Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione sui preparativi per la conferenza sul clima di Cancún (29 novembre-10 dicembre).
Joke Schauvliege, Presidente in carica del Consiglio. – (NL) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, a seguito della conferenza di Copenaghen, l’Unione europea ha deciso abbastanza rapidamente di procedere in futuro con un approccio pragmatico progressivo. Non è più possibile concentrarsi sull’approccio “tutto o nulla”. Gradualmente si devono porre gli elementi costitutivi per un quadro post-2012. Prendiamo atto del fatto che i progressi compiuti nei negoziati sulla creazione di un regime ambizioso per combattere il cambiamento climatico dopo il 2012 sono stati molto lenti. I partecipanti hanno punti di vista estremamente diversi, aspetto emerso con chiarezza proprio di recente durante l’ultimo round negoziale ufficiale a Tianjin, in occasione del quale si sono compiuti progressi limitatissimi.
Onorevoli parlamentari, questo è il contesto in cui il Consiglio “Ambiente” e il Consiglio europeo hanno fatto gli ultimi ritocchi alla posizione dell’Unione per la conferenza di Cancún. Le posizioni delle altre istituzioni, come naturalmente anche la vostra proposta di risoluzione, sono state tenute presenti nel processo. È già stato stabilito che Cancún non produrrà un quadro post-2012 giuridicamente vincolante. Dato che i contenuti del pacchetto di misure per Cancún non sono ancora chiari, la posizione dell’Unione europea, che offre anche ai negoziatori europei la necessaria flessibilità, avanza vari elementi. È in ogni caso chiaro che il pacchetto di misure per Cancún deve essere equilibrato, il che significa che deve contenere elementi che consentano di accogliere sia i paesi in via di sviluppo sia i paesi sviluppati. Quali sono dunque i principali elementi della posizione dell’Unione?
In primo luogo, vi è la necessità di raggiungere un risultato equilibrato, ossia equilibrare i diritti negoziali da un lato nel contesto del protocollo di Kyoto e della relativa convenzione e dall’altro nell’ambito degli stessi quadri.
In secondo luogo, vi sono le condizioni per un secondo periodo di impegno nell’ambito del protocollo di Kyoto.
In terzo luogo, sono stati tracciati gli orientamenti di massima delle componenti essenziali del piano di azione di Bali, segnalatamente visione comune, mitigazione, adattamento, tecnologie e finanziamento. L’Unione europea mantiene la sua posizione secondo cui un unico strumento giuridicamente vincolante rappresenta il modo migliore per dare forma al quadro post-2012. Considerato che, lo scorso anno, tale posizione ha creato molti equivoci e questo aspetto è anche importantissimo nei negoziati internazionali, l’Unione intende adottare un approccio flessibile: flessibile rispetto a un secondo periodo di impegno, ma subordinato al soddisfacimento di determinate condizioni. Quali sono tali condizioni? Tutte le principali economie devono essere coinvolte in tale quadro post-2012. Il quadro deve essere ambizioso ed efficace, è necessario garantire l’integrità ambientale e si devono compiere progressi in tema di riforma degli attuali meccanismi di mercato e dell’introduzione di nuovi meccanismi. Inoltre, i paesi sviluppati devono dimostrare che stanno effettivamente onorando i propri impegni finanziari, specialmente per quanto concerne il finanziamento rapido. L’Unione europea e i suoi Stati membri hanno presentato la prima relazione trasparente e approfondita sull’attuazione di tali impegni finanziari e avranno versato un contributo di 2,2 miliardi di euro nel 2010. Spero che la relazione contribuisca a ricreare fiducia tra le parti.
La presidenza belga è dell’avviso che siano necessarie misure tangibili specifiche per rispondere alle aspettative delle parti nel processo multilaterale in atto nel quadro della convenzione sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (UNFCCC). Ci adopereremo al meglio per contribuire al conseguimento degli obiettivi dell’Unione europea. In proposito, conteremo anche su di voi, come sempre, onorevoli parlamentari, per contribuire a divulgare e, ovviamente, anche rafforzare tale messaggio.
Connie Hedegaard, membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, naturalmente condivido molto di quanto appena affermato dalla presidenza belga. Anch’io confido nella possibilità di lavorare con voi a Cancún. È chiarissimo che l’impegno giuridicamente vincolante che l’Unione europea era pronta ad assumersi lo scorso anno ed è ancora pronta ad assumersi adesso non sarà purtroppo l’esito di Cancún, non certo per colpa nostra, bensì perché altri non sono ancora pronti a tale risultato. È vero che stiamo puntando a un pacchetto equilibrato, ma anche, mi permetterei di aggiungere, sostanzioso e ambizioso.
Siamo stati di fatto i primi questa primavera, in febbraio/marzo, a formulare l’idea di perseguire un approccio graduale per consolidare l’accordo di Copenaghen e assicurarci lo slancio che ora prosegue a Cancún. Tuttavia, sebbene apparentemente vi sia accordo in merito al fatto che questo è ciò che dovremmo portare a casa da Cancún, un pacchetto equilibrato, è facile affermare che è quello che ogni parte vorrebbe, ma più difficile concordare su ciò che poi significa.
Che cos’è un pacchetto sostanzialmente equilibrato? In proposito, direi che, considerata la questione da una prospettiva europea, è chiaro che insisteremo sulla necessità di ancorare gli impegni di mitigazione, creare un sistema MRV migliorato e promuovere i mercati del carbonio. Ovviamente, dovremo prendere decisioni in merito a REDD+, adattamento, tecnologia, finanze e sviluppo di capacità. Tutti questi elementi dovranno riflettersi in un pacchetto che consideriamo equilibrato.
Un elemento che vorrei sottolineare consiste nel fatto che noi, Unione europea, dobbiamo restare chiari in merito alle nostre condizioni per un secondo periodo di impegno nell’ambito del protocollo di Kyoto sfruttando tali condizioni per innalzare il livello di ambizione e indurre gli altri a muoversi. Le condizioni legate a un possibile secondo periodo di impegno sono importantissime per l’integrità ambientale e l’ambizione del futuro regime per il clima. L’Unione europea da sola in un secondo periodo di impegno non è né sufficiente né credibile. Abbiamo dunque bisogno di attenerci alle nostre condizioni per ottenere risposte positive dai nostri partner. Devo dire che ho chiaramente l’impressione, anche dagli incontri preliminari della COP, che vi sia un riconoscimento crescente delle nostre argomentazioni al riguardo.
Il progetto di risoluzione sottoposto alla nostra attenzione affronta tutti gli aspetti che ho appena citato. La Commissione apprezza moltissimo gli orientamenti espressi dal Parlamento, anche se non tutti possono essere pienamente accolti.
Giusto per citare un esempio, alcuni di voi suggeriscono che si stabilisca un altro obiettivo al posto dell’obiettivo dei due gradi. Una delle massime priorità per noi a Cancún sarà quella di non iniziare riaprendo l’accordo di Copenaghen né retrocedendo rispetto ai risultati già conseguiti.
Vorrei anche cogliere l’occasione per sottolineare che l’Unione europea ha bisogno di ottenere risultati sui nostri impegni di finanziamento rapido. Oggi posso dirvi onestamente che quasi ci siamo. Abbiamo tuttavia ancora bisogno di 200 milioni di euro dagli Stati membri per raggiungere esattamente la cifra che abbiamo promesso a Copenaghen. Credo che percepiate la differenza che esiste tra dire a Cancún, a nome dell’Unione europea, “abbiamo raggiunto lo scopo” e dire “abbiamo quasi raggiunto lo scopo”. Penso realmente che dovremmo usare i giorni che ci restano fino a Cancún per cercare di tener fede a tutti gli impegni assunti a Copenaghen.
Non ho parlato degli obiettivi, non perché non siano importanti, visto che sicuramente lo sono, e l’Unione, quest’anno come lo scorso anno, direbbe che siamo ancora pronti ad accettare il 30 per cento, purché anche gli altri lo facciano. Nessun cambiamento di rotta al riguardo. Se ora gli obiettivi non sono molto discussi, credo che dipenda dal fatto che molte altre parti non sono così pronte, per i motivi che conoscete, a discutere di obiettivi a Cancún. Ritengo che l’elemento importante sia ancorare gli impegni dell’accordo di Copenaghen al testo formale. Partendo da tale presupposto, possiamo migliorare le cose.
Devo anche dire, però, che, prescindendo dagli esiti di Cancún, reputo fondamentale per noi, dopo l’incontro, continuare ad avere una politica intelligente in materia di clima con obiettivi ambiziosi, gestendo nel contempo le nostre sfide energetiche, come avete appena affermato. Possiamo spingere per l’innovazione e la creazione di posti di lavoro e possiamo stabilire obiettivi ambiziosi.
La mia osservazione conclusiva riguarda il fatto che stiamo lavorando per garantire l’attuazione del trattato di Lisbona, come è ovvio, e posso assicurarvi che informeremo la delegazione del Parlamento in ogni fase di avanzamento dei negoziati. Naturalmente vi saranno briefing quotidiani con la delegazione parlamentare e cercheremo di operare in strettissima collaborazione.
Apprezziamo moltissimo il sostegno espresso dalla proposta di risoluzione per garantire che l’Unione parli all’unisono. Penso che questa sia una delle principali sfide di Cancún: chiunque parli a nome dell’Unione, i nostri partner al di fuori dell’Europa potranno essere certi di trovarsi di fronte allo stesso genere di priorità e allo stesso tipo di messaggi. Questo è il modo per far sentire al meglio le nostre priorità.
Karl-Heinz Florenz, a nome del gruppo PPE. – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, se vogliamo imparare qualcosa da Copenaghen, dove lei, signora Commissario, era ovviamente Presidente, dovrebbe essere che in futuro, in occasione di conferenze del genere, l’Unione europea deve parlare all’unisono. Qui possiamo avere opinioni diverse su qualche aspetto, ma se come europei siamo divisi in ciò che diciamo in quella sede non saremo considerati credibili, e se non saremo credibili gli altri non ci seguiranno. Perché infatti dovrebbero? È dunque giusto che le cifre decise con la signora Cancelliere Merkel vengano fondamentalmente mantenute e costituiscano la base per tale negoziato. Condivido la sua opinione secondo cui gli ambiziosi obiettivi dei due gradi ora non debbano essere seriamente rimessi in discussione per considerare una riduzione notevolmente inferiore perché ciò renderebbe sicuramente molto più difficile rispettare tali obiettivi e la gente rifuggirebbe da noi.
Sono estremamente preoccupato per il fatto che stiamo mettendo a repentaglio la nostra proprietà intellettuale. La nostra industria sta investendo denaro e forza lavoro nello sviluppo. Se adesso allentiamo le difese attorno alla proprietà intellettuale e in tale difesa lasciamo i buchi che attualmente esistono, perderemo gli elementi preziosi, segnatamente la nostra proprietà intellettuale. Sono assolutamente favorevole al trasferimento di tecnologia, ma le nostre aziende devono percepire il senso di investirvi. La proprietà intellettuale non deve dunque essere annacquata.
Per quanto concerne gli impegni, sono anche favorevole a chiedere impegni seri ai nostri partner nel mondo. È però necessario che siano credibili e tali paesi possano onorarli, altrimenti faranno esattamente il contrario di ciò che desideriamo, ossia si allontaneranno da noi. Presentarci a Cancún in maniera credibile è dunque importante. Le principali decisioni saranno poi prese in un secondo momento, a Johannesburg, ma a Cancún dobbiamo preparare il terreno. Sono un agricoltore di professione. Se il terreno non è preparato accuratamente, non vi è raccolto. Concentriamoci sulla preparazione di un buon terreno.
