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Discussioni
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Lunedì 6 settembre 2010 - Strasburgo Edizione GU
1. Ripresa della sessione
 2. Dichiarazione della Presidenza
 3. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
 4. Composizione del Parlamento: vedasi processo verbale
 5. Richiesta di revoca dell’immunità parlamentare: vedasi processo verbale
 6. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale
 7. Composizione del Parlamento: vedasi processo verbale
 8. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
 9. Interrogazioni orali e dichiarazioni scritte (presentazione): vedasi processo verbale
 10. Petizioni: vedasi processo verbale
 11. Storni di stanziamenti: vedasi processo verbale
 12. Seguito dato alle posizioni e risoluzioni del Parlamento: vedasi processo verbale
 13. Trasmissione di testi di accordo da parte del Consiglio: vedasi processo verbale
 14. Dichiarazioni scritte decadute: vedasi processo verbale
 15. Ordine dei lavori
 16. Clausola bilaterale di salvaguardia dell'accordo di libero scambio UE-Corea (discussione)
 17. Redditi equi per gli agricoltori: Migliore funzionamento della filiera alimentare in Europa (discussione)
 18. Diritti umani in Iran, segnatamente i casi di Sakineh Mohammadi-Ashtiani e di Zahra Bahrami (discussione)
 19. Interventi di un minuto su questi di rilevanza politica
 20. Finanziamento e funzionamento del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (breve presentazione)
 21. Interconnessione dei registri delle imprese (breve presentazione)
 22. Competenza giurisdizionale, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (breve presentazione)
 23. Integrazione sociale delle donne appartenenti a gruppi etnici minoritari (breve presentazione)
 24. Il ruolo delle donne in una società che invecchia (breve presentazione)
 25. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
 26. Chiusura della seduta


  

PRESIDENZA DELL’ON. BUZEK
Presidente

(La seduta inizia alle 17.05)

 
1. Ripresa della sessione
Video degli interventi
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  Presidente. – Dichiaro ripresa la sessione del Parlamento europeo aggiornata giovedì 8 luglio 2010.

 

2. Dichiarazione della Presidenza
Video degli interventi
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  Presidente. – Vorrei richiamare la vostra attenzione sul caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, condannata a morte in Iran. Siamo stati informati che la Corte suprema sta esaminando un appello presentato contro tale condanna. Di recente, Sakineh Mohammadi-Ashtiani è stata anche condannata a 99 frustate per la presunta pubblicazione di una sua fotografia su quotidiani europei. Esorto le autorità iraniane ad annullare ambedue le condanne e analizzare il caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani in maniera trasparente e giusta. Vorrei ribadire che il Parlamento europeo si oppone all’applicazione della pena di morte, a prescindere dalle circostanze.

 

3. Approvazione del processo verbale della seduta precedente: vedasi processo verbale
Video degli interventi

4. Composizione del Parlamento: vedasi processo verbale
Video degli interventi

5. Richiesta di revoca dell’immunità parlamentare: vedasi processo verbale
Video degli interventi

6. Composizione delle commissioni e delle delegazioni: vedasi processo verbale
Video degli interventi

7. Composizione del Parlamento: vedasi processo verbale
Video degli interventi

8. Presentazione di documenti: vedasi processo verbale

9. Interrogazioni orali e dichiarazioni scritte (presentazione): vedasi processo verbale

10. Petizioni: vedasi processo verbale

11. Storni di stanziamenti: vedasi processo verbale

12. Seguito dato alle posizioni e risoluzioni del Parlamento: vedasi processo verbale

13. Trasmissione di testi di accordo da parte del Consiglio: vedasi processo verbale

14. Dichiarazioni scritte decadute: vedasi processo verbale

15. Ordine dei lavori
Video degli interventi
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  Presidente. – Il progetto di ordine del giorno definitivo predisposto il 2 settembre dalla Conferenza dei Presidenti ai sensi dell’articolo 137 del regolamento è stato distribuito. Sono state proposte le seguenti modifiche.

Ho ricevuto una richiesta di procedura urgente (articolo 142) dagli onorevoli Angelilli e Pittella, nonché almeno da altri 40 deputati, volta ad anticipare la discussione sul caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani da giovedì pomeriggio a oggi, lunedì 6 settembre.

 
  
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  Gianni Pittella (S&D). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi rivolgo alla collega Angelilli e agli altri firmatari. Volevo semplicemente dire che lei ha detto cose sagge e autorevoli sul caso della giovane Sakineh, ma una cosa sono le parole per le quali c'è stato un bellissimo applauso, una cosa è un pronunciamento ufficiale del Parlamento europeo, e dobbiamo farlo il più presto possibile perché il destino e la sorte di questa donna dipendono dalle decisioni che saranno prese anche nelle prossime ore.

Si moltiplicano le voci che chiedono un cambiamento di decisione, ma non può mancare a questo coro la voce autorevole del Parlamento europeo, ed è per questo che rivolgo a lei e all'Aula tutta, la pressante istanza di anticipare il dibattito che era previsto per giovedì pomeriggio.

 
  
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  Mario Mauro (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo con l'intenzione di sostenere questa richiesta nella consapevolezza che un'Europa protagonista sul teatro della pace e della guerra è un'Europa che sa farsi presente al momento giusto.

Ci rendiamo conto di mettere a soqquadro, per molti versi, i termini dell'agenda del Parlamento, ma nello stesso tempo crediamo sia perentorio quanto ci è richiesto dalle circostanze. Sostengo quindi la richiesta espressa dai colleghi, augurandomi che tutti gli altri facciano altrettanto.

 
  
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  Hannes Swoboda (S&D).(DE) Signor Presidente, vorrei semplicemente chiedere che si voti sul testo quanto prima, se possibile mercoledì, perché non ha alcun senso anticipare la discussione se poi non si vota subito dopo.

 
  
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  Presidente. – La ringrazio. Chiederei ora se qualcuno desidera pronunciarsi contro la richiesta. Nessuno si pronuncia a sfavore, per cui procederemo con la votazione. Chi è favorevole alla richiesta degli onorevoli Angelilli e Pittella di anticipare la discussione da giovedì a oggi? Grazie, la richiesta è accolta. Onorevoli parlamentari, la discussione sulla dichiarazione della Commissione in merito al caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani sarà il primo punto all’ordine del giorno, una volta definito. Il termine per la presentazione di proposte di risoluzione scadrà questa sera alle 19.00, mentre il termine per la presentazione di proposte di risoluzione comuni scadrà domani, martedì, alle 12.00. Questi sono i termini più brevi possibili. Vi invito pertanto a presentare le proposte di risoluzione oggi entro e non oltre le 19.00 e le proposte di risoluzione comuni per conto del Parlamento entro le 12.00 di domani. La votazione si svolgerà mercoledì alle 12.00. Questa è una procedura straordinaria accelerata. Onorevoli parlamentari, vi sono altre proposte per lunedì? Non mi pare. Non vi sono altre richieste.

Onorevoli parlamentari, non ho richieste né per martedì né per mercoledì, ma vorrei dire qualche parola in merito alla discussione di domani sullo stato dell’Unione. Si tratta di una discussione estremamente importante che si tiene in Parlamento per la prima volta. Desideriamo che la discussione ponga l’accento in particolare sul ruolo del Parlamento europeo nella definizione del futuro dell’Unione. Penso che tutti vogliamo che la discussione proceda in maniera appropriata e responsabile e intendiamo assumerci la responsabilità, secondo le disposizioni del trattato di Lisbona, di molte cose che avverranno nell’Unione nei prossimi anni. Per questo penso anche che l’approccio di noi tutti alla questione sia molto serio. Come tutti certamente saprete, tale aspetto è stato anche dibattuto dalla Conferenza dei Presidenti giovedì scorso, nel corso della quale si è sottolineata la scarsissima presenza in Aula durante le discussioni importanti, specialmente quelle sui temi interistituzionali.

Quattro giorni fa, la Conferenza dei Presidenti ha tenuto una discussione approfondita sullo stato dell’Unione. Si è trattato di una discussione preliminare e domani alle 9.00 si terrà una discussione plenaria sull’argomento. Le presidenze dei gruppi politici hanno ribadito l’importanza di garantire la massima partecipazione possibile durante questo dibattito fondamentale, il primo del genere. In luglio, le presidenze dei gruppi politici avevano deciso che non si sarebbero autorizzate riunioni di alcun tipo finché tale discussione fosse stata in corso, per cui domani, dalle 9.00 alle 11.30, non vi sono altre riunioni, altre discussioni né altri appuntamenti previsti per i membri del Parlamento europeo.

Giovedì scorso, le presidenze dei gruppi politici hanno inoltre deciso di introdurre uno speciale controllo sulla presenza dei parlamentari in Aula durante la discussione. L’idea è quella di monitorare la partecipazione facendo premere un pulsante ai deputati in tre diversi momenti. Comunicherò all’Ufficio di Presidenza la decisione, visto che si riunirà oggi alle 18.30, e gli chiederò, essendo l’autorità competente, di decidere esattamente cosa fare, nonché come utilizzare le informazioni ottenute in merito alle presenze. Lasciando da parte la questione della decisione che sarà presa dall’Ufficio di Presidenza, della quale non siamo ancora a conoscenza, vorrei formulare un appello personale affinché partecipiate a questa importante illustrazione del programma di lavoro dell’Unione europea per il prossimo anno. Lo ripeto: la discussione si terrà domani alle 9.00 e vi pregherei di essere tutti presenti in Aula e prendervi parte. Tale partecipazione è anche importante per l’immagine del nostro Parlamento e dimostrerà la nostra volontà di assumerci la responsabilità di ciò che accadrà in futuro nell’Unione. Ribadisco che non sono ancora state prese decisioni specifiche in merito all’uso delle informazioni sulla presenza o l’assenza di parlamentari dalla Camera. Conformemente al nostro regolamento, la decisione può essere presa soltanto dall’Ufficio di Presidenza.

 
  
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  Bernd Posselt (PPE).(DE) Signor Presidente, noi siamo parlamentari eletti liberamente e stabiliamo le priorità come riteniamo più opportuno. Avevo intenzione di partecipare alla discussione di domani e ancora credo che vi prenderò parte. Vorrei tuttavia dichiarare con estrema chiarezza che se verranno effettuati controlli elettronici, non vi parteciperò e se l’amministrazione adotterà altri sistemi per calcolare le presenze, lascerò l’edificio durante la discussione. Come ho detto, era mia intenzione partecipare, ma metodi del genere non sono degni di un parlamento eletto né di parlamentari eletti.

(Vivi applausi)

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) Signor Presidente, concordo pienamente con l’onorevole e la cosa tragica è che è un clamoroso autogol.

Se lei ci avesse semplicemente incoraggiati a essere presenti, sicuramente avrei rispettato la sua autorità e la sua leadership. Ero assolutamente intenzionata a essere presente. Se però sarò presente domani mattina, sicuramente non parteciperò ad alcuna votazione elettronica e ritengo che lei abbia realmente arrecato grave danno alla reputazione dell’Unione europea e, di fatto, del Presidente Barroso.

Adesso tutto sarà una farsa. Spero che l’Ufficio di Presidenza alla fine respinga tale suggerimento nella prossima ora in quanto se non dovesse farlo la gente dirà che i parlamentari sono presenti soltanto perché sono pagati per andare a sentire il Presidente Barroso.

È veramente un esempio clamoroso di come ci si possa dare la zappa sui piedi in termini di relazioni pubbliche e sono sbigottita dal fatto che la Conferenza dei Presidenti abbia potuto formulare un suggerimento del genere.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Vi ho già esortati a partecipare alla discussione, ma sono certo che questa atmosfera animata, prescindendo dalle decisioni dell’Ufficio di Presidenza, farà sì che saremo tutti presenti in Aula, ottenendo così il risultato auspicato.

 
  
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  Joseph Daul (PPE).(FR) Signor Presidente, è vero che in sede di Conferenza dei Presidenti abbiamo preso una decisione della quale mi sento responsabile, anche se non ho potuto prendervi parte personalmente, ma mi assumo tale responsabilità. Vanno nondimeno sottolineati due aspetti.

In primo luogo, in sede di Conferenza dei Presidenti prendiamo decisioni che comunichiamo in occasione di una riunione di gruppo. La riunione organizzata dal mio gruppo politico, come da altri, con i colleghi che ho consultato, è stata in disaccordo con la decisione presa forse troppo affrettatamente dalla Conferenza dei Presidenti.

Vi propongo pertanto che nell’ambito dell’Ufficio di Presidenza le presidenze dei gruppi presenti in Aula rivalutino la situazione. Come sapete, tutti chiedono un cambiamento, ma operare un cambiamento non è così semplice come si potrebbe pensare. E questo è un primo aspetto.

In secondo luogo, vorrei comunque ricordarvi, onorevoli colleghi, tutte le discussioni svoltesi in Aula con il Presidente della Commissione. Si può concordare con lui o meno, ma vi sono 27 Commissari presenti in Parlamento, perché a tali discussioni partecipano generalmente i 27 Commissari, e il Presidente Barroso prende la parola dinanzi alle presidenze dei gruppi con la Camera deserta.

Per questo appoggio il Presidente del Parlamento nell’affermare che non dovremmo applicare quanto ipotizzato dalla Conferenza dei Presidenti, rivedere la posizione assunta e ridiscuterla con i vari gruppi politici per applicare il vecchio metodo, ma anch’io esorto tutti i parlamentari ad assumere un approccio responsabile nei confronti dell’importantissima discussione sull’Europa che si terrà domani mattina in quest’Aula.

Chiedo pertanto all’Ufficio di Presidenza che analizzi la circostanza con intelligenza, forse con più intelligenza delle presidenze dei gruppi qui presenti, e naturalmente si tenga una discussione democratica, che ci permetta di progredire.

(Applausi)

 
  
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  Presidente. – Come ho detto poc’anzi, l’Ufficio di Presidenza ne discuterà nell’arco di un’ora. Sono sicuro che l’Ufficio terrà conto dei vostri commenti. Ne sono stati formulati tre, che erano in disaccordo con la procedura perché non vi sono norme nel nostro regolamento che la consentano, ma non voglio protrarre questo dibattito. In Aula vi sono rappresentanti dell’Ufficio di Presidenza e anch’io sto prestando ascolto alle vostre osservazioni. Stiamo tutti affrontando la questione con estrema serietà. Rifletteremo in merito questo pomeriggio e la Conferenza dei Presidenti si riunisce giovedì. Permetteteci di esaminare la questione con calma. L’Ufficio di Presidenza prenderà una prima decisione preliminare oggi. Vi pregherei di non formulare altre richieste di intervento perché ne ho già parecchie. Comprendiamo le vostre obiezioni, per cui propongo di chiudere ora la discussione. Abbiamo tutti udito la vostra reazione e il modo in cui è stata percepita, per cui abbandoniamo la discussione e prenderemo in esame la questione con grande serietà. In chiusura, tuttavia, un’ultima preghiera: siamo presenti in Aula domani per due ore e mezza, questa è la durata prevista della discussione.

Vogliamo che la discussione si tenga rispettando le formalità del caso, vogliamo cioè sottolineare la presenza del Parlamento europeo nelle decisioni dell’Unione, una presenza che sinora non abbiamo avuto perché soltanto il trattato di Lisbona ci ha conferito questi poteri. La nostra immagine e la forza dell’Unione dipenderanno dalla nostra partecipazione. Mi appello dunque alla vostra presenza in Aula e propongo di chiudere la discussione su questa nota.

 
  
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  Francesco Enrico Speroni (EFD). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, non voglio riaprire il dibattito sul controllo delle presenze domani ma, anche a seguito dell'intervento del collega Daul, così come il calendario o l'agenda possono essere modificati dall'Assemblea, io chiedo che quest'Assemblea possa votare sulla decisione della Conferenza dei presidenti eventualmente per modificarla.

 
  
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  Presidente. – Possiamo votare in merito domani. Propongo di attendere le decisioni dell’Ufficio di Presidenza. Onorevole Speroni, aspettiamo domani. Passiamo ora alla prima discussione all’ordine dei lavori per questa seduta.

 

16. Clausola bilaterale di salvaguardia dell'accordo di libero scambio UE-Corea (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione, presentata dall’onorevole Zalba Bidegain a nome della commissione per il commercio internazionale, sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio concernente l’applicazione della clausola bilaterale di salvaguardia dell’accordo di libero scambio UE-Corea [COM(2010)0049 - C7-0025/2010 - 2010/0032(COD)].

 
  
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  Pablo Zalba Bidegain, relatore – (ES) Signor Presidente, signor Commissario, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, l’adozione dell’accordo di libero scambio con la Corea del sud schiuderà opportunità per l’industria sia europea sia coreana. Nondimeno, per evitare effetti negativi sull’industria europea, è fondamentale poter contare su una clausola di salvaguardia efficace.

Su questo abbiamo lavorato i miei colleghi e io negli ultimi mesi in sede di commissione per il commercio internazionale, per cui è importante che il Parlamento nel suo complesso appoggi con forza l’intero pacchetto di emendamenti.

La relazione è stata adottata in giugno con 27 voti a favore e un’astensione. Secondo la clausola, sarà possibile applicare misure di salvaguardia se le riduzioni sui dazi doganali imposti ai prodotti importati dalla Corea del sud dovessero minacciare di arrecare gravi danni all’industria europea.

Come sapete, in virtù dei nuovi poteri conferiti al Parlamento a seguito dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona, l’adozione del presente regolamento sta seguendo la procedura legislativa ordinaria. Purtroppo, non è stato possibile organizzare un dialogo trilaterale con un mandato del Consiglio prima della pausa estiva.

Il primo dialogo trilaterale ufficiale si è tenuto il 30 agosto e ambedue i relatori ombra e io abbiamo potuto ascoltare la replica del Consiglio ai nostri emendamenti. Detta riunione ci ha consentito di avanzare su molti punti e stabilire il testo definitivo di alcuni paragrafi. La nostra sensazione dopo la riunione è che il Consiglio voglia realmente pervenire a un accordo sui punti più controversi e si stia adoperando in tal senso, elemento che ovviamente vediamo in maniera molto positiva.

Nel contempo, tuttavia, non riteniamo che vi sia stato tempo per chiarire a sufficienza la posizione del Consiglio sugli aspetti in merito ai quali ha un punto di vista diverso rispetto a quello adottato dalla commissione per il commercio internazionale.

Tutti i gruppi politici, pertanto, hanno deciso all’unanimità che fosse giunto il momento per il Parlamento di assumere una posizione in plenaria sugli emendamenti adottati dalla commissione per gli affari internazionali in luglio, che sono essenziali affinché la clausola di salvaguardia sia applicabile ed efficace.

Al tempo stesso, si è deciso unanimemente di non chiudere la porta a un possibile accordo in prima lettura, che fermamente crediamo sia possibile una volta che il Consiglio avrà chiarito la propria posizione.

Domani dunque voteremo soltanto gli emendamenti presentati dalla commissione per gli affari internazionali e, conformemente all’articolo 55, rinvieremo la votazione sulla relazione legislativa alla seconda tornata di ottobre, quando speriamo di giungere a una conclusione positiva della procedura legislativa.

Pensiamo che la relazione contenga tutta una serie di miglioramenti, come la creazione di una piattaforma online per accelerare i procedimenti, la possibilità che l’industria possa avviare un procedimento di indagine, l’obbligo per la Commissione di produrre relazioni, nonché miglioramenti del monitoraggio e della sorveglianza delle importazioni coreane. Sono punti sui quali abbiamo già raggiunto un accordo di principio con il Consiglio.

Credo che questo sia un buon risultato, ma comunque lo giudichiamo insufficiente. Vi sono altri aspetti, anche più fondamentali, che meritano la massima attenzione dei negoziatori e tutti i gruppi politici devono difendere in Parlamento, come abbiamo fatto in sede di commissione per il commercio internazionale. Mi riferisco essenzialmente a quattro elementi.

In primo luogo, dobbiamo attenuare il possibile rischio per gli Stati membri più vulnerabili introducendo una clausola regionale, regione per regione, per evitare che alcuni comparti sensibili subiscano ripercussioni. Non dobbiamo dimenticare che la clausola di salvaguardia è fondamentalmente temporanea e il suo obiettivo è proprio salvaguardare i settori più delicati dell’economia in maniera che dispongano di un lasso di tempo sufficiente per adattarsi alla nuova situazione.

In secondo luogo, dobbiamo chiaramente stabilire una sorveglianza per i prodotti che rientrano nella clausola di restituzione dei dazi.

In terzo luogo, è necessario difendere il ruolo del Parlamento nel processo di avvio delle indagini. Infine, vi è il processo decisionale, o comitatologia.

Oltre a sottolineare la buona volontà dimostrata dalla Presidenza belga durante i negoziati, vorrei rammentare il ruolo cruciale che la Commissione svolge e continuerà a svolgere per portare a buon fine le trattative.

 
  
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  Karel De Gucht, membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, il regolamento di attuazione della clausola di salvaguardia bilaterale dell’accordo di libero scambio UE-Corea è un atto normativo molto importante non soltanto perché, una volta adottato, garantirà l’indispensabile tutela all’industria comunitaria, ove ne abbia bisogno, ma anche perché è il primo dossier sul commercio nel quale il Parlamento europeo è coinvolto in veste di colegislatore. Sono pertanto lieto di vedere l’impegno e la responsabilità con cui il Parlamento sta affrontando questo specifico argomento.

Apprezzo gli sforzi profusi dal Parlamento europeo nel predisporre gli emendamenti alla proposta della Commissione in tempi molto stretti. Vorrei anche confermare che la Commissione si sta adoperando al meglio per pervenire a un accordo che assicuri un meccanismo di salvaguardia efficace, in grado di rispondere a tutte le potenziali preoccupazioni di alcuni settori dell’industria europea.

Mi è stato comunicato che la prima riunione del dialogo trilaterale informale in merito al regolamento di salvaguardia per la Corea è andato bene e si sono compiuti progressi in merito a un notevole numero di emendamenti, come ha rammentato poc’anzi il relatore. Si è per esempio giunti a un accordo su aspetti importanti come la concessione all’industria europea del diritto di domandare l’avvio di un’indagine di salvaguardia e l’inserimento di norme interne sulla restituzione dei dazi nel regolamento di salvaguardia.

Sono consapevole del fatto che i temi più scottanti non sono ancora stati discussi dettagliatamente nell’ambito del dialogo trilaterale informale. Spero che le prossime riunioni tra Parlamento, Consiglio e Commissione, imminenti secondo le mie informazioni, portino a progressi sostanziali e consentano di giungere a un accordo anche sui temi più difficili.

Vorrei ringraziare gli onorevoli parlamentari, specialmente quelli della commissione per il commercio internazionale (INTA), per aver attribuito la priorità alla trattazione di questo dossier. Vorrei inoltre ribadire l’impegno della Commissione per una rigorosa applicazione dell’intero accordo di libero scambio. Ciò riguarda non soltanto il meccanismo di salvaguardia, ma anche tutti gli altri aspetti dell’accordo, segnatamente le disposizioni in materia di sviluppo sostenibile e le discipline riguardanti le barriere non tariffarie.

Vorrei infine cogliere questa opportunità per informarvi anche in merito agli ultimi sviluppi per quanto concerne il processo di adozione dell’accordo di libero scambio UE-Corea da parte del Consiglio. Come forse saprete, il Consiglio “Affari esteri” previsto per il 10 settembre dovrebbe auspicabilmente autorizzare la firma e l’applicazione dell’accordo di libero scambio. Una volta presa questa decisione, sarà possibile firmare l’accordo ufficialmente e trasmetterlo al Parlamento per la procedura di consenso.

La data dell’applicazione provvisoria sarà decisa in una fase successiva dal Consiglio. Tale decisione, con tutta probabilità, sarà adottata una volta che il Parlamento avrà acconsentito all’accordo di libero scambio e si sarà pervenuti a un’intesa in merito al regolamento di salvaguardia.

 
  
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  Presidente. – La ringrazio, signor Commissario, per aver esposto le posizioni della Commissione europea.

 
  
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  Daniel Caspary, a nome del gruppo PPE. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ciò che Parlamento, Consiglio e Commissione hanno conseguito insieme, qui, nelle ultime settimane e negli ultimi mesi è esemplare. Vorrei in particolare ringraziare l’onorevole Zalba per il lavoro svolto.

Nell’affrontare la prima questione in materia di politica per il commercio estero dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona, nel cui ambito siamo chiamati a svolgere un ruolo decisivo, il Parlamento europeo sta dimostrando che è in grado di agire. La prima lettura in commissione è avvenuta in luglio e oggi pomeriggio è giunto il momento di discuterne. Se dipendesse da noi parlamentari, potremmo votare le clausole di salvaguardia domani. Purtroppo, però, l’altra istituzione, ossia il Consiglio, sinora non ci ha consentito di approvare l’accordo domani. Oggi avrei apprezzato la presenza del Consiglio, come anche gradirei che il Consiglio desse prova di un po’ più di flessibilità e una maggiore celerità al riguardo.

In merito al ruolo del Parlamento europeo vorrei affermare quanto segue con estrema chiarezza: a norma della clausola di salvaguardia, la Commissione, i parlamentari e l’industria in futuro avranno il diritto di avviare un’indagine. Il Parlamento europeo vuole avere anch’esso tale diritto. Credo di parlare a nome di tutti i deputati quando affermo che non vi rinunceremo. Esorto la Commissione e il Consiglio ad accettarlo nei negoziati quanto prima.

La mia osservazione successiva riguarda la restituzione dei dazi. La Commissione propone che sia inclusa nei meccanismi di salvaguardia. Invito il Consiglio a non bloccare più la questione e accettare tale soluzione.

Il mio terzo commento riguarda il regolamento sulle emissioni di CO2 della Corea del sud, argomento che va affrontato anch’esso. Il governo coreano ipotizza di introdurre una regolamentazione delle emissioni CO2 nel settore automobilistico. Siamo tutti preoccupati dal fatto che tale regolamento possa essere sfruttato per limitare l’apertura del mercato coreano ai veicoli provenienti dall’Europa. Prego la Commissione di parlarne ai coreani esprimendosi nei termini più fermi possibili. La questione del regolamento sulle emissioni di CO2 è una cartina tornasole. Non sarebbe di alcun aiuto se il primo nuovo documento normativo adottato dai coreani dovesse compromettere l’accordo di libero scambio.

Ciò detto, auguro al relatore e a tutte le persone coinvolte il successo che meritano per il loro futuro lavoro. Apprezzerei molto una chiusura del dossier entro la fine dell’anno.

 
  
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  Bernd Lange, a nome del gruppo S&D. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, in primo luogo, vorrei aggiungere i miei ringraziamenti al relatore per la valida collaborazione, che ha aiutato il Parlamento ad adottare all’unanimità una posizione decisamente fondamentale in commissione, senza dubbio apprezzabile, che ancora una volta ha reso chiara la valenza di questo regolamento di salvaguardia.

Unitamente all’accordo con la Corea del sud, questo è il primo accordo che abbiamo negoziato dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, trattato che ha conferito al Parlamento un nuovo ruolo, che il Parlamento è chiamato a svolgere. In secondo luogo, l’accordo di libero scambio con la Corea del sud e il regolamento di salvaguardia rappresentano una sorta di modello per futuri accordi e, in tale ottica, in Parlamento dobbiamo muoverci con particolare cautela. Vi sono due ragioni importanti per le quali non dovremmo adottare disinvoltamente posizioni diluite, bensì combattere realmente per l’adozione di regolamenti prudenti.

Come lei sa, signor Commissario, sono sei i punti che maggiormente ci preoccupano e li riassumo brevemente. In primo luogo, il meccanismo di restituzione dei dazi. Se i costruttori coreani utilizzano componenti provenienti da paesi terzi per fabbricare i propri prodotti, su tali componenti non devono pagare dazi e possono esportarli in Europa, mentre i costruttori europei, anche se utilizzano i medesimi componenti, non godono dell’esenzione dal dazio. I costruttori europei beneficiano dunque di un vantaggio competitivo che va attentamente monitorato per valutare se crea distorsione del mercato. A tal fine, non basta una semplice dichiarazione; è invece necessario prevedere uno strumento giuridicamente vincolante includendolo nel regolamento di salvaguardia come base per avviare un’indagine.

In secondo luogo, vi saranno anche variazioni regionali. I settori sensibili non sono tutti presenti con la medesima forza nei vari Stati membri. Dobbiamo pertanto prestare particolare attenzione al modo in cui i settori sensibili nelle singole regioni possono essere protetti da attacchi mirati. Non è un compito semplice perché siamo su un mercato interno, ma occorre trovare una soluzione politica.

In terzo luogo, poiché questo è il primo accordo dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona, signor Commissario, comporta anche un nuovo equilibrio tra Consiglio e Parlamento e poiché siamo anche giunti a un accordo con la Commissione, è giusto che dall’accordo si evinca un ruolo paritario per Parlamento e Consiglio.

In quarto luogo, i processi di attuazione sono, come è ovvio, compito vostro e non intendiamo in alcun modo interferire con l’attuazione operativa. Tuttavia, in quanto Parlamento, dobbiamo garantire che i nostri diritti non siano messi in discussione nella procedura di comitatologia. Abbiamo in particolare bisogno di un diritto di recessione, diritto che va garantito anch’esso.

La mia quinta considerazione è la seguente: molti decenni di esperienza con la Corea del sud ci hanno dimostrato che, oltre alla politica commerciale tariffaria, vengono costantemente costruite barriere non tariffarie al commercio. Dobbiamo pertanto disporre anche di un meccanismo chiaro per monitorare, segnalare e avviare consultazioni nel caso in cui dovessero sorgere problemi nel campo della barriere non tariffarie al commercio.

La mia sesta osservazione è che se siamo seri rispetto a questo nuovo tipo di accordo sul commercio, dobbiamo anche coinvolgere e rafforzare la società civile. Ciò significa che le norme fondamentali dell’OIL, come la norma 87, che concede ai lavoratori il diritto di sciopero, devono essere saldamente radicate e attuate. Viceversa, l’articolo 314 del codice penale della Corea del sud afferma che interferire con il regolare svolgimento dell’attività aziendale è un reato penale. È necessario fare qualcosa in merito: la società civile deve essere rafforzata, è indispensabile garantire l’applicazione delle norme fondamentali dell’OIL e delle principali norme ambientali e occorre coinvolgere anche la società civile nel monitoraggio dell’accordo sotto forma di gruppi consultivi nazionali.

Concludo menzionando un ultimo punto, signor Commissario, in riferimento a quanto da lei affermato, ossia che con tutta probabilità, una volta giunti a un accordo, si procederà all’applicazione provvisoria. Vorrei che dimenticassimo l’espressione “con tutta probabilità”. Non si può procedere all’applicazione provvisoria finché il Parlamento non avrà preso una decisione in merito!

(Applausi)

 
  
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  Michael Theurer, a nome del gruppo ALDE. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, in veste di relatore ombra per il gruppo ALDE, vorrei ringraziare il Commissario De Gucht e il relatore, onorevole Zalba, per la loro collaborazione costruttiva in merito all’accordo di libero scambio con la Corea del sud e alle clausole di salvaguardia.

Innanzi tutto vorrei sottolineare che il gruppo ALDE desidererebbe che l’accordo fosse ratificato e adottato quanto prima perché è favorevole al libero scambio e, a suo parere, un accordo di libero scambio con la Corea del sud offrirebbe grandi opportunità all’economia sia dell’Unione europea sia della Corea del sud. Per quanto concerne le clausole di salvaguardia, tuttavia, dobbiamo considerare con estrema serietà le preoccupazioni manifestateci dall’industria europea. Riteniamo che le clausole di salvaguardia rappresentino uno strumento in grado di tener conto di tali preoccupazioni. Speriamo che la votazione di questa settimana trasmetta un segnale che le forze politiche in Parlamento sono unite e le clausole di salvaguardia porteranno in Parlamento alla conclusione di un accordo in grado di operare in maniera corretta. Invitiamo pertanto Consiglio e Commissione a venirci incontro sulle questioni importanti ancora in sospeso.

Soprattutto non vogliamo che si abusi del sistema di restituzione dei dazi. Non possiamo permettere che la restituzione dei dazi costituisca una porta aperta attraverso la Corea del sud per prodotti a buon mercato, specialmente prodotti primari provenienti da Cina e altri paesi asiatici. Vogliamo inoltre che i sud-coreani smantellino le loro barriere non tariffarie al commercio, come i regolamenti sulle emissioni di CO2 per gli autoveicoli, in maniera che non ci vengano imposte dalla porta posteriore nuove barriere al commercio.

Desideriamo che le norme sociali e ambientali siano sostenute. Come è ovvio, va inoltre risolta anche la questione della comitatologia per la successiva applicazione dell’accordo. In tale ambito, desideriamo che il Parlamento rivesta un ruolo forte, come anche vogliamo che in futuro la stessa industria e gli Stati membri siano in grado di avviare indagini e monitorare la situazione.

Un ultimo punto desta preoccupazione: nei prossimi giorni, il Consiglio discuterà l’applicazione provvisoria dell’accordo ed eventualmente voterà anche in merito. Al riguardo devo suonare un campanello di allarme: secondo il trattato di Lisbona il Parlamento deve manifestare il suo consenso. L’applicazione provvisoria sarebbe contraria allo spirito del trattato di Lisbona. Invito pertanto il Consiglio a non approvare l’applicazione provvisoria dell’accordo, attendendo invece che il Parlamento prenda la sua decisione. Abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere per rendere possibile una decisione tempestiva e dovremmo dimostrarlo nuovamente con un fronte unito al momento della votazione.

 
  
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  Helmut Scholz, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, a nome del mio gruppo vorrei aggiungere il nostro sostegno all’impegno profuso dalla Commissione per mettere ai voti durante questa plenaria la proposta di regolamento recante attuazione delle clausole di salvaguardia bilaterali dell’accordo di libero scambio.

Trasparenza e apertura chiarendo nel contempo i futuri diritti del Parlamento europeo quale istituzione comunitaria legislativa condeterminante in tutti gli accordi in materia di commercio, dunque tenendo debitamente conto dei pareri, delle preoccupazioni e delle perplessità di molti di quanti sono coinvolti e delle parti interessate rispetto al ratificando accordo di libero scambio: su tutto questo incide direttamente il regolamento di salvaguardia. Consentitemi di dire che esistono punti di vista notevolmente diversi sul contenuto e, in particolare, il testo dell’accordo di libero scambio, non soltanto nell’ambito del Parlamento europeo, ma soprattutto tra i dipendenti delle aziende e le loro rispettive direzioni, e ciò vale non soltanto per le grandi società, ma soprattutto per le piccole e medie imprese, da parte di ambedue i partner commerciali.

Questo è il primo accordo di libero scambio del XXI secolo tra economie altamente sviluppate in un mondo economico globalizzato ed entrerà in vigore in una congiuntura di crisi economica e finanziaria. Il meccanismo della clausola di salvaguardia riveste dunque una valenza notevole che probabilmente si estenderà ben oltre gli specifici aspetti qui esposti.

Occorre garantire certezza giuridica in merito all’attuazione e alle opportunità di applicazione delle misure di salvaguardia previste nell’accordo se vogliamo promuovere in maniera positiva la collaborazione in ambito commerciale, l’apertura globale e il progresso comune per quanto concerne lo sviluppo economico e sociale delle rispettive economie nell’interesse dei lavoratori e dei cittadini dei due partner commerciali. Pianificazione della tempistica e scadenze, meccanismi di salvaguardia regionali, produzione di prove, misure di monitoraggio: tutti questi elementi sono indispensabili e, come i colleghi hanno già sottolineato, il Parlamento europeo deve godere degli stessi diritti del Consiglio. Le preoccupazioni in merito alla restituzione dei dazi manifestate dagli esponenti della società civile, dei sindacati e delle aziende, preoccupazioni che derivano proprio dalla loro esperienza, rendono necessario stabilire specificamente norme sull’origine.

Sostengo inoltre l’approccio secondo cui la clausola non deve essere soltanto efficace, ma anche risultare concretamente applicabile. La clausola deve essere uno strumento utilizzabile in casi gravi. Ritengo urgente oggi ribadire che tale regolamento deve essere accolto e approvato dal Consiglio e da tutti i 27 Stati membri, altrimenti non può entrare in vigore.

 
  
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  Anna Rosbach, a nome del gruppo EFD. – (DA) Signor Presidente, questo accordo di libero scambio è una situazione comunque vincente sia per la Corea sia per l’Unione europea a livello sociale ed economico, ma anche dal punto di vista ambientale. È nell’interesse dell’Unione europea adottare l’accordo prima che la Corea ne stipuli uno analogo con gli Stati Uniti e l’adozione deve avvenire rapidamente perché il Presidente Obama ha recentemente annunciato a Toronto che il prossimo anno gli Stati Uniti intendono ratificare un accordo commerciale con la Corea. Inizio però a chiedermi se, dopo tutto, questo accordo sia effettivamente così semplice. In Corea è stata appena scoperta una rete di corruzione relativamente vasta ai massimi livelli, per cui dobbiamo seguire molto da vicino gli sviluppi con i nostri partner commerciali più importanti. Un accordo di libero scambio sottolinea il fatto che la Corea appartiene a tale gruppo.

Dobbiamo inoltre trovare modi per garantire che esperti indipendenti in materia di diritto del lavoro o la stessa Unione europea possano avere accesso diretto ai lavoratori del complesso industriale di Kaesong, in altre parole alle aree commerciali di Kaesong dove i nord-coreani lavorano per aziende sud-coreane, altrimenti rischiamo di fornire accesso a prodotti ottenuti usando lavoro coatto senza rispetto alcuno per i diritti umani. Se non riusciamo ad accedere a tali aree, dobbiamo rifiutarci di concedere l’inserimento dei prodotti del complesso nell’accordo. Tuttavia, nel complesso, è positivo che l’accordo crei maggiore trasparenza, si possano muovere accuse alle aziende e sia possibile portarle dinanzi alla giustizia se non rispettano le condizioni stabilite. Analogamente, ora si è fatta luce sulle condizioni dei lavoratori, che possono pertanto essere discusse e verificate. Se saremo in grado di conseguire tale obiettivo, sarà un passo deciso nella giusta direzione.

Vorrei infine sottolineare che probabilmente l’Unione europea sarà quella a trarre il maggiore vantaggio dall’accordo, che auspicabilmente potrebbe creare nuovi posti di lavoro nell’Unione e promuoverne la crescita.

 
  
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  Presidente. – Onorevoli parlamentari, come possiamo rilevare esiste un pieno accordo in merito alla proposta e possiamo complimentarci con noi stessi per la nostra volontà di attuarlo quanto prima. È estremamente importante per noi.

 
  
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  Christofer Fjellner (PPE).(SV) Signor Presidente, vorrei esordire ringraziando l’onorevole Zalba Bidegain perché so che ha lavorato molto seriamente su questo dossier e ritengo che abbia ottenuto un risultato eccellente.

La votazione di domani sulle clausole di salvaguardia dell’accordo di libero scambio con la Corea del sud sarà infatti un accordo storico per due motivi. In primo luogo, tale iniziativa significa che intavoleremo discussioni sull’accordo di libero scambio più completo che l’Unione europea abbia mai stipulato. È l’accordo più radicale, quello che comporterà i maggiori profitti di qualunque altro da noi sottoscritto, e in questo non vi è nulla di strano. È essenzialmente dovuto al fatto che la Corea del sud è uno dei nostri più importanti partner commerciali, l’undicesima economia al mondo per importanza e uno dei primi paesi dell’OCSE con cui l’Unione conclude un accordo di libero scambio.

È inoltre il primo accordo in cui usiamo l’“Europa globale”, dove il punto di partenza è la competitività dell’Europa e ciò che è economicamente importante anziché che soltanto ciò che è politicamente importante. È chiaro che abbiamo ambizioni. Per esempio, in tale contesto stiamo facendo di più in ambito agricolo, per quel che riguarda il libero scambio, di quanto si sia mai fatto prima. L’accordo schiuderà molte opportunità per la nostra industria, come anche, evidentemente, ne schiuderà per l’industria degli amici sud-coreani, ed è proprio questo il senso del libero scambio. È difficile, è stato difficile e, in futuro, sarà difficile, ma le cose importanti sono spesso molto difficili. Questo è il punto.

