vogliamo un servizio scaturito dal gioco degli equilibri intergovernativi, bensì un servizio che appartenga all’Unione.

 
  
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  Luigi Ciriaco De Mita (PPE), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, politica estera e politica economica comune sono gli obiettivi necessari del processo d'integrazione europea. Va ricordato che la moneta unica fu scelta anche perché si pensava accelerasse il processo d´integrazione arenatosi a Nizza. Il modo con cui viene organizzato il Servizio europeo di azione esterna rischia di avere più una logica di paralizzante inerzia che l'avvio di un virtuoso processo unificante.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la relazione Brok come emendata. Era essenziale resistere alla proposta di sussumere la politica di sviluppo nel quadro più ampio della nostra politica estera; ci occorre invece un servizio autonomo per lo sviluppo, che risponda a un Commissario autonomo per lo sviluppo e gli aiuti umanitari. Ora, in base a questa relazione, il Commissario per lo sviluppo è responsabile dell’intero ciclo di programmazione, pianificazione e attuazione dello Strumento di cooperazione allo sviluppo (DCI) e del Fondo europeo di sviluppo (FES); dobbiamo far sì che tali operazioni avvengano in conformità dello spirito e della lettera dell’accordo. Alcuni elementi della proposta possono ancora dar luogo a interpretazioni differenti. Gli emendamenti introdotti dal Parlamento europeo rafforzano però l’autorità della Commissione sul bilancio operativo, garantendo di conseguenza la supervisione parlamentare e una chiara linea di responsabilità democratica.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sull’organizzazione e il funzionamento del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), in quanto l’accordo ora concluso rafforza l’identità comunitaria del SEAE, oltre alla sua responsabilità politica e di bilancio di fronte al Parlamento.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Nel novembre del 2006, il Parlamento ha adottato una risoluzione che riconosceva l’importanza strategica delle lingue mondiali europee – inglese, spagnolo, portoghese e francese, per ordine di numero di parlanti – quali veicolo di comunicazione e strumento di solidarietà, cooperazione e investimenti economici. Nel 2008, la Commissione ha riconosciuto che queste lingue rappresentano un ponte di grande importanza tra popoli e paesi di differenti regioni del mondo.

Nel momento in cui si definiscono organizzazione e funzionamento del SEAE, mi sembra essenziale che questo servizio sfrutti fino in fondo la capacità di comunicazione delle lingue mondiali europee che ho menzionato, e le adotti come lingue di lavoro; le norme e le prassi che regoleranno l’uso delle lingue nel servizio riveleranno la portata del suo impegno in termini di comunicazione esterna.

Ciò premesso, non posso che rallegrarmi per l’istituzione del SEAE, e mi auguro che esso produca risultati all’altezza delle aspettative. L’Unione europea ha molto da guadagnare da un SEAE competente ed efficiente, capace di dar voce all’Unione sulla scena mondiale e cooperare attivamente con i servizi diplomatici degli Stati membri.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Scopo della presente decisione è fissare l’organizzazione e il funzionamento del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), organo dell’Unione che opera in autonomia funzionale sotto l’autorità dell’Alto rappresentante, previsto dall’articolo 27, paragrafo 3 del trattato sull’Unione europea (TUE) modificato dal trattato di Lisbona. Anche il Parlamento europeo svolge un ruolo nella politica estera dell’Unione, in particolare con le funzioni di controllo politico previste dall’articolo 14, paragrafo 1 del TUE, così come con le funzioni legislative e di bilancio stabilite dai trattati. Inoltre, a norma dell’articolo 36 del TUE, l’Alto rappresentante consulta regolarmente il Parlamento europeo sui principali aspetti e sulle scelte fondamentali della PESC e provvede affinché le opinioni del Parlamento europeo siano debitamente prese in considerazione. Il SEAE assiste l’Alto rappresentante in tal senso. È opportuno prevedere meccanismi specifici per quanto riguarda l’accesso dei deputati al Parlamento europeo ai documenti e alle informazioni classificate nel settore della PESC. Non avendo obiezioni in merito, ho votato a favore della presente decisione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Abbiamo votato contro questa relazione, che è il frutto dei negoziati condotti tra il Consiglio e la maggioranza del Parlamento su un tema che costituisce uno dei punti cruciali del trattato di Lisbona e una pietra di volta del federalismo nell’Unione europea, ed è provvisto ora di personalità giuridica secondo quanto prevede la Costituzione europea. Occorre osservare che a questo servizio parteciperanno più di 5 000 persone, nelle ambasciate dell’Unione europea in vari paesi del mondo.

Ad aggravare la situazione, notiamo la mancata adozione delle proposte avanzate dal nostro gruppo, in particolare quelle che chiedevano di non far rientrare le strutture militari dell’Unione europea nel servizio europeo per l’azione esterna, e anzi di eliminare qualsiasi collegamento istituzionale tra i due sistemi; lo stesso è avvenuto per i servizi di informazioni dell’Unione.

É particolarmente inquietante che sia stata respinta la proposta con cui chiedevamo al Consiglio di non sviluppare ulteriormente, e anzi di abolire le strutture militari e politico-militari che rientrano nella sua giurisdizione, nonché di togliere i finanziamenti alle attività militari e politico-militari. Il futuro dell’Unione europea e la rotta su cui essa si sta avviando destano perciò grande preoccupazione.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (S&D), per iscritto.(PL) Nove anni fa a Laeken, durante la precedente Presidenza belga, iniziò il lavoro intorno al trattato costituzionale, mirante a rafforzare la politica estera dell’Unione europea rendendola compatta, coerente e visibile sulla scena internazionale. Nonostante numerose complicazioni connesse alla riforma dei trattati dell’Unione europea, oggi il Belgio ha la possibilità di coronare i suoi sforzi varando il servizio europeo per l’azione esterna, proprio nel primo anniversario dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona il 1° dicembre 2009. In quanto deputati di un Parlamento europeo reso più forte dal trattato, noi possiamo contribuire a quest’opera. Dopo parecchi mesi di negoziati fra la delegazione del Parlamento europeo e la baronessa Ashton, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, il SEAE si sta sviluppando nel senso auspicato dal Parlamento. La relazione degli onorevoli Brok e Verhofstadt è un documento importante, che sintetizza tutta la mole del lavoro svolto e merita sostegno. Che cosa esattamente è riuscito a ottenere il Parlamento nelle trattative con l’Alto rappresentante? In primo luogo, un servizio diplomatico dell’Unione europea, non un servizio intergovernativo: ciò significa che il 60 per cento dei posti verrà assegnato dall’Unione stessa. In secondo luogo, la supervisione politica e di bilancio del SEAE da parte del Parlamento: ciò significa la possibilità di sottoporre ad audizione i candidati all’incarico di capodelegazione e di controllare le finanze dell’istituzione, come già facciamo per la Commissione e il Consiglio. In terzo luogo, una distribuzione equilibrata dei posti dal punto di vista della nazionalità e del genere, oltre a una revisione della composizione del servizio nel 2013, per correggere gli eventuali squilibri.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Mi rallegro per l’accordo raggiunto fra le tre istituzioni europee e la baronessa Ashton in merito all’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna. Si tratta di un servizio equilibrato nella sua organizzazione e composizione, che assisterà la baronessa Ashton nella sua funzione di Alto rappresentante dell’Unione europea. Inoltre, esso avrà l’effetto di rafforzare i poteri di controllo politico e di bilancio del Parlamento europeo. Spero vivamente che questo servizio venga utilizzato nel modo più efficace, nell’interesse dell’Unione europea; quest’ultima darà così prova di vera coerenza politica e parlerà con una voce sola sulla scena internazionale. Questa esperienza la renderà più forte, e le sue iniziative ne acquisteranno legittimità ed efficacia.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. (FR) La proposta formulata dalla baronessa Ashton è inaccettabile, poiché comporta la standardizzazione della diplomazia europea sotto la guida della baronessa stessa e della Commissione, nonché la negazione dei poteri degli Stati membri in questo campo. Questa relazione ha il lieve merito di chiedere che tutti gli Stati membri siano rappresentati in seno al personale diplomatico europeo, agli ordini della baronessa Ashton e della Commissione. Ecco a che punto siamo ridotti in quest’Europa: a elemosinare il diritto di stare zitti, ma in proporzioni equilibrate! Voterò contro questo testo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’adozione del trattato di Lisbona ha recato con sé la creazione del servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), che getta le basi di un robusto servizio diplomatico europeo. La creazione del SEAE serve a garantire la coerenza dell’azione esterna europea e della politica estera e di sicurezza comune.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato contro la relazione sul servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), poiché sono convinto che quest’organismo istituzionalizzerà la militarizzazione dell’Unione europea. Con tale voto ho inteso esprimere un giudizio totalmente negativo sul processo negoziale che ha condotto all’istituzione del SEAE, dal momento che i relatori e la baronessa Ashton hanno ceduto alle pressioni esercitate da alcuni Stati membri e hanno completamente scordato le regole della democrazia. Il SEAE si trasformerà in un’istituzione sui generis, operante al di fuori dei fondamentali meccanismi di controllo di qualsiasi sistema democratico. Stimo indispensabile garantire al Parlamento europeo – che è l’unica istituzione comunitaria eletta democraticamente – e ai parlamenti nazionali non solo il controllo di bilancio, ma anche il controllo politico del SEAE. Il mio gruppo è particolarmente preoccupato per l’orientamento sostanzialmente militare del SEAE e per il fatto che la componente civile della politica estera europea rientrerebbe in gran parte nell’ambito della politica europea di sicurezza e difesa: più specificamente, tutti gli aspetti connessi alla cooperazione allo sviluppo e alla risoluzione dei conflitti. Per tali ragioni il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica, in omaggio al proprio impegno nei confronti della pace e della smilitarizzazione dell’Unione europea, non è favorevole alla creazione del SEAE.

 
  
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  Elisabeth Morin-Chartier (PPE), per iscritto. (FR) Dopo gli ardui dibattiti che nelle ultime settimane hanno impegnato le commissioni parlamentari competenti e i vari gruppi politici sul tema del servizio europeo per l’azione esterna, vorrei ringraziare il collega onorevole Brok per il suo forte coinvolgimento in questo problema. Il voto odierno getta le basi di un robusto servizio diplomatico a livello di Unione europea. L’identità comunitaria del servizio ne verrà rafforzata e sarà garantita la responsabilità politica e di bilancio nei confronti del Parlamento europeo. Inoltre, almeno il 60 per cento del personale del nuovo servizio sarà costituito da funzionari dell’Unione europea. Deploriamo però che le audizioni dei rappresentanti speciali per gli affari esteri di fronte al Parlamento europeo rimangano “informali”. Mi auguro che questo nodo venga sciolto nel giro di alcuni anni. Nonostante tutto, il potere di revisione del Parlamento europeo ne esce rafforzato, in particolare per ciò che riguarda le missioni di politica estera e di sicurezza comune (PESC) finanziate con il bilancio comunitario.

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (S&D), per iscritto. (EN) Ho deciso di votare a favore della relazione sul servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), e di sostenere così senza riserve la formazione di un organismo che rappresenta una delle innovazioni fondamentali del trattato di Lisbona e una decisione di portata storica per il futuro d’Europa. A soli sette mesi di distanza dall’entrata in vigore del nuovo trattato, siamo riusciti insieme a raggiungere un consenso che garantisce la responsabilità politica e di bilancio del nuovo servizio nei confronti del Parlamento europeo. Tale ruolo di supervisione assicurerà un controllo veramente democratico del servizio, punto che ai miei occhi assume importanza fondamentale.

Questa relazione garantirà equilibrio geografico, oltre che maggiore coerenza tra i diversi aspetti del SEAE. Non si tratta di duplicare i servizi diplomatici all’interno dell’Unione europea, ma piuttosto di rafforzare i servizi diplomatici dell’Unione europea. Tale accordo è una chiara testimonianza dell’impegno con cui l’Unione cerca di raccogliere le forze per promuovere i propri valori in maniera più efficace, ed esercitare così un’influenza concreta nell’arena internazionale. É un’opportunità per l’Unione europea ma anche per gli Stati membri.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. È evidente l’importanza di un tempestivo coordinamento dei diversi ambiti della politica estera dell’Unione europea da parte della Commissione. A tal proposito l’istituzione del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) sotto l’egida dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione (AR/VP) può rendere più efficace l’azione esterna dell’Unione europea sulla scena mondiale, soprattutto al fine di evitare incongruenze e la duplicazione degli sforzi e garantire una coerenza a lungo termine nella promozione dei valori fondamentali e degli interessi strategici dell’Unione europea all’estero.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Come membro della commissione per gli affari costituzionali, in seno alla quale il servizio europeo per l’azione esterna è stato ampiamente discusso e dove ho potuto manifestare il mio punto di vista, e inoltre come membro del gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano), sostengo la presente relazione ed esprimo voto favorevole. Il Parlamento europeo ha presentato una posizione unitaria tra i gruppi politici, che avevano l’interesse comune di sfruttare fino in fondo le nuove competenze che il trattato di Lisbona assegna, in particolare alla nostra Assemblea, per il controllo politico e finanziario del SEAE. Ribadisco la preoccupazione che nutrivo sin dall’inizio e che ho ripetutamente manifestato, anche tramite proposte di emendamento ai progetti di relazione: in sintesi, l’esigenza di garantire l’equilibrio geopolitico del SEAE che sta per fare il suo esordio. Sottolineo che l’Alto rappresentante si è impegnata a formare una squadra basata sull’equilibrio geografico, che annoveri rappresentanti di tutti i 27 Stati membri, eliminando qualsiasi tipo di discriminazione e, all’opposto, promuovendo la parità.

 
  
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  Bernhard Rapkay (S&D), per iscritto. (DE) In qualità di relatore della commissione giuridica per il servizio europeo per l’azione esterna, desidero rilevare che – anche a causa degli emendamenti che essa apporta all’articolo 6 della proposta dell’Alto rappresentante – la relazione approvata oggi non ha assolutamente alcun effetto vincolante, né su di me come relatore, né sull’intero Parlamento europeo, per quanto riguarda le discussioni sull’adattamento del regolamento del personale; alludo in particolare alle note a piè di pagina adottate nel testo odierno. Una relazione concernente una proposta legislativa su cui il Parlamento europeo è stato unicamente consultato non può avere alcun effetto vincolante su settori in cui il Parlamento europeo, in virtù di una differente base giuridica, gode del potere di codecisione.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il voto favorevole del Parlamento spalanca la strada a una politica estera europea più coerente ed efficace, e più corrispondente alle aspettative dei cittadini. Sarebbe però stato possibile costruire un servizio migliore.

Ci rammarichiamo che la baronessa Ashton, la Commissione e alcuni governi nazionali non abbiano avuto il coraggio di scegliere una soluzione più ambiziosa. Sosteniamo il compromesso perché il Parlamento è riuscito a migliorare sensibilmente l’originale proposta della baronessa Ashton: ricordiamo per esempio la robusta struttura in materia di diritti umani, le salvaguardie per la politica di sviluppo e contro la rinazionalizzazione delle politiche comunitarie, il controllo democratico rafforzato, la maggior trasparenza del bilancio degli affari esteri e infine l’equilibrio di genere nelle assunzioni.

L’accordo non è però privo di punti deboli, tra cui la definizione poco chiara delle strutture di gestione delle crisi, l’assenza della carica di vice Alto rappresentante permanente e la portata limitata dei servizi consolari offerti dal SEAE. Ora molto dipenderà dalle modalità di applicazione del compromesso: la palla ritorna perciò nel campo della baronessa Ashton, degli Stati membri e della Commissione. Essi devono collaborare, creare un esprit de corps comune e superare le divisioni cagionate dalla concorrenza.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Come sempre, è difficile conciliare ed equilibrare interessi e posizioni che sono svariati e differenti. In ogni caso, nel tiro alla fune cui assistiamo attualmente non possiamo e non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo di fondo, ossia l’attuazione di una politica esterna dell’Unione europea efficiente e coerente. Occorre ancora chiarire gli aspetti seguenti: • Personale – quali e quanti funzionari? • Parità – il personale va selezionato sulla base dei principi della parità di genere. • Di quali poteri godrà il SEAE? • La supervisione del bilancio deve spettare al Parlamento europeo. • Un aspetto molto importante per i contribuenti: qual è il livello dei costi? Tali costi devono comunque rimanere entro limiti ragionevoli e comprensibili. A questo proposito, dobbiamo ricorrere a sinergie per ottenere il massimo della qualità e realizzare risparmi sui costi.

 
  
  

Proposta di risoluzione: Kosovo (B7-0409/2010)

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La delegazione del partito comunista greco al Parlamento europeo ha votato contro questa proposta di risoluzione, che mira a consolidare l’illegale secessione del Kosovo, imposta con la forza delle armi dalla NATO, e con la costrizione dall’Unione europea e da altre forze imperialistiche. La risoluzione esonera la NATO dalle responsabilità della guerra e dello smembramento della Serbia, e sostiene invece sia la presenza a lungo termine di truppe e basi della NATO nel Kosovo e nel resto della regione, sia gli interventi di unificazione europeistica attuati con il dispiegamento delle forze di EULEX. Questa risoluzione cerca di anticipare la sentenza della Corte internazionale dell’Aia sulla legalità della secessione del Kosovo. La politica imperialistica dell’Unione europea, che fa da sfondo alla risoluzione, esaspera i problemi dei lavoratori kosovari, lo sfruttamento, la corruzione, la criminalità, l’intensità della ristrutturazione capitalistica, e non lascia loro altra scelta che la migrazione. Tale politica, per di più, aggrava l’instabilità della regione e inasprisce l’oppressione che grava sui serbi e in genere sugli abitanti del Kosovo, nonché i problemi innescati dalla presenza di EULEX e della NATO.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) Il Kosovo fa parte di una zona geografica delicatissima, sulla quale l’Unione europea deve vigilare con costante attenzione. Sottolineo in primo luogo la deplorevole mancanza di coesione che regna nell’Unione europea in merito alla linea politica da adottare nei confronti di questo paese, denunciata del resto dalla risoluzione stessa. In effetti cinque Stati membri dell’Unione europea devono ancora riconoscere l’indipendenza del Kosovo, richiesta peraltro nel 2008. Dobbiamo quindi – non solo ai fini della coesione interna dell’Unione europea, ma anche per la nostra credibilità agli occhi del resto del mondo – assumere una posizione politica comune, soprattutto su questioni fondamentali come la concessione dei visti. A mio parere, poi, il processo di integrazione europea di tutti i paesi di questa regione riveste estrema importanza per la stabilizzazione regionale, e tale stabilizzazione è a sua volta nell’interesse complessivo della nostra comunità. Per quanto riguarda il Kosovo, la prospettiva dell’adesione all’Unione europea rappresenta un potente incentivo per l’attuazione delle riforme necessarie, in particolare quelle concernenti i diritti umani, che sono già state avviate e che dobbiamo ulteriormente incoraggiare. Sostengo senza riserve questa risoluzione, che affronta problemi così importanti.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho votato contro la proposta di risoluzione sulle prospettive di integrazione europea del Kosovo, poiché essa considera e tratta quella regione come uno Stato indipendente. Essa non rispetta la risoluzione 1244/99 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e invita addirittura i cinque Stati membri dell’Unione europea (tra cui la Grecia) che non lo hanno ancora fatto, a riconoscere l’indipendenza del Kosovo, dichiarata unilateralmente; li invita, in altre parole, a violare la risoluzione dell’ONU. Di conseguenza, questa risoluzione non contribuisce né a risolvere il problema né a consolidare la stabilità e la pace nella regione; anzi, essa chiede perfino un rafforzamento della presenza di EULEX nel Kosovo.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato contro questa risoluzione. La risoluzione stessa, l’analisi della situazione e la direzione che viene suggerita dimostrano quanto fossero nel giusto gli oppositori della secessione del Kosovo.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Il Kosovo non ha ancora ricevuto il riconoscimento unanime di tutti gli Stati membri. La cautela con cui alcuni considerano questo nuovo paese dipende certo da motivazioni politiche e strategiche, ma anche da ragioni di natura più pratica: soprattutto dall’inquietante diffusione, in quel territorio, della corruzione e della criminalità organizzata, per cui il Kosovo non può credibilmente affermare di aver instaurato lo stato di diritto.

Come altri Stati della regione balcanica, anche il Kosovo farebbe bene a presentare le prove di essersi avviato irreversibilmente verso l’adozione di politiche e riforme che da un lato ne confermerebbero la scelta europea, e dall’altro ne rafforzerebbero l’organismo politico, gettando le basi del processo con cui i cittadini potrebbero abbracciare la democrazia e rifiutare la violenza – in particolare la violenza etnica – come metodo per la risoluzione dei conflitti. Il Kosovo deve ancora compiere un lungo cammino.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La presente risoluzione prende atto della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008, che è stata riconosciuta da 69 paesi, e incoraggia gli Stati membri a rafforzare il loro approccio comune nei confronti del Kosovo con l’obiettivo della sua adesione all’Unione europea. A mio parere, nonostante il pesantissimo retaggio del conflitto armato, la prospettiva dell’adesione all’Unione rappresenta un potente incentivo per l’attuazione delle riforme necessarie in Kosovo; esorto quindi a prendere misure concrete che rendano tale prospettiva più tangibile per i cittadini grazie all’applicazione dei diritti umani e al rafforzamento dello stato di diritto.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Il semplice fatto che vari Stati membri dell’Unione europea non abbiano ancora riconosciuto l’indipendenza del Kosovo basta a dimostrare che il contenuto di questa risoluzione è inaccettabile. Purtroppo, ancora una volta la maggioranza del nostro Parlamento offre una copertura ad azioni illegali dal punto di vista del diritto internazionale. Come si afferma nell’emendamento presentato dal gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica e respinto dalla maggioranza, la ripresa del dialogo e dei negoziati in conformità del diritto internazionale è l’unico metodo suscettibile di portare a quella regione stabilità e pace duratura.

 
  
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  Lorenzo Fontana (EFD), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la relazione dell'on. Lunacek pone in rilievo i limitati progressi ottenuti dal paese e ritengo che i problemi evidenziati rendano ancora meno plausibile il suo ingresso nell'UE, che in questo modo accentuerebbe il carattere eterogeneo che le ultime adesioni stanno contribuendo a plasmare. Analogamente a quanto ho sostenuto in merito alla questione dell'integrazione dell'Albania nell'UE, ritengo che ci troviamo a un bivio: l'Europa deve scegliere se limitarsi a divenire un'entità basata su meri criteri geografici o se ambisce a divenire più organica, coerente e composta da Stati che, nella loro diversità, riescano comunque a palesare caratteristiche comuni e coerenti con l'ideale europeo. Il nodo del mancato riconoscimento della sovranità del paese da parte di cinque Stati Membri rimane un ostacolo che rende, al momento, paradossale l'adesione del Kosovo all'Europa. Per questi motivi, ritengo di non appoggiare la relazione dell'on. Lunacek.

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), per iscritto. (CS) L’autrice del progetto di risoluzione sul processo di integrazione europea del Kosovo chiaramente non vive nel mondo reale e non comprende che il Kosovo non è un membro riconosciuto della comunità internazionale. Il tentativo di sostituire alle pressioni un miglioramento della situazione economica interna, di garantire la coesistenza fra gli abitanti originari, ossia serbi, gorani, rom e altri gruppi etnici attuali, e la maggioranza albanese, di impedire i soprusi nei confronti delle minoranze e affrontare con durezza i clan che smerciano droga in tutta Europa: ecco i problemi fondamentali la cui soluzione può contribuire a migliorare la situazione della zona e a irrobustire la cooperazione transfrontaliera. Non è ancora possibile riprendere il censimento dei cittadini, e il paese dipende ancora totalmente dagli aiuti economici stranieri. Manca la volontà politica di garantire elezioni regolari almeno a livello locale, insieme alle condizioni per il funzionamento delle autorità locali. In questa regione la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata rimane un concetto puramente formale, e lo stesso si può dire del decentramento e della riforma della pubblica amministrazione: tutto questo, perciò, non ha ancora concretamente inciso sulla situazione del paese. La corruzione rampante e diffusissima e il contrabbando di armi e droga fomentano disordini nella regione. É singolare poi constatare che la valuta di questo territorio è l’euro, soprattutto in quanto i requisiti fondamentali per l’utilizzo della moneta unica europea non sono neanche lontanamente soddisfatti. Chiaramente, il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica non può approvare questo progetto di risoluzione .

 
  
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  Marian-Jean Marinescu (PPE), per iscritto. (RO) All’inizio di questa settimana ho appreso con sgomento che un individuo aveva sparato quattro colpi d’arma da fuoco contro un deputato serbo nel parlamento del Kosovo. Quest’attentato ha avuto luogo quattro giorni dopo l’esplosione che ha funestato una manifestazione serba a Mitrovica. L’Unione europea deve essenzialmente affrontare il processo di costruzione della democrazia e di consolidamento della stabilità nel Kosovo. Per questo motivo, la proposta di risoluzione avrebbe dovuto riflettere in primo luogo le realtà di quella provincia, come l’annosa questione della riforma della giustizia e le difficoltà incontrate dalle missioni europee nei loro rapporti con le autorità locali a Pristina. La cooperazione regionale tra i paesi dei Balcani occidentali è un fattore essenziale per il loro sviluppo economico, ma più ancora per il reciproco rispetto e per il rispetto dello stato di diritto. In particolare, la cooperazione tra Belgrado e Pristina, soprattutto a livello locale, è di fondamentale importanza per i cittadini, soprattutto nei settori più duramente colpiti come l’ambiente, le infrastrutture e il commercio. Ultimo ma non meno importante punto, per quanto riguarda il riconoscimento dello status del Kosovo la risoluzione in discussione avrebbe dovuto ammettere chiaramente che essa non riflette la posizione di tutti gli Stati membri.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Cinque Stati membri dell’Unione europea, tra cui la Francia, non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Di conseguenza, oggi è inaccettabile presentare una relazione che propugni l’integrazione del Kosovo nell’Unione europea. Infine, ho troppo rispetto per gli abitanti di quella provincia per costringerli ad applicare i criteri di Copenaghen, mentre già subiscono le conseguenze dei recenti conflitti. Voterò contro questo testo inaccettabile e provocatorio.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La stabilità regionale e l’integrazione dei paesi dei Balcani occidentali nell’Unione europea hanno sempre costituito una delle priorità dell’Unione stessa. In questo arduo processo alcuni paesi di quella regione si sono avvicinati all’UE più rapidamente di altri: penso alla Serbia, all’ex Repubblica iugoslava di Macedonia e al Montenegro. Per svariate ragioni, il medesimo processo si è rivelato più lento nel Kosovo, i cui cittadini non possono ancora viaggiare nell’Unione europea senza visto. É urgente superare questa situazione, ma l’esito degli sforzi in tal senso dipende esclusivamente dal Kosovo, che dovrà attuare le riforme necessarie allo scopo.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato contro la risoluzione sul Kosovo, perché essa incoraggia i cinque Stati membri che non lo hanno ancora fatto a riconoscere l’indipendenza, dichiarata unilateralmente, del Kosovo. Il gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica si è sempre opposto alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, che costituisce un atto contrario al diritto internazionale. Noi manteniamo viceversa il nostro impegno per una ripresa del dialogo con modalità soddisfacenti per entrambe le parti, sulla base della risoluzione 1244/99 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, conformemente al diritto internazionale, come unico metodo possibile per dare pace e stabilità alla regione.

 
  
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  Francisco José Millán Mon e José Ignacio Salafranca Sánchez-Neyra (PPE), per iscritto. – (ES) A nome della delegazione spagnola del gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano) desideriamo precisare il ragionamento che ha motivato il nostro voto sulla risoluzione concernente il processo di integrazione europea del Kosovo: tale risoluzione tratta il Kosovo come se esso fosse uno Stato indipendente in condizioni del tutto normali, trascurando il fatto che lo status di questo territorio è sempre assai controverso agli occhi della comunità internazionale – si attende un parere provvisorio della Corte internazionale di giustizia – e che cinque Stati membri dell’Unione europea, tra cui la Spagna, non hanno riconosciuto il Kosovo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il Parlamento europeo ha inviato oggi un chiaro segnale: il futuro del Kosovo indipendente sta nell’integrazione nell’Unione europea. Si tratta di un segnale di incoraggiamento sia per il governo, sia per i cittadini del Kosovo; inoltre, costituisce una chiara richiesta di riconoscere il Kosovo, rivolta ai cinque Stati membri che non lo hanno ancora fatto, per rendere più efficace la nostra azione di sostegno. Il nostro Parlamento ha respinto a forte maggioranza la proposta di discutere ulteriormente la questione dello status del Kosovo, in considerazione del fatto che un parere della Corte internazionale di giustizia è atteso per luglio. Con questa risoluzione, il Parlamento si schiera a favore dell’avvio, il più rapido possibile, dei colloqui sulla liberalizzazione dei visti. Non si deve più negare ai cittadini del Kosovo quella libertà di viaggiare che l’Unione europea concederà probabilmente entro la fine dell’anno agli altri Stati della regione. La mia risoluzione chiede di applicare urgentemente questa misura indispensabile per strappare i kosovari dal loro isolamento regionale e internazionale.

 
  
  

Proposta di risoluzione: Albania (B7-0408/2010)

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Il partito comunista greco ha votato contro questa proposta di risoluzione in quanto è contrario all’adesione dell’Albania all’Unione europea, per gli stessi motivi che lo inducono a opporsi all’adesione e alla permanenza della Grecia in quest’organismo imperialistico internazionale. L’adesione andrà a vantaggio del capitale albanese e di quello mirante all’unificazione europea, soprattutto nei settori energetico, minerario e dei trasporti, nonché dei piani di aggressione imperialistica dell’Unione europea e della NATO; danneggerà invece i lavoratori, i contadini poveri e le piccole e medie imprese.

La proposta di risoluzione invita a promuovere e intensificare il pacchetto di ristrutturazioni capitalistiche imposto, con la complicità dell’Unione europea, dallo spregevole sistema politico antipopolare guidato dai partiti borghesi del paese. Quest’azione antipopolare, che negli anni Novanta ha condotto a sollevazioni di massa, produce privatizzazioni, disoccupazione di massa, migrazione, spopolamento delle campagne, intensificazione dello sfruttamento, criminalità e corruzione. Cerca di attuare un intervento aperto e senza precedenti negli affari interni del paese e nel sistema di opposizione politica, e invoca una regolamentazione antidemocratica dell’attività dei partiti politici e del parlamento. La politica con cui l’Unione europea e le forze borghesi in Albania cercano di affrettare l’adesione aggrava i problemi di sviluppo del paese, la situazione dei lavoratori, la fuga di capitali e i flussi migratori, e comporta per di più rischi enormi per l’intera regione.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) Votando a favore di questa proposta di risoluzione sul processo di adesione dell’Albania all’Unione europea, ho inteso approvarne i due principi di fondo. Da un lato sostengo l’idea di adesione a lungo termine di questo paese, giustificata in particolare dai grandi sforzi e dai cospicui progressi già compiuti. In effetti, si sono adottate misure concrete per combattere la corruzione e per rafforzare il quadro democratico dell’Albania. Dall’altro occorre fare ancora molta strada per consolidare la democrazia o semplicemente avviare lo sviluppo sostenibile del paese. La crisi politica vissuta dall’Albania dopo le elezioni legislative del giugno 2009 ci ha dimostrato che questo paese può ancora cadere in balia di gravi difficoltà; proprio per questo avrà bisogno di tutto il nostro aiuto.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. Questa relazione é la dimostrazione di che cosa possa produrre l´europropaganda quando vuole ignorare gli errori del passato; certo il lavoro del collega Chountis sottolinea i problemi interni dell´Albania, ma al tempo stesso sembra quasi dirci che siamo obbligati ad accogliere nell´Unione gli Stati balcanici, come se ciò fosse scritto nel libro del destino e nessuno potesse opporsi al suo dispiegarsi. Non sono affatto d´accordo: l´Albania ha oggi problemi evidentissimi di stabilitá politica interna, ed un livello di corruzione altissimo. Il suo ingresso porrebbe problemi ulteriori, oltre a quelli cui l´Unione giá ha dovuto e deve far fronte ancor oggi in seguito ad un allargamento consistente che ha quasi raddoppiato il numero degli Stati Membri. Non c´è ragione, se non la fame di potere e centralismo delle burocrazie comunitarie, per proseguire la strada verso l´adesione dell´Albania all´UE; considerando l´attuale situazione interna della Repubblica balcanica, non vedo quale contributo potrebbe portare il suo ingresso alla causa dell´integrazione europea.

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa risoluzione, poiché sono convinto che l’Albania debba procedere nel cammino verso la possibile adesione all’Unione europea. L’Unione, da parte sua, deve perseverare nella strategia di allargamento in maniera graduale e rigorosa; deve inoltre fungere da propulsore per l’attuazione di importanti riforme nei paesi candidati, o potenziali candidati, all’adesione all’Unione stessa. Tutti sanno però che la strada per l’ingresso nell’Unione è irta di difficoltà. Le condizioni che regolano l’adesione all’UE sono chiare e ben note, e non sempre facili da soddisfare; nel caso dell’Albania, come questa relazione eloquentemente dimostra, il cammino da percorrere è ancora lungo. In primo luogo, il paese deve ancora soddisfare i criteri di Copenaghen, che comprendono pure il processo di stabilizzazione delle istituzioni democratiche; a questo proposito, desidero da un lato sottolineare e sostenere gli sforzi compiuti dal Primo ministro Sali Berisha per individuare una soluzione adeguata all’attuale crisi politica, e dall’altro deplorare il disgustoso atteggiamento dell’opposizione socialista. Il ritmo a cui ciascun paese avanza lungo la strada che conduce all’ingresso nell’Unione europea dipende quindi dallo stesso paese candidato (o potenziale candidato). Mi auguro che l’Albania proceda in questo cammino con decisione e senza tentennamenti.

 
  
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  Bairbre de Brún (GUE/NGL), per iscritto. – (GA) Anche se ho votato a favore di questa relazione, ritengo che spetti ai cittadini albanesi decidere se il loro paese deve entrare a far parte dell’Unione europea.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Nel panorama di instabilità della regione dei Balcani occidentali, l’Albania non costituisce certo un’eccezione; quel paese attraversa anzi una crisi che minaccia di mettere a repentaglio le riforme già avviate, miranti in larga misura a intensificare l’avvicinamento all’Unione europea. Per chi ricordi i giorni della dittatura di Enver Hoxha, non è sorprendente che l’Albania offra ben poche garanzie di poter continuare sulla strada intrapresa e di portare lo sviluppo, il rispetto per lo stato di diritto e le libertà individuali a livelli accettabili rispetto agli standard europei. L’ingresso del paese nella NATO è stato forse un passo importante, ma non basta ancora a convincere l’Unione europea che l’Albania sia un credibile candidato all’adesione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Benché la risoluzione riconosca i progressi compiuti dall’Albania nel processo di riforma, essa insiste sulla necessità di compiere ulteriori, significativi sforzi per consolidare la democrazia e lo stato di diritto e garantire al paese uno sviluppo economico sostenibile. Sono convinto che la prospettiva di integrazione nell’Unione europea darà impulso all’avvio di varie riforme nei Balcani occidentali e avrà un ruolo costruttivo nel rafforzamento della capacità di pace, stabilità e prevenzione dei conflitti della regione, favorendo le relazioni di buon vicinato e affrontando le necessità economiche e sociali attraverso lo sviluppo sostenibile. D’altra parte, i progressi di ciascun paese verso l’adesione all’Unione europea dipendono dagli sforzi messi in atto per soddisfare i criteri di Copenaghen e per ottemperare alle condizioni previste dal processo di stabilizzazione e associazione; mi auguro che l’Albania riesca a raggiungere questi obiettivi senza difficoltà.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Ho votato contro questo testo per un senso di amicizia nei confronti del popolo albanese. Come possiamo volere il loro ingresso in un’Unione europea che persegue gli interessi delle élite finanziarie, senza badare ad alcun’altra considerazione? Fino a quando l’Unione europea continuerà a propugnare la concorrenza tra i popoli e la difesa degli interessi dei privilegiati, non sarà concepibile alcun allargamento. Per di più, l’Albania postcomunista ha dimostrato scarsa capacità di combattere la criminalità organizzata, che spadroneggia indisturbata in quel paese. Ho votato contro il testo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La stabilità regionale e l’integrazione dei paesi dei Balcani occidentali nell’Unione europea hanno sempre costituito una delle priorità dell’Unione stessa. La prospettiva dell’integrazione nell’UE spinge quindi i paesi di quella regione a compiere sforzi supplementari per attuare le riforme indispensabili a raggiungere gli obiettivi che consentiranno a tali paesi di conquistarsi la piena adesione all’Unione europea. Vanno sottolineati gli sforzi profusi da questi paesi per favorire pace, stabilità e prevenzione dei conflitti nella regione, oltre che per consolidare le relazioni di buon vicinato. L’Albania si trova ormai in una fase avanzata del processo di integrazione, e ha già risposto al questionario della Commissione per l’elaborazione del parere sulla domanda di adesione del paese all’Unione europea.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa risoluzione sull’Albania, che ribadisce il sostegno del Parlamento alle prospettive europee di quel paese, non appena esso avrà raggiunto un certo livello di stabilità politica e di affidabilità e avrà pienamente soddisfatto i criteri di Copenaghen. La risoluzione mette in luce i passi in avanti compiuti nel processo riformatore, ma sottolinea l’esigenza di mettere in atto ulteriori sforzi sostanziali, necessari sia per consolidare la democrazia e lo stato di diritto che per garantire uno sviluppo sostenibile del paese. Il testo plaude all’adozione della proposta sulla liberalizzazione dei visti e invita a introdurre l’esenzione dal visto per i cittadini albanesi entro la fine del 2010; sottolinea poi l’importanza della separazione dei poteri e del rispetto per l’indipendenza dell’apparato giudiziario, esortando a compiere progressi particolari su questo punto. I problemi della corruzione, della criminalità organizzata e del traffico di esseri umani costituiscono, nel paese, gli aspetti più preoccupanti su cui la risoluzione prende posizione. La relazione tocca poi i temi dei diritti delle minoranze, dei rom, dei diritti sindacali e della situazione sociale, dei diritti delle donne e delle consultazioni del governo con la società civile in merito ai progetti di legge e di riforma in corso. Incoraggia infine lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia rinnovabile, dei trasporti pubblici e della legislazione ambientale.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Mi rallegro per l’adozione di questa risoluzione, soprattutto in quanto essa si compiace dei progressi conseguiti nell’ambito del sistema giudiziario, ma sottolinea che l’attuazione delle riforme è tuttora in una fase iniziale; ritiene che la riforma del sistema giudiziario, compresa l’esecuzione delle sentenze, costituisca una condizione preliminare fondamentale per il processo di adesione dell’Albania all’Unione europea e sottolinea l’importanza della separazione dei poteri in una società democratica; sottolinea che un apparato giudiziario trasparente, imparziale ed efficiente, indipendente da qualsiasi pressione o controllo politico o di altro tipo è fondamentale per lo stato di diritto e chiede l’adozione urgente di una strategia globale a lungo termine in tale ambito, che comprenda una tabella di marcia per l’adozione della legislazione e delle misure di attuazione necessarie; invita l’opposizione a partecipare alla sua elaborazione e a dare il pieno sostegno alla riforma giudiziaria; sottolinea inoltre la necessità di dotare l’apparato giudiziario di risorse finanziarie sufficienti per consentirgli di svolgere efficacemente la propria attività in tutto il paese; attende quindi con interesse nuove iniziative di assistenza da parte della Commissione europea e accoglie con favore, a tale riguardo, la recente inaugurazione del tribunale per i reati gravi a Tirana.