Marita Ulvskog, a nome del gruppo S&D. – (SV) Signor Presidente, in vista del vertice di Copenaghen avevamo aspettative notevoli. L’esito non è stato entusiasmante. Il giorno che abbiamo lasciato Copenaghen, nevicava fittamente e nelle sale riunioni faceva molto freddo. Il clima si è raggelato non soltanto a Copenaghen, bensì nell’intero dibattito sull’ambiente. Si potrebbe affermare che il clima oggi è scaduto nell’agenda politica più di quanto lo fosse prima di Copenaghen. Tutto questo è deplorevole, ma il fatto è che è compito nostro garantire che il vertice di Cancún ottenga risultati migliori affrontando e migliorando l’esito di Copenaghen. Come agiremo per conseguire tale obiettivo? Lo faremo, in quanto rappresentanti dell’Europa, assumendo un ruolo di guida. Questo è proprio ciò che la responsabile del clima dell’ONU, Christina Figueres, ha chiesto quando è intervenuta durante una videoconferenza con i rappresentanti del Parlamento europeo che saranno presenti a Cancún. Dobbiamo dimostrare la nostra leadership e lo faremo, tra l’altro, dando concreta attuazione a tutto ciò che abbiamo promesso a Copenaghen, e intendo non quasi tutto, ma assolutamente tutto.
Poi, come è ovvio, dobbiamo garantire il coinvolgimento del maggior numero possibile di partner. Unitamente ad altre decisioni specifiche che verranno prese a Cancún sulla deforestazione, il trasferimento di tecnologia e le modalità per procedere a un secondo periodo di impegno nell’ambito di Kyoto, questo potrebbe preparare la via a un accordo internazionale sul clima nel 2011. Non penso che le nostre aspettative debbano essere troppo limitate in vista di Cancún.
Chris Davies, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor Presidente, non vi è molto entusiasmo attualmente rispetto al tema del riscaldamento globale, quanto piuttosto un diffuso scetticismo da parte del pubblico. All’inizio dell’anno abbiamo assistito a nevicate, eppure se analizziamo i dati ci rendiamo conto che i primi sei mesi dell’anno sono stati i più caldi mai registrati in tutto il mondo. Questo è un dato di fatto.
Desidero che si introduca quanto prima un accordo internazionale, ma mi preoccupa la natura di un siffatto accordo. La distinzione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo mi pare artificiosa. Mi chiedo quanto tempo ci vorrà prima che alcuni paesi in via di sviluppo superino i paesi europei più poveri. Penso alle conferenze sul cambiamento climatico, all’entusiasmo con il quale l’Arabia Saudita abbraccia l’idea dell’inserimento della cattura e dello stoccaggio del carbonio nel meccanismo di sviluppo pulito. L’Arabia Saudita può sicuramente investire un po’ del suo denaro nella realizzazione di tali soluzioni. Perché dovremmo contribuirvi?
Mi preoccupa il fatto che l’Unione europea possa restare indietro rispetto al ritmo del cambiamento e penso che le iniziative in tema di cambiamento climatico e la nostra capacità di affrontare il riscaldamento globale offrano grandi opportunità. La Cina prevede di ridurre la propria intensità di carbonio del 45 per cento nel prossimo decennio. Ciò significa investire in nuove centrali in sostituzione delle vecchie e migliorare l’efficienza energetica, contesto nel quale si pone una concreta difficoltà perché se non siamo in grado di competere con i cinesi adesso, come potremo negli anni a venire competere con una Cina più efficiente dal punto di vista energetico?
Desidero che il nostro tetto si innalzi. Desidero passare dal 20 al 30 per cento. Desidero che i prezzi del carbonio aumentino in maniera da procedere in futuro in investimenti a basse emissioni di carbonio. Avrei voluto essere più convinto della presenza all’interno della Commissione di un consenso quanto al fatto che ciò dovrebbe veramente essere considerato e realizzato. Non mi pare che al momento sia questo il caso. Conosco questo entusiasmo della signora Commissario per tale tema. Non sono certo, però, che abbia il pieno appoggio del collegio. Abbiamo forse bisogno di una posizione alternativa?
Sì, abbiamo bisogno di una posizione alternativa, che fondamentalmente deve essere quella di promuovere la nostra efficienza energetica. Pochi minuti fa abbiamo udito i piani del Commissario Oettinger per introdurre alcune normative nel prossimo anno. Tali normative devono essere ambiziose. Dobbiamo risparmiare le nostre risorse. Dobbiamo diventare più competitivi.
Yannick Jadot, a nome del gruppo Verts/ALE. – (FR) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, nel mio intervento avrei potuto limitarmi semplicemente a richiamare le immagini di questa estate in Russia o Asia meridionale rammentandovi l’estrema urgenza di combattere il cambiamento climatico e, poiché stiamo parlando dell’Europa, procedere immediatamente o quanto prima verso un obiettivo del 30 per cento entro il 2020 per le emissioni di gas a effetto serra. Oggi, in assenza di cambiamenti, raggiungeremo il 19 per cento. Abbiamo già praticamente conseguito l’obiettivo che ci siamo prefissi, per cui non possiamo più parlare di un’ambizione europea se ci riferiamo al 20 per cento.
Per quanto mi riguarda, non sono ovviamente a favore del mercato del carbonio, ma se restiamo al 20 per cento possiamo essere certi che tratteremo il mercato del carbonio come una specie in via di estinzione e non come leva nella lotta al cambiamento climatico. Passare al 30 per cento potenzialmente significherebbe ottenere 8 miliardi di euro per i bilanci comunitari vendendo all’asta le quote. Sappiamo che il 30 per cento è possibile. In particolare, un obiettivo vincolante di efficienza energetica del 20 per cento significherebbe un milione di posti di lavoro in Europa, ossia un risparmio di 1 000 euro per nucleo familiare europeo e, poiché il Commissario Oettinger ha citato Nabucco, l’equivalente di 15 Nabucco.
Soffocheremo le aziende europee se passiamo al 30 per cento? Ovviamente no. Tutti gli studi lo dimostrano. Sono interessati alcuni settori potenzialmente a rischio, ma esistono i mezzi, e sinora i settori che minacciano di annientamento l’Europa sono quelli che sono stati i beneficiari della politica energetica europea e, grazie alla politica europea in materia di clima, hanno guadagnato miliardi di euro.
Passare al 30 per cento significherebbe chiaramente schierarsi con coloro che stanno promuovendo il cambiamento, coloro che stanno creando il mondo del futuro. Vorrei anche citare alcune cifre. Secondo il barometro 2010 di Ernst & Young, Cina e Stati Uniti sono i paesi più interessanti per lo sviluppo di energia rinnovabile. In base a un recente studio, soltanto tre delle 50 imprese identificate come leader mondiali nel campo della tecnologia verde hanno sede in Europa; le altre sono in Asia o negli Stati Uniti.
È dunque assolutamente fondamentale passare al 30 per cento e concluderò ribadendo le parole di Barack Obama quando ha detto che potremmo cedere i posti di lavoro del futuro ai nostri concorrenti o cogliere l’opportunità del secolo, come loro hanno già iniziato a fare. La nazione che si fa pioniera dell’energia del futuro sarebbe la nazione pioniera del XXI secolo, ha detto. Ha perso le elezioni. Assumiamo questa leadership nella transizione energetica e nella nuova economia.
Miroslav Ouzký, a nome del gruppo ECR. – (CS) Signor Presidente, sebbene sia firmatario della risoluzione relativa all’imminente conferenza sul clima, vorrei formulare anche qualche commento critico e alcune riserve in merito alla nostra risoluzione. Sapete, sono lieto che l’ottimismo che in passato abbiamo sempre dimostrato al mondo prima di ogni conferenza, trasformatosi poi in profondo scetticismo, questa volta non sia così prevalente. Mi compiaccio per il fatto che capiamo che tale conferenza non produrrà un accordo globale e tutti in quest’Aula sanno che, senza un accordo globale, l’Europa da sola, anche se dovesse ambiziosamente aumentare i propri obiettivi del 100 per cento, non avrebbe la benché minima influenza sul cambiamento climatico globale.
Il cieco irrigidimento dei nostri standard potrebbe porre l’Europa a rischio e confesso di essere in totale disaccordo con l’introduzione di imposte europee col pretesto di combattere il cambiamento climatico.
Per evitare di essere completamente negativo, vedo una grande promessa nel sostenere la cooperazione con i paesi in via di sviluppo e, in particolare, nel salvaguardare l’acqua potabile, come anche nel profondere impegno per garantire l’accesso all’acqua potabile a tutti i cittadini, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Nonostante le mie riserve critiche, tuttavia, non intendo revocare la mia firma e spero che l’imminente conferenza, dopo tutto, porti a qualche ulteriore progresso.
Bairbre de Brún, a nome del gruppo GUE/NGL. – (GA) Signor Presidente, non possiamo ripetere gli errori che abbiamo commesso lo scorso anno a Copenaghen. Occorrono una vera leadership e una reale volontà politica per mantenere il limite di temperatura a 1,5 oC. Questo obiettivo è importante.
L’Unione europea dovrebbe agire unilateralmente per innalzare l’obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2020 e convincere altri paesi sviluppati ad accettare un obiettivo complessivo di riduzione delle emissioni dall’80 al 95 per cento entro il 2020. Ciò non soltanto contribuirà ai negoziati di Cancún, ma sarà nel nostro stesso interesse.
Anche i paesi sviluppati devono mettere a disposizione fondi adeguati per il clima, oltre ad attivamente forme di finanziamento rapido sostenute da un impegno politico forte e dalla massima trasparenza. Occorrono altresì nuove fonti di finanziamento a lungo termine. Tra le alternative possibile, si dovrebbero prevedere misure fiscali e finanziarie internazionali e fondi messi a disposizione dall’aviazione e dal trasporto internazionale.
Vi chiedo di votare contro gli emendamenti che vogliono che da questo Parlamento sia trasmesso un messaggio più debole. Serve invece un messaggio forte. La crisi economica globale non può essere addotta come scusa per non agire o negare la giustizia climatica. Il cambiamento climatico è un problema che deve essere affrontato su base globale e, per farlo, è necessario costruire tra noi fiducia.
Oreste Rossi, a nome del gruppo EFD. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, nonostante avessi preannunciato sia in commissione sia in Aula il fallimento della conferenza sul clima a Copenaghen e del documento presentato da questo Parlamento, l'esperienza non ha insegnato nulla.
Se ci ostiniamo a chiedere in maniera unilaterale all'Europa di ridurre le sue emissioni a livelli di molto superiori a quelli previsti con Kyoto, anche il prossimo vertice di Cancún – la COP16 – sarà un fallimento e, di nuovo, il nostro Parlamento farà una pessima figura.
Nella risoluzione approvata dalla commissione non solo si ribadisce che il contributo ai paesi in via di sviluppo non dovrebbe essere inferiore a 30 miliardi di euro l'anno entro il 2020, ma addirittura si incoraggia l'Unione a promuovere la creazione di un fondo verde per il clima, stanziando 100 miliardi di dollari l'anno a partire dal 2020.
Il documento dice anche come reperire i fondi, e cioè tassando tutte le fonti possibili, ad esempio imponendo imposte sulle operazioni finanziarie, sugli scambi commerciali e sui biglietti aerei, di fatto andando a prelevare questi soldi direttamente dalle tasche dei cittadini e delle imprese.
La relazione si lancia poi in richieste utopiche. Addirittura chiede di ridurre le emissioni di CO2 nell'atmosfera entro il 2020 del 30 per cento anziché del 20 per cento, e invita la Commissione a presentare una proposta affinché l'UE si ponga unilateralmente tali obiettivi.
Chiedere, in un momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo, alla nostra gente e alle nostre imprese tali sacrifici è l'ennesima eurofollia. Noi abbiamo la stessa posizione del Consiglio, e cioè che l'Unione europea potrà prendere in considerazione un secondo periodo di impegno ai sensi del Protocollo di Kyoto solo se ciò avverrà in un quadro complessivo che coinvolga tutte le principali economie e in vista di un accordo globale giuridicamente vincolante.
Nick Griffin (NI). – (EN) Signor Presidente, scegliere il soleggiato Messico per la COP 16 è stata una buona idea. Dovrebbe esserci risparmiato il ripetersi dell’imbarazzo dello scorso anno, quando gli attivisti del riscaldamento globale hanno tremato nel dicembre copenaghese più freddo che si ricordi negli ultimi decenni. Analogamente, l’uso dell’espressione ingannevolmente ambigua “cambiamento climatico” in luogo di “riscaldamento globale” può nascondere ad alcuni contribuenti britannici l’ironia di organizzarlo proprio quando un’estate insolitamente fredda lascia il posto a un prematuro inverno gelato. Meglio sarebbe addirittura organizzare tali eventi soltanto in primavera: guardate, diventa ogni giorno più caldo.