In secondo luogo, è la prima volta che il Parlamento europeo è coinvolto e ha il potere di codecisione. Ciò ha significato che abbiamo dovuto dimostrare di essere in grado di assumerci la responsabilità, cosa che ritengo abbiamo fatto. Dovevamo dimostrare di essere propositivi e capaci di rafforzare il ruolo dell’Unione anziché semplicemente fungere da freno, e penso che abbiamo conseguito tale obiettivo. Non tutte le nostre richieste saranno ovviamente ascoltate, ma il semplice fatto di averle formulate significa che la Commissione sarà tenuta a prestare maggiore attenzione alla questione, per esempio, delle condizioni sociali e delle barriere non tariffarie al commercio.

Vorrei in particolare sottolineare un mio punto di vista, dato che non condivido tutto ciò che è stato votato in sede di commissione, e riguarda il tema delle misure di salvaguardia regionali. Ho dubbi in merito, dopo il trattato di Lisbona, e penso che sarebbe meglio se introducessimo invece misure di salvaguardia a livello comunitario. Con un mercato interno e la libera circolazione, vi sono opportunità notevoli di eludere questo tipo di misure di salvaguardia regionali e non ritengo che nessuno in quest’Aula voglia tornare sulla questione della libera circolazione o del mercato interno né rimetterli in discussione. Nel complesso, tuttavia, la votazione di domani è un segnale importante del fatto che stiamo entrando in una nuova era per quel che riguarda la politica commerciale ed è una buona cosa.

 
  
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  Gianluca Susta (S&D). – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, credo che anzitutto ci dobbiamo chiedere che cosa vogliamo noi come Europa, cosa chiediamo noi in quanto Europa, quali impegni intendiamo assumere rispetto alla grave crisi economica e finanziaria, alla depressione che abbiamo vissuto nel mondo, alla faticosa ripresa davanti alla quale ci troviamo.

Ritengo che un accordo di libero scambio in un momento di così grande difficoltà per le relazioni multilaterali, in un momento di stasi dei negoziati di Doha, dovrebbe rispondere almeno a due grandi requisiti: da un lato, quello di creare vere condizioni di reciprocità tra noi e gli altri competitor del mondo sullo scacchiere internazionale del commercio mondiale e, dall'altro, quello di far capire al mondo dove vuole orientare l'Europa la sua economia e il suo sviluppo.

Questo trattato è avulso da tutto questo, non tiene minimamente conto di quello che è il contesto mondiale, è al di là o al di qua, è semplicemente un accordo di libero scambio costruito in maniera molto intelligente, è un'elaborazione concettuale importante, potrà aprire sicuramente scenari utili in un mondo che sia completamente regolato, in un mondo in cui la reciprocità, le regole comuni, gli standard qualitativi comuni sono all'ordine del giorno. Ma non è così. Infatti vediamo che, mentre l'industria manifatturiera europea su cui dovrebbe fondarsi per creare più sviluppo, più occupazione e più lavoro viene punita, vengono premiati ancora una volta i settori dei servizi finanziari.

Questo trattato incide nei suoi aspetti positivi pochissimo sull'aumento del PIL, nella migliore delle ipotesi saremo allo 0,03 percento. Non se ne sente la necessità: persino gli Stati Uniti di fronte a una prudente apertura del presidente Obama oggi stanno frenando sulla pressione di almeno 100 deputati di maggioranza, che hanno definito questo tipo di accordo, analogo a quello che ci accingiamo a sottoscrivere, "job killing".

Il processo di ratifica in Corea è molto rallentato, non c'è garanzia né sugli standard ecologici né sugli standard sociali e noi, ciononostante, vogliamo procedere molto velocemente alla ratifica.

Tuttavia, noi chiediamo una cosa, che abbiamo già chiesto nelle fasi preliminari e che abbiamo chiesto con il voto che abbiamo già espresso: non ci può essere un'applicazione provvisoria di questo trattato, di questo accordo di libero scambio, se il regolamento di salvaguardia non viene approvato, e noi abbiamo introdotto in questo Parlamento delle modifiche importanti che ci consentono di poter affrontare meglio anche le fasi successive.

(Il Presidente interrompe l'oratore)

 
  
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  Niccolò Rinaldi (ALDE). – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, noi siamo un po' come i Ryong, i draghi della mitologia coreana, che sono draghi gentili, benevoli, ma molto decisi, consapevoli che siamo anche l'istituzione europea direttamente eletta dai nostri cittadini, e per questo chiediamo una clausola di salvaguardia efficace.

Il Parlamento europeo è disponibile a concludere l'accordo in prima lettura, ma a patto che vi siano proposizioni concrete che tengano conto degli interessi dei lavoratori e delle industrie europee, ma soprattutto delle prerogative istituzionali di questa istituzione. Sei le nostre richieste, già avanzate in parte da altri colleghi.

Primo: nessuna applicazione provvisoria prima che il regolamento di salvaguardia sia adottato e prima che il Parlamento europeo abbia dato la sua approvazione all'accordo.

Secondo: una clausola di salvaguardia regionale o comunque flessibile, perché comunque l'Europa è varia ed è importante che l'accordo sia accettato e condiviso dai suoi vari attori.

Terzo, e ancor più importante: il ruolo del Parlamento europeo nelle procedure; diritto di chiedere l'inchiesta – abbiamo ovviamente chiesto di aggiungere anche l'industria a questo diritto – diritto di avere tutte le informazioni, accesso alla online platform.

Quarto: la comitologia nell'applicazione del regolamento; il ruolo del Consiglio non può essere superiore a quello del Parlamento europeo. Insistiamo su un ruolo forte del Parlamento europeo con una procedura – advisory procedure – anche di veto nei casi in cui la commissione dopo l'inchiesta decida di non imporre misure.

Quinto: la restituzione dei dazi doganali, questi devono essere inclusi nelle clausole di salvaguardia e deve essere uno degli elementi di una possibile inchiesta e di monitoraggio.

Infine, sesto: occorre un monitoraggio degli standard sociali, ambientali e di lavoro e occorre una posizione equa che metta su un piede di uguaglianza i coreani con gli europei sul CO2.

Siamo assolutamente favorevoli all'accordo di libero scambio e agli accordi di libero scambio che sono strumenti di stabilità e di pace, ma nessuno deve essere ingenuo sul contenuto, né il Consiglio può ignorare il ruolo del Parlamento.

 
  
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  Maria Eleni Koppa (S&D).(EL) Signor Presidente, oggi siamo chiamati ad approvare un importante testo legislativo riguardante il commercio internazionale, la cui applicazione avrà notevoli conseguenze sul mercato europeo. Vista l’attuale crisi economica internazionale, ogni qual volta viene perfezionato un accordo di libero scambio, è necessario procedere con cautela, passo dopo passo, per accertarsi che non si rischi di causare gravi perdite ai settori produttivi dell’Unione.

La clausola di salvaguardia dell’accordo di libero scambio con la Corea è necessaria in modo che possa essere incorporata nella legislazione comunitaria, abbia forza di legge e possa essere attivata senza complicazioni. Nel contempo, la Commissione europea deve monitorare sistematicamente le statistiche delle importazioni e delle esportazioni affinché possa intervenire direttamente in caso di squilibri. Va inoltre verificato attentamente il rispetto dei requisiti in materia di condizioni di lavoro e norme ambientali per evitare di creare concorrenza sleale tra prodotti identici o direttamente concorrenti a causa della mancata applicazione alla lettera di detti criteri.

Vorrei infine sottolineare il fatto che avalliamo l’applicazione della clausola regionale per salvaguardare il funzionamento ottimale del mercato interno perché consente di adottare misure in regioni e paesi con settori produttivi che spesso detengono una quota importante di un mercato strategico. Poiché l’accordo di libero scambio con la Corea è il primo ad aprire l’Europa a un grande mercato asiatico, è necessario prestare particolare attenzione perché costituirà un precedente per accordi analoghi.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE).(FR) Signor Presidente, qualunque accordo di libero scambio deve basarsi sul principio della reciprocità e del mutuo beneficio, e francamente dubito che ciò accada nel caso dell’accordo riguardante la Corea del sud.

Vorrei citare un dato: il 50 per cento dei nostri scambi attuali con la Corea del sud riguarda il settore automobilistico; l’Unione, tuttavia, importa 450 000 autoveicoli sud-coreani, ma esporta soltanto 33 000 autoveicoli europei. È una relazione commerciale quantomeno molto squilibrata, che si inserisce nel contesto di una crisi di eccezionale gravità.

Il fatto è che tale accordo costituirà un precedente aprendo la via ad altri accordi con grandi paesi asiatici, e penso in particolare al Giappone, ma ve ne saranno altri. In più, questo è il primo accordo stipulato dopo il trattato di Lisbona ed è pertanto fondamentale che il Parlamento europeo, e al riguardo appoggio il nostro relatore, faccia sentire la propria voce e sia ascoltato dalla Commissione.

Per questo, qualunque cosa accada, e non anticipo in alcun modo gli esiti della votazione sull’accordo di libero scambio, dobbiamo irrigidire la clausola di salvaguardia e, in particolare, rivedere il meccanismo di restituzione dei dazi, attuare una clausola di salvaguardia regionale, rafforzare il ruolo del Parlamento europeo nella procedura, introdurre una procedura di comitatologia ad hoc che rispetti i diritti del Parlamento e integrare le norme sociali e ambientali.

Da ultimo, come ha promesso, signor Commissario, non vogliamo che questo accordo di libero scambio sia applicato temporaneamente prima che il Parlamento europeo abbia espresso il suo voto definitivo in merito.

La ringrazio per avermi ascoltato e spero che vorrà tener conto delle mie osservazioni.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, questo primo accordo di libero scambio dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona contiene alcuni elementi positivi: il ruolo del Parlamento europeo è stato rafforzato e sono previsti meccanismi di salvaguardia nel caso in cui vengano violati i diritti sindacali o dei lavoratori.

Nondimeno, l’accordo di libero scambio con la Corea del sud non deve essere usato come modello per futuri accordi di libero scambio da parte dell’Unione. Perché? L’Unione europea si è prefissa alte aspirazioni con gli obiettivi e i valori sanciti dai trattati e, in particolare, dal trattato di Lisbona, per cui deve rispettarli in ambiti quali i diritti umani o la certezza giuridica, giusto per citare alcuni esempi.

Vorrei pertanto stabilire un nesso tra questo accordo e tutti gli altri accordi di libero scambio in vigore, specialmente quello con Colombia e Perù, gli Stati andini, già negoziato e in attesa di approvazione. Prima di sottoscrivere un accordo con paesi terzi, è fondamentale condurre un dialogo meticoloso in materia di diritti umani. È necessario che il contenuto dell’accordo di libero scambio sia personalizzato in base alla specifica situazione dei paesi interessati, specialmente nel campo del commercio e delle norme sociali e ambientali. Dobbiamo soprattutto evitare che questi paesi, e anche l’Unione europea, seguano semplicemente la carota di un accordo di libero scambio e poi, una volta ottenutala, non facciano altro che ritornare ai vecchi metodi, assolti per le loro violazioni dei diritti umani.

 
  
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  George Sabin Cutaş (S&D).(RO) Signor Presidente, la clausola di salvaguardia bilaterale dell’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e la Repubblica di Corea è una misura di protezione che sarebbe necessaria se le importazioni coreane dovessero minacciare di arrecare grave danno all’industria e ai posti di lavoro dell’Unione europea.

Il principio della restituzione dei dazi, in virtù del quale le società coreane possono ottenere il rimborso dei dazi doganali per i componenti principali, è particolarmente delicato in quanto potrebbe andare a beneficio della Corea e produrre un notevole impatto sulla competitività europea.

L’accordo di libero scambio UE-Corea resta una soluzione vantaggiosa fintantoché rispetta il principio della concorrenza leale. In tale contesto, la Commissione dovrà monitorare attentamente l’andamento delle esportazioni tra Corea del sud e Unione europea, specialmente nei settori considerati vulnerabili, e intervenire rapidamente per rettificare eventuali irregolarità.

È inoltre necessario che il sistema di controllo introdotto sia rafforzato per consentire ai rappresentanti dei settori industriali interessati, dei sindacati e delle parti sociali, nonché al Parlamento europeo nel suo ruolo di rappresentante diretto dei cittadini europei, di suonare il campanello di allarme e chiedere che venga avviata un’indagine.

Il ruolo del Parlamento europeo nell’ambito del sistema di controllo e le preoccupazioni in merito alla restituzione dei dazi sono temi sui quali Parlamento, Consiglio e Commissione europea dovranno giungere rapidamente a un compromesso. Detto questo, la votazione in merito all’odierna relazione durante questa tornata parlamentare rappresenta un passo positivo, che indica la disponibilità del Parlamento ad adottare il regolamento quanto prima.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ANGELILLI
Vicepresidente

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE).(DE) Signora Presidente, vorrei ringraziare il relatore e i relatori ombra per il lavoro svolto e la proficua collaborazione augurando loro il successo che meritano per il prosieguo dei negoziati.

Apprezzo soprattutto i progressi compiuti nelle trattative in merito alla clausola di salvaguardia dell’accordo con la Corea. Grazie al voto tempestivo della commissione in luglio e al voto sugli emendamenti previsto per settembre, nonché alla sua capacità di intervenire nei negoziati, il Parlamento europeo ha dimostrato che possiamo lavorare in maniera efficiente e costruttiva sulla scia di Lisbona. Ora il Consiglio è esortato a fare altrettanto in maniera da poter pervenire rapidamente a un accordo sulla clausola di salvaguardia.

Accolgo con favore la proposta della Commissione relativa a una dichiarazione sulle norme sociali e ambientali. È un valido compromesso che sottolinea l’importanza di tale aspetto. In particolare, il rafforzamento del ruolo del Parlamento può essere interpretato come un importante passo verso la democratizzazione della politica commerciale e invito Consiglio e Commissione a trovare una soluzione che assicuri il coinvolgimento forte ed efficiente del Parlamento europeo.

Vorrei nuovamente ribadire che il Parlamento non si arrenderà sull’argomento. In particolare, vedo la proposta della Commissione di includere la restituzione dei dazi nella clausola di salvaguardia come un passo importante ed esorto il Consiglio a sostenerla.

Alla Commissione chiedo di prestare maggiore attenzione al previsto regolamento sulle emissioni di CO2 del governo coreano e spingere nei negoziati verso una regolamentazione libera e giusta per le nostre aziende europee. La questione del regolamento sulle emissioni di CO2 dovrebbe essere risolta prima che l’accordo entri in vigore.

Vi sono stati molti riscontri positivi pressoché in ogni settore e ambito: ingegneria meccanica, prodotti farmaceutici, ingegneria elettrica, prodotti chimici e numerosi fornitori di servizi. Ovviamente alcuni settori avrebbero preferito ottenere di più, ma in generale vi è grande soddisfazione, eccezion fatta per il settore automobilistico. Anche lì sussistono chiare differenze tra alcuni costruttori e fornitori e altri. Siamo sicuramente sulla giusta via per quanto concerne l’accordo con la Corea.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signora Presidente, l’accordo di libero scambio con la Corea del sud dovrebbe contribuire in generale a stimolare il commercio e promuovere l’occupazione. Alcuni settori dell’industria, però, ne trarranno molti vantaggi, mentre altri ne subiranno invece un danno notevole.

Sono favorevole a tener presenti le preoccupazioni legittime di alcuni comparti dell’industria, tra cui il settore automobilistico, e pertanto anche ad adottare un regolamento sull’applicazione della clausola di salvaguardia rispetto al libero scambio tra Unione e Corea. In vista del fatto che l’accordo di libero scambio potrebbe incidere sui settori dell’industria nei vari Stati membri in modi differenti, concordo pienamente con la proposta del relatore volta a offrire la possibilità di applicare misure protettive in casi eccezionali a livello regionale perché è necessario tener conto della specifica situazione dei diversi Stati membri e le regioni interessate devono avere l’opportunità di applicare misure che evitino un grave impatto negativo sull’economia e l’occupazione regionale.

Per concludere, vorrei rammentare che sulla Commissione ricade pertanto la responsabilità di individuare la forma corretta per un’immediata applicazione di tale strumento giuridico al fine di evitare che si arrechino gravi danni a un’area dell’Unione europea.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (S&D). (PL) Signora Presidente, signor Commissario, volevo citare una serie di aspetti relativi all’industria automobilistica, specialmente il settore che produce utilitarie. Vorrei richiamare l’attenzione su due aspetti: il primo è il valore dei componenti automobilistici importati in Corea, quindi venduti sul nostro mercato per i quali vi sono alcune soglie, mentre il secondo è il metodo utilizzato per calcolare i dazi doganali per i componenti installati nell’ambito della quota. I costruttori europei di utilitarie hanno manifestato apprensione in merito a queste due soglie, il numero di componenti importati dalla Corea e il metodo utilizzato per calcolare i dazi doganali. Concluderei che si dovrebbe forse prestare attenzione alla nostra capacità di applicare i corrispondenti regolamenti.

 
  
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  Olle Schmidt (ALDE).(SV) Signora Presidente, a volte penso che dovremmo ricordare in che cosa consiste la forza dell’Europa, quella forza fondamentale per il suo sviluppo. Su che cosa si fonda tale forza? Si fonda sulla capacità di aprire mercati, creare opportunità per un commercio più libero. Oggi l’Europa versa in una condizione difficile, che tuttavia è sicuramente migliore di quella che avrebbe potuto essere.

Con il commercio libero globale non vogliamo forse superare la povertà e creare libertà nel mondo esattamente nello stesso modo? Devo dire pertanto che talvolta mi preoccupa un po’ ascoltare alcuni colleghi, che chiaramente cercano di frapporre nuove barriere e rendere più difficoltoso lo sviluppo del libero scambio.

Penso che questo sia il modo sbagliato di affrontare le cose. Volevo dire soltanto questo e manifestare il mio appoggio al Commissario De Gucht. Il libero scambio crea libertà e permette ai popoli di affrancarsi dalla povertà. Questa è la via che il Parlamento europeo dovrebbe intraprendere.

 
  
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  Seán Kelly (PPE).(EN) Signora Presidente, quando ne abbiamo discusso lo scorso anno mi sono espresso a favore. Sono molto compiaciuto per i progressi che da allora sono stati compiuti e mi complimento con il relatore e la Commissione.

Ritengo che sia molto importante per noi, nell’Unione europea, poter contare su accordi di libero scambio validi, soprattutto con i paesi dei quali sosteniamo e condividiamo la filosofia politica. Penso che un paese come la Corea abbia bisogno di stretti rapporti con l’Unione europea, soprattutto alla luce del fatto che è circondato da alcuni regimi ostili. Sicuramente i benefici sono notevoli. Reputo importante sottolinearli agli occhi di tutti i nostri cittadini in maniera che possano usufruirne.

Spetta alla Corea fare altrettanto al suo interno. Vi sono lacune, ma credo che i meccanismi di salvaguardia descritti dalla collega Köstinger possano consentirci di colmarle. Apprezzo certamente l’accordo proposto e spero che entri in vigore quanto prima, così come spero che altri ne vengano sottoscritti con paesi analoghi ispirati da una filosofia vicina alla nostra, specialmente in Asia, e soprattutto con il Giappone.

 
  
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  Jiří Havel (S&D). (CS) Signora Presidente, signor Commissario, apprezzo il fatto che si siano compiuti progressi nella negoziazione di un accordo con la Corea. Ovviamente il nostro obiettivo è lo sviluppo del mercato; lo sviluppo della concorrenza ci è utile e la Corea è senza dubbio un paese amichevole. D’altro canto, permangono seri interrogativi ai quali l’accordo nella sua forma attuale non dà risposta. È nondimeno una questione di obblighi in campo ambientale, che dovrebbero essere reciproci; è una questione di diritti umani. Si tratta inoltre di garantire che prodotti provenienti da altri paesi non giungano in Europa attraverso tale accordo. Tutto ciò potrebbe mettere a repentaglio i nostri posti di lavoro creando un rischio per le nostre aziende. Spero che, come in passato, ci muoveremo rapidamente e troveremo un compromesso accettabile. In caso contrario, sarebbe ovviamente molto difficile per noi votare a favore dell’accordo.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE). (PL) Signora Presidente, la proposta della Commissione europea risponde alle aspettative del Parlamento europeo e specialmente della nostra industria per quanto concerne la sua tutela e l’osservanza dei principi di un commercio improntato alla concorrenza. Il Parlamento, che rappresenta la società europea, ritiene che l’introduzione delle clausole di salvaguardia sia molto importante per creare pari opportunità a favore dei settori particolarmente vulnerabili della nostra economia. Libero scambio e partecipazione al mercato mondiale sono i volani dello sviluppo, ma soltanto nel momento in cui tutte le parti rispettano le norme ambientali e occupazionali e non vi sono altre forme di assistenza di Stato per cui il commercio si basa sui principi della piena competitività.

 
  
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  Karel De Gucht, membro della Commissione. – (EN) Signora Presidente, come hanno sottolineato vari deputati, tra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio sono in corso negoziati, per cui mi limiterò a formulare alcune osservazioni sintetiche.

In primo luogo, per quanto concerne la disposizione relativa alle emissioni di CO2, ho avuto un colloquio con il Ministro del commercio coreano circa dieci giorni fa a Da Nang. Abbiamo parlato delle disposizioni in materia di CO2 che verranno introdotte in Corea. Si tratta di misure importantissime perché, se il contenuto non dovesse essere accettabile, le concessioni fatte dai coreani per le esportazioni di autoveicoli europei potrebbero risultarne vanificate.

È chiaro che il governo coreano formulerà proposte entro il 15 ottobre, il che significa che saremo perfettamente a conoscenza del loro contenuto prima della discussione finale sulla ratifica. Seguiremo la questione molto da vicino. Ho rammentato inequivocabilmente al Ministro coreano che se il contenuto non dovesse essere soddisfacente, l’Europa non darebbe il via libera.

Consentitemi inoltre di aggiungere qualcosa in merito all’accordo. Esiste di fatto già un accordo tra Stati Uniti e Corea. Sinora, tuttavia, l’amministrazione statunitense non lo ha proposto al Congresso. Si dice che vi saranno nuovi colloqui tra i due paesi. Permettetemi di sottolineare che il Ministro coreano ha dichiarato molto chiaramente che, se qualcosa dovesse mutare nell’accordo tra Stati Uniti e Corea, sarà automaticamente applicabile anche all’Europa. Pertanto, il timore che possa accadere tra Corea e Stati Uniti qualcosa di pregiudizievole per l’Europa non è fondato. L’applicazione all’Europa sarà automatica.

In merito alla restituzione dei dazi, abbiamo convenuto di monitorare tale aspetto, dall’entrata in vigore dell’accordo, nei settori sensibili. Possiamo inoltre tenere conto di tali informazioni nelle indagini sui meccanismi di salvaguardia. Siamo molto vicini a un accordo in merito nell’ambito delle discussioni trilaterali in atto.

Mi creano forse più problemi la possibilità che il Parlamento avvii procedimenti e i meccanismi di salvaguardia regionali perché, secondo la mia interpretazione, tali meccanismi non sono più attuabili con il trattato di Lisbona. Siamo disposti a discutere le possibili alternative al riguardo, ma il servizio legale del Consiglio ha detto con estrema chiarezza che sarebbe in totale contrapposizione con il trattato di Lisbona, per cui in tale ambito dobbiamo prestare attenzione.

Devo dire che, per quanto concerne il possibile avvio di procedimenti, non vedo molto margine di manovra. Non è questo ciò che definirei il ruolo corretto del Parlamento. Ovviamente potete chiedere alla Commissione di intraprendere tali procedimenti votando una risoluzione, ma nutro dubbi quanto al fatto che si debba prevedere il diritto di avviarli formalmente.

Un’ultima osservazione riguardo al mio intervento introduttivo. Vi ringrazio per aver ascoltato con grande attenzione ciò che ho detto nell’intervento, vale a dire che con tutta probabilità sarà adottata una decisione una volta che il Parlamento europeo avrà acconsentito all’accordo di libero scambio e si sarà pervenuti a un accordo sul regolamento di salvaguardia.

Forse vi crea qualche difficoltà l’espressione “con tutta probabilità”, ma non avrei potuto esprimermi diversamente per la semplice ragione che spetta al Consiglio decidere. Non posso parlare a nome del Consiglio. Posso dire qual è la posizione della Commissione e insisteremo presso il Consiglio affinché agisca soltanto una volta che il regolamento di salvaguardia sarà stato adottato e il Parlamento avrà manifestato il proprio consenso all’accordo di libero scambio.

Questa è la nostra posizione e non vi sono dubbi al riguardo. Il Parlamento dovrebbe chiedere nel dialogo trilaterale che il Consiglio si impegni al riguardo e dica che non agirà prima del voto finale in Parlamento. Posso dunque dire soltanto “con tutta probabilità” perché non è mio compito stabilire ciò che il Consiglio dovrebbe fare. Posso spiegare la posizione della Commissione, ma non posso parlare a nome del Consiglio.

Questo è il punto al quale attualmente siamo giunti. Le discussioni a livello di dialogo trilaterale stanno procedendo per il meglio. Nei prossimi giorni vi saranno ulteriori colloqui e sono realmente convinto che si possa arrivare a una soluzione accettabile per tutti.

 
  
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  Pablo Zalba Bidegain, relatore – (EN) Signora Presidente, vorrei ringraziare i parlamentari per gli elogi.

Signor Commissario De Gucht, come abbiamo sentito oggi in questa sede, il Parlamento sta esprimendo con estrema chiarezza la propria posizione.

Lo ha già detto un collega: è un momento storico che costituirà un precedente e una relazione epocale che fungerà da esempio per futuri accordi. Il Parlamento intende giungere a un accordo in prima lettura e si adopererà al meglio affinché ciò sia possibile.

Come si è sottolineato, è un momento decisivo per l’industria europea, la quale ha bisogno di nuovi incentivi e nuovi mercati che l’accordo è destinato a offrire.

È tuttavia anche un momento delicato per l’occupazione e in Europa dobbiamo garantire posti di lavoro. È necessario altresì garantire che l’accordo non danneggi l’industria europea e, per farlo, abbiamo bisogno di una clausola di salvaguardia forte come quella adottata dalla commissione per il commercio internazionale, che probabilmente sarà avallata e rafforzata domani dalle votazioni in Parlamento.

È dunque giunto il momento che il Consiglio e la Commissione agiscano. La Commissione deve continuare a sostenerci e ci appelliamo ad ambedue le istituzioni affinché si assumano la loro responsabilità. Desidero sottolineare che cercheremo di giungere a un accordo in prima lettura, ma dobbiamo muoverci. Credo che ciò sia possibile e restiamo in attesa delle proposte.

 
  
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  Robert Sturdy (ECR).(EN) Signora Presidente, purtroppo il mezzo di trasporto che mi ha condotto qui, il treno da Bruxelles sul quale so che viaggiavano anche altri membri belgi del Consiglio, è stato fermo per più di un’ora. Ho telefonato per tempo chiedendo che il mio nome fosse cancellato dall’elenco perché prendo molto sul serio il mio tempo di parola in Aula. Ho cercato di avvertire per tempo e ha chiamato anche la mia segreteria pregando di cancellare il mio nome dall’elenco degli interventi.

Vi chiedo scusa per questa precisazione. Se fossi stato qui sarei intervenuto. Purtroppo così non è stato a causa della situazione dei trasporti, ma il mio nome è rimasto nell’elenco. Appoggio comunque pienamente il collega Zalba.

 
  
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  Presidente. – La ringrazio, ne prendiamo atto.

 

17. Redditi equi per gli agricoltori: Migliore funzionamento della filiera alimentare in Europa (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A7-0225/2010), presentata dall’onorevole Bové a nome della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale su redditi equi per gli agricoltori: migliore funzionamento della filiera alimentare in Europa [COM(2009)0591 - 2009/2237(INI)].

 
  
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  José Bové, relatore. – (FR) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei esordire ringraziando tutti i colleghi della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, specialmente i relatori ombra, per il loro supporto in questo compito.

La relazione, come quella dell’onorevole Lyon, rientra nella nostra importante discussione sulla riforma della politica agricola comune (PAC). Siamo riusciti a ottenere numerosi compromessi adottati da una grande maggioranza del nostro gruppo con 32 voti a 4.

Ritengo che il nostro messaggio alla Commissione sia incisivo: vogliamo una maggiore trasparenza della filiera alimentare e una legislazione che garantisca una concorrenza equa tra gli agricoltori e tutti gli operatori della catena, così come vogliamo misure concrete, in Europa e altrove, per combattere la speculazione e gli abusi del potere di mercato, nonché salvaguardare i redditi dei coltivatori.

Mi sorprende che, su iniziativa di uno o due gruppi politici di quest’Aula, ci venga chiesto di votare domani su un lungo elenco di votazioni per parti separate, perché ciò va contro il messaggio risoluto e consensuale che abbiamo adottato con un’ampia maggioranza in commissione.

È possibile che le vicende dell’estate vi abbiano fatto cambiare idea? Penso piuttosto che l’intensa attività di lobbying svolta negli ultimi giorni dal settore della distribuzione su vasta scala e da taluni operatori dell’industria agroalimentare sia il motivo dell’eccessivo numero di votazioni per parti separate. In ogni caso, non riesco a immaginare, onorevoli colleghi, che cediate a questa pressione indebolendo il nostro messaggio comune.

La nostra commissione ha preso atto della crisi che colpisce gli agricoltori europei e intende proporre misure forti e concrete: in meno di dieci 10 anni l’Unione ha perso 3,5 milioni di posti di lavoro in campo agricolo. Un massacro di eccezionale gravità. La Bulgaria, per esempio, ha perso un coltivatore su due. Nel 2009 i redditi sono crollati. In Francia e Germania, gli agricoltori hanno perso in media il 20 per cento del reddito e in Ungheria più del 35 per cento. Le comunità agricole e rurali rischiano di scomparire.

Costretta come è stata dall’esasperazione dei coltivatori e dalle dimostrazioni degli allevatori di bestiame da latte, nel dicembre 2009, la Commissione europea ha pubblicato una comunicazione dal titolo “Migliore funzionamento della filiera alimentare in Europa” in cui si dimostra che, tra il 1995 e il 2005, la quota di valore aggiunto della filiera alimentare andata ai produttori agricoli è scesa dal 31 al 24 per cento. I prezzi corrisposti agli agricoltori stanno diminuendo pressoché in ogni comparto senza alcun beneficio per i consumatori europei.

La Commissione sostiene che tali problemi sono legati alla maggiore concentrazione dei settori della vendita all’ingrosso, della trasformazione e della distribuzione, che impongono la propria volontà a produttori non organizzati.

La Commissione è preoccupata dalla mancanza di trasparenza per quanto concerne fissazione dei prezzi e margini riconoscendo quanto sia difficile ottenere dati precisi e affidabili e ammettendo di non disporre delle informazioni necessarie per adeguare le proprie politiche in maniera rapida ed efficace.

Per ovviare alla situazione, propongo che la Commissione istituisca un osservatorio dei prezzi e dei margini europeo sulla falsariga di quello esistente negli Stati Uniti, organismo che sarà responsabile della definizione dei costi di produzione dei coltivatori europei e ci indicherà i costi reali di un litro di latte, un chilo di grano o un chilo di manzo dal momento in cui lascia l’azienda agricola, informazioni che fungeranno da base ai negoziati tra gli agricoltori e gli altri operatori della filiera alimentare. Sarà inoltre compito di tale organismo appurare quali settori si appropriano di tutto il valore aggiunto a discapito di produttori e consumatori.

La Commissione europea sarebbe così in grado di identificare gli operatori che abusano dell’equilibrio di potere e della loro posizione determinante. Pare altresì essenziale che le 20 società europee più grandi predispongano una relazione annuale sulla loro quota di mercato e i margini interni che generano.

La trasparenza non costituisce una minaccia per l’economia di mercato. Al contrario, è una necessità assoluta per evitare gli abusi riscontrati nell’agricoltura e in molti altri settori, in particolare quello della finanza.

Chi può sostenere che quando gli agricoltori vendono il proprio latte o la propria carne si trovano in condizioni di parità con le multinazionali, che influenzano la fissazione dei prezzi dei beni di consumo sui mercati globali? L’equilibrio di potere è completamente sbilanciato e qualcuno direbbe iniquo.

Per ristabilire l’equilibrio, una prima misura di emergenza consisterebbe nel permettere ai coltivatori di unirsi alle organizzazioni di produttori. La seconda misura ulteriore comporterebbe il divieto di vendere prodotti al di sotto del prezzo di acquisto a livello comunitario.

Sconti forzati, successive modifiche dei termini contrattuali e compensi ingiustificati per l’inclusione nel listino sono circostanze frequenti che colpiscono duramente gli agricoltori e le migliaia di piccole e medie aziende che si occupano di trasformazione in quanto devono passare per il settore della distribuzione su vasta scala per vendere i propri prodotti. La Commissione europea deve prendere atto del grado di diffusione di tali pratiche antieconomiche e adottare le misure del caso per farle cessare.

Da ultimo, la speculazione sui beni di consumo agricoli è un flagello. Finanzieri e speculatori ricercano utili e rendimenti immediati. Per loro, povertà, fame e carestia sono sinonimo di arricchimento. Non pensavamo che avremmo rivissuto i sollevamenti del 2008, ma ci siamo sbagliati di grosso. Da giugno il prezzo del grano è aumentato di più del 70 per cento. I prezzi di mais, soia e riso tendono anch’essi al rialzo. La scorsa settimana sette persone sono state uccise a Maputo, in Mozambico, perché dimostravano contro l’aumento del 30 per cento dei prezzi dei prodotti alimentari.

Continueremo a restare spettatori passivi come abbiamo fatto due anni fa? Tollereremo ancora banche di investimento che provocano la bancarotta degli agricoltori europei affamando uomini e donne del nostro pianeta?

Mi rivolgo all’Unione europea affinché assuma l’iniziativa di creare un’agenzia globale per la regolamentazione dei mercati.

Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vi invito a trasmettere un messaggio forte in maniera che la nuova PAC sia più equa per gli agricoltori e i consumatori europei e vi sia una concorrenza leale tra gli operatori, tale da consentire di creare un quadro per la regolamentazione dei mercati che non lasci spazio a speculazioni. È responsabilità del Parlamento europeo, preparandosi a esercitare il suo potere decisionale congiunto nelle questioni agricole, evitare qualunque pressione, prescindendo da dove proviene. Il nostro messaggio deve restare chiaro e coerente.

 
  
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  Dacian Cioloş, membro della Commissione. – (FR) Signora Presidente, onorevoli parlamentari, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, il funzionamento del settore agroalimentare, la trasparenza dei prezzi, il potere contrattuale e le ripercussioni sui redditi degli agricoltori sono stati in cima all’agenda politica negli ultimi mesi.

Per questo la relazione presentata oggi dall’onorevole Bové, e vorrei ringraziarlo personalmente, come pure vorrei ringraziare tutti i membri della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale e di tutte le altre commissioni che hanno contribuito alla stesura dell’odierna relazione, descrive le principali sfide con le quali siamo chiamati a confrontarci. Inoltre, come diceva poc’anzi l’onorevole Bové, questi sono temi non soltanto estremamente attuali, ma che figurano anche tra le decisioni da prendere a breve e medio termine, in particolare nel contesto della riforma della politica agricola comune sulla quale stiamo lavorando.

Condivido la maggior parte delle preoccupazioni espresse nella relazione. Ritengo che il funzionamento della filiera alimentare debba essere ulteriormente migliorato. Ogni operatore interessato ne ha tutto da guadagnare: consumatori, settore al dettaglio, settore della trasformazione e, in particolare, come ha detto l’onorevole Bové, coltivatori che sono probabilmente coloro che devono affrontare le difficoltà più grandi per ottenere una quota equa dei proventi ripartiti all’interno della catena.

La Commissione ha recentemente assunto diverse iniziative in proposito. Vorrei citarne una o due. In primo luogo, il gruppo di alto livello sulla competitività dell’industria agroalimentare ha formulato una serie di raccomandazioni strategiche. L’onorevole Bové ha incorporato alcune analisi e arricchito alcune di queste proposte nella relazione che sottopone alla nostra attenzione. Le proposte saranno integrate da un forum di alto livello, recentemente lanciato dal Commissario Tajani, che si concentrerà in particolare sulle questioni relative agli accordi contrattuali, alla logistica e alla competitività.

Quanto alla trasparenza dei prezzi, è di fatto ritenuta essenziale per il corretto funzionamento della catena ed è un ambito in cui vi è lavoro da svolgere. Come sapete, nell’ambito di Eurostat si è introdotto lo strumento di monitoraggio dei prezzi dei prodotti alimentari, ma occorre perfezionarlo e lo sarà in maniera che le informazioni ottenute possano essere effettivamente utili per gli operatori della filiera alimentare, i coltivatori, i consumatori, ma anche tutti gli altri interessati.

La Commissione ha recentemente pubblicato una relazione sul monitoraggio del mercato al dettaglio in cui si riconosce che le “inefficienze strutturali” della catena di fornitura alimentare potrebbero contribuire a una trasmissione asimmetrica dei prezzi, una loro rigidità e all’imposizione di condizioni contrattuali inique ai produttori primari. Ricordo che le parti interessate sono invitate a formulare commenti su tale relazione entro il 10 settembre di quest’anno. Della relazione è responsabile la Direzione generale per il mercato interno della Commissione e indubbiamente ci fornirà alcuni nuovi elementi utilizzabili per elaborare misure in maniera che si possa ovviare alla trasmissione asimmetrica dei prezzi, che causa inefficienze strutturali nella catena.

La Commissione sta anche predisponendo alcune proposte legislative al fine di migliorare la normativa sulla qualità dei prodotti agricoli e agroalimentari. Abbiamo già avuto modo di parlare della questione, anche in Parlamento. Entro la fine dell’anno, la Commissione presenterà il corrispondente pacchetto legislativo e avanzeremo alcune proposte, tra l’altro, per sostenere le iniziative locali e regionali di commercializzazione dei prodotti alimentari e consentire ai produttori, specialmente i piccoli, i produttori agricoli che stanno cercando di accedere ai mercati di vendita diretti, o le catene di fornitura alimentari corte, rendere i loro prodotti più facilmente identificabili sui mercati e, in tal modo, aiutare anche i consumatori a operare scelte più informate nell’acquisto dei prodotti.

Nell’ambito delle proposte sulla politica agricola comune post-2013, garantirò anche che si possano migliorare gli strumenti per la promozione dei prodotti agricoli. Ritengo che questo sia un ambito in cui la Commissione europea, proprio in virtù delle nuove condizioni, possa fare di più per aiutare i produttori agroalimentari e la filiera alimentare a promuovere più efficacemente i prodotti sul mercato europeo, ma anche sul mercato globale.

Ricorderei anche in proposito che il gruppo di esperti di alto livello sul latte ha presentato la propria relazione a seguito della quale la Commissione presenterà, lo ribadisco entro la fine dell’anno, una proposta legislativa per il settore del latte che affronterà, tra l’altro, le questioni relative al potere contrattuale dei produttori e le opportunità che si offrono loro di organizzarsi per negoziare meglio i propri contratti, nonché gli accordi contrattuali con la filiera. In tale contesto, intendo anche affrontare il tema del ruolo delle organizzazioni interprofessionali nel regolare funzionamento della catena, specialmente nel settore lattiero-caseario.

In merito ai prodotti derivati, ai beni di consumo e alla questione della speculazione, noi della Commissione europea stiamo attualmente ritoccando una proposta legislativa di applicazione generale sulla quale sto lavorando in stretta collaborazione con il collega Barnier, che sta prestando la propria opera di consulenza. Altre proposte seguiranno nell’ambito della revisione della direttiva sui mercati degli strumenti finanziari.

È altresì necessario compiere progressi nell’analisi delle modalità di distribuzione del valore aggiunto all’interno dell’intera filiera agroalimentare, aspetto al quale attribuisco particolare importanza. Come dicevo, gli squilibri tra il potere contrattuale dei produttori e il resto della filiera agroalimentare hanno imposto una pressione notevole ai margini dei produttori nel settore agricolo. Ritengo pertanto che anche in tale ambito occorra lavorare e affrontare la questione nel quadro della riforma della PAC.