 
  
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  Søren Bo Søndergaard (GUE/NGL), per iscritto. (DA) Ho votato a favore della risoluzione, perché essa contiene una serie di giuste richieste relative a miglioramenti da effettuare in Albania. Il mio “sì” non va però in alcun modo interpretato come un invito, diretto o indiretto, al popolo albanese ad aderire all’Unione europea; su questo punto la scelta spetta esclusivamente agli stessi cittadini albanesi.

 
  
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  Eva-Britt Svensson (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Anche se ho votato a favore di questa relazione, sono fermamente convinta che spetti ai cittadini albanesi decidere in merito all’eventuale adesione del loro paese all’Unione europea.

 
  
  

Proposte di risoluzione: Kosovo (B7-0409/2010) e Albania (B7-0408/2010)

 
  
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  Justas Vincas Paleckis (S&D), per iscritto. (LT) Sia l’Albania che il Kosovo hanno compiuto dei progressi nell’attuazione delle riforme democratiche miranti a consolidare lo stato di diritto e a garantire lo sviluppo sostenibile del rispettivo paese. Dobbiamo però continuare a batterci per la realizzazione di tali obiettivi, soprattutto per quanto riguarda la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, il rafforzamento della capacità amministrativa delle istituzioni statali e il consolidamento dello stato di diritto. In Albania la tensione politica innescata dai risultati delle elezioni parlamentari si protrae da oltre un anno, e ostacola gli sforzi del paese per l’adesione all’Unione europea. Le forze politiche albanesi devono avviare un dialogo costruttivo per giungere a un accordo sui risultati e su una legge elettorale che garantisca un nuovo processo elettorale del tutto trasparente. Ho votato a favore delle risoluzioni anche perché esse invitano gli Stati membri dell’Unione europea a individuare nuovi metodi di interazione con questi paesi balcanici. Una di tali misure è la promozione dei contatti interpersonali, grazie a scambi accademici fra allievi, studenti e scienziati.

 
  
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  Ernst Strasser (PPE), per iscritto. (DE) Vorremmo formulare le seguenti osservazioni sul tema della liberalizzazione dei visti, trattato in questa risoluzione: in linea di principio siamo favorevoli all’esenzione dal visto per i paesi dei Balcani occidentali, ma il prerequisito di tale esenzione dev’essere il pieno soddisfacimento di tutte le condizioni previste.

 
  
  

Proposta di risoluzione: Situazione in Kirghizistan (B7-0419/2010)

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della proposta di risoluzione comune presentata da vari gruppi politici. Tale risoluzione conferma la necessità di sbloccare un importo superiore a quello già versato al Kirghizistan, con lo specifico obiettivo di rispondere all’appello urgente lanciato dalle Nazioni Unite, con il quale ci si propone di raccogliere i 71 milioni di dollari indispensabili per gli aiuti di emergenza. Inoltre, ritengo necessario offrire a questo paese non soltanto aiuti di emergenza, ma anche gli strumenti essenziali per stabilizzare la situazione e scongiurare il ripetersi di simili eventi. É perciò di fondamentale importanza introdurre tali strumenti per ristabilire la sicurezza in Kirghizistan.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Nonostante i successi ottenuti ufficialmente a livello politico, il Kirghizistan è ancora interessato da instabilità e conflitti, e niente fa pensare che la situazione possa stabilizzarsi nel breve periodo. Il paese, che ha ottenuto l’indipendenza dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, si è mostrato incapace di adottare standard migliori in relazione ai diritti umani e al rispetto delle libertà individuali.

Ritengo che l’Unione europea possa svolgere un ruolo di stabilizzazione nella sua veste di mediatore e, in una situazione effettiva di post-conflitto, dovrà contribuire attivamente all’arduo compito di pacificazione e democratizzazione in un paese che annovera tra i suoi vicini la Russia e la Cina.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Questa risoluzione esprime profonda preoccupazione per i tragici e violenti scontri recentemente scoppiati nel Kirghizistan meridionale e porge le condoglianze alle famiglie delle vittime. Ricordo l’appello della risoluzione a fare ogni sforzo per garantire il ritorno alla normalità e mettere in atto le condizioni necessarie affinché i rifugiati e gli sfollati interni possano volontariamente ritornare alle loro case in sicurezza e dignità. La risoluzione chiede inoltre alla Commissione di aumentare l’assistenza umanitaria in collaborazione con le organizzazioni internazionali e di avviare programmi per la ricostruzione a breve e medio termine delle abitazioni distrutte e per la sostituzione dei beni perduti, nonché progetti di risanamento, in collaborazione con le autorità kirghise e con altri donatori, per creare condizioni favorevoli al rimpatrio dei rifugiati e al ritorno degli sfollati interni.

 
  
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  Bogdan Kazimierz Marcinkiewicz (PPE), per iscritto.(PL) In relazione alle violenze e agli scontri scoppiati l’11 giugno nel Kirghizistan meridionale e in particolare nelle città di Osh e Jalal-Abad, durante i quali circa 300 persone hanno perso la vita e più di 2 000 sono rimaste ferite, credo che il Parlamento europeo, custode della democrazia, della legge, dell’ordine e del rispetto per i diritti umani, debba reagire con decisione a tali eventi, cercando di scongiurare i processi di destabilizzazione osservati in Kirghizistan. Vorrei quindi esprimere la mia solidarietà e il mio sostegno alla nazione kirghisa appoggiando questa risoluzione e votando a favore della sua approvazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) I violenti scontri recentemente scoppiati nelle città del Kirghizistan meridionale, Osh e Jalal-Abad, suscitano in me profonda preoccupazione. Quindi, in considerazione degli impegni assunti dall’Unione europea a favore di questa regione, in particolare attraverso la sua strategia per l’Asia centrale, dobbiamo assumere un ruolo di maggior rilievo nel sostenere il paese. Data la gravità della situazione, è necessario aumentare sensibilmente gli aiuti umanitari forniti dall’Unione europea, stanziandoli a favore di tutti coloro che sono stati colpiti da questi gravi conflitti.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Sono favorevole a questa risoluzione, soprattutto perché chiede un sostanziale aumento degli aiuti umanitari dell’Unione europea a favore delle persone colpite dalle recenti violenze che hanno insanguinato il Kirghizistan meridionale; essa sostiene inoltre un ampio uso dello strumento di stabilità, e ribadisce con noi la necessità di un nuovo livello di impegno dell’Unione nel Kirghizistan meridionale anche nel lungo periodo. La risoluzione ribadisce l’invito già rivolto dal Parlamento alla Commissione per l’elaborazione di proposte relative alla riassegnazione dei fondi dello strumento di cooperazione allo sviluppo, così da assicurare che la risposta dell’UE alla nuova situazione in Kirghizistan abbia una portata sufficiente; e afferma che nella politica dell’Unione sull’Asia centrale è necessario dare la priorità alla sicurezza umanitaria.

 
  
  

Proposta di risoluzione: AIDS/HIV in vista della XVIII conferenza internazionale sull'AIDS (18-23 luglio 2010 a Vienna) (RC-B7-0412/2010)

 
  
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  John Attard-Montalto, Louis Grech e Edward Scicluna (S&D), per iscritto. (EN) La delegazione laburista maltese ha votato a favore della proposta di risoluzione comune sulla risposta dell’Unione europea all’HIV/AIDS, soprattutto dal momento che essa affronta le tematiche fondamentali e le priorità di un problema globale e tragico che ha investito la vita di molte persone; si tratta principalmente delle donne e dei bambini di regioni povere come l’Africa subsahariana, dove 22,4 milioni di persone sono affette da HIV/AIDS. Benché in apparenza la risoluzione non approvi esplicitamente l’aborto, la mia delegazione non sostiene le parti che potrebbero essere interpretate come una giustificazione dell’aborto.

 
  
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  Carlo Casini (PPE), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, si verifica ancora una volta l'incresciosa situazione in cui, nel discutere di un problema reale e grave (in questo caso la lotta contro l'HIV) si introducono argomenti che, proponendo soluzioni inique riguardo al diritto alla vita, impediscono il voto favorevole. L'uso del linguaggio "salute sessuale e riproduttiva" è divenuto ormai il modo per convincere i parlamenti a promuovere l´aborto. Non possiamo lasciarci ingannare.

Tutti, io per primo, dobbiamo promuovere la salute sessuale e riproduttiva, ma quando le parole indicano una diversa e addirittura opposta realtà (l'uccisione di un essere umano intesa come diritto di libertà della donna) diviene necessario smascherare l'inganno. L'aborto nel mondo è un' autentica tragedia e lo è anche nella nostra Europa! Il mio voto contrario alla risoluzione non intende contrastare l'impegno a tutto campo per combattere l'AIDS, ma vuole opporsi al metodo e al contenuto che ho indicato.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione sull’AIDS/HIV in vista della XVIII conferenza internazionale sull’AIDS, perché è necessario intensificare i nostri sforzi e adottare un approccio prioritario nei confronti dell’HIV/AIDS per la sanità pubblica globale, agevolando l’accesso universale alle cure sanitarie, all’istruzione e al lavoro per le persone affette da questo virus. É essenziale combattere contro la stigmatizzazione e la discriminazione delle persone affette da HIV/AIDS tutelando i loro diritti.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Su questa problematica dovrebbe coagularsi l’ampio consenso dei gruppi politici, che non avrebbero dovuto cercare di sfruttarla a favore di questo o quel programma politico. Dal momento che la proposta di risoluzione comune è stata firmata soltanto dai partiti di sinistra e di estrema sinistra del Parlamento, è facile constatare che questo obiettivo è purtroppo a rischio. La nostra azione dev’essere orientata soprattutto agli esseri umani, ad alleviarne le sofferenze e le malattie, e il relativo impatto sulla società, soprattutto nei paesi meno sviluppati. Dobbiamo trovare soluzioni migliori per combattere questo flagello e mitigarne gli effetti, per il bene di queste persone.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La piaga dell’AIDS rimane un grave problema umanitario a livello mondiale, e richiede quindi una risposta integrata a livello globale che mobiliti gli Stati, le istituzioni e le società di regioni e continenti diversi. La stigmatizzazione sociale che continua a prevalere in questo campo e la continua diffusione della malattia, che provoca un alto tasso di mortalità ed effetti particolarmente devastanti nei paesi meno sviluppati e in quelli caratterizzati da situazione umanitarie drammatiche, devono suscitare le preoccupazioni e l’impegno delle istituzioni dell’Unione europea e degli Stati membri mobilitando le risorse necessarie per una risposta efficace e totale, capace di garantire la necessaria armonizzazione delle politiche di prevenzione e le cure più idonee per combattere la malattia. Non condivido tuttavia l’opportunità di associare la lotta all’HIV a una questione delicata come l’aborto.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La risoluzione adotta un approccio a tutto campo nei confronti del problema dell’AIDS/HIV, sulla base dei dati disponibili. Essa sottolinea le questioni fondamentali, che naturalmente appoggiamo, come l’accesso universale alle cure sanitarie e la necessità che i governi adempiano i relativi obblighi, rendendo disponibili a tutti i servizi sanitari pubblici; la promozione, la tutela e il rispetto dei diritti umani, soprattutto del diritto alla salute sessuale e riproduttiva, per le persone affette da HIV/AIDS; l’opportunità di eliminare gli ostacoli economici, giudiziari, sociali e tecnici, nonché la legislazione punitiva e le misure che impediscono di rispondere efficacemente all’HIV; la necessità di finanziamenti equi e flessibili per la ricerca di nuove tecnologie di prevenzione, che comprendano vaccini e microbicidi; l’invito a Stati membri e Commissione a invertire la preoccupante tendenza che vede un calo dei finanziamenti tesi a promuovere la salute sessuale e riproduttiva e i diritti associati nei paesi in via di sviluppo.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) Ho votato con forza e convinzione a favore di questa risoluzione, che chiede agli Stati membri dell’Unione europea, alla vigilia della prossima conferenza internazionale sull’AIDS che si terrà a Vienna, nuove leggi per fornire farmaci anti-HIV accessibili ed efficaci, sostenere un maggior numero di campagne di sensibilizzazione nei paesi in via di sviluppo, accrescere il finanziamento per la ricerca di nuovi vaccini e microbicidi e lottare contro la discriminazione dei pazienti. Più di 33 milioni di persone in tutto il mondo convivono con l’AIDS, e dispongono di un accesso molto limitato ai farmaci antiretrovirali; mi auguro quindi che queste poche raccomandazioni saranno seguite in occasione della conferenza internazionale che si terrà la settimana prossima.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto. (FR) Prima della prossima conferenza internazionale sull’AIDS che si terrà a Vienna nel prossimo luglio, mi sembra indispensabile che noi deputati europei lanciamo un messaggio forte ai governi. Di conseguenza ho votato a favore di questa risoluzione che invita la Commissione e il Consiglio a intensificare gli sforzi per affrontare l’HIV/AIDS come una priorità globale di salute pubblica, che ponga i diritti umani come elemento fondamentale per la prevenzione, le cure e il sostegno.

La percentuale di persone malate che attualmente viene curata è ancora troppo bassa; sono perciò necessarie leggi idonee a fornire farmaci anti-HIV accessibili ed efficaci. Condanno con forza gli accordi bilaterali commerciali che continuano a privilegiare gli interessi commerciali rispetto alla salute, nonostante l’accordo firmato con l’Organizzazione mondiale per il commercio. Come risulta in modo evidente dalla risoluzione, è necessario opporsi a qualsiasi legislazione che criminalizzi la trasmissione dell’HIV e alimenti la stigmatizzazione e la discriminazione nei confronti delle persone malate.

Infine, le statistiche relative alle donne e alle ragazze colpite mostrano il fallimento delle attuali politiche in materia di prevenzione; per questo motivo è indispensabile a mio avviso adottare un approccio veramente realistico, aumentando i finanziamenti della ricerca di nuovi vaccini e microbicidi.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’HIV/AIDS rimane una delle principali cause di morte a livello globale; è stata infatti responsabile di due milioni di morti nel 2008, e si prevede che, in tutto il mondo, rimarrà una causa importante di mortalità precoce nei prossimi decenni. Il numero delle nuove infezioni continua a essere superiore all’ampliamento delle cure, e due terzi delle persone che nel 2009 avrebbero avuto bisogno di cure ne sono rimaste prive; ciò significa che 10 milioni di persone non hanno avuto accesso alle cure necessarie. Ritengo che l’Unione europea debba fare il possibile per realizzare maggiori investimenti nei settori della ricerca, delle cure e dell’istruzione, per migliorare questa situazione. É altresì necessario porre fine alla stigmatizzazione e alla discriminazione delle persone affette da HIV/AIDS. L’Unione europea deve mostrare inoltre particolare sensibilità per il problema dell’Africa subsahariana la quale, con i suoi 22,4 milioni di persone che convivono con l’HIV/AIDS, rimane la regione più colpita.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato a favore della risoluzione comune sull’HIV/AIDS presentata da tutti i gruppi in Parlamento, poiché essa tratta elementi importanti di questo problema; per esempio la garanzia dell’accesso universale ai servizi sanitari pubblici per tutti i cittadini. La risoluzione inoltre chiede ai governi di rispettare gli impegni assunti e di mettere quindi a disposizione di tutti i cittadini i servizi sanitari pubblici. Essa inoltre tutela i diritti alla salute sessuale e riproduttiva dei sieropositivi. Sottolinea inoltre l’esigenza di finanziamenti, secondo le necessità della ricerca, in materia di nuove misure preventive, tra cui i vaccini.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. − (DE) L’HIV/AIDS è ancora un flagello mondiale, che finora è stato affrontato con molta difficoltà. Soprattutto i paesi in via di sviluppo continuano a registrare percentuali altissime di nuove infezioni e, di conseguenza, un alto tasso di mortalità. Anche all’interno dell’Unione europea, tuttavia, i casi di nuove infezioni aumentano, e il numero di casi non denunciati potrebbe essere molto più alto. Prevale la paura di aver contratto la malattia e di essere stigmatizzati. Per arrestare la diffusione della malattia, anche all’interno dell’Unione europea si svolge un’intensa attività di ricerca. Poiché la ricerca è essenziale nel settore dell’HIV/AIDS, ho votato a favore della risoluzione.

 
  
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  Elisabeth Morin-Chartier (PPE), per iscritto. (FR) Alla vigilia della prossima conferenza internazionale sull’AIDS che si terrà a Vienna dal 18 al 23 luglio 2010, mi associo alla risoluzione che è stata adottata oggi e con la quale si invia un forte messaggio ai governi nazionali. In effetti è essenziale varare nuove leggi che consentano di offrire farmaci anti-HIV accessibili ed efficaci, tra cui gli antiretrovirali e altri farmaci sicuri ed efficaci. Vorrei ricordare che, in Europa e in Asia centrale, soltanto il 23 per cento dei pazienti affetti dall’HIV è a conoscenza delle cure antiretrovirali. Per esempio, tra i paesi dell’Unione europea gli Stati baltici sono quelli che hanno più bisogno di attuare politiche di prevenzione dell’AIDS. Mi rivolgo quindi all’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali affinché raccolga ulteriori informazioni sulla situazione delle persone affette dall’HIV/AIDS e garantisca che esse abbiano diritto a una vita sociale, sessuale e riproduttiva completa.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Signor Presidente, onorevoli colleghi, presento questa dichiarazione di voto perché, pur avendo votato a favore di gran parte della risoluzione, mi sono astenuto sul paragrafo 17. Infatti la versione in francese – a differenza di quella in portoghese – indicava la possibilità che l’espressione “salute sessuale e riproduttiva” includesse l’accettazione dell’aborto come mezzo per promuoverla. Come sostenitore del diritto alla vita, in tutta coscienza, non potevo votare a favore. L’uso dell’espressione “salute sessuale e riproduttiva” non può diventare un modo per persuadere i parlamenti a promuovere l’aborto. Ribadisco tuttavia il mio incondizionato sostegno alla lotta contro l’HIV/AIDS.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La risoluzione comune è stata adottata, nel testo uscito dalle trattative, con 400 voti a favore e 166 contrari, benché il gruppo PPE, come usa fare, abbia richiesto il voto per parti separate sui diritti sessuali e riproduttivi. Ciò dimostra inoltre che il gruppo PPE è diviso sulla questione. Sono lieto del risultato, soprattutto perché tutte le nostre considerazioni in materia di diritti sessuali e riproduttivi sono state inserite.

 
  
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  Joanna Senyszyn (S&D), per iscritto.(PL) Le infezioni da HIV/AIDS sono un fenomeno globale che non investe esclusivamente i cosiddetti gruppi a rischio né regioni specifiche. Il problema oggi non riguarda i tossicodipendenti o gli omosessuali ma ognuno di noi. Le persone più a rischio sono i giovani, le persone con un buon livello di istruzione, gli individui di razza bianca e coloro che lavorano per le grandi aziende.

Quasi la metà di coloro che convivono con l’HIV sono donne; esse infatti sono più vulnerabili all’infezione perché il virus si trasmette più facilmente dagli uomini alle donne. La XVIII Conferenza internazionale sull’AIDS che si terrà a Vienna dal 18 al 23 luglio di quest’anno metterà in evidenza la necessità di intensificare le campagne informative dirette a giovani e donne. Le donne devono godere di un accesso facilitato e universale alle informazioni sulle cure sanitarie, sia in relazione ai servizi medici che per quanto riguarda gli aspetti sessuali e riproduttivi. Ugualmente importante è la distribuzione gratuita di farmaci anti-HIV alle donne in gravidanza, per scongiurare la trasmissione della malattia dalla madre al bambino. I programmi scolastici sui diritti sessuali e riproduttivi sono cruciali per la prevenzione dell’HIV/AIDS.

Gli effetti più visibili della mancanza di programmi di educazione sessuale nelle scuole sono i casi di infezione da HIV e di altre malattie sessualmente trasmissibili tra i giovani, e le gravidanze precoci e non pianificate tra le ragazze. Per la sua diffusione, il rischio di morte e l’alto numero di casi tra i giovani, l’epidemia di HIV/AIDS dovrebbe essere un motivo sufficiente per introdurre un’adeguata educazione sessuale nelle scuole. Per questo motivo ho votato a favore della risoluzione sull’HIV/AIDS nel quadro della XVIII Conferenza Internazionale sull’AIDS.

 
  
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  Charles Tannock (ECR), per iscritto. (EN) Il gruppo ECR sostiene incondizionatamente i diritti umani per tutti, indipendentemente dalla razza, il genere e l’orientamento sessuale. Siamo favorevoli a promuovere le cure, la prevenzione e l’accesso universale ai servizi sanitari, e incoraggiamo inoltre la sensibilizzazione e l’educazione nella lotta contro l’HIV e l’AIDS.

Riteniamo tuttavia che i diritti riproduttivi, tra cui l’aborto, siano una questione che riguarda la coscienza individuale, e che le proposte contenute in questa risoluzione tendano a ledere il diritto di ogni Stato sovrano di fissare una propria agenda per la politica sulla sanità e sull’aborto.

Per questi motivi, il gruppo ECR ha deciso di astenersi dalla votazione su questa risoluzione.

 
  
  

- Proposta di risoluzione sull’entrata in vigore della Convenzione sulle munizioni a grappolo (CCM) e ruolo dell'UE (RC-B7-0413/2010)

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) La CCM a grappolo vieterà l'uso, la produzione, lo stoccaggio e il trasferimento di munizioni a grappolo come intera categoria di armi e ne prevede il ritiro e la distruzione. Ho appoggiato la proposta di risoluzione comune, che esorta tutti gli Stati membri a ratificare la suddetta Convenzione, consentendo così all’Unione europea di aderirvi. È fondamentale adottare le misure necessarie affinché i paesi che non hanno ancora ratificato la Convenzione provvedano quanto prima. Per quanto concerne gli Stati membri che l’hanno già sottoscritta, invece, la sua entrata in vigore rappresenta un’opportunità per adottare le misure necessarie alla sua attuazione attraverso, ad esempio, la distruzione delle scorte, l’eliminazione delle armi rimanenti e l’assistenza alle vittime.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Ho firmato e votato a favore della proposta di risoluzione sull’entrata in vigore della Convenzione sulle munizioni a grappolo e sul ruolo dell'Unione europea non soltanto perché si tratta di una questione di importanza capitale, ma anche perché la Grecia, purtroppo, è uno dei paesi che non ha ancora sottoscritto la Convenzione in oggetto. Si tratta di una Convenzione che tutti gli Stati devono attuare immediatamente. Le munizioni a grappolo comportano generalmente un elevato tasso di mortalità e rappresentano un grave rischio per i civili quando vengono utilizzate in prossimità di zone abitate. Le loro drammatiche conseguenze perdurano anche dopo il termine dei conflitti: l’uso di tali munizioni ha provocato molti decessi e ferimenti gravissimi fra i civili, dal momento che le submunizioni inesplose rimaste in loco vengono spesso trovate da bambini e altre persone innocenti ignare innocenti del pericolo.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Tutti i paesi che sono rimasti coinvolti in una guerra si ricordano bene le conseguenze devastanti delle munizioni a grappolo. La posizione del Parlamento a favore della loro proibizione ed estirpazione è del tutto giustificata. Temo, tuttavia, che la volontà dei politici e la ratifica della Convenzione da parte di un numero elevato di Stati potrebbero non essere sufficienti a raggiungere prontamente i risultati auspicati.

Detto questo, rimane indiscutibilmente un passo nella giusta direzione, che l’Unione europea e gli Stati membri hanno l’obbligo di sostenere.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Considerando il ruolo insostituibile che svolge l’Unione europea nell’ambito della difesa della pace, della sicurezza, del rispetto per la libertà, la vita, i diritti umani e della qualità di vita dei suoi cittadini, appoggio la risoluzione in oggetto e ribadisco la necessità di trovare una risposta rapida e positiva all’appello rivolto a tutti gli Stati membri affinché sottoscrivano e ratifichino “senza indugio” la Convenzione sulle munizioni a grappolo. Desidero sottolineare che le munizioni a grappolo sono estremamente letali e costituiscono un serio pericolo per la popolazione civile, anche nei periodi post-bellici. Sfortunatamente, i bambini sono le vittime principali di questo genere di materiale esplosivo. Appoggio l’impegno dell’Europa nella lotta alla proliferazione delle armi che uccidono in maniera indiscriminata e mi auguro che gli Stati membri e le istituzioni comunitarie intervengano in maniera coerente e determinata a questo proposito nei confronti dei paesi terzi.

 
  
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  Paweł Robert Kowal (ECR), per iscritto.(PL) La nostra proposta di risoluzione è equilibrata e accoglie con favore le azioni degli Stati membri che hanno sottoscritto e ratificato la Convenzione sulle munizioni a grappolo; al contempo, riconosce che altri Stati membri, a causa della loro situazione, non sono attualmente in grado di firmare. Il nostro testo esorta proprio quei paesi (fra cui la Polonia, ad esempio) a impegnarsi per soddisfare i requisiti – fra cui una riduzione significativa del numero di munizioni inesplose e la diminuzione dell’intervallo di dispersione, che porterebbero a una riduzione delle potenziali vittime civili – nel quadro di un protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra sulle armi convenzionali. Hanno scelto questa strada Stati Uniti d’America e Polonia, oltre ad altri Stati membri, fra cui Finlandia, Lettonia, Estonia, Romania e Slovacchia.

 
  
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  Sabine Lösing e Sabine Wils (GUE/NGL), per iscritto. (EN) Purtroppo i considerando della proposta di risoluzione comune contengono un accenno favorevole alla strategia europea di sicurezza e alla politica di sicurezza e di difesa comune, che il mio gruppo ed io non condividiamo. Vista però l’importanza capitale della Convenzione sulle munizioni a grappolo (CCM), adottata da 107 paesi, il gruppo GUE/NGL ed io abbiamo sottoscritto comunque la risoluzione comune sull’entrata in vigore della CCM e sul ruolo dell’UE, poiché riteniamo che la Convenzione rappresenti un successo enorme ai fini della proibizione delle munizioni a grappolo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La sottoscrizione della Convenzione sulle munizioni a grappolo da parte di venti Stati membri è un’ottima dimostrazione dell’impegno dell’Unione europea nella lotta alla proliferazione di armi che uccidono in maniera indiscriminata. Non possiamo dimenticare che munizioni di questo tipo colpiscono migliaia di civili, uccidendo indiscriminatamente i bambini e altre persone innocenti ignare del pericolo.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Purtroppo la proposta di risoluzione comune contiene un accenno favorevole alla strategia europea di sicurezza e alla politica di sicurezza e di difesa comune, che il mio gruppo ed io non condividiamo. Vista però l’importanza capitale della Convenzione sulle munizioni a grappolo (CCM), adottata da 107 paesi, il gruppo http://www.europarl.europa.eu/members/expert/politicalBodies/search.do?group=2954&language=IT" \o "Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica" ed io abbiamo appoggiato la risoluzione comune sull’entrata in vigore della CCM e sul ruolo dell’UE. Credo che la risoluzione comune possa essere considerata un passo avanti verso la proibizione delle munizioni a grappolo e per questo ho espresso un voto favorevole.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. − (DE) Le munizioni a grappolo sono fra le armi più insidiose, poiché colpiscono prevalentemente persone innocenti. I bambini, in particolare, possono far brillare accidentalmente ordigni inesplosi rischiando di riportare ferite anche molto gravi. La CCM (Convenzione sulle munizioni a grappolo), già sottoscritta da 20 Stati membri, vieta l’uso delle armi in oggetto e impone ai paesi che le possiedono nel proprio arsenale di distruggerle. Ho appoggiato la risoluzione perché la CCM costituisce il primo passo nella giusta direzione, ovvero verso il divieto di utilizzare una volta per tutte queste armi così letali. Ho tuttavia votato contro la relazione perché non credo che l’accordo possa costringere i paesi a vietare le munizioni a grappolo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Con una stragrande maggioranza, il Parlamento europeo ha lanciato un segnale molto forte contro questa terribile minaccia per gli esseri umani nelle zone di crisi e di guerra. Migliaia di persone continuano a essere vittime delle munizioni a grappolo: si tratta quasi esclusivamente di civili, soprattutto bambini, che spesso scambiano le bombette per palline o giocattoli. Di conseguenza, il Parlamento europeo si è schierato nell’unica maniera possibile nei confronti di quest’arma disumana che non fa distinzioni con un “no” unanime alle munizioni a grappolo in Europa e in tutto il mondo. Il Parlamento europeo esige che tutti gli Stati membri e i paesi candidati che non hanno ancora sottoscritto o ratificato il trattato internazionale volto a bandire le munizioni a grappolo, provvedano nel più breve tempo possibile, preferibilmente entro la fine dell’anno. Noi verdi abbiamo richiesto e ottenuto che gli Stati che non sono ancora stati nominati venissero, appunto, citati, per consentire alla società civile di esercitare pressione laddove serve maggiormente. Estonia, Finlandia, Grecia, Lettonia, Polonia, Romania, Slovacchia e Turchia devono ancora sottoscrivere e ratificare il trattato; Bulgaria, Cipro, Repubblica ceca, Ungheria, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Portogallo la Svezia l’hanno sottoscritto, ma non ancora ratificato a livello dei parlamenti nazionali.

 
  
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  Geoffrey Van Orden (ECR), per iscritto. (EN) Il gruppo ECR sostiene con decisione l’impegno finalizzato alla riduzione al minimo delle sofferenze dei combattenti e dei civili e per questo, abbiamo votato a favore della risoluzione in oggetto. Riteniamo, tuttavia, che non si debbano mai mettere a repentaglio l’efficacia operativa e la sicurezza delle nostre forze armate. Dobbiamo essere chiari sul fatto che le “munizioni a grappolo”, così come vengono definite nella Convenzione sulle munizioni a grappolo, non includono munizioni in grado di autodistruggersi o autodisinnescarsi, che saranno impiegate dalle forze armate designate nei nostri paesi.

Personalmente, non condivido la formulazione del paragrafo 10, in cui si invita l’Alto rappresentante “a fare tutto il possibile per realizzare l'adesione dell'Unione alla CCM”. Una delle numerose conseguenze spiacevoli del trattato di Lisbona è che ora anche la stessa Unione europea può aderire alle convenzioni internazionali. Questa dovrebbe essere una prerogativa delle nazioni sovrane e non di un’organizzazione come l’Unione europea, per quanto sia evidente che esistono persone che, purtroppo, cercano di trasformare l’Unione in uno Stato sovrano.

 
  
  

Relazione Lyon (A7-0204/2010)

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, la politica agricola comune (PAC) costituisce una delle più importanti politiche dell'Unione europea e in seguito all'entrata in vigore del Trattato di Lisbona la riforma della PAC, cosi come qualsiasi nuova legislazione in materia agricola, non può essere approvata senza l'accordo del Parlamento.

Gli agricoltori producono beni al servizio di tutta la società, ma la politica agricola comune non riguarda solo gli agricoltori, perché c'è relazione tra agricoltura, ambiente, biodiversità, cambiamento climatico e gestione sostenibile di risorse naturali come l'acqua e la terra; c'è anche un legame evidente tra l'agricoltura e un corretto sviluppo economico e sociale delle vaste zone rurali dell'UE; oltre a fornire il cibo necessario per vivere.

Questa prima risoluzione sul futuro della PAC rappresenta il contributo di noi deputati al dibattito su come riformare la PAC in concomitanza con il nuovo bilancio multi annuale che comincia nel 2013 e su come stabilire i principi fondamentali che dovrebbero condizionare il processo di costruzione di una nuova politica agricola comune. Con questo voto il Parlamento ha messo l'accento su come affrontare le nuove sfide, come la lotta al cambiamento climatico, la sicurezza alimentare, la qualità degli alimenti, la competitività delle imprese e i redditi degli agricoltori.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione sul futuro della politica agricola comune dopo il 2013 promuove una politica di armonizzazione volta a eliminare gli agricoltori meno abbienti dalle imprese agricole di medie dimensioni, a favore di una produzione agricola capitalistica su larga scala. La PAC, le riforme sul suo stato di salute e le decisioni dell'OMC hanno avuto un impatto terribile sulle imprese agricole di medie dimensioni più povere. Prima di entrare a far parte della CEE/UE, la Grecia esportava la propria produzione agricola; oggi, investe 2,5 miliardi di euro nell’importazione di prodotti che potrebbe senza problemi produrre autonomamente. Ogni anno, nel settore agricolo si perdono ventimila posti di lavoro, la produzione è in calo, il reddito agricolo è diminuito del 20 per cento fra il 2000 e il 2008 e il 75 per cento delle imprese agricole registra un utile lordo compreso fra 1 200 e 9 600 euro.

La relazione considera le conseguenze dolorose per le piccole e medie imprese un fattore positivo. L’obiettivo della relazione consiste nell’adattare la PAC alla strategia del capitale monopolistico per l’economia agricola, così come affermato nella strategia UE 2020: “un’agricoltura competitiva”, grandi aziende agricole che monopolizzeranno la terra e i sussidi comunitari a discapito dei più poveri e delle aziende agricole di medie dimensioni e una concorrenza spietata per il possesso di una quota dei mercati globali che armonizzano l'Europa. La decisione della Commissione di sospendere o addirittura abolire i sussidi e gli aiuti europei all’agricoltura per tutti gli Stati membri che non soddisfano i requisiti di disciplina finanziaria previsti dal Patto di stabilità, costituisce un passo pressoché nella stessa direzione.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) A oggi 13,6 milioni di cittadini comunitari sono occupati direttamente nei settori agricolo, forestale e ittico, e sono altri 5 milioni gli addetti che lavorano nell'industria agroalimentare. Ogni anno generano oltre 337 miliardi di euro in produzione a livello comunitario.

Dal momento che l’Unione europea deve garantire la sicurezza alimentare dei propri cittadini e contribuire allo sviluppo a lungo termine dei settori agricoli, l’agricoltura deve essere modificata radicalmente affinché mantenga la sua produttività, in un momento in cui è costretta ad adattarsi a vincoli ambientali più rigorosi di quelli attualmente in vigore.

Le politiche sulla diminuzione delle attività agricole per combattere il cambiamento climatico ridurranno l’estensione delle aree coltivate e imporranno nuovi vincoli alla produzione agricola, con l’obiettivo di ridurre l’impatto sull’ambiente e sul clima. La politica agricola comune dell’Unione dovrà adattarsi a un nuovo contesto economico e sociale a livello locale e regionale, che terrà in debita considerazione l’aumento dei costi dell’energia.