Per quanto ancora l’Unione fascista può imporre tasse e controlli sempre più punitivi ai normali cittadini col pretesto di un riscaldamento globale provocato dall’uomo, visto che un numero crescente di veri esperti respinge questa teoria considerandola infondata e demolita? L’AGW è propaganda ingiustificata, una grande menzogna della portata di Josef Goebbels del complesso industriale verde che favorisce i trasferimenti massicci di ricchezza dai piccoli ai truffatori del commercio di carbonio come Al Gore e Goldman Sachs, sfruttata dalle élite politiche di sinistra per completare la deindustrializzazione dell’Occidente perché i conservatori senza spina dorsale sono troppo soggiogati dall’isteria del riscaldamento globale per alzarsi e affermare una realtà veramente scomoda: il cambiamento climatico provocato dall’uomo è il raggiro più redditizio della storia.
La conferenza Bilderberg di quest’anno, organizzata in giugno in Spagna, comprende una sessione sui rischi del raffreddamento globale. Quando il nuovo realismo di coloro che realmente forgiano la politica globale si insinuerà in questo Parlamento, tra quanti meramente credono di farlo?
Richard Seeber (PPE). – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono realmente sconvolto dalle idee che persone come l’onorevole Griffin propugnano in questa Camera nel nome del cambiamento climatico. Mi è del tutto oscuro che cosa il fascismo abbia a che vedere con il cambiamento climatico. Penso inoltre che quanto affermato dal collega in questa sede sia scandaloso e ritengo che affermazioni del genere non debbano trovare spazio in Aula perché il problema è veramente troppo serio per lasciarsi andare a siffatte dichiarazioni.
Mi preoccupa altresì il fatto che le emissioni di gas a effetto serra nella nostra atmosfera sono incontestabilmente aumentate. Date un’occhiata alle cifre prodotte dall’Organizzazione meteorologica mondiale. Mi colpisce peraltro il basso livello di accettazione da parte della popolazione. Anche l’onorevole Griffin sta cavalcando quest’onda e considero parimenti sconvolgente che i principali inquinatori come Stati Uniti e Cina non siano disposti a stipulare un siffatto accordo internazionale.
Rammentiamoci, vi prego, del dibattito intervenuto lo scorso anno in questa sede prima di Copenaghen. Se non saremo troppo ambiziosi e intraprenderemo tali negoziati con realismo, noi in quanto Europa, un inquinatore meno importante, possiamo ancora conseguire qualche risultato.
Come possiamo farlo? Signora Commissario, apprezzo il suo entusiasmo, ma ritengo che comunicare con i cittadini sia estremamente importante. La gente non capisce il problema. Perché? I dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale sono chiari, sono cifre medie. È vero che in Europa fa attualmente più freddo di quanto facesse qualche anno fa. Tuttavia, nel complesso, le temperature sono comunque in aumento in tutto il mondo. Ciò va comunicato e, se non riusciremo a farlo, non otterremo il sostegno dei nostri cittadini, il che permetterà a persone come l’onorevole Griffin di associare fascismo e cambiamento climatico. Questo è il problema. Pertanto, signora Commissario, vorrei chiederle di migliorare la situazione al riguardo.
In secondo luogo, passiamo a fonti energetiche sostenibili con incentivi che riteniamo validi. Il collega ha esposto le cifre. Le migliori imprese sono in Cina. Qui in Europa non sono altrettanto dinamiche. Dobbiamo dunque proporre alcune idee efficaci affinché le nostre aziende effettivamente passino alle fonti sostenibili. Questi obiettivi vincolanti sono veramente la migliore terapia come qui è stata sempre salutata?
Ovviamente abbiamo anche bisogno di onestà sui mercati. Ciò che accade in relazione al meccanismo di sviluppo pulito, il 60 per cento del denaro va alla Cina, non dovrebbe essere consentito. Al riguardo, nascondersi dietro argomentazioni puramente giuridiche non rappresenta la scelta migliore. Accostiamoci al dibattito con onestà perché il tema è troppo importante. Ha il nostro appoggio, signora Commissario.
(L’oratore accetta un’interrogazione con cartellino blu a norma dell’articolo 149, paragrafo 8)
Lucas Hartong (NI). – (NL) Signor Presidente, l’onorevole Seeber ha affermato che il pubblico non comprende il dibattito sul cambiamento climatico. Vorrei chiedergli quanto segue: potrebbe essere che il pubblico di fatto lo comprenda, ma abbia semplicemente un’opinione diversa dal collega?
Richard Seeber (PPE). – (DE) Signor Presidente, non so se ho capito correttamente l’intervento. Ciò che conta è soltanto tenere questa discussione apertamente con i cittadini e, come ho detto, sulla base dei dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale. Esistono soltanto dati medi per il mondo, i quali indicano che la temperatura sta aumentando di 0,63 gradi, ma in Europa i nostri valori sono diversi. Questo perché il tempo atmosferico è un fenomeno locale e parliamo di clima, che è un fenomeno globale a lungo termine. Prendiamo pertanto la decisione. Se diciamo che sta diventando sempre più freddo e gli inverni arrivano prima, dobbiamo anche comunicarlo correttamente. Il mio appello a una maggiore comunicazione è quindi importante.
Jo Leinen (S&D). – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, mi preoccupa il fatto che passiamo da un estremo all’altro. Prima di Copenaghen forse eravamo troppo ambiziosi; ora, in vista di Cancún, mi lascia perplesso il fatto che lo non siamo abbastanza. Ritengo pertanto positivo che nella sua risoluzione il Parlamento affronti tutti gli aspetti in merito ai quali giudichiamo necessario che vi siano progressi e dovremmo ottenere risultati a Cancún.
Abbiamo una richiesta importante, vale a dire che l’Unione europea modifichi la propria strategia. Prima di Copenaghen, ci siamo lasciati condizionare da quanto veniva fatto negli Stati Uniti e forse in Cina. Non ha funzionato in quell’occasione e non funzionerà neanche a Cancún. Dovremmo pertanto adottare misure di salvaguardia del clima per tutelare i nostri stessi interessi, da cui l’esortazione formulata dalla maggioranza in commissione, e spero anche domani in plenaria, di innalzare i nostri obiettivi dal 20 al 30 per cento, il che sarà in ogni caso necessario nel corso del processo. Dobbiamo conseguire tale obiettivo perlomeno prima di andare in Sudafrica. Ritengo inoltre che siamo ancora sulla strada sbagliata per quanto riguarda Kyoto. Anche in questo caso, contiamo su tutti gli altri. Penso che la nostra offerta debba essere quella di istituire un Kyoto II. Non avremo problemi nel farlo; otterremo tale risultato.
Infine, quanto al fatto che l’Unione dovrebbe parlare all’unisono, ho visto come è andata a Nagoya. Avevamo un solo microfono per l’Unione europea. Diverse persone potevano intervenire, ma il messaggio trasmesso doveva essere lo stesso. Questo è ciò che vorrei vedere dal Consiglio e dalla Commissione anche a Cancún.
Corinne Lepage (ALDE). – (FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, perlomeno una cosa è certa dopo Copenaghen, vale a dire che la campagna di disinformazione messa in atto prima di Copenaghen è fallita e le informazioni ricevute dal gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) sono state pienamente confermate da tutti gli esperti a disposizione delle Nazioni Unite. Questo è il primo elemento che vorrei sottolineare.
Ciò dimostra l’importanza e l’urgenza di quanto dobbiamo fare. Dobbiamo trarre le conseguenze dall’involuzione di Copenaghen e, pertanto, è assolutamente essenziale che l’Unione europea fissi essa stessa volontariamente obiettivi senza alcun tipo di condizionamento. Per questo è essenziale, sia per il clima sia per le nostre industrie e la nostra economica, che domani l’obiettivo del 30 per cento citato nella risoluzione sia adottato.
Come un collega ha sottolineato poc’anzi, l’obiettivo del 20 per cento è stato già praticamente raggiunto. Se vogliamo dare slancio alle nostre industrie, se vogliamo restare leader o diventarlo in nuovi settori, che si tratti di efficienza energetica o energia rinnovabile, è fondamentale prefissarsi questo obiettivo nell’Unione.
Il secondo aspetto è quello della credibilità. Dobbiamo tenere fede ai nostri impegni nei confronti dei paesi meridionali operando una distinzione tra le diverse categorie di paesi perché, di fatto, Cina e Africa non possono essere accomunate. Per questo, a mio giudizio, ed esprimo un parere personale, non necessariamente condiviso dal mio intero gruppo, è essenziale avere un’imposta sulle operazioni finanziarie che ci consenta di ottenere i 100 miliardi di dollari previsti per il 2020.
Infine, spero che a Cancún si possa concludere perlomeno l’accordo sulle foreste, l’accordo sulla riduzione delle emissioni causate dalla deforestazioni e dal degrado delle foreste (REDD), perché rappresenterebbe già un grande passo avanti. Non dimentichiamo che la deforestazione è responsabile del 20 per cento delle emissioni di gas a effetto serra.
Satu Hassi (Verts/ALE). – (FI) Signor Presidente, onorevoli colleghi, concordo con tutti coloro che hanno dimostrato il proprio sostegno a una riduzione più rigida delle emissioni dell’Unione pari al 30 per cento. Non si tratta soltanto del futuro della razza umana, bensì anche del nostro interesse per restare competitivi nella rivoluzione delle tecnologie energetiche appena iniziata.
Affinché l’Unione possa essere un leader credibile in campo climatico, a Cancún dovrebbe promuovere una vera e propria strategia di salvaguardia del clima e non creare nuovi escamotage. Purtroppo pare che l’Unione operi diversamente per quanto concerne le norme contabili per i pozzi di assorbimento di carbonio forestali. Sembrerebbe che l’Unione sia approvando le future previsioni come parametro di riferimento per i pozzi forestali, inevitabilmente arbitrarie. Ciò comporterebbe più inconvenienti per i paesi industrializzati, inconvenienti non da poco. Gli inconvenienti a cui faccio riferimento potrebbero essere l’equivalente del 3-5 per cento di tutte le loro emissioni, vale a dire la stessa cifra raggiunta dall’obbligo totale di riduzione delle emissioni entro il 2012 a carico di tutti i paesi industrializzati secondo il protocollo di Kyoto.
Un altro svantaggio della politica comunitaria è rappresentato dall’esternalizzazione delle riduzioni delle emissioni ai paesi in via di sviluppo mediante il meccanismo di sviluppo pulito. È miope, ma anche sconsiderato dal punto di vista della concorrenza legale, utilizzare detto meccanismo per sostenere i settori industriali in Cina che qui, per esempio, si lamentano per il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio. I crediti basati sui progetti dovrebbero limitarsi ai paesi in via di sviluppo più poveri.
Zbigniew Ziobro (ECR). – (PL) Signor Presidente, la lotta al riscaldamento globale è diventata senza dubbio uno degli obiettivi più importanti dell’Unione europea. Un elemento fondamentale in tale contesto è, ritengo, una politica razionale per la riduzione delle emissioni di biossido di carbonio e gas a effetto serra nell’atmosfera. Nella proposta di risoluzione del Parlamento, elaborata prima della conferenza di Cancún, vi è un passaggio che cita una notevole riduzione, superiore al 20 per cento, delle emissioni di CO2 degli Stati membri. Pare che, proponendo una politica del genere, l’Unione non stia tenendo conto delle gravi conseguenze che potrebbero derivarne per l’economia dei suoi Stati membri.
Benché sia prevista una consistente riduzione da parte dell’Unione, la dichiarazione della posizione dell’Unione in merito a una riduzione delle emissioni di gas negli Stati Uniti e nei paesi dell’Asia è molto debole. È un grave errore! Oggi, momento in cui l’Europa sta vivendo un declino economico, dovremmo concentrarci maggiormente su misure volte a rafforzare l’economia dell’Unione, non gravarla di ulteriori costi. Non sono gli Stati membri dell’Unione europea i principali inquinatori, bensì le economie in rapida crescita di paesi in via di sviluppo quali Cina e India, che non intendono ridurre le emissioni. La produzione industriale e, di conseguenza, l’occupazione potrebbero dunque venire esportate in paesi al di fuori dell’Unione europea. La nostra economia diventerebbe più debole e le emissioni non diminuirebbero, anzi aumenterebbero. Una politica del genere non ci porterebbe ad alcun risultato. Pertanto, questo tipo di orientamento politico nel campo della lotta al riscaldamento globale deve essere rivisto.