Vorrei sottolineare in proposito che la competitività del settore agroalimentare europeo non può essere garantita a discapito di alcune sue componenti e ritengo che gli operatori della filiera agroalimentare debbano essere consapevoli del fatto che esercitare troppa pressione sui produttori di beni di consumo, i coltivatori, può arrecare danno all’intera catena, al suo potere economico e alla sua rappresentatività nel settore industriale europeo.

Vorrei ringraziarvi ancora una volta per la relazione presentata dal Parlamento europeo, contributo estremamente utile al conseguimento del nostro obiettivo comune, ossia un funzionamento migliore della filiera alimentare. Presterò grande attenzione all’odierna discussione e alla votazione sulla relazione.

 
  
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  Esther Herranz García, relatore per parere della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia. – (ES) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, concordo con il Commissario Cioloş nell’affermare che la presente relazione è fondamentale e giunge al momento opportuno perché ha dimostrato gli abusi commessi dalla distribuzione di massa, che hanno gravemente danneggiato i vari collegamenti della filiera alimentare.

Sebbene la relazione Bové possa spingersi troppo oltre in alcuni passaggi cercando di essere troppo interventista, va riconosciuto che dal punto di vista dell’economia di mercato sociale da noi sostenuta all’interno del gruppo PPE fornisce risposte alle lamentele legittime dei produttori europei.

La relazione rende inoltre trasparenti le diverse componenti della filiera alimentare, il che è sempre positivo, offre opportunità decisamente maggiori di difendersi ai settori più deboli della catena e sostiene i consumatori europei permettendo loro di essere più informati in merito alla filiera alimentare.

L’industria alimentare europea avrebbe forse potuto essere tenuta in maggiore considerazione nella relazione, il che sarebbe stato un bene, ma la relazione include anche misure per arginare la volatilità dei prezzi, intervento indispensabile.

La relazione indica inoltre misure per ottenere parità tra gli anelli della catena, come richiesto dalla commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, chiedendo anche che vengano combattute le pratiche abusive e inique nella distribuzione di massa. Ora è giunto il momento di predisporre un elenco di pratiche abusive da vietare rigorosamente attraverso una normativa europea.

È altresì importante che si individuino misure per evitare pratiche difficili attraverso etichette private in contrasto con il diritto in materia di concorrenza e proprietà intellettuale.

Per tutti questi motivi, dovremmo sostenere la relazione Bové e tutti i nostri membri della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare e la commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale che hanno lavorato duramente per garantire che tale relazione fosse infine pubblicata aiutando i produttori europei ad andare avanti.

 
  
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  Ashley Fox, relatore per parere della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori. – (EN) Signora Presidente, la commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori ha adottato un parere che analizza i problemi della filiera alimentare nel suo complesso.

Abbiamo raccomandato che i coltivatori siano incoraggiati a essere più efficienti e consolidare il loro potere contrattuale e si istituisca la figura del mediatore in tutti gli Stati membri per risolvere le controversie nella catena di fornitura, garantendo che la concorrenza tra tutte le componenti della catena di fornitura sia rigorosa, ma equa, in maniera da assicurare ai consumatori i prezzi più bassi possibili per i prodotti alimentari, riconoscendo nel contempo il prezioso ruolo svolto dalle etichette di marca proprie dei dettaglianti nel migliorare la concorrenza e offrire scelta e prezzi inferiori ai consumatori.

Mi delude il fatto che l’onorevole Bové e la commissione per l’agricoltura abbiano tenuto poco conto di tali suggerimenti. Forse non li gradiscono, ma i mercati funzionano e quanto più libero è il mercato, tanto meglio opera, a beneficio di tutti, soprattutto i consumatori.

Non posso esimermi dall’esortare tutti i membri a votare contro la risoluzione e appoggiare la risoluzione alternativa del gruppo ECR.

 
  
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  Elisabeth Köstinger, a nome del gruppo PPE. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, l’odierna relazione di iniziativa è stata stilata sulla base della comunicazione della Commissione in merito ai notevoli problemi che esistono nella filiera alimentare in Europa. Chi opera nel settore agricolo è particolarmente svantaggiato. Questi problemi allarmanti si rispecchiano nelle drammatiche fluttuazioni di prezzo a cui abbiamo assistito per i prodotti primari nel settore agricolo.

La crisi economica non ha risparmiato le aziende agricole. In alcuni casi, i redditi di tali aziende sono calati finanche del 28 per cento. I costi di produzione hanno raggiunto il picco storico degli ultimi quindici anni. In alcuni paesi, i coltivatori stanno già avendo grande difficoltà a ottenere credito. La Commissione ha stabilito che alcuni operatori all’estremità superiore della filiera alimentare abusano della loro posizione dominante sul mercato sfruttando la loro condizione monopolistica. Nelle pratiche che ciò comporta, tra cui eccessivi compensi per l’inclusione nel listino dei prodotti, mancanza di trasparenza nella definizione dei prezzi e scarso potere contrattuale, ci rimettono sempre gli agricoltori.

I più alti margini di utile sono chiaramente ottenuti da trasformatori, grossisti e dettaglianti. In alcuni casi, i coltivatori devono confrontarsi con prezzi inferiori al costo di produzione. Non possiamo permettere che l’onere dei problemi di liquidità gravi sulle spalle degli agricoltori perché gli operatori a livelli superiori della catena ci impiegano mesi a pagarli. Non possiamo permettere che i dettaglianti trattino le aziende agricole come banche.

Uno dei punti fondamentali della relazione è la specifica dei termini di pagamento. Signor Commissario, lei ha avviato il processo negoziale per la politica agricola comune post-2013. Vi sono incertezze nel settore in merito all’orientamento che assumerà la politica agricola europea, ossia il tipo di produzione agricola che in futuro vorremo in Europa: sarà soltanto intensiva, sarà una produzione agricola industrializzata o sarà un’agricoltura diversa, sostenibile e, soprattutto, completa?

Nei prossimi messi, giungeremo a un bivio. Invitiamo il Parlamento a dare prova di impegno nei confronti della diversità e garantire l’approvvigionamento alimentare in Europa. Interrogativi quali “Che cosa mangeremo in futuro?”, “Dove vivremo?” e “Come riscalderemo le nostre abitazioni?” sono più pertinenti che mai. Le risposte stanno nell’agricoltura, perché le funzioni dell’agricoltura vanno ben oltre la mera produzione di alimenti di qualità. Le nostre comunità si aspettano che i politici agiscano nel modo giusto per garantire in Europa una produzione sostenibile.

 
  
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  Marc Tarabella, a nome del gruppo S&D. – (FR) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, in primo luogo, vorrei scusarmi a nome del collega Alves, relatore ombra per il nostro gruppo. Il suo bagaglio è andato perso, per cui non ha potuto raggiungerci per tempo. Mi ha chiesto pertanto di sostituirlo, cosa che sono ben lieto di fare.

Vorrei sottolineare l’eccellenza della relazione del nostro collega Bové, in cui chiediamo redditi più equi per gli agricoltori e un funzionamento migliore e più trasparente della filiera alimentare in Europa. Mi compiaccio inoltre per il compromesso raggiunto in sede di commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.

Infatti, a seguito tra l’altro della grave crisi del settore lattiero-caseario che ci ha colpiti nel 2009 e le cui cause ancora permangono, era indispensabile individuare i fattori tossici responsabili della lunga discesa all’inferno del settore, che per inciso non è l’unico a versare in questa situazione.

Si sono trovate alcune potenziali soluzioni per garantire che i nostri agricoltori possano infine possano fare di più che semplicemente coprire i propri costi di produzione, cosa che, aggiungerei, non sempre sono in grado di fare, e ottenere effettivamente un reddito equo dal loro lavoro.

Sebbene si riconosca quanto sia importante disporre di una catena di fornitura in cui produttori e consumatori non siano più inevitabilmente perdenti, alle due estremità della catena, e sebbene sia stato possibile giungere a qualche soluzione equilibrata, sembra che il gruppo ALDE ritorni su alcuni paragrafi fondamentali degli emendamenti di compromesso negoziati prima della pausa parlamentare.

Purtroppo, il mio tempo di parola non mi consente di specificare i paragrafi che potrebbero essere respinti durante la votazione in plenaria. Nondimeno, se dovessi citarne uno, sarebbe il paragrafo 21, da cui si evince la necessità di vietare la vendita sottocosto a livello comunitario. Se mi permettete, direi che la posizione adottata dai gruppi ALDE e PPE è scandalosa perché rimette in discussione tale paragrafo, decisivo per i nostri coltivatori. Come possiamo consentire che i nostri prodotti agricoli siano svenduti a vantaggio del settore della distribuzione e, ancor più sfacciatamente, a vantaggio di quello della trasformazione?

Come si può rimettere in discussione, respingendo il paragrafo 41 della relazione, l’importanza di creare un’agenzia normativa globale indipendente contro la speculazione sui beni di consumo alimentari?

Potrei anche citare il paragrafo 52, al quale sono particolarmente legato perché lo ho presentato nel mio gruppo unitamente al collega Tabajdi, paragrafo in cui si afferma che si dovrebbe concedere un trattamento preferenziale alle organizzazioni di produttori, alle cooperative di coltivatori e alle piccole e medie imprese allorquando si aggiudicano contratti di appalto pubblici nella filiera alimentare e, pertanto, esorta la Commissione a suggerire misure in proposito. Anche tale paragrafo è stato oggetto di compromesso oggi apparentemente rimesso in discussione sia dal gruppo PPE sia dal gruppo ALDE.

In un momento in cui milioni di persone nel mondo soffrono di malnutrizione e fame, un momento in cui la speculazione sta esacerbando i problemi finanziari delle famiglie (la speculazione sulle scorte di grano a seguito degli incendi che hanno colpito la Russia quest’estate ne rappresenta ora un esempio eloquente), le lobby dell’industria agroalimentare avrebbero avuto ragione di ciò che a tutti noi risulta evidente? Mi domando che gioco perverso stiamo giocando. Sta forse accadendo che nei gruppi PPE e ALDE le considerazioni legate alla distribuzione e alla trasformazione hanno la priorità sulla tutela dei produttori, che comunque oggi sono minacciati?

In un momento in cui la sicurezza e la sovranità alimentare sono messe a repentaglio, è irresponsabile nei confronti del pubblico e dei nostri coltivatori, criticare una proposta di risoluzione urgentemente necessaria per i nostri agricoltori che – occorre ancora ricordarlo? – rappresentano una componente fondamentale della nostra società.

 
  
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  Marian Harkin, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signora Presidente, in primo luogo, desidero ringraziare il relatore, onorevole Bové, per il lavoro svolto in merito alla relazione. La filiera alimentare è straordinariamente complessa, visti i tanti fattori diversi che incidono sulle sue modalità di funzionamento. Penso che vada gestita con cautela per non finire con l’applicare la legge delle conseguenze indesiderate.

Esiste un problema, un problema concreto. Ce lo hanno segnalato i nostri stessi Stati membri. Infatti, un recente studio condotto in Irlanda ha rivelato che il 74 per cento dei consumatori ritiene che i coltivatori non ottengano un prezzo equo per i loro prodotti. In Irlanda, gli agricoltori percepiscono circa il 33 per cento del prezzo al dettaglio del latte, il 50 per cento del prezzo al dettaglio del manzo e il 20 per cento del prezzo al dettaglio del formaggio. Sappiamo inoltre, però, che ciò è vero a livello comunitario perché la ricerca svolta dalla Commissione dimostra espressamente dal 1995 gli unici operatori della filiera alimentare la cui quota del prezzo al dettaglio è scesa sono i produttori primari, ossia i coltivatori.

Questo non può continuare ad accadere. Se così dovesse essere, perderemmo molti dei nostri produttori primari e che ne sarebbe della sicurezza e della sovranità alimentare dell’Unione? Dobbiamo affrontare tali temi nel quadro della PAC. La filiera alimentare non funziona in maniera corretta e i coltivatori non stanno percependo redditi equi. Non concordo con l’onorevole Fox su un punto. A mio parere, il mercato non opera in maniera regolare e occorre intervenire. La domanda fondamentale è però quali interventi attuare.

Penso che la Commissione debba approfondire la questione e, ove del caso, intraprendere azioni contro i comportamenti anticoncorrenziali. Non vi è dubbio che gli squilibri contrattuali associati a un potere negoziale impari producono un effetto negativo sulla competitività della filiera alimentare, specialmente per gli operatori più piccoli. L’asimmetria del potere negoziale esistente tra le diverse parti contraenti, a cui la Commissione ha fatto riferimento, può condurre a una situazione in cui operatori più grandi e potenti cercano di imporre accordi contrattuali a proprio vantaggio. Per dirla in termini semplici, i piccoli si ritrovano schiacciati.

Un elemento molto interessante che non è emerso nel corso della discussione, ma riveste una certa importanza, è che vi sono ampie prove del fatto che stiamo esportando le nostre pratiche commerciali inique nei paesi in via di sviluppo, dove grandi multinazionali con sede nell’Unione abusano della propria posizione dominante sul mercato. In tale contesto ritengo che ci occorra una risposta globale. Appoggio i contratti volontari anziché quelli obbligatori e l’introduzione in tutti gli Stati membri della figura di un mediatore comunitario. A livello personale sono invece in disaccordo con la vendita sottocosto.

Sono infine lieta dei commenti formulati dal Commissario e accolgo con favore le sue proposte. Il tema è complesso e richiede un approccio sfaccettato.

 
  
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  Martin Häusling, a nome del gruppo Verts/ALE. – (DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, l’onorevole Bové ha presentato un’eccellente relazione ed eravamo tutti decisamente d’accordo in sede di commissione, dove i voti contrari sono stati solo quattro.

Siamo dunque naturalmente sorpresi dal fatto che il gruppo PPE e il gruppo ALDE abbiano presentato emendamenti per stralciare alcuni paragrafi dalla relazione. È stupefacente che un compromesso già raggiunto venga nuovamente rimesso in discussione. Mi incuriosiscono le motivazioni, ma sono anche curioso di sapere perché si dovrebbe perdere tempo a sedersi e stilare qualcosa insieme.

Consentitemi di fornirvi alcuni esempi a supporto delle mie affermazioni. Il paragrafo 8 chiede che sia istituito un osservatorio dei prezzi e dei margini di utile nel settore agricolo. Vi è accordo in merito, ma la sua attuazione ovviamente richiede un raffronto tra i prezzi, come si dichiara nella seconda parte, ed è proprio ciò che il gruppo PPE non vuole più. Questo mi porta a domandarmi, onorevole Köstinger, se non vi sia contraddizione tra le sue parole e le sue azioni.

Il paragrafo che il gruppo ALDE vuole eliminare rappresenta un esempio ancora più eloquente. È opinione condivisa che nell’Unione si debba vietare la commercializzazione sottocosto dei prodotti, aspetto in merito al quale vi era prima consenso. Penso che a tutti chiediamo che ci si schieri contro le pratiche di dumping, anche ai nostri partner commerciali dell’OMC. Perché il gruppo ALDE vuole eliminare questo specifico paragrafo? Ci risulta incomprensibile.

In un altro paragrafo, chiediamo alla Commissione di proporre disposizioni giuridiche che creino strumenti per arginare la volatilità dei prezzi allo scopo di ridurre l’alto livello di dipendenza dei produttori. Anche questo paragrafo dovrebbe essere eliminato. Vi sono dunque molti interrogativi da porsi in merito al motivo per il quale il consenso raggiunto ora viene minato e posizioni già contenute nella relazione Leinen e, dunque, sostenute anche dal gruppo ALDE ora sono rimesse in discussione.

Invito quindi tutti i politici che si occupano di agricoltura ad adottare una posizione comune perché i coltivatori ritengono che sia giunto il momento di dare alcune risposte indicando come possiamo porre fine a questa situazione insostenibile in cui gli agricoltori sono i perdenti della filiera alimentare.

Oggi stiamo subendo un’altra ondata speculativa nel settore agricolo che, tutto sommato, non va a beneficio di nessuno, né dei coltivatori né dei consumatori. È tempo di fare finalmente qualcosa. Anche i consumatori ce lo domandano e io chiedo soltanto che ciò che diciamo agli agricoltori al di fuori di quest’Aula collimi con ciò che facciamo in Parlamento. Spero pertanto che alla fine la relazione sia adottata esattamente nella forma in cui è stata presentata.

 
  
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  James Nicholson, a nome del gruppo ECR. – (EN) Signora Presidente, la relazione Bové è di grande attualità e apprezzo il fatto che ci viene offerta l’opportunità di esplorare tali argomenti concernenti la funzione della filiera alimentare europea in sede di commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.

Esistono indubbiamente alcuni problemi nella filiera a livello europeo. La recente impennata dei prezzi dei beni di consumo e la volatilità del mercato hanno, a mio parere, compromesso la stabilità della catena. Va riconosciuto che gli agricoltori stanno vivendo un costante calo dei prezzi alla produzione a fronte di costi di gestione in costante aumento, mentre dettaglianti e consumatori continuano a beneficiare rispettivamente di notevoli utili e prezzi ridotti. In proposito concordo con l’onorevole Bové nell’affermare che esistono problemi da affrontare per stabilire un equilibrio tra equità e redditività.

Non concordo interamente però con i suggerimenti contenuti nella relazione Bové per correggere tale squilibro e, al riguardo, ho presentato una risoluzione alternativa a nome del mio gruppo.

Sicuramente non credo che la risposta possa consistere nell’introduzione di ulteriori normative comunitarie per imporre codici di condotta obbligatori ai coltivatori. Le leggi dell’Unione esistenti in materia di concorrenza sono adeguate e dovrebbero essere applicate in maniera appropriata. La filiera alimentare deve poter operare nel quadro del libero mercato e, per quanto possibile, libera da un’inutile e gravosa regolamentazione e burocrazia. Una maggiore trasparenza dei prezzi nella filiera alimentare è indispensabile, come indispensabile è porre fine alle pratiche sleale dei dettaglianti, per esempio le spese di stoccaggio e gli inaccettabili ritardi nei pagamenti ai produttori.

D’altro canto, gli agricoltori devono essere incoraggiati a organizzarsi in maniera più efficace in maniera da poter rafforzare il loro potere contrattuale nei confronti dei grandi trasformatori e dettaglianti. A mio giudizio, per procedere, occorre affrontare le pratiche anticoncorrenziali e promuovere codici di buone prassi volontari.

In estate i prezzi del grano sono saliti alle stelle, il che creerà soltanto ulteriori problemi nella filiera alimentare. Questa volatilità del mercato lo sta realmente distruggendo.

 
  
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  Jacky Hénin, a nome del gruppo GUE/NGL. – (FR) Signora Presidente, onorevoli colleghi, la maggioranza degli agricoltori dell’Unione sopravvive con redditi da miseria e, quel che è peggio, subisce uno stress continuo causato dalla speculazione irrazionale dei mercati finanziari. I coltivatori sono per la maggior parte convinti di non avere più un futuro. Il loro è uno dei gruppi sociali con le maggiori percentuali di suicidio.

Se l’Europa continua a impoverire i suoi coltivatori e i suoi lavoratori agricoli, questi scompariranno con conseguenze terribili in termini di gestione dei terreni, qualità della vita e insufficienza alimentare. Ciò alimenterà una crisi ambientale con effetti ancor più drammatici e rapidi di quelli generati dallo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia.

Il testo è ricco di fini risoluzioni e contiene proposte interessanti, sebbene scientemente si esima dal descrivere le cause soggiacenti che hanno portato all’attuale disastro e, pertanto, le soluzioni radicali da attuare. Il problema non è soltanto garantire che i coltivatori e i lavoratori agricoli, quelli più ignorati dalla risoluzione, guadagnino un reddito equo; si tratta piuttosto di raggiungere un livello di reddito e prezzi remunerativi che consentano a tutti coloro che operano nel settore agricolo di vivere infine del proprio lavoro.

Dobbiamo additare e, ove del caso, penalizzare il settore della distribuzione su vasta scala e le risorse finanziarie che dietro di esso si celano per la pressione sconsiderata che esercitano al fine di abbassare i prezzi, ma anche per il tempo necessario affinché quanto dovuto venga corrisposto, i fondi che speculano sui beni di consumo alimentari esponendo le nostre popolazioni a gravi rischi, nonché il ruolo delle banche nelle difficoltà incontrate dai coltivatori.

La relazione segue la giusta vista, ma è ancora necessario compiere ulteriori progressi.

 
  
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  Anna Rosbach, a nome del gruppo EFD. – (DA) Signora Presidente, la proposta dell’onorevole Bové afferma che uno degli obiettivi fondamentali della politica agricola comune era ed è garantire redditi equi agli agricoltori. Personalmente sono in totale disaccordo. La politica agricola assorbe il 40 per cento del bilancio comunitario. Nel mio paese, sono quasi tutti concordi in merito al fatto che l’assistenza agricola dovrebbe essere abolita poiché riteniamo che l’agricoltura sia un settore libero e competitivo. La relazione va esattamente nella direzione opposta proponendo più organismi comunitari pagati dai contribuenti per unificare e controllare un intero comparto, dal produttore al consumatore. È semplicemente insostenibile. È noto che il settore dei trasporti, intermediari e dettaglianti ottengono denaro anche dai prodotti, ma in ultima analisi il prezzo è controllato dai consumatori, in altre parole tutti noi che normalmente facciamo acquisti. La proposta chiede anche che venga avviata una campagna di informazione sugli sforzi profusi dall’agricoltura rispetto all’ambiente. Non è né dovrebbe essere compito dell’Unione condurre questo genere di campagne. Se i coltivatori sentono la necessità di farlo, dovrebbero ricorrere alle proprie organizzazioni. Dopo tutto, esistono per questo.

È evidente anche la necessità di operare riforme della politica agricola. Tuttavia, ciò che l’onorevole Bové propone nella relazione è già stato sperimentato una volta ed è risultato impraticabile e inutile. È stata descritta come un’economia pianificata centralmente. L’agricoltura nei paesi dell’Unione è estremamente diversificata e, pertanto, ritengo che l’argomento sia di competenza nazionale e dovrebbe essere gestito da chi è vicino ai singoli agricoltori e ai loro problemi.

 
  
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  Diane Dodds (NI).(EN) Signora Presidente, apprezzo il lavoro svolto dall’onorevole Bové nella formulazione della relazione, come apprezzo questa discussione che sottolinea la necessità di trasparenza nell’intera filiera alimentare.

La trasparenza è un elemento vitale, ma il modo in cui ci poniamo di fronte alle grandi organizzazioni di vendita al dettaglio, il cui solo scopo è rispondere alle esigenze dei propri azionisti, è parimenti importante. Il loro desiderio di espandere la quota di mercato e incrementare gli utili ha avuto un impatto negativo sui coltivatori e, in alcuni casi, i trasformatori.

Attualmente il mercato non ricompensa i coltivatori per il tempo e il denaro investiti nell’agricoltura per produrre cibo sostenibile, sicuro, di alta qualità.

In Irlanda del nord, l’industria della carne bovina è oggetto di molte pressioni e tante aziende agricole stentano anche dal punto di vista finanziario. Naturalmente qualunque intervento deve essere visto in termini di PAC, altrimenti il comparto combatterebbe per la sopravvivenza. Noi in Parlamento dobbiamo renderci conto dell’importanza di questa politica e del vantaggio che offre ai nostri settori agricoli.

Il settore lattiero-caseario o quello della carne bovina per diversi anni non sono stati sostenuti dal mercato. Vi sono state molte discussioni in Aula in merito al settore lattiero-caseario in particolare.

Se vogliamo che i nostri agricoltori competano su un mercato libero, dobbiamo affrontare i problemi della catena di fornitura, le importazioni dai paesi terzi e il prezzo che i consumatori pagano per gli alimenti, tenuto conto del calo dei prezzi alla produzione.

Il ruolo degli speculatori e la necessità di ridurre la volatilità sul mercato devono essere esaminati immediatamente. I divieti di importazione e l’allarmismo creato dagli speculatori hanno determinato un’impennata notevole dei prezzi dei cereali nel mondo, che genererà un effetto a cascata sulla filiera alimentare.

L’Europa ha il dovere di garantire il suo approvvigionamento alimentare. Il modo per farlo non consiste nell’estromettere gli agricoltori dall’attività né nell’aumentare la regolamentazione, bensì nell’assicurare prezzi equi sia a livello di produzione sia a livello di consumo.

 
  
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  Albert Deß (PPE).(DE) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare tutti coloro che hanno lavorato su questa relazione. Nel complesso, il loro impegno ha consentito di elaborare una relazione valida.

Durante la discussione mi è diventato chiaro che la situazione in Europa è estremamente diversificata. Vi sono Stati membri in cui poche grandi società dominano il mercato e, per fortuna, vi sono anche Stati membri in cui vi sono ancora molti piccoli dettaglianti. La stessa variabilità esiste per quanto concerne i prezzi dei prodotti alimentari. Vi sono Stati membri in cui il prezzo degli alimenti è notevolmente aumentato negli ultimi tempi e ve ne sono altri, come la Germania, in cui vi è una concorrenza impietosa e i prezzi degli alimenti scendono continuamente a discapito dei coltivatori.

La nostra principale preoccupazione è esortare la Commissione e gli Stati membri a riesaminare la situazione e adottare misure appropriate per consentire agli agricoltori di aggiungere valore nella filiera alimentare. La relazione contiene però anche alcune richieste molto specifiche. Ho il tempo soltanto di menzionarne alcune, come l’appello del paragrafo 30 affinché si stabilisca un termine di pagamento specifico. Non è accettabile che i coltivatori, le piccole aziende agricole e le cooperative assicurino finanziamenti a breve termine alle grandi società. Questo è compito delle banche, non delle cooperative agricole.

I compensi per l’inclusione nel listino, come vengono detti, devono anch’essi essere analizzati, signor Commissario. Abbiamo bisogno di una regolamentazione uniforme in merito in Europa se vogliamo garantire la concorrenza. Se vogliamo assicurare l’approvvigionamento alimentare di 500 milioni di cittadini nell’Unione, dobbiamo avere una concorrenza leale per i nostri coltivatori comunitari, come afferma la relazione.

Vorrei citare ancora un aspetto, ossia che alcuni membri del mio gruppo hanno chiesto la votazione separata per alcuni paragrafi. Come democratici dobbiamo accettarlo, ma presumo che la stragrande maggioranza del mio gruppo voterà a favore della maggior parte dei paragrafi in maniera da poter creare condizioni di equità per i nostri coltivatori.

 
  
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  Stéphane Le Foll (S&D).(FR) Signora Presidente, anch’io vorrei esprimere apprezzamento per il lavoro svolto dal relatore, onorevole Bové, l’intervento del Commissario e l’intervento dell’onorevole Dess, che ha parlato prima di me sugli obiettivi della relazione.

Ritengo importante ricordare che, nell’odierna discussione, dobbiamo risolvere un problema legato alla volatilità dei prezzi agricoli e, soprattutto al fatto che quando i prezzi aumentano, l’incremento si trasferisce molto rapidamente sul settore della distribuzione, ma quando scendono a livello di produzione, non vi è alcun effetto a cascata per i consumatori.

Sussiste dunque un problema evidente legato al modo in cui è organizzata la filiera, al modo in cui il cosiddetto valore aggiunto è distribuito al suo interno. Credo che la relazione Bové offra spunti in vari ambiti che dobbiamo sviluppare, e mi rivolgo espressamente alla Commissione, per cercare di affrancarci da questa spirale fondamentalmente negativa.

Il primo ovviamente riguarda la riorganizzazione della catena e l’equilibrio di potere al suo interno. Quali proposte stiamo formulando per garantire che i produttori che lavorano insieme e sono organizzati abbiano un peso maggiore nella filiera per poter negoziare? Questa è la domanda da lei posta, signor Commissario, rispetto alle interprofessioni, ma è anche una domanda che si correla alla base contrattuale che dovrà essere stabilita. Chiedo che tale base contrattuale sia iscritta in un quadro europeo, elemento sottolineato nella relazione. Non possiamo lasciare che ciascun paese risolva il problema. Serve un quadro europeo, certo flessibile, ma presente. Per me questa proposta e questo approccio sono indissolubilmente legati.

In secondo luogo, ovviamente, vi è il problema della trasparenza dei prezzi. In questo caso, sono favorevole alla creazione di un osservatorio che dobbiamo assolutamente istituire affinché i consumatori possano essere tenuti informati sull’andamento dei prezzi.

Questi sono gli aspetti che volevo sottolineare. Appoggio le proposte formulate e spero, come ha detto l’onorevole Dess, che le proposte del relatore siano sostenute dalla maggioranza.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WIELAND
Vicepresidente

 
  
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  Marit Paulsen (ALDE).(SV) Signor Presidente, la mia prima risposta all’onorevole Bové è che sono capace di dire “no” se un lobbysta tenta di influenzarmi, ma non ne ho ancora visti.

Se vogliamo che le nostre comunità rurali sopravvivano, se vogliamo garantire un approvvigionamento alimentare adeguato in Europa, se vogliamo gestire il nostro patrimonio culturale, garantire la salvaguardia degli animali e rispondere alla nostra domanda di cibo e coltivatori, gli agricoltori devono essere meglio pagati per i loro prodotti.

Non vi è dubbio quanto al fatto che il principale problema della situazione attuale e della nostra futura politica agricola consiste nel fatto che i coltivatori sono pagati poco per i loro prodotti. Penso che sia nostra responsabilità sociale pagare, attraverso le imposte, ciò che in generale i coltivatori producono per il bene collettivo, tra l’altro nel nome del nostro patrimonio culturale. Ci occorre una maggiore apertura e trasparenza, elemento sul quale tutti concordiamo, e dobbiamo migliorare la situazione competitiva delle grandi industrie. In primo luogo, l’industria delle materie prime, a monte degli agricoltori, che è l’attività principale al mondo, con la maggior parte delle imprese completamente globalizzate, e le principali filiere alimentari. Dobbiamo guardare alla concorrenza e creare trasparenza.

 
  
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  Janusz Wojciechowski (ECR). (PL) Signor Presidente, mi complimento con l’onorevole Bové e l’eccellente lavoro svolto. La relazione sviluppa brillantemente le idee che il Parlamento europeo ha espresso già nel 2008 in una dichiarazione scritta adottata all’epoca. Sono stato orgoglioso di essere uno dei suoi autori. Per la prima volta, abbiamo assunto una posizione ferma nei confronti dell’abuso da parte delle grandi reti commerciali della loro posizione monopolistica nei confronti di coltivatori e fornitori. L’odierno documento sviluppa tali idee.

Onorevoli colleghi, oggi, in Polonia, celebriamo la fine del raccolto, celebrazione che si chiama dożynki, e condividiamo il pane fatto con il nuovo raccolto. Ebbene questo pane condiviso genera sempre meno reddito per l’agricoltore, inferiore al 10 per cento, mentre non molto tempo fa era ancora pari al 25 per cento. Questa è la situazione in Polonia e nell’intera Europa.

Gli agricoltori sono l’anello più debole del mercato. I colleghi che hanno parlato della necessità di un maggiore coinvolgimento del mercato sembrano dimenticare che il mercato non risolverà i problemi della sicurezza, che si tratti di sicurezza energetica o, come nella fattispecie, sicurezza alimentare. Per il resto, è un bene che il mercato sia libero, ma non che sia selvaggio. Eppure questo mercato che coinvolge la produzione agricola è spesso molto selvaggio: forti reti commerciali e grandi società dettano condizioni ai coltivatori più deboli, anche quelli organizzati che comunque restano deboli. La situazione deve cambiare. Credo fermamente che l’odierna relazione questa volta non rimarrà soltanto un pezzo di carta. A livello europeo agiremo. Abbiamo un mercato comune nell’Unione europea e il diritto comunitario dovrebbe regolamentarne il funzionamento.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL).(PT) Signor Presidente, anziché semplicemente additare i problemi, che in questo caso sono fin troppo evidenti, è necessario ricercarne le cause e identificarne soluzioni efficaci, eque e durature.

Benché, come riconosce il relatore, la comunicazione della Commissione non risponda compiutamente a quanto occorre in tale ambito, la verità è che la stessa relazione non è all’altezza. Servono misure concrete per porre fine alla manipolazione dei prezzi degli alimenti e alla cartellizzazione da parte dei settori intermedi della catena di fornitura, come i grandi distributori favoriti dalla liberalizzazione dei mercati agricoli.

Si deve nuovamente sposare l’idea di garantire prezzi equi minimi al fine di assicurare un reddito adeguato agli agricoltori che consenta loro di sostentarsi in un settore strategicamente importante, contrastando l’abbandono della produzione e l’aumento della dipendenza alimentare in una serie di paesi e regioni, come il Portogallo. La fissazione di margini di commercializzazione massimi rispetto ai prezzi corrisposti ai produttori va presa in esame, non da ultimo per i supermercati, per garantire l’equa distribuzione del valore aggiunto nell’intera filiera alimentare.

Servono misure e politiche, specialmente di bilancio, che rinvigoriscano e sostengano il funzionamento e l’ammodernamento dei mercati locali e regionali. La sicurezza dell’approvvigionamento alimentare, la preservazione degli ecosistemi e il rafforzamento del tessuto economico e sociale del settore primario rendono anch’essi necessaria l’organizzazione del commercio internazionale in modo tale che i produttori e i loro prodotti siano complementari anziché concorrenziali. È necessario rimettere in discussione e spezzare un sistema che tratta il cibo come se fosse un qualunque altro prodotto e consente che sia oggetto di speculazioni; ciò porta a situazioni esplosive dal punto di vista della dipendenza alimentare e della volatilità dei prezzi, come è già avvenuto.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI).(DE) Signor Presidente, come tutti sappiamo, i prezzi dei prodotti alimentari sono continuamente aumentati negli ultimi tempi e pare che il prezzo del grano stia per subire un’impennata a causa dei capricci delle condizioni meteorologiche e della speculazione agricola. Eppure i prezzi nei negozi non hanno alcun rapporto con quanto percepiscono i coltivatori per il loro duro lavoro. Inoltre, i produttori comunitari possono scarsamente competere a livello di prezzi sul mercato mondiale perché i nostri standard sociali e ambientali, come quelli in materia di qualità e salvaguardia degli animali sono elevatissimi, proprio quegli standard che non siano in grado o non vogliamo controllare quando importiamo cibo.

Se vogliamo porre fine al conseguente rapido calo della popolazione agricola, soprattutto piccoli coltivatori, e non perdere le ultime vestigia dell’autosufficienza, ovviamente dobbiamo sostenere i nostri agricoltori. Se non vogliamo che le nostre aree rurali proseguano sulla via del declino e il numero dei coltivatori continui a calare, è giunto il momento di sospendere il versamento delle sovvenzioni agricole alle grandi aziende agricole, erogando invece i fondi a quanti ne hanno realmente bisogno per sopravvivere, ossia i piccoli agricoltori. Se ciò non dovesse essere possibile in un’Unione europea centralizzata, per quanto mi riguarda l’unico approccio possibile consiste nella rinazionalizzazione delle sovvenzioni agricole.

 
  
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  Michel Dantin (PPE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli, la relazione affidata al collega Bové affronta quello che oggi è un problema fondamentale per la nostra società, dai consumatori ai produttori.

Le cifre della Commissione parlano chiaro, signor Commissario: 20 anni fa i produttori di latte percepivano il 31 per cento del volume d’affari della filiera, che allora corrispondeva a poco più di 450 milioni di euro. Oggi percepiscono soltanto il 24 per cento del volume d’affari, poco meno di 550 milioni di euro. Esistono altri esempi che riguardano frutta, carne e così via

Oggi, pertanto, chiarire la definizione dei prezzi è un prerequisito per riformare la politica agricola comune (PAC) perché, se non dovessimo farlo, in futuro la PAC sarà come un pozzo senza fondo per il pubblico e gli stessi coltivatori. Oggi gli utili della PAC sono assorbiti, ma da chi o da cosa? Onorevoli colleghi, è nostro dovere capire che cosa sta succedendo.

Contrariamente a quello che sento dire in alcuni ambienti, i produttori adesso non sono meno organizzati di quanto lo fossero 20 o 30 anni fa. Sono però aumentate le parti in causa e il numero di produttori è diminuito addirittura più rapidamente di quello dei coltivatori. Inoltre, la catena è diventata più lunga. La situazione ci impone di adeguare il diritto in materia di concorrenza e integrare gli strumenti di gestione della crisi di mercato, che non paiono più adatti alla nuova architettura delle catene che legano i produttori ai consumatori. Da ultimo, vi è la questione specifica dei prodotti di qualità, in particolare per quanto concerne le imitazioni importate.

Abbiamo bisogno di chiarezza. Signor Commissario, i suoi servizi stanno esaminando il funzionamento dell’osservatorio dei prezzi e dei margini francese. Vi sono opportunità di miglioramento, ma l’osservatorio già detiene un patrimonio di informazioni sulla fissazione dei prezzi a livello di consumatori e le nicchie in cui i margini sono nascosti. Vorrei inoltre elogiare il lavoro svolto dalla nostra relatrice ombra, onorevole Köstinger.

Oggi sono stati sferrati attacchi da più parti. Uno dei meriti del nostro Parlamento è che rispettiamo i diversi punti di vista. Ciò vale anche per quanto concerne il gruppo PPE. Chiunque resta libero di votare come desidera. Da parte mia, non scenderò a compromessi per il mio voto in commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.

 
  
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  Iratxe García Pérez (S&D). (ES) Signor Presidente, signor Commissario, i problemi della filiera alimentare sono stati al centro dell’attenzione pubblica negli ultimi anni.

Come abbiamo fatto nella relazione Batzeli, chiediamo alla Commissione di distribuire il valore aggiunto con equità e sostenibilità in tutta la catena, obiettivo che può essere conseguito attraverso un equilibrio di potere proporzionato tra le parti interessate, inesistente o semplicemente fallace, a discapito dei redditi dei produttori primari. La situazione varia da un settore all’altro: in alcuni casi si tratta della trasformazione, in altri della distribuzione di massa, ma in tutti i casi sono i produttori a soffrire di più a causa della mancanza di potere negoziale.

La relazione Bové identifica gli aspetti sui quali dobbiamo continuare a lavorare, perché questo è un problema che esige un’azione comune su diversi fronti, compreso il diritto di concorrenza. Le cooperative e i gruppi di produttori agricoli hanno bisogno di espandersi e consolidarsi e occorre una maggiore integrazione tra i diversi anelli della catena alimentare, sia a livello europeo sia a livello nazionale, attraverso le organizzazioni interprofessionali.

Vorrei manifestare il mio sostegno alla relazione e al compromesso raggiunto all’atto della votazione in commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, che deve essere rispettato in questa plenaria.

 
  
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  Britta Reimers (ALDE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, la distribuzione degli utili all’interno della filiera alimentare è diventata squilibrata e va generalmente a discapito dei coltivatori. Questa è la conclusione corretta che si trae nella relazione.

Purtroppo, il relatore si è concentrato sui vecchi strumenti della politica agricola ritenendo che i redditi degli agricoltori possano essere migliorati regolamentando la fornitura nell’ottica dell’economia pianificata. L’esperienza ci insegna che le economie pianificate vanno di pari passo con una maggiore burocrazia, ma i nostri coltivatori vogliono produrre, non vogliono altra carta. Misure non basate sui principi fondamentali di un’economia di mercato sociale in passato hanno fallito. Negli ultimi decenni, un’economia pianificata non ha funzionato nel settore agricolo.

Viceversa, un’economia di mercato sociale offre ai coltivatori l’opportunità di gestire un’attività con successo. Se vogliamo migliorare la situazione degli agricoltori, dobbiamo garantire che a lungo termine il settore agricolo europeo sia competitivo. A tal fine, è fondamentale migliorare la posizione negoziale dei coltivatori nei confronti degli altri attori della filiera alimentare, obiettivo che può essere conseguito con un mercato equo e trasparente che sia anche in grado di restare sul mercato globale. Al momento dubito di poter votare a favore della relazione.