La relazione in oggetto ha identificato correttamente i problemi chiave che la politica agricola comune dovrà affrontare dopo il 2013; per questo motivo ho espresso voto favorevole.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) La relazione Lyon intende garantire e migliorare il futuro della politica agricola comune (PAC) dopo il 2013, in relazione al contesto di crisi economica e alle gravi difficoltà finanziarie a cui devono far fronte gli Stati membri, i contribuenti, gli agricoltori e i consumatori. L’Unione europea, di conseguenza, dovrà rispondere all’aumento della pressione demografica e della domanda proveniente dal mercato interno. Come evidenziato nella relazione, alla quale ho espresso voto favorevole, non si tratta banalmente di intensificare la produzione; le sfide a cui devono far fronte la PAC e i nostri agricoltori consisteranno prevalentemente nel produrre più alimenti con meno terra, meno acqua e meno energia. Nel corso della seduta plenaria sono stati presentati numerosi emendamenti; ho votato a favore dell’emendamento n. 1, che insiste sull’elevato valore nutrizionale dei prodotti agricoli, ma ho espresso voto contrario all’emendamento n. 2, che chiedeva l’eliminazione della struttura su due pilastri della PAC.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della relazione in oggetto. La riforma avviene in un contesto di crisi economica e di gravi difficoltà finanziarie cui devono far fronte Stati membri, contribuenti, agricoltori e consumatori. La nuova PAC dovrà adattarsi a un contesto globale ed europeo in evoluzione e affrontare numerose sfide: l'agricoltura europea deve garantire la sicurezza alimentare ai propri consumatori e contribuire a nutrire una popolazione mondiale in costante aumento. Sarà un compito decisamente arduo, poiché la crisi energetica, l'aumento del costo dell'energia e la necessità di ridurre le emissioni dei gas a effetto serra ostacoleranno la crescita della produzione. Inoltre, l'impatto del cambiamento climatico precluderà la possibilità di introdurre nella produzione nuovi ampi appezzamenti di terreno, e di conseguenza, l'Unione europea e l'agricoltura mondiale dovranno produrre più alimenti con meno terra, meno acqua e meno energia. Credo che il principio su cui si basa la PAC debba rimanere quello della certezza di un'agricoltura europea competitiva nei confronti di partner commerciali adeguatamente sovvenzionati – quali Stati Uniti, Giappone, Svizzera o Norvegia – fornendo agli agricoltori europei eque condizioni di scambio. Deve anche continuare a sostenere l'attività agricola in Europa, al fine di garantire una produzione alimentare locale e uno sviluppo territoriale equilibrato.

 
  
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  Bastiaan Belder (EFD), per iscritto. (NL) La relazione di iniziativa del collega Lyon riveste un’importanza capitale. Ora la Commissione europea è a conoscenza della posizione del Parlamento in merito e dovrà tenerla in debita considerazione quando presenterà nuove proposte. Per quanto concerne il mio partito, la politica agricola comune (PAC) continuerà a esistere anche dopo il 2013. L'agricoltura è importante per i nostri cittadini e la sicurezza alimentare, il paesaggio, l’ambiente, il benessere degli animali, il clima – solo per fare qualche esempio – sono ambiti in cui il contributo dell’agricoltura può essere vitale. Una politica solida dovrà essere sostenuta anche da mezzi finanziari sufficienti. Vi sono sfide che abbiamo già citato e ve ne saranno altre nuove cui dovremo far fronte. Attualmente, l’Unione europea è costituita da un vasto numero di Stati membri. Appoggio questa relazione perché chiede lo stanziamento di fondi comparabili per l’agricoltura nel bilancio per il periodo successivo al 2013, ma è comunque necessario un lavoro di riformulazione. Servono innanzi tutto disposizioni semplificate e meno burocrazia; dovremo poi passare da un modello in cui non tutti gli agricoltori ricevono aiuti finanziari a un modello basato sulla superficie coltivabile. In quest’ottica, sarà fondamentale un periodo di transizione in cui agire con cautela.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. − Trascorso il periodo di programmazione 2007-2013, la nuova Politica agricola comune dovrà affrontare una sfida importantissima per i nostri agricoltori: garantire almeno lo stesso livello di risorse finanziarie del passato distribuendole in maniera equa tra vecchi e nuovi Stati membri sulla base non solo del numero di ettari, ma anche di altri criteri oggettivi di valutazione. Ho sostenuto con un mio voto favorevole la relazione del collega Lyon in quanto appoggio pienamente il suo intento di regionalizzare e mantenere gli aiuti in forma accoppiata a favore dei territori e dei settori agricoli vulnerabili. Credo inoltre nell´importanza della politica della promozione delle Indicazioni Geografiche, nella semplificazione, nel rispetto degli standard comunitari da parte delle importazioni da Paesi terzi, nonché nel rafforzamento della posizione dei diversi attori della catena alimentare.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Questa relazione conferisce alla politica agricola comune un ruolo strategico in termini di sicurezza alimentare e sviluppo sostenibile. Lo sviluppo di tecnologie verdi nel settore agricolo racchiude un enorme potenziale per la creazione di occupazione e contribuirà in maniera decisiva a raggiungimento degli obiettivi della strategia Europa 2020. In questa relazione, il Parlamento europeo presenta la propria posizione in merito alla riforma e al finanziamento della politica agricola comune dopo il 2013. La relazione, inoltre, si sofferma sui legami esistenti fra politica agricola e cambiamento climatico.

 
  
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  Ole Christensen, Dan Jørgensen, Christel Schaldemose e Britta Thomsen (S&D), per iscritto. (DA) Sull’intera relazione: Noi socialdemocratici danesi abbiamo deciso di votare contro la relazione sulla politica agricola comune dopo il 2013 perché crediamo che non rifletta in modo adeguato il desiderio di mettere a punto una riforma di cui abbiamo disperato bisogno. Avremmo preferito vedere l’Unione europea dare l’esempio e bloccare il pagamento di sovvenzioni alle esportazioni entro il 2013 al più tardi, a prescindere dagli interventi degli altri partner commerciali dell’OMC. Questo aspetto non compare nella relazione. Per quanto concerne il pagamento di sovvenzioni, avremmo preferito requisiti più severi per l’ambiente, il clima e la sostenibilità, rispetto a quelli attualmente in vigore, che sono decisamente poco ambiziosi. Nemmeno questo aspetto compare nella relazione. Avremmo preferito vedere una notevole riduzione della quota di bilancio dell’Unione europea destinata agli aiuti all’agricoltura, ma nemmeno questo punto compare nella relazione. Alla luce di quanto detto, noi socialdemocratici danesi non possiamo appoggiare la relazione finale sugli aiuti comunitari per l’agricoltura dopo il 2013.

Sull’emendamento n. 3: Noi socialdemocratici danesi riteniamo che le sovvenzioni comunitarie vadano eliminate dalla politica agricola comune. Un commercio libero ed equo deve costituire il principio guida per uno spazio agricolo basato sulla sostenibilità. Abbiamo votato contro l’emendamento in oggetto poiché lo riteniamo contraddittorio, dal momento che chiede l’erogazione di aiuti comunitari senza la distorsione del commercio libero ed equo, che è esattamente ciò che stanno provocando i meccanismi di sovvenzione dell’Unione europea.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. – (RO) Il mio è un sì deciso al mantenimento di un’equa distribuzione dei pagamenti nel quadro della politica agricola comune dopo il 2013 per gli agricoltori dei nuovi e dei vecchi Stati membri. Questo consentirebbe di eliminare la disparità di trattamento nei confronti degli Stati membri che hanno aderito all’Unione solo recentemente, fra i quali la stessa Romania.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) Ci troviamo a un bivio nella definizione della futura riforma della politica agricola comune. Si tratta di una questione che riguarda non soltanto gli europei, ma i cittadini del mondo intero. Per questo motivo, la riforma in oggetto non dovrebbe essere esclusivamente appannaggio di esperti, ma anche di agricoltori e consumatori. Dobbiamo ridefinire gli obiettivi generali della nuova politica agricola comune e gli europei hanno nuove aspettative in termini di produzione e approvvigionamento alimentare: vogliono un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e che raggiunga standard elevati in termini di qualità, tracciabilità, sicurezza alimentare e impronta di carbonio. Questa nuova politica deve rientrare in un progetto globale e prevedere una sfida enorme: riuscire a rispondere al raddoppiamento della domanda di produzione e approvvigionamento alimentare che registreremo entro il 2050, in un contesto caratterizzato da risorse idriche scarse, dalla riduzione delle terre coltivabili e dalla conclusione di un nuovo accordo energetico dettato dalla lotta al cambiamento climatico. L’organizzazione comune dei mercati agricoli va ridefinita, tenendo in considerazione i due principali motivi ispiratori di una politica agricola comune: garantire la sicurezza alimentare e proteggere la linfa vitale dei piccoli agricoltori e delle loro famiglie, sia a livello nazionale, sia nei paesi più poveri del mondo.

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione in oggetto, ma desidero sottolineare che il mio sostegno costante è subordinato alla capacità della Commissione di tenere in debita considerazione e garantire il raggiungimento dei seguenti obiettivi:

1. il bilancio della PAC deve essere in grado di garantire ai nostri agricoltori un reddito sostenibile e sicuro e ai consumatori la sicurezza alimentare;

2. dobbiamo mantenere i pagamenti nel quadro del primo pilastro, ricompensando gli agricoltori per il loro lavoro, garantendo pagamenti diretti all’industria;

3. dobbiamo chiarire cosa intendiamo per distribuzione equa della PAC e valutare i costi di produzione. Un sistema di pagamenti basato sulla superficie agricola che ricompenserà l’Irlanda meno rispetto ai livelli attuali distruggerà l’industria, peraltro già sull’orlo del precipizio. La variazione regionale è fondamentale;

4. dobbiamo conservare misure di controllo del mercato in grado di monitorare la volatilità dei prezzi e garantire la redditività.

 
  
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  Leonidas Donskis (ALDE), per iscritto.(LT) La risoluzione del Parlamento europeo sulla politica agricola comune è una riforma ambiziosa e mirata. Il gruppo http://www.europarl.europa.eu/members/expert/politicalBodies/search.do?group=2966&language=IT" \o "Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa" ed io l’abbiamo appoggiata con voto favorevole. L’aspetto più importante è che la relazione riconosce le ingiustizie perpetrate nei confronti degli agricoltori dei nuovi Stati membri. Ci esorta, da un lato, a soddisfare le aspettative dei 12 nuovi Stati membri entrati a far parte dell’Unione dopo il 2004, e dall’altro, a trattarli in maniera equa nell’ambito della ridistribuzione dei fondi comunitari. Dal momento che i poteri del Parlamento europeo in questo settore sono aumentati in seguito all’entrata in vigore del trattato di Lisbona, mi auguro che il Consiglio non ritorni a una distribuzione iniqua dei pagamenti diretti per gli agricoltori dei nuovi e dei vecchi Stati membri e che non approvi ulteriori finanziamenti generali che potrebbero danneggiare la concorrenza leale all’interno del mercato unico europeo. La nuova PAC deve garantire agli agricoltori un sostegno efficiente e mirato, che giovi alla società intera e ai consumatori in modo particolare. Questa politica richiama l’attenzione sulla sicurezza alimentare e sull’approvvigionamento di prodotti di elevata qualità a prezzi ragionevoli. In quanto liberale, posso giustificare l’attuale bilancio della PAC solo se la nuova politica agricola comune saprà creare un valore aggiunto senza distorcere il mercato; se saprà rendere l’Unione europea più competitiva rispetto ai suoi partner commerciali; se saprà creare occupazione e promuovere uno sviluppo equilibrato dell’agricoltura e delle campagne, preservando, allo stesso tempo, l’ambiente e il paesaggio. Le riforme proposte dal Parlamento europeo rappresentano un passo positivo che la famiglia dei liberali europei ed io accogliamo con favore e desideriamo compiere.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sul futuro della PAC dopo il 2013 perché credo sia necessario rafforzare le politiche della PAC e garantire un bilancio adeguato per far fronte alle sfide che l’agricoltura europea si trova dinanzi, quali ad esempio il cambiamento climatico, la sicurezza e la qualità alimentari e la competitività del settore.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato contro l’emendamento n. 69 a questa proposta perché mette a repentaglio la definizione della politica agricola comune (PAC) nel suo complesso e mina gli interessi dell’agricoltura portoghese, poiché propone di eliminare i finanziamenti per le misure strutturali senza garantirne la sostituzione attraverso le modifiche al primo pilastro. Una proposta di questo tipo, inoltre, implica difficoltà di natura procedurale nella futura distribuzione dei fondi comunitari agli agricoltori, in un momento in cui il sistema attualmente in vigore andrebbe semplificato e non complicato ulteriormente. Desidero sottolineare che lo Stato portoghese continua a sprecare centinaia di milioni di euro nel quadro dei finanziamenti del primo pilastro. Con l’abolizione del secondo pilastro e il trasferimento di alcune misure di quest’ultimo al primo, verranno a cadere molte delle misure attualmente sostenute – soprattutto a causa dell’evidente condizione di irrealizzabilità del bilancio – con il conseguente indebolimento della PAC. Sinceramente, non capiamo quali benefici potrebbe apportare un eventuale trasferimento dei fondi della PAC ad altre politiche; sosteniamo, piuttosto, delle misure in grado di proteggere l’unica vera politica comune esistente in seno all’Unione europea.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) La PAC ha aumentato la produttività, ha garantito la disponibilità di approvvigionamenti e ha fornito ai consumatori prodotti alimentari di qualità a prezzi ragionevoli. La nuova PAC dovrà affrontare sfide nuove e pressanti, nonché proporre un quadro per l'avvenire basato su stabilità, prevedibilità e flessibilità in periodi di crisi.

La riforma della PAC dovrebbe essere rivista nel contesto della crisi economica e della lotta al cambiamento climatico e dovrebbe mantenere intatta la sua competitività a livello mondiale. Ci si aspetta che il settore agricolo riesca a contribuire in modo consistente, da un lato, al raggiungimento delle priorità della nuova strategia Europa 2020 in termini di lotta al cambiamento climatico, innovazione e creazione di occupazione attraverso una crescita verde; dall’altro, deve garantire nel tempo la disponibilità di approvvigionamenti ai consumatori europei, producendo alimenti sicuri e di qualità elevata.

Ritengo, tuttavia, che la PAC debba fare della produzione della cosiddetta prima generazione di beni pubblici la sua priorità e della sovranità alimentare il suo principio guida, con l’obiettivo di rendere autosufficienti gli Stati membri. Appoggio la regolamentazione del mercato nel settore lattiero-caseario, dalla produzione alla commercializzazione. In quest’ottica, ritengo che sia fondamentale mantenere le quote latte.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Fra i numerosi aspetti da considerare, i profondi cambiamenti da apportare alla politica agricola comune (PAC) dovrebbero includere: la definizione del principio di diritto al cibo e di sovranità alimentare; l’attribuzione dello status di priorità all’autosufficienza alimentare e alla possibilità per i singoli paesi e le singole regioni di avviare una produzione in grado di soddisfare il fabbisogno alimentare a livello sia regionale sia nazionale; il sostegno ad attività che promuovano la produzione locale, che rispettino l’ambiente locale, le risorse idriche e il suolo, che aumentino la produzione di generi alimentari senza tracce di OGM, che promuovano la biodiversità delle sementi per gli agricoltori e la diversità delle specie di bestiame domestico. Questo è il succo di uno dei numerosi emendamenti che abbiamo presentato alla relazione oggetto della discussione odierna.

Il rifiuto dell’emendamento in oggetto e dei principi in esso contenuti da parte dei principali gruppi politici al Parlamento europeo mette in luce la direzione che intendono seguire, già evidenziata nella relazione stessa. Sebbene, da un lato, la relazione sostenga alcuni principi fondamentali – come ad esempio il rifiuto di rinazionalizzare la PAC o di ridurre l'ammontare complessivo del bilancio e la decisione di ridistribuire equamente gli aiuti fra paesi e produttori – dall’altro, conserva il punto di vista predominante nelle precedenti riforme della PAC, ovvero la liberalizzazione totale dei mercati agricoli e la subordinazione della PAC agli interessi dei negoziati dell’Unione europea in seno all’OMC. Questa visione è, a nostro avviso, inaccettabile.

 
  
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  Anne E. Jensen (ALDE), per iscritto. (DA) Quest’oggi i tre membri del Danmarks Liberale Parti (partito liberale danese) hanno votato a favore della relazione sulla politica agricola dell’Unione europea dopo il 2013. Il testo si sofferma sul processo volto a modernizzare e a rendere più efficiente l’agricoltura e garantisce che verranno migliorati i settori ambientale e del benessere animale; assicura inoltre che verrà considerato il contributo dell'agricoltura alla politica energetica e climatica e che verranno elaborate normative più semplici per il settore agricolo. Non condividiamo alcune dichiarazioni relative al bilancio agricolo dell’Unione europea e per questo il Danmarks Liberale Parti continuerà ad adoperarsi per una graduale eliminazione degli aiuti agricoli dell’Unione europea. Nel complesso, tuttavia, la relazione riflette il consolidamento e l’ulteriore sviluppo delle riforme della politica agricola dell’UE realizzate nel corso degli ultimi anni.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Si prevede che la nuova politica agricola comune (PAC) verrà applicata al settore agricolo europeo a partire dal 2014. La relazione Lyon costituisce il preludio agli intensi negoziati sul futuro della PAC dopo il 2013 che avranno luogo nei prossimi tre anni. Per la prima volta nel quadro della riforma agricola comunitaria, il Parlamento europeo gode del potere di codecisione e sarà un negoziatore chiave fra gli Stati membri, il Consiglio e la Commissione europea. Mediante le proposte iniziali incluse nella relazione, il Parlamento europeo definisce un approccio ben preciso: un impegno chiaro verso la politica agricola comune e i due pilastri che la costituiscono, i pagamenti diretti e lo sviluppo rurale, aspetti che dovranno essere salvaguardati nel quadro del modello agricolo per il post-2013. Soltanto la PAC, i cui finanziamenti previsti per il prossimo periodo di programmazione finanziaria saranno mantenuti per lo meno agli stessi livelli del bilancio per il 2013, sarà in grado di garantire un’agricoltura multifunzionale su tutto il territorio europeo e, di conseguenza, la disponibilità di alimenti di buona qualità. È necessario individuare un modello adeguato soprattutto per il mio paese, l’Austria: un modello che tuteli le strutture più piccole e garantisca un equilibrio duraturo per le zone montane. Oltre alla produzione alimentare, anche l’agricoltura contribuisce in modo significativo alla tutela del paesaggio culturale. Appoggio la relazione Lyon poiché vi è stato inserito l’emendamento che ho presentato a favore della tutela dell’agricoltura su tutto il territorio comunitario, incluse le zone montane; questa modifica offrirà una prospettiva stabile per il futuro dei giovani agricoltori.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Egregio Presidente, cari colleghi, sostengo che l'agricoltura europea necessita di una politica comune che continui ad essere tale per evitare disparità inevitabili tra gli Stati membri e per garantire che la PAC sia equamente finanziata interamente dal bilancio europeo. Ho, pertanto, votato contro la rinazionalizzazione della PAC poiché la nuova politica agricola comune avrà bisogno di un adeguato finanziamento al fine di poter meglio sostenere questa politica conformemente alle principali sfide che questo settore cruciale per la sicurezza alimentare dell'UE dovrà affrontare nei prossimi anni. Proprio la sicurezza alimentare rappresenta un diritto per i consumatori che deve essere tutelato parimenti alla garanzia dei beni pubblici "di seconda generazione" quali l'ambiente, l'assetto territoriale e il benessere degli animali.

 
  
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  Marine Le Pen (NI), per iscritto. (FR) Se da un lato accolgo con favore la relazione in oggetto sul futuro dell’agricoltura, dall’altro non condivido l’opinione secondo cui la politica agricola comune avrebbe raggiunto i seguenti obiettivi: garantire un tenore di vita equo, stabilizzare i mercati, produrre alimenti di elevata qualità a prezzi ragionevoli, sviluppare l’economia nelle aree rurali e garantire la nostra sicurezza e sovranità alimentare. La realtà è ben diversa, basta guardare la situazione della Francia, paese agricolo per antonomasia, che ha registrato un calo del 34 per cento del reddito nei propri conti pubblici.

Come già avvenuto in passato, la PAC dopo il 2013 non sarà in grado di proteggere i nostri agricoltori dagli speculatori né dalla concorrenza selvaggia a livello globale, e non sarà nemmeno in grado di compensare gli eccessi delle multinazionali dell’industria della lavorazione alimentare e dei grandi operatori della distribuzione. La PAC dopo il 2013 si troverà bloccata fra la logica di mercato ultraliberale e internazionalista della Commissione europea e una futura PAC verde, al servizio – in realtà – dei neocapitalisti dell’ecobusiness. Si tratta di una logica che, da un lato, sacrifica la nostra ruralità – senza apportare alcun beneficio ai paesi più poveri o svantaggiati né alle aree desertificate in Europa – dall’altro, giustifica la rinazionalizzazione della PAC nel più breve tempo possibile.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Quello agricolo è e resterà un settore strategico per l’economia dell’Unione europea, che si trova ad affrontare le sfide del futuro e garantire l’indipendenza e la sicurezza alimentare dei cittadini europei mediante la propria politica comune. Ho votato a favore di questa importante relazione perché ritengo che, nel corso del prossimo periodo di programmazione, la politica agricola comune avrà bisogno del sostegno di un bilancio consolidato e ben strutturato, adeguato alle sfide cui dovremo far fronte. A mio avviso, dobbiamo creare legami solidi fra politica di sviluppo rurale e politica regionale, al fine di garantire un certo grado di coerenza con gli interventi dello stesso tipo realizzati nelle singole regioni e promuovendo, di conseguenza, la coesione territoriale all’interno dell’Unione europea. Ritengo fondamentale tenere in considerazione le caratteristiche territoriali e le priorità delle singole regioni, che dobbiamo avere ben presenti al momento di promuovere norme e obiettivi comuni. In questo modo potremo sviluppare un’agricoltura dinamica, multifunzionale e sostenibile in Europa.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione sulla politica agricola comune dopo il 2013 perché ritengo che il Parlamento europeo, oggi dotato di nuovi poteri grazie all’entrata in vigore del trattato di Lisbona, stia dimostrando chiaramente – mediante l’eccellente relazione in oggetto – di assumersi pienamente le nuove responsabilità che gli spettano.

Il Parlamento è favorevole al mantenimento di una politica agricola comune degna di tale nome anche dopo il 2013, con un bilancio come minimo pari a quello attuale, al fine di garantire una produzione di elevata qualità e la sicurezza dell’approvvigionamento nei 27 Stati membri. Sono lieta di constatare che i miei emendamenti in materia sono stati accolti nel testo della relazione.

È stato ampiamente sostenuto anche il mio appello a favore del mantenimento di determinate misure di mercato che fungano da paracadute per gli agricoltori e i prezzi dei loro prodotti. Dobbiamo evitare, fra le altre cose, eventuali crisi di sovrapproduzione, per salvaguardare le attività agricole in tutte le regioni europee, nonché mantenere strumenti specifici per gestire il potenziale di produzione proprio di alcuni settori.

 
  
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  Véronique Mathieu (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione Lyon sul futuro della PAC e, in particolare, del mantenimento dei suoi due pilastri. La votazione odierna della plenaria sulla relazione Lyon riveste un significato simbolico, poiché gli europarlamentari sono i primi a prendere posizione sull’argomento e a presentare le relative proposte per la PAC dopo il 2013. Sono certa che il Commissario Cioloş terrà in debita considerazione l’esito di questa votazione nel quadro delle proposte che presenterà la Commissione a novembre.

Le priorità del settore agricolo europeo, fra cui la sicurezza alimentare, la regolamentazione del mercato e la pianificazione spaziale, sono chiaramente riconfermate, e lo stesso vale per le conseguenze in termini di bilancio che devono essere in linea con le ambizioni della PAC. Non dobbiamo dimenticare le misure a sostegno della biodiversità, che deve costituire il nucleo delle disposizioni della PAC, poiché la sua tutela non rappresenta più un semplice lusso per la conservazione delle specie e degli habitat.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE), per iscritto. − La crisi del 2009 ha mostrato il volto debole del sistema di misure a sostegno del comparto agricolo. Gli effetti si sono avvertiti sul reddito degli agricoltori, che hanno subito una riduzione del 12% su ricavi che normalmente già si assestano intorno al 50% della media dei ricavi dell´Unione Europea. All'importanza del settore, che impiega circa 30 milioni di addetti, va dimensionata l'azione strategica per il dopo 2013, partendo dal rafforzamento della politica comune, da una politica di bilancio adeguata e mantenendo il budget, in considerazione dei molteplici effetti benefici dell'agricoltura per l'ambiente, per la salute e per i mutamenti climatici. É importante garantire attraverso aiuti mirati prezzi ragionevoli ai consumatori e un reddito equo per gli agricoltori. Nella strategia 2020 l'agricoltura deve avere maggior ruolo e definire azioni per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. L'instabilità del mercato cresce all'aumentare delle previsioni a garanzia della sicurezza e della sostenibilità dei prodotti perché tale situazione colloca i produttori dell'UE in una condizione di svantaggio competitivo rispetto alle importazioni. Diventa difficile assicurare prezzi ragionevoli ai consumatori e remunerazione equa se non si introducono regole più severe per garantire il rispetto del principio della preferenza comunitaria.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE), per iscritto. (EN) Il Parlamento europeo ha acquisito nuovi poteri in virtù del trattato di Lisbona, nello specifico nell’ambito della politica agricola. Nuovi poteri implicano nuove responsabilità e il sostegno alla relazione Lyon sul futuro della politica agricola comune (PAC) dopo il 2013 dimostra che il Parlamento si sta assumendo i nuovi obblighi con serietà. Riconosciamo la necessità di mantenere la PAC, di disporre di un bilancio adeguato e di considerare la produzione alimentare come parte integrante dei cosiddetti “beni pubblici” generati dagli agricoltori e per cui devono essere ricompensati. Abbiamo votato a favore del mantenimento della struttura a due pilastri e le misure a sostegno del mercato sono, a nostro avviso, una componente fondamentale della PAC. Abbiamo rigettato tutti i tentativi di rinazionalizzare la politica. La relazione auspica un graduale allontanamento dallo storico sistema dei pagamenti entro il 2020, l’adozione del criterio della superficie e di criteri oggettivi in sostituzione del regime attualmente in vigore. La Commissione deve proporre nuove idee in proposito, ma sempre con cautela e la relazione Lyon offre la flessibilità necessaria a livello nazionale per adattare la PAC alle esigenze locali, regionali e nazionali, ivi inclusa quella di optare per il riaccoppiamento per motivi particolari. La nostra priorità assoluta è salvaguardare il bilancio: solo quando avremo raggiunto questo obiettivo potremo iniziare a discutere sul serio i dettagli.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Questo testo ha il merito di riconoscere gli insuccessi del mercato e di sostenere la lotta al cambiamento climatico. I suoi meriti, tuttavia, terminano qui. Per quanto riconosca gli insuccessi, il testo promuove la liberalizzazione dei mercati, la reattività degli agricoltori ai segnali del mercato, la competitività dell’agricoltura europea sul mercato globale e sui mercati regionali, e il concetto di capitalismo verde. Questo quadro non è di aiuto nella lotta al cambiamento climatico più di quanto non lo sia già il mercato del carbonio, i biocombustibili e gli OGM di cui va così fiera la relazione in oggetto. Questa situazione sostiene al contrario il produttivismo e la distruzione delle colture locali, non soltanto qui, ma anche nel resto del mondo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato contro l’emendamento n. 69 a questa proposta perché mette a repentaglio la definizione della politica agricola comune (PAC) nel suo complesso e mina gli interessi dell’agricoltura portoghese, poiché propone di eliminare i finanziamenti per le misure strutturali senza garantirne la sostituzione attraverso le modifiche al primo pilastro. Una proposta di questo tipo, inoltre, implica difficoltà di natura procedurale nella futura distribuzione dei fondi comunitari agli agricoltori, in un momento in cui il sistema attualmente in vigore andrebbe semplificato e non complicato ulteriormente. Desidero sottolineare che lo Stato portoghese continua a sprecare centinaia di milioni di euro nel quadro dei finanziamenti del primo pilastro. Con l’abolizione del secondo pilastro e il trasferimento di alcune misure di quest’ultimo al primo, verranno a cadere molte delle misure attualmente sostenute – soprattutto a causa dell’evidente condizione di irrealizzabilità del bilancio – con il conseguente indebolimento della PAC. Sinceramente, non capiamo quali benefici potrebbe apportare un eventuale trasferimento dei fondi della PAC ad altre politiche; sosteniamo, piuttosto, delle misure in grado di proteggere l’unica vera politica comune esistente in seno all’Unione europea.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) L’attuale politica agricola comune (PAC) sostiene un sistema di produzione industriale speculativo e delocalizzato, a vantaggio dei grandi operatori agricoli e non dei piccoli produttori. Il disaccoppiamento degli aiuti favorisce i grandi proprietari terrieri e mette a repentaglio i piccoli operatori e le aziende agricole a conduzione familiare. Nonostante il fallimento della strategia di Lisbona, l’Unione europea non ha modificato la sua politica economica: si impegna a favore non della sicurezza alimentare, ma piuttosto della competitività, scelta che favorisce esclusivamente le grandi multinazionali. Ritengo che il settore agricolo debba essere considerato strategico all’interno dell’Unione europea e serve dunque una riforma radicale della PAC, per consentire ai piccoli produttori di accedere agli aiuti, alla terra, alle sementi e alle risorse idriche, promuovendo un modello agricolo sociale, produttivo e sostenibile.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Negli ultimi decenni si è registrata una forte diminuzione delle attività agricole su tutto il territorio dell’Unione europea. La politica agricola comune è già stata riformata innumerevoli volte e ogni volta le normative agricole sono diventate più complesse e le spese burocratiche più elevate. A questo proposito, un ulteriore problema è rappresentato dal fatto che l’Unione europea stabilisce standard elevati in materia di qualità e di protezione animale e dell’ambiente, ma al contempo autorizza le importazioni da paesi in cui queste norme non si applicano e i costi di produzione sono, per ovvi motivi, molto più bassi. Per garantire la sicurezza alimentare e l’autosufficienza all’interno dell’Unione europea, almeno in parte, è fondamentale sostenere le aziende agricole di piccole dimensioni e le attività agricole nelle regioni remote. Una semplificazione della PAC avrebbe senso solo qualora non comporti una ristrutturazione tale da relegare un numero ancor maggiore di operatori del settore a un’agricoltura di serie B, o addirittura da costringerli a chiudere, accelerando così la morte dell’agricoltura stessa. Le semplificazioni previste dalla relazione renderanno senza dubbio più semplice la vita degli agricoltori e per questo l’ho appoggiata.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − Gentile Presidente, onorevoli Colleghi, condivido l'impianto e l'approccio della relazione del collega Lyon. Questa relazione di iniziativa rappresenta una base importante per la definizione delle linee guida che il Parlamento europeo intende seguire per l'agricoltura futura, in attesa della comunicazione della Commissione prevista per fine anno. Per la prima volta, quindi, il Parlamento indica, con voce comune, un percorso per avviare un dialogo costruttivo su contenuti e priorità da assegnare per la competitività delle produzioni agroalimentari e per lo sviluppo sostenibile dei territori rurali. Le sfide cui é chiamata l'agricoltura europea sono numerose e di notevole impatto sull'economia di molti Paesi membri ma anche oggetto di dibattito, in ordine al budget di spesa da assegnare all'Unione europea, al fine di rendere proprio tali sfide un'opportunità di crescita del settore agricolo e di sviluppo per molti imprenditori agricoli europei.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore l’adozione da parte del Parlamento europeo della relazione Lyon, risultato dell’eccellente lavoro del relatore, dei relatori ombra e di tutti gli onorevoli colleghi che hanno presentato emendamenti, partecipando alla discussione e impegnandosi per la costruzione del consenso. Questa relazione è importante non solo in quanto fedele rappresentazione del consenso possibile fra i rappresentanti in Parlamento dei 27 Stati membri e di diverse famiglie politiche, , ma lo è ancor di più nel quadro dei nuovi poteri di codecisione spettanti al Parlamento europeo. La relazione, che rappresenta il risultato finale di numerose tornate negoziali, adotta posizioni che definiranno il futuro della politica agricola comune (PAC) e che noi riteniamo fondamentali: non ridurre il bilancio, non rinazionalizzare la PAC, mantenere i due pilastri, attuare un nuovo sistema di ridistribuzione delle sovvenzioni, distinguere i beni pubblici di prima e di seconda generazione, non rendere impossibile per il Consiglio revocare la decisione di abolire le quote latte, creare una rete di sicurezza, aumentare la trasparenza della catena alimentare e semplificare la PAC. Ora è importante monitorare il lavoro interno della Commissione finché non verrà pubblicata la comunicazione finale prevista per novembre.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione in oggetto, ma con la presente dichiarazione di voto intendo sottolineare che, per quanto concerne il paragrafo 44 sulla gestione del mercato, ho votato contro la prima parte proposta dal relatore e a favore della seconda, che vede finalmente il Parlamento europeo favorevole agli interessi strategici del Portogallo. Di fatto, la versione proposta dal relatore ha offerto la possibilità di abolire le quote latte, sebbene questa sia un’interpretazione forzata. Conosco e sostengo la posizione del settore agricolo portoghese, che ha più volte espresso la convinzione che l’eliminazione delle quote latte potrebbe essere fatale per i produttori portoghesi. Di fatto, il 93 per cento del latte prodotto nell’Unione europea viene venduto sul mercato europeo e rappresenta una porzione consistente del reddito delle nostre aziende lattiero-casearie. Le quote latte consentiranno il mantenimento e la crescita della produzione di latte nei 27 Stati membri, adattando l’offerta alla domanda (a livello sia europeo sia internazionale) nel settore e permettendo una stabilizzazione dei prezzi e la disponibilità di redditi sostenibili. L’abolizione di questo sistema in assenza di una proposta alternativa porterà all’abbandono della produzione nei paesi in cui risulta meno competitiva, tra cui il Portogallo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il gruppo Verde/Alleanza libera europea ha ottenuto l’accoglimento di numerosi emendamenti relativi all’influenza di fattori ambientali e sociali sui pagamenti diretti, alle misure contro il cambiamento climatico, a un approccio di più ampio respiro e più completo per lo sviluppo territoriale delle zone rurali e a un reddito equo per gli agricoltori. Siamo riusciti a introdurre una chiara distinzione fra i diversi livelli di concorrenza nella coltivazione e nella commercializzazione di prodotti alimentari e abbiamo appoggiato la ferma decisione di sostituire l’attuale criterio basato su indicatori storici di produzione per il calcolo dei pagamenti diretti con il principio dei beni pubblici. Di conseguenza, l’adozione di questa relazione è per noi fonte di profonda soddisfazione.

 
  
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  Olga Sehnalová (S&D), per iscritto. – (CS) Ho appoggiato questa relazione perché ritengo che la politica agricola comune dell’Unione europea debba rimanere una politica agricola comune e che non debba esserci alcuna rinazionalizzazione futura in questo settore. Uno degli obiettivi fondamentali della PAC deve essere l’esistenza di condizioni paritarie per gli agricoltori, soprattutto nell’ambito dei pagamenti diretti.

 
  
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  Brian Simpson (S&D), per iscritto. (EN) Ancora una volta il Parlamento europeo è venuto meno alle proprie responsabilità, fallendo nella riforma della PAC. Credo che la relazione andrebbe rinominata “relazione sull’aumento delle sovvenzioni per gli agricoltori inefficienti”. Perché mai il denaro dei contribuenti dovrebbe essere utilizzato per stabilizzare i mercati, per mantenere i prezzi artificialmente alti e per sostenere l’agricoltura in periodi di difficoltà economica quando gli agricoltori ricevono già sovvenzioni di altro tipo dagli stessi contribuenti? A nome dell’EPLP, credo che la relazione in oggetto non porti da nessuna parte, tanto meno alla promozione di cambiamenti ambiziosi; penalizza invece gli agricoltori efficienti, appoggiando quelli inefficienti, e penalizza i paesi in via di sviluppo, chiedendo di posticipare il graduale annullamento delle restituzioni all’esportazione, in nome di un palese ideale protezionistico. Non affronta l’enorme problema della sostenibilità rurale, adottando rigorosamente un sistema di pagamenti diretti che ostacola notevolmente la promozione della diversità e la tutela delle campagne. Esprimeremo voto contrario a questa relazione, che consideriamo estremamente elusiva, nella speranza che un giorno l’agricoltura efficiente venga ricompensata, che le attività di gestione del paesaggio vengano considerate importanti, che i consumatori non vengano derubati a causa dei prezzi mantenuti artificialmente alti e che il mondo in via di sviluppo venga trattato equamente. Questi dovrebbero essere gli obiettivi della riforma della PAC.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. – (PT) Ho appoggiato la relazione in oggetto perché riveste un’importanza strategica per paesi come il Portogallo e per le regioni europee ultraperiferiche, e perché il Parlamento si è impegnato a fondo per votare a favore della stessa nel corso del primo anno del suo mandato.

La politica agricola comune è una parte fondamentale del quadro finanziario e di bilancio dell’Unione europea per il post-2013 e merita un’analisi dettagliata. La produzione agricola nazionale, che può contribuire notevolmente alla sicurezza alimentare e al commercio con paesi terzi, riducendo al contempo il deficit commerciale degli Stati membri, ne rappresenta un aspetto chiave.

Gli agricoltori europei garantiscono livelli elevati di sicurezza e qualità nella produzione alimentare, nonché il rispetto di standard severi in materia di protezione animale e ambientale; per questo dovrebbero essere ricompensati, non penalizzati. E perché ciò accada, ai paesi terzi con cui l’Unione europea ha siglato accordi commerciali vanno imposte condizioni: e standard simili a quelli in vigore per i produttori che operano all’interno del mercato europeo.

Ho la sensazione che serva ancora un bilancio in grado di ridistribuire equamente le sovvenzioni e che presti particolare attenzione a regioni come Madeira e le Azzorre, costantemente costrette ad affrontare difficoltà sia in quanto regioni remote e insulari, sia a causa della loro situazione geografica e del clima sfavorevole. Per questo motivo, dovrebbero ricevere un sostegno costante.

