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Resoconto integrale delle discussioni
Mercoledì 2 febbraio 2011 - Bruxelles Edizione GU

16. Referendum sul futuro status del Sudan meridionale (discussione)
Video degli interventi
Processo verbale
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  Presidente. − L’ordine del giorno reca la dichiarazione della Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza sul referendum sul futuro status del Sudan meridionale.

 
  
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  Catherine Ashton, Vicepresidente della Commissione/ Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. (EN) Signora Presidente, leggerò la dichiarazione e poi, con molto piacere, il collega Commissario Barnier continuerà la discussione e la chiuderà per motivi che, credo, siano stati compresi dagli onorevoli deputati.

Stiamo assistendo a un momento storico per il Sudan e, in realtà, per tutta l’Africa. Il popolo del Sudan meridionale ha aspettato a lungo la possibilità di esercitare il diritto all’autodeterminazione. Lo svolgimento pacifico, attendibile e provvidenziale del referendum è stato un notevole successo di cui tutti dovremmo andare orgogliosi.

I risultati preliminari del referendum nei 10 Stati meridionali sono stati annunciati il 30 gennaio e hanno rivelato che la stragrande maggioranza della popolazione (99,5 per cento) è a favore della secessione. Siamo ancora in attesa dei risultati finali che saranno pubblicati nelle prossime due settimane.

Ci congratuliamo con il popolo del Sudan meridionale per la determinazione, la dignità e la pazienza dimostrate nel venire alle urne con così grande affluenza. Ci complimentiamo inoltre con le parti meridionali all’Accordo generale di pace per la leadership che hanno dimostrato, e con le autorità sudanesi responsabili del referendum per l’eccezionale lavoro svolto a livello organizzativo nonostante le enormi sfide che hanno dovuto affrontare.

Il successo di questo referendum è, in primo luogo, un risultato del paese ma riflette anche il sostegno dell’Unione africana e del gruppo di attuazione ad alto livello dell’UA alla guida del Presidente Mbeki, che ha aiutato le parti ad andare avanti, e la continua attenzione diplomatica ricevuta dalla comunità internazionale tra cui nazioni Unite, Stati Uniti e, ovviamente, Unione europea.

Il Sudan è stato una delle nostre priorità dell’agenda politica di Bruxelles negli ultimi mesi. Ne abbiamo discusso all’interno del Consiglio “Affari esteri” sia a novembre che a dicembre; abbiamo ribadito il nostro consenso sulle conclusioni nel Consiglio “Affari esteri” di questa settimana e continueremo a tenere la situazione sotto controllo.

Più di ogni altra cosa, però, desidero ringraziare Véronique de Keyser, osservatore elettorale principale per il referendum del Sudan meridionale, e la sua squadra operante nella missione di osservazione dell’Unione europea per l’importante ruolo svolto nel promuovere un clima di fiducia tra il popolo sudanese. L’organizzazione di un’ampia e qualificata missione di osservazione elettorale si è rilevata un contributo europeo importante e concreto: la ringrazio dal profondo del cuore perché so che lei ha personalmente svolto un ruolo essenziale che le è stato ampiamente riconosciuto.

Abbiamo altresì fornito competenze tecniche e assistenza finanziaria alle autorità sudanesi responsabili del referendum.

In attesa dell’annuncio dei risultati finali, ribadisco che l’Unione europea rispetterà il risultato come espressione dei desideri del popolo del Sudan meridionale. Come ci assicurano le dichiarazioni rilasciate dal Presidente al-Bashir a Juba lo scorso 4 gennaio, ribadite al minivertice sul Sudan ad Addis Abeba il 31 gennaio, il governo sudanese accetterà i risultati del referendum, sarà il primo a riconoscere il nuovo Stato e garantirà piena collaborazione. Esortiamo tutte le parti in causa a continuare a mantenere un clima di serenità, a garantire la calma e a tutelare la sicurezza di tutti i popoli del Sudan.

Nonostante il referendum sull’autodeterminazione del Sudan meridionale sia stato un grande successo non possiamo permetterci di indugiare nell’autocompiacimento, perché enormi sfide ci aspettano.