Sabine Wils (GUE/NGL). – (DE) Signor Presidente, la conferenza sul clima di Cancún deve esercitare una pressione positiva sui nostri Stati per compiere progressi in termini di cooperazione internazionale e normative nazionali per la salvaguardia del clima. Nel quadro di un’alleanza di responsabilità, l’Unione deve dar prova di leadership politica, prescindendo da ciò che fanno gli Stati Uniti, e lasciarsi giudicare secondo il principio della giustizia climatica. Ciò significa che deve esservi un secondo periodo di impegno per le nazioni industrializzate nell’ambito del protocollo di Kyoto. Ulteriori fondi devono essere messi a disposizione per finanziare le misure in materia di clima. Per quel che riguarda il finanziamento a lungo termine, l’Unione deve giocare a carte scoperte nei negoziati presentando obiettivi ambiziosi per la riduzione dei gas a effetto serra. La temperatura globale non deve in alcun caso aumentare di più di 1,5°C, obiettivo che comporterà innovazioni tecniche e creerà posti di lavoro in un momento di crisi economica.
Anna Rosbach (EFD). – (DA) Signor Presidente, in dicembre tutti, funzionari, politici, giornalisti, attivisti e molti altri, si recheranno al vertice in Messico. Anche questo Parlamento vi parteciperà, per quanto risultino sempre caotiche le modalità con le quali a molti parlamentari viene permesso di viaggiare.
Quando andremo al vertice sul clima, vi è una cosa importante che non dobbiamo dimenticare di portare con noi: il realismo. Sono perfettamente consapevole del fatto che non è un’affermazione molto popolare, ma è importante se vogliamo che la gente nel mondo ci consideri credibili. Per dirla in maniera epica, l’Unione dovrebbe essere una pioniera, in altre parole dovrebbe assumere la guida e dare il buon esempio. Fin qui tutto bene. Dobbiamo tuttavia sincerarci di non spingerci tanto oltre da non essere seguiti dagli altri. Non è positivo perseguire una politica che soltanto pochi paesi sono disposti o in grado di seguire. Se dovessimo agire in tal modo, otterremmo soltanto un risultato, ovverosia il trasferimento delle nostre industrie ad alta intensità di manodopera in paesi con normative molto più rilassate, retribuzioni inferiori e condizioni di lavoro meno dignitose. Perderemmo posti di lavoro, il che nuocerebbe alle nostre economie europee. Dovremmo pertanto adoperarci per trovare soluzioni che i paesi che stanno rapidamente emergendo, come Cina, India e il continente sudamericano, possano accettare. Spero che trarremo le lezioni del caso dall’esperienza della riunione a Copenaghen dello scorso anno puntando questa volta a obiettivi conseguibili anziché volgere lo sguardo all’impossibile.
Lucas Hartong (NI). – (NL) Signor Presidente, la prossima settimana si terrà la conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite a Cancún. La partecipazione a tale evento è una vera e propria farsa per l’Unione perché non vi è di fatto nulla di sbagliato nel nostro clima. Le escursioni di temperatura in Europa sono del tutto normali. Vorrei dunque soffermarmi per un attimo sui dati di fatto concreti di questa inutile conferenza. La prossima settimana, centinaia di partecipanti si imbarcheranno su aerei per il Messico, generando emissioni di CO2. Orbene, qual era l’obiettivo della conferenza sul cambiamento climatico? Esattamente la riduzione delle emissioni di CO2. Attualmente si stanno distruggendo 11 000 ettari di foreste di mangrovie a Cancún. Stessa domanda: qual era l’obiettivo della conferenza sul cambiamento climatico? Proprio la salvaguardia delle foreste. Signor Presidente, mi consenta di dare modestamente un consiglio all’Unione. Lasciamo la politica in tema di clima a esperti realmente indipendenti perché tutto ciò che fa è gravare sul contribuente con un costo enorme. Negli ultimi anni non si sono ottenuti risultati, se si eccettuano relazioni tutt’altro che obiettive da parte del gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) e il millantatore che la presiede, Rajendra Pachauri.
Pilar del Castillo Vera (PPE). – (ES) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, vorrei esordire manifestando la mia impressione che gli interventi del signor Presidente in carica del Consiglio e della signora Commissario abbiano entrambi fornito una prospettiva molto diversa della conferenza di Cancún rispetto a quella espressa in merito alla conferenza di Copenaghen. Una prospettiva più realistica, sostenibile, per cui vi sono maggiori possibilità che sia efficace.
Se Copenaghen è stato il vertice del tutto o nulla, come ha rammentato il signor Presidente in carica del Consiglio, Cancún deve essere il vertice che fornisce una serie di alternative efficaci e sostenibili.
La battaglia contro il cambiamento climatico presenta due caratteristiche fondamentali: in primo luogo, deve essere globale, nel senso che deve coinvolgere tutti i principali inquinatori, da Stati Uniti a Brasile, Cina e India. In secondo luogo, deve consistere in una serie di misure efficaci dal punto di vista dell’impatto sul cambiamento climatico, che deve essere misurabile, e non pregiudizievoli per la crescita economica.
Al riguardo, dobbiamo avere anche l’umiltà di riconoscere che la sfida globale derivante dalla necessità di affrontare il cambiamento climatico pone una serie di alternative tecnologiche e politiche.
Vi sono e possono esservi accordi vincolanti, accordi settoriali, trasferimento di tecnologia e sostegno alla ricerca. Tutte le alternative devono essere chiamate in causa, unitamente a un radicale aumento dell’efficienza energetica in tutti i settori dell’economia e della società. Questo è l’unico modo in cui potremo far fronte efficacemente ai problemi del cambiamento climatico. In tal senso, se Cancún è il vertice che produrrà una serie di accordi sostenibili ed efficienti, sarà stato un grande successo.
Kriton Arsenis (S&D). – (EL) Signor Presidente, signora Commissario, concorderei con l’onorevole Leinen nell’affermare che siamo veramente passati da un estremo all’altro. Avevamo aspettative notevolissime per Copenaghen e forse dovrebbero avere aspettative ridottissime per Cancún.
Le nostre richieste riguardano sostanzialmente due questioni: l’accordo REDD e il finanziamento. Se non compiremo progressi al riguardo, sussiste il rischio che non vi siano progressi nei negoziati, che potrebbero anche essere messi a repentaglio. In assenza di progressi a Cancún, l’intero processo negoziale sarebbe a rischio. Per questo contiamo sui vostri sforzi, gli sforzi dell’Unione europea, per compiere progressi, se non altro su questi due argomenti, ed evitare di mettere a rischio i negoziati.
Numerosi parlamentari hanno detto che abbiamo effettivamente ottenuto una riduzione del 17,3 per cento delle emissioni nel 2009. L’obiettivo del 20 per cento entro il 2020 è a portata di mano; potremmo conseguirlo nei prossimi anni. Non vi è motivo per non passare al 30 per cento o più se vogliamo ammodernare la nostra economia, creare nuovi posti di lavoro e diventare nuovamente competitivi.
L’onorevole Hassi ha anche parlato del LULUCF. Ha assolutamente ragione. La posizione dell’Unione, ossia che non dovremmo raffrontare le riduzioni delle emissioni legate al LULUCF con il 1990 e dovremmo seguire la linea dello scenario immutato, delle emissioni eccessive e di quante meno emissioni stiamo producendo rispetto a quelli che sarebbero stati gli obiettivi, è assurda.
Contiamo su di voi per ottenere risultati in merito a questi due argomenti cruciali durante i negoziati a Cancún.
Bas Eickhout (Verts/ALE). – (NL) Signor Presidente, vorrei porgere i miei più sentiti ringraziamenti alla signora Commissario e al signor Presidente in carica del Consiglio belga per i loro interventi introduttivi, ma vorrei anche ricordare alla Camera che l’accordo di Copenaghen è stato estremamente debole e quanto in esso affermato è persino talvolta dimenticato. L’obiettivo dei 2ºC o anche degli 1,5ºC è indicato nell’accordo di Copenaghen e, se intendiamo conseguirlo, ora dobbiamo realmente darci da fare per ridurre le emissioni, ben più del 20 per cento, e reperire i fondi per i primi tre anni. L’accordo di Copenaghen afferma con estrema chiarezza che tali finanziamenti devono provenire da fonti nuove e aggiuntive. Signora Commissario, lei ha affermato che ci siamo quasi, ma i fondi non sono né nuovi né aggiuntivi, e siamo ben lungi dall’aver ottenuto il risultato perseguito. Siamo onesti in merito. Vi è poi la questione del ruolo dell’Unione, della sua leadership. Pongo dunque una domanda, che si rivolge fondamentalmente al signor Presidente in carica del Consiglio belga: come opereremo a Cancún? Adesso abbiamo ottenuto un mandato dal Consiglio, ma a Cancún sarà necessario negoziare. Se apportiamo modifiche, sarà nuovamente necessaria l’unanimità di tutti gli Stati membri o i cambiamenti saranno effettuati a maggioranza qualificata? Dopo tutto, soltanto allora potremo rendere concreto tale ruolo di guida. Più ambizione, più fondi e negoziati migliori: questo è ciò che ci occorre.
Peter van Dalen (ECR). – (NL) Signor Presidente, la sfida per Cancún è complessa e l’urgenza enorme. Eppure vedo prospettive perché ritengo che l’esito di Nagoya sia rincuorante e foriero di speranza. Vi sono state molte discussioni sulla posizione che l’Unione europea deve assumere all’interno di questo dibattito. Puntiamo a una riduzione del CO2 del 20 o addirittura del 30 per cento? Per quanto mi riguarda, meno CO2 non equivale a meno attività economica, per cui possiamo concentrarci su un obiettivo di riduzione superiore al 20 per cento perché offrirà opportunità per più posti di lavoro verdi, innovazione e crescita economica sostenibile. Nel contempo, vorrei rivolgermi al gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) affinché consideri seriamente le critiche espresse in merito alle sue relazioni e crei una piattaforma di discussione scientifica aperta in modo che tutte le informazioni pertinenti vengano prese in esame e non scompaiano in un cassetto. In caso contrario, un’atmosfera di sfiducia continuerà a circondare le relazioni dell’IPCC, il che a mio avviso è inutile e tutt’altro che auspicabile.
Marisa Matias (GUE/NGL). – (PT) Signor Presidente, vorrei tornare su alcuni aspetti sollevati precedentemente in questa sede. Si è detto che Cancún dovrebbe essere un importante passo intermedio nella lotta al cambiamento climatico, come anche che questo vertice non può spingersi oltre né essere più ambizioso di Copenaghen, oppure accettarne l’esito. Sappiamo che tale esito è stato modesto. Eppure, se non vi sono stati cambiamenti nelle prove e nei dati scientifici a nostra disposizione, mi pare che qui vi sia un cambiamento a livello di volontà politica e una mancanza di coraggio. Stiamo andando a Cancún pieni di timori.
Credo che la rinuncia dinanzi a una delle più gravi crisi dei nostri tempi non possa costituire un’alternativa. Vorrei aggiungere che a Cancún abbiamo anche l’opportunità di metterci alla prova su vari temi che sono stati citati in questa sede, verificando anche le nostre capacità in termini di ridistribuzione e sostegno ai paesi e ai popoli più poveri. Penso che rispondere alla crisi ambientale significhi anche reagire in maniera unificata ed equa alla crisi sociale ed economica che stiamo attualmente vivendo. Questo è essere realisti.
Derek Roland Clark (EFD). – (EN) Signor Presidente, sono lieto di leggere questo intervento a nome dell’onorevole Bloom, che è stato a mio parere ingiustamente estromesso dall’Aula nel pomeriggio.
È stato un insuccesso un anno fa, quando 15 000 persone non qualificate, tra cui parlamentari e l’intero entourage, sono sbarcate a Copenaghen raddoppiandone l’impronta di carbonio per quindici giorni e poi ritrovandosi disperatamente bloccati in una morsa climatica, che, come se la circostanza fosse stata programmata, ne ha congelato lo svolgimento.