 
  
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  Anna Záborská (PPE), per iscritto. (SK) Una politica agricola valida deve basarsi sulle esigenze dei consumatori e non sulle pretese dei produttori. Soltanto il 5 per cento dei cittadini dell’Unione europea, compresa la Slovacchia, è occupato nel settore agricolo, ma siamo tutti – il 100 per cento – consumatori di prodotti agricoli. Al consumatore interessano la qualità e il prezzo e questo vale non soltanto per le automobili e i televisori, ma anche per prodotti come il pane, la verdura, la carne e il latte. La politica agricola comune, tuttavia, ribalta totalmente la situazione, poiché si basa sulle esigenze degli agricoltori. La relazione presentata, in virtù del precedente approccio dell'Unione europea, si concentra troppo sulle conseguenze senza considerare le cause. Vi porto un semplice esempio: la relazione, attraverso incentivi e sovvenzioni, intende accrescere lo scarso interesse dimostrato dai giovani per le attività agricole e per la campagna, ma un mercato funzionante e un ambiente competitivo risolverebbero questo problema in modo naturale. L’unico aspetto positivo della relazione è forse – almeno in parte – la richiesta di correttezza, particolarmente importante per la Slovacchia e i nuovi Stati membri. Se l’Unione europea decide di proseguire, anche dopo il 2013, con la politica di sostegno agli agricoltori inefficace e dispendiosa adottata finora, allora dovrebbe anche far valere le stesse norme per tutti.

 
  
  

Relazione Cadec (A7-0207/2010)

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, il settore della pesca rappresenta all'interno dell'UE una risorsa strategica per l'approvvigionamento della popolazione, nonché un contributo rilevante per lo sviluppo locale, l'occupazione e la conservazione delle tradizioni culturali delle comunità costiere. Purtroppo assistiamo negli ultimi anni ad una progressiva contrazione della produzione, anche a causa di alcuni provvedimenti comunitari a tutela dell'ecosistema marino, come il regolamento mediterraneo che ha la finalità di una pesca più sostenibile, ma che in realtà ha messo in ginocchio l'intero settore. I nostri pescatori sono obbligati a pescare meno, ma la domanda cresce e quindi crescono anche le importazioni dai paesi terzi. Per evitare la concorrenza sleale e per tutelare i consumatori, i prodotti importati devono rispettare le stesse regole delle produzioni comunitarie. Infatti le importazioni propongono prodotti spesso di prezzo inferiore, ma anche di inferiore qualità e con elementi di incertezza in termini di sicurezza. Pertanto è importante rafforzare nel settore un commercio equo, trasparente e sostenibile anche per quanto riguarda l'esigenza di introdurre criteri di certificazione e di etichettatura rigorosi in relazione alla qualità e tracciabilità dei prodotti della pesca e dell'acquacoltura.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) Questa relazione di iniziativa sul regime di importazione nell’UE dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura intende tutelare il mantenimento – all’interno dei confini dell’Unione europea – di settori di pesca e acquacoltura rispettosi a lungo termine dal punto di vista ambientale e sostenibili dal punto di vista economico. In sostanza, stiamo assistendo a un aumento delle importazioni di prodotti provenienti da pesca e acquacoltura a spese della produzione dell’Unione europea. Condivido l’opinione del relatore, secondo cui è fondamentale ripristinare la produzione comunitaria, ma, sempre tenendo a mente le parole della relazione, questo va fatto nel rispetto della gestione sostenibile: bisogna, ad esempio, limitare la quantità di pesce catturato per gestire al meglio le risorse naturali. Sembra altresì necessario promuovere un consumo responsabile, in cui prevalgano la qualità e l’efficienza della produzione.

 
  
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  Bastiaan Belder (EFD), per iscritto. (NL) La relazione presentata dall’onorevole Cadec giunge al momento opportuno, dopo le consultazioni sul Libro verde sulla riforma della politica agricola comune (PAC) e ben prima della presentazione delle nuove proposte di legge da parte della Commissione europea. Le importazioni di prodotti della pesca e dell’acquacoltura sono aumentate esponenzialmente, ma si è trattato di un incremento indispensabile. Il consumo di pesce in Europa è in costante aumento, ma la domanda non può essere soddisfatta in maniera opportuna né attraverso un ulteriore aumento della quantità di pesce selvatico pescato, né attraverso la produzione acquicola a livello europeo. È fondamentale che i prodotti importati soddisfino gli stessi requisiti previsti per i prodotti della pesca europei. Non possiamo applicare questo principio esclusivamente alla sicurezza alimentare, ma dobbiamo considerare anche i fattori di natura ambientale e sociale. Le importazioni sono necessarie. Non è un segreto che io sia a favore del protezionismo, ma dobbiamo comunque evitare la concorrenza sleale. Le enormi quantità di pesce importato a basso costo stanno mettendo a repentaglio la produzione europea, sia derivante dalla pesca sia dalla produzione acquicola. Per questa ragione, ho votato a favore della relazione di iniziativa in oggetto.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. − Ho inteso sostenere con il mio voto la relazione del collega on. Codec. In un momento storico come quello contingente, ritengo cruciale la questione del regime d'importazione dei prodotti ittici e dell´acquacoltura, ossia il problema della definizione delle condizioni con cui i prodotti di provenienza esterna all´Ue sono immessi nel mercato unico. Posto che la domanda interna é ora soddisfatta per il 60% dalle esportazioni e che si prevede un suo forte incremento entro il 2030 é necessario che l´Europa fornisca risposte agli interrogativi e alle legittime preoccupazioni degli operatori del settore. Sono dunque in linea con il pensiero dell´on. Cadec: é necessario investigare e monitorare affinché l´evoluzione della politica comunitaria in materia non implichi disparità di trattamento tra i produttori degli Stati membri e quelli dei paesi terzi.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) La relazione in oggetto riguarda l’importazione, e le relative condizioni, di prodotti della pesca e dell’acquacoltura da parte dell’Unione europea. I prodotti importati devono soddisfare gli stessi criteri di qualità previsti per la merce europea. La relazione appoggia la creazione di un marchio di qualità ecologico per i prodotti della pesca che consentirebbe ai consumatori di ricevere informazioni relative all’origine dei prodotti e alle condizioni sanitarie, sociali e ambientali in cui sono stati pescati.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. – (RO) Considerando l'importanza strategica del settore della pesca per l'approvvigionamento della popolazione e per l'equilibrio della bilancia alimentare dei singoli Stati membri e dell'Unione europea nel suo insieme, credo che, come quello agricolo, anche il settore della pesca sia importante dal punto di vista strategico nonché dipendente dalla conservazione e dallo sfruttamento sostenibile di risorse naturali.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto. (FR) Al pari del settore agricolo, anche quelli della pesca e dell'acquacoltura mal si prestano a un approccio puramente liberoscambista e la produzione comunitaria non riesce a soddisfare la domanda europea, attualmente coperta per il 60 per cento da prodotti importati. Dobbiamo garantire che i futuri schemi di importazione consentano di trovare il giusto equilibrio affinché la produzione europea, che si trova già in una situazione di crisi, non sia vittima della concorrenza sleale da parte di paesi terzi. Nell’ambito dei negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), i prodotti della pesca devono essere considerati prodotti sensibili, proprio come avviene per alcuni prodotti agricoli: in questo modo sarebbe più facile mantenere i dazi sulle importazioni provenienti da paesi terzi e i pescatori europei sarebbero tutelati da un dazio doganale ragionevole e flessibile e da un marchio di qualità ecologico. I paesi in via di sviluppo devono essere in grado di promuovere il proprio settore ittico e perché questo accada dobbiamo mettere in discussione la pertinenza degli accordi internazionali che consentono l’acquisto di licenze di pesca nei paesi in via di sviluppo e che autorizzano le flotte dei paesi terzi a realizzare attività di pesca industriale lungo le loro coste, privandoli di gran parte delle loro risorse naturali.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione sul regime di importazione nell’UE dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura in vista della riforma della politica comune della pesca (PCP) perché ritengo che le questioni relative all’importazione di prodotti della pesca e dell’acquacoltura nell’Unione europea devono essere considerate, in modo particolare, alla luce delle riforme della PCP attualmente in corso.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) Dopo aver votato a favore della relazione Milana su un nuovo impulso alla strategia per lo sviluppo sostenibile dell'acquacoltura europea in occasione della scorsa sessione, siamo ora chiamati a votare un’altra relazione inerente al regime di importazione dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura.

Stando alla relazione, l’Europa attualmente importa il 60 per cento del pesce che consuma. Si prevede che il consumo aumenti fino al 2030 e che quest’incremento verrà coperto quasi interamente da un parallelo aumento delle importazioni.

Non potendo contare sulla produzione europea per il soddisfacimento della nostra domanda (impossibile sia ora sia in futuro), la realtà è che la futura riforma della politica comune della pesca (PCP) non potrà ignorare la questione delle importazioni e cercare una soluzione migliore, incrementando, ad esempio, la produzione europea (non soltanto delle catture, ma anche investendo nell’acquacoltura), esigendo che il pesce importato rispetti gli stessi standard in vigore per il pesce europeo, oppure fornendo al consumatore informazioni sufficienti in merito all’origine del prodotto. Come afferma il relatore, è una questione che va considerata seriamente nel quadro della riforma della PCP.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Il mercato europeo, dell'ordine di circa 12 milioni di tonnellate e 55 miliardi di euro nel 2007, è il primo mercato mondiale dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura, seguito da Giappone e Stati Uniti. In forte crescita dal 2005, è sempre più dipendente dalle importazioni, al punto che il tasso di copertura del consumo attraverso la produzione comunitaria è oggi inferiore al 40 per cento, peri a un tasso di dipendenza dalle importazioni superiore al 60 per cento. Le previsioni di consumo indicano che la domanda potrebbe crescere ancora di circa 1 500 000 tonnellate entro il 2030 e questo aumento dovrà essere coperto quasi interamente da importazioni supplementari.

Come ho già fatto in plenaria a giugno, sostengo la proposta di una normativa a favore del raggruppamento di tutte le disposizioni comunitarie in materia di acquacoltura in un unico documento. In questo contesto e considerando che il Portogallo è il principale consumatore di pesce pro capite in Europa, credo che l’acquacoltura sia una priorità strategica per l’Unione europea. Sono quindi particolarmente lieto che sia stata appoggiata una politica sostenibile in materia di acquacoltura per ridurre la dipendenza dalle importazioni nei settori della pesca e dell’acquacoltura.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Il lavoro di raccolta e sistematizzazione dei dati reso possibile dalla relazione in oggetto va apprezzato, poiché ci aiuta a delineare il quadro di una situazione che è, sotto molti punti di vista, problematica, come riconosce la relazione stessa.

L’esistenza di paesi comunitari in cui i settori della pesca e dell’acquacoltura sono sostenibili è, da un punto di vista economico, ambientale e sociale, incompatibile con la politica commerciale che sta attuando l’Unione europea. Deregolamentare e liberalizzare il commercio internazionale, indirizzandolo verso una logica competitiva piuttosto che di complementarietà (che dovrebbe invece guidarlo), significa promuovere gli interessi di importatori e distributori, condannando alla rovina migliaia di produttori, che si vedranno costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, aumentando i deficit alimentari e minando i criteri di base per la qualità e la sicurezza alimentare e ambientale.

la pesca e l’acquacoltura (analogamente all’agricoltura) sono settori strategici di importanza capitale, incompatibili con un approccio di natura commerciale; proprio per questo è necessaria una normativa che preveda la possibilità di utilizzare strumenti di difesa commerciale, come suggerito nella relazione. Appoggiamo, inoltre, la necessità di riformare urgentemente l’organizzazione comune del mercato dei prodotti della pesca.

 
  
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  Christofer Fjellner (PPE), per iscritto. (SV) Oggi ho espresso voto contrario alla relazione di iniziativa sul regime di importazione nell’UE dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura. Condivido pienamente la necessità di modificare e dare nuovo impulso ai settori della pesca e dell’acquacoltura nell’Unione europea. La relazione, tuttavia, presuppone che i problemi possano essere risolti, almeno parzialmente, offrendo protezione dalla concorrenza esterna. La pesca europea non potrà sopravvivere a lungo in un contesto caratterizzato da protezionismo e sovvenzioni. I problemi intrinseci ai settori della pesca e dell’acquacoltura nell’Unione europea devono essere risolti nel quadro della prossima revisione della politica comune della pesca.

 
  
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  Elisabetta Gardini (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, è tempo di rimediare a sottovalutazioni e ritardi del passato. La pesca è un settore chiave del nostro sistema economico e sociale e come tale deve essere considerata. In vista della riforma della politica comune della pesca abbiamo il dovere di mettere dei punti fermi per garantire i redditi, la stabilità dei mercati, una migliore commercializzazione dei prodotti, anche dell'acquicoltura. E tutelare i consumatori con una maggiore attenzione agli aspetti della sicurezza alimentare.

Ecco perché ho votato questa risoluzione che, considerando l'impatto negativo della liberalizzazione dei mercati sulle economie locali, sottolinea l’importanza strategica di una ragionevole protezione doganale. Dobbiamo infatti mettere un freno ad una concorrenza di importazioni extra UE a basso costo, che spesso non rispondono a garanzie ambientali, sociali, sanitarie e qualitative.

Dobbiamo anche introdurre criteri di certificazione e di etichettatura rigorosi in relazione alla tracciabilità dei prodotti, al fine di informare i consumatori sull’origine geografica, le condizioni di produzione, cattura e soprattutto qualità dei prodotti in vendita. Vorrei infine sottolineare che in un mercato largamente dipendente dalle importazioni, non sono più giustificabili operazioni di ritiro dal mercato finalizzate alla distruzione del prodotto. Il conseguente risparmio potrebbe essere messo a disposizione dei programmi delle organizzazioni dei produttori.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Uno sviluppo sostenibile dell’acquacoltura europea, della produzione acquicola, degli stagni piscicoli naturali e la creazione di condizioni di base migliori sono elementi essenziali per la competitività dell’industria europea della pesca. Anche la qualità dei prodotti della pesca importati riveste un’importanza capitale a questo proposito. Considerando il costante aumento delle importazioni da paesi terzi, infatti, dobbiamo garantire che i prodotti in entrata rispettino gli standard europei. L’industria europea della pesca prevede standard qualitativi elevati e notevoli conoscenze specialistiche e dobbiamo continuare a tutelare questi due aspetti. In quest’ottica, accolgo con favore la direttiva contro la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN) entrata in vigore a gennaio. Si tratta di un segnale importante per evitare distorsioni della concorrenza a livello globale e per sostenere i pescatori onesti e rispettosi della legge. Appoggio la relazione Cadec, che mette in luce un aspetto fondamentale e di vasta portata dell’industria europea della pesca.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Egregio presidente, cari colleghi, ho sostenuto la risoluzione sul regime di importazione nell’UE dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura in vista della riforma della PCP, in quanto ritengo essenziale l'esistenza di una disciplina adeguata alle esigenze del settore. L’Unione europea costituisce il più grande mercato del mondo per i prodotti della pesca, ed é noto che la produzione non è sufficiente a soddisfare autonomamente la domanda interna. Si rende, pertanto, proritario garantire che le importazioni provenienti dai paesi terzi soddisfino le norme ambientali, sanitarie, sociali e qualitative imposte dall'UE, onde evitare una concorrenza sleale da parte di Paesi importatori attraverso prodotti di prezzo e qualità inferiore. La relazione approvata oggi dall'aula chiede, inoltre, con forza l'applicazione di criteri più rigorosi e trasparenti per quanto attiene la qualità, la tracciabilità e l'etichettatura dei prodotti della pesca.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L'Unione europea, in quanto maggior importatore di prodotti ittici al mondo, condivide con gli altri principali paesi importatori la responsabilità politica di garantire che le regole commerciali dell'OMC rispettino gli standard globali più elevati in termini di gestione e conservazione della pesca. L’Unione europea deve impegnarsi a fondo per aumentare nel tempo la produzione ittica da acquacoltura al fine di ridurre le importazioni nei settori della pesca e dell’acquacoltura. È per me fonte di preoccupazione, in particolare, il rischio di importare e immettere sul mercato prodotti ittici geneticamente modificati: ne va evitata la vendita all’interno dell’Unione europea. Sostengo, dunque, una politica di certificazione rigorosa in grado di controllare in modo efficace eventuali problemi di questo tipo e condivido l’impegno a favore della ricerca e dello sviluppo nel settore dell’acquacoltura europea, che rappresenta soltanto il 2 per cento della produzione mondiale.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Per sopravvivere, ogni Stato deve conservare la propria autosufficienza alimentare. La pesca è importante per l’alimentazione e assicura una molteplicità di posti di lavoro. Come nel settore agricolo, stiamo imponendo elevati standard qualitativi, ambientali e di protezione animale ai nostri pescatori e questo si riflette ovviamente sul prezzo dei prodotti. Per quanto riguarda le importazioni, invece, è difficile monitorare il rispetto delle nostre normative ed acquisiscono quindi ancor più importanza la definizione di norme chiare in materia di importazione, etichettatura e qualità dei prodotti alimentari e i tentativi per scoraggiare la concorrenza alla nostra economia nazionale. Dobbiamo però evitare di ottenere l’effetto contrario nel settore dell’acquacoltura caricando gli ecosistemi di oneri ulteriori o facendo perdere il lavoro ai nostri pescatori, anziché garantire una maggiore protezione ambientale. Le misure proposte rappresentano un passo nella giusta direzione e per questo ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. − La questione del regime d'importazione dei prodotti della pesca e dell'acquacoltura (PPA), ed in particolare le condizioni con cui i prodotti di provenienza esterna all'UE sono ammessi sul territorio dell'Unione a complemento, o in competizione con i prodotti ottenuti dalla pesca e dall'acquacoltura europee, è senza dubbio una questione prioritaria, imprescindibile in ogni analisi di questi settori specifici dell'economia europea. La regolazione di questa materia è essenziale in un contesto in cui il tasso di copertura del consumo attraverso la produzione comunitaria è oggi molto basso, con un tasso di dipendenza dalle importazioni superiore al 60%.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto (EN) L’impronta iniziale della relazione era a difesa del protezionismo in materia di importazioni, in virtù del principio secondo cui i pescatori comunitari dovrebbero avere un accesso preferenziale al mercato dell’Unione, tranne nei casi di un insufficiente volume delle catture; solo in questi casi gli operatori comunitari della lavorazione avrebbero potrebbero all’importazione. Un commercio internazionale troppo intenso porta allo sfruttamento eccessivo e all’esaurimento degli stock ittici poiché i vari paesi cercano di aumentare le proprie esportazioni, ma vi sono comunque buone basi comuni da cui partire. Molti emendamenti che abbiamo proposto sono stati adottati; il più importante evidenziava che, sebbene da un lato il commercio internazionale di prodotti della pesca possa determinare un aumento della sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo, dall’altro ha portato a un aumento delle attività di pesca per l’approvvigionamento del mercato dell’esportazione, fatto questo che potrebbe portare all’esaurimento degli stock. Altri emendamenti, invece, hanno messo in evidenza la necessità di un consumo responsabile e di rafforzare la gestione delle risorse e la sorveglianza della pesca; hanno chiarito, inoltre, che l’approvvigionamento ittico proviene da risorse naturali finite e che quindi la quantità di che può essere catturato, esportato e consumato è limitata.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Recentemente è stata approvata la strategia comunitaria per lo sviluppo sostenibile dell'acquacoltura. È certamente giunto il momento di regolamentare l’importazione di prodotti della pesca e dell’acquacoltura, dal momento che l’Unione europea costituisce attualmente il principale mercato a livello mondiale per questi prodotti. La produzione europea, però, non basta a soddisfare la domanda e l’Unione europea si trova a dipendere dall’importazione, le cui modalità devono quindi essere regolamentate al fine di garantire che la qualità e le buone pratiche a cui devono attenersi i produttori comunitari valgano anche per i paesi terzi.

Condivido l’opinione del relatore in merito alla questione della protezione doganale. Non sembra fattibile, in questo particolare momento storico, abolire i dazi doganali e pretendere, allo stesso tempo, che i nostri prodotti possano sostituire ed essere competitivi rispetto a quelli provenienti dai paesi terzi.

Come ho affermato in precedenza, la questione della pesca e dell'acquacoltura è una delle priorità individuate da Madeira nel piano di sviluppo economico e sociale attualmente in vigore, in ottemperanza al quale la regione sta promuovendo la competitività nel settore grazie a una gestione sostenibile delle risorse, alla diversificazione della produzione ittica, alla valutazione della qualità dei prodotti e alla formazione degli operatori del settore della pesca al fine di aumentare la produttività.

Per tutte queste ragioni ho votato a favore della relazione in oggetto.

 
  
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  Jarosław Leszek Wałęsa (PPE), per iscritto.(PL) Ho votato a favore della relazione Cadec perché analizza molti aspetti importanti relativi alla protezione del mercato dell’Unione europea per i prodotti dell'acquacoltura nel quadro della riforma della politica comune della pesca. Ho appoggiato la relazione perché ho voluto mettere in luce una minaccia in particolare cui essa fa riferimento: la mancanza di informazioni affidabili e di ampia portata per i consumatori sulle implicazioni per la salute, sulla composizione e sull’origine di determinate specie di pesce. Se i consumatori non sono adeguatamente informati, l’unica discriminante sul mercato diventa il prezzo. I produttori europei offrono prodotti generalmente di qualità molto più elevata rispetto a quelli importati; in una lotta ad armi impari, tuttavia, sono destinati a soccombere. Per questo, è necessario rendere più rigorosa la legislazione sull’identificazione. Grazie per l’attenzione.

 

9. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale
 

(La seduta, sospesa alle 14.10, riprende alle 15.00)

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WALLIS
Vicepresidente

 

10. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
Video degli interventi

11. Discussioni su casi di violazione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto

11.1. Zimbabwe, in particolare il caso di Farai Maguwu
Video degli interventi
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la discussione su sette proposte di risoluzione sullo Zimbabwe, in particolare il caso di of Farai Maguwu(1).

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki, autore. – (FI) Signora Presidente, il Parlamento si è già trovato a discutere in passato della violazione dei diritti umani nello Zimbabwe. Oggi, purtroppo, siamo costretti ancora una volta ad affrontare l’argomento. In questa occasione si tratta del caso di Farai Maguwu, attivista per i diritti umani. Egli è semplicemente un prigioniero di coscienza, arrestato e imprigionato per aver difeso i diritti umani altrui e per aver fornito ai media informazioni sul rispetto di tali diritti nel suo paese.

Il Parlamento europeo ha lanciato un appello per il suo rilascio, chiede che sia condotta un’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani nello Zimbabwe e che, naturalmente, si metta fine a tali violazioni. Questo caso è particolarmente palese e, per questa ragione, davvero spiacevole: un individuo che interviene in difesa dei diritti umani altrui e che si trova a pagare in prima persona.

 
  
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  Véronique De Keyser, autore.(FR) Signora Presidente, dietro il caso di Farai Maguwu si cela la questione dell’industria diamantifera.

Lo Zimbabwe ha aderito volontariamente al processo di Kimberley, che permette ai suoi membri di vendere diamanti sui mercati internazionali a condizione che questo commercio non finanzi conflitti armati. In occasione dell’incontro del processo di Kimberley tenutosi il 20 e 21 giugno a Tel Aviv, tuttavia, i partecipanti non sono stati in grado di trovare un accordo sul seguente punto: non sarebbe forse necessario integrare anche i diritti umani nel processo di Kimberley? Diverse ONG internazionali hanno condannato le violazioni dei diritti umani nelle miniere diamantifere dello Zimbabwe, violazioni commesse dalle forze di sicurezza. Uno degli informatori delle ONG era Farai Maguwu, direttore del Centro per la ricerca e lo sviluppo dei diritti umani di Manicaland. Per questo motivo Maguwu è stato arrestato il 3 giugno e, da allora, è detenuto in carcere in condizioni molto difficili con l’accusa di aver violato le disposizioni sulla sicurezza di Stato. La situazione è inaccettabile.

La risoluzione chiede l’immediato rilascio del prigioniero, la demilitarizzazione dei giacimenti, l’inclusione di clausole sui diritti umani all’interno del processo di Kimberley e la redistribuzione alla popolazione della ricchezza ottenuta dal commercio di diamanti, per esempio tramite un apposito fondo indipendente.

Esortiamo inoltre la Commissione e il Consiglio a prestare la massima attenzione in materia di buona governance e democrazia nello Zimbabwe e all’interno del dialogo che abbiamo avviato con questo paese e che è caratterizzato da timidi progressi.

 
  
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  Judith Sargentini, autore. − (NL) Signora Presidente, in questo caso abbiamo a che fare con due problematiche diverse o, per essere precisi, con un essere umano e con una problematica. Innanzi tutto, c’è il caso dell’uomo Farai Maguwu, un attivista dei diritti umani, arrestato nello Zimbabwe e brutalmente maltrattato in carcere. Poi c’è la questione del ruolo insolito svolto dall’osservatore del processo di Kimberley. Il compito dell’osservatore dovrebbe essere quello di monitorare la situazione nello Zimbabwe. Invece egli ha stabilito dei contatti con le autorità del paese e ha usato informazioni che gli erano state fornite da Maguwu compromettendo quindi la posizione di quest’ultimo. In discussione, dopo tutto, vi è anche lo stesso processo di Kimberley.

In passato ho partecipato ai negoziati che hanno dato vita a questo sistema in capacità di lobbista per conto di diverse organizzazioni che si occupano di sviluppo. Il sistema si è rivelato efficace. Ha impedito, o ridotto, i finanziamenti alle guerre in Congo, Angola, Sierra Leone e Liberia, finanziamenti alimentati dalla vendita di diamanti. Oggi, tuttavia, c’è il rischio che il processo di Kimberley sia utilizzato per legittimare un’altra prassi, quella della violazione dei diritti umani da parte dei diversi regimi. I diritti umani non sono presi in esame dalla risoluzione e, per questa ragione, chiediamo sia introdotto un emendamento. La risoluzione del Parlamento si limita a menzionare i diamanti di guerra, i diamanti di sangue e nient’altro. Dopo tutto, l’estrazione di questo minerale avviene sempre in condizioni atroci. Una modifica rappresenterebbe un importante passo avanti perché ci permetterebbe di denunciare non solo la situazione nello Zimbabwe, ma anche le violazioni dei diritti umani che da anni il regime angolano commette contro i lunda. Fino a oggi non è stato raggiunto alcun risultato su questo fronte perché il processo di Kimberley prevede una collaborazione fra paesi che non amano le ingerenze nei propri affari interni. Un segnale in questo senso da parte del Parlamento europeo potrebbe comunque essere il primo di una serie destinata a condurre al cambiamento.

 
  
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  Alain Cadec, autore. (FR) Signora Presidente, devo riconoscere innanzi tutto che, rispetto a questa mattina, regna finalmente un po’ di pace e tranquillità in Aula!

Onorevoli colleghi, ho appoggiato questa risoluzione sulla situazione dei diritti umani nello Zimbabwe, e in particolare sul caso di Farai Maguwu, perché la nostra Assemblea non può restare in silenzio di fronte alle violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali che da decenni vengono commesse nel paese.

Farai Maguwu, direttore del Centro per la ricerca e lo sviluppo, è stato arrestato dalle autorità del suo paese dopo aver condannato le violazioni dei diritti umani nei giacimenti diamantiferi. Con questa condanna stava semplicemente esercitando il suo diritto alla libertà di espressione e alla ricerca di informazioni sui diritti umani e le libertà fondamentali in generale. Il Parlamento chiede il suo rilascio ed esorta lo Zimbabwe a rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali per consentire alla società civile di esprimersi senza paura.

Lo Zimbabwe deve inoltre ottemperare scrupolosamente agli impegni assunti in materia di produzione diamantifera nel contesto del processo di Kimberley per poter sfuggire al circolo vizioso del finanziamento dei conflitti armati.

 
  
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  Marie-Christine Vergiat, autore. (FR) Signora Presidente, l’Aula è tranquilla, direi quasi troppo tranquilla e mi rammarico che a interessarsi alla questione non sia un gruppo più numeroso di onorevoli colleghi. Definire tragica la situazione nello Zimbabwe è, purtroppo, un eufemismo. É tragica per quanto concerne l’economia, la società e, soprattutto, la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani. Le ultime elezioni si sono svolte in un clima di paura. L’arresto di Farai Maguwu, il direttore del Centro per la ricerca e lo sviluppo, in seguito a un’intervista con Chikane, un osservatore del processo di Kimberley, è dunque l’ennesimo episodio che, purtroppo, si aggiunge alla lunga lista delle violazioni dei diritti umani commesse in quel paese.

Le condizioni in cui si svolge l’attività estrattiva dei campi diamantiferi di Marange sono spaventose: lavori forzati, torture, contrabbando, perfino omicidi; tutto avviene sotto il controllo dei militari e a beneficio degli amici di Mugabe. Queste circostanze sono state ripetutamente condannate dalle ONG, anche dall’organizzazione di Maguwu. Per questa ragione è particolarmente sorprendente che Chikane abbia presentato una relazione positiva la cui conclusione è che l’attività estrattiva alla miniera soddisfa i requisiti del processo di Kimberley. L’incontro inter-sessione di Tel Aviv non è approdato ad alcuna decisione circa il seguito da dare a questa relazione. Signora Commissario, può confermarci che, in assenza di un consenso fra gli Stati membri, l’Unione europea si è realmente opposta alla ripresa delle esportazioni legali di diamanti a partire dallo Zimbabwe; che manterrà questa posizione anche alla conferenza di San Pietroburgo; che si adopererà affinché il processo di Kimberley sia esteso fino a includere il rispetto dei diritti umani; e che farà tutto quanto in suo potere per garantire che gli Stati membri adottino le misure necessarie a impedire l’importazione di diamanti dallo Zimbabwe fino a quando le circostanze nel paese non saranno mutate? Può aiutarci a comprendere i motivi che hanno spinto Chikane a formulare un parere positivo quando sembra che alcuni documenti dei suoi fascicoli siano stati sequestrati dagli agenti dei servizi segreti?

L’Unione europea è il maggiore donatore di aiuti umanitari allo Zimbabwe. Deve quindi adottare una posizione esemplare in questo ambito, una posizione che deve mantenere. Può dirci quale sarà la posizione dell’Unione europea a San Pietroburgo?

 
  
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  Geoffrey Van Orden, autore. − (EN) Signora Presidente, da quando sono stato eletto nel 1999, mi sono sempre adoperato affinché il Parlamento manifestasse la propria opposizione al lungo elenco di ingiustizie che Mugabe e i suoi seguaci hanno inflitto al popolo dello Zimbabwe. Devo riconoscere che questo è un ambito in cui l’Assemblea parla con una sola voce.

Oggi ci troviamo a discutere delle violazioni sistematiche commesse dalle forze di sicurezza governative nei confronti dei lavoratori dei campi diamantiferi dello Zimbabwe. Questo paese è membro del processo di Kimberley, l’organismo informale che disciplina il commercio mondiale di diamanti grezzi e che, finora, ha fatto ben poco per fermare queste violazioni. Esorto il processo di Kimberley a prendere in considerazione l’introduzione di provvedimenti rigorosi contro lo Zimbabwe per inadempienza e mi unisco a coloro che hanno condannato il recente arresto di Farai Maguwu, un uomo di grande senso morale, che ha avuto il coraggio di denunciare le violenze commesse dalle forze di sicurezza zimbabwane a Chiadzwa.

Il governo dello Zimbabwe deve procedere all’immediato rilascio di Maguwu e di tutti gli altri prigionieri politici. Noi dovremmo ribadire che il rispetto del diritto alla libertà di espressione era uno degli impegni assunti da tutte le parti con l’accordo politico dello scorso anno. Oggi sono gli aiuti internazionali a soddisfare i bisogni fondamentali di assistenza medica e approvvigionamento alimentare di una larga fetta della popolazione. Le autorità del paese dovrebbero utilizzare i ricchi proventi che l’estrazione dei diamanti dovrebbe generare per creare un fondo fiduciario destinato a rilanciare l’economia e a garantire quell’assistenza sanitaria, quell’istruzione e quei sistemi sociali che oggi sono forniti dai donatori internazionali.

Purtroppo lo Zimbabwe ha ancora un lungo cammino da percorrere prima che si possa affermare che il suo popolo conosce la libertà, la democrazia e uno Stato di diritto degni di questo nome. É giunto il momento di una svolta radicale e l’Unione europea, insieme ai paesi dell’Africa australe, dovrebbe esercitare maggiore pressione affinché nello Zimbabwe si instauri una buona governance.

 
  
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  Michael Gahler, a nome del gruppo PPE. – (DE) Signora Presidente, l’arresto di Farai Maguwu accusato di avere pubblicato informazioni sulla situazione nei giacimenti diamantiferi di Marange mostra dove stia il potere nello Zimbabwe e chi lo detenga veramente oggi nel paese. L’arresto dimostra inoltre che il governo di unità nazionale, una coalizione forzata, di fatto esercita la propria autorità solo nella parte vecchia, dove vivono coloro che godono dell’appoggio di Mugabe.

Credo, pertanto, che sia importante per noi continuare a denunciare queste situazioni e per l’Unione europea continuare a mantenere sulla lista nera coloro che opprimono la popolazione nello Zimbabwe.

Farai Maguwu è stato arrestato dalle stesse persone che traggono vantaggio dall’estrazione diamantifera e che si intascano i proventi delle vendite, che quindi non vengono messi a disposizione della popolazione tramite il bilancio del paese. Mi auguro, pertanto, che sia un’ampia maggioranza del Parlamento a denunciare questa situazione e che entrambe l’Unione e l’Africa australe ribadiscano la necessità di porvi fine.

 
  
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  Michael Cashman, a nome del gruppo S&D. – (EN) Signora Presidente, la situazione è migliorata nello Zimbabwe ma i miglioramenti, purtroppo, non sono sufficienti. Abbiamo assistito agli attacchi contro Maguwu e altri attivisti dei diritti umani. Abbiamo inoltre assistito alla chiusura delle strutture impegnate nella prevenzione e informazione sull’HIV e all’arresto di lesbiche, gay e bisessuali che operavano al loro interno.

La mia protesta di cittadino inglese viene ignorata. Anche quella dei cittadini europei. Permettetemi, però, di ribadire un’ovvietà ai paesi africani: sapete bene che ciò che accade nello Zimbabwe è sbagliato. Se non ci sarà un’azione collettiva da parte vostra, perderete qualsiasi autorità morale nel continente e nel mondo. Ripetiamo che l’Africa è nelle vostre mani, che il futuro dell’Africa è nelle vostre mani. Rimanendo a guardare mentre chi denuncia le violazioni dei diritti umani e difende semplici cittadini viene arrestato, rimanendo passiva, l’Africa diventa complice.

 
  
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  Paweł Robert Kowal, a nome del gruppo ECR.(PL) Signora Presidente, siamo sempre alla ricerca di strumenti efficaci per esercitare influenza sui paesi terzi, per spingerli al cambiamento e portarli a decidere di sostenere i diritti umani. Questi strumenti non dovrebbero mai ripercuotersi sulla popolazione e sugli aiuti umanitari, ma dobbiamo trovare un modo intelligente per esercitare pressione sul regime del Presidente Mugabe impedendo così che situazioni come quella di Farai Maguwu possano ripetersi in futuro.

Per quanto concerne la difesa dei diritti umani, è in gioco, sostanzialmente, la nostra credibilità. Dobbiamo esprimerci con grande chiarezza con un sì o con un no. O i diritti umani sono rispettati oppure no. Non dobbiamo accontentarci di piccoli progressi. Ho avuto l’impressione che alcuni interventi abbiano espresso una certa soddisfazione per i piccoli progressi realizzati. Noi abbiamo ribadito chiaramente che il governo del Presidente Mugabe non ha alcuna legittimità e il suo operato è esecrabile – forse dovremmo essere più espliciti.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) Desidero unirmi a coloro che, in quest’Aula, hanno chiesto il rilascio immediato di Farai Maguwu. É nostro dovere condannare le condizioni della sua detenzione e il mancato rispetto dei diritti umani fondamentali durante il suo processo.

Come saprete, il ruolo delle organizzazioni della società civile è di vitale importanza non solo per garantire il successo del processo di Kimberley, ma anche per la difesa della democrazia nello Zimbabwe in generale.

Questo paese, tuttavia, non può progredire sulla strada della democrazia se gli attivisti dei diritti umani sono costretti a tacere quando anche i media internazionali denunciano le violazioni che sono state commesse.

Aggiungo, inoltre, che le autorità zimbabwane hanno il dovere di condurre un’inchiesta imparziale sulle violazioni dei diritti umani nei campi diamantiferi e di consegnare alla giustizia i responsabili. La parola chiave, in questo caso, è trasparenza. I cittadini dello Zimbabwe hanno il diritto di essere informati, il che significa che le autorità del paese devono rispettare gli obblighi che hanno liberamente contratto nel quadro del processo di Kimberley.

 
  
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  Ana Gomes (S&D). – (PT) Il caso di Farai Maguwu è una prova della brutale repressione che ha luogo nello Zimbabwe e della necessità di ampliare l’ambito del processo di Kimberley. I diamanti dovrebbero essere accompagnati da una certificazione che indica che la loro estrazione non solo non è segnata da crimini di guerra, ma neppure da violazioni dei diritti umani, comprese quelle commesse dai paesi e dalle industrie che li utilizzano.

Lo sfruttamento dei diamanti svolge un ruolo importante nella lotta alla povertà e nel conseguimento degli obiettivi del millennio. Secondo Global Witness, nel 2008, l’Africa ha esportato petrolio e minerali per USD 393 miliardi, un importo che è pari a nove volte gli aiuti che il continente riceve. L’uso equo delle risorse naturali a beneficio delle popolazioni locali può rivestire un’importanza cruciale nel rafforzamento dello Stato di diritto, nella promozione della responsabilità sociale delle imprese e, pertanto, nella tutela dei diritti umani.