Il referendum su Abyei, che avrebbe dovuto tenersi contemporaneamente al referendum sul Sudan meridionale, non c’è ancora stato. Siamo preoccupati per la violenza registrata ad Abyei alla vigilia del referendum, e invitiamo le parti a prevenire ulteriori episodi di violenza trovando una soluzione concreta per porre le basi di una convivenza a lungo termine tra le comunità locali presenti.

Altre questioni in sospeso legate all’Accordo generale di pace aspettano ancora una soluzione, tra cui la demarcazione del confine nord-sud e lo svolgimento di consultazioni popolari nel Nilo azzurro e nel Kordofan meridionale. Speriamo che le parti ora concentrino le energie sulla soluzione di questi problemi e su questioni vitali nel post-referendum come la cittadinanza, gli accordi di sicurezza, i proventi petroliferi e altre questioni economiche. Siamo incoraggiati dal fatto che entrambe le parti si sono proclamate d’accordo su alcuni principi, soprattutto nel lavorare per costruire due Stati vitali con confini tranquilli, e nel tessere relazioni costruttive. C’è però ancora molto lavoro da fare e continueremo a sostenere gli sforzi di mediazione del Presidente Mbeki.

Siamo poi di fronte a un’importante sfida umanitaria. Ogni giorno circa 2 000 persone provenienti dal nord fanno ritorno nel Sudan meridionale, e hanno bisogno di aiuto per reintegrarsi nelle comunità locali.

Continuo a essere molto preoccupata per l’escalation di violenza in Darfur, che recentemente ha portato allo sfollamento di decine di migliaia di persone e ha gravemente compromesso le operazioni umanitarie. Tre cittadini europei sono ancora in ostaggio.

Inoltre temiamo ancora per la reclusione di difensori dei diritti umani, di giornalisti, politici all’opposizione e studenti che hanno partecipato a manifestazioni pacifiche. Uno dei principi fondamentali dell’Accordo generale di pace era la creazione di una governance democratica basata sul rispetto della diversità e delle libertà, e sia nel nord che nel sud vogliamo vedere il rispetto per le libertà fondamentali e una governance democratica veramente inclusiva.

Guardando al futuro vi posso garantire che questa rimarrà una priorità della nostra agenda. Continueremo ad impegnarci sia con Khartum che con Juba. Siamo disposti a intensificare l’impegno con Khartum e pronti a rafforzare il dialogo. Continueremo a fornire assistenza al popolo del nord, soprattutto nelle zone colpite dalla guerra come la parte orientale, l’Area di transizione e il Darfur. Il Sudan meridionale non sarà stabile se non lo è il Sudan settentrionale e viceversa. I ministri degli esteri dell’Unione europea hanno manifestato la disponibilità a valutare attentamente un aiuto europeo a favore della cancellazione del debito internazionale per il Sudan, a seconda dei progressi politici.

Nel Sudan meridionale l’Unione europea deve dare un contributo significativo alla stabilizzazione, allo sviluppo e al consolidamento delle capacità istituzionali. Oltre ai considerevoli programmi bilaterali degli Stati membri, già forniamo assistenza ai servizi di base e allo sviluppo agricolo e stiamo valutando la strategia a più lungo termine per la cooperazione allo sviluppo con il Sudan meridionale.

Riconosciamo però che anche il Darfur merita la stessa grande attenzione che, di recente, si è concentrata sull’attuazione dell’Accordo generale di pace. Facciamo quindi appello a tutte le parti per cessare le ostilità, concludere un accordo di cessate il fuoco e favorire una soluzione politica equa e globale; da parte nostra, ci adopereremo di più per incoraggiare la parti a impegnarsi seriamente nel processo di pace di Doha.

Per concludere una parola sulla giustizia: non si può raggiungere una pace durevole in Darfur senza giustizia e riconciliazione. Bisogna mettere fine alle impunità. Il Consiglio ha ripetutamente attirato l’attenzione sull’obbligo del governo del Sudan a collaborare appieno con il Tribunale penale internazionale.

Credo che l’Unione europea debba svolgere un ruolo importante nel promuovere un futuro pacifico, stabile e democratico per il popolo del Sudan, a prescindere dal fatto che sia un unico paese. Star loro vicino e garantire sostegno e incoraggiamento in questo periodo critico è un dovere che abbiamo nei confronti di questa popolazione, sia a nord che a sud.