Sì, tutti ricordiamo l’Università di East Anglia dimostratasi per ciò che è: un centro di finta scienza freneticamente prodotta da esperti comprati e pagati che contano sulla DG Ricerca dell’Unione e sulla super organizzazione non governativa delle Nazioni Unite per i fondi destinati alla ricerca e ai laboratori, nonché sui contribuenti britannici per i loro stipendi. Sono stati descritti in grado di falsare dati e modelli informatici di climatologia, nascondere dati scomodi e cospirare con i tirapiedi verdi di Obama.
Le masse di contribuenti hanno imparato senza mezzi termini che l’Unione e l’agenda verde globale si riducono all’aumento delle carbon tax e al panico seminato per garantire la compliance.
A Cancún la situazione non sarà, ovviamente, così drammatica. Fa più caldo. È un inverno piacevole e quest’anno i cospiratori saranno molto più accorti nel nascondere le loro mire di governo globale. Ma attenzione: noi, il popolo, vi stiamo addosso.
Francisco Sosa Wagner (NI). – (ES) Signor Presidente, signora Commissario, condivido l’aspirazione di questa Camera. Desidero che le proposte della delegazione europea ottengano il sostegno che meritano a Cancún.
Nel contesto di questa discussione è necessario sottolineare l’importanza delle città nella salvaguardia dell’ambiente. Vi è un accordo tra più di 1 000 sindaci dell’Unione europea che dimostra come il problema sia riconosciuto da tali autorità, che devono agire per farci ottenere il risultato auspicato. Le belle parole non valgono nulla se non possiamo contare sulla collaborazione dei sindaci delle città.
Per assicurarci questa cooperazione, è fondamentale che le emissioni vengano rese note, perché le città producono l’80 per cento dei gas a effetto serra. Attualmente, le emissioni non sono note e, ciò che è peggio, non esiste uno standard comune per misurarle.
È nata un’organizzazione non a scopo di lucro chiamata CO2 Disclosure Project, che raccoglie informazioni presso migliaia di aziende e, a mio parere, potrebbe anche essere sfruttata dal governo locale. Senza la collaborazione del governo locale e dei sindaci, l’azione ambientale non raggiungerà alcun risultato, il che è proprio quello che vogliamo evitare.
Theodoros Skylakakis (PPE). – (EL) Signor Presidente, sta emergendo un grave scandalo ambientale, che deve essere affrontato alla conferenza di Cancún. Il 60 per cento dei diritti del meccanismo di sviluppo pulito venduti nello scambio di emissioni è per la distruzione di un gas a effetto serra industriale, l’HFC-23, a un costo di 70 volte superiore al costo reale, che viene pagato prevalentemente dagli utenti europei dell’elettricità.
A oggi abbiamo sprecato 1,5 miliardi di euro e, se questa situazione dovesse perdurare, ne spenderemo altri 3,5 milioni entro il 2013, rispetto al valore reale della distruzione del gas, pari appena a 80 milioni di euro. Questo sta generando massicci utili immeritati per poche società nel mondo, senza alcun beneficio ambientale, visto che negli ultimi anni l’HFC-23 nell’atmosfera è aumentato.
È una situazione inaccettabile che mette in discussione l’onestà della nostra politica ambientale e il meccanismo di Kyoto. L’Europa ha bisogno di iscrivere il problema nel contesto della COP-16 perché un cambiamento della politica internazionale al riguardo offre un’opportunità straordinaria di limitare drasticamente e senza mezzi termini le emissioni di gas a effetto serra a un costo estremamente contenuto e chiedere a paesi come la Cina, che sta attualmente immettendo notevoli quantità di HFC-23 nell’atmosfera, che potrebbero essere azzerate se la Cina utilizzasse una parte del denaro ottenuto in imposte su questi utili immeritati, di partecipare più attivamente agli sforzi per combattere il cambiamento climatico.
Lo spreco di oltre 4 miliardi di euro di denaro dei contribuenti europei è intollerabile. È compito del Parlamento europeo difendere gli interessi pubblici e quelli dei consumatori.
Edite Estrela (S&D). – (PT) Signor Presidente, il contesto internazionale in cui si inserisce questa conferenza non è favorevole: vi è la crisi economica globale, incertezza politica e amministrativa negli Stati Uniti e ristagno nei negoziati tra USA e Giappone. Le aspettative sono dunque limitate. Ciò nonostante, però, il vertice di Cancún dovrebbe essere percepito come un’opportunità per ricreare fiducia nel processo multilaterale e nel cambiamento climatico, consolidando l’accordo di Copenaghen. È il minimo che possa essere fatto, e anche questo richiede determinazione e leadership politica durante i negoziati, oltre ad ambizione nel processo decisionale. Soprattutto, occorre compiere progressi nei settori che interessano i paesi in via di sviluppo: finanziamento, trasferimento di tecnologia e sviluppo di capacità. In termini di mitigazione si prevedono però progressi, specialmente a livello di fissazione di obiettivi ambiziosi e vincolanti per ridurre le emissioni e trasferire processi, soprattutto il monitoraggio, fornire informazioni e controllare.
Prescindendo dall’esito degli accordi internazionali, l’Unione europea dovrebbe perseguire l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 di più del 20 per cento al fine di creare posti di lavoro “verdi” e crescita economica. In sintesi, i risultati di Cancún dovrebbero dare il proprio apporto fornendo definizioni per il periodo post-2012 in maniera da giungere a un accordo nel 2011 che sia legalmente vincolante e risponda all’obiettivo generale di limitare l’aumento della temperatura globale a 2 gradi.
Roger Helmer (ECR). – (EN) Signor Presidente, parlando a titolo personale, vorrei ricordare ai colleghi che il pubblico non crede più al riscaldamento globale provocato dall’uomo. Gli elettori sono stanchi di essere biasimati per il cambiamento climatico e non sono più disposti a pagare per esso.
Sempre maggiore è il numero di esperti che pubblicamente sfidano l’ortodossia del clima. La credibilità dell’IPCC è andata in frantumi. I recenti, lievi cambiamenti climatici sono del tutto compatibili con i cicli climatici naturali a lungo termine, ormai consolidati. Copenaghen ha fallito per lo stesso motivo per il quale fallirà Cancún. Gli Stati Uniti, con la loro nuova maggioranza repubblica alla Camera, non accetteranno il sistema di limitazione e scambio. India e Cina non rinunceranno al progresso in nome dell’allarmismo climatico. Le nostre politiche verdi sono probabilmente inutili, sicuramente inefficaci e rovinosamente costose.
Se l’Europa agirà da sola, distruggeremo le nostre economie e impoveriremo i nostri nipoti senza ottenere alcun effetto sul clima. Stiamo abbracciando la povertà per scelta nel nome di una teoria scientifica controversa. È tempo di cambiare rotta.
Catherine Soullie (PPE). – (FR) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, unione e realismo saranno sotto i riflettori, perlomeno così vorrei che fosse, domani quando voteremo la nostra risoluzione per la XVI conferenza delle parti sul cambiamento climatico. Spero dunque che il nostro Commissario incaricato sia in grado di mantenere gli obiettivi programmatici che dobbiamo collettivamente conseguire, ma anche di difendere le relative condizioni, assolutamente non negoziabili, che l’Europa deve imporre.
Parimenti non dobbiamo perdere di vista nei negoziati le aspettative che hanno i nostri concittadini e le nostre industrie di un giusto equilibrio. È il mondo a dover combattere il cambiamento climatico, non la sola Europa.
Sarà quindi fondamentale riconoscere l’importanza della proprietà intellettuale, che è tutelata in maniera non adeguata. Le tecnologie verdi devono andare a beneficio del maggior numero possibile di persone, ma ciò non significa che dobbiamo svendere le nostre conoscenze presenti e future, neanche in nome della battaglia cruciale che è quella contro il cambiamento climatico.
Analogamente, domandare metodi comuni per il calcolo delle emissioni, nonché la verifica e la pubblica dei dati in maniera che tutte le industrie che ne producono siano poste sulla stessa scala pare essere una richiesta del tutto legittima e non una tattica negoziale.
Infine, e il collega ha sollevato la questione qualche istante fa, più controversi sono gli escamotage dell’attuale meccanismo di sviluppo pulito, anch’essi da discutere. Onorevoli colleghi, siamo tutti, ahimè, perfettamente consapevoli del fatto che il vero potere negoziale non è nelle mani del Parlamento europeo. Tuttavia, la disponibilità di vari parlamentari, me compreso, a lavorare con partecipazione per ottenere un esito positivo di tale conferenza deve essere incoraggiata e non trascurata, come ci è parso che sia stato negli ultimi giorni. Se l’Europa desidera essere forte al centro dei dialoghi internazionali, tutti i suoi legislatori devono esserlo altrettanto.
Rovana Plumb (S&D). – (EN) Signor Presidente, essendo ottimista di natura, ritengo che ora a Cancún sia possibile un passo avanti sotto forma di un pacchetto equilibrato che consenta a tutti i paesi di intraprendere azioni più rapide e forti in tutti gli ambiti del cambiamento climatico. È dunque estremamente importante ristabilire la posizione di guida dell’Europa all’interno dei negoziati internazionali sul clima introducendo il principio della diplomazia climatica, così come importante è che l’Unione europea e i suoi Stati membri definiscano e attuino un principio di giustizia climatica, chiedendo quindi una clausola di equità nei futuri negoziati internazionali sul clima.
Sottolineo l’importanza di istituire un meccanismo che regoli il finanziamento degli aspetti economici del cambiamento climatico. Nuove fonti di reddito innovative, come un’imposta sulle operazioni finanziarie, fondi verdi o fonti private saranno indispensabili per reperire il denaro necessario per realizzare i progetti di adattamento e mitigazione nel campo del clima e giungere a una crescita verde che contribuisca al miglioramento della vita dei cittadini e a una crescita giusta. Nelle politiche sul cambiamento climatico non dimentichiamo la dimensione del genere.
Romana Jordan Cizelj (PPE). – (SL) Signor Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi, il divario tra le aspettative e gli esiti della conferenza di Copenaghen è stato inaccettabilmente profondo. Per questo è necessario apportare qualche modifica. Questa volta partiamo per Cancún con obiettivi molto più realistici, eppure ancora ambiziosi. Signora Commissario, lei merita credito per aver garantito che, questa volta, l’Unione vada alla conferenza sul clima molto più preparata e per questo la ringrazio.
Vorrei tuttavia commentare alcuni emendamenti presentati. L’accordo raggiunto a Copenaghen ha prodotto alcuni risultati degni di nota, uno dei quali è sicuramente la decisione che dobbiamo agire per limitare l’aumento globale della temperatura a meno di a 2 gradi Celsius. Dobbiamo persistere in questo obiettivo e ora è giunto il momento di modificarlo, anche se ciò dovesse voler dire puntare a un obiettivo inferiore. Dobbiamo restare credibili. Ripeto: dobbiamo restare credibili. Non possiamo cambiare decisioni così importanti da un anno all’altro.
Risponderei anche alle proposte che l’Unione riduca unilateralmente le emissioni di gas a effetto serra del 30 per cento. Ritengo che non dovremmo allontanarci di nuovo dai paesi terzi. Dobbiamo innalzare l’obiettivo e lo innalzeremo, ma soltanto quando le circostanze saranno appropriate. Dobbiamo tuttavia garantire che si stabilisca la procedura per giungere in anticipo a tale decisione e, ovviamente, il Parlamento europeo sia opportunamente coinvolto nel processo decisionale.
Dobbiamo altresì incoraggiare lo sviluppo e l’uso di tecnologie pulite a livello globale. Sebbene l’accordo sul trasferimento di tecnologia sia estremamente importante, abbiamo anche bisogno di introdurre soluzioni appropriate per la tutela della proprietà intellettuale. Soltanto così il cambiamento climatico diventerà un’opportunità anziché un onere.
Infine, sul tema dell’impegno di finanziamento per ridurre l’impatto del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo, vorrei sottolineare che l’Unione europea già dispone di un meccanismo finanziario a tal fine, segnatamente il regime europeo di scambio di emissioni o ETS. Dobbiamo garantire il corretto funzionamento e l’efficacia di tale regime, nonché l’erogazione trasparente e mirata dei fondi. Credo che sarebbe inappropriato creare nuovi oneri finanziari in un momento di crisi economia e finanziaria.