In questo senso è importante che l’Unione europea adotti meccanismi di lotta alla corruzione nello sfruttamento dei minerali. É una richiesta sostenuta da diversi onorevoli colleghi soprattutto tramite la petizione online al sito http://www.stopcorruption.eu" che invito tutti a firmare.

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signora Presidente, sono lieto che oggi sia stato sollevato il caso di Maguwu che rappresenta solamente la punta dell’iceberg, ma, come è stato elegantemente ricordato, il marcio comincia dalla punta. Robert Mugabe, che in passato è stato un combattente per i diritti della popolazione di colore e ha dimostrato grande abilità politica, è oggi un dittatore brutale che ha causato il crollo dell’economia, provocato carestie e disseminato il terrore nel suo paese.

La sua riforma fondiaria, iniziata caoticamente, è infine sfociata nell’esproprio dei terreni degli agricoltori bianchi, il paese è una regione desolata e il 94 per cento della popolazione è disoccupato. Dopo tutto, chiunque arresti attivisti come Maguwu, usando la minaccia del carcere e della tortura nei confronti loro e delle loro famiglie, non rispetta i criteri che devono essere soddisfatti anche in virtù del processo di Kimberley.

Concordo con l’oratore che mi ha preceduto quando afferma che la tutela dei diritti umani deve essere integrata nel processo di Kimberley. Invece di limitarci ad avanzare richieste e lagnanze, dovremmo dare prova di coerenza, appoggiare gli altri Stati e imporre sanzioni per esercitare pressione sullo Zimbabwe, ricorrendo perfino alla sua esclusione dal processo di Kimberley.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE).(PL) Signora Presidente, sappiamo tutti che i diamanti possono essere una benedizione, ma anche una maledizione. Non possiamo che augurarci il meglio per lo Zimbabwe e il suo popolo, e vogliamo che i cambiamenti nel paese conducano, un giorno, a una trasformazione completa e costruttiva. Oggi, però, stiamo parlando di qualcuno per il quale i diamanti possono rappresentare una maledizione. Farai Maguwu è stato arrestato con l’accusa di aver pubblicato informazioni pregiudizievoli per la sicurezza di Stato. In realtà, come spesso accade, le autorità di alcuni paesi non comprendono che la loro reputazione è compromessa e minacciata da coloro che violano i diritti umani e non da chi queste violazioni le denuncia pubblicamente. Il rilascio di Farai Maguwu è dunque nell’interesse dello Zimbabwe e mi auguro che il governo del paese ascolti il nostro appello.

Conosciamo esempi costruttivi di utilizzo dei diamanti a favore di uno sviluppo corretto. Il Botswana è uno di questi esempi. Il nostro appello a utilizzare i proventi del commercio di diamanti a favore della sanità, dell’istruzione e della spesa sociale è quindi giustificato e l’obiettivo è raggiungibile.

 
  
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  Corina Creţu (S&D).(RO) Il caso di cui discutiamo oggi – l’arresto e la detenzione di Farai Maguwu più di un mese fa – è la prova della mancanza di progressi sul fronte del rispetto dei diritti umani nello Zimbabwe. Questo stesso caso attira la nostra attenzione sulla grave situazione nei campi diamantiferi della regione orientale del paese dove l’esercito è spesso accusato di crimini, atti di violenza e gravi violazioni.

Negli ultimi trent’anni il regime di Mugabe ha portato lo Zimbabwe alla bancarotta e alla catastrofe umanitaria. I diamanti di sangue sono la prova del cinismo degli ambienti di governo, privi di qualsiasi scrupolo e rispetto per i loro cittadini.

Lo Zimbabwe sta violando i principi del processo di certificazione di Kimberley sulla vendita di diamanti grezzi. Ritengo che l’Unione europea abbia il dovere di offrire maggiore supporto a questo organismo di cooperazione per rafforzare la dimensione morale del commercio di diamanti nel tentativo di porre fine al traffico illecito di questo minerale che va a finanziare i conflitti e i gruppi armati e che viene estratto con uno sfruttamento barbaro.

Chiediamo l’immediato rilascio di Farai Maguwu e facciamo appello alla diplomazia europea affinché consideri la possibilità di adottare severe sanzioni contro il regime di Harare, costringendolo a porre fine ai maltrattamenti degli attivisti dei diritti umani e alla sanguinosa schiavitù dei campi diamantiferi.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE). - (EN) Signora Presidente, poco meno di cinque settimane Farai Maguwu è stato arrestato dalle autorità zimbabwane. Da allora è in carcere, privato dei suoi diritti personali, e le condizioni della sua detenzione non sono note.

Sono lieto che il Parlamento ne chieda unanimemente il rilascio immediato, ma temo che questo arresto possa costituire un duro colpo per i risultati dell’incontro di Tel Aviv e per il processo di Kimberley.

Come ha ricordato l’onorevole Van Orden, nelle miniere di diamanti vige uno sfruttamento sistematico dei lavoratori. La situazione nello Zimbabwe è tipica: enormi proventi derivanti dall’esportazione di minerali che non hanno alcun impatto sulle condizioni di vita della popolazione, che continua a vivere nella povertà e nella malattia. Condivido il parere secondo il quale agli Stati africani spetta un ruolo importante nel miglioramento delle condizioni all’interno dei loro paesi. Sono favorevole a un dialogo fra la Commissione e lo Zimbabwe a condizione che Maguwu sia rilasciato e che le autorità zimbabwane rispettino il processo di Kimberley.

 
  
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  Charles Tannock (ECR). - (EN) Signor Presidente, nei trent’anni trascorsi da quando Mugabe è salito al potere, lo Zimbabwe, da granaio dell’Africa australe, si è trasformato in mendicante. Gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati dall’impoverimento sistematico e deliberato della maggior parte dei 12 milioni di cittadini dello Zimbabwe. Alcuni dei seguaci di Mugabe, in particolare i vertici militari, si sono invece arricchiti in modo spaventoso grazie al controllo dei terreni agricoli espropriati e alle risorse minerarie.

Farai Maguwu ha cercato con coraggio di denunciare le esecuzioni illegali e le violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito che controlla molte delle miniere di diamanti del paese. La ricchezza di queste miniere finisce inevitabilmente delle tasche dei seguaci di Mugabe. Si dovrebbe quindi respingere la riammissione dello Zimbabwe al processo di Kimberley. L’Unione europea dovrebbe inoltre cercare di inasprire le sanzioni e di adottarne di mirate nei confronti di coloro che, nello Zimbabwe, si sono arricchiti con il commercio dei cosiddetti diamanti di sangue. Naturalmente Farai Maguwu, che ha esercitato il suo diritto fondamentale alla libertà di espressione, dovrebbe essere immediatamente rilasciato.

 
  
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  Joanna Katarzyna Skrzydlewska (PPE).(PL) Signora Presidente, le decisioni adottate nel 2000 e approvate dai governi degli Stati interessati e dall’industria internazionale dei diamanti nel 2003 a Kimberley, trovavano la loro ragion d’essere nella lodevole idea di porre fine al commercio dei diamanti di sangue. É stato raggiunto un accordo sui movimenti ribelli che utilizzavano i proventi della vendita di diamanti per finanziare conflitti illegali destinati a rovesciare governi nazionali legittimamente eletti. I movimenti di questo tipo sono all’origine della destabilizzazione interna e dei conflitti che oggi si combattono in molti paesi africani.

Siamo dunque profondamente colpiti dalle notizie sulle violazioni dei diritti umani e sulle numerose vittime civili cadute da quando l’esercito e le forze di polizia hanno preso il controllo dei campi diamantiferi a Marange. Rivolgiamo un appello al governo dello Zimbabwe affinché adotti tutte le misure necessarie in linea con le risoluzioni del processo di Kimberley al fine di ripristinare la normale operatività della miniera. Condanniamo inoltre gli arresti illegali eseguiti nel paese e chiediamo il rilascio di Farai Maguwu.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI).(DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, il processo di Kimberley è un’iniziativa dei rappresentanti dei governi, dell’industria dei diamanti e della società civile tesa a porre fine al commercio internazionale dei cosiddetti diamanti di sangue.

I segnali di una grave violazione delle norme del processo di Kimberley nei campi diamantiferi di Marange erano già stati individuati nel 2008. Farai Maguwu è uno dei coraggiosi attivisti dei diritti umani che documentano i casi di lavori forzati, tortura e violenza nel paese. Il governo dello Zimbabwe ha aderito spontaneamente al processo di Kimberley; dobbiamo insistere affinché siano rispettati gli obblighi che questo meccanismo prevede.

 
  
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  Kristalina Georgieva, membro della Commissione. − (EN) Signora Presidente, sono particolarmente grata al Parlamento per la discussione odierna.

L’incontro inter-sessione del processo di Kimberley dal 21 al 24 giugno di quest’anno è stato offuscato dall’arresto di Farai Maguwu. La Commissione condivide le preoccupazioni del Parlamento europeo e ha chiesto che a Maguwu sia assicurato il pieno rispetto del suo diritto legale a una difesa. Seguendo la nostra strategia locale che sostiene i difensori dei diritti umani e vuole garantire loro maggiore protezione, la delegazione dell’Unione europea sta monitorando da vicino la situazione ed è in contatto con i legali di Maguwu.

Abbiamo inoltre chiesto allo Zimbabwe di ribadire il proprio impegno nei confronti del ruolo della società civile all’interno del processo di Kimberley. Se, da un lato, il mandato del processo di Kimberley punta a fermare il commercio dei diamanti di sangue, è chiaro che questo processo non può operare nel vuoto e ignorare le preoccupazioni sui diritti umani. Questo è il messaggio forte che l’Assemblea ha inviato oggi – a maggior ragione se consideriamo che il rispetto dei diritti umani soggiace all’obiettivo stesso del processo di Kimberley.

Per quanto riguarda l’incontro di Tel Aviv, in quella occasione l’Unione europea si è dichiarata favorevole a non sospendere l’attuazione della decisione di Swakopmund e ha appoggiato il programma di lavoro congiunto teso a garantire che la cooperazione mineraria a Marangwe rispetti le norme del processo di Kimberley, compresa l’applicazione del cosiddetto meccanismo dell’esportazione sotto supervisione. Crediamo che un rinnovato impegno nei confronti dello Zimbabwe nel contesto del processo di Kimberley sia la strada migliore non solo per garantire il rispetto sotto il profilo tecnico del processo di Kimberley nella regione di Marangwe, ma anche per rafforzare la governance in questo settore critico dell’economia e, in ultima analisi, per migliorare la situazione dei diritti umani a Marangwe.

Per questo motivo l’Unione europea ha invitato lo Zimbabwe a portare avanti con determinazione il proprio impegno rispetto al processo di Kimberley e al programma di lavoro congiunto in modo che i diamanti di Marangwe possano, a tempo debito, contribuire allo sviluppo economico dello Zimbabwe. Il nostro obiettivo è di spingere i membri del processo di Kimberley e lo Zimbabwe a intensificare gli sforzi per creare un consenso su questo tema complesso in quello spirito di dialogo e cooperazione che ha sempre caratterizzato questo processo.

Infine, è importante che il Parlamento sappia che, il 2 luglio, in un incontro con i ministri zimbabwani che rappresentano il governo di unità nazionale, la baronessa Ashton, Alto rappresentante e Vicepresidente della Commissione, ha ricordato che l’attuazione dell’accordo politico globale – nel quale si affrontano le nostre preoccupazioni in materia di diritti umani, Stato di diritto e principi democratici – è fondamentale per garantire la normalizzazione dei rapporti con l’Unione europea.

Come è stato affermato, noi annettiamo grande importanza al rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani da parte dello Zimbabwe. É un argomento che abbiamo sollevato in diverse occasioni e in diverse sedi. La Commissione finanzia, e continuerà a finanziare, moltissime attività nello Zimbabwe in collaborazione con le organizzazioni della società civile. Continuerà a cercare e ad appoggiare modi per creare e sostenere un clima politico aperto in cui siano pienamente rispettati i diritti umani e le libertà dei cittadini.

Per quanto concerne la posizione della Commissione in materia di commercio dei diamanti con lo Zimbabwe, abbiamo chiesto che sia effettuato un audit delle scorte esistenti di questo minerale prima di avviare qualsiasi discussione su una ripresa limitata delle esportazioni. L’Unione europea è stata invitata alla sessione a porte chiuse cui parteciperanno i principali stakeholder e che è stata convocata dalla presidenza del processo di Kimberley a margine dell’incontro del Consiglio mondiale dei diamanti il 14 luglio a San Pietroburgo. In quella occasione avremo modo di approfondire la discussione su questo tema.

 
  
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  Presidente. − La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà fra breve.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Monica Luisa Macovei (PPE), per iscritto. – (EN) Mi unisco a coloro che hanno chiesto il rilascio di Farai Maguwu. Maguwu è stato arrestato per aver fornito informazioni sul processo di Kimberley. Egli si è consegnato alla polizia dopo che i suoi familiari sono stati maltrattati, arrestati e incarcerati e dopo che i dipendenti della sua organizzazione sono stati costretti alla clandestinità. La detenzione arbitraria di Maguwu è un messaggio intimidatorio che il governo dello Zimbabwe invia agli attivisti dei diritti umani e ai cittadini liberi del paese per evitare che diffondano informazioni sulle realtà di Marange. Farai Maguwu deve essere immediatamente rilasciato. Il governo dello Zimbabwe dovrebbe restituire tutti i computer, i dossier e il materiale appartenente alla sua organizzazione, porre fine alle molestie nei confronti del suo personale, e avviare un’indagine indipendente sulle circostanze che hanno portato all’arresto e alla detenzione di Maguwu. La Commissione e il Consiglio devono sottoporre con urgenza queste richieste alle autorità dello Zimbabwe conferendo loro un carattere non negoziabile.

 
  

(1)Cfr. Processo verbale.


11.2. Venezuela, in particolare il caso di Maria Lourdes Afiuni
Video degli interventi
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca il dibattito su sette proposte di risoluzione sul Venezuela, segnatamente il caso di Maria Lourdes Afiuni(1).

 
  
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  Santiago Fisas Ayxela, autore. (ES) Signora Presidente, il giudice Afiuni, agendo ai sensi delle leggi venezuelane e sulla base del parere del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, ha concesso la libertà provvisoria a Eligio Cedeño. A seguito di tale decisione, il giudice è stato arrestato e trasferito in un carcere di massima sicurezza, dove vive in condizioni tali da mettere a repentaglio la sua vita. Il Presidente Chávez ha chiesto pubblicamente all’accusa di chiedere la pena massima e ha sollecitato l'Assemblea nazionale ad adottare una nuova legge per aggravare la sua condanna, da applicarsi con effetto retroattivo.

Amnesty International e l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno espresso la loro profonda preoccupazione.

Onorevoli colleghi, non stiamo parlando di un accadimento isolato. Al contrario, questo caso è dimostrazione della tendenza autocratica e autoritaria assunta da un regime che, pur permettendo lo svolgimento di elezioni apparentemente democratiche, fa chiudere i media dell’opposizione, ordina confische e arresta gli oppositori politici, senza mostrare alcun rispetto per i diritti umani e per lo stato di diritto.

Per questi motivi abbiamo chiesto la liberazione immediata del giudice Afiuni.

 
  
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  Renate Weber, autore. − (EN) Signora Presidente, ancora una volta ci troviamo a discutere in seno al Parlamento della situazione in Venezuela, non tanto per nostra volontà, quanto per necessità.

Dall’approvazione dell’ultima risoluzione la situazione non è migliorata, anzi. Il concetto stesso di stato di diritto sta scomparendo a causa delle forti pressioni sui giudici e sulla magistratura, con conseguenze sull’esercizio di una lunga serie di diritti umani, dalla libertà di espressione, e in particolare di stampa, alla proprietà privata.

L’articolo 26 della costituzione venezuelana è molto chiaro nell’affermare che la magistratura è indipendente e che il Presidente deve garantire tale indipendenza. Sempre più spesso, tuttavia, il Presidente Chávez, in discorsi pubblici, ordina ai magistrati e ai giudici come agire e quali decisioni prendere.

Molti giudici sono rimasti vittime del comportamento del Presidente: alcuni sono stati sollevati dal loro incarico, altri hanno lasciato il paese. Il caso del giudice Maria Lourdes Afiuni è solo l’ultimo in ordine di tempo e il più eclatante, perché questa volta un giudice è stato arrestato e accusato a causa di una decisione che ha preso. Come potranno i giudici assegnati al caso in questione agire in modo indipendente, se il Presidente del paese, invece di aspettare l’esito del processo e l’analisi delle prove da parte della magistratura, definisce pubblicamente il giudice Afiuni un bandito e chiede di infliggerle la massima pena?

Da sette mesi Maria Lourdes Afiuni vive in un carcere dove è messa a repentaglio non solo la sua integrità fisica, ma addirittura la sua vita. Con lei sono detenute più di venti donne che lei stessa, nel corso degli anni, ha condannato per reati molto gravi. Non vi è alcun dubbio che l’intento di tale provvedimento sia di umiliarla e spaventarla.

Non aspettandomi molto dalle corti venezuelane, mi spingo fino a chiedere al Presidente Chávez il suo rilascio.

(ES) Presidente Chávez, il giudice Afiuni deve essere immediatamente liberato e giudicato in un processo equo, con tutte le garanzie necessarie affinché possa difendersi dalle accuse mosse dal pubblico ministero. Una tale decisione non solo sarebbe giusta, ma rappresenterebbe anche un gesto umanitario degno di nota.

 
  
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  Véronique De Keyser, autore. (FR) Signora Presidente, il caso di Maria Lourdes Afiuni in Venezuela riguarda la lotta alla corruzione, come da versione ufficiale, ovvero la persecuzione di un oppositore politico, così come affermato dal corrispondente Simon Romero sulle pagine del New York Times?

La domanda merita di essere posta, poiché i regimi autoritari non sono nuovi a entrambe le situazioni. Il mio gruppo, in ogni caso, ha ritirato la sua firma dal compromesso ed è pronto a presentare una propria risoluzione. La mia impressione, onorevoli colleghi, è che abbiate esagerato: non voglio sfruttare il presente caso, che comunque credo vada chiarito, per criticare il regime venezuelano nel suo complesso, come è invece vostra intenzione.

Di cosa stiamo parlando? Attraverso una procedura eccezionale, la Afiuni ha concesso la liberazione di un banchiere accusato di aver rubato 27 milioni di dollari a un’agenzia statale grazie a un contratto di importazione falso, per poi essere arrestata e incarcerata a seguito di tale decisione. È vero che le condizioni in cui è detenuta sono assolutamente terribili, così come le sono in tutte le carceri venezuelane. Ma il dibattito d’urgenza odierno non riguarda le prigioni. Le circostanze descritte, quindi, non fanno del giudice un’attivista dei diritti umani, questione sulla quale peraltro non si è mai espressa.

Proprio come voi, chiedo un processo equo e rapido con tutte le relative garanzie per la difesa, la prosecuzione della lotta alla corruzione in seno all’apparato giudiziario e una rigida separazione tra politica e magistratura. Pur essendo d’accordo con voi sui punti enunciati, non posso convenire sugli altri.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda, autore. (ES) Signora Presidente, condivido l’opinione dell’onorevole De Keyser. Quando alcuni giorni fa ci è stato chiesto di discutere della questione come caso urgente, ho detto che il caso del giudice Afiuni meritava attenzione. Magari non sotto forma di una risoluzione di emergenza, ma piuttosto di una lettera firmata dai diversi deputati, che esprimesse le nostre preoccupazioni e illustrasse quella stessa richiesta che stiamo avanzando ora – o meglio che dovremmo avanzare ma che ancora non abbiamo fatto – in relazione alle garanzie legali da rispettarsi in tutti i processi, compreso nel caso del giudice Afiuni.

L’intento era quello appena descritto ed è proprio con tale intento che anche il nostro gruppo ha presentato una proposta di risoluzione in cui solleva diversi punti in linea con alcune delle opinioni espresse, a mio giudizio importanti da ricordare.

Con l’andare del tempo, tuttavia, abbiamo visto che non stiamo parlando di una risoluzione relativa a un caso specifico di violazione dei diritti umani, né alla particolare situazione in cui si trova ora il giudice in questione, bensì di un’accusa mossa dal punto di vista dell’opposizione venezuelana.

A nessuno sarà sfuggito che presto si terranno le elezioni. E a nessuno sarà sfuggito che la presente risoluzione sarà usata politicamente – politicamente! – in Venezuela.

È chiaro che non ho affinità con il Presidente Chávez né condivido il suo orientamento politico, affatto. Non voglio, tuttavia, che il Parlamento europeo sia strumentalizzato in una campagna a favore dell’opposizione, che sta ora sfruttando un singolo caso per screditare un’intera politica, con la quale si può essere più o meno d’accordo, ma che deve essere sempre e comunque discussa su un piano politico. Non è questo il tipo di discussione che stiamo tenendo oggi. Magari avrà luogo in un contesto diverso, ma non oggi, non qui e non ora.

La risoluzione sui casi di violazione dei diritti umani, sulla democrazia e sullo stato di diritto ha un mandato e un obiettivo molto specifici. Voi, però, avete speso molto del tempo concesso in questo contesto per attività che non hanno nulla a che vedere con singoli e specifici casi di violazione dei diritti umani. A mio giudizio, il Parlamento e tutti i gruppi dovrebbero prendersi del tempo per riflettere al proposito, per il bene dei diritti umani.

 
  
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  Charles Tannock, autore. − (EN) Signora Presidente, pare che la pura demagogia del Presidente venezuelano Chávez non abbia limiti. Ora se la prende con l’indipendenza della magistratura, quale prossimo ostacolo sulla strada verso la conquista di un potere assoluto. L’arresto e la detenzione del giudice María Lourdes Afiuni Mora rappresentano il tentativo più audace e sfrontato compiuto finora per mettere a tacere il dissenso e minare la separazione dei poteri e lo stato di diritto.

Non capisco come la Afiuni possa sperare in un giusto processo. Il Presidente Chávez le ha già dato del bandito, l’ha tacciata di aver preso una bustarella e ha detto che dovrebbe essere condannata a trent’anni di reclusione. Il Presidente ha, inoltre, affermato che Simón Bolívar l’avrebbe fatta giustiziare, una dichiarazione particolarmente incendiaria nel regime di Chávez, dai contorni sempre più dittatoriali, e, a mio giudizio, un imprudente incitamento alla violenza.

Eppure Chávez riesce a farla franca, fondamentalmente perché resta un isterico critico degli Stati Uniti e si guadagna, così, la popolarità tra molti esponenti della sinistra in Europa e in quest’Assemblea. Questo paradosso continua a mettere a repentaglio gli sforzi profusi dall’UE per denunciare l’allarmante tendenza verso il totalitarismo in Venezuela.

(Applausi)

 
  
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  Bernd Posselt (PPE). - (DE) (Interrogazione presentata con la procedura del cartellino blu ai sensi dell’articolo 149, paragrafo 8 del regolamento all’onorevole Romeva i Rueda) Signora Presidente, vorrei chiedere all’onorevole Romeva i Rueda se sa che il regolamento non si limita a menzionare esclusivamente i diritti umani. Anche la democrazia e lo stato di diritto, infatti, sono oggetto della discussione odierna. Tra l’altro, l’onorevole Romeva i Rueda è consapevole che Chávez rappresenta una minaccia per la democrazia e per lo stato di diritto?

 
  
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  Raül Romeva i Rueda, autore.(ES) Onorevole Posselt, è una questione di priorità. Due mesi fa abbiamo discusso queste stesse problematiche nel contesto di una risoluzione di emergenza sul Venezuela. Ciò che intendo dire, in sostanza, è che dobbiamo esser chiari circa le questioni importanti e le priorità. Se dobbiamo tenere un dibattito sul Venezuela in seno alla commissione per gli affari esteri, facciamolo, ma non usiamo la sessione odierna per parlare di questioni che non hanno nulla a che vedere con una denuncia importante, puntuale e tempestiva delle violazioni dei diritti umani.

 
  
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  Joe Higgins, autore. − (EN) Signora Presidente, la presente risoluzione, che si dice verta sui diritti umani in Venezuela, mette in luce l’ipocrisia diffusa nei partiti di destra che siedono in questo Parlamento. Il vero obiettivo non è tanto difendere i diritti umani, quanto piuttosto accelerare il rovesciamento del governo di Hugo Chávez in Venezuela e sostenere la destra venezuelana all’opposizione, favorevole alle grandi imprese, che ancora controlla una parte considerevole dei media, dell’industria e delle proprietà terriere private e annovera tra le sue fila coloro chi neanche dieci anni fa ha tentato un colpo di Stato.

Il governo di Chávez ha introdotto alcune misure progressiste che hanno saputo migliorare la vita delle classi più povere, ma con la conseguente opposizione di Chávez alle politiche economiche neoliberali che l’Unione europea e gli Stati Uniti impongono a molti governi dell’America latina. Mi riferisco alla deregolamentazione, alla liberalizzazione e alla privatizzazione delle economie di tali paesi, di cui beneficiano principalmente le grandi imprese transnazionali con sede nell’UE e negli Stati Uniti. Ecco spiegati i motivi di una tale campagna di diffamazione.

Chiedo che il giudice Afiuni e tutti i detenuti in Venezuela siano trattati dignitosamente e siano giudicati in un processo scrupoloso ed equo. Condivido le gravi preoccupazioni nutrite da alcuni colleghi socialisti venezuelani, per esempio del Socialismo Revolucionario, riguardo a certi aspetti delle politiche di Chávez, quali una sempre più diffusa tendenza alla burocratizzazione e una propensione di stampo stalinista all’abuso e al vilipendio dell’opposizione da parte della sinistra venezuelana e del movimento operaio. Vogliamo che le principali risorse del paese siano sì in mano pubblica, ma in un regime genuinamente sotto il controllo e sotto la gestione dei lavoratori, che possa gettare le basi per un benessere sufficiente e per servizi in grado di cambiare la vita della stragrande maggioranza della popolazione venezuelana, ponendo fine a problemi terribili come la povertà e la criminalità, ma garantendo al contempo a tutti il pieno rispetto dei diritti democratici, sociali e umani.

 
  
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  Bogusław Sonik, a nome del gruppo PPE.(PL) Signora Presidente, in seno al Parlamento ci poniamo sovente una domanda che ci viene posta anche dai nostri elettori: quanto è efficace il nostro lavoro nell’ambito della tutela dei diritti umani? Non posso che essere contento nel sentir dire agli onorevoli colleghi comunisti che gli interventi tenuti in quest’Aula possono portare al rovesciamento di un governo. Mi piacerebbe molto che quanto detto in quest’assemblea possa far cadere i regimi dittatoriali in Bielorussia, in Zimbabwe e in tutti gli altri paesi in cui la popolazione soffre a causa del loro governo.

Al contempo, mi rattrista profondamente l’attitudine degli onorevoli De Keyser e Romeva i Rueda. Due mesi fa, hanno detto esattamente lo stesso: questi non sono né la sede né il momento giusti per discutere del Venezuela. Invece questi sono proprio la sede e il momento giusti ed è nostro dovere tutelare queste persone indipendentemente dai nostri orientamenti politici divergenti. Il Presidente Chávez e l’apparato sotto il suo controllo si rendono costantemente colpevoli di atti di persecuzione politica e di molestie ai danni dei rappresentanti dell’opposizione democratica. In tale contesto, chiedo la liberazione del giudice Afiuni ed esorto l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza a inviare alle autorità venezuelane, e così concludo, una petizione che esprima i timori dell’Unione europea in relazione alle violazioni dei diritti umani, dei principi democratici e dell’ordine pubblico in Venezuela.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signora Presidente, sono lieta che il Parlamento europeo abbia inserito nell’ordine del giorno il caso del giudice Afiuni e stia facendo sentire la propria voce in merito alle violazioni dei diritti umani in Venezuela.

Invito il governo venezuelano a rispettare i propri cittadini e gli accordi internazionali in materia di diritti umani e a intraprendere passi concreti verso la realizzazione di una vera democrazia che rispetti, ora e in futuro, i diritti umani e lo stato di diritto.

Il caso del giudice Afiuni ci ricorda tristemente l’attitudine negativa del Venezuela ai diritti umani. La sua detenzione costituisce una violazione dei diritti personali fondamentali e una grave minaccia all’indipendenza del potere giudiziario.

 
  
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  Eija-Riitta Korhola (PPE). - (FI) Signora Presidente, sei mesi fa abbiamo discusso in un’altra occasione di come la democrazia continui a perdere terreno in Venezuela. Gli attacchi rivolti dal governo alla stampa e alla libertà di Internet e la chiusura di giornali, radio, siti web e televisioni rappresentano una chiara evoluzione, particolarmente allarmante. Probabilmente non siamo a conoscenza di tutti i fatti, ma dobbiamo in ogni caso riflettere sui problemi e i principi legati a tale situazione. Nella sua palese persecuzione del giudice Afiuni, il Presidente Chávez sta attaccando l’indipendenza della magistratura, sebbene ne dovrebbe essere il difensore numero uno.

La separazione dei poteri rappresenta la base della democrazia e dello stato costituzionale, mentre la libertà dei media è essenziale per la democrazia e per il rispetto delle libertà fondamentali. La libertà di esprimere la propria opinione e le proprie idee in pubblico è garanzia della partecipazione al processo democratico e permette l’organizzazione di elezioni libere e regolari, nonché il buon governo. Spero che in quest’Aula nessuno possa affermare il contrario.

 
  
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  Monica Luisa Macovei (PPE). - (EN) Signora Presidente, in Venezuela la democrazia è in pericolo. Vorrei citare un altro caso di limitazione della libertà di espressione e di controllo della società civile da parte del governo.

Si tratta di un fatto recente, con implicazioni per l’intera regione. Nel giugno 2010, il Venezuela ha proposto una modifica al progetto di risoluzione sulla partecipazione della società civile nell’Organizzazione degli Stati americani, volta ad assoggettare la partecipazione della società civile alla legislazione nazionale. La storia ha un brutto precedente: il Venezuela ha sfruttato una clausola simile inserita nel trattato sull’applicazione della Convenzione interamericana contro la corruzione per evitare che le ONG riportassero i casi di corruzione riscontrati nel paese.

La Commissione e il Consiglio devono sostenere con determinazione e apertamente la società civile e seguire con la massima attenzione le prossime elezioni legislative. La legittimità del nuovo parlamento è, infatti, fondamentale in un momento in cui la situazione della democrazia sta peggiorando. Vorrei, infine fare eco a chi ha chiesto la liberazione del giudice.

 
  
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  Corina Creţu (S&D).(RO) Vorrei ribadire che la tutela dei diritti umani è sempre stata e continua a essere una nostra priorità. È logico, quindi, che ci preoccupino le condizioni in cui si svolgono i processi in questione e il regime di detenzione.

Credo che dobbiamo assicurare che il processo si svolga in modo equo e trasparente e nel rispetto delle norme fondamentali dello stato di diritto. Allo stesso modo non ritengo opportuno sfruttare tali casi, che non sempre conosciamo bene, come pretesto per condurre una battaglia politica interna.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Sono sdegnato dal modo in cui il Presidente Chávez sta governando il Venezuela. Lo stile del suo regime di sinistra ricorda i peggiori governi comunisti al potere nell’Europa orientale e centrale nel periodo antecedente alla caduta del muro di Berlino.

Maria Lourdes Afiuni è stata arrestata ingiustamente e i suoi diritti fondamentali, così come la sua libertà di prendere decisioni in qualità di giudice, sono stati violati. Il presente caso è una dimostrazione di come la magistratura non sia indipendente e di come il Venezuela e Chávez si facciano beffe della democrazia.

 
  
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  Gabriel Mato Adrover (PPE).(ES) Signora Presidente, non è la prima volta che intervengo riguardo al Venezuela e alle violazioni dei diritti umani in questo straordinario paese e, temo, non sarà neanche l’ultima.

Nel mio precedente intervento ho parlato dei giornalisti; oggi parlo, invece, di giudici come la Afiuni e, al solito, di comuni cittadini venezuelani che, come le migliaia di canari che vivono nel paese, non vogliono altro che pace e libertà. Queste persone aspirano a proteggere la loro terra e le loro attività, senza vivere costantemente con l’incertezza di “cosa accadrà domani”.

Il Venezuela è stato per molti un paese in cui trovare rifugio. Ora, purtroppo, è un paese in cui la libertà di espressione, così come altre libertà e altri diritti non sono altro che un ricordo. Quest’oggi parliamo dei diritti umani e di chi li viola. Spero che il nostro sostegno, così come la nostra speranza che le libertà politiche tornino presto a essere una realtà, possano, da qui, arrivare al giudice Afiuni e a tutti coloro che vivono in Venezuela.

 
  
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  Kristalina Georgieva, membro della Commissione. − (EN) Signora Presidente, l’Unione europea sta seguendo da vicino la situazione in Venezuela. Vorrei sottolineare che condividiamo le preoccupazioni espresse in merito alle circostanze dell’arresto e della detenzione del giudice María Lourdes Afiuni e alle successive dichiarazioni rilasciate dalle autorità venezuelane riguardo al suo arresto.

È importante ricordare che il relatore speciale dell’ONU sull’indipendenza dei giudici e degli avvocati e il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria hanno definito l’arresto del giudice María Lourdes Afiuni come un colpo allarmante all’indipendenza della magistratura. Gli esperti dell’ONU sono andati oltre, affermando che le rappresaglie contro l’esercizio delle funzioni riconosciute dalla costituzione e la diffusione di un clima di terrore tra i giudici e gli avvocati non serve a nulla, se non a minare lo stato di diritto e a ostacolare la giustizia. Gli stessi esperti hanno poi aggiunto che il rilascio immediato e incondizionato del giudice Afiuni è un imperativo. La Commissione interamericana dei diritti dell’uomo ha adottato una misura cautelare a favore del giudice María Lourdes Afiuni e ha sottolineato la necessità di tutelarne la vita e l’integrità fisica, nonché di trasferirla in un luogo sicuro. Sebbene le autorità venezuelane abbiano affermato che non si trovi insieme alle altre detenute, come dichiarato qui, la Afiuni continua a essere incarcerata all’istituto nazionale di orientamento femminile, che potrebbe ospitare anche detenute da lei stessa condannate.

Nel nostro dialogo con le autorità venezuelane, sottolineiamo costantemente l’importanza di ottemperare appieno agli obblighi internazionali e agli impegni in materia di diritti umani, ivi compreso il rispetto della libertà di espressione, dello stato di diritto e, in particolare, dell’indipendenza della magistratura. Tutte queste problematiche sono state sollevate nel nostro dialogo con le autorità venezuelane e, sebbene queste ultime abbiano affermato che la detenzione oggetto del dibattito odierno sia in linea con la legislazione del paese, alla luce della valutazione dell’ONU e della Commissione interamericana per i diritti dell’uomo, nonché della nostra stessa valutazione, ci sembra che la situazione sia estremamente preoccupante.

Seguiamo con preoccupazione la tendenza alla polarizzazione politica che sta riemergendo nel paese. Molti vedono le elezioni legislative di settembre come un evento cruciale per il futuro del Venezuela ed è questo il momento giusto per l’Unione europea per sottolineare quanto sia importante che le elezioni si tengano in un clima pacifico, trasparente e assolutamente democratico. Colgo l’occasione per rilevare che l’Unione europea esorta tutti gli attori coinvolti a impegnarsi nel processo elettorale in uno spirito di tolleranza, senso civico e rispetto del pluralismo delle opinioni.

Continueremo a seguire da vicino gli sviluppi in Venezuela nel loro contesto e sulla base del nostro impegno per sostenere e rafforzare la democrazia e la promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali in tutto il mondo, anche in Venezuela.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. − La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà a breve.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE), per iscritto.(RO) Il caso di Maria Lourdes Afiuni è raccapricciante per chiunque difenda i valori democratici e illustra il fatto che lo stato diritto in Venezuela non è altro che un concetto privo di significato. La politicizzazione della magistratura è aumentata da quando Hugo Chávez è salito al potere. Le autorità giudiziarie solitamente non osano denunciare il governo e quando lo fanno, le conseguenze sono drastiche. È inaccettabile che un giudice che non fa altro che il suo dovere, garantendo ai cittadini i loro diritti fondamentali, possa essere vittima di rappresaglie. Il governo venezuelano deve rilasciare il giudice Afiuni senza indugio e smetterla di attaccare l’indipendenza della magistratura.

Al contempo, dobbiamo inserire il presente caso nel contesto delle elezioni legislative di settembre. La pratica di criminalizzare le azioni degli oppositori al governo deve finire, così come deve finire ogni tentativo di limitare la libertà di espressione e di stampa. Le tendenze autoritarie del regime di Chávez sono molto preoccupanti e credo non dovremmo aver paura di dirlo.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.


11.3. Corea del Nord
Video degli interventi
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la discussione su sette proposte di risoluzione sulla Corea del Nord(1).

 
  
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  Bastiaan Belder, autore. − (NL) Signora Presidente, nella Corea del Nord la repressione di ogni potenziale critica all’ordine costituito è talmente capillare che non esistono informazioni di dominio pubblico su singoli dissidenti o attivisti. È questa la lucida conclusione di una lettera aperta del 14 giugno indirizzata da cinque organizzazioni per i diritti umani ai ministri degli Esteri dell’Unione europea. Essa è inoltre indicativa della gravità della situazione nell’impero di Kim Jong-il, in cui si soffre la fame. Non abbiamo i nomi di nessun dissidente o attivista presente sul territorio della Corea del Nord; bisogna fare in modo che queste informazioni trapelino e giungano a noi. La situazione nordcoreana non è paragonabile nemmeno a quella esistente nell’ex Unione sovietica o nella Romania di Ceausescu.