 
  
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  Richard Ashworth (ECR).(EN) Signor Presidente, abbiamo una disfunzione nella catena dei prezzi di mercato. Lo squilibrio di potere tra gli operatori della catena ha fatto sì troppo spesso che il versante dell’offerta non ottenesse un giusto ritorno per i propri prodotti, per cui, pur concordando con gli ampi obiettivi descritti nella relazione e sostenendoli, non posso dichiararmi favorevole alle proposte e alle soluzioni suggerite dal relatore.

Più regolamentazione, poteri normativi e intervento sul mercato non rappresentano la soluzione né rispecchiano gli interessi di tutte le parti in causa e, in particolare, i 500 milioni di consumatori.

Apprezzo una maggiore trasparenza nel comparto, reputandola necessaria, e penso in tal senso che codici di buone prassi e la nomina di mediatori possano risultare utili, ma esorto il Commissario presente ad accostarsi al problema in maniera morbida.

Sostenere in ogni modo le iniziative volontarie, incoraggiare in tutte le maniere il lato dell’offerta a organizzarsi in cooperative per assicurarsi una migliore presenza sul mercato e in ogni modo aiutarlo a promuovere e commercializzare i propri prodotti, soprattutto incoraggiando tutti gli operatori sul mercato a sottoscrivere accordi contrattuali maturi: personalmente sostengo tutto questo e direi che si tratta di proposte realistiche che la Commissione può avanzare.

Alla fine, però, il mio messaggio è che si interferisce con il funzionamento del mercato libero a proprio rischio.

 
  
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  Elie Hoarau (GUE/NGL).(FR) Signor Presidente, la relazione dell’onorevole Bové descrive a grandi linee gli ostacoli con i quali gli agricoltori devono confrontarsi nel loro ruolo primario, ossia nutrire il mondo, guadagnando nel contempo un reddito equo e dignitoso per se stessi, le loro mogli e i loro figli, non soltanto durante la vita lavorativa, ma anche dopo il pensionamento.

La crisi alimentare globale dimostra che i settori agricolo e agroindustriale stanno funzionando in maniera inadeguata. I fatti sono eloquenti: a causa della speculazione, i produttori percepiscono sempre meno denaro e i consumatori ne pagano di più per i loro prodotti.

Inoltre, i nostri coltivatori sono soggetti a rigidi standard, mentre gli accordi di libero scambio consentono l’ingresso in Europa di prodotti agricoli che decisamente non rispettano standard analoghi.

Pertanto, se le attuali regole del mercato imposte dall’OMC non consentono agli agricoltori di percepire un reddito dignitoso né alle popolazioni del mondo di mangiare in maniera sana, queste regole devono essere riformate perché non rispettano più…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE).(PT) Signor Presidente, l’odierna relazione pone l’accento su un problema che riveste un’importanza notevole in campo agricolo e richiede un intervento coordinato a livello europeo visto che dal 1996 a oggi il prezzo medio dei prodotti alimentari è aumentato del 3,3 per cento all’anno, mentre il costo dei prodotti agricoli è aumentato del 3,6 per cento e i prezzi corrisposti ai coltivatori sono aumentati soltanto del 2,1 per cento. Siamo dunque di fronte a una situazione di gravi squilibri a livello di potere contrattuale nella catena di distribuzione alimentare, che vanno rettificati urgentemente.

Secondo gli obiettivi stabiliti dalla politica agricola comune, gli agricoltori e il settore agroalimentare osservano standard qualitativi molto rigorosi e mantengono prezzi accessibili per i consumatori quando producono cibo. Nondimeno, un ridottissimo numero di potenti dettaglianti impone i propri prezzi a 13,4 milioni di agricoltori e 310 000 aziende agroindustriali nell’Unione europea, pressoché senza negoziare.

In tale contesto, sono favorevole all’idea di chiedere alla Commissione europea di presentare proposte legislative per risolvere il problema, tra cui modifiche delle norme europee in materia di concorrenza, andando oltre le semplici raccomandazioni e strategie elaborate dal gruppo di alto livello sulla filiera alimentare, organizzare una vasta campagna di informazione per i coltivatori in Europa in merito ai loro diritti, vietare le pratiche abusive subite soprattutto dal settore dei prodotti altamente deperibili come frutta e verdura, nonché promuovere il sostegno alle organizzazioni di agricoltori in maniera che si crei una maggiore massa critica e siano meglio in grado di negoziare.

Sarebbe utile equiparare le organizzazioni di agricoltori e alle cooperative alle piccole e medie imprese in maniera che possano usufruire di esenzioni speciali.

Riconosciamo che l’equilibrio tra il pieno rispetto delle norme della libera concorrenza in un’economia di mercato da noi richiesto e l’intervento che la Commissione europea vorrebbe si attuasse urgentemente non è sempre stato semplice, ma riteniamo che in linea generale sia stato raggiunto, ragion per cui apprezziamo la relazione e la approviamo.

 
  
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  Csaba Sándor Tabajdi (S&D).(HU) Signor Presidente, ci troviamo di fronte a un problema europeo rimasto irrisolto per diversi decenni. Mio padre era un rivenditore di frutta e verdura e ricordo che 40 anni fa, quando ero piccolo, vedeva le divergenze tra i prezzi corrisposti ai coltivatori e quelli imputati ai consumatori di Budapest. Pertanto, il problema esisteva già all’epoca, anche nell’ambito della pianificazione economica centralizzata. Concordo con quasi tutte le raccomandazioni formulate dal relatore, compresa l’estensione del sistema di monitoraggio dei prezzi agli Stati membri e all’Unione europea e l’introduzione della figura del mediatore. Ritengo che la pratica francese dei contratti obbligatori rappresenti un valido esempio. Spero che per quel che riguarda il futuro della politica agricola comune, il Commissario Cioloş sostenga sia questo sia la disposizione che prevede un maggiore sostegno alle organizzazioni di produttori. I coltivatori hanno i propri compiti e obblighi e bisogna accettare il fatto che non hanno alcuna possibilità di sopravvivenza senza costituire organizzazioni. Ciò è particolarmente importante nei nuovi Stati membri, perché le organizzazioni non sono un’invenzione satanica…

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Esther de Lange (PPE).(NL) Signor Presidente, quello che abbiamo sentito dire oggi in questa sede in merito al funzionamento della filiera alimentare fa venir voglia di piangere. Permettetemi pertanto di citare soltanto un esempio, quello delle cipolle, che penso riassumano perfettamente gli elementi fondamentali di questa discussione. Sull’attuale mercato, un agricoltore percepisce 10 centesimi di euro per un chilo netto, mentre lo stesso chilo netto viene venduto a 1 euro nei negozi. Tra l’azienda agricola e la vendita in supermercato, i margini e il potere sono distribuiti in maniera disomogenea. Per questo il Parlamento ha chiesto che si indagasse sulla distribuzione dei margini già nel 2008. È deplorevole, per inciso, che la Commissione si sia rifiutata di condurre tale studio. Tuttavia, ora si ventila l’idea di istituire al suo posto un osservatorio dei prezzi e il Parlamento dovrebbe verificare che sia realmente costituito e perfettamente funzionante.

La relazione del collega Bové è un testo valido perché realmente centra il nocciolo della questione. È possibile che il relatore sia stato eccessivamente entusiasta su alcuni punti; nondimeno, gli elementi fondamentali della relazione meritano domani il nostro ampio sostegno. Mi rivolgo in particolare alle parti che domani minacciano di votare a sfavore. Sanno per esempio, e penso specificamente ai liberali e ai conservatori, quanto costa a un agricoltore produrre un chilo di queste mele? Costa dai 30 ai 35 centesimi di euro, mentre lo stesso agricoltore percepisce dai 20 ai 25 sempre per un chilo. Ciò significa che di fatto deve vendere le mele in perdita, mentre il consumatore paga 1,25 euro. Lo ribadisco, mi rivolgo a quanti domani intendono votare contro la relazione, a quella sezione del gruppo ALDE, per esempio, che si fa sempre avanti quando si tratta di imporre ulteriori requisiti ambientali e in materia di biodiversità e chiede meno pesticidi. Sebbene tali requisiti possano essere legittimi, non ci si può aspettare che il produttore effettui gli investimenti senza che gli venga garantito un reddito stabile e ragionevole. Coloro che vogliono votare contro la relazione domani distruggeranno qualunque credibilità che diversamente avrebbero potuto avere la prossima volta che cercheranno di promuovere detti requisiti. Spero che lo ricordino domani quando premeranno il pulsante “no”.

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D).(PT) Signor Presidente, la relazione di iniziativa che oggi discutiamo di cui è responsabile l’onorevole Bové, con il quale mi complimento per il modo in cui ha intrapreso il lavoro e il valido risultato finale conseguito, e per cui ho avuto il privilegio di essere relatore ombra e negoziare i 17 impegni ottenuti, è assolutamente fondamentale in un momento in cui le politiche agricole sono sempre più orientate al mercato, i coltivatori europei devono confrontarsi con livelli di reddito bassissimi e milioni di consumatori si ritrovano con la necessità pressante di mantenere il cibo a prezzi accessibili a causa della crisi che ci ha colpiti tutti.

I redditi degli agricoltori dipenderanno sempre più dai valori generati sui mercati e il prezzo degli alimenti dal buon funzionamento di tali mercati; ciò significa che assicurare un migliore funzionamento della filiera alimentare è assolutamente necessario per una riputazione più equa del valore generato dai produttori agricoli ai consumatori finali, garantendo redditi equi ai primi e prezzi appropriati ai secondi.

Affinché ciò accada, i rapporti stabiliti nell’intera filiera alimentare devono essere riequilibrati e resi trasparenti, assicurando l’esistenza di un quadro di migliori prassi eque e concorrenziali.

Chiediamo dunque alla Commissione di portare avanti le proposte, che godono dell’ampio sostegno della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE).(DE) Signor Presidente, l’onorevole Langen mi ha concesso un altro minuto perché non sarà personalmente presente. Vorrei in primo luogo scusarmi con il relatore e i colleghi per essere appena arrivato alla discussione; tuttavia, come sapete, l’Ufficio del Parlamento si riunisce alla stessa ora e sta attualmente discutendo cosa fare in merito all’abbozzo di proposta della Conferenza dei presidenti sulla partecipazione dei parlamentari domani all’allocuzione del Presidente della Commissione Barroso sullo stato dell’Unione. Spero che la proposta venga accantonata.

In merito alla relazione Bové, vorrei dire che è stato un bene che nella comunicazione su cui la relazione si è basata la Commissione europea ci abbia chiesto di migliorare il modo in cui funziona la filiera alimentare europea. Lo scopo deve naturalmente essere quello di garantire al settore agricolo una quota più equa del valore aggiunto della filiera. Purtroppo, attualmente in alcune aree non è così.

Sostengo anche la preparazione di un elenco delle cause che aggravano tale situazione, come l’abuso di potere, i ritardi nei pagamenti, l’accesso limitato ai mercati e molti altri fattori. Se la diagnosi è giusta, deve esserlo anche la terapia. Ahimè, la votazione in sede di commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale non è riuscita a eliminare dalla relazione Bové tutte le incongruenze al riguardo.

Viviamo pur sempre nell’Unione europea, non in un’Unione sovietica, né vogliamo crearla in tale ambito. Come tutti sappiamo, il sistema sovietico non è stato in grado di nutrire adeguatamente la sua popolazione e non ha consentito agli agricoltori di svolgere liberamente la propria attività. Respingo pertanto tutte le terapie prescritte dall’onorevole Bové che sono incompatibili con il nostro sistema di un’economia di mercato sociale, che può non essere perfetta, ma è sicuramente superiore. Per fortuna, in Europa non dobbiamo avere a che fare con lo spettro delle cospirazioni imperialiste.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. – Onorevole Lulling, la generosità dell’onorevole Langen è fuori discussione, ma in questo caso lei sta esagerando. L’onorevole Langen non poteva concederle un minuto perché non disponeva di un minuto da concederle.

 
  
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  Spyros Danellis (S&D) . – (EL) Signor Presidente, signor Commissario, se vogliamo che i coltivatori abbiano redditi equi, nelle attuali circostanze tre condizioni devono essere soddisfatte: in primo luogo, è necessario creare stabilità per permettere ai produttori di formulare piani e investimenti a lungo termine; in secondo luogo, occorre che si rispecchino il valore e il costo di produzione, stabilito dal libero mercato delle materie prime e dei prodotti agricoli, evitando fattori distorcenti esogeni che creano instabilità e rapporti distorti tra i prezzi; in terzo luogo, è indispensabile che sia rispecchiato il reale contributo del valore dei prodotti agricoli al prezzo pagato dai consumatori.

Per soddisfare tali condizioni, ci occorre una percezione diversa dell’agricoltura e della politica comune; abbiamo bisogno di pianificare interventi drastici da parte dell’Unione europea che integrino la PAC. Questo è lo scopo della relazione Bové, che assume un approccio integrato alla questione con proposte in tema di trasparenza, concorrenza e azione per combattere l’abuso di potere quando si perfezionano i contratti, eliminare la speculazione e stabilire condizioni che salvaguardino una produzione sostenibile nell’attuale situazione.

 
  
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  Christa Klaß (PPE). (DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, il poco che ci concediamo da mangiare deve essere sano e buono. Disponiamo di molte normative per garantire che il settore agricolo rispetti i nostri standard elevati. I coltivatori europei producono e forniscono alimenti di qualità eccellente. Tuttavia, la qualità ha un prezzo. Un reddito equo per gli agricoltori è stato sancito dai trattati costitutivi dell’Unione europea e resta ancora oggi uno dei principali obiettivi della politica agricola comune. Nondimeno, i coltivatori si vedono costretti a vendere a prezzi bassissimi, spesso sottocosto. Ciò è scandaloso, e per questo vogliamo cambiare la situazione.

Con la relazione Bové, però, corriamo il rischio di arrecare grave danno a quanto conseguito dall’economia di mercato sociale. Non vi è futuro per i mercati regolamentati. Ce lo insegna il passato. Pertanto, qual è la soluzione ideale? Non è possibile che gli operatori debbano segnalare sistematicamente la loro quota di mercato e le loro vendite. Ciò crea soltanto burocrazia e non cambia nulla. Ci occorre un controllo migliore e più rigoroso dei regolamenti esistenti per agire contro qualunque abuso della posizione di mercato. È indispensabile che gli operatori siano nostri partner, per cui non ci possiamo permettere di limitarli in modi che rendono più difficile la loro attività.

La relazione Bové è un’iniziativa piena di buone intenzioni, ma vari suoi passaggi sostanziali devono essere ridimensionati e resi praticabili. Ciò ci consentirà di avvicinarci al nostro obiettivo comune: cibo sano, sempre disponibile, in maniera che chiunque possa essere soddisfatto, e a prezzi ragionevoli che chiunque possa permettersi. Ciò significa anche rafforzare la posizione degli agricoltori, delle organizzazioni di produttori e delle associazioni industriali. Gli agricoltori saranno in una posizione negoziale migliore sui mercati se uniscono le forze per formulare offerte appropriate. Gli stessi coltivatori devono rendersi conto che otterranno di più agendo insieme. Operatori e gruppi di produttori devono per questo andarsi incontro, creando in tal modo una situazione comunque vincente.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D).(RO) Signor Presidente, un problema specifico con il quale gli agricoltori devono confrontarsi riguarda la distribuzione impari degli utili nell’intera filiera alimentare, che incide sulla possibilità dei coltivatori di percepire redditi adeguati.

Esistono moltissime aziende agricole di semisussistenza che producono prevalentemente per il proprio consumo, oltre a quantitativi estremamente ridotti per il mercato. La mancanza di efficienza, la percentuale elevata di consumo personale dei prodotti di tali aziende e lo stato di lavoratori autonomi di coloro che operano nel settore agricolo sono le caratteristiche salienti di questo tipo di agricoltura. In tali circostanze, vi sono aziende agricole che non saranno in grado di usufruire effettivamente del sostegno fornito dalla politica agricola comune.

Ricordando che l’agricoltura è uno dei settori che è stato più colpito dalla crisi economica, la Commissione europea deve prevedere e garantire misure volte a incoraggiare gli agricoltori a ottenere una produzione etica e sostenibile, nonché compensare gli investimenti effettuati. Ciò creerebbe un equilibro, contribuendo in tal modo al miglioramento del funzionamento della filiera alimentare europea.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE). – Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, la relazione adottata in seno alla commissione per l'agricoltura e lo sviluppo rurale, lo scorso 28 giugno, sui redditi equi per gli agricoltori è un passo importante per promuovere un migliore funzionamento della filiera agroalimentare in Europa.

Questa relazione costituisce quindi un passaggio importante, vista la grave crisi che interessa da tempo diversi comparti del settore agricolo e che vede attualmente a rischio migliaia di imprese.

È necessario quindi intervenire tempestivamente, e la relazione indica alcune azioni da implementare, volte a garantire la trasparenza dei prezzi, la concorrenza leale sui mercati, ma anche interventi forti per eliminare gli abusi di potere nella fase di acquisto e di contrattazione e la speculazione globale sulle materie prime.

Credo sia necessario non solo riorganizzare la filiera, ponendovi al centro il produttore agricolo al quale va riconosciuto un ruolo adeguato in connessione con l'innovazione delle nuove forme di mercato dei prodotti agricoli, ma serve anche razionalizzare la filiera alimentare, al fine di ridurre l'impatto ambientale dei trasporti alimentari e di promuovere la conoscenza e la commercializzazione dei prodotti a elevata valenza territoriale.

Personalmente condivido pienamente quanto approvato dalla commissione per l'agricoltura e lo sviluppo rurale del Parlamento europeo e anche in termini di voto mi adeguerò, così come hanno già preannunciato alcuni colleghi, a quanto la commissione ha votato.

Mi permetto però di sottolineare due temi che, tra gli altri, la relazione evidenzia. Il primo è quello relativo alla revisione delle norme sulla concorrenza a vantaggio dei produttori che realizzano prodotti a forte valenza territoriale.

Il secondo è un invito alla Commissione a proporre strumenti di sostegno e di promozione delle filiere alimentari gestite dagli agricoltori, al fine di ridurre le intermediazioni e avvantaggiare il produttore nella commercializzazione dei suoi prodotti.

 
  
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  Philippe Juvin (PPE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, filosoficamente parlando sono un liberale. Quando si tratta di economia, ritengo che il mercato e la concorrenza siano un bene.

Tuttavia, a quanti in quest’Aula ritengono che all’agricoltura si possano applicare le stesse vecchie regole di mercato dico: riuscite a pensare a qualunque altro settore importante per l’economia quanto l’agricoltura che abbia prezzi tanto imprevedibili e potenzialmente variabili?

Si dice che alcuni coltivatori europei hanno visto il loro reddito dimezzarsi. Chi di noi accetterebbe un dimezzamento del proprio reddito? Chi può affermare che questa è una situazione dignitosa ed equa? Inoltre, questi prezzi, ora folli, incidono su tutti. Impediscono agli agricoltori di beneficiare degli aumenti e impediscono ai consumatori di beneficiare dei cali.

Pertanto, sì, il problema vero è quello della trasparenza dei prezzi, quello del valore aggiunto del lavoro. Per come la vedo io, signor Presidente, l’agricoltura non è nostalgia di un tempo passato. L’agricoltura è garanzia del futuro. È garanzia per l’Europa di un approvvigionamento regolare e certo per i suoi 500 milioni di abitanti.

Chi di noi conosce un solo grande paese nel corso della storia che non si sia preoccupato del suo approvvigionamento alimentare? Onorevoli colleghi, dobbiamo fare per l’agricoltura ciò che è stato fatto per il settore finanziario. Dobbiamo salvarla rendendola trasparente e garantendo che i suoi costi siano chiari. L’Europa ha bisogno dei suoi coltivatori, onorevoli colleghi. Vorrei confermare all’onorevole Bové che può contare sul mio voto e sono certo anche su quello di molti membri del gruppo PPE.

 
  
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  Peter Jahr (PPE).(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, per me l’aspetto più importante di questa relazione di iniziativa è il segnale politico che trasmette. È un segnale alla catena del valore che anche i coltivatori, in particolare, hanno diritto a una remunerazione appropriata per il loro lavoro. La situazione attuale è insostenibile. Quando vediamo gli alimenti venduti o svenduti a prezzi spropositatamente bassi e gli agricoltori che non sono pagati per i loro prodotti fino a tre mesi dopo la consegna, ci accorgiamo che è una situazione che non ha alcun rapporto con la concorrenza leale e l’equità degli scambi.

Se la concorrenza non funziona, deve intervenire la politica. Le strutture di mercato non possono essere affidate alla sorte. Spetta ai politici garantire che gli squilibri sul mercato siano rettificati. Occorrono numerose misure se vogliamo migliorare la situazione a lungo termine, tra cui trasparenza nella fissazione dei prezzi, rafforzamento dei gruppi di produttori, eliminazione delle pratiche commerciali inique e introduzione di termini di pagamento garantiti. La gamma di misure possibili a nostra disposizione è ampia. Sfruttiamola.

La relazione di iniziativa rappresenta un passo importante nella giusta direzione, ragion per cui voterò a favore.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE).(FR) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, in primo luogo, vorrei elogiare il lavoro della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale e, dunque, l’onorevole Bové.

La volatilità dei prezzi degli alimenti e dei beni di consumo sta causando gravi problemi ai nostri coltivatori. Nel 2009, il loro reddito medio è sceso di più del 12 per cento nell’Unione europea, con picchi che hanno portato alcuni redditi a dimezzarsi. I nostri agricoltori da un lato devono poter generare un reddito equo con il loro lavoro e dall’altro devono poter produrre alimenti che rispondano agli standard qualitativi rigorosi a prezzi accessibili per i consumatori.

Le nostre tre sfide sono pertanto garantire che i coltivatori abbiano volumi e prezzi equi in maniera da poter realizzare una produzione stabile, sicura e, soprattutto, redditizia avendo un’idea del loro futuro reddito; migliorare l’equilibro della filiera alimentare e la trasparenza dei prezzi nell’interesse dei consumatori; assicurare che la politica vada infine a beneficio di agricoltori e consumatori e non altri anelli della catena, che al momento la rendono più complessa.

Grazie al lavoro svolto in sede di commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, la relazione Bové è equilibrata e propone alcune soluzioni alle sfide appena identificate. A mio parere, è necessario attuare una nuova forma di regolamentazione del mercato basata, in particolare, su una migliore integrazione delle varie componenti della filiera.

Rafforzare le organizzazioni di produttori, offrire contratti standard in alcuni settori e incoraggiare le iniziative di autoregolamentazione: queste sono a mio giudizio le vie valide da percorrere. È inoltre essenziale promuovere prodotti di qualità e una produzione sostenibile; a tal fine, ci occorre un sistema europeo credibile, nonché etichette e simboli di qualità. Il mercato agricolo ha bisogno di essere regolamentato, ma in maniera proporzionata e intelligente.

 
  
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  Krisztina Morvai (NI).(HU) Signor Presidente, appoggio pienamente l’eccellente relazione dell’onorevole Bové in cui si chiede che gli agricoltori possano finalmente contare su redditi equi e ragionevoli. Abbiamo visto ciò che accade quando la questione del reddito degli agricoltori viene lasciata alla decisione esclusiva del cosiddetto mercato libero. Ora siamo giunti a un punto in cui un’azienda agricola fallisce nel lasso di tempo che occorre a qualunque mio collega per esporre il proprio intervento. A seguito dell’attuale approccio, un’azienda agricola fallisce ogni tre o quattro minuti, con le implicazioni catastrofiche a livello sociale, umano e ambientale che ne conseguono.

Invito quanti vogliono continuare a lasciare che i redditi degli agricoltori siano decisi soltanto dal libero mercato a considerare tale aspetto e riconoscere che abbiamo bisogno di una regolamentazione. Vorrei sottolineare tre ambiti. Uno è quello della regolamentazione del rapporto tra le quote delle reti al dettaglio, regolamentazione indispensabile. Nessuna dovrebbe crescere a discapito di altre e vi dovrebbero essere opportunità di mercato per le piccole reti di negozi, gli smerci delle cooperative e il commercio dei coltivatori. È necessario garantire prezzi di acquisto minimi. Anche la catena di supermercati maggiormente orientata all’utile dovrebbe essere tenuta a corrispondere ai coltivatori il prezzo di acquisto minimo. Le organizzazioni di agricoltori dovrebbero beneficiare di un forte sostegno. Si dovrebbero inoltre dotare di capitale i fondi di accesso al mercato, e intendo comunitari; le catene di negozi che propongono sul mercato alimenti prodotti localmente, i cibi più sani, freschi, locali, dovrebbero essere sostenute.

 
  
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  Mairead McGuinness (PPE). - (EN) Signor Presidente, vorrei ringraziare il relatore per il suo documento. Di solito le relazioni di iniziativa sono in un certo qual senso pilotate e non abbiamo la possibilità di discutere l’argomento, per cui immagino che sia positivo poter tenere una discussione su un tema ora molto controverso e delicato: la questione dell’equità dei prezzi e dei ritorni per i coltivatori.

Il fatto stesso che la relazione sia stata elaborata significa che esiste un problema sul mercato degli alimenti e occorre un intervento politico per affrontarlo. Mi preoccupa il fatto che si sia fatta in qualche modo marcia indietro rispetto alla posizione raggiunta in estate, ma sicuramente non sottraggo il mio sostegno alla relazione Bové. Sebbene alcuni suoi elementi destino in me perplessità, appoggio l’idea nel suo complesso, ossia che abbiamo bisogno di agire per affrontare le ansie dei produttori e garantire loro prezzi equi.

È evidente che i produttori subiscono i prezzi: non sono loro che stabiliscono quanto viene corrisposto per i loro prodotti. Se così fosse potrebbero e, se fossero saggi, forse dovrebbero ridurre le scorte e tutti li pagheremmo a caro prezzo. Tuttavia, non sono loro a fissare i prezzi, sono quelli che li subiscono, e hanno bisogno di essere protetti.

Vorrei rispondere ad alcuni commenti dei colleghi del gruppo ECR. Una parola mi spaventa: morbidezza. Si sostiene che per il settore alimentare o bancario possa funzionare una regolamentazione morbida. Temo che non funzioni. Una regolamentazione morbida non monitorata è destinata a fallire, per cui abbandoniamo questa idea. Lo stesso dicasi per l’idea che funziona il libero mercato. Dobbiamo chiederci: per chi funziona? Come hanno detto i colleghi, l’agricoltura, la filiera alimentare, è diversa. Non è comparabile a nessun altro settore.

Vorrei chiedere a quanti sostengono che il mercato funziona perché assicura i minori prezzi al consumo possibili di rispondere alla domanda: per quanto può durare? Il cibo a basso prezzo terrà a lungo termine? Abbiamo bisogno di agire. Sostengo la relazione Bové con qualche minima riserva e spero che i colleghi facciano altrettanto.

 
  
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  Riikka Manner (ALDE).(FI) Signor Presidente, signor Commissario, innanzi tutto, vorrei complimentarmi con il relatore per un documento eccellente ed equilibrato.

Per noi, un sistema funzionale per l’agricoltura e la produzione di cibo che valga per l’Europa nel suo complesso è una questione di sicurezza di grande portata e rilevanza. Non è un settore commerciale convenzionale nel quale si possa soggiacere alle forze del mercato, come è stato più volte ribadito in questa sede. Adesso la questione riguarda il futuro dell’agricoltura in generale.

Gli investimenti che i giovani agricoltori e altri devono effettuare oggi nell’agricoltura se vogliono continuare a svolgere l’attività sono ingenti ed estremamente importanti. Per continuare ad avere il coraggio di investire e correre rischi in futuro, abbiamo bisogno di livelli di reddito stabili per i coltivatori e remunerazioni eque per il lavoro che svolgono.

Al momento è un dato di fatto che il commercio è più facilmente in grado di dettare in molti casi le proprie condizioni, il che è particolarmente penalizzante per il produttore. La relazione cita alcuni elementi estremamente importanti di una soluzione per ottenere livelli di reddito più equi per i coltivatori, che spero possano essere realmente concretizzati.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE). (PL) Signor Presidente, la Commissione europea afferma nella sua comunicazione che è fondamentale agire per sradicare le pratiche sleali tra soggetti economici nell’intera filiera alimentare. Tuttavia, le misure proposte dalla Commissione per combattere tali pratiche si limitano a scambi di buone prassi, campagne di informazione e alla preparazione di standard volontari per gli accordi. Questo approccio cambierà ben poco, ammesso che cambi qualcosa, e non eliminerà le anomalie né porrà termine alla costante tendenza al calo dei redditi dei produttori agricoli europei.

Non dobbiamo dimenticare che anche la politica agricola comune garantisce un reddito equo ai coltivatori e assicura che i prezzi degli alimenti della massima qualità non siano esorbitanti, bensì stabili e trasparenti per i consumatori. Questo è ciò che offrono le proposte della relazione, per cui le appoggerò incondizionatamente.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D).(EN) Signor Presidente, sostengo molte delle proposte contenute in questa eccellente relazione. Non vi è dubbio quanto al fatto che le catene di supermercati abusano della loro posizione per schiacciare i piccoli produttori. Un elemento, tuttavia, mi preoccupa ed è la possibilità che una proposta possa compromettere i marchi propri.

Nel Regno Unito, molti consumatori meno abbienti acquistano i marchi propri e riscontrano che la loro qualità è spesso ottima. Inoltre, e ho potuto osservarlo personalmente nel Cross Hands Business Park, in Galles, vi sono molte piccole aziende che si occupano di trasformazione e confezionamento di prodotti alimentari che lavorano per catene piccole e grandi produttrici di marchi propri. Pertanto, sebbene sia importantissimo fare tutto quanto in nostro potere per garantire l’approvvigionamento alimentare, non dovremmo far nulla che possa danneggiare i consumatori meno abbienti e le piccole imprese.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, sosteniamo questa relazione in quanto racchiude proposte già avanzate dalla Lega Nord, in particolare sulla trasparenza dei prezzi legata al riconoscimento dell'equo pagamento dei prodotti agli agricoltori, alla creazione di filiere alimentari a chilometri zero, favorendo il mantenimento della diversità dei prodotti territoriali e la qualità dei prodotti, incrementando lo sviluppo dell'economia locale.

L'indicazione del costo del prodotto all'origine renderebbe edotto il consumatore di quanto incide il passaggio di più mani sul prezzo finale e lo spingerebbe a scegliere la filiera corta, favorendo così i produttori locali.

Per combattere la volatilità del mercato agricolo è fondamentale vietare la vendita al di sotto del prezzo di acquisto dei prodotti agricoli e incrementare i controlli dei prodotti che entrano nel mercato europeo, in quanto è frequente – purtroppo – che gli agricoltori europei rispettino le norme comunitarie e gli agricoltori extraeuropei non le seguano minimamente. Tutto ciò sempre a carico dei nostri agricoltori.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE).(RO) Signor Presidente, per contribuire alla ripresa dalla crisi economica e finanziaria, ottenere il funzionamento più efficiente possibile della filiera alimentare sta diventando un tema particolarmente importante. Visto il costante calo del potere di acquisto dei cittadini, è necessario operare urgenti miglioramenti per evitare che i prezzi al consumo degli alimenti aumentino.

Credo che la risposta disomogenea dei prezzi dei prodotti alimentari alle fluttuazioni dei prezzi dei beni di consumo sia principalmente legata al numero di intermediari che operano all’interno della catena di fornitura.

Sono favorevole all’adozione di strumenti volti a promuovere e sostenere le catene di fornitura corte e i mercati sui quali i coltivatori possono vendere i propri prodotti. Ciò contribuirà a creare un legame diretto tra consumatori e agricoltori, consentendo a questi ultimi di conquistare una quota maggiore del valore del prezzo finale, mentre il pubblico in generale beneficerà di prezzi inferiori.

 
  
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  Luis Manuel Capoulas Santos (S&D).(PT) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei aggiungere i miei complimenti a quelli rivolti sinora al relatore e il mio sostegno ai membri che appoggiano le posizioni assunte in sede di commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, che ha adottato l’odierna relazione a vasta maggioranza. Vorrei quindi soltanto esortare il Commissario a trarre ispirazioni dalle buone prassi di alcuni Stati membri e citerei l’esempio specifico del mio paese, il Portogallo, che la scorsa settimana ha adottato misure importanti e audaci in tale ambito, fissando un termine di 30 giorni per i pagamenti agli agricoltori riguardanti merci deperibili e 60 giorni per i prodotti alimentari destinati al consumo umano. Ritengo che imporre tale limite ai supermercati costituisca un valido esempio che potrebbe essere emulato a livello europeo e prego la Commissione di ispirarsi alle buone prassi del mio Stato di provenienza.

 
  
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  Lara Comi (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il primo obiettivo della PAC è sempre stato quello di garantire entrate eque per gli agricoltori e ritengo che dobbiamo proseguire su questa strada.

A seguito dell'esame posto in essere dalla Commissione si riscontrano delle discrepanze dal principio iniziale che noi tutti non possiamo ignorare. I nostri agricoltori sono convinti che il loro lavoro sia sottovalutato da un punto di vista economico. Il passaggio dalla prima alla seconda fase della filiera che li vede protagonisti oggigiorno non è più considerato elemento determinante per stabilire il prezzo finale.

È necessario controllare le fluttuazioni dei prezzi dei beni primari che danneggerebbero solo ed esclusivamente il consumatore. Ritengo utile prevedere una revisione delle modalità di passaggio della filiera per evitare un incremento del prezzo del bene, non congruo con una corretta distribuzione del costo per il lavoro svolto.

Bisogna controllare che il livello asimmetrico tra il costo del prodotto nella prima fase e nell'ultima sia in ascesa, creando così un danno per il consumatore. Sul mercato si rischierebbe di commercializzare prodotti più cari che non rispecchierebbero un aumento di qualità.

 
  
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  Dacian Cioloş, membro della Commissione. – (FR) Signor Presidente, grazie a questo approfondito dibattito, siamo stati in grado di concludere che sussiste un consenso pressoché unanime in merito alla questione posta dalla relazione dell’onorevole Bové per quanto concerne la diagnosi. Un problema deve essere risolto per rendere il lavoro dei coltivatori più efficiente e, da quanto abbiamo potuto osservare, i pareri differiscono sul modo in cui risolverlo, sulla portata delle riforme.

In ogni caso, a mio giudizio, un elemento è chiaro: il fatto che la politica agricola comune (PAC) esista ormai da oltre 40 anni dimostra anche che il mercato agricolo ha bisogno di regole per poter funzionare. Tali regole non impediscono al mercato di operare; al contrario, lo rendono più efficace e, in ultima analisi, contribuiscono al conseguimento dell’obiettivo ultimo del settore agroalimentare, chiaramente definito nel trattato di Lisbona: garantire che i mercati siano approvvigionati con prodotti alimentari e, nel contempo, assicurare un tenore di vita equo ai produttori agricoli.

In tal senso, non penso che ipotizzare l’introduzione di regolamenti significhi necessariamente pianificare l’economia e pianificare la produzione. Le regole sono comunque necessarie, proprio come lo sono nei settori della produzione agroalimentare. Ci si rende conto che le discussioni dovrebbero forse concentrarsi sulla filiera agroalimentare nel suo complesso.

Sono anche perfettamente consapevole del fatto che, benché vi siano alcuni aspetti che saremo in grado di affrontare nell’ambito della riforma della PAC, per rispondere ad alcune vostre domande, finanche incorporare alcune vostre proposte, devo ovviamente lavorare in collaborazione con i miei colleghi della Commissione in maniera che la questione sia affrontata in maniera più generale, specialmente per quanto riguarda gli elementi che, parlando in termini restrittivi, esulano dall’ambito della produzione agricola.

È un esercizio necessario perché, se oggi possiamo essere fieri del nostro settore agroalimentare, della nostra industria agroalimentare, che è uno dei settori industriali più importanti, se non il più importante, nell’Unione europea, in quanto rappresenta il 13 per cento dei posti di lavoro del settore industriale europeo e il 14 per cento del suo volume d’affari, è anche grazie al fatto che possiamo contare su un settore di produzione di beni di consumo agricoli altrettanto forte.

Questa relazione tra la produzione agricola e il settore agroalimentare deve essere chiarita con estrema precisione in maniera che il risultato finale vada a vantaggio dei consumatori, ma anche dei produttori, e la produzione possa proseguire.

Non intendo entrare nei dettagli dei vari temi che sono stati sollevati; semplicemente vi assicuro, in particolare all’onorevole Köstinger che ha lasciato l’Aula, che le proposte che formulerò sulla riforma della PAC sono imminenti; prevedo infatti che siano presentate in novembre. Non sono un fan della segretezza: il processo di consultazione sta semplicemente seguendo il suo corso. Vi assicuro, nondimeno, che le nostre riflessioni sono orientate al sostegno di un’agricoltura europea che sia competitiva, sostenibile e distribuita sull’intero territorio dell’Unione. Proprio per conseguire tale obiettivo, l’agricoltura dovrebbe essere vista non soltanto rispetto alla sua regione, bensì anche all’intera filiera alimentare.

Attendo con ansia la votazione finale sulla relazione e posso garantirvi che alcune proposte in essa contenute sono integrate nelle proposte che la Commissione è chiamata a presentare sul futuro della PAC.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. KOCH-MEHRIN
Vicepresidente

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signora Presidente, vorrei formulare un richiamo al regolamento. L’estate è finita e siamo di nuovo riuniti in autunno, ma la procedura adottata dalla Presidenza pare ancora poco chiara. Signora Presidente, lei è il terzo Presidente con il quale ho avuto l’enorme piacere di seguire in questa sessione; avevo comunicato al Presidente al quale il suo predecessore è subentrato che intendevo intervenire nella procedura catch the eye. Non è un suo errore personale, ma ritengo che sarebbe più giusto se la decisione in merito a chi ha l’opportunità di prendere la parola venisse presa prima. Parallelamente alla plenaria sono in corso riunioni delle commissioni e ho partecipato a un incontro della mia commissione per lo sviluppo regionale. Non mi è stato detto che verosimilmente non avrei avuto alcuna possibilità di intervenire oggi. Ho lasciato la riunione per poter esporre il mio intervento.

La prego dunque di prendere nota del fatto che per i parlamentari sarebbe estremamente utile sapere se potranno intervenire o meno. Se lo avessi saputo, per quanto interessante sia stato l’odierno dibattito, sarei rimasto alla riunione della commissione per lo sviluppo regionale e non avrei aspettato qui inutilmente. Mi scuso dunque per questa mia precisazione, ma ritenevo doveroso farla.

 
  
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  Presidente. – Le sue osservazioni saranno sicuramente verbalizzate. La discussione ha suscitato grande interesse, il che ha indotto numerosi parlamentari a chiedere la parola nella procedura catch the eye, il che è ovviamente positivo ed è il motivo per cui tale procedura è stata introdotta. Mi dispiace che non tutti coloro che lo hanno chiesto possano prendere la parola e mi duole che questa volta lei sia stato sfortunato e non abbia avuto l’opportunità di intervenire. Le auguro migliore fortuna la prossima volta.

 
  
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  José Bové, relatore. – (FR) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, in primo luogo, sono lieto della discussione appena conclusasi, nella quale moltissimi deputati sono potuti intervenire. È vero che, a quest’ora, nella prima giornata della tornata, siamo molto numerosi, il che dimostra l’interesse suscitato in tutti i gruppi dal lavoro della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.

L’aspetto importante per me è che la relazione che abbiamo dibattuto, il testo che sarà votato domani in Aula, è un testo comune, come è stato ribadito in diversi interventi. Io sono il relatore, ma questo testo è stato stilato congiuntamente all’interno della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, e penso che ciò sia estremamente importante. Tutti vi hanno contribuito con la propria idea o esperienza e abbiamo potuto formulare la proposta insieme. Reputo importante sottolinearlo. Come ho detto, sulla relazione compare il mio nome, ma si tratta di un documento comune, e mi premeva ribadirlo.