Justas Vincas Paleckis (S&D). – (LT) Signor Presidente, presto il mondo riceverà di nuovo buone, o come è successo abitualmente di recente, cattive notizie sul cambiamento climatico, questa volta da Cancún. La stragrande maggioranza degli esperti afferma che si sta esaurendo il tempo affinché l’uomo possa arrestare il cambiamento climatico, ma non è affatto diminuito il numero di coloro che negano tutto o si rifiutano di fare alcunché. L’Unione europea era e dovrebbe rimanere la forza trainante dei progressi nei negoziati. A Cancún, l’Unione europea dovrebbe meglio coordinare le posizioni degli Stati membri. È importante per noi assolvere i nostri doveri, dimostrare che è possibile avere uno sviluppo economico sostenibile e uno stile di vita rispettoso dell’ambiente. Solo cambiando noi stessi possiamo chiedere ad altri di seguire il nostro esempio.
Appoggerei realmente un passo unilaterale compiuto dall’Unione europea per ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 30 per cento entro il 2020. A Cancún è particolarmente importante tenere presente il neoformulato principio della giustizia climatica. Se il cambiamento climatico non viene arresto o perlomeno limitato, i paesi e i popoli più poveri saranno i primi a essere bruciati dal nostro pianeta in rapido surriscaldamento.
Sembrerebbe che alcune persone, società e nazioni stiano seguendo un adagio vecchio, ma svecchiato: dopo di me, intendendo dopo che ho ottenuto ingenti utili, il diluvio. Questo atteggiamento non deve vincere a Cancún.
Elisabetta Gardini (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, signora Commissario, signora Presidente del Consiglio, la volontà europea di stabilire obiettivi ambiziosi in vista della prossima conferenza sui cambiamenti climatici è sicuramente un impegno da perseguire con tenacia e con la consapevolezza che i risultati condizioneranno il futuro del nostro pianeta.
Ma è proprio per questo, cari colleghi, che noi dobbiamo essere realisti e più cauti nelle nostre aspettative. Per quanto ne sappiamo, i negoziati internazionali preparatori alla Conferenza di Cancún non solo non hanno registrato apprezzabili progressi verso un accordo globale, ma hanno confermato diffidenze e resistenze rispetto agli impegni assunti a Copenaghen.
È già stata citata, ma vorrei citare anche qui la Cina. La Cina si concede per esempio un aumento delle sue emissioni di 5 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2020, con conseguenze che potrebbero essere compensate, e forse nemmeno, solo con una riduzione del 100 per cento delle emissioni industriali europee entro lo stesso anno, entro il 2020.
Questo dato non solo rende velleitaria la proposta di riduzione incondizionata del 30 per cento, alla quale ci opponiamo con forza, ma induce molti osservatori indipendenti a ipotizzare comunque un aumento, anche significativo, delle emissioni globali per quella data. In questa situazione contraddittoria sarebbe quanto meno azzardato e persino demagogico ipotizzare numeri e tratteggiare scenari suggestivi ma non realistici, dove le incognite si riflettono inevitabilmente sulla dimensione dei costi.
L'auspicio è che l'Unione europea porti a Cancún una proposta condivisa, realistica e sostenibile, perché è sempre e comunque preferibile un accordo che dia risultati concreti e percepibili, piuttosto che aspettative inevitabilmente destinate al fallimento e a rendere sempre meno credibili agli occhi dell'opinione pubblica internazionale – e questo sì sarebbe un danno difficilmente riparabile – gli sforzi dei governi sui grandi temi ambientali.
Jolanta Emilia Hibner (PPE). – (PL) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, l’adozione di una risoluzione per la XVI conferenza delle parti in Messico è il primo passo di una discussione globale. È un compromesso estremamente difficile per tutti i paesi. Non dovremmo illuderci pensando che possiamo conseguire un successo immediato. Dobbiamo presentare una proposta che sia quanto più lungimirante possibile, ma che possa anche coagulare il maggior numero di paesi presenti alla conferenza.
Il principale obiettivo della risoluzione è raggiungere un compromesso sulla lotta al cambiamento climatico e al riscaldamento globale. Se intendiamo realizzare questo obiettivo, dobbiamo conquistare il sostegno dei paesi più grandi e dei maggiori produttori di emissioni. Tra questi, Stati Uniti e Cina. Dobbiamo discuterne con loro per considerarne le possibilità economiche, come anche dovremmo concentrarci sul raggiungimento degli obiettivi che abbiamo già iscritto nel pacchetto dell’Unione sull’ecologia. Alcuni colleghi affermano che è un pacchetto modesto, ma parla di una riduzione dei gas a effetto serra del 20 per cento. Compiamo questo primo passo e parliamo del successivo.
È anche importante assumere impegni con tutti i paesi in grado di accettarli. Se nuovamente prevediamo impegni che nessuno onorerà, non avranno alcun valore ed esisteranno soltanto sulla carta. Dobbiamo inoltre rivolgere la nostra attenzione ai paesi molto deboli in termini di sviluppo economico e con economie poco sviluppate. Il nostro obiettivo principale è tuttavia che il denaro vada sicuramente ai paesi più poveri, che dovrebbero avere accesso ai fondi dell’Unione. A nome di tutti i colleghi, vorrei dire che pensi tutti terremo le dita incrociate per la signora Commissario. Anch’io dichiaro la mia disponibilità a prestare assistenza nei negoziati.
Sirpa Pietikäinen (PPE). – (EN) Signor Presidente, innanzi tutto, vorrei ringraziare la signora Commissario per il suo lavoro eccellente e impegnato sui temi del clima nell’Unione europea e a livello globale.
Consapevole del fatto che i negoziati nell’ambito dell’ONU su tutte le questioni internazionali sono attualmente molto complessi, ritengo che dovremmo sfruttare appieno l’orientamento basato sull’azione. Sappiamo che dovremo confrontarci con tale sfida globalmente in tutti i paesi, per cui l’azione per prevenire il cambiamento climatico è sempre redditizia, dal punto di vista ambientale, ma anche dal punto di vista delle aziende.
Diversi studi dimostrano che l’Unione potrebbe tagliare le sue emissioni di CO2 del 30 per cento o addirittura del 40 per cento entro il 2020 in maniera economicamente sostenibile e redditizia. A tal fine, sarebbe necessario in primo luogo sospendere le sovvenzioni nocive, come i 6 miliardi di euro all’anno in Europa per i combustibili fossili introducendo un sostegno legislativo più rigido al sistema di scambio di emissioni, l’efficienza delle risorse, l’efficienza energetica e strumenti come una direttiva più rigorosa in materia di eco-progettazione.
Penso che soltanto se indicheremo noi stessi la via, potremo convincere gli altri che (a) siamo seri, (b) questo è redditizio e (c) lo stiamo facendo per l’ambiente e il successo dell’economia europea.
Seán Kelly (PPE). – (GA) Signor Presidente, ringrazio il mio gruppo per avermi offerto l’opportunità di intervenire brevemente su un tema al quale sono molto interessato.
Ora l’esito della conferenza di Cancún è importante per l’Unione europea sia dal punto di vista dell’ottica sia da quello dei risultati. Dobbiamo dimostrare di essere realisti e parlare a una sola voce. Occorre ribadire con grande fermezza che il riscaldamento globale è un problema globale che ha bisogno di una soluzione globale con obiettivi vincolanti globali.
Per questo dovremmo attenerci ai nostri obiettivi del 20 per cento entro il 2020. Qualunque altra scelta sarebbe controproducente. Potrebbe decimare la nostra economia e renderci non competitivi mentre il mondo in via di sviluppo prende il largo.
Se entro il 2015 o giù di lì avremo raggiunto l’obiettivo del 20 per cento, potremo passare al 25 o 30 per cento, il che sarebbe visto come un successo in termini di pubbliche relazioni. Qualunque altra eventualità – ricercare il 30 per cento e non conseguirlo – sarebbe invece un fallimento, come è accaduto per la strategia di Lisbona. Ci è bastato. È tempo di dar prova di intelligenza facendo la nostra parte, ma accertandoci che il resto del mondo faccia altrettanto.
Infine, ho sentito dire che alcuni parlamentari potrebbero andare a Cancún per protestare. Hanno sicuramente il diritto di farlo, ma spero che lo facciano in veste privata e personale, non come delegati accreditati.
Danuta Jazłowiecka (PPE). – (PL) Signor Presidente, i miei colleghi hanno ripetutamente sottolineato la necessità di una posizione interna unica in merito alla politica sul clima. Vorrei tuttavia richiamare l’attenzione sul fatto che all’imminente conferenza sul clima dovremmo anche sfruttare la nostra più grande ricchezza che, come è emerso lo scorso anno, è anche la nostra più grande debolezza. Penso ai negoziati multilivello e al tentativo di comprendere le argomentazioni dei nostri partner, come anche all’attenta ricerca di un compromesso soddisfacente. Cerchiamo di fare in modo che il nostro know-how comunitario abbia un peso nella politica sul clima. L’isolamento del quale la signora Commissario ha parlato dipende dal coinvolgimento di Stati Uniti, Cina, Brasile, Russia e India. Senza tale coinvolgimento, qualunque misura assunta dall’Unione sarà inutile. Va inoltre detto chiaramente che, visto che le potenze economiche emergenti vogliono assumere un maggiore ruolo internazionale, devono anche accettare maggiori impegni. I paesi BRIC non possono sempre appellarsi alla loro necessità di recuperare terreno nello sviluppo come giustificazione per il loro disaccordo rispetto a misure radicali per salvaguardare il clima. Una maggiore autorità comporta una maggiore responsabilità.
Maria Da Graça Carvalho (PPE). – (PT) Signor Presidente, il successo della conferenza di Cancún sul cambiamento climatico è fondamentale per la credibilità del processo negoziale sotto l’egida dell’ONU. È dunque essenziale che si assumano impegni concreti e si fissino obiettivi realistici. È cruciale giungere a un accordo su aspetti quali le politiche per la salvaguardia delle foreste, il trasferimento di tecnologia ai paesi in via di sviluppo e il finanziamento.
Se non dovessimo riuscire a pervenire a un accordo globale, l’Europa dovrebbe comunque restare aperta alla possibilità di un secondo periodo di impegno per il protocollo di Kyoto, ma imponendo condizioni, specialmente per quanto concerne l’integrità ambientale del protocollo, la riformulazione del meccanismo di sviluppo pulito e l’assunzione di impegni da parte dei maggiori inquinatori del mondo, come Cina e Stati Uniti.
Csaba Sándor Tabajdi (S&D). – (HU) Signor Presidente, nell’imminenza della conferenza sul clima di Cancún, l’Unione europea e i suoi Stati membri dovrebbero infine rendersi conto che fissare sempre più nuovi obiettivi unilaterali non contribuirà a esercitare influenza su Stati Uniti, Cina e India né contribuirà a includere le economie emergenti nella lotta al cambiamento climatico. Alla luce di ciò, l’impegno per una riduzione unilaterale del biossido di carbonio del 40 per cento proposto dal gruppo Verts/ALE pare eccessivo. Persino un impegno unilaterale del 30 per cento avrebbe senso soltanto se accompagnato da un’azione concreta. Concordo con la signora Commissario: l’Unione può riconquistare il suo ruolo di guida soltanto se dà prova di risultati concreti, investendo in ricerca e sviluppo, creando posti di lavoro verdi, sviluppando una rete di energia intelligente e perseguendo una politica di crescita verde sostenibile.
Karin Kadenbach (S&D). – (DE) Signor Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signora Commissario, il Parlamento ha già, in numerose occasioni, assunto un chiaro impegno nei confronti delle misure di salvaguardia del clima. Purtroppo, questo atteggiamento mi pare meno prevalente nei decisori degli Stati membri. I ministri dell’ambiente, spesso molto ambiziosi, vengono in molti casi lasciati ai loro mezzi. Anche i ministri delle finanze e dell’economia, così come i responsabili dei vari aspetti economici, pensano auspicabilmente in termini di archi temporali più lunghi. Gli interventi, tuttavia, nella maggior parte dei casi vengono intrapresi entro uno spazio temporale chiaramente circoscritto, ossia il periodo fino alle successive elezioni. La natura, però, non può tener conto delle necessità politiche quotidiane. Risponderà al cambiamento climatico, con tutte le conseguenze negative del caso per la gente, di fatto per l’umanità nel suo complesso. Se non riusciamo a comunicare l’urgenza della questione, e soprattutto l’urgenza di agire, una percentuale notevole dei nostri fondi dovrà essere destinata in un futuro non troppo distante all’assistenza per calamità.