La lettera aperta del 14 giugno incoraggia i funzionari governativi europei a intensificare gli sforzi per rispondere alle continue violazioni dei diritti fondamentali ai danni dei cittadini nordcoreani, all’interno come all’esterno del paese. Diverse raccomandazioni concrete di questo tenore si trovano già nella risoluzione comune del Parlamento e mi congratulo per il lavoro svolto. Continuiamo a ricordare, ad esempio, alla Cina – a tutti i livelli politici europei – le proprie responsabilità derivanti dal trattato nei confronti dei rifugiati nordcoreani.

Sostengo con vigore il paragrafo 14 della risoluzione. La Commissione intende tutelare i diritti dei lavoratori nordcoreani del complesso industriale Kaesong, includendo una clausola univoca su questo punto nell’accordo di libero scambio con la Repubblica di Corea.

Signora Presidente, la Corea del Nord afferma ufficialmente di garantire la libertà di religione ai suoi 24 milioni di cittadini. In realtà, chiunque sia sorpreso a distribuire bibbie o a partecipare a incontri di preghiera segreti rischia di essere deportato in un campo di lavoro o addirittura condannato a morte, secondo le testimonianze dei rifugiati. All’inizio del mese si è scoperto che Son Jong Nam è stato torturato a morte in una prigione nordcoreana per avere annunciato il vangelo, la buona novella, al suo prossimo. Quali sarebbero le prove del reato? 20 bibbie e 10 musicassette di canti religiosi? Sembrerebbe essere proprio questo ciò che le autorità nordcoreane temono letteralmente fino alla morte.

 
  
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  Gerald Häfner, autore.(DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, è positivo che oggi abbiamo colto l’occasione per discutere della situazione nella Corea del Nord, un paese che si è sottratto così radicalmente all’esame del resto del mondo che solo pochi sanno cosa avviene realmente al suo interno, mentre la popolazione locale ignora perlopiù ciò che succede nel resto del mondo.

Vorrei concentrarmi su due aspetti. Il primo riguarda la situazione dei diritti umani nella Corea del Nord, dove le persone spariscono dalle strade e trascorrono il resto della loro vita in campi di lavoro; dove non è raro che anche le seconde generazioni siano costrette a vivere nei campi perché i genitori sono stati accusati di qualche reato; dove le persone sono messe a morte pubblicamente mentre altre sono costrette ad assistere alle esecuzioni, solo per fare qualche esempio. Riteniamo sia giunto il momento che una commissione indipendente indaghi la situazione dei diritti umani nella Corea del Nord, come proposto nella relazione comune.

Vorrei menzionare anche un secondo aspetto: uscire dal paese, fuggire è incredibilmente difficile. Eppure, essere liberi di scegliere il paese in cui vivere e di spostarsi dovrebbe essere uno dei diritti umani fondamentali ormai dati per acquisiti dai cittadini. Al momento, invece, chi riesce a lasciare la Corea del Nord si vede spesso rifiutato l’ingresso in altri paesi e in molti casi viene rimpatriato.

Vorrei quindi esortare in particolare le ambasciate dell’Unione europea ad accogliere chi è riuscito a fuggire, ad aiutarlo a raggiungere paesi più sicuri e a trovare il sostegno necessario per cominciare una nuova vita. Questo sostegno è essenziale, se si considera la spaventosa situazione in cui versa la popolazione.

 
  
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  Miroslav Mikolášik, autore. − (EN) Signora Presidente, la Repubblica democratica popolare di Corea è tutt’altro che democratica: ha una storia di violazioni dei diritti umani tra le peggiori al mondo. Anche l’incontro personale che ho avuto con i rappresentanti della società civile nella penisola coreana ha fornito ulteriori, dolorose prove delle gravi e preoccupanti violazioni dei diritti umani nel paese. Sono profondamente deluso dal fatto che la situazione dei diritti dell’uomo nella RDPC sia peggiorata anziché migliorare dall’ultima risoluzione del Parlamento europeo. Oltre 150 000 prigionieri politici sono tuttora detenuti in campi di concentramento, costretti ai lavori forzati, torturati e lasciati volutamente morire di fame. Sono inoltre sconcertato dalla pratica della colpevolezza per associazione, che si traduce nell’incarceramento di intere famiglie, compresi i bambini. L’Unione europea e gli Stati membri devono coordinare gli sforzi e intensificare la pressione diplomatica e politica sul governo della RDPC affinché rispetti i diritti umani dei propri cittadini.

Vorrei concludere con una riflessione: dobbiamo impedire che le sanzioni bilaterali e multilaterali abbiano gravi conseguenze negative sui semplici cittadini nordcoreani, che già soffrono la fame cronica e la repressione.

(Applausi)

 
  
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  Janusz Wojciechowski, autore.(PL) Signora Presidente, è molto positivo che il Parlamento si stia interessando della situazione nella Corea del Nord, poiché è fonte di estrema preoccupazione all’interno delle nostre società.

Di recente abbiamo visto i calciatori della Corea del Nord disputare la Coppa del Mondo. Siamo rimasti particolarmente colpiti dalla prima partita, durante la quale hanno giocato alla pari con il Brasile in un incontro combattuto; nelle partite successive, invece, non hanno giocato altrettanto bene. Ho menzionato questa manifestazione sportiva perché sembra che quarant’anni fa, quando la Corea del Nord approdò alle fasi finali della Coppa del Mondo ottenendo ottimi risultati, la loro prestazione non fu invece ritenuta soddisfacente dalle autorità. Al loro rientro i calciatori subirono la repressione del regime e furono incarcerati in campi di lavoro forzato. Richiamo la vostra attenzione su questo fatto affinché possiamo analizzare la situazione attuale ed evitare il ripetersi di episodi analoghi. A tal proposito è necessario che le autorità sportive si appellino ed esercitino pressione, dal momento che hanno la possibilità di intervenire presso le autorità coreane per evitare che si ripeta un episodio analogo. Siamo molto preoccupati per le sorti dei calciatori nordcoreani.

 
  
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  Jaromír Kohlíček, autore. – (CS) Da molti anni ormai la Repubblica democratica popolare di Corea viene presentata come il paese in cui si verificano le peggiori violazioni dei diritti umani. È indispensabile convenire sui punti del progetto di risoluzione che chiedono la sospensione delle esecuzioni pubbliche, l’abolizione della pena di morte, la cessazione della tortura e il rilascio dei prigionieri politici.

D’altra parte, però, l’esortazione a garantire l’accesso al cibo e all’assistenza umanitaria ai cittadini che ne hanno bisogno è a mio avviso ipocrita: è risaputo che la Corea del Nord ha problemi di lunga data nel garantire quantità sufficienti di derrate alimentari, ma se non sbaglio anche molti paesi africani e asiatici hanno problemi simili, eppure il Parlamento europeo non esprime inviti analoghi ai rispettivi governi.

Ciò non toglie che esista una carenza alimentare che costituisce un problema obiettivamente enorme e causa malnutrizione e relativi problemi di salute. La situazione è indubbiamente grave e non sono affatto certo che qualche progetto di misura all’interno di una risoluzione possa apportare miglioramenti significativi. Le critiche sollevate dagli autori e mosse alla Cina rappresentano un classico esempio di scaricabarile ipocrita e rivelano la politica di due pesi e due misure applicata dagli stessi: si invitano i paesi dell’Unione europea ad accogliere i rifugiati nordcoreani, quando la stessa Unione europea applica accordi sulla riammissione nei confronti di tutti i suoi vicini meridionali. Se questo non è un esempio di due pesi e due misure, non saprei proprio come definire queste formulazioni ipocrite.

In tutta la risoluzione non c’è traccia di tentativi di ridurre la tensione e smilitarizzare la penisola coreana, che sono i passi che vanno nella direzione giusta. Nessun deputato del gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica può votare una risoluzione così formulata.

 
  
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  Kristian Vigenin, autore. − (EN) Signora Presidente, innanzi tutto vorrei sottolineare che in quest’Aula c’è un ampio consenso sulla situazione nella Corea del Nord. È stato molto semplice pervenire a una risoluzione comune e, come può vedere, non sono stati presentati emendamenti, quindi siamo tutti uniti.

Vorrei tuttavia sollevare una questione discussa già ieri all’interno del mio gruppo e cioè se il ricorso alla procedura di urgenza sia la soluzione migliore in questo caso, dal momento che nella Corea del Nord non vi sono stati avvenimenti urgenti. Sarebbe forse il caso di avere più tempo per preparare una risoluzione più completa e per discutere più a fondo di eventuali raccomandazioni e soluzioni più articolate a nostra disposizione.

Non ripeterò quanto detto nella risoluzione a proposito delle gravi violazioni dei diritti umani: stiamo parlando di un paese che a oggi non sembra avere equivalenti al mondo. Ad ogni modo mi preme sottolineare che, di tutte queste violazioni, le esecuzioni pubbliche in cui sono presenti dei bambini sono forse le più ripugnanti. Sono consapevole che non si dovrebbero stilare classifiche, ma in questo caso si tratta di violazioni particolarmente detestabili.

Fortunatamente nella risoluzione è stato riconosciuto il ruolo positivo che potrebbe avere la Cina. I cambiamenti che stanno avvenendo nel paese, compresi quelli nell’area dei diritti umani, potrebbero non essere sufficienti per noi, ma fungono comunque da esempio e la Cina potrebbe sfruttare le proprie relazioni per promuovere dei cambiamenti nella Corea del Nord. Questo dovrebbe essere uno degli argomenti dei prossimi colloqui con la Cina nell’ambito del dialogo bilaterale.

Infine, mi permetta di dire che la nomina di un rappresentante speciale dell’Unione europea per la Corea del Nord potrebbe rappresentare un buon passo avanti per promuovere un modo più articolato di affrontare la questione.

 
  
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  Monica Luisa Macovei, a nome del gruppo PPE. – (EN) Signora Presidente, la tratta di esseri umani nella Corea del Nord rimane un problema serio: si stima che l’80 per cento dei nordcoreani in Cina ne sia vittima. Le donne sono particolarmente vulnerabili a prostituzione, stupri, matrimoni combinati e tratte di mogli. Molte vittime non parlano cinese e vengono trattate alla stregua di prigionieri.

Lo statuto giuridico dei nordcoreani e la politica del governo cinese di trattenere i rifugiati per poi rimpatriarli nel paese di origine accrescono la vulnerabilità di questi ultimi alla tratta finalizzata al lavoro forzato e allo sfruttamento sessuale. I rifugiati non sono protetti né dalle autorità cinesi, né da quelle nordcoreane e la comunità internazionale non riconosce appieno la gravità della situazione in cui versano. La Cina deve modificare le proprie leggi per proteggere le vittime della tratta anziché riconsegnarle alla Corea del Nord. Infine, se alcuni cittadini vengono uccisi, torturati e detenuti illegalmente, si tratta evidentemente di una questione di estrema urgenza.

 
  
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  David Martin, a nome del gruppo S&D. – (EN) Signora Presidente, quest’Aula riconosce quasi unanimemente che la situazione dei diritti umani nella Corea del Nord è disastrosa, e pertanto non approfondirò ulteriormente quanto già detto dagli onorevoli colleghi.

Dobbiamo invece chiederci cosa possiamo fare a tal proposito. Solo perché la Corea del Nord ha deciso di fare la Greta Garbo della comunità internazionale e di restare da sola non significa che glielo dobbiamo consentire: ci sono 24 milioni di nordcoreani che necessitano il nostro aiuto. Nello spirito della risoluzione vorrei suggerire quattro azioni.

In primo luogo, dobbiamo continuare a fornire aiuti umanitari, assicurandoci però che arrivino alla popolazione e non alimentino in alcun modo il regime. In secondo luogo, dobbiamo continuare ad aumentare i finanziamenti alle ONG che portano aiuto ai nordcoreani e in particolare alle organizzazioni che cercano di portare l’informazione nella Corea del Nord: fornire una radio a un paese in cui non esiste informazione è un passo essenziale. In terzo luogo, dobbiamo chiedere all’Alto rappresentante Ashton di nominare un rappresentante speciale che dialoghi con Cina, Russia e Nazioni Unite per mantenere alta la pressione sulla Corea del Nord. Infine, dobbiamo fare del nostro meglio per offrire assistenza ai rifugiati. Come detto da altri onorevoli colleghi, ai cittadini nordcoreani che fuggono dal paese non viene data l’assistenza che meritano.

 
  
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  Marek Henryk Migalski, a nome del gruppo ECR.(PL) Purtroppo le cose non stanno come riferito dagli onorevoli Vigenin e Martin: non è vero che l’Aula è unanime, in quanto un attimo fa abbiamo sentito che i comunisti hanno qualche riserva sulla nostra posizione. Tutto ciò è spiacevole, poiché mi sembra che su questo argomento dovremmo essere uniti.

Vengo da un paese che è stato governato dal comunismo e da giovane ho visto con i miei occhi ciò di cui è capace: ricordo la speranza con cui attendevamo la voce del mondo libero, il mondo occidentale. A volte ne sopravvalutavamo l’importanza, ma attendevamo con grande gioia che arrivasse qualcuno a difendere i nostri diritti e ritengo che oggi noi, come mondo libero, dobbiamo fare sentire la nostra voce. È necessario, come ha detto l’onorevole Häfner, garantire un’informazione libera o quantomeno l’accesso a mezzi di comunicazione indipendenti nella Corea del Nord. È questo l’obiettivo da perseguire, lavorando ovviamente insieme agli Stati Uniti, perché soltanto cooperando riusciremo ad assicurare ai nordcoreani l’accesso a un’informazione libera. Dobbiamo garantirlo.

 
  
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  Thomas Mann (PPE).(DE) Signora Presidente, da tifosi di calcio stiamo provando le emozioni migliori che sa dare lo sport: lo spirito di squadra, la gioia della vittoria e, nel caso di ieri sera, il rispetto per gli avversari. Si sono verificati tuttavia episodi in cui i calciatori sono stati ritenuti personalmente responsabili delle sconfitte.

Girano voci insistenti secondo le quali, a seguito della precoce eliminazione dalla Coppa del Mondo, i calciatori della nazionale nordcoreana sarebbero stati costretti ai lavori forzati. Spero che tali voci siano infondate. Invito nondimeno il governo nordcoreano a spiegare dove si trovano i calciatori. La nostra preoccupazione nei loro confronti non deve sorprendere, considerato che stiamo parlando di un paese la cui leadership punisce il dissenso e in cui diecimila persone vengono torturate e maltrattate e numerose altre soffrono di malnutrizione.

L’Unione europea deve proseguire con decisione e serietà il dialogo col cosiddetto Caro Leader della Repubblica democratica popolare di Corea. È giunto il momento di porre fine ai lavori forzati e alla tortura e di abolire la pena di morte e le esecuzioni pubbliche. Nemmeno le eventuali vittorie calcistiche possono mascherare la realtà dei fatti: la Corea del Nord è ancora carente in tutti i campi, dai diritti umani alla possibilità di sopravvivenza e alla tutela dell’individuo.

 
  
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  Charles Tannock (ECR). - (EN) Signora Presidente, l’isolamento della RDPC è tale che possiamo solo avanzare delle ipotesi sulle violazioni dei diritti umani che si verificano al suo interno. Le sporadiche notizie che trapelano grazie ai disertori testimoniano una realtà effettivamente spaventosa: campi di lavoro forzato, sequestri di persona, arresti arbitrari e tortura sembrano essere i segni distintivi del regime dittatoriale di Kim Jong-il. La pena di morte viene applicata regolarmente in spregio allo stato di diritto.

Rimaniamo tutti seriamente preoccupati per la Corea del Nord, non solo a causa della situazione interna, ma anche per il comportamento internazionale aggressivo e impulsivo, perfino paranoico. Purtroppo Pyongyang dispone di armi nucleari e cerca la collaborazione di altri regimi criminali come l’Iran. Inoltre il recente affondamento di una nave sudcoreana è stato chiaramente causato da un’aggressione intenzionale della Corea del Nord.

In qualità di membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Repubblica popolare cinese deve assumersi le proprie responsabilità esercitando pressioni sulla Corea del Nord. Ritengo tuttavia che un miglioramento duraturo della situazione dei diritti umani nel paese possa verificarsi esclusivamente attraverso un cambiamento di regime, la democratizzazione e l’auspicabile riunificazione finale col sud democratico.

 
  
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  Joanna Katarzyna Skrzydlewska (PPE).(PL) Signora Presidente, ho un nome difficile e sono abituata al fatto che le persone abbiano difficoltà a pronunciarlo.

La storia dimostra che nei paesi governati da regimi totalitari le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno, ma la situazione nella Corea del Nord è veramente terribile. Il governo della Repubblica democratica popolare di Corea nega il problema delle violazioni dei diritti umani, ma questo è in completa contraddizione con le testimonianze oculari di rifugiati e disertori. Vi sono campi di lavoro che fungono da luoghi di tortura, schiavitù e fame per le migliaia di cittadini coreani che hanno osato criticare il sistema totalitario o che sono politicamente “compromessi”. In Corea le persone sono ridotte al rango di oggetti privi di libero arbitrio o della possibilità di manifestarlo apertamente. Siamo a conoscenza, per esempio, di coppie costrette a divorziare perché appartenenti a classi diverse.

Di conseguenza, rivolgo un appello a tutti i paesi che intrattengono relazioni economiche di qualsiasi natura con la Corea del Nord affinché mettano pressione al governo del paese e dimostrino che il mondo non è indifferente alle sorti di migliaia di coreani e che questa situazione non è esclusivamente una questione interna alla Corea del Nord.

 
  
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  Jacek Protasiewicz, (PPE).(PL) Signora Presidente, la Corea del Nord e Cuba sono gli ultimi residui del comunismo al mondo. È tragico, purtroppo, che a vent’anni dalla caduta di questo regime criminale in Europa ci siano ancora paesi dove, in nome di un’ideologia scellerata, i cittadini muoiono di fame, vengono torturati, incarcerati o costretti a lavorare in campi di lavoro e di concentramento.

Il sogno di molti nordcoreani è semplicemente quello di fuggire dal proprio paese. Come rappresentanti del mondo libero, è nostro dovere – soprattutto nei confronti della Repubblica popolare cinese, con la quale si stanno intensificando i rapporti – garantire che i rifugiati non vengano riconsegnati alle autorità coreane, che per loro equivarrebbe a una pesante pena detentiva o addirittura alla morte. Mi sono soffermato su questo aspetto della risoluzione perché non sono convinto dell’efficacia degli appelli del Parlamento o di quelli dell’intero mondo libero nel porre fine alle violazioni dei diritti umani nella Corea del Nord. Di conseguenza, dal momento che non siamo effettivamente in grado di migliorare la situazione all’interno del paese, impegniamoci almeno affinché chi è riuscito a fuggire da quella prigione possa avere una vita migliore, anche in Cina che, certamente, è lontana dagli standard europei di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani, ma dove si vive comunque meglio che nella Corea del Nord.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE).(RO) La situazione dei diritti umani nella Corea del Nord è motivo di profonda preoccupazione. La leadership del paese proibisce ogni forma di opposizione politica, elezioni democratiche, libertà di stampa e di religione.

Non possiamo rimanere indifferenti di fronte alle sofferenze della popolazione nordcoreana, che non ha accesso ai generi alimentari di prima necessità o all’assistenza umanitaria. Sono particolarmente preoccupata per la situazione delle donne e dei bambini nella Corea del Nord, dal momento che più di un terzo soffre di malnutrizione.

Secondo le testimonianze, più di 150 000 nordcoreani sono tuttora detenuti in sei campi di lavoro. Non viene fornito loro alcun tipo di assistenza sanitaria e non ricevono cibo a sufficienza. La riforma valutaria del novembre 2009 è inoltre fallita, provocando un aumento del tasso di povertà tra la popolazione.

Ritengo che l’Unione europea debba sostenere l’istituzione di una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite che comprovi le violazioni dei diritti umani nella Corea del Nord.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (S&D).(PL) Signora Presidente, le Nazioni Unite e numerose organizzazioni non governative forniscono alla comunità internazionale informazioni continue circa la repressione attuata nei confronti di decine di migliaia di nordcoreani. La tortura e le condanne ai campi di lavoro forzato, spesso per motivi politici, sono all’ordine del giorno nel paese. Una percentuale significativa della popolazione soffre di malnutrizione e mancanza di assistenza sanitaria adeguata e il governo nordcoreano rifiuta ogni forma di cooperazione con gli organi delle Nazioni Unite, impedendo ai propri cittadini l’accesso a qualsiasi forma di aiuto umanitario internazionale.

Ritengo che il Parlamento europeo abbia il dovere morale di rivolgere un appello alle autorità della Repubblica democratica popolare di Corea affinché mettano fine il prima possibile a queste pratiche. Inoltre, alla luce dell’enorme influenza esercitata dalla Repubblica popolare cinese sulle scelte politiche di Pyongyang, la Commissione europea dovrebbe sollevare la questione nell’ambito del dialogo dell’Unione europea con la Cina. Al fine di coordinare più efficacemente la nostra azione sarebbe una buona idea nominare un rappresentante speciale dell’Unione europea per la Corea del Nord.

 
  
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  Jaroslav Paška (EFD). (SK) La Repubblica democratica popolare di Corea è forse l’ultimo relitto ancora esistente della Seconda guerra mondiale. Divergenze ideologiche e interessi di potere hanno diviso la nazione coreana in due Stati, i cui leader sono tuttora in competizione per l’affermazione dei propri diritti e della propria concezione del mondo.

La penisola nordcoreana è diventata un enorme ghetto al cui interno sono rinchiusi milioni di coreani che sotto l’amministrazione militaristica del loro regime possono solo sognare una vita libera.

Col pretesto che il paese si trova in uno stato di guerra, la leadership nordcoreana continua a sottomettere i propri cittadini al regime militaristico. Come possiamo aiutare i coreani in una situazione del genere?

Attraverso un ruolo attivo e l’azione congiunta delle grandi potenze. Sono state le grandi potenze a dividere i coreani e sono quindi le stesse a dover lavorare insieme per esercitare una pressione costante sulla leadership nordcoreana, anche minacciando azioni penali per crimini contro l’umanità al fine di liberare la popolazione locale.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) Le violazioni dei diritti umani che si verificano nella Corea del Nord sono così numerose che è impossibile elencare tutte. La più grave è probabilmente lasciare morire di fame la popolazione e distinguere nella distribuzione dei generi alimentari tra chi è vicino al regime e al governo e chi non lo è.

Secondo Amnesty International, lo scorso anno circa 9 milioni di cittadini nordcoreani, ovvero oltre un terzo della popolazione, soffrivano la fame.

Ritengo profondamente preoccupante anche la situazione delle pene collettive, in base alle quali anche tre generazioni di una famiglia vengono incarcerate all’interno di un sistema penitenziario dominato da violenza, torture, lavoro forzato ed esecuzioni pubbliche, come ha sottolineato anche l’onorevole Tannock. La maggior parte dei detenuti nei campi non viene più liberata. Se hanno dei figli, anch’essi possono trascorrere la loro vita in prigione.

Vorrei concludere affermando che, nonostante il governo nordcoreano abbia accettato di partecipare alla revisione periodica universale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, è deplorevole che non abbia ancora accolto nessuna delle raccomandazioni che gli sono state rivolte nel quadro del programma.

 
  
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  Tadeusz Zwiefka (PPE).(PL) Signora Presidente, a questo elenco di fatti estremamente drammatici che riguardano la Corea del Nord va aggiunto un altro punto. Mi riferisco al ricatto nucleare da parte di Kim Jong-il che, in un certo senso, ha paralizzato il mondo. Anche se malvolentieri, molto spesso l’Occidente ha distolto la propria attenzione dalle vicende della penisola coreana. È per questo che dobbiamo affrontare la questione dei crimini commessi nel paese e rinnovare gli appelli. La comunità internazionale deve trovare delle sanzioni che si ripercuotano il meno possibile sulle vite dei cittadini nordcoreani. Non dobbiamo però illuderci: tutte le sanzioni che colpiscono un regime finiscono per lasciare il segno sulla società.

Ritengo quindi che al momento l’unica misura efficace sia la cooperazione con i vicini più prossimi della Corea del Nord, soprattutto nell’ambito degli aiuti ai rifugiati, perché solo quando avremo delle informazioni specifiche sulla situazione esistente all’interno del regime comunista saremo in grado di agire con efficacia a nome di coloro che a oggi non hanno alcuna scelta.

 
  
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  Kristalina Georgieva, membro della Commissione. − (EN) Signora Presidente, desidero congratularmi con il Parlamento per avere avviato la discussione. Mi permetta di porgere un saluto al ragazzino seduto al posto 582, perché il futuro della Corea del Nord è importante per il futuro dei nostri figli.

È doloroso constatare che a sette anni dall’adozione della prima risoluzione delle Nazioni Unite che condannava la deplorevole situazione dei diritti umani nella Corea del Nord si siano registrati miglioramenti scarsi o nulli. La Commissione condivide pienamente la necessità di affrontare la gravissima situazione dei diritti umani nel paese, come dichiarato nella proposta di risoluzione comune in discussione oggi.

L’Unione europea lavora a livello internazionale per un miglioramento già dal 2003, anno in cui diede vita, in seno alla Commissione per i diritti dell’uomo di Ginevra, alla prima risoluzione che condannava la situazione esistente all’interno della Repubblica democratica popolare di Corea che, come in molti hanno notato, ha poco di democratico. Inoltre l’Unione europea continua a sollevare la questione dei diritti umani nell’ambito del dialogo politico bilaterale con la Corea del Nord. La solleva altresì, come sottolineato da diversi oratori, in occasione dei colloqui con la Cina, con specifico riferimento alla questione del rimpatrio forzato dei cittadini nordcoreani immigrati illegalmente in Cina. Continueremo a farlo: questi cittadini non possono essere considerati alla stregua di “emigranti economici”.

Molti degli elementi inclusi nella proposta di risoluzione fanno parte integrante dell’attuale politica dei diritti dell’uomo dell’Unione europea nei confronti della Corea del Nord. Accogliamo molto favorevolmente la convergenza di opinioni tra i deputati e tra questi e la Commissione. Concordiamo pienamente sulle azioni da intraprendere e sul punto evidenziato da vari oratori, ovverosia la necessità di mantenere i programmi esistenti al fine di fornire aiuto ai cittadini nordcoreani più vulnerabili, che si trovano ad affrontare terribili privazioni. Non dobbiamo punirli per i peccati dei loro leader.

Concordiamo ampiamente sulle modalità di azione, ma ci sono tre punti specifici su cui la Commissione ha delle opinioni lievemente discordanti. Vorrei spiegare adesso quali sono e qual è la ragione delle divergenze.

Il primo punto è la proposta di includere nell’accordo di libero scambio con la Repubblica di Corea una clausola per il monitoraggio dei lavoratori nordcoreani impiegati nel complesso industriale Kaesong. Il testo negoziato dell’accordo di libero scambio prevede la possibilità di designare zone di perfezionamento passivo. Entrambe le parti riconoscono che queste contribuirebbero a promuovere l’obiettivo della pace nella penisola, ma prima che una zona venga riconosciuta come tale nell’ambito dell’accordo di libero scambio ci deve essere la proposta di una parte che deve essere quindi discussa da una commissione speciale formata da rappresentanti di entrambe le parti. Nelle attuali circostanze politiche è improbabile che si arrivi a una tale proposta in termini brevi, una volta entrato in vigore l’accordo di libero scambio. Ad ogni modo, vorrei assicurarle che la Commissione approfitterà delle numerose occasioni che si prospetteranno in futuro per affrontare la questione.

Il secondo punto contenuto nella proposta di risoluzione riguarda l’eventuale nomina di un inviato speciale dell’Unione europea nella Corea del Nord, sostenuta nella giornata odierna da numerosi oratori. L’Unione europea è impegnata nell’intensificare il proprio contributo al coordinamento internazionale e l’Alto rappresentante/Vicepresidente è profondamente interessato al perseguimento dell’obiettivo. Ciò nondimeno, sta vagliando le varie opzioni alla luce di due fattori. Il primo è la verifica dei mandati di tutti i rappresentanti speciali dell’Unione europea; il secondo è l’istituzione del servizio europeo per l’azione esterna. É in questo contesto che l’Alto rappresentante/Vicepresidente intende perseguire l’obiettivo di intensificare la partecipazione dell’Unione europea al coordinamento internazionale.

Il terzo punto è la proposta di esercitare pressione affinché venga istituita una commissione di inchiesta in seno alle Nazioni Unite. La Commissione europea comprende appieno le ragioni alla base della stessa contenute nella proposta di risoluzione. Allo stesso tempo riteniamo però che sarebbe prudente allo stato attuale adoperarsi per sostenere il mandato del signor Darusman, il nuovo rappresentante speciale per i diritti umani nella Corea del Nord delle Nazioni Unite, appena eletto, che ha ricevuto dal Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite l’incarico di indagare la questione dei diritti umani nella Corea del Nord. Alla luce di queste considerazioni, dobbiamo garantirgli il sostegno necessario per svolgere il proprio mandato. Da parte sua, la Commissione è convinta che a oggi questa sia la scelta migliore.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. − La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà a breve.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  George Sabin Cutaş (S&D), per iscritto. – (RO) La situazione relativa ai diritti umani e agli aiuti umanitari nella Corea del Nord rimane un argomento delicato e un motivo di preoccupazione per l’Unione europea in qualità di attore internazionale che promuove i diritti umani a livello globale. Allo stesso modo, la risoluzione delle Nazioni Unite del 25 marzo 2010 esprimeva preoccupazione per le gravi violazioni dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali nella Repubblica democratica popolare di Corea. É deplorevole che il governo nordcoreano abbia deciso di rifiutarsi di cooperare con le Nazioni Unite attraverso i meccanismi per la promozione dei diritti umani quali il mandato del rappresentante speciale per i diritti umani nella Corea del Nord.

L’Unione europea ha il dovere di esortare la Corea del Nord a rispettare i diritti umani. Essa deve inoltre agire in maniera indipendente al fine di aiutare la popolazione locale, continuando i programmi di aiuti umanitari, mantenendo i corridoi di comunicazione all’interno del paese e garantendo asilo ai rifugiati nordcoreani giunti negli Stati membri.

La nomina di un rappresentante speciale dell’Unione europea per la Corea del Nord consentirebbe di monitorare la situazione dei diritti umani nel paese più da vicino e garantirebbe un migliore coordinamento delle risposte degli Stati membri.

 
  

(1)Vedasi processo verbale.


12. Turno di votazioni
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la votazione.

(Per i risultati dettagliati della votazione vedasi processo verbale.)

 

12.1. Zimbabwe, in particolare il caso di Farai Maguwu (B7-0415/2010) (votazione)
  

– Prima della votazione sull’emendamento n.6:

 
  
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  Ana Gomes (S&D). - (EN) Signora Presidente, propongo che, ogniqualvolta si faccia riferimento alla Carta africana dei diritti umani e dei popoli, invece di usare l’espressione “di cui lo Zimbabwe è membro a pieno titolo” si dica “che lo Zimbabwe ha ratificato”.

 
  
 

(L’emendamento orale è accolto.)

 

12.2. Venezuela, in particolare il caso di Maria Lourdes Afiuni (B7-0414/2010) (votazione)

12.3. Corea del Nord (B7-0416/2010) (votazione)

13. Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo verbale

14. Composizione delle commissioni: vedasi processo verbale
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15. Richiesta di revoca dell'immunità parlamentare: vedasi processo verbale
Video degli interventi

16. Composizione del Parlamento: vedasi processo verbale
Video degli interventi

17. Verifica dei poteri: vedasi processo verbale
Video degli interventi

18. Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi processo verbale

19. Dichiarazioni scritte inserite nel registro (articolo 123 del regolamento): vedasi processo verbale

20. Trasmissione dei testi approvati nel corso della presente seduta: vedasi processo verbale
Video degli interventi

21. Calendario delle prossime sedute: vedasi processo verbale
Video degli interventi

22. Interruzione della sessione
Video degli interventi
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  Presidente. − Dichiaro interrotta la sessione del Parlamento europeo.

(La seduta termina alle 16.35.)

 

ALLEGATO (Risposte scritte)
INTERROGAZIONI AL CONSIGLIO (La Presidenza in carica del Consiglio dell’Unione europea è la sola responsabile di queste risposte)
Interrogazione n. 1 dell’on. McGuinness (H-0303/10)
 Oggetto: Catena di approvvigionamento alimentare
 

Può il Consiglio indicare se e come intende affrontare la questione della trasparenza nella catena di approvvigionamento alimentare, in particolare il ruolo e il potere delle grandi catene di supermercati nell'UE?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Il Consiglio è cosciente della necessità di soluzioni soddisfacenti ed efficaci per migliorare il funzionamento della catena di approvvigionamento alimentare, ad esempio aumentando la trasparenza del sistema.

Da alcuni anni, la volatilità dei prezzi della catena di approvvigionamento alimentare si colloca in cima all’agenda politica delle istituzioni europee. Il Consiglio segue attentamente le conseguenze del disequilibrio presente nella catena di approvvigionamento alimentare, in cui pochi distributori sono gli unici partner di milioni di agricoltori.

Nel corso delle riunioni del 18 gennaio e del 29 marzo, il Consiglio ha evidenziato la necessità di garantire la creazione di una relazione sostenibile ed equilibrata tra agricoltori e grandi distributori. Il Consiglio aveva già indicato la trasparenza quale fattore chiave per aumentare la concorrenza e ridurre la volatilità dei prezzi.

Per quanto concerne le misure specifiche, le conclusioni della Presidenza del 29 marzo 2010 sulla comunicazione della Commissione “Migliore funzionamento della filiera alimentare in Europa” invitano la Commissione a proporre misure volte ad aumentare la trasparenza della catena di approvvigionamento alimentare. Tali misure includono, ad esempio, un maggiore controllo dei prezzi, tramite un’analisi di costi, meccanismi e valore aggiunto, nel rispetto del diritto della concorrenza e della tutela del segreto commerciale. La Presidenza ha evidenziato l’importanza di utilizzare nel modo migliore i dati statistici disponibili, evitando di imporre nuovi costosi obblighi di comunicazione e, di conseguenza, spese amministrative ingiustificate.

Le proposte di misure specifiche presentate dalla Commissione saranno valutate dal Consiglio al momento adeguato.

 

Interrogazione n. 2 dell’on. Posselt (H-0307/10)
 Oggetto: Situazione in Cecenia
 

Come giudica il Consiglio la situazione politica e dei diritti umani in Cecenia? Ravvisa esso possibilità per un processo di pace e democratizzazione sotto l’egida internazionale in tale regione?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Il Consiglio condivide la preoccupazione espressa dall’interrogante sulla situazione politica e dei diritti umani nella regione del Caucaso settentrionale, in particolare in Cecenia, e prosegue attentamente la propria attività di controllo della situazione. Nel contesto del dialogo politico e sui diritti umani, l’Unione europea e la Russia discutono regolarmente della necessità di attenuare il conflitto nella regione, promuovendo lo sviluppo socioeconomico, lottando contro l’impunità e rispettando i diritti umani, il che include la protezione di giornalisti e attivisti dei diritti umani. L’esempio più recente di tale impegno è rappresentato dal vertice UE-Russia svoltosi il 31 maggio e 1° giugno a Rostov sul Don.

Numerosi progetti europei di sostegno in Russia sono dedicati alla ripresa socioeconomica dell’intera regione del Caucaso settentrionale, alla promozione dei diritti umani e allo sviluppo della società civile. Ad oggi, la Russia non ha richiesto aiuti internazionali per un processo di pace e democratizzazione specifico in Cecenia, come affermato dall’interrogante.

 

Interrogazione n. 3 dell’on. Harkin (H-0310/10)
 Oggetto: Priorità della Presidenza belga
 

Qual è la posizione della Presidenza belga relativamente ai negoziati con il Mercosur, considerato che nove Stati membri hanno già espresso preoccupazione in merito alla ripresa di tali negoziati?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Come l’interrogante sa, i negoziati tra l’Unione europea e il Mercosur sono rimasti bloccati per oltre sei anni, mentre i contatti informali sono stati riavviati a livello tecnico nel 2009. Alla luce dei risultati del dialogo informale, particolarmente in seguito agli ultimi due incontri, organizzati a Buenos Aires il 18-19 marzo 2010 e a Bruxelles il 26-27 aprile 2010, il 4 maggio la Commissione ha deciso di riaprire i negoziati con il Mercosur. Al sesto vertice UE-America latina, svoltosi a Madrid, i capi di Stato e di governo dell’Unione europea e dell’America latina hanno ribadito l’importanza dei negoziati appena riavviati.

La Presidenza belga ha evidenziato le priorità del settore nel programma di diciotto mesi del Consiglio per le Presidenze spagnola, belga e ungherese. Secondo tale programma, “Sarà posta particolare attenzione alla conclusione e alla firma degli accordi di associazione con l'America centrale e alla firma dell'accordo multilaterale con i paesi della Comunità andina, nonché alla ripresa e al progresso dei negoziati dell'accordo di associazione con Mercosur”(1). La Presidenza belga è a conoscenza delle preoccupazioni espresse in merito alla decisione della Commissione di riaprire i negoziati. Come ricordato nell’interrogazione, nel corso dell’incontro di maggio del Consiglio “Agricoltura”, nove Stati membri hanno presentato un documento congiunto, che ha ricevuto il sostegno di numerosi Stati membri durante l’incontro, nel quale sono espresse le preoccupazioni concernenti l’agricoltura europea in caso di un accordo UE-Mercosur. Siamo pienamente coscienti delle opinioni espresse nel contesto della commissione per l'agricoltura e lo sviluppo rurale del Parlamento europeo durante l’incontro del 1 giugno.