Diversi intervenuti hanno sottolineato la necessità di salvaguardare di salvaguardare i redditi degli agricoltori attraverso la vendita dei loro prodotti agricoli. È la base stessa dell’agricoltura. I coltivatori sono pagati con le vendite dei loro prodotti e il fatto che oggi si dica che gli agricoltori non possono vendere i loro prodotti sottocosto è una condizione essenziale, indispensabile se in futuro vogliamo preservare l’agricoltura in Europa.

La politica agricola consente di sostenere e preservare l’attività agricola nelle regioni combattendo le distorsioni legate agli handicap naturali o alle regioni. Pertanto, il fatto è che non vi sarà politica agricola comune se prima i coltivatori non sono in grado di vivere della loro produzione. Gli agricoltori sono quelli che manifestano le richieste più veementi al riguardo, e il Parlamento le ha appena ribadite con forza.

Il secondo punto che a mio parere è emerso con chiarezza dalla nostra discussione che sta giungendo alla sua conclusione è l’esigenza di trasparenza in tutta la filiera alimentare. Tutti gli intervenuti hanno sottolineato tale aspetto a vari livelli, specialmente per quanto concerne il settore della trasformazione nelle negoziazioni con i produttori, o il settore della distribuzione su vasta scala, che spesso, per esempio, nel caso della frutta e della verdura, ottiene utili incredibili. Oggi, di tutto questo si prende atto; tale necessità è ormai indiscussa.

Molti interventi si sono anche concentrati sulla questione della speculazione, e non ritornerò sull’argomento.

Direi dunque che dopo aver votato domani in plenaria, e credo che tutti i deputati abbiano dimostrato la volontà comune della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale di presentare la relazione e convincere tutti i colleghi, dopo che il testo sarà stato adottato con il voto di domani, la palla sarà nel campo della Commissione. Al Commissario direi: tocca a voi agire. Noi stiamo assumendo l’iniziativa. Vi stiamo formulando proposte.

La nostra aspettativa, come è ovvio, è che nel lavoro ora subentrino Commissione e Consiglio, perché è chiaro che il Parlamento da solo non potrà far nulla. Viceversa, lavorando insieme, riusciremo a costruire una nuova politica agricola comune, ma soprattutto a dare speranza ai coltivatori europei.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà martedì, 7 settembre 2010, alle 12.00.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Luis Manuel Capoulas Santos (S&D), per iscritto. – (PT) Mi complimento con il relatore e la commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale per aver votato a larga maggioranza a favore di questa relazione, nonché per l’impegno profuso dai membri e la priorità che hanno attribuito alla questione. La recente situazione di estrema volatilità dei prezzi ha messo in luce una chiara asimmetria tra i prezzi al consumo e i prezzi pagati ai piccoli produttori, dimostrando evidenti disparità nella filiera alimentare.

L’abuso del potere contrattuale sta soffocando in particolare i piccoli produttori. Chiedo pertanto alla Camera di votare a favore con un’ampia maggioranza in maniera che questo segnale del Parlamento europeo possa incoraggiare la Commissione europea e i governi nazionali ad adottare misure appropriate. Di recente, per esempio, il governo portoghese ha coraggiosamente imposto ai supermercati un termine di pagamento di 30 giorni a favore degli agricoltori per le merci deperibili e un termine di 60 giorni per i prodotti alimentari destinati al consumo umano; lo scopo è ottenere un maggiore equilibrio nei rapporti contrattuali tra trasformatori, distributori e produttori nella filiera alimentare.

 
  
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  Robert Dušek (S&D), per iscritto. – (CS) Garantire redditi equi ai nostro coltivatori è uno dei principali obiettivi della politica agricola comune. Siamo consapevoli della situazione problematica del mercato alimentare. Gli agricoltori sono svantaggiati nei negoziati con i grossisti e le catene di supermercati, costretti ad accettare prezzi di acquisto addirittura inferiori per i loro prodotti, mentre i cittadini comprano gli alimenti di base allo stesso prezzo o a prezzi sempre più alti. I margini di utile dei rivenditori dal coltivatore all’acquirente registrano un aumento del 200 per cento. La relazione sottolinea l’esistenza di una serie di pratiche contrattuali sleali, un accesso limitato al mercato e oneri gravanti sui produttori per partecipare alla fornitura di prodotti alimentari nel settore al dettaglio, modifiche unilaterali dei contratti e così via. La situazione sul mercato alimentare deve essere affrontata senza indugio e occorre creare un quadro normativo per la gestione dei prezzi di acquisto e vendita. Nella filiera alimentare sarebbe utile che i prezzi fossero trasparenti, poiché ciò rafforzerebbe la competitività, limiterebbe le fluttuazioni dei prezzi e contribuirebbe a sensibilizzare i partner sul mercato in merito a offerta, domanda, prezzi e negoziazione. A mio parere, tuttavia, l’unico strumento che realmente funzionerebbe sarebbe la definizione di prezzi minimi che coprano i costi di produzione. Ciò a sua volta garantirebbe un reddito equo ai coltivatori e limiterebbe le vendite sottocosto, prezzo che potrebbe rappresentare il valore di riferimento nei negoziatori tra organizzazioni di produttori e settori a valle della filiera alimentare.

 
  
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  Jim Higgins (PPE), per iscritto. – (EN) L’odierna relazione correggerà automaticamente una situazione in cui i coltivatori, in veste di produttori primari, sono in molti casi sfruttati dai trasformatori e dal settore della vendita al dettaglio. La relazione fa luce sulle pratiche sleali sottolineando la necessità che Commissione e governi degli Stati membri agiscano collettivamente per colmare il divario tra il costo di produzione degli agricoltori e il costo del prodotto nel carrello. Quando la relazione è stata discussa in sede di commissione, ho posto l’accento sulla recente situazione, ora migliorata, in cui versano i produttori di latte, che hanno un costo di produzione di 27 centesimi, ma percepiscono 5 centesimi in meno di tale costo. Ciò che conta è che la relazione non resti lettera morta, ma si traduca in azioni concrete.

 
  
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  Véronique Mathieu (PPE), per iscritto. – (FR) La relazione di iniziativa dell’onorevole Bové affronta la questione indubbiamente cruciale dei redditi degli agricoltori. I prezzi degli alimenti sono aumentati del 3,3 per cento all’anno dal 1996, mentre i prezzi che i coltivatori percepiscono sono aumentati soltanto del 2,1 per cento e i loro costi di gestione sono aumentati del 3,6 per cento.

In quanto parlamentare europeo, comprendo pienamente le difficoltà, talvolta insormontabili, con cui gli agricoltori francesi ed europei devono confrontarsi. L’assistenza europea fornita una tantum sulla scia di specifiche crisi settoriali, non può migliorare la situazione a lungo termine dei coltivatori. Per questo la commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale ha deciso di elaborare l’odierna relazione sui redditi degli agricoltori, intesa come un appello rivolto alla Commissione europea affinché intraprenda un’analisi approfondita della filiera alimentare.

L’oscurità delle pratiche vanifica qualunque sforzo per stemperare le tensioni notevoli tra i vari operatori, così come qualsiasi tentativo di rettificare gli squilibri per ottenere una distribuzione più equa. I coltivatori ora vogliono soluzioni alle incongruenze osservate dalle stesse istituzioni.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. – (RO) La relazione elaborata dall’onorevole Bové tocca uno dei temi attualmente più delicati. La crisi economica ha colpito i redditi degli agricoltori con particolare durezza ed è necessario adottare misure per aiutare le aziende agricole e i nuclei familiari rurali a rimettersi in sesto. Occorrono, tuttavia, anche misure per sostenerne l’ammodernamento in quanto l’ammodernamento è l’unico modo che abbiano per garantirne la competitività e assicurare loro un livello di reddito ragionevole. Per questo vorrei esprimere il mio punto di vista affermando che a mio parere la relazione avrebbe dovuto anche trattare il tema dello sviluppo rurale, che rappresenta una delle soluzioni di base ai problemi dell’agricoltura europea, specialmente nei nuovi Stati membri.

 

18. Diritti umani in Iran, segnatamente i casi di Sakineh Mohammadi-Ashtiani e di Zahra Bahrami (discussione)
Video degli interventi
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  Dacian Cioloş, Commissione.(FR) Signora Presidente, onorevoli colleghi, visto che l’Alto rappresentante e Vicepresidente della Commissione, Catherine Ashton, non è potuta essere presente, mi appresto a rendere le seguenti dichiarazioni, in accordo con la collega e a nome della Commissione.

La situazione dei diritti umani in Iran desta grande preoccupazione. Negli ultimi mesi l’Alto rappresentante e Vicepresidente della Commissione, Catherine Ashton, ed i suoi servizi in diverse occasioni si sono pronunciati in merito alle violazioni dei diritti umani nel paese.

Molti deputati hanno fatto altrettanto. É fondamentale infatti continuare a denunciare queste prassi disumane ed arcaiche, che purtroppo esistono ancora in Iran.

L’Unione europea, con una dichiarazione pubblicata a giugno, ha chiesto all’Iran di rispettare la libertà di espressione, di rispettare il diritto ad un processo giusto e di mettere fine a tutte le discriminazioni contro le minoranze religiose ed etniche e contro le donne.

La pena capitale ed i diritti delle minoranze sono stati oggetto di diverse altre dichiarazioni dell’UE quest’anno. L’Unione europea non chiede all’Iran più di quanto chiederebbe a qualsiasi altro paese. Per mezzo sia di dichiarazioni pubbliche che di iniziative riservate attraverso rappresentanti diplomatici, chiediamo che le autorità onorino l’impegno che si sono assunte di rispettare i diritti dei cittadini ai sensi della convenzione internazionale sui diritti civili e politici e di altri trattati sui diritti umani.

L’Alto rappresentante e Vicepresidente della Commissione, Catherine Ashton, ed i suoi rappresentanti ufficiali a Bruxelles e a Tehran hanno dedicato la massima attenzione al caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani.

Il 6 luglio l’Alto rappresentante e Vicepresidente della Commissione ha pubblicato una dichiarazione chiedendo alle autorità iraniane di rivedere il caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani e delle diverse altre persone che sono state condannate a morte in flagrante violazione delle norme internazionali in un paese in cui, purtroppo, vige ancora la pena capitale.

La questione è già stata sollevata presso le autorità iraniane attraverso i canali diplomatici. L’idea stessa della lapidazione è talmente crudele che dobbiamo continuare a condannarla in maniera assoluta e ferma, riaffermando con forza il nostro biasimo, finché queste prassi non saranno finalmente abolite.

L’Unione europea ha anche discusso direttamente con il governo iraniano il caso di Zahra Bahrami, che era stata arrestata nell’ambito delle manifestazioni avvenute nel corso dei festeggiamenti di Ashura nel dicembre 2009. L’Unione europea ha sottolineato che Zahraa Bahrami, cittadina iraniano-olandese, deve avere un processo equo, aperto e trasparente. In quanto cittadina europea, Zahra Bahrami deve avere pieno accesso all’assistenza consolare e legale. L’Alto rappresentante continuerà a seguire molto da vicino il caso della signora Bahrami in cooperazione con i rappresentanti diplomatici dell’Unione europea a Tehran.

Posso assicurarvi che l’Unione europea e gli Stati membri continueranno a condannare le violazioni dei diritti umani in Iran finché perdureranno, mediante i contatti bilaterali, le dichiarazioni pubbliche o nel quadro dei contatti multilaterali.

 
  
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  Roberta Angelilli, a nome del gruppo PPE. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, torture, frustate, lapidazioni, pratiche disumane aberranti e barbare, che violano in modo brutale i più fondamentali diritti umani.

Non ci sono parole per commentare queste violenze, se non le parole della stessa Sakineh. Leggo le parole di una sua lettera: "Spesso la notte – dice Sakineh – prima di addormentarmi mi chiedo: ma come fanno a prepararsi a lanciarmi delle pietre, a mirare al mio viso e alle mie mani?". E poi, il suo appello: "Dite a tutto il mondo che ho paura di morire, aiutatemi a restare viva".

Il Parlamento europeo deve accogliere questo grido disperato. Sakineh non deve essere lasciata sola, deve diventare la nostra bandiera, la bandiera dei diritti umani in Iran. La comunità internazionale deve pretendere di fermare questa sommaria esecuzione. Bisogna avere il coraggio di dire che siamo pronti a mettere in crisi le relazioni diplomatiche, che sui diritti umani non si possono fare sconti, che chi tace è complice.

Noi, donne e uomini liberi, con la nostra ferma condanna dobbiamo dare coraggio, dare forza all'opinione pubblica iraniana che dissente dal regime, quell'opinione pubblica che ha disperatamente bisogno del nostro sostegno e della nostra intransigenza. A quel regime, che si basa sulla paura, sulla repressione, sulla violazione delle libertà e dei diritti fondamentali, noi a quel regime, da quest'Aula parlamentare, dobbiamo dire chiaro e forte che ci sentiamo tutti Sakineh.

 
  
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  María Muñiz De Urquiza, a nome del gruppo S&D.(ES) Signora Presidente, l’adulterio, l’omosessualità e la partecipazione pacifica alle manifestazioni sono tre crimini per cui sono state duramente condannate tre persone in Iran. Questi fatti non dovrebbero essere considerati reati in Iran – e ovviamente non lo sono in Europa – poiché l’Iran si è vincolato mediante strumenti internazionali a proteggere i diritti umani. Ai sensi di tali norme, infatti, questi non sono crimini per cui possono essere pronunciate sentenze e per cui possono essere comminate pene terribili, come la pena di morte, soprattutto quando si tratta di minori.

Il gruppo S&D condanna innanzi tutto il fatto che si configuri un crimine laddove devono invece essere esercitate le libertà individuali. Inoltre chiediamo urgentemente che Sakineh Mohammadi-Ashtiani e Ebrahim Hamidi non siano giustiziati e che i loro casi siano rivisti completamente. Chiediamo che la lapidazione sia vietata e che l’Iran ratifichi la moratoria sulla pena di morte promossa dalle Nazioni Unite. Chiediamo che sia istituita una missione dell’ONU per monitorare la situazione dei diritti umani in Iran e chiediamo che il Consiglio, oltre a condannare tali atti, disponga il divieto di viaggiare e il congelamento dei beni per gli individui e le organizzazioni che calpestano i diritti umani e le libertà fondamentali in Iran.

Il gruppo S&D condanna la repressione sistematica inflitta agli attivisti e ai difensori dei diritti umani in Iran e pertanto esortiamo il Consiglio e la Commissione a proporre ulteriori misure di protezione per i difensori dei diritti umani.

 
  
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  Marietje Schaake, a nome del gruppo ALDE.(EN) Signora Presidente, come europei, siamo particolarmente turbati per la situazione dei diritti umani in Iran, non solo perché consideriamo l’Unione europea come comunità di valori e perché crediamo che la pena di morte non debba più esistere nel mondo, ma anche perché conferiamo il giusto valore alle persone al di là dei dati statistici. Solo nel 2009 sono state giustiziate almeno 388 persone in Iran. Giustiziando queste persone, si voleva impedire ad un’intera generazione di affermare le proprie istanze di libertà. In realtà, però, l’effetto sortito è stato esattamente l’opposto.

Nelle ultime settimane si è accesa una vivace discussione in Olanda sui diritti umani in Iran a seguito dell’arresto di una cittadina iraniano-olandese. Il governo iraniano non riconosce la cittadinanza olandese in caso di doppia nazionalità. Pertanto i diplomatici olandesi non hanno potuto parlare con lei e nemmeno i suoi avvocati sono riusciti ad avere un colloquio. Il governo olandese si tiene in contatto con i suoi cittadini che si trovano in carceri estere a prescindere dal caso specifico. La costituzione infatti prevede l’obbligo di garantire il benessere dei cittadini.

La questione riguarda tutti gli Stati membri e dovrebbe essere affrontata a livello comunitario in relazione all’Iran, conferendo una posizione più prominente ai diritti umani nella nostra agenda. Oggi parliamo di persone – donne e uomini – la cui vita è finita, anche se materialmente sono ancora vive. Zahra e Sakineh sono nella stessa situazione di migliaia di prigionieri in Iran che sono meno noti e che probabilmente sanno che la loro voce rimarrà inascoltata. Il governo iraniano deve comprendere che le dichiarazioni dure, la tecnologia militare o la resistenza alle sanzioni non romperanno l’isolamento del paese e non determineranno alcun progresso. Anzi, la legittimità che nasce quando si garantisce il benessere dei cittadini è fonte di rispetto e di credibilità nella comunità internazionale. La giustizia e la sicurezza, in realtà, sono due facce della stessa medaglia. Non può esserci impunità per chi fa impiccare i bambini, per chi pratica sistematicamente la censura, per chi commette stupri e uccide le donne lapidandole.

Nei confronti dell’Iran dobbiamo ravvivare il dialogo sui diritti umani in modo che l’Unione europea invii un segnale forte, oltre a quello dell’euro e delle sanzioni, e ottenga l’impegno dell’Iran sul punto più delicato e fondamentale, ossia i diritti umani e le libertà fondamentali, rendendone punibili gli abusi.

 
  
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  Barbara Lochbihler, a nome del gruppo Verts/ALE.(DE) Signora Presidente, le circostanze che contornano l’imminente esecuzione di queste due donne sono già state discusse. Pertanto, mi preme mettere in luce che esiste anche un movimento di attivisti all’interno dell’Iran che sta lavorando per impedire la lapidazione e per porre fine a questa orrenda pratica.

L’ex ministro della giustizia iraniano, l’ayatollah Shahroudi, ha decretato la fine della lapidazione nel 2002 e poi ancora nel 2008. Tuttavia, la legge iraniana consente una grande discrezione ai giudici in relazione alle sentenze. Nel giugno dell’anno scorso la commissione parlamentare iraniana per gli affari giuridici e giudiziari ha raccomandato l’abrogazione dell’articolo sulle lapidazioni in vista della riforma del codice penale, che attualmente è al vaglio del parlamento. La proposta è stata sottoposta al consiglio dei guardiani il quale deve dare l’approvazione. Tale consiglio controlla che le leggi siano compatibili con la costituzione e con i precetti dell’Islam. Non ne sono certa, ma pare che la bozza non contenga alcun riferimento alla pena della lapidazione. Ad ogni modo, il consiglio potrebbe anche ripristinare la disposizione.

L’Unione europea deve quindi fare tutto quanto è in suo potere affinché la lapidazione sia vietata per legge, ed in questo senso è importante appellarsi alla responsabilità del parlamento iraniano. Permangono le gravi preoccupazioni per il destino di Sakineh Mohammadi-Ashtiani. In definitiva, non esiste alcuna certezza che non sarà lapidata. Potrebbe anche essere giustiziata per impiccagione per il presunto coinvolgimento nell’omicidio del marito. Di conseguenza, dobbiamo chiedere che siano abolite le esecuzioni in Iran, anche la sua. Inoltre deve essere avviata una revisione complessiva ed indipendente del suo caso che, come ha giustamente chiesto la baronessa Ashton avrebbe già dovuto aver inizio..

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo ECR.(EN) Signora Presidente, quest’Aula si trova nuovamente a discutere del brutale regime teocratico in Iran. Le autorità iraniane giustiziano senza pietà minori e giovani che commettono reati quando ancora sono bambini. Le donne che si rendono colpevoli di adulterio sono condannate a morte per lapidazione, come prescrive la Sahria di Hud, per la categoria di crimini classificati come reati sessuali.

Se nella maggior parte dei paesi in cui ancora vige la pena di morte, questa punizione è prevista esclusivamente per omicidio aggravato, l’interpretazione islamica dei reati capitali in Iran è estremamente ampia e comprende l’omosessualità e l’adulterio.

Oggi mi preme parlare del caso di Ebrahim Hamidi, un ragazzo di 18 anni che è stato condannato a morte per sodomia, benché il suo accusatore abbia ammesso di aver mentito. Secondo i suoi sostenitori, il ragazzo, che all’epoca aveva 16 anni, non ha assalito l’uomo che lo accusa e non sarebbe nemmeno omosessuale – cosa che peraltro dovrebbe essere irrilevante. L’avvocato che lo difendeva ha dovuto darsi alla clandestinità, poiché è stato emesso un ordine di cattura a suo carico.

Desidero inoltre parlare del caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, l’argomento del dibattito di oggi. Sakineh Mohammadi-Ashtiani è stata accusata di adulterio cui sono seguite le accuse di corruzione e di indecenza per esser comparsa senza velo su un giornale straniero, benché la persona ritratta non fosse lei. Per aggiungere l’insulto al danno, ora è accusata anche di complicità per omicidio, imputazione per cui è stata costretta a confessare quando sul caso si sono accesi i riflettori della ribalta internazionale e sono cominciate le pressioni sul regime iraniano.

Dobbiamo condannare senza riserve la situazione orribile dei diritti umani in Iran, le azioni che il governo sta mettendo in atto per arricchire l’uranio da usare per le armi nucleari, la determinazione di distruggere lo Stato d’Israele e di reprimere i dissidenti politici. Bisogna inoltre affrontare il caso della cittadina olandese-iraniana, Zahra Bahrami, che è stata arrestata poiché faceva parte di un’organizzazione monarchica.

In quest’Aula stasera rivolgiamo un appello al presidente iraniano affinché dia prova di clemenza, ma devo dire che non nutro grandi speranze.

 
  
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  Jacky Hénin, a nome del gruppo GUE/NGL.(FR) Signora Presidente, si sta levando un’enorme ondata di protesta e di preoccupazione per le libertà in Iran.

Vogliamo offrire il nostro sostegno a tutti i fautori della democrazia che intendono conferire un significato autentico alla giustizia nel mondo. Condanniamo fermamente l’arresto e la condanna inflitta a Zahra Bahrami. Condanniamo fermamente l’arresto e la condanna a morte per lapidazione inflitta a Sakineh Mohammadi-Ashtiani. Ne chiediamo il proscioglimento ed il rilascio. Gli Stati membri, inoltre, devono assolutamente rimanere fedeli ai valori e ai principi del laicismo, evitando ogni confusione tra Stato e religione, in quanto tale commistione porta all’identificazione inaccettabile e antilibertaria del reato con il peccato.

Vogliamo riaffermare il nostro sostegno per l’abolizione della pena di morte in tutti paesi e quindi chiediamo alle autorità giudiziarie iraniane di introdurre una moratoria sulla pena capitale, di vietare inequivocabilmente le esecuzioni per adulterio e di abolire l’uso della tortura, come prevede il diritto internazionale.

 
  
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  Francesco Enrico Speroni, a nome del gruppo EFD. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, unisco anche la mia voce a tutti quelli che chiedono che non venga perpetrata questa barbarie di una lapidazione per adulterio, che vengano rispettati – per Sakineh e per tutte quelle donne, ma anche per quegli uomini, nella stessa condizione – i diritti umani.

Vorrei sottolineare qualcosa cui ho sentito solo accennare però dall'ultimo oratore: molto di quello cui stiamo assistendo deriva da una degenerazione, da un estremismo religioso, da quell'applicazione fondamentalista della legge islamica, che purtroppo qualcuno vorrebbe introdurre anche nella nostra Europa libera e democratica.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare questo Parlamento per aver accolto con voto quasi unanime l'anticipazione della discussione di questo importante punto.

La richiesta, da me avanzata insieme alla collega Angelilli e sottoscritta da numerosi colleghi parlamentari, si fonda sulla speranza di salvare una vita: ogni giorno per Sakineh può essere l'ultimo e non possiamo permetterci di perdere altro tempo. Questa condanna non deve essere eseguita perché è inaccettabile.

Ma la richiesta va anche oltre, perché la vicenda di questa donna è emblematica di tante altre storie di donne iraniane, e anche di uomini e giovani. La mobilitazione per Sakineh deve essere solo l'inizio di un nuovo passo da dare alle relazioni con l'Iran. Il regime iraniano viola i diritti fondamentali, calpesta le libertà delle donne in particolare e ignora soprattutto gli appelli della comunità internazionale.

Questo Parlamento ha già approvato risoluzioni sulla questione, due delle quali solo nell'ultimo anno. L'Alto Rappresentante dell'Unione per le gli affari esteri si è espressa con due dichiarazioni nel giugno e nel luglio di quest'anno. L'Assemblea dell'ONU ha più volte adottato risoluzioni prescrivendo moratorie sulle esecuzioni in attesa dell'abolizione della pena di morte. Si consideri che l'Iran siede invece al tavolo ONU per la tutela dei diritti delle donne. L'atteggiamento del governo iraniano sembra dire "se volete trattare con noi, dovete accettarci così come siamo", e non lo possiamo accettare.

La promozione dei diritti umani è uno dei pilastri della politica estera dell'Unione, che ci chiama ad assumerci una responsabilità. I comportamenti che assumiamo rispetto a simili vicende possono compromettere anche il processo di integrazione. Tutti i governi nazionali si sono mobilitati e noi dobbiamo unirci a loro.

I giovani iraniani, in una manifestazione che si è svolta in Italia, hanno detto "non crediamo che si possa ottenere granché; si salverà una vita, ma non si salverà l'Iran". Noi, con sanzioni severe, dobbiamo dimostrare che questa mobilitazione è solo il primo passo, che andremo avanti e non avremo più relazioni con l'Iran, fino ad arrivare anche ad un embargo.

 
  
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  Silvia Costa (S&D). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, con questo dibattito – che francamente speravo fosse un po' più seguito perché meriterebbe molta più partecipazione – il Parlamento europeo vuole unire la sua voce a quella dei tanti che si sono mobilitati in questi giorni a livello internazionale contro la tragica condanna a morte per lapidazione di Sakineh Ashtiani e dopo l'appello del figlio Saïd e per salvare le tante altre donne condannate a morte o detenute ingiustamente, come Zahra Bahrami, con processi sommari in Iran.

Nell'epoca della globalizzazione è ancora più evidente che i diritti umani e i diritti delle donne sono indivisibili e che se una donna morirà dopo torture per lapidazione saranno lapidate con lei le nostre coscienze e le nostre libertà.

Nella nostra risoluzione chiediamo con forza che l'Alto Rappresentante dell'Unione europea, Catherine Ashton, ma anche la Commissaria per i diritti umani, Vivian Reding – due donne autorevoli – senza ulteriori indugi facciano tutti i passi necessari presso il governo iraniano e nelle sedi internazionali affinché non sia data esecuzione alla condanna a morte di Sakineh, perché sia liberata Zahra, perché sia abbandonata la pratica barbara della lapidazione e sia dato un nuovo impulso alla battaglia per la moratoria della pena di morte e anche per il sostegno all'opposizione democratica iraniana.

Noi parlamentari italiane del gruppo S&D, insieme a tutti i nostri colleghi, abbiamo promosso per domani sera qui, nella corte del Parlamento europeo a Strasburgo, una fiaccolata che abbiamo intitolato "Una luce per la vita di Sakineh", alla quale chiediamo a tutti i colleghi di partecipare perché su questa tragica vicenda, così emblematica, non cali il buio e non si lascino soli il popolo iraniano e gli oppositori iraniani.

Chiediamo un intervento più forte dell'Unione perché riteniamo che sulla difesa dei diritti umani – qui e nel mondo – si giocano la credibilità e l'identità dell'Unione europea..

 
  
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  Nicole Kiil-Nielsen (Verts/ALE).(FR) Signora Presidente, il caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, che ovviamente ci riunisce questa sera e che ha sollevato una grande mobilitazione dell’opinione pubblica in Europa, deve altresì rappresentare l’occasione per discutere delle condizioni in cui si trovano molte donne.

Mi riferisco in particolare a Zahra Bahrami, che è nella stessa situazione. Ella rischia di essere giustiziata a seguito di un processo svoltosi in condizioni analoghe, ossia è stata sottoposta a pressioni, è stata tenuta in isolamento – isolamento totale – per diversi mesi, ha subito violenza ed è stata torturata affinché confessasse reati per cui ovviamente non esiste alcun riscontro. I capi d’accusa sono molto simili: dichiarazione di guerra contro Dio. Ella non può avvalersi né di un avvocato né di un consiglio di difesa.

C’è anche il caso menzionato poc’anzi del giovane Ebrahim Hamidi, che è minorenne e che non ha un avvocato, e quello di Shiva Nazar Ahari, giornalista e difensore dei diritti umani. Amnesty International la considera un prigioniero politico. Shiva Nazar Ahari attualmente viene tenuta in una gabbia in cui non può muovere né braccia né gambe e subisce minacce di morte.

Il Parlamento deve essere orgoglioso di attivarsi a sostegno di Sakineh Mohammadi-Ashtiani e di tutti questi casi. Chiediamo infatti l’abolizione della pena di morte, una moratoria su tutte queste esecuzioni, il rilascio immediato di tutti i manifestanti che hanno preso parte a proteste pacifiche e ovviamente il rilascio dei minori, poiché molti di essi sono stati condannati a morte in quel paese. Chiediamo inoltre con urgenza che la Croce Rossa internazionale possa visitare i prigionieri.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, in questi giorni numerosi esponenti della società civile, leader politici, intellettuali e rappresentanti delle ONG e della Chiesa cattolica si sono mobilitati per la liberazione di Sakineh, una madre iraniana di quarantadue anni condannata alla pena di morte tramite lapidazione perché accusata di adulterio. Tale condanna è stata comminata sulla base di una confessione estorta dopo una punizione di 99 frustate.

La pena di morte con lapidazione può essere considerata una forma di tortura in quanto la vittima deve essere sotterrata in modo da lasciar spuntare dal terreno solo la testa. Le pietre che possono esserle lanciate contro devono essere appuntite e taglienti, ma non tali da poter infliggere immediatamente la morte e il supplizio in stato preagonico, cosciente, non deve essere inferiore a 20 minuti.

Negli ultimi anni centinaia di donne di varie età sono state lapidate in Iran per il reato di adulterio e attualmente almeno altre 40 donne sono imprigionate in attesa dello stesso destino. Credo sia indispensabile che il Parlamento europeo faccia sentire la sua voce contro questa barbarie.

 
  
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  Michèle Striffler (PPE).(FR) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, intervengo al nome della collega, onorevole Dati, che ha redatto la risoluzione a nome del gruppo PPE, ma che purtroppo oggi è stata trattenuta a Parigi.

L’onorevole Dati ha voluto presentare questa risoluzione per due motivi.

In primo luogo, ella voleva che il Parlamento europeo si unisse alle organizzazioni internazionali, ai governi e a tante personalità in tutto il mondo che hanno preso posizione a difesa di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, chiedendo alle autorità iraniane di rivedere la sentenza di morte per lapidazione.

Un’istituzione come il Parlamento europeo, che è sempre stato in prima linea nella protezione dei diritti umani, non può semplicemente rimanere in silenzio, ma deve intervenire per affermare con forza il suo rifiuto di veder morire Sakineh Mohammadi-Ashtiani. Con questa risoluzione il Parlamento deve affermare che la difesa dei valori universali che costituiscono il nostro retaggio comune non rappresenta un’interferenza.

La seconda ragione che soggiace alla risoluzione è che, oltre al caso specifico di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, l’onorevole Dati desidera che il Parlamento europeo dia prova del suo forte impegno nella lotta contro tutte le forme di violenza contro le donne. Infatti, Sakineh Mohammadi-Ashtiani, a prescindere dalla sua volontà, è divenuta il simbolo di tutte le donne vittime di violenza.

L’onorevole Oomen-Ruijten ha attirato l’attenzione sul caso di Zahra Bahrami, la cittadina olandese che è stata arrestata in Iran e che è costretta a rendere confessioni televisive per confermare le accuse a suo carico. Per tale ragione l’abbiamo inclusa nella risoluzione.

Onorevoli colleghi, dobbiamo essere la voce di queste due donne, che non possono più difendersi dove si trovano ora. A nome dell’onorevole Dati, vi chiedo di votare a stragrande maggioranza a favore della risoluzione in modo da esprimere sostegno ed inviare al contempo un segnale a coloro che hanno voluto tali sentenze.

 
  
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  Ana Gomes (S&D).(PT) Sakineh Mohammadi-Ashtiani, Ebrahim Hamidi, Nasrin Sotoodeh, Zahra Bahrami e Mohammad Mostafaei sono solo alcune delle migliaia di vittime della brutale persecuzione inflitta dal regime di Tehran. Se sarà giustiziato Ebrahim Hamidi, un minorenne, o Sakineh Mohammadi-Ashtiani, su cui pesa la minaccia di morte per lapidazione, oltre a violare gli obblighi che incombono sul paese in quanto firmatario della convenzione internazionale dei diritti civili e politici, le autorità di Tehran si macchieranno di crimini ignominiosi che gettano vergogna sulla grande civiltà iraniana.

Alcuni giorni fa ho preso parte ad una manifestazione a Lisbona – una delle tante che si sono svolte nel mondo contro la condanna di Sakineh Mohammadi-Ashtiani – nella speranza che le voci di personalità come il presidente brasiliano Lula da Silva siano ascoltate dalle autorità di Tehran, facendo appello a quanto rimane loro di razionale, compassionevole ed umano.

Per quanto concerne le relazioni dell’Unione europea con l’Iran, signora Presidente, gli aspetti più importanti della risoluzione che adotteremo in Aula domani sono quelli che puntano a vietare la circolazione nell’Unione europea a tutti coloro che sono responsabili della repressione e della soppressione delle libertà in Iran, disponendo altresì il congelamento dei beni. Si chiede inoltre alla Commissione e al Consiglio di assumere dei provvedimenti per aiutare e proteggere in maniera effettiva le persone che lottano per la democrazia e i diritti umani in Iran. Queste misure non riguardano solo l’atteggiamento che ha assunto l’Iran, ma esse toccano anche e soprattutto l’essenza stessa dell’Europa come fautrice dei valori dei diritti umani e delle libertà fondamentali, che non sono solo europei, ma sono universali.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE).(PT) Signora Presidente, Sakineh Mohammadi-Ashtiani è il volto delle esecuzioni in Iran ed il simbolo dell’ingiustizia insita nei procedimenti giudiziari nazionali, che violano i diritti umani fondamentali. Desidero unire la mia voce a quella dei movimenti di solidarietà internazionali che chiedono la sospensione della sentenza ed il rilascio immediato di Sakineh Mohammadi-Ashtiani. Chiedere la libertà di questa donna significa lottare per la parità dei diritti delle donne, la libertà d’espressione e la libertà di partecipare attivamente alla vita della società libera.

Sostengo fermamente le cause contro le discriminazioni e, in particolare, la causa delle donne iraniane. Mi preme sottolineare il ruolo che esse svolgono nella lotta per la democrazia in Iran. Il coraggio e la determinazione di molte donne iraniane sono fonte di ispirazione e dobbiamo sostenerle in questa lotta per la democrazia e per un futuro di pace, di libertà e di pari diritti in Iran.

 
  
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  Lena Kolarska-Bobińska (PPE). (PL) Signora Presidente, è assolutamente fondamentale condannare quanto sta accadendo in Iran, poiché, in questo modo, si contribuisce a salvare vite umane, ma si lancia altresì un segnale all’opposizione, conferendole la forza di agire. Dobbiamo proteggere le persone. Dobbiamo tenere un dibattito approfondito sulle azioni che possiamo mettere in atto per essere più efficaci. Annunciamo infatti diverse risoluzioni, teniamo discussioni, l’Alto rappresentante Ashton intraprende diverse misure, ma la risposta è nulla. Se vogliamo essere visti dal mondo non solo come un organismo nobile, ma anche efficace nelle nostre dichiarazioni, dobbiamo tenere un dibattito distinto sui tipi di azioni in cui vogliamo impegnarci e sulle modalità atte ad garantirne l’efficacia.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D).(FR) Signora Presidente, onorevoli colleghi, propongo di lapidare l’Iran. Come si può accettare questo genere di trattamento barbaro contro un essere umano?

Sapete che, per essere lapidati, gli uomini vengono seppelliti fino ai fianchi e le donne fino al petto, probabilmente per garantire una certa decenza? Il codice penale islamico indica che i proiettili debbono essere scelti con cura. Devono essere usate pietre di medie dimensioni. Non devono essere troppo grandi, in modo che una non sia sufficiente per uccidere, ma non devono nemmeno essere così piccole da non poter essere definite come sassi. Inoltre la procedura deve durare poco meno di mezz’ora.

Oltretutto come dobbiamo accogliere la reazione di Hani Ramadan, il direttore del centro islamico di Ginevra, il quale ci rassicura, dicendo che è vietato insultare i condannati e che dopo la loro morte si prega per loro? Che cinismo!

Cosa possiamo fare in Europa per la presunta colpevole, Sakineh Mohammadi-Ashtiani? Propongo di concederle il diritto di asilo in Europa. Non credo che finora sia stata proposta un’iniziativa del genere, potrebbe essere aggiunta alla risoluzione.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE). (ES) Signora Presidente, la sentenza pronunciata dal regime iraniano contro Sakineh Mohammadi-Ashtiani rappresenta una delle tante violazioni dei diritti umani che il Parlamento deve condannare.

Come ha annunciato il figlio, Sakineh potrebbe essere giustiziata dopo il Ramadan la cui conclusione è prossima. Pertanto non abbiamo molto tempo e la nostra reazione deve essere sufficientemente forte ed enfatica in modo che le autorità iraniane decidano di non applicare la sentenza.

Questa settimana terremo una manifestazione davanti al Parlamento per chiedere il rilascio di questa donna. Chiediamo ai deputati di sostenerci nel tentativo di impedire che si compia un atto barbaro nel XXI secolo. É questo il nostro dovere come deputati, come cittadini, ma sopratutto come esseri umani. Chiedo all’Alto rappresentante Ashton, al Consiglio e al Commissario competente per i diritti umani di condannare con maggiore fermezza le violazioni dei diritti umani e di richiedere il rispetto degli accordi e delle convenzioni internazionali, di adottare ogni possibile provvedimento politico per intensificare le pressioni in modo che l’Iran rispetti i diritti umani.

 
  
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  Krisztina Morvai (NI).(HU) Combatto contro il fenomeno della violenza contro le donne da tantissimo tempo, più precisamente da oltre vent’anni, negli ultimi dieci come avvocato per i diritti umani ed i diritti delle donne. Ho anche scritto due libri sull’argomento, quindi vorrei sgombrare il campo dai dubbi: mi oppongo strenuamente a tutte le forme di violenza contro le donne. Tuttavia, attiro l’attenzione dell’Alto rappresentante Ashton su un tema alquanto diverso dalle questioni menzionate dai colleghi. Vorrei invitarla in Ungheria e vorrei invitarla a guardare alle violazioni dei diritti umani che avvengono in Europa. Non si può sconvolgere sistematicamente l’intera agenda quotidiana – non so in quante occasioni nell’ultimo anno da quando sono in Parlamento – per parlare delle violazioni dei diritti umani in Iran, chiudendo però gli occhi su quanto è accaduto in Ungheria nel 2006, quando furono incarcerati degli innocenti per lunghe pene detentive comminate a seguito di processi farsa, e l’Unione europea non ha fatto nulla. Oggi in Ungheria uno dei capi dell’opposizione da un …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Barbara Matera (PPE). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, difendere Sakineh vuol dire difendere la vita, il diritto alla vita, quindi a vivere.

La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, ma non solo, tutte le Carte costituzionali dei nostri paesi, annoverano tra i propri principi i diritti inviolabili dell'individuo, in primo luogo il diritto alla dignità e alla vita.

La nostra non deve essere una battaglia per un individuo, ma per tutti gli esseri umani che si vedono privare della propria vita in ogni parte del mondo e per qualsiasi motivo. Nessuna ragione, tradizione, religione, legge o autorità può disporre – e dico disporre – della vita di un individuo.

Occorrono interventi accorati, ma anche decisi, contro i paesi che autorizzano e applicano la pena di morte, come tutte le violazioni gravi dei diritti umani. L'Europa in questo deve essere decisa, deve puntare i piedi, deve imporre nei propri rapporti diplomatici e commerciali il rispetto di questi diritti. Sakineh non sarebbe la prima vittima. Ora basta, diciamo basta.

 
  
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  Dacian Cioloş, Commissione.(FR) Signora Presidente, prima di tutto, a nome della Commissione, ringrazio il Parlamento per il dibattito e per il sostegno che è stato chiaramente espresso in questa sede per i diritti umani.

Posso garantirvi, per conto della Commissione, che sarà fatto tutto il possibile affinché le autorità iraniane accettino di sedersi al tavolo negoziale e affinché questi temi siano chiariti nel corso di discussioni diplomatiche.