 
  
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  Mariya Nedelcheva, a nome del gruppo PPE.(FR) Signora Presidente, Alto rappresentante, onorevoli colleghi, le autorità sudanesi a Khartum lanciano segnali positivi, tra cui il pacifico svolgersi del referendum e la volontà di accettare i risultati del referendum nel Sudan meridionale.

Dopo decenni di guerra civile, non credo di esagerare nel dire che si tratta di un momento storico per l’Africa. I momenti storici però sono passeggeri e non durano per sempre. Per voltare pagina e passare a un nuovo periodo storico gli attori del cambiamento non possono permettersi di dormire sugli allori. Devono definire basi chiare, sane e valide per la garanzia di un futuro migliore.

Il Sudan meridionale si trova in una fase transitoria perché tra oggi e il 9 luglio, data in cui sarà ufficialmente dichiarata l’indipendenza, possono succedere ancora molte cose. I due paesi devono risolvere molte questioni, tra cui quella più urgente riguardante i confini. Lo status di Abyei continua a essere incerto. Occorre trovare una soluzione per impedire l’insorgere di eventuali conflitti.

C’è poi la questione dei cosiddetti rimpatri. Che accoglienza sarà riservata a queste persone? Questo giovane Stato riuscirà a integrare così tante persone in così poco tempo? Per garantire a questi individui la possibilità di riavere la cittadinanza, trovare un lavoro e avere condizioni di vita decenti, bisogna creare istituzioni stabili per la giustizia, la polizia, l’esercito e tutta l’amministrazione in generale.

Il referendum però costituisce una grande sfida anche per il nord: le autorità dovranno adeguarsi a una nuova realtà politica. Questo fine settimana ci sono già state dimostrazioni. Il governo favorirà la diversità politica, etnica, culturale e religiosa? Una cosa è certa: non possiamo permetterci di ripetere gli errori del passato.

Nei due paesi, la chiave del successo sta nel garantire uno spazio politico pluralista caratterizzato da una diversità etnica e religiosa e un forte Stato di diritto. Solo in questo modo potranno essere vere democrazie.

Vorrei aggiungere un’ultima cosa. L’interdipendenza economica, sociale e politica deve spingere le autorità dei due paesi a impegnarsi in un dialogo e una collaborazione costanti. Da parte sua, proponendo veri e propri progetti di sviluppo, l’Unione europea sarà un partner fondamentale nel futuro dei due paesi.

 
  
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  Véronique De Keyser, a nome del gruppo S&D.(FR) Signora Presidente, dopo la discussione sulla Tunisia, l’Egitto e altri paesi che oggi chiedono la libertà, vorrei dirvi che la nostra missione di osservazione nel Sudan meridionale per il referendum è stata un’esperienza meravigliosa ed esemplare. Il referendum è stato esemplare perché è stato un successo nonostante tutte le previsioni catastrofiche, e l’esperienza meravigliosa perché era palese che il popolo del Sudan meridionale votava con le lacrime agli occhi, dopo avere tanto aspettato questo momento (in alcuni casi per più di 50 anni) e avere vissuto la guerra civile, mentre abbracciava questa transizione pacifica con indescrivibile gioia.

È vero che i prossimi mesi saranno difficili, ma dobbiamo festeggiare questa svolta. Devo dire che, riflettendo sugli strumenti dell’Unione europea e avendo spesso criticato altre missioni di osservazione elettorale che non hanno avuto buoni risultati, la missione a cui ho partecipato è stata una vera benedizione.

Il Sudan meridionale è destinato a diventare il cinquantaquattresimo Stato dell’Africa il 9 luglio. Ora lo aspettano alcune sfide, come sottolineato dall’Alto rappresentante.

Innanzi tutto c’è il petrolio nella regione di Abyei, situata al confine tra nord e sud, per la quale però non si sono definiti chiaramente i confini e che non ha avuto un proprio referendum. Occorre trovare una soluzione per Abyei, ma al momento la questione rimane in sospeso. Nella zona si sono registrati episodi di violenza durante il referendum, come è successo anche nello Stato dell’Unità e nel Kordofan meridionale. È una regione che potenzialmente può destabilizzare l’intero paese.