Inoltre, desidero sottolineare che, nel caso dei negoziati con il Mercosur, la Commissione è vincolata dal mandato a negoziare approvato nel 1999. Come ha dichiarato il Presidente Barroso il 4 maggio, la decisione di riaprire i negoziati sorge da numerose condizioni, particolarmente in ambito di sviluppo sostenibile, proprietà intellettuale e indicazioni geografiche. In caso di conseguenze negative su alcuni settori, particolarmente quello agricolo, saranno introdotte misure specifiche.

Il Commissario Cioloş ha riconosciuto la delicatezza di tali negoziati per il settore agricolo europeo.

Abbiamo preso atto dell’impegno della Commissione di rispettare il mandato stabilito nel 1999 e di controllare attentamente eventuali conseguenze negative dell’accordo, particolarmente per i prodotti più sensibili.

Per quanto concerne i vantaggi generali di un accordo di libero scambio con il Mercosur, certamente l’Unione non concluderebbe un accordo contrario al proprio interesse economico generale o che rischi di compromettere i progressi del ciclo di Doha per lo sviluppo in sede di Organizzazione mondiale del commercio.

Come avviene per gli altri negoziati commerciali, il Consiglio ne seguirà attentamente gli sviluppi, sulla scorta delle relazioni della Commissione, garantendo il rispetto delle condizioni stabilite dalle direttive di negoziato. Per avere successo, i negoziati tra Unione europea e Mercosur devono affrontare ogni aspetto, con attenzione speciale per le aree principali, ossia: prodotti industriali, servizi e agricoltura, nonché la tutela dei diritti di proprietà intellettuale, incluse le indicazioni geografiche e gli appalti pubblici.

 
 

(1)Doc. 16771/09 POLGEN 219.

 

Interrogazione n. 4 dell’on. Papanikolaou (H-0312/10)
 Oggetto: Accesso agevolato al mercato finanziario per i giovani imprenditori.
 

L'Unione europea adotta una serie di iniziative per rafforzare l'imprenditorialità giovanile, come ad esempio il programma Erasmus per giovani imprenditori. Tuttavia, la crisi economica, che colpisce numerosi Stati membri, crea nuove sfide come ad esempio la necessità di incoraggiare e sostenere a livello economico i giovani che desiderano creare la propria impresa.

Se la Presidenza è disposta ad adottare iniziative per promuovere la cooperazione e il coordinamento tra gli Stati membri al fine di agevolare l'accesso dei giovani imprenditori al sistema finanziario nell'Unione europea nel suo insieme?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Il Consiglio non ha ricevuto proposte o raccomandazioni della Commissione volte a creare vie preferenziali di accesso ai finanziamenti per l’imprenditorialità giovanile.

Ciononostante, in conformità con la decisione n. 1639/2006/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 ottobre 2006 che istituisce un programma quadro per la competitività e l'innovazione (2007-2013), sono stati adottati numerosi meccanismi a livello comunitario per semplificare l’assegnazione di stanziamenti a Piccole e medie imprese (PMI) già esistenti per iniziative volte ad aumentarne la competitività e il potenziale di crescita.

Degno di nota è il programma per l’innovazione e l’imprenditorialità, che rientra nel Programma quadro per la competitività e l'innovazione (2007-2013): esso sostiene le aziende più innovative (denominate “gazzelle”), che dimostrano eccellenza e un elevato potenziale di crescita.

Il programma “Erasmus per giovani imprenditori” e altre iniziative ad hoc forniscono ai giovani le competenze e l’esperienza necessarie per creare la propria impresa e aumentare le proprie possibilità di successo.

Inoltre, lo strumento europeo Progress di microfinanza fornisce microcredito alle piccole imprese e ai disoccupati che vogliano creare la propria impresa. Con un budget iniziale di 100 milioni di euro, lo strumento dovrebbe mobilitare 500 milioni di euro sotto forma di prestiti, in cooperazione con istituzioni finanziarie internazionali quali la Banca europea per gli investimenti.

 

Interrogazione n. 5 dell’on. Blinkevičiūtė (H-0315/10)
 Oggetto: Necessità di un quadro giuridico della UE sui disabili e lotta contro la discriminazione.
 

Attualmente, alcuni Stati membri non approvano la direttiva del Consiglio relativa all'attuazione del principio di parità di trattamento fra le persone indipendentemente da religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale (COM(2008)0426) (direttiva sulla lotta alla discriminazione). Nel mese di aprile dello scorso anno, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione legislativa sulla proposta di direttiva sulla lotta contro la discriminazione che tuttavia deve essere approvata all'unanimità da tutti i 27 paesi dell'UE-27. La discriminazione è un fenomeno complesso da considerare a diversi livelli e i governi nazionali devono coerentemente rispettare, proteggere e attuare il diritto delle persone fisiche alla non discriminazione.

Dato che l'Europa ha già più di 65 milioni di persone con disabilità, il Consiglio non ritiene necessario accelerare l'adozione di detta direttiva in tutti gli Stati membri per garantire che le persone con disabilità vivano come cittadini a pieno titolo? Qual è la posizione del Consiglio in merito all'adozione di uno strumento giuridico separato sulla disabilità, perché un quadro giuridico specifico UE sui diritti di persone diversamente abili è ancora necessario, anche se i loro diritti saranno tutelati dalla direttiva UE sulla lotta alla discriminazione?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Il Consiglio è cosciente dell’importanza fondamentale delle questioni sollevate dall’interrogante: ha adottato una direttiva che vieta la discriminazione sulla base di numerose cause, tra cui la disabilità, in ambito lavorativo e occupazionale.

Il 26 novembre 2009, il Consiglio ha adottato una decisione relativa alla conclusione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, convenzione che alcuni Stati membri non hanno ancora ratificato. Pertanto, la nuova strategia per persone con disabilità, in fase di preparazione da parte della Commissione, avrà un ruolo basilare nell’applicazione della Convenzione.

Nella risoluzione adottata il 7 giugno 2010, il Consiglio e i suoi Stati membri invitano Stati membri e Commissione, nell’ambito dei rispettivi poteri, a promuovere la ratifica e l’applicazione della convenzione delle Nazioni Unite, dando seguito agli sforzi per giungere all’approvazione di un Codice di condotta e all’adattamento della legislazione comunitaria e nazionale, quando necessario, alle disposizioni della Convenzione.

La proposta della Commissione di una direttiva sulla lotta alla discriminazione, citata dall’interrogante, è in fase di valutazione da parte degli organi del Consiglio. Come sottolineato dall’onorevole Blinkevičiūtė, la direttiva non può entrare in vigore se non è approvata all’unanimità dal Consiglio. Pertanto, il Consiglio non è in grado di anticipare il risultato o la durata delle negoziazioni.

Infine, per quanto concerne l’idea di uno strumento giuridico ad hoc per la tutela dei diritti delle persone con disabilità, desidero ricordare che il Consiglio può agire in qualità di legislatore unicamente sulla base di una proposta della Commissione. Ad oggi, la Commissione non ha presentato alcuna proposta su tale argomento.

 

Interrogazione n. 6 dell’on. Higgins (H-0319/10)
 Oggetto: La moneta euro
 

I timori di contagio del debito nella zona euro sono molto diffusi e l'euro continua a svalutarsi. La mancanza di azione da parte della BCE ha solo alimentato i timori che il debito greco destabilizzi il settore bancario. Può il Consiglio illustrare quali passi saranno effettuati a livello europeo per aumentare la fiducia nella nostra moneta?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Ai sensi dell’articolo 127 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), la politica monetaria è competenza del Sistema europeo di banche centrali (SEBC), composto dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali. L’obiettivo principale del SEBC è di mantenere la stabilità dei prezzi e di tutelare il valore dell’euro.

Il Consiglio è cosciente delle preoccupazioni legate alla stabilità finanziaria della zona euro e controlla attentamente le politiche di bilancio degli Stati membri attraverso la procedura per i disavanzi eccessivi, per garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche. Il risanamento di bilancio a breve e medio termine deve essere ottenuto attraverso strategie volte a favorire la crescita e mirate al contenimento delle spese; il risanamento deve essere accompagnato dall’attuazione di politiche a lungo termine elaborate per eliminare gli ostacoli alla crescita.

Per mantenere la stabilità finanziaria nella zona euro, negli ultimi mesi sono stati introdotti numerosi strumenti per coadiuvare gli Stati membri in difficoltà. Essi includono lo strumento di sostegno alla stabilità a favore della Grecia, il meccanismo europeo di stabilizzazione e lo strumento europeo di stabilità finanziaria.

Lo strumento di sostegno alla stabilità a favore della Grecia e lo strumento europeo di stabilità finanziaria sono meccanismi temporanei creati per risolvere la situazione attuale, ma è prevista un’ulteriore armonizzazione delle politiche economiche della zona euro e dell’Unione europea in generale. A tal fine, il gruppo di lavoro creato dal Consiglio europeo del mese di marzo sta elaborando le misure necessarie al raggiungimento dell’obiettivo di un quadro migliorato per la risoluzione della crisi e una migliore disciplina di bilancio. Il gruppo presenterà una relazione finale nel mese di ottobre.

In tal senso, il gruppo di lavoro ha deciso di consolidare il Patto di crescita e stabilità migliorando la sorveglianza di bilancio a monte, concentrandosi sulla prevenzione, su una serie di sanzioni più efficaci per il mancato rispetto del Patto, rafforzando il controllo del livello e del rapporto del debito pubblico. E’ inoltre evidenziata l’importanza di aumentare il controllo degli squilibri macroeconomici.

Il gruppo ha intenzione di eseguire un’analisi più dettagliata di questi aspetti entro il mese di ottobre, per elaborare misure specifiche. Inoltre, esso intende discutere la possibilità di consolidare la governance e di creare un meccanismo permanente di gestione della crisi.

Il Consiglio europeo del mese di giugno ha accolto con favore il rapporto di valutazione sulla governance economica presentato dal presidente del gruppo e ha concordato una prima serie di orientamenti: consolidare gli aspetti di prevenzione e correzione del Patto di crescita e stabilità, se necessario amalgamando il processo di stabilizzazione e l’obiettivo a medio termine delle sanzioni. Il Consiglio europeo del mese di giugno ha invitato il gruppo di lavoro e la Commissione ad affinare e applicare gli orientamenti senza indugio.

 

Interrogazione n. 7 dell’on. Kelly(H-0321/10)
 Oggetto: Diritti dei pazienti nell'ambito della proposta di assistenza sanitaria transfrontaliera
 

Può il Consiglio aggiornare il Parlamento sui progressi dei negoziati in corso in seno all'Istituzione per quanto riguarda la proposta sull'applicazione dei diritti dei pazienti nell'assistenza sanitaria transfrontaliera?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Il Consiglio ha certamente preso atto dell’adozione, da parte del Parlamento irlandese, della risoluzione del 24 aprile 2009, a sostegno del sistema di autorizzazione preventiva quale strumento di pianificazione e gestione, a patto che tale sistema sia trasparente, prevedibile, non discriminante e che i pazienti ricevano informazioni chiare al riguardo. Per quanto concerne i progressi dei negoziati in seno al Consiglio sulla proposta relativa all’applicazione dei diritti dei pazienti nell’assistenza sanitaria transfrontaliera, è stato raggiunto un accordo politico a maggioranza qualificata nel corso dell’incontro del Consiglio dell’8 giugno 2010.

L’accordo include nuovi elementi, relativi alla doppia base legale della proposta di direttiva (articoli 114 e 168 del TFUE), alla portata della direttiva, alle eccezioni previste nella sua applicazione, alle disposizioni di qualità e sicurezza, al calcolo dei costi reali, ai termini del sistema di autorizzazione preventiva, al rimborso delle spese per le cure fornite da prestatori di servizi sanitari non contrattuali, alla copertura dei costi dell’assistenza sanitaria a pensionati residenti all’estero, nonché alla cooperazione fra Stati membri nell’ambito, ad esempio, della sanità elettronica.

Il testo dell’accordo politico è ora in fase di revisione giuridico linguistica, per consentire al Consiglio di elaborare la propria posizione in prima lettura e le motivazioni. La presentazione formale al Parlamento europeo avrà luogo nel mese di settembre 2010 e le negoziazioni per un accordo in seconda lettura si svolgeranno sotto la Presidenza belga.

 

Interrogazione n. 8 dell’on. Jürgen Klute (H-0323/10)
 Oggetto: Scandalo che ha coinvolto i servizi di sicurezza DAS, della Colombia
 

La stampa internazionale ha riferito ampiamente su "Operazione Europa", rivelando che il "sistema giudiziario europeo", "la commissione del Parlamento europeo per i diritti umani", "l'Ufficio dell'Alto Commissario per i diritti umani" e taluni governi europei erano gli obiettivi di una campagna di diffamazione, "neutralizzazione" e "guerra giudiziaria" realizzata dal DAS, un servizio di intelligence sotto la diretta autorità del Presidente della Colombia, Alvaro Uribe. Queste informazioni corroborano altre rivelazioni secondo cui ci sono stati molti atti illeciti perpetrati ai danni di organizzazioni e cittadini europei, non solo sul suolo colombiano, ma anche sul territorio europeo: servizi fotografici, sorveglianza, infiltrazione di eventi della società civile, ecc., Campagne diffamatorie condotte contro ONG e singole persone fisiche europee per la loro attività in difesa dei diritti umani in Colombia sono state coordinate e sostenute dal DAS.

Qual è stata la risposta del Consiglio all'"Operazione Europa" realizzata su suolo europeo?

Può il Consiglio affermare che taluni servizi di intelligence europei abbiano collaborato con la DAS nella conduzione di siffatta operazione in Europa?

Il Consiglio è ancora del parere che il governo colombiano sia un partner idoneo per un accordo di libero scambio?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Il Consiglio accoglie con serietà le denunce contenute nell’interrogazione dell’onorevole deputato e segue attentamente la questione, con la totale attenzione che merita, particolarmente in seguito alle informazioni trasmesse dalla delegazione dell’Unione europea e dalle ambasciate degli Stati membri in loco. Il Consiglio si rallegra delle recenti decisioni del governo colombiano sulla questione, particolarmente per quanto concerne il nuovo mandato affidato al DAS, la sua nuova struttura e i cambiamenti nell’organizzazione di detto servizio. Il Consiglio è stato informato dell’avvio di procedure legali contro numerosi ex funzionari del DAS.

L’Unione europea esprime regolarmente le proprie preoccupazioni su tutte le questioni relative al rispetto dei diritti umani nel quadro del dialogo biennale sui diritti umani con le autorità colombiane.

Inoltre, il Consiglio segue attentamente le informazioni sulla presunta “Operazione Europa” del DAS, citata dall’interrogante. Il Consiglio non ha ancora adottato una posizione formale sul tema. Per quanto concerne la questione sollevata dall’interrogante, relativa al presunto coinvolgimento dei servizi di intelligence degli Stati membri, il Consiglio non è a conoscenza di tali accuse. Desidero ricordare che tale questione non rientra nelle competenze del Consiglio, il quale, pertanto, non è in grado di fornire un giudizio sui temi citati, la cui responsabilità è ascrivibile unicamente agli Stati membri.

Infine, per quanto concerne l’ultima domanda posta dall’interrogante, desidero sottolineare che il Consiglio sarà chiamato a esprimere la propria opinione, al momento opportuno, sul progetto di accordo negoziato dalla Commissione, dopo aver ricevuto la relativa proposta di decisione di conclusione. Naturalmente, il Consiglio prenderà in considerazione tutti gli elementi pertinenti nel contesto per raggiungere una decisione sul progetto di accordo.

A tal proposito, il Consiglio ricorda che anche il Parlamento sarà chiamato ad adottare una posizione sulla questione, secondo le disposizioni del trattato.

 

Interrogazione n. 9 dell’on. Mitchell (H-0328/10)
 Oggetto: Fuoriuscite di petrolio in Europa
 

Gli Stati Uniti hanno recentemente subito uno dei peggiori disastri ambientali della loro storia con la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico.

Data la natura inevitabilmente internazionale di eventuali fuoriuscite di petrolio al largo delle coste europee, che cosa sta facendo il Consiglio per garantire che gli Stati membri prendano tutte le precauzioni per evitare un analogo disastro e siano capaci di una risposta rapida, efficace e coordinata ove una situazione del genere si verificasse?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(EN) Sebbene gli Stati membri siano i primi responsabili delle politiche di prevenzione, il Consiglio ritiene che, nello spirito di solidarietà, sia auspicabile l’attuazione di un’azione comunitaria complementare a prevenzione dei disastri, a sostegno di quelle intraprese a livello locale, regionale e nazionale. Nelle conclusioni relative a un Quadro comunitario sulla prevenzione delle catastrofi all'interno dell'UE, adottate nel mese di novembre 2009(1), il Consiglio invita la Commissione ad adottare una prima serie di misure volte al consolidamento delle politiche di prevenzione, in cooperazione con gli Stati membri. Nel quadro di dette misure, è stato proposto di: elaborare orientamenti comunitari sulla valutazione del rischio e sulla mappatura dei rischi, entro la fine del 2010; creare un quadro generale trasversale dei principali rischi, di natura umana o naturale, che l’Unione dovrà affrontare in futuro, entro la fine del 2012; infine, elaborare degli orientamenti per stabilire norme minime specifiche per ogni evenienza nel contesto della protezione dalle catastrofi, particolarmente per i rischi condivisi da numerosi Stati membri o da regioni di più Stati membri.

Nell’eventualità di una fuoriuscita di petrolio lungo le coste europee, l’Unione dispone di numerosi strumenti che garantiscono una risposta rapida, coordinata ed efficace all’incidente.

Tra le responsabilità dell’Agenzia europea per la sicurezza marittima (EMSA) vi è quella di fornire risorse aggiuntive a sostegno dei meccanismi di risposta a disposizione degli Stati membri in caso di inquinamento, su richiesta di questi ultimi. L’EMSA può attingere ai servizi di una flotta di riserva per il recupero di prodotti petroliferi in tutta l’Unione europea e integra le risorse degli Stati membri nella lotta all’inquinamento marino.

Inoltre, grazie al meccanismo di protezione civile dell’Unione europea, destinato all’inquinamento marino accidentale, la Commissione è in grado di assistere gli Stati membri, attraverso il Centro di monitoraggio e informazione (CMI), in caso di gravi emergenze all’interno o all’esterno dell’Unione. Il meccanismo è stato attivato su richiesta delle autorità statunitensi in seguito alle fuoriuscite di petrolio nel Golfo del Messico.

Infine, durante la riunione del 31 maggio 2010, la Commissione ha comunicato al Consiglio che i propri servizi hanno avviato un esame della legislazione comunitaria del settore, per ridurre il rischio di disastri simili a quello del Golfo del Messico.

 
 

(1) Doc. 15394/09.

 

Interrogazione n. 10 dell’on. Aylward (H-0333/10)
 Oggetto: Sostenere il settore del turismo
 

Il turismo è un elemento essenziale dell'economia europea, poiché rappresenta oltre il 5% del PIL dell'Unione europea e fornisce occupazione a circa il 5,2% della forza lavoro in Europa. Data l'attuale situazione economica, è essenziale sostenere e promuovere questo settore.

Il trattato di Lisbona contiene un riferimento specifico al turismo e pone come obiettivo la promozione dell'Unione europea come una delle principali destinazioni turistiche mondiali. Alla luce di questa premessa, esso attribuisce all'Unione competenze specifiche in materia e prevede che le decisioni siano prese sulla base di una maggioranza qualificata. Secondo il trattato sul funzionamento dell'Unione europea, l'"Unione completa l'azione degli Stati membri nel settore del turismo, in particolare promuovendo la competitività delle imprese dell'Unione in tale settore" (Titolo XXII, Turismo, articolo 195).

Quali azioni sono state intraprese ad oggi per sostenere il settore del turismo nell'Unione europea, per svilupparlo e per accrescerne la competitività? Quali misure sono adottate a livello europeo per sostenere questo settore durante la crisi economica?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Ogni politica europea in ambito di turismo dovrebbe integrare le politiche attuate dagli Stati membri, poiché essi sono i principali responsabili delle politiche in questo settore.

Finora, la portata dell’azione a favore del turismo nell’Unione europea e di un maggiore sviluppo e una maggiore competitività è stata limitata poiché l’Unione non disponeva di competenze formali nel settore del turismo prima dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona. Ciononostante, nel 2006 e nel 2007, la Commissione ha adottato due comunicazioni(1) volte a migliorare la competitività del settore turistico europeo e a creare maggiori e migliori posti di lavoro attraverso la crescita sostenibile del turismo in Europa e nel mondo.

Per quanto concerne le misure attuate a livello europeo per sostenere il settore del turismo nonostante la crisi economica, è degna di nota l’azione preparatoria in materia di turismo sociale, varata nel 2009 con il nome di CALYPSO, un budget di 1 milione di euro per il 2009 e una durata di vita minima di tre anni.

La Enterprise Europe Network (EEN) è stata creata a livello comunitario per dare impulso al settore del turismo e rafforzarne le relazioni con industria, organizzazioni interessate, autorità pubbliche, destinazioni e mondo accademico.

Il 15 aprile 2010 si è tenuto un incontro informale dei ministri del turismo, durante il quale è stata adottata la dichiarazione di Madrid intitolata “Verso un modello di turismo socialmente responsabile”. I ministri hanno sottolineato il proprio interesse per lo sviluppo di una politica del turismo consolidata a livello comunitario, secondo il principio di sussidiarietà, nonché il proprio sostegno alla promozione di un turismo etico e responsabile, che rispetti la sostenibilità sociale, ambientale, culturale ed economica. Inoltre, hanno proposto l’utilizzo di nuovi strumenti e un approccio centrato sulla conoscenza e sull’innovazione nel settore turistico, particolarmente attraverso l’uso di nuove tecnologie, reti e scambio di migliori pratiche.

 
 

(1)COM(2006) 134 definitivo del 17.03.2006
COM(2007) 691 definitivo del 23.10.2007

 

Interrogazione n. 11 dell’on. Gallagher(H-0337/10)
 Oggetto: Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico di Cancún
 

Quali misure specifiche intende il Consiglio adottare nei prossimi sei mesi per assicurare il conseguimento di un accordo globale nel corso della prossima Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico di Cancan?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Il Consiglio inizierà a preparare la posizione dell’Unione europea in vista della conferenza di Cancan, che sarà preceduta da due incontri preparatori: nel mese di agosto 2010 a Bonn e nel mese di ottobre 2010 in Cina.

Alla riunione del 25-26 marzo 2010, il Consiglio europeo ha stabilito che un accordo giuridico internazionale di ampio respiro è l’unico mezzo efficace per raggiungere l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale sotto ai 2°C rispetto ai livelli preindustriali e che il processo negoziale internazionale ha bisogno di nuovi stimoli. A tal fine, ha ritenuto necessario adottare un approccio graduale sulla base del documento finale di Copenhagen. In primo luogo, i futuri incontri che si terranno a Bonn, dovranno tracciare una tabella di marcia volta a far proseguire i negoziati. In secondo luogo, la Conferenza delle parti che si terrà a Cancan dovrà portare almeno a delle decisioni concrete affinché il documento finale di Copenhagen possa essere integrato nel processo negoziale condotto sotto l’egida della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e si possano affrontare i problemi che sussistono in vari ambiti, ad esempio adattamento, foreste e tecnologie, nonché controllo, segnalazione e verifica. L’Unione è pronta a contribuire al processo in prima persona: l’UE e i suoi Stati membri renderanno onore all’impegno preso di fornire 2,4 miliardi di euro all’anno nel periodo 2010-2012.

Il Consiglio europeo rimane fermamente impegnato nel processo della Convenzione quadro, che deve essere completato e sostenuto da discussioni su questioni specifiche in altre sedi. A tal fine, l’Unione intensificherà i propri sforzi per la sensibilizzazione nei confronti dei paesi terzi. La Presidenza e la Commissione si consulteranno attivamente con altri partner e riferiranno i risultati al Consiglio. A tal proposito, la Presidenza può affermare con certezza che il cambiamento climatico continuerà a essere una delle principali questioni di dibattito nel corso dei prossimi incontri dell’Unione europea con i suoi principali partner.

 

Interrogazione n. 12 dell’on. Crowley (H-0339/10)
 Oggetto: Creazione di un brevetto UE
 

La creazione di un brevetto a livello dell'Unione europea costituisce uno dei principali obiettivi della strategia UE 2020. Intende la Presidenza belga dare la priorità ai lavori relativi a tale importante dossier nel corso dei prossimi sei mesi?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Il Consiglio è cosciente del fatto che un miglioramento del sistema di brevetti in Europa sia un prerequisito fondamentale per dare nuovo impulso alla crescita attraverso l’innovazione e per aiutare le imprese europee, particolarmente le piccole e medie imprese, ad affrontare la crisi economica e la concorrenza internazionale. Un sistema di brevetti migliorato è un elemento fondamentale per il mercato interno e, per rafforzare l’applicazione dei brevetti e aumentare la certezza del diritto, deve essere basato su due fattori fondamentali: la creazione di un brevetto a livello di Unione europea (in seguito denominato “brevetto UE”) e l’attuazione di una giurisdizione integrata specializzata e consolidata per la risoluzione delle dispute in ambito di brevetti.

Purtroppo, dieci anni dopo la proposta della Commissione, non siamo ancora riusciti a creare il quadro giuridico necessario per il raggiungimento di tale obiettivo.

Consentitemi tuttavia di affermare che il raggiungimento del nostro obiettivo non è lontano. Lo scorso dicembre abbiamo raggiunto un accordo sul testo del regolamento che istituisce il brevetto UE nonché su numerose conclusioni relative ad altri temi pertinenti.

Come sapete, il regolamento è solo uno degli elementi necessari alla creazione del brevetto UE: il Consiglio non ha ancora stabilito il regime linguistico del documento, ai sensi dell’articolo 118, paragrafo 2, del TFUE, per la creazione del brevetto UE. Il 1° luglio 2010, la Commissione ha presentato una proposta concernente detto regime linguistico. La Presidenza belga non lesinerà gli sforzi per avanzare nelle discussioni. Inoltre, vi sono altri aspetti ancora da discutere, quali: il livello adeguato di tasse annuali per i brevetti UE, un criterio proporzionato di ripartizione delle tasse agli uffici nazionali dei brevetti, nonché la creazione di una Corte europea dei brevetti o le eventuali modifiche da apportare alla Convenzione sul brevetto europeo.

Il trattato di Lisbona assegna al Parlamento europeo il ruolo di colegislatore, di cui siamo lieti . Su questo tema, abbiamo preso atto della risoluzione del Parlamento europeo del 5 maggio, che conferma il parere del 2002 quale vostra posizione in prima lettura.

La Presidenza belga intende intensificare gli sforzi in seno al Consiglio per creare un quadro giuridico adeguato alla creazione del brevetto UE. Questo obiettivo costituisce una delle priorità della Presidenza belga in ambito di mercato interno.

 

Interrogazione n. 13 dell’on. Czarnecki (H-0341/10)
 Oggetto: Cooperazione tra lo Stato membro che detiene la Presidenza e il Presidente del Consiglio europeo
 

Come giudica il Consiglio l'esperienza dei primi sei mesi di cooperazione, dopo l'entrata in vigore del trattato di Lisbona, tra lo Stato membro che detiene la Presidenza di turno (la Spagna) e il Presidente del Consiglio europeo? Come noto, detta collaborazione avviene all'insegna di conflitti di competenze dovuti a una situazione in cui le norme del trattato non sono molto precise. Quali conclusioni sono state tratte in queste circostanze in vista della prossima Presidenza belga?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Il trattato definisce chiaramente i ruoli del Consiglio europeo e del Consiglio.

Pertanto, ai sensi dell’articolo 15, paragrafo 1, del trattato sull’Unione europea, il Consiglio europeo fornisce all’Unione la spinta necessaria al proprio sviluppo e ne definisce la direzione politica generale e le priorità. Non esercita funzioni legislative.

L’articolo 16, paragrafo 1, del trattato sull’Unione europea definisce il ruolo del Consiglio dell’Unione europea come segue: “Il Consiglio esercita, congiuntamente al Parlamento europeo, la funzione legislativa e la funzione di bilancio. Esercita funzioni di definizione delle politiche e di coordinamento alle condizioni stabilite nei trattati”.

Inoltre, l’articolo 16, paragrafo 6, del trattato sull’Unione europea afferma che “Il Consiglio “Affari generali” assicura la coerenza dei lavori delle varie formazioni del Consiglio. Esso prepara le riunioni del Consiglio europeo e ne assicura il seguito in collegamento con il presidente del Consiglio europeo e la Commissione”.

Le nuove disposizioni sono state attuate per la prima volta nel corso della Presidenza spagnola. Fin dall’inizio del semestre, il Presidente del Consiglio europeo e la Presidenza del Consiglio hanno cooperato intensamente per garantire la coerenza nel lavoro del Consiglio europeo e del Consiglio.

L’8 gennaio, il Presidente del Consiglio europeo ha incontrato a Madrid il Primo ministro spagnolo, José Luis Zapatero, per gettare le basi del lavoro congiunto, continuando a incontrarsi regolarmente. Il Presidente del Consiglio europeo ha incontrato anche il Presidente del Consiglio “Affari generali” almeno una volta al mese e i Presidenti degli altri Consigli ogni qualvolta fosse necessario. Ciò significa che il Consiglio europeo e il Consiglio sono stati in grado di coordinare e cooperare nel proprio lavoro.

La creazione della nuova strategia Europa 2020 è un ottimo esempio dell’eccellente cooperazione fra le due istituzioni, poiché la Presidenza del Consiglio ha sempre garantito che le varie formazioni del Consiglio applicassero gli orientamenti stabiliti dal Consiglio europeo nei mesi di febbraio e marzo.

Inoltre, il Consiglio europeo del 10 giugno ha potuto ultimare la nuova strategia grazie all’importante lavoro svolto dalla Presidenza spagnola a sostegno delle varie formazioni del Consiglio, in particolare il Consiglio “Occupazione, politica sociale, salute e consumatori” e il Consiglio “Istruzione, gioventù e cultura”.

Naturalmente, i meccanismi pratici attuati nel corso della Presidenza spagnola per potenziare la cooperazione saranno mantenuti e sviluppati durante la Presidenza belga.

 

Interrogazione n. 14 dell’on. Howitt (H-0346/10)
 Oggetto: Sanzioni nuove e supplementari dell'UE contro l'Iran
 

Ora che il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha approvato un nuovo regime di sanzioni contro l'Iran, può dire il Consiglio quali discussioni e progetti sta esaminando in merito ad ulteriori sanzioni contro tale paese da parte degli Stati membri dell'Unione europea?

 
  
 

La presente risposta, elaborata dalla presidenza, che non è di per sé vincolante per il Consiglio o i suoi membri, non è stata fornita oralmente durante il Tempo delle interrogazioni al Consiglio della tornata di luglio 2010 del Parlamento europeo svoltasi a Strasburgo.

(FR) Durante l’incontro del 17 giugno, il Consiglio europeo ha ribadito la crescente preoccupazione per il programma nucleare iraniano. Ha accolto positivamente l’adozione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1929, che introduce nuove misure restrittive contro l’Iran.

Avendo preso atto della situazione attuale, il Consiglio europeo ha dichiarato che l’introduzione di nuove misure restrittive era ormai inevitabile. Ricordando la dichiarazione dell’11 dicembre 2009 e alla luce del lavoro svolto in seguito dal Consiglio “Affari esteri”, il Consiglio europeo ha invitato il Consiglio “Affari esteri” ad adottare misure che implementino le disposizioni contenute nella risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, durante l’incontro del 26 luglio. Ha inoltre invitato il Consiglio ad adottare misure di accompagnamento, al fine di contribuire a rispondere, attraverso i negoziati, alle preoccupazioni suscitate dallo sviluppo iraniano di tecnologie sensibili per i programmi nucleare e missilistico. Dette misure dovranno concentrarsi sulle seguenti aree:

il settore commerciale, particolarmente per quanto concerne i beni a duplice uso e maggiori restrizioni sulle assicurazioni in materia di scambi commerciali; il settore finanziario, incluso il congelamento di ulteriori banche iraniane e restrizioni sulle operazioni finanziarie e le assicurazioni;

il settore iraniano dei trasporti, in particolare la compagnia di trasporti marittimi della Repubblica islamica (Islamic Republic of Iran Shipping Line - IRISL), le sue filiali e la flotta aerea;

i settori fondamentali quali gas e petrolio, in cui sono vietati nuovi investimenti, assistenza tecnica e trasferimento di tecnologie, equipaggiamenti e servizi, particolarmente per quanto concerne le tecnologie di raffinazione, liquefazione e GNL (gas naturale liquefatto);

nuove restrizioni alla concessione dei visti e il congelamento dei beni, particolarmente rivolti al Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC).

L’Unione europea è impegnata a favore di una soluzione diplomatica al problema del programma nucleare dell’Iran. Esorta l’Iran a dimostrare la volontà di ottenere la fiducia della comunità internazionale e di rispondere all’invito a riprendere i negoziati, ribadendo la validità delle proposte presentate all’Iran nel mese di giugno 2008.

Sono necessari negoziati approfonditi sul programma nucleare dell’Iran e su altre questioni di interesse reciproco. Il Consiglio europeo ha sottolineato che l’Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e la sicurezza è disponibile a riprendere le trattative su tale tema.

 

INTERROGAZIONI ALLA COMMISSIONE
Interrogazione n. 24 dell’on. Ludford (H-0336/10)
 Oggetto: Accordo di stabilizzazione e associazione UE-Serbia
 

Recentemente il Consiglio ha sbloccato il processo di ratifica dell'accordo di stabilizzazione e associazione tra l'UE e la Serbia. Detto processo era in stallo in parte a causa dell'inerzia della Serbia in merito alla consegna di presunti criminali di guerra latitanti al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia (ICTY).

L'eventuale adesione della Serbia all'UE è un obiettivo essenziale, tuttavia, dato che imputati come Ratko Mladic e Goran Hadzic sono tuttora in fuga, quali strumenti intende ora la Commissione attivare per assicurare non solo il proseguimento pieno della cooperazione della Serbia con il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, ma anche l'arresto degli altri presunti criminali di guerra latitanti?

 
  
 

(EN) La decisione di avviare il processo di ratifica dell’accordo di stabilizzazione e associazione (ASA) con la Serbia è uno sviluppo molto positivo. Un accordo completo comporta l’avvicinamento della Serbia alle politiche europee attraverso un accordo giuridicamente vincolante. La Commissione si augura un processo di ratifica rapido e senza problemi.

Per quanto concerne la cooperazione con il Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia (ICTY), tale condizione rimarrà valida nel corso del percorso di integrazione della Serbia. Una totale collaborazione con l’ICTY è un elemento fondamentale per l’accordo di stabilizzazione e associazione: l’Unione può sospendere l’accordo in qualsiasi momento se la Serbia non rispetta gli elementi essenziali.

Il procuratore Brammertz ha riunito personalmente il Consiglio “Affari esteri” il 14 giugno 2010. Sono ancora necessari ulteriori sforzi sul piano operativo e la Commissione ritiene che le autorità serbe terranno debitamente conto delle raccomandazioni del procuratore Brammertz per ottenere nuovi risultati positivi.

La Commissione seguirà attentamente la cooperazione serba con l’ICTY e continuerà a esortare le autorità serbe a fare tutto il possibile affinché i due imputati latitanti, Ratko Mladic e Goran Hadzic, siano arrestati e assicurati al tribunale dell’Aia.

Infine, la Commissione continuerà a trattare questi temi in seno al dialogo strutturale con le autorità serbe, nonché nella propria relazione annuale che sarà pubblicata nel mese di novembre 2010.

 

Interrogazione n. 38 dell’on. Angourakis (H-0314/10)
 Oggetto: Abolizione delle restrizioni al cabotaggio per le navi da crociera
 

Da qualche tempo in Grecia sono in corso notevoli manifestazioni di protesta dei marittimi contro i progetti del governo del PASOK di abolire le restrizioni al cabotaggio per le navi da crociera battenti bandiere di paesi terzi non comunitari. Secondo i dati del Consiglio europeo crociere relativi al 2008, i marittimi che lavorano nel settore delle crociere in Europa sono più di 50.000. Le affermazioni secondo le quali una "sana concorrenza" contribuirebbe allo sviluppo del turismo sono contraddette dai dati che dimostrano che la maggior parte delle navi da crociera è immatricolata sotto bandiere di convenienza, in registri navali degli Stati membri dell'UE e di paesi terzi, con condizioni di brutale sfruttamento dei marittimi. L'83% di tale flotta appartiene a 5 gruppi monopolistici del settore della navigazione.

Ritiene la Commissione che l'abolizione delle restrizioni al cabotaggio per le navi da crociera porti beneficio ai gruppi imprenditoriali monopolistici del settore, che traggono enormi profitti dal duro sfruttamento dei marittimi? Continuerà con grande intensità la persecuzione massiccia dei marittimi greci a bordo delle navi da crociera?