Posso inoltre assicurarvi, a nome della baronessa Ashton, che non ci stiamo limitando esclusivamente alle dichiarazioni pubbliche e che, su questo caso, si svolgerà un incontro tra i rappresentanti locali della Presidenza di turno in Iran ed il governo iraniano il 29 agosto. La Commissione e l’Alto rappresentante continueranno ad adoperarsi per conseguire dei risultati.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa. La votazione si svolgerà mercoledì alle 12.00.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. – Signor Presidente, Onorevoli colleghi, questo dibattito è necessario oggi perché anche la nostra assemblea si unisca alla grande mobilitazione internazionale in atto per fermare le esecuzioni capitali in Iran, in particolare la lapidazione della giovane Sakineh. Come spesso accade tuttavia, dibattiti di questo tipo arrivano sempre sul filo del rasoio, in tempo appena utile per evitare l’esecuzioni o altri casi di gravi violazioni dei diritti umani. Dovremmo invece pensare a quale tipo di azioni possiamo mettere in campo per eliminare alla radice le cause delle violazioni dei diritti umani nel mondo, cause che si chiamano dittature, teocrazie, radicalismo islamico, totalitarismi. Per quanto riguarda in particolare il caso dell’Iran, voglio sperare che nessuno di noi si illuda che la nostra azione, l’azione del Parlamento Europeo nel campo delle relazioni con l’Iran possa fermarsi alle risoluzioni che noi votiamo, per quanto giuste e condivisibili. Non possiamo tollerare che i teocrati di Teheran e i fanatici che governano quel Paese vengano, come è successo un paio di mesi fa, in questo Parlamento a darci lezioni di democrazia. La nostra azione deve essere uno sprone affinché l’UE affronti il dossier delle relazioni con Teheran con fermezza, senza ambiguità e indecisioni.

 
  
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  Zita Gurmai (S&D), per iscritto.(EN) I capi di imputazione a carico di Sakineh Mohammadi-Ashtiani sono falsi e oscuri. Ella è stata torturata ed è stata costretta a confessare nel corso del procedimento giudiziale. É stata privata di tutte le garanzie legali e il suo avvocato ha subito intimidazioni dalle autorità. Questo processo è scandaloso. La prima condanna che le è stata inflitta è stata per adulterio. É incredibile che si senta persino parlare di un’accusa come questa! Nessun potere umano ha il diritto di entrare nella camera da letto della gente fintanto che la vita privata si basa sul consenso e sull’amore. La vita umana non è replicabile, ogni vita è preziosa nella sua individualità. Deve quindi essere sostenuta e protetta, anche nei procedimenti penali. La stessa pena di morte appare quindi inammissibile. Non esiste alcuna giustificazione di tipo morale o religioso per la pena capitale. Coloro che credono che “Dio ha creato l’uomo a sua immagine” devono levarsi contro questa punizione, poiché nessun uomo ha il diritto di distruggere le sembianze di Dio o di prendere il dono più grande che egli ci ha fatto: la vita. Sono molto lieta che numerosi paesi europei si siano pronunciati contro questa sentenza brutale. Due giorni fa Sakineh Mohammadi-Ashtiani è stata frustata e suo figlio teme che possa essere giustiziata dopo il Ramadan. La mia speranza è che ci sia abbastanza tempo per agire.

 

19. Interventi di un minuto su questi di rilevanza politica
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca gli interventi di un minuto su questioni di rilevanza politica ai sensi dell’articolo 150 del regolamento.

 
  
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  Rosa Estaràs Ferragut (PPE).(ES) Signor Presidente, l’articolo 3 del trattato di Lisbona conferisce all’Unione europea la responsabilità della coesione economica, sociale e territoriale e della solidarietà tra Stati membri. La coesione, in particolare la coesione territoriale, è pertanto uno degli obiettivi principali dell’Unione in vista di assicurare uno sviluppo armonioso e di rimuovere le disparità regionali. Il trattato di Lisbona prevede anche un sostegno per le regioni insulari.

Intervengo perché il governo spagnolo ha annunciato dei tagli nel sovvenzionamento dei voli verso le isole Baleari, le Canarie, Ceuta e Melilla per i residenti. In altre parole, il governo intende ridurre gli sconti sui voli praticati ai residenti. Per questi cittadini il trasporto aereo è essenziale. Non è semplicemente un’opzione, essi dipendono dal trasporto aereo, in quanto è l’unico mezzo di contatto con il mondo esterno e quindi, mantenendo gli sconti, si garantisce a queste regioni pari opportunità e la possibilità di essere competitive.

Chiedo al Parlamento di sostenere la coesione territoriale e confido che interverrà affinché il governo spagnolo riconsideri la soppressione di questi sconti.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D).(LV) Signora Presidente, onorevoli colleghi, sappiamo che non bisogna mentire. Sappiamo che le promesse non mantenute si configurano come inganno. Sei anni fa, nel corso dei negoziati di adesione della Lettonia, il governo lettone promise al Commissario competente per l’allargamento che avrebbe risolto il problema dei cittadini apolidi. Ad oggi la questione non è ancora stata risolta. La Lettonia da lungo tempo fa parte dell’Unione europea, ma 300 000 persone che vivono nel paese, in Europa, rimangono senza cittadinanza. Mi sembra quasi che ora sia una moda mentire a livello europeo. Forse mi sbaglio. Se così non fosse, il problema avrebbe dovuto essere risolto. É una questione importante. Grazie per l’attenzione.

 
  
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  Chris Davies (ALDE).(EN) Signora Presidente, abbiamo discusso molte volte del problema di Gaza, del blocco economico imposto da Israele e della povertà che ne deriva, ma non abbiamo avuto spesso la possibilità di gioire per le cose buone che vengono da Gaza.

In estate a Gaza i bambini hanno conseguito due record mondiali. Settemila bambini hanno stabilito il record mondiale di palleggio nella pallacanestro, mentre altrettanti bambini hanno stabilito il record mondiale di volo con gli aquiloni. Tutto ciò è accaduto grazie all’UNRWA e al programma di campi estivi che questa organizzazione ha allestito per i bambini, offrendo loro delle attività in circostanze davvero difficili.

Spero che l’Assemblea si congratulerà con i bambini per quello che hanno fatto, ricordandosi che metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni. Essi non possono votare. Non sono responsabili dei problemi e dei conflitti di quest’area. Vogliono solamente una vita normale e delle speranze e delle aspirazioni per il futuro. Ringrazio inoltre l’UNRWA e la sua struttura insieme a tutti i palestinesi che vi lavorano, per aver reso possibile questi campi estivi.

 
  
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  François Alfonsi (Verts/ALE).(FR) Signora Presidente, la stampa internazionale ha pubblicato notizie interessanti sui Paesi baschi. Uno dei protagonisti del conflitto armato, l’ETA, ha appena assunto un’iniziativa pubblica a favore di una soluzione politica e pacifica. Nelle sue dichiarazioni si parla della fine dell’azione militare, il che va ben oltre il semplice cessate il fuoco riportato dai media e comporta l’introduzione di un monitoraggio internazionale in cui l’Unione europea deve svolgere appieno il proprio ruolo.

L’Unione europea ha già reso un contributo decisivo per l’attuazione e poi per il consolidamento del processo di pace del 1998 in Irlanda del Nord. Anche nei Paesi baschi l’Unione europea deve dimostrasi all’altezza delle proprie responsabilità, che sono notevoli, in modo che la rinnovata speranza che è nata oggi non venga compromessa dai pregiudizi costantemente messi in campo dai conservatori. Il Parlamento europeo deve assolutamente cogliere tutte le opportunità per diffondere finalmente la pace nei Paesi baschi, che si collocano al cuore dell’Unione europea.

Signora Presidente, ribadisco che il conflitto basco si svolge proprio nel cuore dell’Unione europea. Rappresenta una deriva pericolosa per la democrazia e quindi l’Unione ha tutto da guadagnare, adoperandosi attivamente affinché sia messa in atto una soluzione pacifica.

 
  
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  Ashley Fox (ECR).(EN) Signora Presidente, tutti gli Stati membri dell’Unione europea si trovano dinnanzi ad un periodo di austerità. In tutta Europa vengono apportati tagli drastici alla spesa pubblica, mentre i contribuenti sono costretti a finanziare la spesa dell’Unione che cresce di anno in anno. Dobbiamo chiederci il perché il Parlamento non si dedica prioritariamente a proteggere i contribuenti che noi rappresentiamo, riducendo le spese comunitarie.

É assurdo che, dinanzi ai tagli nel settore dell’ordine pubblico, dell’istruzione e di altri servizi pubblici vitali a livello nazionale, l’UE non applichi la stessa disciplina. Le retribuzioni di molti dipendenti pubblici sono state congelate o persino ridotte – e mi chiedo quanta solidarietà mostrerà loro il Commissario oggi presente in Aula. Se gli Stati membri taglieranno la spesa del 20 per cento in termini reali nei prossimi cinque anni, l’Unione deve fare altrettanto. Il Parlamento deve chiedere alla Commissione di ridurre le proprie spese e di restituire i fondi non spesi agli Stati membri.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ROTH-BEHRENDT
Vicepresidente

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL).(EL) Signora Presidente, la crisi del credito nell’area dell’euro, che ha costretto il mio paese, la Grecia, a rivolgersi al Fondo monetario internazionale, su insistenza dell’Unione europea, ha messo in luce il grave deficit sociale e democratico nell’UE e soprattutto nel trattato di Lisbona.

Pertanto, oltre ai colpi di mano in campo sociale (ad esempio, sono stati cancellati i contratti collettivi in Grecia), abbiamo assistito anche a colpi di mano in ambito politico, in quanto il governo eletto in Grecia non ha varato certe decisioni poiché gli è stato impedito dal memorandum siglato con l’Unione europea e con il Fondo monetario internazionale, mentre il Parlamento europeo ha respinto una risoluzione sull’eventuale approvazione o bocciatura di tali decisioni. Il tutto è stato scandito da decreti presidenziali.

Ad ogni modo, mi preme evidenziare che è stato messo in atto un colpo di mano anche a livello europeo, visto che né il popolo né il Parlamento sono stati consultati in merito al meccanismo di finanziamento creato ai sensi dell’articolo 122 per consentire l’erogazione di prestiti ai paesi dell’Europa.

In altre parole, è intervenuto un cambiamento istituzionale, motivo per cui le chiedo, signora Presidente, di sollevare la questione e di inserire un dibattito in Aula ai sensi dell’articolo 218 sulla conclusione degli accordi internazionali.

 
  
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  John Bufton (EFD).(EN) Signora Presidente, in quanto deputato europeo per il Galles, ho accolto con grande preoccupazione l’annuncio del Commissario Lewandowski, il quale intende sopprimere la deroga finanziaria per il Regno Unito. Stando al Commissario, la deroga non è più giustificata, in quanto il bilancio comunitario è cambiato in maniera sostanziale e quindi tale deroga ha perso il suo significato originario.

Commissario Lewandowski, lei si definisce un intermediario onesto, quindi mi spieghi il motivo per cui ai cittadini britannici viene chiesto di pagare sempre di più. Dov’è l’onestà a questo punto?

Come probabilmente saprà, i contribuenti britannici in definitiva conferiranno 10 miliardi di sterline per stabilizzare l’euro nell’ambito del Fondo monetario internazionale. Inoltre ci è stato chiesto di offrire sostegno finanziario alla Grecia, alla Lettonia e all’Ungheria, che sono alle prese con gravi difficoltà economiche. Sembra che il Regno Unito dovrà sborsare circa 23 miliardi di sterline per sostenere l’euro. Cos’altro volete? Quanto ancora dovremo pagare? L’Unione europea chiede ai governi nazionali di tagliere la spesa, però il bilancio comunitario per il prossimo esercizio stranamente lievita. Per quanto ancora dovremo pagare per l’Unione europea e per l’euro? Che tipo di beneficio deriva al popolo britannico in quanto membro di questa falsa Unione?

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Csanád Szegedi (NI).(HU) Signora Presidente, onorevoli colleghi, in Ungheria la scorsa settimana abbiamo festeggiato il 70° anniversario del secondo arbitrato di Vienna. Grazie a tale lodo la Transilvania settentrionale fu restituita all’Ungheria a parziale compensazione del torto che l’Europa aveva fatto al paese con il trattato del Trianon alla fine della prima guerra mondiale. Con questo lodo, il secondo arbitrato di Vienna, l’Europa riconobbe che il trattato del Trianon era un trattato ingiusto. Purtroppo, dopo la seconda guerra mondiale, la Transilvania settentrionale fu nuovamente strappata alla madrepatria. Secondo il movimento per un’Ungheria migliore, a distanza di settant’anni la nazione e ungherese si troverà di nuovo riunita, trascendendo i confini, all’interno dell’Unione europea. Chiedo al Parlamento europeo di avere un atteggiamento aperto verso le aspirazioni di autonomia delle regioni Érmellék e Székely. Tre mesi fa ho aperto un ufficio nella regione di Székely per raccogliere direttamente le istanze dei cittadini di origine ungherese oltre confine. Rivolgendomi ai colleghi, chiedo siano aperti uffici analoghi in ogni dove, nei Paesi baschi, in Sud Tirolo …

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Mariya Nedelcheva (PPE).(FR) Signora Presidente, desidero riprendere l’argomento che attualmente è alla ribalta delle cronache, ossia l’integrazione della comunità rom in Europa. Domani si terrà un dibattito con la Commissione ed il Consiglio. Spero che sia produttivo, che la Commissione si assuma il proprio ruolo di attuazione della legislazione europea e che la controversia scoppiata in Francia non dia luogo ad un’infinità di discorsi precostituiti e populisti.

Il popolo rom oggi non ha bisogno di dispute faziose. Ha bisogno di una strategia europea autentica volta a proporre soluzioni a lungo termine per l’integrazione. Sullo sfondo di tale presupposto, dobbiamo adoperarci per favorire l’accesso all’istruzione, introdurre corsi di formazione adeguati come parte integrante della strategia 2020, promuovere l’accesso all’assistenza sanitaria – visite, cure, farmaci, pianificazione familiare – e, soprattutto, dobbiamo trovare soluzioni volte ad integrare in maniera permanente la popolazione rom nel mercato del lavoro.

Infine, si potrà conseguire un successo utilizzando i fondi stanziati per questo tipo di integrazione. Pertanto dobbiamo garantire che gli Stati membri li usino in maniera opportuna.

Non dobbiamo sprecare l’occasione di affrontare il problema, ma dobbiamo assumere un approccio intelligente verso l’integrazione della popolazione rom.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D).(RO) Schengen è un’area comune atta a promuovere la libera circolazione. A mio avviso, la Romania ottempera ai requisiti stabiliti per le aree sottoposte alle valutazioni previste. Le missioni di valutazione svolte finora confermano questa conclusione, mentre la procedura di valutazione sarà completata entro la fine dell’anno.

Alla luce di tali presupposti, credo fermamente che la Romania sia in grado di gestire in maniera efficace i flussi di migranti al confine esterno dell’area Schengen, in ottemperanza con le norme previste per gli attuali Stati membri di Schengen che si trovano a dover affrontare la questione.

Ad ogni modo, questa situazione non si ricollega in alcun modo alla circolazione dei cittadini europei all’interno dell’Unione europea. Di conseguenza, l’obiettivo del coordinamento a livello europeo deve essere quello di migliorare la situazione dei rom in Europa e non di limitare i diritti dei cittadini. Trovo altresì inammissibile stabilire dei collegamenti tra la questione rom e altre questioni quali l’adesione della Romania all’area di Schengen.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE).(ES) Signora Presidente, condanno il pestaggio degli attivisti pro-sahariani da parte della polizia marocchina avvenuto ad El Aaiún il 28 agosto.

Come già accade per le violazioni dei diritti umani a Cuba, in Venezuela e in Honduras, dobbiamo criticare Israele, la Cina ed il Marocco. In questi casi non lo abbiamo ancora fatto e quindi abbiamo messo a repentaglio la nostra credibilità nel mondo e in Europa.

Discutendo di diritti fondamentali, in qualità di cittadino europeo e basco, non posso ignorare il fatto che l’ETA abbia annunciato un cessate il fuoco ieri, ma non ha compiuto il passo che speravamo. Vogliamo infatti che la cessazione delle attività di questa organizzazione sia permanente e verificabile da parti terze indipendenti. Vogliamo che l’ETA rinunci alla violenza per sempre e riconosca il male che ha fatto.

Il futuro di Euskadi dipende unicamente dalla società basca e dai suoi rappresentanti democraticamente eletti. Chiedo che il Parlamento insista su queste istanze di base per l’ETA e che si adoperi per mettere in atto delle iniziative volte a conseguire questo risultato.

 
  
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  Marek Henryk Migalski (ECR). (PL) Ultimamente il nostro partner orientale, ossia la Russia, si è macchiato di un’altra violazione dei diritti umani. Abbiamo infatti denunciato i rapimenti in Ingushetia ed in Dagestan ed è stata negata l’autorizzazione per diverse manifestazioni, come quelle previste per il 31 luglio, il 30 ed il 31 agosto. Tra gli arrestati si annoverano Lev Ponomarev, Sergei Udaltsov, Mikhail Sznaider, Andrei Dmitrev, Aleksandr Gudimov e Andrei Pivarov. Il 25 agosto, nel corso di un concerto degli U2 a Mosca, lo stand di Amnesty International è stato prima chiuso e poi distrutto. Credo che incidenti esecrabili di questo genere dovrebbero formare oggetto di discussione nei colloqui che le istituzioni europee intrattengono con i nostri partner orientali.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL).(PT) Quest’estate nemmeno il lavoro stagionale è servito per ridurre la disoccupazione. Stando agli ultimi dati di Eurostat, infatti, nell’area dell’euro la disoccupazione in media si attesta al 10 per cento, ma questa percentuale arriva al 20 per cento tra i giovani nell’Unione europea.

È particolarmente grave che la Commissione europea, il Consiglio ed i governi nazionali non conferiscano al problema una maggiore priorità, insistendo invece sulla rigida applicazione del patto di stabilità e di crescita e delle politiche di austerità. Così facendo, compromettono anche il futuro di un’intera generazione di giovani. In alcuni paesi, come la Francia, si è arrivato persino ad espellere in massa dei gruppi di rom o a rispedirli nei propri paesi. In questo modo, lo Stato stesso promuove il razzismo e la xenofobia. Atteggiamenti di questo genere sono inammissibili e noi dobbiamo respingerli. È stato inoltre rilevato che, in definitiva, è solo il capitale e le merci che godono della libertà di circolazione. È quindi urgente rompere con queste politiche. È essenziale che l’Unione europea difenda i diritti umani e crei posti di lavoro corredati da diritti.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE).(PT) Nell’Unione europea, purtroppo, vanno al rogo diverse migliaia di ettari di foresta all’anno. Solo quest’anno in Portogallo sono bruciati oltre 100 000 ettari. Non sono sfuggite alle fiamme nemmeno le aree protette, come Peneda-Gerês, dove il fuoco ha divorato oltre 8 000 ettari solo nel parco naturale.

Queste catastrofi ricorrenti annientano il retaggio naturale e culturale, comportano danni irreversibili alla biodiversità, distruggono le infrastrutture ed aggravano i problemi ambientali. L’Unione europea non investe nella prevenzione degli incendi. Inoltre, molti di questi roghi sono dovuti alla desertificazione e alla mancanza di politiche nel comparto rurale. Pertanto è giunto il momento che l’Unione europea adotti una strategia sulla prevenzione degli incendi ed intensifichi i programmi di aiuti al settore rurale.

 
  
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  Corina Creţu (S&D).(RO) Sono trascorsi tre mesi da quando l’onorevole László Tőkés è diventato uno dei Vicepresidenti del Parlamento europeo.

Dalla sua controversa elezione, l’onorevole Tőkés purtroppo ha confermato i timori di coloro che avevano messo in luce quanto fosse rischioso eleggere uno strenuo fautore del separatismo basato su criteri etnici che semina odio in un’area in cui gli Stati membri dell’Unione europea si adoperano per rimarginare le ferite del passato e per favorire la riconciliazione nello spirito dell’Europa unita.

Nel suo nuovo incarico di Vicepresidente, l’onorevole Tőkés sfortunatamente ha inasprito i toni nei suoi messaggi estremisti e chauvinisti, arrivando ad organizzare manifestazioni in piazza a sostegno dell’autonomia territoriale ed etnica di certe zone della Romania. Questa mossa rappresenta un grave attacco contro l’integrità di uno Stato membro dell’Unione europea.

Per tale ragione, visto che tale atteggiamento è contrario ai valori e alle norme europee, chiedo un dibattito sulla revoca dei poteri conferiti all’onorevole Tőkés in qualità di Vicepresidente del Parlamento europeo.

 
  
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  Ramon Tremosa i Balcells (ALDE).(EN) Signora Presidente, come probabilmente saprà, la settimana scorsa si sono conclusi i negoziati sul pacchetto di supervisione finanziaria che sarà votato nel corso della prossima seduta plenaria. Sono lieto di potervi dire che abbiamo difeso fino alla fine la proposta in cui si chiede che il presidente della Banca centrale europea ricopra automaticamente la presidenza dell’ESRB per i primi cinque anni.

A mio parere, questa riforma riveste grande importanza. In questo modo, infatti, la Banca centrale europea sarà molto più coinvolta nella supervisione finanziaria delle istituzioni e dei mercati finanziari europei. Inoltre il presidente Trichet, nel corso delle audizioni periodiche in Parlamento, dovrà anche rispondere della supervisione finanziaria, non solo della stabilità dei prezzi.

Essendo liberale, credo più nella riforma che nelle rivoluzioni. Grazie a questa riforma, per le istituzioni finanziarie che hanno provocato la crisi, sarà più difficile andare a vanti come se nulla fosse.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL).(PT) Qualche giorno fa ad Arouca in Portogallo tutti i lavoratori di una fabbrica di calzature sono stati licenziati mediante sms, senza alcun’altra spiegazione. Ne parlo in questa sede, poiché, purtroppo, questo è un esempio lampante di abuso del licenziamento collettivo in Europa. Si tratta di un atto assolutamente in contrasto con la legislazione europea, è assolutamente contrario ad ogni buon senso e lede il rispetto e la dignità.

Da quando è iniziata la crisi, vi sono otto milioni di disoccupati in più, mentre il numero complessivo di senza lavoro ammonta a 25 milioni. Quanti tra loro sono stati licenziati in questo modo vergognoso? Purtroppo mi viene da dire che sono sempre più le persone licenziate in questa maniera. L’Unione europea afferma di avere una lunga tradizione nella salvaguardia dei diritti dei lavoratori. La legislazione vigente, però, non è efficace. Per tale ragione la questione diventa così rilevante. Non sussiste alcuna giustificazione per casi di licenziamento come quello di Arouca. É innovativo licenziare per sms, ma non è una bella innovazione, anzi è tra le peggiori innovazioni possibili, si potrebbe dire.

 
  
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  Jim Higgins (PPE).(EN) Signor Presidente, l’Anglo Irish Bank è ormai considerata un cadavere in decomposizione del settore bancario commerciale. Tuttavia, grazie alla sconsideratezza che l’ha caratterizzata, ha persino potuto beneficiare di un’operazione di salvataggio per un valore di 25 miliardi di euro, o perlomeno questo è quanto ci è stato detto. I fondi di salvataggio al momento sono stimati a 35 miliardi di euro.

In realtà, il governo irlandese non ha informazioni precise. Può semplicemente fare delle supposizioni. Sappiamo, però, che ai contribuenti irlandesi costa 210 milioni di euro a settimana. Sappiamo che nei primi sei mesi dell’anno la banca ha dichiarato perdite per 8,2 miliardi e la situazione sta peggiorando.

Il ministro delle Finanze irlandese è a Bruxelles questa settimana per ottenere il permesso dell’Unione europea di continuare con l’operazione di salvataggio. Esorto pertanto la Commissione ed il Commissario competente per la concorrenza ad affermare quanto più direttamente possibile che la banca deve essere liquidata non nell’arco di dieci anni, come vorrebbe il governo irlandese, ma nell’arco di due o tre anni. Si tratta infatti di un lusso che non possiamo permetterci.

 
  
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  María Muñiz De Urquiza (S&D).(ES) Signora Presidente, proprio in questo momento in Cile ci sono 33 minatori sotto terra che attendono di essere tratti in salvo. Essi hanno il pieno sostegno del gruppo S&D del Parlamento europeo, lo stesso sostegno di cui godono i minatori che lavorano nei pozzi e nelle miniere delle Asturie, di El Bierzo, di Aragona e di Palencia che chiedono il salvataggio dell’industria carbonifera europea.

Questa operazione è nelle mani della Commissione europea. Infatti, quando l’Esecutivo deciderà in merito alla fattibilità del decreto reale spagnolo e sul regolamento per gli aiuti al comparto carbonifero europeo, deciderà anche della vita di 40 000 famiglie in Spagna. La decisione determinerà la promozione o il disincentivo per gli investimenti nell’estrazione e nelle tecnologie pulite di combustione, quindi determinerà il futuro di molte regioni europee, comprese le Asturie, la mia regione, che è ai primi posti nel comparto, e determinerà la sopravvivenza della nostra unica fonte autoctona di energia.

La Commissione deve tenere presente le ripercussioni sociali, economiche e strategiche, qualora decidesse a sfavore del carbone, dell’industria mineraria e dei suoi lavoratori.

 
  
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  Carl Haglund (ALDE).(SV) Signora Presidente, l’anno scorso la commissione per la pesca del Parlamento europeo votò contro il rinnovo degli accordi di partenariato per la pesca con la Guinea in ragione della strage che era stata perpetrate nella capitale Conakry. Quest’autunno e in agosto abbiamo approntato dei preparativi in vista delle elezioni in Guinea. Sono le prime vere elezioni democratiche dal 1958. L’Unione europea fortunatamente ha inviato degli osservatori, uno dei quali è un collega che oggi è presente in Aula e che dirige una delle operazioni di monitoraggio delle elezioni per controllare che tutto si svolga in maniera democratica.

Questa parte del mondo ha bisogno del sostegno dell’UE. Nel paese limitrofo della Guinea-Bissau abbiamo rilevato dei traffici di narcotici e di altri prodotti la cui destinazione finale, in realtà, è l’Europa, mentre la droga proviene dall’America latina. Le elezioni in Guinea si stanno dimostrando problematiche, in quanto la seconda tornata ha dovuto essere rinviata al 19 settembre a causa dei diffusi brogli elettorali. É importante che il Parlamento ne prenda nota e che si adoperi per dare un sostegno all’Africa occidentale.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE).(RO) Il mio intervento verte sul referendum che si è svolto ieri nella Repubblica moldava in merito all’elezione diretta del presidente. Un cambiamento di questo genere avrebbe messo fine al lungo stallo politico che si è creato a Chişinău.

I comunisti moldavi avevano invitato a boicottare la consultazione referendaria. Purtroppo la loro strategia ha avuto successo, in quanto l’affluenza non è stata sufficiente per sancire la validità del voto.

Gli oppositori dei comunisti, la coalizione dei partiti democratici a Chişinău, devono andare oltre questa sconfitta e soprattutto devono dar prova di umiltà. Essi devono infatti aiutare il paese a continuare nel suo viaggio verso l’Europa. Le elezioni previste per novembre costituiscono un test politico cruciale al fine di avvicinare la Moldavia all’Unione europea.

 
  
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  Cătălin Sorin Ivan (S&D).(RO) Come avete sentito, la Repubblica moldava si trova politicamente allo stallo da oltre un anno. Ad ogni modo, sappiamo tutti che il paese ha compiuto enormi passi in avanti verso l’Unione europea nel breve arco di tempo che ha avuto a disposizione.

Infatti, il referendum di ieri avrebbe potuto porre fine alla stasi che si è creata nella Repubblica moldava, avvicinandola all’Unione europea. Però, non è accaduto. Ad ogni modo, non credo che questo fatto segni una vittoria dei comunisti contro l’Alleanza per l’integrazione europea, si tratta semplicemente di un piccolo ostacolo sulla via del paese verso l’Unione europea.

La Repubblica moldava deve continuare a ricevere sostegno ed incoraggiamento, poiché ha pienamente dimostrato che il suo destino è con l’Europa.

 
  
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  Metin Kazak (ALDE).(BG) Signora Presidente, in Bulgaria si allarga la protesta degli imam e dei mufti dei 1 200 consigli mussulmani che è cominciata a giugno. Sabato la sede dei mufti a Sofia è stata accerchiata da guardie di sicurezza inviate dal presidente del consiglio mussulmano supremo, Nedim Gendzhev, un presidente che è stato imposto dal tribunale contro il volere popolare. Queste guardie hanno impedito l’accesso ai dipendenti a qualche giorno dalla festività religiosa del Aid al-Fitr. I mufti hanno presentato 213 000 firme a sostegno del proprio capo legittimo che è stato eletto nel 2009 e che il tribunale si rifiuta di riconoscere. Questa situazione ridicola mette in luce la grave interferenza dello Stato nell’amministrazione autonoma delle comunità religiose, perpetrata all’insegna del principio “divide et impera”.

I mussulmani in Bulgaria sono vittima di azioni illegali che violano lo Stato di diritto, a causa dell’indolenza della magistratura e del governo, che non è in grado di garantire la libertà di associazione e di credo ai cittadini. Per tale motivo chiedo che la Commissione europea apra un’inchiesta specifica su questo caso.

Grazie.

 
  
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  Martin Ehrenhauser (NI).(DE) Signora Presidente, vorrei parlare brevemente delle agenzie dell’Unione europea. Oggi sono stato a Vienna per il lancio del libro che ho scritto su questo tema. Nelle ricerche che ho svolto per il libro, è emerso che, se si includono le agenzie esecutive, le agenzie decentralizzate e le agenzie del Consiglio, il prossimo anno avremo oltre quaranta agenzie. Il costo è di 1,7 miliardi di euro all’anno con 7 000 funzionari comunitari al servizio di questa seconda burocrazia segreta dell’Unione europea.

Le agenzie che nascono come funghi provocano i problemi che noi tutti ben conosciamo. É quindi urgente trovare delle soluzioni. Nel mio libro ho formulato un piano che si articola in undici punti e che consentirebbe di risparmiare 500 milioni di euro all’anno del denaro dei contribuenti. Tutti i cittadini possono richiedere una copia gratuita del mio libro direttamente a me attraverso il mio sito web.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Il tragico episodio di violenza verificatosi lo scorso lunedì a Devinska Nova Ves nella provincia di Bratislava, in cui sono morte otto persone, ha profondamente scosso e addolorato tutto il paese. Oltre alle vittime, sono state ferite 15 persone. Secondo le indagini svolte finora alla base della sparatoria vi sarebbero dei dissapori tra vicini di casa, che probabilmente hanno influito sulla labile psiche dell’autore del folle gesto. Non si è trattato di un episodio a sfondo razzista, però, visto che solo una delle otto vittime aveva origini rom.

Le autorità hanno reagito rapidamente, l’intervento della squadra speciale di polizia è stato appropriato ed ora il governo segue da vicino l’inchiesta in corso su questo brutale gesto e, attraverso la politica che mette in atto, sostiene le misure atte a garantire una maggiore sicurezza ai cittadini ed a proteggere i loro diritti. In tale contesto sarà rivolta un’attenzione particolare alle cosiddette aree a rischio e alla rivalutazione. Signora Presidente, desidero solamente aggiungere che la Repubblica slovacca ha ricordato le vittime indicendo una giornata di lutto nazionale.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D).(EN) Signora Presidente, in uno scenario di tagli alla spesa pubblica negli Stati membri, mi preme enfatizzare il ruolo che l’Unione europea può svolgere per contribuire a realizzare la ripresa economica.

L’Unione ha diversi fondi importanti a disposizione, compreso il settimo programma quadro, il finanziamento per il piano di sviluppo rurale ed i Fondi strutturali.

Un recente esempio di come possono essere usati validamente questi fondi lo abbiamo avuto proprio oggi. É stato infatti annunciato un piano per la costruzione di una strada di distribuzione per un valore di 107 milioni di sterline a Port Talbot in Galles. Oltre 50 milioni di sterline di questo finanziamento provengono dal FESR. Questo importante progetto aprirà una nuova era di rinascita in questa cittadina in futuro. Desidero quindi congratularmi con l’amministrazione locale di Neath Port Talbot e ovviamente con l’assemblea gallese.

Dobbiamo garantire la continuazione di questo genere di finanziamenti nel 2011 e nella nuova prospettiva finanziaria successiva al 2013.

 
  
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  Seán Kelly (PPE).(EN) Signora Presidente, la sicurezza dell’approvvigionamento energetico costituisce una parte importante della strategia 2020. Infatti, senza questa componente, sarebbe difficile conseguire i vari obiettivi.

Ovviamente i vari paesi sperano di centrare gli obiettivi sulle energie rinnovabili fissati in questa agenda, ma, anche in caso ci riuscissero, dipenderemmo comunque dagli approvvigionamenti provenienti da paesi terzi. Al momento quasi tutti gli Stati hanno accordi unilaterali, ma è giunto il momento di passare ad un accordo multilaterale, un’eventualità che in effetti si configura all’articolo 194 del trattato di Lisbona.

Spero che arriveremo ad una situazione in cui, proprio come abbiamo una politica agricola comune ed una politica comune per la pesca, avremo anche una politica comune in tema di energia, soprattutto in relazione ai paesi terzi – prima di tutto per garantire la sicurezza energetica ed in secondo luogo per garantire che paesi come la Russia non possano sfruttarci a loro vantaggio come hanno fatto negli ultimi 1-2 anni.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (S&D).(RO) La dieta ha un grande impatto sullo sviluppo fisico e mentale e sulla salute a lungo termine.

Una dieta scorretta è un fattore determinante in caso di malattie come il diabete, il cancro e le cardiopatie. Per tale ragione è importante impartire un’adeguata educazione alimentare, non solo agli adulti, ma sopratutto ai bambini. In realtà, sono prima di tutto le scuole a dover svolgere un ruolo chiave, insegnando a mangiare correttamente.

Mi preme inoltre attirare l’attenzione dell’Assemblea sugli effetti aversi derivanti dall’associazione dei giocattoli con gli alimenti malsani, evidenziandone i rischi.

Sullo sfondo di tale presupposto, la Commissione europea deve rivolgere al più presto la sua attenzione all’educazione alimentare e alla salute dei bambini.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE).(EL) Signora Presidente, abbiamo tutti messo in luce la necessità di investire nell’istruzione e nella società della conoscenza e ci siamo avvalsi di ogni possibile mezzo a tale scopo. Al contempo, però,dobbiamo riconoscere che gli esami sono scadenti in tutti i paesi europei.

Citerò l’esempio della Grecia. In questo paese gli studenti devono sottoporsi ad un test d’ingresso per accedere all’istruzione superiore. Il precedente governo greco aveva fissato a 10 il voto per la sufficienza. In altri termini gli studenti dovevano ottenere un voto di almeno 10 su 20 per potersi iscrivere ad un corso di istruzione superiore.

Di recente Il governo greco ha incomprensibilmente abolito questo voto per la sufficienza. Di conseguenza, gli studenti ora possono avere un posto all’università in Grecia con un voto di 0,91 su 20. Questo stato di cose deve assolutamente cambiare. Dobbiamo condannare unanimemente mosse di questo genere volte a promuovere l’istruzione superiore in Europa.

 
  
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  Edit Herczog (S&D).(HU) La buona notizia è che la situazione economica della regione europea centro-orientale mostra un crescente miglioramento. Abbiamo anche notato, però, che, a dispetto del miglioramento delle prospettive economiche dell’Ungheria, la valutazione internazionale della situazione economica del paese per certi versi è peggiorata. Pertanto non ci si può aspettare una diminuzione dei tassi d’interesse nei prossimi sei mesi. In questo modo, si svaluteranno i prestiti esteri contratti da 1,5 milioni di cittadini ungheresi, ponendoli a rischio di perdere la casa. Chiediamo rispettosamente all’amministrazione europea di compiere ogni sforzo possibile per garantire il ripristino della fiducia nell’Ungheria, in quanto la fiducia degli investitori esteri rafforza il fiorino ungherese. Questo fattore riveste una grandissima importanza prima dell’inizio dell’inverno per 1,5 milioni di persone che sono oberate da debiti in valuta estera.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D).(DE) Signora Presidente, La Macarena non è solo una danza allegra, è anche il nome di una cittadina sita nel cuore della Colombia che è diventata tristemente nota. Nel 2009 gli agricoltori locali si sono lamentati per l’inquinamento dell’acqua. Ora il becchino del paese dichiara di aver seppellito circa 2 000 cadaveri anonimi.

Con il coordinamento dell’organizzazione Giustizia per la Colombia, una delegazione di politici e di sindacalisti ha partecipato ad un incontro informativo su questo caso. Molti dei partecipanti avevano attraversato a piedi la giungla per raccontare la storia di parenti che erano state stuprate e minacciate e che alla fine erano scomparse. Due giorni dopo gli organizzatori ci hanno riferito di aver ricevuto minacce di morte. Abbiamo visto la tomba comune intorno alla quale montano di guardia gli stessi soldati sospettati di coinvolgimento negli omicidi.

Non esiste alcun altro paese al mondo in cui sono scomparse così tante persone. Il 90 per cento degli atti di violenza rimane impunito. La rapida conclusione dell’accordo di libero scambio con l’Unione europea servirebbe solo a suggellare gli abusi sistematici perpetrati contro i diritti umani in Colombia.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D).(FR) Signora Presidente, si è appena svolto un dibattito sull’argomento, ma desidero attirare nuovamente l’attenzione sul caso di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, che è stata condannata a morte dal governo iraniano e sulla quale attualmente pesa la minaccia di morte mediante il barbaro rito della lapidazione.

Lo scorso fine settimana è stata condannata a 99 frustate, poiché un giornale britannico aveva pubblicato la fotografia di una donna a capo scoperto. La fotografia, però, ritraeva un’altra persona e le scuse del giornale non sono valse a cambiare questa nuova sentenza. Si è formato un grande movimento di solidarietà per salvare Sakineh Mohammadi-Ashtiani e per denunciare queste prassi esecrabili.

In che paese, nel XXI secolo, si può specificare nero su bianco nel codice penale la dimensione delle pietre che devono essere usate contro i condannati per ucciderli? In Iran.

Solo il coinvolgimento della comunità politica e internazionale ha potuto impedire la lapidazione negli ultimi anni, e solo questo genere d’impegno può convincere il governo iraniano a desistere. Come politici, come cittadini e come esseri umani, abbiamo il dovere di impedire questo omicidio. Chiedo pertanto all’Unione europea di attivarsi per salvare Sakineh Mohammadi-Ashtiani.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

 

20. Finanziamento e funzionamento del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (breve presentazione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A7-0236/2010), presentata dall’onorevole Portas a nome della commissione per i bilanci, sul finanziamento ed il funzionamento del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione [2010/2072(INI)].

 
  
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  Miguel Portas, relatore.(PT) Signora Presidente, la relazione che mi appresto a presentare è il frutto di un compromesso tra gruppi che hanno opinioni molto diverse sulla politica e sulla tutela dell’occupazione. Ringrazio pertanto i relatori ombra, la commissione per l’occupazione e gli affari sociali e la commissione per i bilanci per la cooperazione di cui hanno dato prova per raggiungere un accordo positivo per le vittime dei licenziamenti collettivi nell’Unione europea.

L’accordo si basa su due presupposti. Prima di tutto bisogna tenere presente che gli effetti della crisi continueranno a farsi sentire anche nel caso si materializzasse una ripresa economica, che comunque è ben lungi dall’essere certa. I licenziamenti collettivi pertanto non appartengono al passato e purtroppo continueranno ad incidere sulla vita sociale dei nostri paesi. Per tale ragione la prima scelta da compiere è semplice: vogliamo o non vogliamo estendere fino al 2020 il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione? La risposta che viene data nella relazione è chiaramente affermativa, in quanto vogliamo inviare un messaggio forte ai disoccupati. Vogliamo che questa categoria goda di un sostegno mediante programmi di riqualificazione e di reintegrazione nel mondo del lavoro. Vogliamo che queste persone abbiano un’altra possibilità, cosa che noi, in quanto politici, abbiamo il dovere di garantire.