Signora Commissario, con il motto “un pianeta, una voce” le auguro di avere successo a Cancún per il bene delle future generazioni.
Sonia Alfano (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, apprezzo molto la presenza e l'atteggiamento della signora Commissario. La ringrazio per il suo impegno a tenere continuamente aggiornato il Parlamento sugli sviluppi di Cancún.
La lotta al cambiamento climatico deve essere condotta a livello mondiale e con lo sforzo di tutti, ma l'atteggiamento per cui la nostra posizione debba dipendere da quella degli altri paesi è irresponsabile e non rende giustizia al ruolo che l'UE si è posta di giocare, un ruolo primario nel guidare le rivoluzioni culturali a livello mondiale, in primis quella della lotta ai cambiamenti climatici.
Dobbiamo porci obiettivi sempre più ambiziosi e far sì che vengano raggiunti dai vari Stati membri. Ringrazio quindi la Commissaria per aver richiamato l'Italia, qualche giorno fa, a mantenere le sue promesse in termini finanziari, vale a dire 200 milioni di euro per combattere i cambiamenti climatici. Purtroppo, devo riferire alla Commissione che la finanziaria del governo italiano non sembra prevedere al momento questi fondi.
Chiedo dunque alla Commissione di insistere con tenacia nell'utilizzare tutti i poteri a sua disposizione per far rispettare ai paesi membri le proprie promesse, specie quando si tratta di una battaglia così rilevante per il futuro prossimo della popolazione mondiale …
(Il Presidente interrompe l'oratore)
João Ferreira (GUE/NGL). – (PT) Signor Presidente, l’Unione europea ha svolto un ruolo nel fallimento di Copenaghen e nell’arresto dell’avanzamento dei negoziati internazionali. Non basta dichiarare di essere ambiziosi, fissare obiettivi per altri paesi sviluppati, per quanto non raggiungano il livello delle raccomandazioni formulate dal gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, se non prestiamo attenzione ai mezzi attraverso i quali conseguire i risultati perseguiti. I mezzi per raggiungere gli obiettivi contano più degli obiettivi sui quali ci siamo soffermati nella nostra discussione, e questo è un tema centrale.
L’Unione europea insiste su un approccio di mercato usando strumenti di mercato che a oggi hanno dimostrato di essere inefficaci e perversi. Una manna per gli speculatori finanziari. Non è più soltanto cibo, non è più soltanto il debito sovrano degli Stati, bensì la stessa atmosfera, l’aria che respiriamo, che sarà al servizio di un nuovo regime miliardario per generare attività finanziarie fittizie.
Signora Commissario, possiamo ricondurre le cause dal cambiamento climatico all’irrazionalità del nostro sistema economico e sociale. Troveremo la soluzione spezzando questo sistema.
Iosif Matula (PPE). – (RO) Signor Presidente, il cambiamento climatico è sicuramente la più grande sfida con la quale oggi l’umanità deve confrontarsi.
Purtroppo, le aspettative della conferenza di Cancún sono decisamente modeste visto il fallimento di Copenaghen. A Copenaghen i paesi sviluppati dovevano presumibilmente sostenere con vari mezzi i piani di azione dei paesi in via di sviluppo per combattere gli effetti del cambiamento climatico. Tuttavia, l’impatto della crisi economica, sentito con particolare durezza dagli Stati membri dell’Unione, ci obbliga a concentrarci anche su altre priorità.
È fondamentale raggiungere un accordo sulla riduzione delle emissioni di carbonio. A Cancún l’Unione deve esprimere la sua posizione comune sugli obiettivi da conseguire e ricordare che il successo della strategia UE 2020 è subordinato al raggiungimento dell’obiettivo prefissato in tema di cambiamento climatico. Al riguardo, desidero sottolineare il ruolo dei partenariati intesi a sviluppare il potenziale dell’energia sostenibile a livello regionale e incoraggiare l’uso dell’energia rinnovabile.
Gilles Pargneaux (S&D). – (FR) Signor Presidente, signora Commissario, sappiamo quanto lei sia combattiva e sappiamo che lei desidera che a Cancún l’Europa parli infine all’unisono. Vorrei pertanto che esprimesse il suo parere su due argomenti, due azioni che figurano nella nostra risoluzione, in merito alla quale voteremo domani. Prima del voto di domani, gradirei che esprimesse pubblicamente la sua opinione.
In primo luogo, mi riferisco alla creazione di un fondo verde che finalmente ci permetterebbe di disporre di 100 milioni di dollari all’anno dal 2020 da stanziare per assistere i paesi più poveri.
In secondo luogo, mi riferisco all’introduzione di un’imposta dello 0,01 per cento sulle operazioni finanziarie, che creerebbe un fondo di 20 miliardi di euro, anch’esso utilizzabile per assistere i paesi più poveri. Ritengo che questo sia un argomento importante di natura finanziaria che ci permetterebbe di procedere oltre più rapidamente.
Angelika Werthmann (NI). – (DE) Signor Presidente, lo scopo della conferenza sul clima è stabilire un successore del protocollo di Kyoto, che scade nel 2012. Abbiamo urgentemente bisogno di compiere progressi nella lotta al cambiamento climatico. Nel complesso, l’Unione è decisamente sulla via, parlando in termini relativi, del conseguimento dei suoi obiettivi in materia di clima. Tuttavia, per noi sarebbe fondamentale, e mi riferisco all’Unione, ma anche agli Stati Uniti e alla Cina, cercare di definire i prerequisiti giuridici per un accordo di protezione in tema di cambiamento climatico. Soprattutto in questi momenti difficili, il rafforzamento della politica ambientale offrirà anch’esso un’opportunità sostanziale alla politica economica, per esempio attraverso investimenti in energie rinnovabili ed efficienza energetica.
Monika Flašíková Beňová (S&D). – (SK) Signor Presidente, i negoziati sul cambiamento climatico si trascinano ormai da due decenni presso varie sedi internazionali. Nonostante la crescente consapevolezza del fatto che si tratta di un problema veramente globale, da un punto di vista politico possiamo dire che sono stati vent’anni sprecati.
Il protocollo di Kyoto cesserà di essere applicabile nel 2012 e l’insuccesso della conferenza sul clima dello scorso anno a Copenaghen non dà alcuna speranza di un imminente cambiamento per il meglio. I negoziati sul clima di ottobre non hanno fatto che confermare lo scisma tra il cosiddetto mondo avanzato e il cosiddetto mondo in via di sviluppo, per cui a Cancún ci sarà molto da fare. Se desideriamo che la conferenza di Cancún abbia successo, la posizione dei paesi ricchi dovrà mutare sostanzialmente. Innanzi tutto dobbiamo ridurre drasticamente il volume di emissioni nazionali. La cosiddetta compensazione delle emissioni di CO2 in tale contesto non è una soluzione. Se i paesi ricchi acquistano permessi dai paesi poveri per continuare a produrre emissioni, non aiuteremo il clima in alcun modo.
Kyriakos Mavronikolas (S&D). – (EL) Signor Presidente, la domanda che dobbiamo inevitabilmente porci: saremo in grado di avanzare sui temi del cambiamento climatico a Cancún? Mi sembra che la nostra posizione e i nostri obiettivi effettivamente imprimano un ritmo a livello di cambiamenti necessari per evitare il disastro ecologico.
Le posizioni dell’Unione sono ancora le posizioni giuste e non dobbiamo soltanto chiarirle in occasione della conferenza, bensì dobbiamo anche ottenere risultati nettamente migliori di quelli conseguiti a Copenaghen.
Purtroppo, signora Commissario, non possiamo non aspettarci nuovamente che toccherà a noi convincere i paesi grandi, specialmente Stati Uniti e Cina, ad aderire a questo impegno generale per combattere il cambiamento climatico. Spero che tali sforzi siano fruttuosi.
Connie Hedegaard, membro della Commissione. – (EN) Signor Presidente, pensavo di potermi limitare sostanzialmente a tre commenti dopo questo animato dibattito, ma ritengo di dover innanzi tutto rispondere a una domanda molto diretta dell’onorevole Pargneaux: penso che si possano compiere progressi interessanti in merito all’architettura di un fondo verde. Tuttavia, per molti, alcune fonti di finanziamento molto specifiche dovranno forse essere maggiormente approfondite, visto che sono passate soltanto due settimane da quando il gruppo di alto livello dell’ONU ha formulato i vari input.
Realisticamente parlando, dovremmo compiere progressi sostanziali. Dovremmo sapere che cosa intendiamo fare con questo fondo e come costituirlo. Dopodiché sono certa che entro breve tempo potremo anche pronunciarci in merito ai requisiti del fondo. Penso che sia necessario avanzare gradualmente, ma siamo decisamente favorevoli a procedere con il fondo verde.
Passo ora ai miei tre commenti. In primo luogo, l’onorevole Ulvskog ha detto poc’anzi nel corso della discussione che la questione del clima quest’anno è scaduta nell’agenda internazionale, il che è ovviamente vero, ma è anche vero che se raffrontiamo la nostra attuale posizione con due, cinque o dieci anni fa, oggi il clima è ai primi posti della nostra agenda.
Se non fosse stato per l’imminenza dell’accordo di Copenaghen, secondo voi le questioni del cambiamento climatico, dell’efficienza energetica e delle soluzioni per promuovere una crescita verde sarebbero sopravvissute alla crisi economica? La mia risposta sarebbe probabilmente negativa. È un tema ancora di grande rilievo nella nostra agenda comunitaria, ed è questo il posto che deve continuare a occupare.
L’onorevole Ouzký ha detto che l’Europa è sempre “troppo ottimista”; orbene, forse non lo è sempre invano. Non sono i pessimisti a realizzare grandi imprese. Fissando obiettivi, l’Europa ha mostrato la via nel 2008 e, nei preparativi per Copenaghen, molte economie l’hanno seguita.
Due anni fa eravamo pressoché i soli a fissare obiettivi. In vista di Copenaghen, grandi economie, come Indonesia, Messico, Corea, India, Sudafrica e altre, l’elenco è decisamente più lungo, hanno stabilito obiettivi nazionali. A parità di condizioni, questo è anche molto importante se viene visto da una prospettiva imprenditoriale europea. È stato un risultato effettivamente conquistato. Ora in molti paesi questi obiettivi nazionali comporteranno una sorta di cambiamento paradigmatico. Certo per molti versi è troppo lento, ma comunque di fatto abbiamo già percorso un lungo tragitto.
Qualcuno ha fatto riferimento alle economie emergenti. Prima per le economie emergenti questo non era un problema. Due anni fa le economie emergenti avrebbero detto che il clima non era un tema che erano chiamate ad affrontare. Era compito dei paesi ricchi, dei paesi sviluppati, farlo. Oggi, a seguito di Copenaghen, riconoscono di essere corresponsabili. Su questo dovremo costruire a Cancún e lo faremo.
Sono state poste alcune domande sul meccanismo di sviluppo pulito. Innegabilmente è un problema. Si pongono alcune sfide al riguardo e ciò fa parte del nostro elenco di cose da fare a Cancún: cercare di compiere alcuni passi verso le necessarie riforme del sistema CDM.
All’onorevole Skylakakis vorrei replicare che sono lieta di annunciare che domani la Commissione presenterà la sua proposta su talune limitazioni di uso riguardanti i gas industriali. Vi è stata un’eccellente collaborazione con il Parlamento, che ha intensamente partecipato a tale elaborazione, collaborazione e partecipazione necessarie per giungere a una conclusione positiva con gli Stati membri. Domani, come ho detto, presenteremo la proposta e spero che risponda a molte preoccupazioni manifestate dal Parlamento.