 
  
 

(EN) Come precedentemente affermato dalla Commissione nella risposta all’interrogazione orale H-0227/10, il diritto comunitario stabilisce che gli Stati membri devono abolire le restrizioni al cabotaggio per le navi battenti bandiera europea (navi da crociera incluse), ma non per le navi battenti bandiere di paesi terzi. Ad ogni modo, gli Stati membri sono liberi di scegliere. La Commissione non intende interferire nella decisione greca di sollevare le restrizioni al cabotaggio per le navi da crociera battenti bandiere di paesi terzi, né fare supposizioni sui possibili vantaggi economici derivanti da tale scelta.

Le norme sociali comunitarie applicabili alle navi di altri Stati membri sono le stesse applicate a bordo delle navi battenti bandiera greca. Dette norme garantiscono un’adeguata serie di requisiti minimi, per prevenire condizioni lavorative “brutali”, come definite dall’interrogante.

Inoltre, la Commissione desidera evidenziare che la direttiva 1999/63/CE(1), recante attuazione dell'accordo sull'organizzazione dell'orario di lavoro della gente di mare concluso dalle parti sociali, si applica alla gente di mare a bordo di tutte le navi marittime, sia di proprietà pubblica che privata, registrate nel territorio di qualsiasi Stato membro e normalmente destinate ad operazioni di marina mercantile. Stabilisce i requisiti minimi per le condizioni lavorative dei marittimi, quali massimo orario lavorativo settimanale, età minima per il lavoro notturno o a bordo di una nave, congedo annuale pagato, eccetera. Inoltre, la direttiva 1999/95/CE(2)consente di verificare l'osservanza delle norme da parte di tutte le navi marittime che fanno scalo nei porti degli Stati membri tramite la direttiva 1999/63/CE, per migliorare la sicurezza marittima, le condizioni di lavoro e la salute e la sicurezza dei marittimi a bordo delle navi. E’ applicabile a tutte le navi facenti scalo nei porti di uno Stato membro, a prescindere dallo Stato in cui esse sono registrate.

Lo stesso meccanismo è previsto per l’applicazione della direttiva 2009/13/CE(3), per garantire l’applicazione degli standard lavorativi marittimi stabiliti a bordo delle navi battenti bandiere europee e di paesi terzi, che fanno scalo nei porti europei dove è in vigore la convenzione sul lavoro marittimo.

 
 

(1) Direttiva 1999/63/CE del COnsiglio del 21 giugno 1999 relativa all'accordo sull'organizzazione dell'orario di lavoro della gente di mare concluso dall'Associazione armatori della Comunità europea (ECSA) e dalla Federazione dei sindacati dei trasportatori dell'Unione europea (FST), GU L 167 del 2.7.1999
(2) Direttiva 1999/95/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 dicembre 1999 concernente l'applicazione delle disposizioni relative all'orario di lavoro della gente di mare a bordo delle navi che fanno scalo nei porti della Comunità, GU L 14 del 20.1.2000
(3) Direttiva 2009/13/CE del Consiglio del 16 febbraio 2009 recante attuazione dell’accordo concluso dall’Associazione armatori della Comunità europea (ECSA) e dalla Federazione europea dei lavoratori dei trasporti (ETF) sulla convenzione sul lavoro marittimo del 2006 e modifica della direttiva 1999/63/CE, GU L 124 del 20.5.2009

 

Interrogazione n. 39 dell’on. Blinkevičiūtė(H-0316/10)
 Oggetto: Concessione di microcrediti
 

Nel marzo di quest'anno è stata approvata una decisione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alla concessione di microcrediti nel quadro dello strumento Progress. La Commissione ha promesso che detta decisione entrerà in vigore questa estate e che dall'inizio dell'anno prossimo gli enti di credito nazionali potranno cominciare a concedere crediti, una volta che abbiano ricevuto i finanziamenti dal Fondo europeo di investimento. La Commissione sta già negoziando da qualche tempo con il FEI (Fondo europeo d'investimento), sulle condizioni concrete di trasferimento dei fondi (articolo 5, comma 2, della decisione), ma non si sa ancora quando i negoziati si concluderanno, anche se la Commissione si è impegnata a informare il Consiglio sul prosieguo dei negoziati. La Commissione potrebbe indicare per quanto tempo ancora dureranno i negoziati con il FEI, e quando ne è prevista la conclusione?

 
  
 

(EN) La Commissione è lieta di informare l’interrogante che le risorse per lo strumento europeo Progress di microfinanza saranno impiegate attraverso due finestre:

Garanzie sui prestiti di microcredito (fino a 25 000 euro) concesse ai beneficiari finali;

Prestiti e investimenti agli intermediari finanziari per aumentare le possibilità di fornire microcredito ai beneficiari finali.

I negoziati con il Fondo europeo d’investimento (FEI) sull’applicazione delle garanzie per lo strumento europeo Progress di microfinanza si sono conclusi. In seguito alla firma dell’accordo quadro, il FEI presenterà un invito a manifestare il proprio interesse agli intermediari nelle prime settimane di luglio. L’invito sarà aperto agli intermediari finanziari provenienti da tutti gli Stati membri e sarà pubblicato sul sito del FEI (http://www.eif.org" ). Il risultato sarà di rendere disponibili i prestiti, garantiti dalle risorse comunitarie. 25 milioni di euro del contributo europeo allo strumento europeo Progress di microfinanza saranno destinati alle garanzie.

I negoziati per la seconda finestra sono ancora in corso. E’ necessaria la creazione di uno speciale strumento di investimento tra Banca europea per gli investimenti, il FEI e la Commissione, congiuntamente. Il varo della seconda finestra dello strumento europeo Progress di microfinanza è previsto entro la fine del 2010. La parte restante dei contributi europei (75 milioni di euro) sarà destinata a questo strumento speciale, che sarà creato il prossimo autunno. La Banca europea per gli investimenti dovrebbe aggiungere fino a 100 milioni di euro al contributo dell’Unione europea.

Per maggiori informazioni sullo strumento europeo Progress di microfinanza, visitare il sito: http://www.ec.europa.eu/epmf"

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Interrogazione n. 40 dell’on. Iacolino (H-0317/10)
 Oggetto: Supporto finanziario alle politiche migratorie nell'area euromediterranea
 

L'Unione per il Mediterraneo ha trovato nuovo slancio alle proprie attività con la creazione di un Segretariato che garantirà un supporto operativo alla realizzazione di grandi progetti strategici regionali. Risulta, peraltro, che la Commissione e la Banca Europea degli Investimenti assicureranno adeguata copertura finanziaria per i prossimi anni ai settori energetico e idrico, alle infrastrutture e ai trasporti e allo sviluppo delle imprese. Di contro, risulterebbe che, in linea con le politiche migratorie dell'Unione Europea, anche l'UpM é stata poco efficace in tale comparto.

Può la Commissione chiarire quali sono state le misure poste in essere per migliorare la cooperazione con i paesi terzi nella gestione dei flussi migratori?

Inoltre, poiché é vicina la definizione delle prospettive finanziarie 2014-2020, cosa intende fare la Commissione per assicurare che adeguate risorse finanziarie vengano utilizzate per sostenere eque politiche migratorie nell'area euromediterranea?

 
  
 

(EN) La Commissione si è impegnata a perseguire gli ambiziosi obiettivi stabiliti dal programma di Stoccolma. In ambito di migrazione, esso prevede il varo e l’attuazione di numerose iniziative, sia in campo di migrazione legale, sia di lotta alla migrazione clandestina e rafforzamento dei confini esterni. Questi obiettivi includono la recente proposta della Commissione(1) sul rafforzamento delle capacità del Frontex e le proposte, che saranno adottate a breve, in materia di lavoratori stagionali e di persone temporaneamente trasferite dalla loro società.

Per quanto concerne i paesi terzi, il programma di Stoccolma invoca nuovi sviluppi della cooperazione tra paesi di origine e di transito, in conformità con l’approccio globale in materia di migrazione. In tale contesto, la Commissione assegna estrema importanza alla gestione dei flussi migratori nella regione del Mediterraneo, alla quale è dedicata un’attenzione prioritaria.

Gli sforzi della Commissione si sono tradotti in maggiore dialogo e cooperazione, sia sul piano bilaterale, sia su quello regionale, con i paesi dell’Africa settentrionale e sub-sahariana, dove hanno origine i flussi migratori diretti verso il Mediterraneo. La Commissione ha finanziato progetti volti alla promozione di una migliore gestione della migrazione e alla lotta all’immigrazione clandestina, alla semplificazione dell’utilizzo dei canali legali di migrazione, alla correlazione fra migrazione e sviluppo, alla promozione dei diritti dei migranti e al rispetto dei diritti dei rifugiati.

Le iniziative europee in materia di migrazione sostenute dalla Commissione nei paesi mediterranei non appartenenti all’Unione europea sono state finanziate sia attraverso lo strumento finanziario europeo creato per sostenere la cooperazione con una regione specifica (il programma MEDA fino al 2006 e lo strumento europeo di vicinato e partenariato dal 2007), sia attraverso lo strumento finanziario europeo creato per appoggiare la cooperazione dell’Unione con paesi terzi in materia di migrazione (il programma Aeneas fino al 2006, ora programma tematico).

Senza voler condizionare i risultati delle discussioni sul futuro quadro finanziario 2014-2020, la Commissione ritiene di fondamentale importanza che l’Unione disponga di mezzi finanziari adeguati per affrontare, in modo integrato ed equilibrato, le sfide che si presentano in ambito di migrazione, nonché per consentire una più solida cooperazione con tutti i partner, particolarmente nella regione mediterranea.

 
 

(1) COM(2010) 61 definitivo.

 

Interrogazione n. 42 dell’on. Kelly(H-0322/10)
 Oggetto: Turismo e commercio internazionale
 

Il turismo costituisce il terzo settore economico più grande nell'UE per quanto concerne il fatturato e l'occupazione e contribuisce al 5% del PIL dell'UE, con quasi 2 milioni di imprese, principalmente PMI, che offrono lavoro a 9,7 milioni di persone nell'UE.

Alla luce di quanto esposto, ha la Commissione elaborato strategie per promuovere il turismo dell'UE sui mercati globali, con riferimento specifico ai paesi del gruppo BRIC, in cui il benessere e il tenore di vita crescenti dovrebbero fornire un potenziale notevole e in aumento per il commercio nel settore del turismo europeo?

 
  
 

(FR) L’Unione europea rimane la prima destinazione turistica mondiale, con 370 milioni di arrivi turistici internazionali, ossia il 40 per cento degli arrivi mondiali(1), fra i quali 7,6 milioni in provenienza dai paesi del gruppo BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), in netto aumento rispetto ai 4,2 milioni del 2004. La Cina è un esempio particolarmente interessante poiché, nonostante la crisi economica, il numero di turisti cinesi che viaggiano all’estero è salito a 42,2 milioni nel 2009 (un aumento del 5,2 per cento), rispetto ai 7 milioni del 2001. Un aumento ancora maggiore è stato registrato nelle spese, che, ad esempio, tra il 2008 e il 2009 sono aumentate del 16 per cento, fino a toccare i 42 miliardi di dollari.

Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale del turismo, nei prossimi anni il numero di arrivi turistici internazionali dovrebbe aumentare sensibilmente. Il settore turistico europeo deve però affrontare la crescente concorrenza internazionale dei paesi emergenti o in via di sviluppo che, pur essendo potenziali fonti di turismo per l’Europa, attraggono un numero sempre maggiore di turisti.

Di fronte a tale concorrenza, l’Europa deve offrire un turismo sostenibile e di alta qualità, sviluppando una strategia congiunta che permetta di consolidare l'immagine e la visibilità dell'Europa come insieme di destinazioni turistiche per i paesi terzi, particolarmente i paesi del gruppo BRIC, considerando il loro grande potenziale di fonte di turismo. A tal fine, l’Europa dovrà basarsi sulla competitività e sulla sostenibilità del turismo europeo(2). Inoltre, sarà fondamentale rafforzare la cooperazione con i paesi la cui popolazione può rappresentare un’importante fonte di visitatori alle destinazioni europee, grazie al progressivo miglioramento delle loro condizioni di vita.

Considerata l’intensità della concorrenza mondiale, nonché il potenziale di numerosi paesi terzi quali fonti di turismo in Europa, è fondamentale dare vita ad azioni volte a stimolare la domanda turistica di Europa.

Per raggiungere questo obiettivo, la nuova comunicazione “L'Europa, prima destinazione turistica mondiale - un nuovo quadro politico per il turismo europeo”, adottata il 30 giugno, delinea una strategia per consolidare l'immagine e la visibilità dell'Europa come insieme di destinazioni sostenibili e di qualità(3):

- creare, in collaborazione con gli Stati membri, una vera e propria "marca europea", che possa completare gli sforzi promozionali a livello nazionale e regionale e permettere alle destinazioni europee di distinguersi meglio dalle altre destinazioni internazionali

- promuovere il portale "visiteurope.com" per aumentare l'attrattiva dell'Europa come insieme di destinazioni turistiche sostenibili e di qualità, in particolare per i paesi emergenti

- favorire azioni comuni di promozione in occasione di grandi eventi internazionali o nelle fiere e nei saloni turistici più importanti

- rafforzare la partecipazione dell'Unione europea nelle sedi internazionali, in particolare nel quadro dell'Organizzazione mondiale del turismo, dell'OCSE, del T20 e di Euro-Med

- promuovere l’immagine e la visibilità dell’Europa come insieme di destinazioni turistiche sostenibili e di qualità, in particolare per i paesi del gruppo BRIC (ma anche per Stati Uniti e Giappone), grazie a iniziative congiunte con gli Stati membri e l'industria europea.

 
 

(1) Barometro OMT del turismo, volume 8, gennaio 2010 – dati relativi al 2008
(2) Studio sulla competitività del settore turistico europeo, settembre 2009 (cfr. http://ec.europa.eu/enterprise/newsroom/cf/document.cfm?action=display&doc_id=5257&userservice_id=1&request.id=0).
(3) Le altre azioni prioritarie sono: stimolare la competitività del settore turistico europeo, promuovere lo sviluppo di un turismo sostenibile, responsabile e di alta qualità e massimizzare il potenziale delle politiche e degli strumenti finanziari dell'UE per lo sviluppo del turismo

 

Interrogazione n. 43 dell’on. Geringer de Oedenberg (H-0324/10)
 Oggetto: Azioni nel campo della cultura nel contesto della strategia Europa 2020
 

La Commissione ha proposto nella strategia Europa 2020 obiettivi concreti di lotta contro la disoccupazione, di finanziamento della ricerca e della lotta contro il cambiamento climatico, ma ha dimenticato il ruolo della cultura nella crescita in senso lato, della prosperità dell'Europa. Secondo il suo rapporto del luglio 2009, il giro d'affari del settore della cultura nell'Unione è stato di 654 miliardi di euro nel 2003, pari al 2,6% del PNL dell'UE. I musei a Parigi, generano un fatturato compreso tra 1,84 e 2,64 miliardi di euro e rappresentano circa 43.000 posti di lavoro ogni anno. L'influenza della cultura sullo sviluppo economico è innegabile oggi. Crea posti di lavoro e contribuisce all'attrattività turistica delle regioni.

La Commissione come intende sfruttare il potenziale del settore creativo e culturale nel quadro della strategia Europa 2020? Perché la cultura non è una priorità distinta nel progetto di strategia? Il sostegno al processo di digitalizzazione è la sola idea della Commissione? Perché priorità come la tutela del patrimonio culturale dell'Unione sono omesse nella dichiarazione?

 
  
 

(EN) La Commissione concorda con l’interrogante sul fatto che la cultura e i settori circostanti siano fattori importanti per l’economia europea, particolarmente per il conseguimento dei principali obiettivi della strategia Europa 2020. Se essi non sono esplicitamente menzionati nel documento della Commissione, è perché la strategia Europa 2020 non è settoriale. La cultura e il settore culturale e creativo svolgono un ruolo evidente in almeno quattro delle iniziative principali della strategia Europa 2020: “Unione dell’innovazione”, “Agenda digitale”, “Una politica industriale per l’era della globalizzazione” e “Nuove competenze per nuovi lavori”.

Le consultazioni pubbliche sul Libro verde “Le industrie culturali e creative, un potenziale da sfruttare”, adottato il 27 aprile 2010, coadiuveranno la Commissione nell’assicurare un ambiente di sostegno a tali settori e nell’incentivare il loro contributo alle suddette iniziative. La Commissione utilizzerà gli spunti ricevuti per trarre conclusioni operative da attuare attraverso gli strumenti comunitari esistenti o attraverso le nuove prospettive finanziarie. L’obiettivo è che programmi e politiche abbiano un impatto sulle attività culturali e creative (e sul settore culturale in generale) adatte allo scopo.

In tale contesto, la Commissione darà vita a numerose iniziative a sostegno del settore creativo, già nel 2010 e 2011. Il programma MEDIA creerà un fondo di garanzia per la produzione audiovisiva e introdurrà un sostegno alla digitalizzazione del cinema. In seno al programma quadro per la competitività e l'innovazione, l’Alleanza europea delle industrie creative cercherà di mobilitare un sostegno migliore e maggiore all’innovazione per sviluppare ulteriormente le industrie creative, attraverso l’apprendimento reciproco e azioni pilota.

La Commissione concorda pienamente sul ruolo importante che il patrimonio culturale europeo deve ricoprire non solo in ambito culturale e sociale, ma anche quale risorsa essenziale per lo sviluppo economico e territoriale. La Commissione promuove attivamente tale fine all’interno dell’Agenda europea per la cultura, attraverso il programma Cultura dell’UE 2007-2013 e altri programmi comunitari di finanziamento, in particolare i fondi strutturali della politica di coesione. Vi sono anche nuovi strumenti: recentemente, la Commissione ha adottato una proposta relativa alla creazione, da parte dell’Unione europea, di un marchio del patrimonio europeo. Questa proposta è stata una delle prime adottate dalla nuova Commissione subito dopo essere entrata in carica ed è volta a mettere in evidenza quei siti che celebrano e simboleggiano l’integrazione, gli ideali e la storia europea. La Commissione è profondamente convinta che il marchio abbia le potenzialità per diventare un’iniziativa preziosa e molto visibile per l’Unione europea.

 

Interrogazione n. 44 dell’on. Bendtsen (H-0332/10)
 Oggetto: Libertà di movimento obbligatoria per le scrofe a partire dal 2013
 

La Direttiva 2001/88/CE(1)del Consiglio del 23 ottobre 2001 (riportata nella direttiva 2008/120/CE(2) del Consiglio) prevede che tutte le scrofe debbano avere libertà di movimento a partire dal 2013. In tale data, gli Stati membri avranno avuto 12 anni per conformarsi.

Ammette la Commissione che, in questo contesto, un eventuale ritiro o un'eventuale revisione delle suddette disposizioni rappresenterebbe, allo stato attuale, una distorsione della concorrenza e andrebbe a ledere quei paesi che, in applicazione della legislazione, hanno attuato significative riforme?

Intende la Commissione fornire o elaborare dati che indichino, per ciascuno Stato membro, la percentuale di scrofe con libertà di movimento e la tendenza osservata successivamente all'adozione della legislazione?

Esistono disposizioni transitorie per i paesi che hanno avviato una cooperazione con l'Unione europea dopo l'adozione di questa normativa?

Può dire la Commissione in che modo intende garantirne l'osservanza? Quali sono le possibili sanzioni?

 
  
 

(EN) La Commissione concorda con l’interrogante sul fatto che posticipare il termine del 1° gennaio 2013, stabilito nella direttiva 2008/120/CE del Consiglio(3), per il raggruppamento di scrofe causerebbe uno svantaggio concorrenziale ai produttori che hanno investito risorse per rispettare tale scadenza.

La Commissione non dispone di dati relativi alla percentuale di scrofe attualmente allevate in gruppo all’interno dell’Unione europea. Le relazioni presentate dai servizi di ispezione della Direzione generale “Salute e consumatori” della Commissione, DG Sanco (UAV – Ufficio alimentare e veterinario, con sede a Grange, Irlanda) indicano che alcuni Stati membri sono più preparati a rispettare il termine del 1° gennaio 2013 rispetto ad altri.

Tutti i nuovi Stati membri erano a conoscenza del termine del 1 gennaio 2013. Inoltre, i programmi di finanziamento comunitari hanno fornito la possibilità ai paesi candidati di adeguare le proprie strutture.

I principali responsabili dell’attuazione della direttiva 2008/120/CE sono gli Stati membri. La Commissione, in qualità di custode dei trattati, deve garantire che gli Stati membri applichino il diritto comunitario. A tal fine, lo UAV svolge regolarmente verifiche in loco negli Stati membri, nel corso delle quali si ispezionano gli allevamenti suini ed è valutato il sistema di controllo elaborato dagli Stati membri per garantire l’applicazione delle norme comunitarie.

In presenza di prove sufficienti che indicano un mancato rispetto delle disposizioni della direttiva da parte delle pratiche amministrative di uno Stato membro, la Commissione può avviare una procedura di infrazione contro lo Stato membro ai sensi dell’articolo 258 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

 
 

(1) GU L 316 del 1.12.2001, pag. 1.
(2) GU L 47 del 18.2.2009, pag. 5.
(3) GU L 47 del 18.2.2009, pag. 5.

 

Interrogazione n. 45 dell’on. Belet (H-0335/10)
 Oggetto: Tassa sui biglietti aerei internazionali
 

Dopo la Francia, la Gran Bretagna e l’Irlanda, ora anche la Germania ha deciso di introdurre una tassa sui biglietti aerei internazionali, la quale sarà differenziata in funzione di diversi criteri quali il prezzo, il rumore e il consumo.

Tasse di questo tipo creano una situazione disomogenea tra i diversi aeroporti europei. Intende la Commissione intervenire per coordinare a livello europeo le tasse in parola?

Intende la Commissione rivedere il regime IVA per il settore dei trasporti aerei, dato che tali tasse in parte compensano il fatto che i biglietti aerei internazionali non sono soggetti a IVA?

 
  
 

(EN) La Commissione assume un approccio rigoroso per garantire che le tasse sui trasporti aerei introdotte dagli Stati membri non costituiscano un ostacolo all’efficienza del mercato interno dei servizi aerei.

Per tale motivo, la Commissione ha esaminato numerose tasse introdotte negli ultimi anni dagli Stati membri per garantire che esse non ostacolino il mercato interno gravando in modo eccessivo sul funzionamento dei servizi aerei transfrontalieri rispetto ai servizi operati all’interno dello Stato membro.

Gli aeroporti, e i servizi ad essi collegati, sono ascrivibili a un contesto normativo regolato in parte da norme europee e in parte da norme nazionali o regionali. Inoltre, l’esistenza di diversi regimi fiscali negli Stati membri relativi ai biglietti aerei non rappresenta, di per sé, un ostacolo all’equa concorrenza fra aeroporti.

Per quanto concerne le tasse sui biglietti aerei, si deve considerare l’articolo 1, paragrafo 3, della direttiva 2008/118/CE, relativo ai prodotti sottoposti ad accisa e che abroga la direttiva 92/12/CEE(1) che dispone che gli Stati membri possono applicare imposizioni indirette sulle prestazioni di servizi (quali i biglietti aerei) purché essi non abbiano il carattere di tasse sulla cifra d'affari e non diano luogo a formalità connesse al passaggio di una frontiera.

La Commissione rimanda al documento di lavoro dei propri servizi del 1° settembre 2005(2) che contiene un’analisi del possibile utilizzo, da parte degli Stati membri, di un contributo di solidarietà sui biglietti aerei quale fonte di aiuti allo sviluppo per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio. Il documento è stato discusso al consiglio Ecofin che, tuttavia, ha ritenuto di non proseguire su questa strada.

La Commissione intende risolvere le lacune dell’attuale sistema di IVA per creare, inter alia, un mercato unico più efficace, per prevenire e lottare contro le frodi, per consolidare la riscossione dell’IVA e consentire alle imprese di diventare più competitive. A tal fine, la Commissione ha intenzione di presentare un Libro verde entro la fine di quest’anno, probabilmente seguito da una riunione ad alto livello con gli Stati membri. Sonderemo anche il pensiero dell’opinione pubblica, delle imprese e degli esperti di IVA attraverso consultazioni pubbliche e conferenze. I risultati saranno contenuti in una comunicazione nel 2011 che stabilirà le nuove priorità in materia di IVA.

 
 

(1) GU L 9 del 14.1.2009, pag. 12.
(2) SEC(2005) 1067

 

Interrogazione n. 46 dell’on. Van Brempt (H-0343/10)
 Oggetto: Attività dei servizi segreti colombiani e accordo di libero scambio con la Colombia
 

Recentemente la stampa colombiana e internazionale ha svelato la “Operación EUROPA” dei servizi segreti colombiani. L’operazione aveva come obiettivo quello di sminuire e screditare “l’ordine giuridico europeo, la sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani”, diverse autorità di governo e ONG nonché numerosi cittadini europei.

Era a conoscenza la Commissione del fatto che organi ufficiali della repubblica colombiana fossero attivamente impegnati ad attaccare e screditare le istituzioni europee? Quali sono le conseguenze di tali rivelazioni sulla conclusione di un accordo di libero scambio tra l’UE e la Colombia?

 
  
 

(EN) La Commissione è a conoscenza di tali accuse e le accoglie con grande serietà. Per tale ragione ha ripetutamente sollevato la questione nel proprio dialogo con il governo colombiano, anche durante la visita del direttore del DAS (Dipartimento amministrativo di sicurezza), Felipe Muñoz, alla Commissione in marzo, nonché attraverso i contatti della nostra delegazione con il DAS e altri dipartimenti governativi.

Secondo le notizie giunte alla Commissione, le indagini sui casi (e sulle attività illecite di sorveglianza ad essi collegate) sono state trasferite all’ufficio del procuratore generale (Fiscalía) per le indagini penali. Le indagini sono ancora in corso e hanno già portato all’arresto e/o alle dimissioni di numerosi funzionari del DAS, contro i quali sono stati aperti dei fascicoli penali o disciplinari.

Inoltre, per evitare il ripetersi di uno scandalo sono state varate riforme interne, ad esempio, la liquidazione del DAS e la creazione di una nuova agenzia, sottoposta a controllo parlamentare, o l’accurata pulizia degli archivi del DAS. Su esplicita richiesta del governo colombiano, il processo è seguito dall’ufficio di Bogotà dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

In base all’esperienza pregressa, la Commissione ritiene che il governo colombiano sia pronto a chiarire quanto accaduto, e che sia disponibile allo scambio su tematiche concernenti tali eventi. La Commissione prende atto del fatto che, nel corso dell’incontro congiunto del 27 aprile 2010 della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con i paesi della Comunità andina e la sottocommissione del Parlamento europeo sui diritti umani, l’Ambasciatore abbia ribadito la disponibilità del governo colombiano a inviare a Bruxelles il direttore del DAS Muñoz per uno scambio più approfondito con il Parlamento europeo.

 

Interrogazione n. 47 dell’on. Toussas (H-0345/10)
 Oggetto: Sfruttamento dei marittimi da parte di gruppi monopolistici del settore della navigazione
 

Lo sfruttamento dei marittimi da parte di gruppi monopolistici del settore della navigazione si generalizza. Un esempio tipico è rappresentato dalle navi "ROPAX 1" e "ROPAX 2", battenti bandiera inglese, di proprietà della società di navigazione "V-SHIPS"/"Adriatic Lines & Spa" con sede dichiarata in Italia, che eseguono regolarmente i collegamenti tra Corinto (Grecia) e Ravenna (Italia). I loro equipaggi sono costituiti rispettivamente da 33 e 29 marittimi (mentre ai sensi della legge dovrebbero essere almeno 48), tutti rumeni non assicurati e con salari di miseria, che lavorano sotto il regime di terrore degli armatori e delle agenzie schiaviste. Ciò comporta l'intensificazione del lavoro dei marittimi, in violazione della Convenzione internazionale 180 sull'organizzazione del tempo di lavoro, il che mette a repentaglio la sicurezza delle vite umane in mare. La società proprietaria non soltanto viola la carente normativa in vigore, ma adisce persino le vie legali contro le legittime battaglie dei marittimi.

Qual è la posizione della Commissione per quanto attiene allo sfruttamento dei marittimi da parte della società proprietaria delle navi in questione? Tale società beneficia di finanziamenti comunitari per gli itinerari sopracitati e per le navi "ROPAX 1" e "ROPAX 2"? Condanna la Commissione il comportamento di questa società a scapito dei marittimi?

 
  
 

(EN) La Commissione non è a conoscenza del caso specifico citato dall’interrogante.

La Commissione sottolinea che la direttiva 1999/63/CE(1) stabilisce chiaramente degli standard minimi concernenti gli orari di lavoro e di riposo a bordo di ogni nave registrata sul territorio di uno Stato membro e normalmente impegnata in operazioni di marina mercantile. Tutti gli Stati membri hanno trasposto la direttiva all’interno del proprio ordinamento giuridico. L’articolo 3 della direttiva afferma che gli Stati membri “devono adottare tutte le disposizioni necessarie che consentano loro di essere sempre in grado di garantire i risultati imposti dalla presente direttiva”. La direttiva 1999/63/CE applica a livello europeo gli stessi standard stabiliti dalla convenzione 180 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL). La Commissione ricorda che, secondo il diritto comunitario, gli Stati membri devono garantire che la legislazione nazionale che attua le direttive comunitarie sia applicata in modo corretto ed efficace.

Ai sensi dell’articolo 153 del TFUE, l’Unione europea non dispone di competenza in ambito di pagamenti. Sono però applicabili le disposizioni del diritto comunitario sulla libera circolazione dei lavoratori, che proibiscono la discriminazione sulla base della nazionalità.

In caso di conferma della situazione descritta dall’interrogante, la Commissione inviterà le parti interessate a fare ricorso, utilizzando, se necessario, le procedure nazionali giudiziali o stragiudiziali.

Per quanto concerne i finanziamenti, dette imprese non ricevono alcun sostegno dai fondi gestiti direttamente dai servizi della Commissione.

 
 

(1) Direttiva 1999/63/CE del Consiglio del 21 giugno 1999 relativa all'accordo sull'organizzazione dell'orario di lavoro della gente di mare concluso dall'Associazione armatori della Comunità europea (ECSA) e dalla Federazione dei sindacati dei trasportatori dell'Unione europea (FST) - Allegato: Accordo europeo sull'organizzazione dell'orario di lavoro della gente di mare  GU L 167 del 2.7.1999

 

Interrogazione n. 48 dell’on. Konrad Szymański (H-0349/10)
 Oggetto: Partenariato per la modernizzazione e partenariato orientale
 

L'Unione europea propone alla Russia un "partenariato per la modernizzazione", con la volontà al contempo di rafforzare il partenariato orientale.

In che modo gli obiettivi del "partenariato per la modernizzazione" aumentano la coesione della politica dell'Unione nella regione del partenariato orientale?

Nel quadro del "partenariato per la modernizzazione", in che modo si prevede di garantire l'applicazione del principio di condizionalità nello sviluppo delle relazioni economiche e nei progressi relativi al rispetto dei diritti dell'uomo, in particolare la libertà di espressione e di stampa??

Intende l'Unione europea attenersi al principio di proporzionalità nell'ambito dell'esenzione dal visto per i cittadini della Federazione russa e dei paesi del partenariato orientale?

 
  
 

(EN) Il partenariato orientale mira alla promozione dell’associazione politica e dell’integrazione economica tra i sei paesi del vicinato orientale e l’Unione europea. Similmente al partenariato per la modernizzazione con la Russia, il partenariato orientale è volto a sostenere gli sforzi di riforme interne di ampio respiro. Pertanto, entrambe le iniziative sono coerenti e solidali.

Le riforme e gli sforzi di modernizzazione, per avere successo, devono essere basati sullo stato di diritto, i valori democratici, il rispetto dei diritti dei cittadini e devono essere coinvolgere attivamente la società civile. Per tale motivo, il funzionamento efficace della magistratura, il rafforzamento della lotta alla corruzione e un maggiore dialogo con la società civile sono aree prioritarie per il partenariato per la modernizzazione UE-Russia.

La questione della liberalizzazione dei visti costituisce un obiettivo a lungo termine dell’Unione europea, sia nei confronti della Russia, sia nei confronti del partenariato orientale. La coerenza regionale è un elemento molto importante per la nostra politica in materia di visti, ma il raggiungimento dell’obiettivo dell’esenzione dal visto dipende principalmente dalla realizzazione delle condizioni per una mobilità sicura e ben gestita in ogni paese.

Per quanto concerne il futuro, è stato deciso recentemente con l’Ucraina di passare alla fase operativa del dialogo sul visto e lavorare allo sviluppo di un piano d’azione che stabilisca le condizioni che l’Ucraina deve rispettare per l’eventuale creazione di un regime di viaggio senza visto. Per quanto concerne la Russia, cerchiamo di progredire gradualmente, attraverso un approccio orientato ai risultati. Un sostegno graduale alla mobilità dei cittadini e all’esenzione dal visto sono obiettivi a lungo termine attuati anche in ambito di partenariato orientale.

 

Interrogazione n. 49 dell’on. El Khadraoui (H-0350/10)
 Oggetto: Applicazione iPhone di un pianificatore di itinerario on line per le ferrovie belghe (NMBS/SNCB)
 

Nella stampa belga sono apparse diverse notizie a proposito di un cittadino che ha sviluppato un pianificatore di itinerario mobile e on line per i passeggeri ferroviari. Questi ha offerto gratuitamente l'applicazione sul sito Internet www.irail.be. Le ferrovie belghe (NMBS/SNCB) hanno esse stesse sviluppato di recente un'applicazione simile e affermano che i loro diritti di proprietà intellettuale sono stati violati, così come il diritto d'autore e il diritto relativo alle banche dati.

Partendo dal presupposto che l'obiettivo da raggiungere è una rete di trasporti europea sostenibile e integrata, concorda la Commissione che tutte le informazioni possibili debbano essere liberamente accessibili ai passeggeri, anche se non attraverso canali di comunicazione ufficiali? Ritiene la Commissione che tali applicazioni debbano essere giustamente incoraggiate al fine di realizzare un sistema d'informazione e di biglietteria integrato per tutti i mezzi di trasporto?

 
  
 

(EN) La Commissione non è a conoscenza dei fatti specifici citati dall’interrogante. Alcuni database, considerati gli investimenti necessari per ottenere le informazioni in essi contenute, hanno diritto alla tutela del diritto d’autore, la quale è invece negata quando i dati non sono ricavati da una serie di fonti indipendenti. Pertanto, uno dei nodi cruciali della questione è dato dalla proprietà dei dati pubblicati dalle ferrovie belghe, se sono raccolti da altre fonti o se sono di loro proprietà (cfr. British Horseracing Board e William Hill, 9 novembre 2004, procedimento C-302/02).

Per quanto concerne il tema delle informazioni rese disponibili gratuitamente ai passeggeri, l’articolo 10 e l’allegato II del regolamento (CE) n. 1371/2007 del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 ottobre 2007 relativo ai diritti e agli obblighi dei passeggeri nel trasporto ferroviario contengono disposizioni sui sistemi di prenotazione di biglietti per viaggi transeuropei volti a un miglioramento del coordinamento e della standardizzazione tra i vari sistemi di prenotazione delle compagnie ferroviarie dei vari Stati membri. Le compagnie ferroviarie e i venditori di biglietti dovranno utilizzare un sistema telematico di informazioni e prenotazioni per il trasporto ferroviario (CIRSRT), come disposto dall’articolo 10 del regolamento.

Il raggiungimento di un sistema integrato di informazioni e di emissione dei biglietti per tutte le modalità di trasporto costituirebbe un importante progresso nella costruzione dello spazio unico europeo dei trasporti, per offrire ai cittadini e alle imprese dei servizi di trasporti efficienti, sostenibili e affidabili. Nel piano d’azione sulla mobilità urbana(1), la Commissione indica quale obiettivo finale l’offerta agli utenti di un unico portale dei trasporti pubblici a livello europeo su internet, che presti una speciale attenzione ai principali snodi della rete RTE-T. Di conseguenza, la Commissione sostiene attivamente la ricerca, lo sviluppo e la presentazione di sistemi integrati di informazioni sui viaggi ed emissione di biglietti.

Vi sono molteplici interessanti progetti di ricerca e sviluppo in quest’ambito (ad esempio, iTravel, WISETRIP, LINK), prioritario per il piano d’azione sui sistemi di trasporto intelligenti (STI) e la proposta di direttiva sugli STI. Il piano d’azione sui sistemi di trasporto intelligenti è mirato particolarmente a facilitare l’accesso e lo scambio di dati sul traffico e i viaggi con l’obiettivo di fornire ai viaggiatori un servizio a domicilio. Gli atti di una riunione ad hoc tenutasi il 21 giugno 2010 saranno pubblicati a breve sul sito EUROPA (vedi trasporti/sistemi di trasporto intelligenti/strada/piano d’azione STI). In seguito all’adozione della direttiva STI (COD/2008/0263), la Commissione elaborerà norme vincolanti sulle informazioni di viaggio multimodale.

Nel 2011, la Commissione ha intenzione di adottare uno standard comune per i binari ferroviari. (noto con il nome di “applicazioni telematiche per i passeggeri – specifiche tecniche di interoperabilità”), nonché connessioni con altre modalità di trasporto(2), un primo passo verso il raggiungimento di quest’obiettivo. Lo sviluppo di applicazioni telematiche mobili secondo il suddetto standard andrà a beneficio della mobilità dei cittadini. In questo processo, è fondamentale rendere disponibili dati precisi e in tempo reale. La Commissione esaminerà le modalità migliori per raggiungere quest’obiettivo.

 
 

(1) COM (2009) 490
(2) Vedasi interrogazione scritta E-5674/09 dell’onorevole Simpson
http://www.europarl.europa.eu/QP-WEB/application/home.do?language=IT

 
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