In secondo luogo, il Fondo per molti aspetti non ha funzionato a dovere da quando è stato varato, ma i cambiamenti introdotti nel regolamento attuativo hanno aumentato in maniera significativa gli ambiti di applicazione. É ancora troppo prematuro passare ad una valutazione, ma siamo comunque in grado di definire e di identificare il problema principale. Da quando si compie il licenziamento collettivo ci vogliono tra i 12 ed i 17 mesi affinché il denaro arrivi ai paesi interessati e in taluni casi i tempi sono ancora più lunghi. Disponiamo di un fondo atto a rispondere alle esigenze sociale urgenti, che però si muove alla velocità di una lumaca. Sono le conseguenze sociali che mi preoccupano: a causa di questa lentezza molti lavoratori finiscono per non usufruire del Fondo e si scoraggia la presentazione delle domande nelle regioni e nei paesi che ne hanno più bisogno.

I governi quindi non danno corso alle domande finché non sono state approvate da Bruxelles, altrimenti sarebbero costretti a cominciare con la componente nazionale dei finanziamento nel periodo attuale di austerità di bilancio. Per tale motivo la relazione propone una serie di misure a breve termine per dimezzare i ritardi e sempre per tale motivo si propone di rendere il Fondo permanente a partire dal 2013.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, alcuni degli Stati membri che hanno beneficiato di più del Fondo si oppongono alla sua semplificazione. Essi temono che per velocizzarlo alla fin fine ci vorranno sempre più soldi. Per la verità il rischio esiste a prescindere dalla velocità in cui viene mobilitato il Fondo. Il rischio di un lungo periodo di crescita mediocre esiste, poiché tale sviluppo dipende all’impatto che avranno le politiche di austerità sulla ripresa dell’economia.

Ad ogni modo il punto oggi è un altro e verte sull’atteggiamento che deve assumere l’Europa verso i licenziamenti collettivi. Vogliamo sacrificare queste vittime sull’altare delle restrizioni di bilancio oppure riusciamo almeno a dare a queste persone la medesima attenzione che abbiamo avuto per il sistema finanziario, il quale oltretutto è stato salvato dalle nostre tasse.

La decisione contemplata nel testo prende le mosse dall’etica e dalla percezione che abbiamo degli esseri umani e dell’Europa. Vogliamo un’Europa che sia inequivocabilmente sociale.

 
  
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  Elena Băsescu (PPE).(RO) Desidero far presente alcuni fattori riguardo al finanziamento e al funzionamento del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione.

Sono nove gli Stati membri – tra cui la Romania che è in una posizione più vulnerabile agli effetti della globalizzazione – che finora non hanno potuto accedere al Fondo. Uno dei motivi è ascrivibile alla natura restrittiva dei criteri di ammissibilità, anche dopo la revisione del 2009.

Il FEG è uno strumento utile fintantoché è flessibile. Ad ogni modo, mi preme attirare l’attenzione sul fatto che le autorità rumene competenti non hanno ancora adottato il quadro legislativo richiesto per accedervi. Tutto ciò accade in un periodo in cui, negli ultimi due anni, la Romania ha assistito ad un costante aumento della disoccupazione, mentre quest’estate ha denunciato il numero più elevato di ristrutturazioni dell’Unione europea.

L’accesso al FEG insieme ad una migliore assimilazione dei Fondi strutturali e di pre-adesione avrebbero potuto lenire l’impatto della crisi economica in Romania.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D).(EN) Signora Presidente, la ringrazio per avermi dato la possibilità di rendere un breve contributo. Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione ha un’importanza vitale e deve essere supportato e protetto. Le esigenze delle persone che si trovano disoccupate senza averne la benché minima responsabilità devono essere sostenute.

Ultimamente sono stata contattata da un cittadino del mio collegio elettorale che era interessato a questo Fondo specifico e spero che tale fatto porti a riflettere sulla richiesta del nuovo governo britannico e della coalizione conservatrice-liberale di mettervi fine. Spero quindi che sarà rivisto e riconsiderato questo approccio sconsiderato verso il Fondo, che in effetti aiuta i lavoratori. É assolutamente importante da parte nostra sostenere e proteggere, ma anche apportare degli aggiustamenti laddove si rendono necessari.

Sono a favore del Fondo e vorrei che fosse protetto e supportato. Vorrei inoltre avere la garanzia che sia usato nella maniera più appropriata.

 
  
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  Seán Kelly (PPE).(EN) Signora Presidente, prima di tutto ringrazio l’onorevole Portas per il lavoro che ha svolto. Visto che nel mio collegio elettorale mi occupo di due ambiti in cui è stato applicato il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, devo dire che in linea di massima il provvedimento è molto positivo. La Commissione molto gentilmente è venuta a spiegarlo ai lavoratori della Waterford Crystal. Qualcuno lo ha definito un regalo dell’Unione europea, ed in effetti è questo il suo scopo.

Tuttavia l’applicazione del Fondo ha per certi versi deluso le aspettative della gente. In parte questa delusione è ascrivibile alle agenzie nazionali, tra cui la FÁS, che è molto nota alla Commissione, poiché in passato ha dovuto rispondere all’Esecutivo per uso indebito dei finanziamenti. Pertanto la posizione che essa occupa verso i lavoratori è stata compromessa.

Tendiamo, però, ad essere troppo inflessibili, soprattutto quando la gente vuole mettersi in proprio ed in relazione alla durata del Fondo. La data di inizio coincide con la data della domanda, invece dovrebbe essere usata a riferimento la data di concessione del Fondo. Sono queste le questioni da affrontare. Spero che le condizioni possano essere rese più flessibili.

 
  
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  Frédéric Daerden (S&D).(FR) Signora Presidente, onorevoli colleghi, i dibattiti svoltosi all’interno della commissione per l’occupazione e gli affari sociali e della commissione per i bilanci hanno consentito di redigere una valida proposta di relazione.

Apprezzo il contributo reso al dibattito sul futuro del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione. Ad esempio, il documento affronta la necessità di coinvolgere le parti sociali nella compilazione del fascicolo, mette in luce l’attenzione che deve essere rivolta all’integrazione delle PMI che fungono da sub-fornitori nei grandi siti colpiti dai licenziamenti di massa.

Si deve inoltre seriamente pensare di istituire un fondo indipendente con propri stanziamenti di spesa e di impegno per il futuro. Si tratta semplicemente di fornire risorse adeguate all’Europa sociale, che vogliamo così tanto.

Alcuni non vogliono sentir ragioni, e quindi è stato chiesto un voto per parti separate per stralciare questo paragrafo. Sarebbe estremamente negativo per il dibattito, se la relazione non indicasse tutte le possibilità atte a migliorare il finanziamento di questi fondi. Onorevoli, colleghi, mi appello al vostro desiderio di continuare a migliorare questo strumento senza escludere alcuna possibilità, invitandovi a votare a favore dell’intero paragrafo 16 che verte proprio su questo tema.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL).(PT) Signora Presidente, vi sono tre altre questioni che mi preme evidenziare in questa sede. La prima verte sulle misure di prevenzione che devono essere assunte per impedire alle multinazionali di de localizzare, per contrastare la disoccupazione ed incrementare l’occupazione dotata di diritti. La seconda riguarda l’applicazione del Fondo, che non deve mai fungere da pretesto, celare o agevolare i licenziamenti dovuti alle ristrutturazioni societarie o alla delocalizzazione delle multinazionali. La terza attiene alla necessità di aumentare il cofinanziamento comunitario dal 65 ad almeno l’80 per cento affinché il Fondo possa essere utilizzato dagli Stati membri che si trovano alle prese con maggiori difficoltà finanziarie affinché i disoccupati più bisognosi possano avere rapidamente ed efficacemente un sostegno, cosa che non si è ancora verificata.

 
  
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  Dacian Cioloş, membro della Commissione.(FR) Signora Presidente, onorevoli deputati, prima di tutto desidero porgere le congratulazioni della Commissione al relatore, onorevole Portas, per l’eccellente lavoro che ha svolto per stilare questa esaustiva relazione e per la cooperazione di cui ha dato prova con i relatori delle altre commissioni incaricate di emettere dei pareri.

La relazione arriva nel momento giusto, in quanto può essere facilmente integrata nel lavoro che l’Esecutivo sta attualmente svolgendo per rispettare due scadenze. In primo luogo, nel 2011 scade la cosiddetta deroga per la crisi ai sensi della quale il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) può fornire sostegno ai lavoratori licenziati a seguito della crisi economica e finanziaria mondiale e può erogare un cofinanziamento del 65 per cento. Dobbiamo valutare se è necessario prorogare la deroga oppure se passare ad un cofinanziamento del 50 per cento per i licenziamenti motivati dalla congiuntura.

La seconda scadenza è la fine del 2013, la data in cui dovrà essere rivisto il regolamento sul FEG. In proposito, fondamentalmente bisognerà decidere se integrare questo Fondo nel prossimo quadro finanziario pluriennale.

Siamo lieti di rilevare che la relazione dell’onorevole Portas sostiene le ragioni che hanno portato all’istituzione del fondo e sottolinea la necessità di mantenere lo strumento. La relazione, in realtà, indica che per il futuro si dovrebbe renderlo permanente e chiede alla Commissione di presentare una proposta in proposito.

L’onorevole Portas propone che sia anticipata la valutazione a medio termine prevista per il 2011 in modo che sia completata entro il 30 giugno 2011. Questa proposta comporta un problema in relazione al regolamento FEG emendato, poiché le relazioni sui primi casi approvati dopo l’adozione del regolamento emendato saranno disponibili sono all’inizio di novembre 2011. Ovviamente disponiamo di una relazione finale precedente che possiamo usare per riformare i criteri che non sono stati rivisti nel regolamento, ad esempio il tasso di successo delle azioni che rientrano nel campo di applicazione del Fondo, l’analisi comparativa di queste misure, le procedure di consultazione delle parti sociali e l’analisi dell’impatto del Fondo sui beneficiari.

La relazione rileva che sinora l’attuazione è stata assai modesta. Il contributo finanziario è stato approvato solo per 27 casi ed i settori rappresentati sono molto pochi. Nove Stati membri non sono riusciti a presentare domanda. Sono stati usati solo 80 milioni di euro sul totale di 1,5 miliardi di euro disponibili. Per le prime 11 domande la Commissione ha chiesto un rimborso che sfiora il 40 per cento dell’importo erogato.

Mi preme evidenziare, in linea con la relazione, che questi dati riguardano solamente le domande approvate ai sensi del regolamento originario e che, come giustamente rileva la relazione, gli emendamenti apportati al regolamento hanno portato ad un aumento considerevole del numero delle domande di aiuto mediante il Fondo in termini di lavoratori e di bilancio.

La relazione giustamente chiede che siano apportati dei miglioramenti, in particolare una riduzione del tempo che intercorre tra i licenziamenti e la data in cui vengono erogati i contributi del Fondo. La Commissione è determinata a velocizzare e a semplificare le procedure, ma per apportare alcuni di questi miglioramenti, è necessaria una migliore organizzazione tra le parti interessate, ossia la Commissione, gli Stati membri e l’autorità di bilancio.

Grazie ad uno stretto coordinamento tra la Commissione ed il Parlamento europeo, in particolare, sulle tempistiche, dovremmo riuscire a ridurre alcuni ritardi. Gli Stati membri devono essere incoraggiati a presentare le domande non appena vengono annunciati i licenziamenti. Dal canto suo, la Commissione deve fornire maggiori informazioni ed una maggiore consulenza agli Stati membri e deve darsi una scadenza di tre-quattro mesi per compiere la propria valutazione.

Prendiamo nota della richiesta di presentare una proposta atta a prorogare la deroga per la crisi fino alla fine del quadro finanziario pluriennale. Convengo che, per il periodo successivo al 2013, debba essere esaminata la questione del FEG nel contesto dei negoziati sul prossimo quadro finanziario pluriennale e che si debba pensare anche alla creazione di un fondo permanente.

La relazione è ricca di idee e di suggerimenti e renderà un utile contributo alla stesura del nuovo regolamento. La Commissione ha altresì fissato una serie di incontri di consultazione con gli Stati membri e con altri interlocutori. Il relatore e anche gli altri deputati parteciperanno senz’altro a queste consultazioni, poiché l’obiettivo è quello di migliorare il Fondo e di renderlo ancora più efficiente in futuro come strumento volto a testimoniare la solidarietà europea verso i lavoratori che sono stati licenziati.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà martedì, 7 settembre 2010, alle 12.30.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto.(PT) Sostengo questa relazione sul finanziamento ed il funzionamento del Fondo di adeguamento alla globalizzazione (FEG), poiché convengo totalmente sulla necessità rendere più rapida la mobilitazione del Fondo, come ha indicato il relatore. Il FEG è stato creato come mezzo per contrastare gli effetti avversi della globalizzazione sui lavoratori colpiti dai licenziamenti collettivi in modo da aiutarli a trovare una nuova occupazione mediante programmi personalizzati per il reintegro nel mercato del lavoro. Il FEG ha un tetto massimo annuale di 500 milioni di euro, che non è mai stato raggiunto dagli Stati membri. Attualmente passano dai 12 ai 17 mesi tra il licenziamento collettivo e l’erogazione del finanziamento allo Stato membro che lo richiede. Grazie alle proposte del relatore volte a rendere la procedura più semplice e più flessibile, si potrebbero dimezzare i tempi di mobilitazione. In risposta all’aumento della disoccupazione dovuta alla crisi economica e finanziaria, è essenziale che il Fondo divenga uno strumento di sostegno permanente e che sia veramente flessibile e specifico. É l’unico modo in cui il FEG può servire a promuovere nuove competenze per un’occupazione nuova, sostenibile e di alta qualità, contribuendo quindi ad innalzare la competitività dell’Unione europea nel contesto della globalizzazione.

 
  
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  Giovanni Collino (PPE), per iscritto. – Signora Presidente, onorevoli colleghi, la globalizzazione rappresenta un’opportunità importante per noi e per i nostri figli, ma allo stesso tempo ci spaventa, creando distribuzioni della ricchezza più difficili da controllare e da gestire con equità.

Oltrepassare i nostri confini e mettere in gioco le nostre identità comporta la necessità di costruire culture più solide dentro le quali continuare a far germogliare reciproco rispetto e sincera comprensione. Fra i primi oggetti della nostra comprensione dobbiamo far rientrare gli interessi di quelle famiglie che si sono trovate all’improvviso senza un reddito a causa di condizioni economiche sempre più difficili.

Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione deve rappresentare per queste famiglie una risposta nonché uno strumento efficiente di futuro sviluppo economico dell’Unione. In piena crisi economica non possiamo permetterci eccessive rigidità negli strumenti di attuazione di cui i nostri cittadini, prima ancora delle nostre politiche, soffrirebbero inevitabilmente.

Il fatto stesso di avere ancora oggi numerose giacenze di progetti presentati e mai realizzati deve portarci a riflettere su quanto i nostri programmi e i nostri fondi permanenti possano bastare a se stessi, e quindi valutare seriamente l’opportunità di affiancare al Fondo sociale europeo il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione come strumento stabile d’intervento europeo in ambito d’occupazione.

 
  
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  Louis Grech (S&D), per iscritto. (EN) Il FEG è uno strumento necessario per contrastare la tendenza che porta i cittadini europei a perdere il proprio posto di lavoro a causa della globalizzazione e della crisi finanziaria. Sono del parere che il Fondo nella sua forma attuale possa ancora essere migliorato; sebbene dalla sua istituzione si siano registrati progressi per accelerare e implicare la procedura di richiesta, credo che dovremmo impegnarci di più, vista la gravità della crisi finanziaria, per migliorarne il funzionamento al fine di raggiungere gli obiettivi per i quali è stato creato. Quanti necessitano realmente del Fondo devono essere in grado di ottenere i finanziamenti in modo tempestivo, al fine di minimizzare i numerosi effetti negativi legati a lunghi periodi di disoccupazione. Per questo, invito la Commissione a valutare la possibilità di avviare la procedura di richiesta non appena saranno annunciati i piani per gli esuberi, e non al loro avvio come invece accade ora. Vorrei tuttavia avere ulteriori dettagli sull’attuazione del programma e in particolare sui suoi effetti sul lungo periodo. A priori il programma presenta i vantaggi del Fondo rispetto ai costi; sostengo quindi la proposta a favore dell’indipendenza del FEG, con pagamenti e stanziamenti d’impegno propri secondo un nuovo piano finanziario pluriennale.

 
  
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  Georgios Stavrakakis (S&D) , per iscritto.(EL) Signor Presidente, onorevoli colleghi, prima di tutto desidero porgere le mie congratulazioni al relatore, onorevole Portas, per la relazione e all’onorevole Berès per l’importante contributo che ha reso a nome della commissione per l’occupazione e gli affari sociali. La lunga crisi economica e le sue conseguenze nefaste rendono ancora più prezioso il valore aggiunto del FEG in quanto strumento di politica sociale dell’UE. Il sostegno finanziario mirato che eroga mediante programmi di riqualificazione e di reintegrazione per i lavoratori colpiti dai licenziamenti di massa riveste un’importanza particolare. Per tale ragione, come indica la relazione, i cambiamenti provvisori che estendono l’ambito di applicazione del FEG – che sono stati introdotti nel 2009 e che giungeranno a scadenza nel 2011 – devono essere mantenuti fino al 2013. Non dimentichiamoci che questi cambiamenti hanno consentito un’autentica espressione di solidarietà ai lavoratori licenziati a seguito della crisi economica e finanziaria mondiale. Ad ogni modo, deve essere compiuta un’approfondita valutazione del Fondo di adeguamento alla globalizzazione al fine di gettare le basi per la presentazione e l’esame di proposte specifiche volto a semplificarlo, rendendone il funzionamento più rapido e più efficiente.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto.(DE) La procedura richiede ancora dai 12 ai 17 mesi affinché il Fondo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) possa essere erogato. Stavolta i tempi potrebbero essere ridotti, sempre che gli Stati membri si attivino non appena hanno notizia di licenziamenti collettivi. Gli Stati membri sono infatti chiamati ad individuare e a sfruttare tutte le sinergie possibili per consentire un intervento più rapido e più efficace a livello europeo mediante il FEG nel caso di licenziamenti collettivi. La Commissione deve migliorare l’informazione e la visibilità del FEG tra gli Stati membri ed i potenziali beneficiari. Nella relazione ad interim che la Commissione presenterà al Parlamento, l’Esecutivo dovrà evidenziare, tra l’altro, il tasso di successo nella reintegrazione, la valutazione della riqualificazione delle competenze dei beneficiari e l’analisi del coordinamento tra i vari programmi finanziati dall’Unione europea. Il progetto di bilancio per il 2011 per la prima volta prevede stanziamenti di pagamento per il FEG. Le richieste non devono essere finanziate esclusivamente mediante trasferimenti dalle linee europee per i Fondi strutturali. Devono essere identificate anche altre linee di bilancio a questo scopo. Mi preme enfatizzare che il FEG non deve mai essere visto come un sostegno per le società multinazionali, ma deve essere utilizzato esclusivamente a sostegno dei lavoratori colpiti dai licenziamenti di massa.

 

21. Interconnessione dei registri delle imprese (breve presentazione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A7-0218/2010), presentata dall’onorevole Lechner a nome della commissione giuridica, sull’interconnessione dei registri delle imprese [COM(2009)06142010/2055(INI)] (A7-0218/2010).

 
  
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  Kurt Lechner, relatore.(DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, l’importanza dei registri delle imprese, dei registri commerciali o dei registri di settore – come vengono chiamati – risulta evidente in ragione del gran numero di direttive in materia societaria che si sono occupate della questione già dal 1968 e che hanno introdotto cambiamenti significativi.

Nel 2003 si è prodotto un cambiamento sostanziale con l’introduzione dell’obbligo di tenere i registri in forma elettronica al fine di migliorare in maniera significativa l’accesso transnazionale. I registi sono ancora tenuti a livello nazionale e raccolgono solo le informazioni che possono essere inserite a livello nazionale e per cui sono competenti tali registi. É questo un aspetto che non intendiamo modificare.

Va da sé che l’accesso transnazionale alle voci del registro è importante e che potrebbe essere migliorato. É cosa ovvia. Il problema risiede in due aree. In primo luogo l’accesso transnazionale per i cittadini deve essere migliorato, e per cittadini s’intendono i cittadini in senso lato, ossia tutti coloro che sono interessati – avvocati, notai, consulenti fiscali, sindacalisti, lavoratori e ogni altro soggetto.

La seconda questione verte sull’interoperabilità – la cooperazione tra i registri – che deve essere migliorata. Ciò si applica, in particolare, quando un’impresa ha la sede legale in un paese e ha una succursale in un altro. In tali casi spesso ci vuole troppo tempo per copiare i dati relativi alla sede nel registro del paese della succursale. Inoltre questa operazione spesso non viene effettuata in maniera corretta. Il processo forse potrebbe essere automatizzato.

Apprezziamo e sosteniamo senza riserve gli sforzi profusi dalla Commissione. I costi saranno tagliati, si risparmierà tempo e si progredirà sul fronte del mercato interno. Vi sono alcuni punti che desidero commentare. In primo luogo, le informazioni del registro delle imprese non sono necessariamente comparabili con le informazioni reperibili mediante altre fonti. Esse hanno uno status giuridico che varia da uno Stato membro all’altro. É un aspetto che deve essere evidenziato agli utenti, in modo che non pensino che le voci riportate nel registro di un altro Stato membro possano essere usate nello stesso modo nel loro paese.

Ad ogni modo sarebbe possibile semplificare i formati utilizzati rendendoli standard, stabilire un portale di accesso uniforme e migliorare la terminologia utilizzata in modo che i dati possano essere resi disponibili in molte se non in tutte le lingue ufficiali. Ci sono già state una serie di iniziative del genere, come il Registro europeo delle imprese (European Business Register – EBR) e il progetto Interoperabilità dei registri delle imprese in Europa (Business Register Interoperability Throughout Europe – BRITE) per citarne un paio. Gli Stati membri in linea di massima convengono sul fatto che la cooperazione in quest’area debba essere approfondita. Passando poi ai difetti rilevati nei registri, prima di tutto i dati vengono inseriti solo su base volontaria, in secondo luogo non tutti gli Stati membri vi prendono parte e in terzo luogo in parte sono ancora in fase di prova.

Né io né il Parlamento abbiamo le conoscenze tecniche necessarie, cosa che peraltro non rientra nemmeno nelle nostre responsabilità. La grande maggioranza dei deputati convengono sul fatto che il progetto debba progredire nel quadro delle sopracitate iniziative. Il successo su questo fronte può essere conseguito solo se tutti vi prendono parte. Per ora non vogliamo spingere affinché siano presentate proposte legislative. Se tutti partecipano su base volontaria e se dovesse funzionare in questo modo, non è necessario varare alcuna normativa. Vogliamo che siano compiuti dei progressi quando le condizioni saranno tecnicamente e oggettivamente appropriate e quando tutti gli Stati membri riusciranno a prendervi parte.

Desidero concludere ringraziando tutti coloro che hanno lavorato con me e le commissioni che sono state consultate. Auspico che questo progetto riceva un ampio sostegno e che sia approvato con il voto.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Per me il fatto che i registri delle imprese non siano interconnessi rappresenta un fallimento del ruolo di coordinamento della Commissione. Infatti gli Stati membri da tre anni devono tenere i registri in forma elettronica. Diciannove Stati, compreso l’ultimo nuovo Stato membro, la Repubblica ceca, condividono i dati nel quadro del progetto del Registro europeo delle imprese. Ovviamente la qualità ed il corrispondente valore dei dati variano considerevolmente. In molti paesi non vi sono indicazioni sulla responsabilità giuridica e sulla veridicità dei dati o esistono solamente registri regionali e non nazionali.

Sostengo il relatore e la richiesta rivolta alla Commissione di assegnare un’attenzione appropriata alla questione. Inoltre deve essere erogata un’assistenza adeguata, compresa l’assistenza finanziaria, ai rimanenti otto Stati che, ad eccezione del Portogallo, sono solo paesi di nuova adesione. L’accesso transnazionale ai registri è importante non solo per i creditori, per i partner commerciali e per i consumatori, ma anche per innalzare la certezza giuridica e la trasparenza negli appalti pubblici.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D).(DE) Signora Presidente, prima di tutto ringrazio il relatore, onorevole Lechner, per l’ottima cooperazione. Siamo riusciti a raggiungere dei compromessi praticabili.

In sintesi, il mio gruppo ritiene che i punti più importanti siano i seguenti: prima di tutto la partecipazione obbligatoria di tutti gli Stati membri, come indicato prima, in secondo luogo l’accesso pubblico mediante un portale unico ufficiale di accesso, in terzo luogo l’aspetto della protezione dei consumatori, in quanto le informazioni devono essere attendibili ed aggiornate. É altresì particolarmente importante per i consumatori essere informati in questo contesto circa le implicazioni giuridiche. Infine il sistema deve essere alla portata degli utenti. Spetta alla Commissione indicare come realizzare questo aspetto sul piano tecnico.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D).(RO) Visto che sono oltre 20 milioni le imprese nell’Unione a 27, di cui il 99 per cento sono piccole e medie imprese, interconnettere i registri è necessario per garantire che il mercato interno funzioni in maniera efficiente.

Dal 1° gennaio 2007 è obbligatorio tenere in forma elettronica le informazioni contenute nel registro delle imprese e garantirne l’accessibilità online in tutti gli Stati membri. Tuttavia i registri sono diversi gli uni dagli altri e gli utenti si trovano davanti a lingue diverse, diversi termini di ricerca e diverse strutture.

Per tale motivo credo che tutti gli Stati membri debbano aderire a progetti come BRITE ed EBR. Tutti gli Stati membri, infatti, già fanno parte del sistema informatico del mercato interno.

Agevolando l’accesso elettronico alle informazioni sulle imprese commerciali, si potrebbe conseguire un risparmio pari a 160 milioni di euro all’anno. Tuttavia, questo risparmio potrebbe essere maggiore, se fosse messa in atto l’iniziativa sulla fatturazione elettronica e se fosse disponibile mediante un unico punto di accesso informatico.

 
  
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  Monika Flašíková Beňová (S&D). (SK) In vista dei vantaggi offerti dal mercato unico e del moltiplicarsi delle opportunità commerciali transnazionali, oltre che per intensificare la certezza giuridica, è essenziale armonizzare i dati contenuti nei registri delle imprese ed il metodo per reperirli ed elaborarli. Se riusciremo a garantire un’interconnessione efficace dei registri delle imprese, oltre ad essere più semplice gestire le relazioni e l’acquisizione delle informazioni su terzi, riusciremo anche a rafforzarne la posizione in nome della necessità di trasparenza nelle relazioni commerciali e giuridiche, rafforzando altresì la certezza giuridica.

Pertanto reputo essenziale armonizzare il sistema di dati forniti nei registri delle imprese in tutti gli Stati membri. Questi tipo di approccio garantirebbe sostanzialmente una maggiore trasparenza e sarebbe utile non solo per le relazioni sopra indicate, ma anche forse per impedire che si verifichino effetti avversi, ad esempio, in caso di cambio di sede legale delle imprese e di altri soggetti e in caso di istituzione di succursali in altri Stati membri o ancora nelle fusioni e nelle acquisizioni transnazionali.

 
  
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  Dacian Cioloş, membro della Commissione.(FR) Signora Presidente, onorevoli deputati, l’interconnessione dei registri delle imprese è un progetto volto ad intensificare la trasparenza degli operatori economici, a ripristinare la fiducia e a promuovere l’accesso delle PMI al mercato unico. Porgo le mie congratulazioni all’onorevole Lechner e alla commissione giuridica per la relazione che hanno stilato.

Le nostre visioni sono assai simili. La Commissione, entro l’inizio del 2011, presenterà alcune proposte legislative che senz’altro riprenderanno le vostre conclusioni.

La crisi economica e finanziaria ha messo in luce l’importanza della trasparenza sui mercati finanziari e in altri ambiti. Affinché i cittadini possano riacquistare fiducia, devono avere accesso ad informazioni attendibili e aggiornate sulle imprese. I registri delle imprese svolgono un ruolo fondamentale in proposito, riportando le informazioni relative alle imprese e rendendole disponibili al pubblico.

Ad ogni modo, se è facile accedere alle informazioni negli Stati membri in cui è registrata una società, è spesso molto difficile, per ragioni tecniche e linguistiche, accedere alle medesime informazioni in un altro Stato membro. L’interconnessione dei registri delle imprese pertanto conferirà un ulteriore e necessario strumento informativo alle PMI, ai consumatori e ai lavoratori.

Ora desidero esprimere alcune osservazioni su alcuni aspetti della relazione Lechner. Essa rileva la preoccupazione espressa rispetto all’aumento del carico amministrativo che potrebbe risultare dall’interconnessione di questi registri. Posso già garantirvi che non abbiamo intenzione di imporre nuovi costi, diretti o indiretti, alle imprese.

Condivido anche il vostro desiderio di rendere obbligatoria la partecipazione di tutti gli Stati membri al meccanismo di cooperazione. Infatti, tale meccanismo ha senso solo se è sostenuto da tutti gli Stati membri.

Per quanto concerne la cooperazione sul regolare aggiornamento dei dati sulle succursali estere, la Commissione intende presentare una proposta legislativa su questo meccanismo in cui gli Stati membri saranno tenuti a partecipare. É questo sicuramente un elemento che manca nel mercato interno.

Avete inoltre raccomandato l’introduzione di un punto unico di accesso per le informazioni. Condividiamo l’obiettivo di rendere accessibili le informazioni fornite dai registri nazionali. I consumatori, i lavoratori, le piccole e medie imprese, ma anche le autorità nazionali degli Stati membri devono essere in grado di usufruire di questi servizi senza ostacoli.

Sempre per quanto attiene al tema dell’accessibilità, vogliamo offrire le informazioni in tutte le lingue ufficiali dell’Unione europea. É questo infatti il presupposto per conseguire l’obiettivo di avvicinare il mercato interno ai cittadini.

Inoltre, gli utenti dei registri devono essere chiaramente informati del campo d’azione e delle varie conseguenze derivanti dalle informazioni contenute nel registro, che possono variare notevolmente da un paese all’altro. Per quanto riguarda la qualità delle informazioni, è chiaro che le informazioni fornite nell’ambito dell’interconnessione devono essere attendibili, aggiornate e accessibili. Il Parlamento ha lanciato un messaggio forte e la Commissione ne ha preso buona nota.

Infine, posso garantirvi che l’iniziativa della Commissione rispetterà la protezione dei dati personali e commerciali.

Onorevoli deputati, la relazione Lechner dimostra chiaramente che il Parlamento intende contribuire ad interconnettere i registri delle imprese in maniera più efficace a vantaggio dei consumatori, delle imprese e dei lavoratori. Questo progetto è destinato a rafforzare il mercato interno. La Commissione ne è lieta e attende con ansia l’adozione della relazione in Plenaria.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si terrà martedì, 7 settembre 2010, alle 12.30.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Raffaele Baldassarre (PPE), per iscritto. – L'interconnessione dei registri commerciali è un presupposto essenziale per la promozione dell'integrazione dello spazio economico all'interno dell'UE e per rafforzare la certezza giuridica a favore delle imprese e dei consumatori. La relazione del collega Lechner evidenzia compiutamente quelle che sono azioni prioritarie, imprescindibili per accrescere la certezza del diritto e la trasparenza di attività economiche transfrontaliere. In primo luogo, è fondamentale che l'interconnessione dei registri e l'accesso ai dati avvenga in un unico contesto. A tal fine, sarà necessario rafforzare e portare avanti il potenziale offerto dal progetto d'interconnessione BRITE, in modo tale da permettere lo stabilimento di un portale unico, che permetta a tutti i cittadini di accedere alle informazioni delle imprese europee. In secondo luogo, sarà fondamentale adoperarsi, affinché tutti gli Stati vi partecipino al più presto, prendendo in considerazione l'integrazione in via obbligatoria per tutti gli Stati membri dei registri delle imprese. Questo perché, il successo di qualsiasi progetto, che miri a uno sviluppo armonioso del mercato interno, presuppone la partecipazione di tutte le parti interessate, affinché esso possa essere reso vincolante non appena affinati i criteri di natura tecnica.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto.(RO) L’interconnessione dei registri delle imprese degli Stati membri contribuisce a semplificare le condizioni dell’attività economica ed alleggerisce il carico amministrativo che incombe sugli imprenditori. Si tratta altresì di uno strumento utile che promuove la cooperazione e lo scambio di informazioni e che punta a creare una banca dati paneuropea e ad unico punto di accesso. Tuttavia, mi preme evidenziare che, nonostante l’impatto positivo che questa iniziativa è destinata ad avere, ossia la riduzione dei costi, la traduzione delle informazioni nelle lingue ufficiali dell’Unione europea rappresenta una soluzione i cui costi sopravanzano di gran lunga i benefici. Dobbiamo mettere da parte l’orgoglio nazionale insito nell’uso della lingua di ciascuno Stato membro e promuovere solo una o al massimo due lingue veramente diffuse (inglese e francese) come lingue da usare nelle varie procedure amministrative, come quella su cui verte la relazione.

 
  
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  Zuzana Brzobohatá (S&D), per iscritto.(CS) La relazione sull’interconnessione dei registri delle imprese è frutto delle conclusioni del Consiglio del 25-26 maggio 2010. L’iniziativa s’innesta in un approccio complesso dell’UE nell’area della protezione dei consumatori. Tutte le azioni che comportano un approccio trasparente alle informazioni sulle società commerciali che operano nel territorio dell’Unione europea devono essere sostenute. Tengo ad enfatizzare che sostengo particolarmente la richiesta avanzata alla Commissione di creare un unico punto di accesso alle informazioni dai registri delle imprese ed il coinvolgimento degli Stati membri. Solo in questo modo è possibile conseguire un margine autentico e netto per la protezione dei cittadini in quanto consumatori e per assicurare certezza giuridica nel mercato interno dell’Unione nel suo insieme.

 

22. Competenza giurisdizionale, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (breve presentazione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A7-0219/2010), presentata dall’onorevole Zwiefka a nome della commissione giuridica, sull’attuazione e la revisione del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale [COM(2009)01742009/2140(INI)].

 
  
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  Tadeusz Zwiefka, relatore.(PL) Signora Presidente, il regolamento “Bruxelles I” contiene disposizioni specifiche sulla giurisdizione in materia civile e commerciale e disciplina altresì il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni emesse in altri Stati membri. É giustamente considerato una normativa molto riuscita. Ha agevolato la libera circolazione delle decisioni, ha intensificato la certezza giuridica ed ha consentito di evitare procedimenti simultanei, benché in alcuni ambienti sia stata criticata, poiché viene ritenuta impraticabile e contraria all’attività economica. Anche le sentenze della Corte di giustizia vengono considerate contraddittorie. Quando fu approvato il regolamento “Bruxelles I”, ci fu solamente una consultazione in Parlamento. Ora l’Assemblea è impegnata su tutte le proposte future concernenti gli emendamenti al regolamento, come prevede la normale procedura legislativa, quindi è positivo il fatto che stiamo già lavorando sul Libro verde della Commissione. Le questioni identificate in questo documento includono anche la possibile abolizione della procedura exequatur, l’adattamento del regolamento ad un contesto internazionale più ampio, il funzionamento delle clausole sulla scelta del foro, i casi riguardanti la proprietà industriale ed intellettuale e la possibile riforma della litispendenza. Ho cercato di redigere una relazione calibrata e orientata al futuro. Mi ha colpito la reazione suscitata da due documenti di lavoro in cui ho sostenuto le ragioni a favore dell’abolizione della procedura exequatur al fine di apportare benefici concreti ai cittadini dell’Unione europea. Al contempo rimango convinto che questo provvedimento debba essere compensato mediante una procedura speciale correlata a meccanismi di salvaguardia adeguati per i debitori. A prescindere dall’abolizione dell’exequatur, sono persuaso che le leggi del governo non debbano essere attuate direttamente nello Stato senza essere passate al vaglio delle autorità giuridiche competenti a livello nazionale. Inoltre va cambiato il principio secondo cui la clausola di esecuzione può essere respinta o emendata solo nei casi in cui la sentenza non è in linea con la politica pubblica del paese che ha varato la clausola stessa. In determinate circostanze l’atto del governo può non essere conforme con sentenze giudiziarie precedenti emesse nello stesso paese.

Continuo ad essere contrario all’abolizione dell’arbitrato nel campo d’azione del regolamento. Ad ogni modo ritengo sia necessario ripensare radicalmente il collegamento tra arbitrato e procedimenti giudiziari. Finché non metteremo in atto un’approfondita revisione e delle consultazioni ad ampio raggio, non dovremmo tentare di dar corpo ad una protezione di base della giurisdizione arbitrale. Per il futuro mi piace molto l’idea di rendere un riscontro pieno sulle disposizioni del regolamento. Al momento è prematuro, però. Raccomando una consultazione ampia ed un dibattito politico prima di intraprendere un’azione su questo tema, che va oltre i suggerimenti presentati nella proposta di relazione. Sostegno inoltre l’idea di rinnovare i negoziati sulle convenzioni in materia di sentenze internazionali nell’ambito della conferenza dell’Aia. La relazione tocca alcune problematiche molto compresse nel campo del diritto privato internazionale. Benché la questione della diffamazione non sia stata affrontata nel Libro verde della Commissione, sussiste senza ombra di dubbio il problema del cosiddetto forum shopping, ossia la scelta della giurisdizione più favorevole per ottenere il risarcimento massimo possibile nelle cause per diffamazione. La libertà di parola e dei media deve rimanere in equilibrio con i diritti della persona che è stata diffamata o il cui diritto alla vita privata è stato violato. Di conseguenza, credo che la questione della diffamazione non debba essere esclusa dai principi generali del regolamento “Bruxelles I”. Ovviamente penso all’eventualità che uno strumento di questo genere possa essere appropriato per disciplinare i principi di diritto privato internazionale. Forse sarebbe necessario un altro strumento per regolare il conflitto tra la libertà dei media ed i diritti individuali elementari. Il regolamento “Bruxelles I” non è stato varato per valutare la qualità delle sentenze giudiziarie negli Stati membri. La Corte di giustizia europea, nel parere Lugano, ha chiaramente affermato che lo strumento giuridico di “Bruxelles I” si basa sulla fiducia reciproca.

Ringrazio i colleghi della commissione giuridica, in particolare gli onorevoli Wallis e Regner.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D).(DE) Signora Presidente, “Bruxelles I” è un ottimo regolamento. Potrebbe essere migliorato, non solo abolendo cautelativamente l’exequatur, ma anche intensificando la protezione dei lavoratori e dei consumatori. Pertanto, trovo assai deprecabile che non sia possibile raggiungere un compromesso con l’onorevole Zwiefka su questo punto. “Bruxelles I” afferma che la parte più debole può collocarsi in una posizione migliore rispetto a quanto previsto per mezzo dei regolamenti sulla competenza che sono più favorevoli a tale parte rispetto alla norma generale.

Pertanto, sarebbe opportuno – per impedire il forum shopping o la scelta di convenienza della giurisdizione – introdurre un foro distinto per le controversie in materia di lavoro. Si tratta di un aspetto importante, se vogliamo impedire che in futuro si ripropongano casi come la causa Viking, che ha sollevato un gran polverone. Purtroppo non ho più tempo per affrontare altri temi.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE).(EN) Signora Presidente, la relazione è molto importante e al contempo molto tecnica. La standardizzazione delle relazioni del diritto privato internazionale rappresenta il punto chiave del consolidamento del mercato unico nel suo significato più pieno, mentre l’abolizione dell’exequator sarà sicuramente accolta con grande entusiasmo sia dalla comunità economica che dagli avvocati.

Il costo per la redazione dei contratti si abbasserà e altrettanto accadrà per il recupero debiti a seguito di cause avviate presso i tribunali degli Stati membri. Ad ogni modo, mi dispiace che la relazione non si estenda agli atti autenticati. Spero che questa omissione sia rettificata, visto che tali atti, se sono emessi da notai abilitati dal tribunale, negli Stati membri – salvo per il caso del Regno Unito – hanno lo stesso valore delle decisioni giudiziali.