Il mio commento finale si rivolge agli onorevoli Leinen e Arsenis, i quali hanno ambedue affermato di temere che l’importanza Cancún venga troppo sminuita. Credo che affermare che vogliamo un esito ambizioso, sostanziale ed equilibrato, con tutti gli elementi citati da me personalmente e dalla Presidenza belga, non significhi sminuire eccessivamente. Se realmente prendiamo una decisione sulla silvicoltura, l’adattamento, la tecnologia, la disponibilità del finanziamento rapido, la misurazione, la rendicontazione e la verifica dei mercati del carbonio e i diversi elementi che abbiamo rammentato in questa sede, penso che si tratti di progressi sostanziali.
Tutti sappiamo perché non possiamo ottenere una delle cose che vorremmo: un accordo internazionalmente vincolante. Uno dei motivi è l’assenza di progressi all’interno del Senato americano. Tutti siamo coscienti del fatto che questo è il motivo. Penso nondimeno che, se manteniamo lo slancio, è ancora probabile raggiungere l’obiettivo europeo quanto prima, ossia avere un accordo internazionalmente vincolante.
Faremo tutti del nostro meglio per conseguire questo tipo di progressi a Cancún. L’alternativa è drammatica, direi quasi tragica. Dobbiamo assicurarci il risultato e posso garantirvi che, insieme, la delegazione europea si adopererà al meglio per conseguire lo scopo e lo faremo in modo tale che tutto il mondo possa sentire che stiamo parlando all’ormai famoso “unisono”, sperando che sia il famoso “unisono” in cui tutti dicono la stessa cosa, tutti formulano le stesse priorità, che si tratti di ministri, membri della Commissione, esperti o membri del Parlamento europeo.
Anch’io confido nella possibilità di collaborare con la vostra delegazione una volta giunti a Cancún.
Joke Schauvliege, Presidente in carica del Consiglio. – (NL) Signor Presidente, onorevoli parlamentari, come è ovvio concordo con le parole della signora Commissario e vorrei anche ringraziare tutti i membri del Parlamento per i tanti commenti, comprese le preoccupazioni manifestate. Abbiamo in ogni caso preso nota di tutte le perplessità espresse e le terremo nella debita considerazione. Vorrei altresì ringraziare la Commissione e i suoi servizi per la collaborazione costruttiva sinora dimostrata. Penso che dovremmo continuare su questa via e ciò sarà anche fondamentale nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, sia a Cancún sia alla stessa conferenza sul cambiamento climatico. La signora Commissario ha già risposto a molti punti sollevati, ma vorrei personalmente soffermarmi su alcuni aspetti ulteriori.
Ho sentito molti commenti sulla credibilità, sulla necessità di “parlare all’unisono”, e ovviamente dobbiamo farlo. So, in base alla mia esperienza personale, avendo partecipato alla X riunione della conferenza delle parti (COP 10) riguardante la convenzione sulla diversità biologica (CBD) a Nagoya, che l’Unione europea può farlo, ed è peraltro l’unico modo per ottenere un esito positivo. Dobbiamo considerare non soltanto le esperienze di Nagoya, bensì anche le esperienze negative di Copenaghen dello scorso anno, e da esse trarre lezioni. In realtà, il Consiglio lo ha fatto, per cui ha adottato esso stesso una posizione chiara. Abbiamo le nostre conclusioni del Consiglio sulla quale delle quali possiamo proclamare il messaggio inequivocabile dell’Unione, anche a livello internazionale.
Onorevole Eickhout, è superfluo dire che, se l’Unione europea deve tornare alle conclusioni del Consiglio, si applicherà il coordinamento comunitario, come è sempre stato prassi comune, così come il messaggio sarà successivamente concordato senza ambiguità in detta sede. Ho anche sentito una serie di commenti sul passaggio a una riduzione del 30 per cento. Come sapete, il Consiglio ha anche avallato la relazione della Presidenza al riguardo. Mi riferisco alla relazione basata sulla comunicazione della Commissione che presenta un’analisi dell’impatto del passaggio al 30 per cento. In detta relazione, e ciò è stato accettato dal Consiglio, abbiamo chiesto alla Commissione di esaminare ulteriormente l’impatto sui livelli degli Stati membri. In proposito, si è anche promesso che, in primavera, in occasione del Consiglio, si terrà una discussione sulla base dell’ulteriore esame della Commissione in merito al passaggio a una riduzione del 20 per cento.
Onorevoli parlamentari, molti di voi hanno giustamente sottolineato l’importanza della conferenza di Nagoya. Non si tratta di adeguare le nostre ambizioni. Dobbiamo essere realistici, ma dobbiamo altresì profondere ogni sforzo per garantire che anche a Cancún si raggiunga un esito positivo, e intendo un pacchetto di misure equilibrato. Noi, Presidenza belga, faremo tutto ciò che è in nostro potere per raggiungere tale obiettivo. Dovremo farlo unitamente a tutti gli Stati membri e alla Commissione europea con il vostro sostegno garantendo in tal modo che, contando sulla forza della fiducia riconquistata a Nagoya, dove un’azione a livello multilaterale ha consentito nuovamente di giungere a un accordo, si possa proseguire in tale spirito a Cancún ricreando anche speranza per il clima.
PRESIDENZA DELL'ON. ROBERTA ANGELILLI Vicepresidente
Presidente. − Comunico di aver ricevuto una proposta di risoluzione(1) conformemente all'articolo 110, paragrafo 2, del regolamento.
La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà giovedì 25 novembre 2010.
Dichiarazioni scritte (articolo 149)
János Áder (PPE), per iscritto. – (HU) Forse avete già sentito parlare dello scandalo dell’HFC-23 annunciato alla conferenza stampa di ieri dal gruppo PPE. Anch’io trovo assolutamente oltraggioso che i contribuenti europei debbano pagare all’incirca 70 volte di più per distruggere un gas a effetto serra generato durante la produzione di un gas refrigerante già in fase di progressiva eliminazione, creando enormi utili extra per poche società prevalentemente cinesi e indiane. Lo scandalo si somma al danno perché la Commissione europea, facendo riferimento alla fiducia degli investitori, non prevede di sospendere lo scambio di tali emissioni immediatamente, entro il 2013, modificando questa situazione insostenibile.
Il tutto è ancora più oltraggioso alla luce del fatto che ai negoziati internazionali sul clima la Commissione sta facendo quanto in suo potere per impedire agli Stati neoaderenti di mantenere le quote di Kyoto che fanno parte della loro ricchezza nazionale, e lo fa nonostante vi siano effettive riduzioni di emissioni dietro le quote alle quali gli ex paesi socialisti, tra cui l’Ungheria, hanno diritto e per le quali i paesi dell’Europa orientale hanno pagato un prezzo considerevole da quando il regime è cambiato. Tuttavia, l’aspetto principale dello scandalo rivelato ieri consiste precisamente nel fatto che, mentre i consumatori europei hanno pagato sinora 1,5 miliardi di euro per distruggere l’HFC-23, la concentrazione atmosferica di questo gas, 12 000 volte più aggressivo del biossido di carbonio, è aumentata notevolmente negli ultimi due decenni. Non deve dunque sorprenderci, onorevoli colleghi, che con questi doppi standard l’Unione non possa avere una posizione comune a Cancún, come è avvenuto a Copenaghen.
José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. – (PT) Propugno un accordo vincolante che sancisca un sistema internazionale di sanzioni per il vertice sul clima di Cancún che inizierà il prossimo lunedì. È chiaro che un siffatto accordo avrà senso soltanto se sarà vincolante per i principali inquinatori globali: Stati Uniti, Cina e India. L’Unione è stata un leader nella lotta al cambiamento climatico e dovrebbe essere incoraggiata a consolidare tale leadership, pur senza dimenticare gli sforzi tremendi che le nostre industrie hanno già compiuto per rispondere alle riduzioni obbligatorie delle emissioni in Europa. Va notato che l’Unione è responsabile all’incirca del 15 per cento delle emissioni globali e si stima che tale percentuale scenderà al 10 per cento entro il 2030, mentre Stati Uniti, Cina e India sono responsabili del 50 per cento delle emissioni globali e tale percentuale tende ad aumentare. Di conseguenza, non concordo con l’ipotesi che l’Unione limiti unilateralmente le proprie emissioni di CO2 del 30 per cento, anziché del 20 per cento, se a questo non dovesse corrispondere un pari impegno da parte di altri paesi, segnatamente gli Stati Uniti. Ciò non significa che l’ambizione dell’Unione debba essere ridimensionata. Ritengo viceversa che, anche se altri non dovessero seguirci, dovremmo continuare a concentrare il nostro impegno sulla ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica rispetto alle fonti di energia non basate sul carbonio, l’efficienza energetica e la creazione di posti di lavoro verdi per aumentare la nostra competitività.
Alajos Mészáros (PPE), per iscritto. – (HU) Verso un protocollo post-Kyoto... La XVI conferenza delle parti firmatarie della convenzione quadro dell’ONU sul cambiamento climatico, prevista a dicembre in Messico, assume un’importanza ancora maggiore dopo l’insuccesso del vertice di Copenaghen. Sebbene a livello internazionale Copenaghen possa considerarsi un passo avanti, è ben lungi dall’aver risposto alle nostre aspettative. Il protocollo di Kyoto scade nel 2012, ragion per cui è estremamente importante definire chiaramente una serie di obiettivi globali che siano condivisi da tutti. Non è sufficiente la presenza di un accordo relativo sull’argomento all’interno dell’Unione. È importante che anche gli Stati Uniti e le principali potenze asiatiche adottino i nostri obiettivi. Anche se a Cancún non fosse possibile giungere a un accordo sui numeri e le percentuali, è assolutamente fondamentale che gli Stati firmatari convengano piani e impegni concreti, preparando in tal modo la via alla stipula di un accordo post-Kyoto in Sudafrica nel 2011. È necessario arrivare a un accordo su aspetti quali il finanziamento, la sorveglianza e i meccanismi di controllo. L’Unione europea deve dare il buon esempio dando prova di una posizione coesa.
Katarína Neveďalová (S&D), per iscritto. – (SK) Vorrei esordire sottolineando che la conferenza sul cambiamento climatico di Cancún è un’altra grande opportunità di fare qualcosa per le future generazioni e, perlomeno parzialmente, ovviare alle manchevolezze di Copenaghen. Non è più possibile negare il cambiamento climatico globale. I vigneti nelle zone montuose e la presenza in determinate aree di colture che non vi erano mai cresciute prima ne sono esempi, come lo è la frequenza maggiore rispetto al passato con cui si verificano calamità naturali. Dobbiamo adottare una soluzione a lungo termine responsabile. Non sono un’esperta di ambiente e le teorie differiscono, ma ritengo che sia necessario fare qualcosa. Dobbiamo smettere di discutere se il cambiamento climatico sia un dato di fatto e discutere invece come combatterlo. Dobbiamo smettere di discutere se il cambiamento climatico possa essere fermato e fare invece qualcosa in merito. L’Unione europea deve essere un leader in tali discussioni, così come devono esserlo tutti i suoi Stati membri. Siamo responsabili del futuro dell’intero mondo. Siamo a favore di una consistente riduzione della produzione di emissioni. Dobbiamo riunire regioni, città e campagne per tutelare l’ambiente. Dobbiamo creare più posti di lavoro verdi. Dobbiamo sostenere l’investimento in ricerca e innovazione. Penso che siamo quelli che ancora possono salvare il pianeta, ma dobbiamo unirci risoluti.
Bogusław Sonik (PPE), per iscritto. – (PL) I negoziati sul clima di Cancún inizieranno soltanto tra una settimana. L’Unione ha adottato piani ambiziosi nel campo della riduzione delle emissioni, del finanziamento, della silvicoltura e del trasferimento di tecnologia. Da un lato, la diligenza nei negoziati sul clima è importante; dall’altro, però, questo non deve offuscare il valore delle decisioni che verranno effettivamente prese alla conferenza. Si dovrebbero anche trarre conclusioni dai risultati deludenti della conferenza di Copenaghen sul cambiamento climatico in occasione della quale non si sono prese importanti decisioni specifiche. Pertanto, durante la XVI conferenza delle parti, l’Unione europea dovrebbe contribuire a ricreare fiducia nei negoziati internazionali sul cambiamento climatico. La discussione si è già protratta abbastanza. Ora a Cancún si dovranno elaborare le corrispondenti misure specifiche sulla base delle quali sarà possibile pervenire a un accordo internazionale completo in Sudafrica nel 2011.