 
  
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  Monika Flašíková Beňová (S&D). (SK) Nell’ambito dei procedimenti giudiziari civili internazionali il buon funzionamento del mercato interno è messo a repentaglio da talune differenze nelle norme nazionali in materia di giurisdizione e di riconoscimento delle decisioni. Da otto anni a questa parte, ossia da quando è entrato in vigore il regolamento “Bruxelles I”, il dispositivo si è rivelato importante e necessario e, insieme al regolamento “Bruxelles II”, costituisce un quadro europeo complessivo nel settore delle relazioni procedurali civili e commerciali.

Dall’entrata in vigore dello strumento, le controversie nelle relazioni aventi una dimensione internazionale sono disciplinate da norme procedurali unificate in tema di giurisdizione, riconoscimento ed attuazione delle decisioni giudiziali nell’Unione europea.

Le parti hanno pertanto acquisito una maggiore certezza giuridica, nonostante le differenze nelle misure normative sostanziali. Personalmente ritengo che questa misura sia tra le più importanti ed è uno degli strumenti più usati nel diritto privato internazionale. Spero che il suo utilizzo continui ad essere sostenuto, che evolva continuamente e che si riveli necessario anche per il lavoro decisionale dei tribunali.

 
  
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  Dacian Cioloş, membro della Commissione.(EN) Signora Presidente, accogliamo con favore l’iniziativa del Parlamento, che ha voluto esprimere il proprio parere sulla futura revisione del regolamento “Bruxelles I”. Desidero inoltre ringraziare in particolar modo il relatore per il documento ben circostanziato che consente all’Assemblea di riflettere sulla futura revisione.

É la prima volta che il Parlamento svolge il proprio ruolo di colegislatore su questa materia, che tocca al cuore della cooperazione giudiziaria civile in Europa. Apprezziamo il sostegno espresso dall’Assemblea per l’obiettivo principale della prossima revisione, in cui s’intende realizzare un’autentica libertà di circolazione delle decisioni giudiziali nell’Unione. Mi preme evidenziare che l’abolizione dell’exequatur deve costituire un vero e proprio passo in avanti nell’integrazione giudiziale. La Commissione non la vede come una semplice rimozione di una formalità superflua, ma come un passo in avanti verso la creazione di una fiducia reciproca nei reciproci sistemi giudiziari. Di conseguenza, vanno ridimensionati i motivi addotti contro l’abolizione, ovviamente sempre che siano inseriti degli elementi di salvaguardia appropriati.

Siamo lieti che il Parlamento abbia convenuto sul fatto che la scelta del foro e l’accordo arbitrale debbano essere debitamente tutelati nell’Unione. La Commissione studierà i mezzi più appropriati per conseguire questo obiettivo nell’Unione nel rispetto delle convenzioni internazionali in materia. Vorrei far presente che la protezione degli accordi arbitrali non deve limitare la libera circolazione delle sentenze nell’Unione.

Tengo a sottolineare che l’Unione europea deve rafforzare la protezione giudiziaria dei propri cittadini sul piano mondiale, creando un ambiente giuridico atto a promuovere gli scambi internazionali e offrendo alle imprese europee una serie di norme comuni nelle relazioni commerciali al di fuori dell’Europa.

Nella prossima revisione la Commissione invita il Parlamento ad assumere una posizione aperta in materia, la cui essenza in effetti verte sull’accesso alla giustizia in Europa e sull’attuazione dei diritti previsti dal diritto dell’Unione europea.

La Commissione accoglie con favore il sostegno del Parlamento per migliorare i rimedi provvisori nelle controversie e infatti sta esplorando le modalità migliori di procedere, non solo nel contesto del regolamento “Bruxelles I”, ma anche il relazione alla creazione di un allegato sul settore bancario europeo.

Per me questa relazione è un primo passo nella futura revisione del regolamento “Bruxelles I”. Ovviamente avremo occasione di discuterne ancora prossimamente. La Commissione intende proporre la revisione entro la fine dell’anno ed è ansiosa di collaborare per la prima volta con il Parlamento su questa materia.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà martedì, 7 settembre 2010 alle 12.30.

 

23. Integrazione sociale delle donne appartenenti a gruppi etnici minoritari (breve presentazione)
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A7-0221/2010), presentata dall’onorevole Parvanova a nome della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, sull’integrazione sociale delle donne appartenenti a gruppi etnici minoritari [2009/2041(INI)] .

 
  
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  Antonyia Parvanova, relatore.(EN) Signora Presidente, oggi sono molto lieta di presentare la mia relazione sull’integrazione sociale delle donne appartenenti gruppi etnici minoritari, una questione che riveste la massima importanza e che troppo spesso non riceve tutta l’attenzione che merita. Il dibattito, inoltre, giunge al momento opportuno, soprattutto se si pensa a quanto è accaduto quest’estate in Francia.

Di integrazione tante volte si parla in quanto mezzo atto a contrastare le discriminazioni contro gruppi minoritari. Tuttavia, raramente si rileva che le vittime principali della discriminazione sono le donne: prima di tutto perché appartengono ad un gruppo minoritario e poi perché sono donne.

L’articolo 21 della Carta sui diritti fondamentali vieta le discriminazioni dovute all’appartenenza a minoranze nazionali, ma vi sono comunità etniche minoritarie nell’Unione che subiscono ancora discriminazioni, vengono emarginate e segregate.

Una situazione del genere non è ammissibile. In tale scenario, infatti, sembra che i diritti fondamentali dell’Unione europea non si applichino alle persone che vivono al suo interno. Il principio della parità di genere, inoltre, rappresenta uno dei principi chiave della Carta, ma talvolta si ha l’impressione che venga dimenticato, soprattutto nel caso delle donne che appartengono a gruppi etnici minoritari.

Non esiste una definizione universalmente accettata di “gruppo etnico minoritario” ed è dibattuto anche l’uso stesso di questo termine. Nella mia relazione utilizzo il termine “gruppo etnico minoritario” come definizione omnicomprensiva in riferimento a gruppi quali la popolazione rom, che non usufruiscono dei diritti fondamentali dell’UE.

Ho cercato di stilare una relazione tesa a valutare le questioni che contornano le politiche di integrazione sociale nell’Unione europea, soprattutto per le donne che appartengono a gruppi etnici minoritari, e per mettere in luce che le soluzioni che funzionano, laddove vi sono problemi, in modo di contribuire alla ricerca di soluzioni.

Uno dei temi che colpiscono di più è l’accesso al mercato del lavoro e ai servizi pubblici, quali l’istruzione, l’assistenza sanitaria, compresa la salute riproduttiva, ed i servizi sociali – e quando parlo di salute riproduttiva, mi riferisco anche al diritto di avere un figlio, non solo al diritto di abortire.

Nella maggioranza dei casi queste donne sono vulnerabili all’esclusione sociale, alla povertà e a violazioni gravissime dei diritti umani, come la tratta di esseri umani e la sterilizzazione forzata.

Le misure atte a superare l’esclusione delle donne che appartengono a gruppi etnici minoritari devono collocarsi nel quadro più ampio dell’uguaglianza sul piano europeo, che comprende anche le politiche atte a favorire la crescita. Al fine di garantire lo sviluppo di una società democratica e aperta che trasmette i valori della tolleranza e dell’uguaglianza, l’Agenzia per i diritti fondamentali ha un ruolo cruciale da svolgere.

L’Agenzia, insieme agli organismi nazionali preposti all’uguaglianza, deve includere l’uguaglianza trasversale di genere e i diritti delle donne in tutti gli aspetti dei quadri pluriennali multipli e nelle attività sul seguito.

So benissimo che la sfida che ci troviamo dinanzi comporta una responsabilità congiunta delle istituzioni europee e degli Stati membri, i quali devono avvalersi di tutti gli strumenti e le politiche che hanno a disposizione. D’altro canto, però, affinché l’inclusione diventi realtà, la responsabilità ricade anche dai gruppi minoritari nazionali e dalla società nel suo insieme.

Per concludere, ringrazio tutti i colleghi della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere per le fruttuose discussioni che abbiamo avuto su questo argomento.

Ad ogni modo, mi sono assai sorpresa che, durante il processo di redazione della relazioni, le considerazioni nazionali abbiano interferito con l’obiettivo complessivo, che consiste nell’adoperarsi per migliorare la cooperazione tra attori europei, nazionali e internazionali insieme alle rispettive comunità etniche minoritarie, apportando cambiamenti positivi.

Gli eventi che si sono verificati recentemente in Francia e le politiche attuate dalla Francia nei confronti della popolazione rom in effetti mettono in luce il fatto che non stiamo guardando ai problemi dalla prospettiva giusta e non li stiamo quindi affrontando adeguatamente.

Solo attraverso un approccio integrato e cooperativo dotato di strategie mirate per le fasce più vulnerabili, soprattutto le donne, potremo davvero realizzare l’integrazione nella società europea per tutti i cittadini, per tutte le donne a prescindere dal loro status giuridico, dalla razza, dall’età, dall’orientamento sessuale, dall’origine etnica e dalla religione.

 
  
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  Barbara Matera (PPE). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, l'uguaglianza è il principio ispiratore del capo terzo della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. L'articolo 21 è – dopo l'uguaglianza dinanzi alla legge – la norma che meglio chiarisce i termini di tale principio: pari trattamento, uguali opportunità, al di là delle differenze di genere, razza, colore, etnia.

Occorre garantire la tutela dalla discriminazione di genere e di origine a tutti i livelli, per tutti gli individui – in particolar modo le donne – siano essi cittadini o no dell'Europa. L'uguaglianza, per essere tale, non deve creare alcun sottogruppo di accesso differenziato alla vita sociale, ma deve garantire tutti.

Acquista importanza il ruolo della ricerca. La ricerca diventa strumento di attuazione di politiche europee di genere, che deve coinvolgere l'Istituto europeo, così come le università e gli istituti nazionali soprattutto nella fase del censimento dei dati. Concludo rammentando il ruolo importante svolto dai mediatori interculturali.

 
  
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  Monika Flašíková Beňová (S&D). (SK) L’argomento della discussione di oggi è particolarmente d’attualità. Qualche ora fa, infatti, abbiamo parlato della grave situazione in cui versano alcune donne in Iran, su cui pesa la condanna a morte. Confido che il Parlamento europeo invii un messaggio forte su questi casi.

L’integrazione sociale delle donne che appartengono a gruppi etnici minoritari rappresenta una questione sensibile, in quanto, da un lato dobbiamo mettere in atto il principio europeo dell’uguaglianza di genere, mentre, dall’altro, ovviamente bisogna tener presente le differenze culturali di certi gruppi etnici minoritari. La nostra priorità – in quanto membri del gruppo sociale maggioritario – deve essere quella di mantenere la capacità di guadare, non solo alle opportunità, ma anche ai compromessi, accettando certe differenze caratteristiche che attengono ai membri delle minoranze etniche.

Credo pertanto che le parole chiave in questo ambito debbano essere: reattività, comprensione e disponibilità all’aiuto. In questo modo, riusciremo veramente ad integrare positivamente queste donne nella nostra società.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE).(DE) Signora Presidente, in un’Europa unita la parità di trattamento deve essere vista come un diritto elementare, non come un privilegio. Il ruolo delle donne deve essere ulteriormente rafforzato affinché la società comprenda che le donne hanno pari diritti. Le donne che appartengono a gruppi etnici minoritari, in particolare, devono acquisire una maggiore visibilità. È assolutamente logico ed essenziale promuovere questo tema in tutta Europa. Deve essere assegnata maggiore attenzione all’accesso, all’istruzione e all’occupazione nonché ai servizi sociali. É l’unico modo per realizzare l’integrazione.

In questo contesto, però, mi preme menzionare il ruolo delle donne nelle aree rurali. Le donne nelle aziende agricole costituiscono una parte fondamentale dell’assetto rurale e sono parte del tessuto agricolo. Esse svolgono un grande lavoro in una vasta serie di settori. Le donne spesso assolvono ad un ruolo significativo soprattutto nella commercializzazione dei prodotti agricoli. Rendono un contributo indispensabile in tutte le regioni europee. Dobbiamo quindi continuare a rafforzare l’immagine della donna indipendente con pari diritti a tutti i livelli.

 
  
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  Nicole Kiil-Nielsen (Verts/ALE).(FR) Signora Presidente, la relazione dell’onorevole Parvanova sull’integrazione delle donne che appartengono a gruppi etnici minoritari arriva proprio al momento giusto. Infatti il governo francese si sta imbarcando in un’enorme operazione volta ad espellere uomini, donne e bambini rom – i cittadini più svantaggiati e più discriminati d’Europa.

Le donne rom sono vittima di una doppia discriminazione: per le proprie origini e per il fatto di essere donne. Esse subiscono discriminazioni rispetto all’esercizio dei diritti fondamentali, ossia il diritto all’istruzione, al lavoro e all’assistenza sanitaria. Oltretutto la violenza di cui sono oggetto in quanto donne costituisce un’altra forma di discriminazione.

Dobbiamo chiedere a tutti gli Stati membri di rispettare i diritti fondamentali della più grande minoranza etnica d’Europa e, prima di tutto, di queste donne. Il lavoro forzato, la tratta, la sterilizzazione forzata, il matrimonio delle bambine e gli infiniti aborti caratterizzano la vita di queste donne e spostandole da una cittadina all’altra, da un capo dell’Europa all’altro, non migliorerà la loro situazione.

É dovere di ogni Stato membro, compresa la Francia, garantire la protezione di queste donne e l’istruzione dei bambini rom, sia maschi che femmine. É questa la chiave per garantirne la libertà e l’indipendenza. Affinché ciò accada, queste persone hanno bisogno di stabilità e di sostegno. Le espulsioni sono inaccettabili.

 
  
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  Joanna Katarzyna Skrzydlewska (PPE). (PL) Nelle nostre relazioni parliamo spesso della difficile posizione delle donne nell’Unione europea e cerchiamo di migliorarne la situazione, assicurando le pari opportunità. Quanto è più difficile per le donne che appartengono a gruppi etnici minoritari, che fanno comunque parte della società? Per tale ragione dobbiamo aiutarle anche ad entrare nel mercato del lavoro e ad accedere all’istruzione e alla formazione. Dobbiamo proteggerle dall’esclusione sociale e dalle discriminazioni multiple, cercando di coinvolgerle in diversi tipi di attività sociali e politiche. Solo in questo modo eviteremo la stereotipizzazione, lo stigma, la segregazione etnica oltre che, molto semplicemente, la violenza e le aggressioni. Dobbiamo creare opportunità e occasioni per queste persone in modo che le differenze in termini di cultura e di tradizione non formino una barriera al funzionamento armonioso della società, ma creino invece un valore aggiunto. Gli eventi che si sono verificati negli ultimi giorni hanno dimostrato che alcuni, invece di affrontare le difficoltà che possono nascere dalla società multiculturale, cercano di sbarazzarsi delle persone, provocando un’ondata di indignazione e di disapprovazione sociale.

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signora Presidente, i matrimoni combinati, la violenza fisica e sessuale contro le donne, le minacce di morte, la completa sottomissione, la mancanza totale di possibilità di emancipazione riguardo al proprio corpo, le immagini arcaiche della donna sono tutti fenomeni che non accadono solamente in paesi lontani, ma succedono anche da noi – nel cuore dell’Europa – in numerose famiglie di migranti. Alcuni politici di buona volontà, che pensano di essere grandi promotori dei diritti delle donne, banalizzano tali fenomeni come se fossero casi isolati. Così facendo, vengono giustificati e tollerati gravi abusi dei diritti umani dietro il paravento della libertà religiosa.

Se vogliamo l’integrazione, però, dobbiamo denunciarli con fermezza. Esorto l’Unione europea a battersi per le donne qui ed ora, agendo contro l’oppressione delle società patriarcali parallele, siano esse famiglie mussulmane o comunità rom, in cui alle ragazze viene spesso impedito di andare a scuola.

Oltre al lavoro sull’integrazione e sull’istruzione, è necessario intraprendere dei passi giuridici concreti per introdurre il divieto di indossare il burkha nell’Unione europea e per rendere il matrimonio combinato un reato in tutti gli Stati membri. Dobbiamo batterci per affermare i valori occidentali illuminati!

 
  
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  Dacian Cioloş, membro della Commissione.(FR) Signora Presidente, onorevoli deputati, la Commissione accoglie con favore la relazione dell’onorevole Parvanova sull’integrazione sociale delle donne che appartengono a gruppi etnici minoritari.

La Commissione riconosce che questa categoria in particolare è soggetta a numerosi svantaggi e ad infinite discriminazioni in quasi tutti i settori della vita, soprattutto per quanto concerne l’accesso al mercato del lavoro, all’istruzione, all’assistenza sanitaria e alla casa. L’Esecutivo ha sottolineato l’importanza della lotta contro le molteplici forme di discriminazione contro le donne che appartengono a gruppi etnici minoritari nel proprio piano sull’uguaglianza tra donne e uomini per il periodo 2006-2010.

Dobbiamo avvalerci di tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per sostenerne l’integrazione economica e sociale, per garantire il rispetto sia dei valori fondamentali che dei diritti fondamentali della persona e anche in ragione degli sviluppi demografici che forniscono la giustificazione economica.

In pratica, vogliamo garantire il pieno esercizio dei diritti individuali, mettendo in atto tutte le norme applicabili a livello comunitario, segnatamente la direttiva in materia razziale, facendo il miglior uso possibile dei Fondi strutturali. Vogliamo mettere al centro i gruppi minoritari nel mercato del lavoro sul piano UE mediante la promozione dell’inclusione sociale e la lotta contro la povertà.

La Commissione continuerà a sottolineare l’importanza dell’integrazione delle donne che appartengono a gruppi etnici minoritari nella prossima strategia sull’uguaglianza tra donne e uomini che approveremo questo mese.

Per quanto concerne l’intervento dell’onorevole Köstinger, sono ben consapevole che, anche nella politica agricola comune, il ruolo delle donne nella comunità rurale è una questione che deve essere affrontata in maniera più chiara in futuro.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà martedì, 7 settembre 2010 alle 12.30.

 

24. Il ruolo delle donne in una società che invecchia (breve presentazione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A7-0237/2010), presentata dall’onorevole Pietikäinen a nome della commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, sul ruolo delle donne in una società che invecchia [2009/2205(INI)] .

 
  
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  Sirpa Pietikäinen, relatore.(FI) Signora Presidente, negli studi condotti a livello di Unione europea e di Stati membri l’invecchiamento troppo spesso viene visto come un fenomeno negativo, come un fardello in termini di pensioni da corrispondere, servizi da erogare o spese fondamentali da sostenere per l’assistenza medica e per i farmaci.

In realtà, l’invecchiamento e i diritti degli anziani, oltre ad essere una componente dei diritti fondamentali, sono altresì fonte di grande arricchimento per la società. Le persone più anziane si fanno carico di buona parte dell’assistenza informale prestata al proprio compagno o compagna, al coniuge, ai parenti e ai figli. Inoltre hanno una grande esperienza ed una conoscenza implicita del mondo del lavoro e dell’ambiente sociale, per non parlare del fatto che sono una risorsa enormemente importante per i consumi. Di certo non sono solo un peso per la società.

In linea con i dettami della Carta dei diritti fondamentali e con l’approccio all’invecchiamento consacrato nel diritto, non dobbiamo assumere una visione negativa dell’invecchiamento o degli anziani, ma dobbiamo tenere un atteggiamento rispettosamente positivo. La sfida è particolarmente ardua nel caso delle donne e delle donne anziane. L’invecchiamento, infatti, è anche un tema legato alle donne e all’uguaglianza, poiché le donne vivono più a lungo, sono più coinvolte nell’assistenza informale prestata tra le mura domestiche e spesso lavorano nei servizi sociali e nel settore sanitario, comparti che hanno la responsabilità dei servizi pubblici e privati di assistenza per gli anziani.

Le donne inoltre sono spesso oggetto di doppia o tripla discriminazione. É più difficile per una donna più anziana fare carriera ed è più difficile trovare lavoro dopo un licenziamento. Lo stesso vale anche per l’assistenza sanitaria ed i servizi, se una donna anziana appartiene ad una minoranza etnica, sessuale o religiosa o ad una categoria particolarmente vulnerabile come status socio-economico.

Le donne sono più esposte al rischio di vivere in condizioni di povertà quando invecchiano e la pensione di anzianità che viene loro corrisposta è spesso più bassa rispetto a quella degli uomini. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, gli studi sull’invecchiamento condotti nell’Unione europea non hanno rilevato alcuna forma di sensibilità di genere, Anche nel contesto dell’assistenza sanitaria, della ricerca medica o della ricerca sulle malattie spesso non sono menzionate le differenze tra uomini e donne.

Per tale ragione la relazione chiede alla Commissione di approntare un piano d’azione entro la fine del 2011 per garantire maggiori risorse alla ricerca volta ad approfondire il tema dell’invecchiamento. Vogliamo infatti capire che azione deve essere messa in atto per innalzare la qualità dell’assistenza agli anziani, soprattutto le donne, e per migliorare i livelli di previdenza sociale. Chiediamo una direttiva sui servizi di base. Insistiamo sul riconoscimento delle malattie correlate al genere e all’età. In particolare, chiediamo una relazione annuale sulla discriminazione basata sull’età e sulle misure che sono state intraprese o che saranno intraprese nell’Unione europea e a livello nazionale per eliminare le discriminazioni basate sull’età.

Nel 2012 chiederemo nuove misure per identificare le modalità atte a combattere le discriminazioni nell’Unione europea. Ringrazio i colleghi per l’eccellente cooperazione. Mi aspetto un’azione efficace da parte della Commissione in modo da affrontare le problematiche delle donne anziane e dell’invecchiamento.

 
  
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  Zuzana Roithová (PPE). (CS) Nella nostra civiltà è triste rilevare che il rischio di povertà è superiore del 5 per cento le donne al di sopra dei 65 anni d’età. Infatti esse si prendono cura della famiglia, crescono i figli e nel corso della vita in media hanno un reddito inferiore rispetto a quello degli uomini. Non può continuare in questo modo. Il tempo che le donne dedicano ai figli non deve essere visto come un congedo, ma come lavoro per cui hanno diritto ad una retribuzione e ai contributi previdenziali. Questo sistema dovrebbe applicarsi anche agli uomini, se si prendono cura di un figlio al posto della madre. Ovviamente non credo che gli Stati debbano farsi carico del caso specifico delle donne anziane omosessuali, bisessuali e transessuali. Vogliamo che questa categoria goda di uno status migliore rispetto alle altre donne anziane? Spero che gli articoli discriminatori non siano approvati nel voto di domani.

 
  
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  Karin Kadenbach (S&D).(DE) Signora Presidente, purtroppo questa relazione è molto necessaria. É deprecabile che le donne in una società che invecchia rimangano membri svantaggiati, proprio come accadeva in passato. Se guardiamo alla storia professionale delle donne, risulta chiaro che la maggior parte del lavoro di assistenza – non solo nell’accudimento e nell’educazione dei figli, ma anche per altri lavori domestici – spetta ancora alle donne. Proprio come un tempo, buona parte del lavoro non viene riconosciuto, né a livello finanziario né in altro modo. Nella terza età inoltre si accresce il problema della povertà.

Ad ogni modo, tengo ad enfatizzare una seconda questione. Nel settore dell’assistenza sanitaria dobbiamo rivolgere un’attenzione particolare alle esigenze delle donne. Sappiamo che le donne sono molto brave a prendersi cura della salute dei propri familiari, ma spesso trascurano la propria. Esorto pertanto la Commissione ad inviare un richiamo molto deciso agli Stati membri affinché si facciano carico anche delle donne.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE).(RO) Credo di essere uno dei pochi uomini ad assumere una posizione su questo argomento. Ad ogni modo, intendo attirare un’attenzione particolare su alcuni aspetti finanziari.

Questa relazione, insieme all’iniziativa della Commissione di dichiarare il 2010 come l’Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà intergenerazionale, può fornire il quadro necessario per sviluppare nuove linee guida, anche nel campo della politica di coesione e dello sviluppo regionale.

Possiamo condurre gli studi e le analisi indicati nella relazione e usarli per stabilire nuovi criteri al fine di stanziare fondi e sostenere le regioni che affrontano la questione composita delle donne anziane.

Il numero di donne anziane, i tipi di malattia che richiedono un certo genere di intervento medico o sociale, la struttura familiare ed il ruolo delle donne nell’assistenza agli anziani sono fattori che la Commissione potrebbe includere nell’elenco che utilizzerà per definire il quadro dei piani di sviluppo regionale a livello nazionale.

Accolgo in maniera particolarmente positiva la relazione, sono convinto che avrà un impatto sul modo in cui le altre commissioni affronteranno la questione.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D). (EN) Signora Presidente, ringrazio la relatrice che ha stilato una relazione eccellente. Come sappiamo tutti, nessuno in quest’Aula ringiovanisce e quindi è assolutamente fondamentale guardare all’invecchiamento in maniera positiva. È un miracolo poter vivere più a lungo e in condizioni di salute migliori, ne dobbiamo essere lieti. Tuttavia, per molte donne, le cose non stanno esattamente in questo modo e la relazione affronta proprio questo tema.

Nel 2010 sono ancora principalmente le donne a dover farsi carico delle responsabilità di assistenza in famiglia, sia per i bambini che per i familiari anziani e, come indica la relazione, le donne quindi vivono in povertà una volta raggiunta la vecchiaia, un periodo in cui dovrebbero godere di dignità e di rispetto, come ha affermato la relatrice.

La relazione è importante anche perché introduce il tema dell’abuso nella terza età, un fenomeno che il Parlamento condanna unanimemente e a cui deve essere assegnata una maggiore priorità politica.

Dobbiamo inoltre chiedere la condivisione delle migliori prassi in relazione all’invecchiamento attivo, all’università della terza età e all’uso di nuove tecnologie. Tengo a ringraziare la relatrice e spero che saremo compatti nella campagna volta a conferire dinamismo e dignità all’invecchiamento.

 
  
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  Antonyia Parvanova (ALDE). (EN) Signora Presidente, anch’io desidero congratularmi con la relatrice. È stato detto che il progressivo invecchiamento della popolazione ha un impatto sulla previdenza sociale e sulle finanze pubbliche. Nel contesto generale del cambiamento demografico le donne di solito sono più a rischio di povertà e normalmente percepiscono pensioni più basse. Pertanto noi politici abbiamo il dovere di tenere presente la questione e le preoccupazioni degli anziani – soprattutto le donne – per impedirne l’emarginazione.

In proposito è necessario continuare a favorire delle azioni, sia a livello UE che a livello nazionale, in modo da attingere pienamente a tutti gli strumenti disponibili e alle misure future nel settore della politica per le pensioni, la sanità e l’assistenza a lungo termine, la politica per l’occupazione, l’immigrazione e l’integrazione e lo sviluppo delle infrastrutture.

È un tema di cui dobbiamo discutere più spesso in quest’Aula.

 
  
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  Barbara Matera (PPE). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, la relatrice evidenzia la doppia discriminazione di cui sono vittime le donne, per di più anziane. Io sottolineerei come si parli di una tripla discriminazione: donne, sole, anziane.

Questa relazione affronta tematiche importanti, a partire dal mondo del lavoro e dal reimpiego di questa forza lavoro rappresentata da anziani, soprattutto donne.

Occorre considerare queste donne come una forza lavoro positiva, carica di esperienza e capace di formare i più giovani. Insomma, una risorsa necessaria a far crescere tutta l'Europa e a raggiungere gli obiettivi prefissati, una risorsa a cui dobbiamo garantire una vita dignitosa e una completa e concreta assistenza sociosanitaria, una risorsa da difendere all'interno della nostra società che invecchia, ma deve saper invecchiare..

 
  
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  Monika Flašíková Beňová (S&D). (SK) Accolgo con grande favore la relazione sul ruolo delle donne in una società che invecchia, soprattutto poiché respinge l’idea della terza età come qualcosa di negativo. Spesso nei dibattiti a sfondo sociale prevale la visione economica dell’invecchiamento. Nella riforma dello Stato sociale la terza età viene presentata come un problema per i sistemi pensionistici e per il sistema sanitario.

Gli anziani, però, assolvono a diversi ruoli importanti. Grazie alla loro vasta esperienza professionale forniscono inoltre un importante sostegno sociale o familiare. Anche se sul piano economico non rivestono funzioni importanti, dovremmo comunque considerare l’allungamento dell’aspettativa di vita come evidenza di una migliore qualità della vita nella società e vedere gli anziani, non come un peso, ma come membri a pieno titolo della società che meritano una vita decorosa. Questa argomentazione si applica tanto più alle donne anziane, che sono maggiormente a rischio di povertà e che dipendono particolarmente dai servizi pubblici e privati nonché dall’assistenza sanitaria pubblica. Infatti questa categoria spesso ha servizi insufficienti o di qualità scadente.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL).(PT) È significativo l’interesse che ha suscitato il dibattito su questo tema. La Commissione deve comprendere che bisogna trovare una soluzione, poiché le disuguaglianze di genere sono particolarmente accentuate per le donne anziane, sia perché le donne in genere hanno un reddito più basso sia per le difficoltà connesse all’accesso a servizi pubblici di qualità e ai servizi sanitari, in particolare.

Le discriminazioni retributive nel mercato del lavoro e per la maternità si riflettono direttamente sulla pensione corrisposta alla maggior parte delle donne anziane. Di conseguenza, le pensioni sono basse, il che innalza il rischio già elevato di povertà in questa categoria. Tutte le donne hanno il diritto di invecchiare con dignità, quindi nell’Anno europeo contro la povertà e l’esclusione sociale, deve essere rivolta un’attenzione particolare alle donne anziane affinché sia rispettata la loro dignità di donne e di cittadine.

 
  
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  Joanna Katarzyna Skrzydlewska (PPE). – (PL) La popolazione che invecchia è un fenomeno cui dobbiamo assegnare un’attenzione particolare. Tra i problemi che da affrontare si annovera la povertà, che, pur riguardando molti aspetti, è in larga parte il risultato dei livelli elevati di disoccupazione. È già stato rilevato un calo significativo dell’occupazione nella fascia d’età al di sopra dei cinquant’anni, soprattutto per quanto concerne le donne. A causa dell’età esse non sentono di avere attrattive per il datore di lavoro. Alcune decidono di andare in pensione prima e, a causa dei bassi livelli della pensione che percepiscono, talvolta si trovano nella povertà più assoluta. Per aumentare i livelli di occupazione in questa fascia d’età, dobbiamo mettere in atto soluzioni giuridiche a livello nazionale nei singoli Stati membri. Devono essere offerti incentivi agli imprenditori affinché assumano gli ultracinquantenni. Si potrebbero varare sgravi fiscali, si potrebbero creare soluzioni speciali nel quadro del sistema sanitario oppure si potrebbe impartire una formazione gratuita per adattare le competenze di questi lavoratori alle esigenze dei datori di lavoro. Grazie ad idee come queste di certo s’innalzerebbe il tenore di vita di queste persone e sicuramente ne risentirebbero positivamente anche i bilanci dei singoli Stati.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D).(RO) La popolazione dell’Unione europea sta invecchiando. Nel 2008 gli ultrasessantacinquenni rappresentavano oltre il 17 per cento della popolazione. Ad ogni modo, l’aumento dell’aspettativa di vita è strettamente correlata alla disponibilità e all’accessibilità di servizi medici e ad un tenore di vita decoroso.

Storicamente le donne rappresentano una parte importante del personale impegnato nell’assistenza sanitaria e la percentuale femminile nel settore segna un’ascesa continua. Nel complesso le donne rappresentano circa i tre quarti della forza lavoro a livello UE. In alcuni Stati membri oltre il 50 per cento degli studenti nelle facoltà mediche sono donne. Inoltre, altri fattori essenziali per garantire la sostenibilità dei sistemi pensionistici sono: l’aumento della natalità e la creazione di posti di lavoro.

Assicurare strutture per l’infanzia nella fascia d’età da 0 a 6 anni è essenziale affinché le giovani madri possano conseguire un equilibrio tra vita lavorativa e vita personale. Ogni euro investito nella cura dell’infanzia ha un profitto di sei euro per la società mediante la creazione di nuovi posti di lavoro e la reintegrazione delle giovani madri nel mercato del lavoro.

 
  
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  Dacian Cioloş, membro della Commissione.(FR) Signora Presidente, onorevoli deputati – o meglio, dovrei dire deputate, poiché purtroppo vedo che sono relativamente pochi gli uomini presenti a questo dibattito sulle donne – ringrazio l’onorevole Pietikäinen per la proposta di relazione sul ruolo delle donne in una società che invecchia. Il documento affronta una questione rilevante nel contesto delle sfide demografiche odierne e traccia un’utile analisi di questo tema mediante un approccio multidisciplinare.

La Commissione è consapevole del fatto che gli anziani, uomini e donne, incontrano grandi difficoltà quando cercano di avere una vita attiva, quando vogliono crearsi dei diritti in vista della pensione e per poter invecchiare con dignità in un periodo in cui le loro capacità fisiche sono in calo.

Rimane il fatto che le donne anziane sono particolarmente vulnerabili, a causa dei persistenti stereotipi sul ruolo di ciascun sesso e anche per le discriminazioni di cui sono oggetto nel mercato del lavoro.

Continua la discriminazione tra i sessi in relazione ai diritti pensionistici delle donne, poiché esse devono prendere congedi professionali o delle pause per assistere i familiari, cui si aggiunge la differenza retributiva che espone le donne ad un rischio maggiore di povertà rispetto agli uomini.

La Commissione ha assunto diverse iniziative per attirare l’attenzione sulle esigenze della società che invecchia all’interno dell’Unione europea in cui le donne anziane hanno un ruolo essenziale da svolgere. Anche di recente l’Esecutivo ha enfatizzato, nel Libro verde sulle pensioni, quanto sia importante ridurre il divario tra uomini e donne, soprattutto in relazione all’assistenza personale, alla retribuzione e al mercato del lavoro.

La Commissione continuerà a sottolineare l’importanza del ruolo delle donne nella società che invecchia nel contesto della strategia che varerà questo mese sull’uguaglianza tra donne e uomini per il periodo 2010-2015.

La Commissione garantirà inoltre l’integrazione delle tematiche sulla parità di genere nelle proposte atte a proclamare il 2010 l’Anno europeo dell’invecchiamento attivo.

Visto che questo è il mio ultimo intervento oggi, colgo l’occasione anche per ringraziare gli interpreti, scusandomi se a volte parlo troppo velocemente.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà martedì, 7 settembre 2010 alle 12.30.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto.(RO) L’Europa è chiamata ad affrontare un grave problema. La popolazione invecchia e devono essere assunte misure idonee dinanzi a questa realtà. Inoltre non deve essere trascurato il potenziale offerto dagli anziani, che invece tende ad essere pressoché ignorato negli Stati membri. L’esperienza e le competenze degli anziani possono essere usate per formare i giovani in modo che il testimone sia passato alle giovani generazioni nei vari settori e ai diversi livelli di conoscenze tecniche. Benché la legislazione comunitaria vieti le discriminazioni sulla base dell’età, nell’ambiente di lavoro spesso si verificano discriminazioni, insidiose o palesi, in tutti gli Stati membri, soprattutto contro le donne. Di conseguenza, sostengo la proposta di lanciare una campagna europea di sensibilizzazione volta a combattere le discriminazioni basate sull’età e a mantenere la solidarietà tra generazioni. Credo sia opportuno erogare fondi europei a sostegno di progetti, ad esempio, per donne sole e anziane. In questo modo si darebbe un grande sostegno alla lotta contro le discriminazioni basate sull’età.

 
  
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  Lena Kolarska-Bobińska (PPE), per iscritto.(PL) È buona cosa che una relazione del Parlamento europeo sottolinei la situazione delle donne ultracinquantenni nel contesto dei cambiamenti demografici che stanno interessando tutta l’Europa. I dati più recenti indicano un lento miglioramento nelle prospettive occupazionali e nella vita pubblica delle donne. Nei prossimi anni, però, potrebbe verificarsi un cambiamento netto – un deterioramento nella situazione di questa categoria, soprattutto nei paesi dotati di sistemi previdenziali e sanitari meno sviluppati o inefficienti. In questi paesi l’invecchiamento della popolazione è destinato a ripercuotersi soprattutto sulle donne, le quali si dovranno far carico di genitori e di familiari anziani. Anche adesso le donne si assumono questo genere di responsabilità, ma in futuro la tendenza è destinata a rafforzarsi. In molti casi esse sostituiranno le istituzioni incapaci di assolvere al proprio ruolo. Dobbiamo prepararci adesso per questa bomba ad orologeria, che questa volta si traduce in numeri altissimi di persone anziane e malate. Le istituzioni riusciranno ad adattarsi solamente nel lungo periodo, quindi dobbiamo decidere come aiutare le famiglie in una società che invecchia. La Commissione europea ed il Parlamento devono cominciare ora a monitorare l’adattamento delle istituzioni negli Stati membri alle esigenze della società che invecchia. La relazione giustamente mette in luce la necessità di semplificare l’accesso ai servizi pubblici e privati, soprattutto ai servizi sanitari. È importante che norme di questo genere trovino corrispondenza nella vita di tutti i giorni e che non rimangano lettera morta nei documenti dell’Unione europea.

 
  
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  Elżbieta Katarzyna Łukacijewska (PPE), per iscritto. (PL) Signor Presidente, nella relazione sul ruolo delle donne nella società che invecchia la commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere ha giustamente rilevato che le donne in età pensionabile sono più spesso a rischio di povertà. La ragione di questo fenomeno è da ricercare nel conteggio dei diritti pensionistici che generalmente sono inferiori a causa degli stipendi più bassi e dei congedi, dedicati ad esempio all’accudimento dei figli, che comportano periodi di retribuzione ridotta. La proposta di relazione indica molti fattori che potrebbero migliorare la vita delle donne ultracinquantenni, anche mediante soluzioni di lavoro a tempo parziale. Ad ogni modo, dobbiamo soprattutto decidere che azioni mettere in atto in modo che le donne alla soglia dell’età pensionabile non debbano preoccuparsi di perdere il lavoro e quindi le proprie risorse economiche. L’Unione europea deve assegnare un’enfasi particolare affinché sia conseguita la parità nelle retribuzioni di uomini e donne. Ai sensi della Carta dei diritti fondamentali e del trattato di Lisbona, sono vietate le discriminazioni sulla base del genere, quindi la relazione dovrebbe contenere dei paragrafi atti a garantire che le donne abbiano lo stesso livello salariale degli uomini. Inoltre è importante che l’opinione pubblica enfatizzi i temi che afferiscono alle discriminazioni contro le donne sul posto di lavoro.

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE), per iscritto.(ET) Nell’Unione europea tutti devono avere le stesse opportunità di partecipare pienamente alla vita della società, di avere un lavoro, di essere economicamente attivi e di avere un tenore di vita normale nella società in cui si vive. Purtroppo l’attuale crisi economica e finanziaria ha accentuato la povertà e l’esclusione delle donne in particolare, soprattutto le donne anziane. Visto che in media le donne vivono più a lungo di sei anni rispetto agli uomini, il fattore di genere assume un’importanza capitale nell’invecchiamento. La lotta contro la povertà femminile e contro l’esclusione deve continuare ad essere una delle sfide principali dell’UE e quindi gli Stati membri devono migliorare i propri sistemi previdenziali, l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita e le politiche attive di impegno atte a creare opportunità per le donne a diversi livelli della vita affinché prendano attivamente parte alla vita della società e affinché siano protette dall’esclusione sociale. È importante concentrare le azioni congiunte degli Stati membri al fine di garantire le pari opportunità, poiché la parità dei diritti tra uomini e donne non è un obiettivo in sé, ma un prerequisito per conseguire gli obiettivi complessivi dell’UE – la crescita, l’occupazione e la coesione sociale.

 

25. Ordine del giorno della prossima seduta: vedasi processo verbale
Video degli interventi

26. Chiusura della seduta
Video degli interventi
 

(La seduta termina alle 22.50)

 
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