Poi c’è la questione segnalata dall’onorevole Nedelcheva, che ringrazio per avere partecipato alla missione di osservazione, e dall’Alto rappresentante: la cittadinanza. I sudanesi meridionali che vivevano e lavoravano al nord, e che in alcuni casi avevano delle proprietà, sono letteralmente fuggiti a sud a decine, addirittura centinaia di migliaia. Probabilmente adesso dovranno essere reintegrati nell’economia del sud. Non si fidano del nord e non sanno se potranno mantenere il posto di lavoro – probabilmente no se lavorano nel settore pubblico – e questo pone un grave problema.

Per concludere c’è il problema del Tribunale penale internazionale. Salva Kiir, Presidente del Sudan meridionale, vuole la cooperazione con il nord solo se quest’ultimo riconoscerà i risultati del referendum. È già riuscito a convincere il Presidente al-Bashir a recarsi in visita al sud, dove è stato formalmente accolto a Juba. È stato un evento straordinario, simbolo della riconciliazione e di una nuova era. Salva Kiir ci dice che se oggi dovesse firmare l’accordo dello statuto di Roma, alla prossima visita sarebbe costretto ad arrestare il Presidente al-Bashir. Si domanda come potranno collaborare in questi termini, come potranno raggiungere questa famosa riconciliazione nord-sud. “Non chiedeteci di farlo” dice. Ovviamente siamo vincolati al Tribunale penale internazionale, ma al tempo stesso ci rendiamo conto che la cooperazione nord-sud è fondamentale per la pace.

Temo quindi che ci siano molti problemi da risolvere. Come ho detto la missione è stata un’esperienza meravigliosa, ma il Sudan rimarrà un unico paese fino al 9 luglio.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. WIELAND
Vicepresidente

 
  
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  Charles Goerens , a nome del gruppo ALDE.(FR) Signor Presidente, sappiamo da più di vent’anni che la popolazione del Sudan meridionale non vuole la Sharia imposta da Khartum. Questo ha portato alla guerra civile che è costata la vita a più di due milioni di persone, a cui si è messo fine con l’Accordo generale di pace firmato nel 2005.

La scorsa settimana il popolo del Sudan meridionale ha formalmente espresso la propria volontà: l’indipendenza, la separazione dal nord. Ma non si tratta solo di volere: il paese deve anche potere gestire l’indipendenza giorno dopo giorno.

Il nuovo Stato non ha ancora un confine formale con il nord, né sappiamo come saranno suddivisi i proventi derivanti dallo sfruttamento petrolifero. Migliaia di persone si stanno ancora spostando da nord a sud. Le prospettive di sviluppo non sono ancora molto chiare, viste le poche risorse del Sudan meridionale e il bassissimo livello d’istruzione. Fondamentalmente, si dovrà costruire questo nuovo Stato da zero.

Anche se la costruzione del nuovo Stato è in primo luogo di competenza del popolo del Sudan meridionale, l’indipendenza comporterà cambiamenti fondamentali. D’ora innanzi qualsiasi conflitto tra nord e sud sarà una questione internazionale e non un problema interno, come lo era in passato. Quindi, per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite cambieranno le cose.

Abbiamo urgente bisogno di una strategia chiara per individuare le principali priorità politiche ed economiche che faranno uscire i sudanesi meridionali dall’estrema povertà. Nel pieno rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli, in qualità di primo donatore da sempre l’Unione europea deve essere all’altezza delle aspettative di chi vive in loco. L’Unione europea deve anche assumere il ruolo di leader tra tutti coloro che lavoreranno in collaborazione con il nuovo Stato nel difficilissimo compito di riformare questa parte d’Africa.

 
  
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  Judith Sargentini, a nome del gruppo Verts/ALE. (NL) Signor Presidente, stiamo assistendo alla nascita di un nuovo Stato. Ne sono molto felice, ma nutro anche qualche timore. Del resto il Sudan meridionale è uno dei paesi più poveri dell’Africa, e anche una nazione con molto petrolio. Inoltre è un paese in cui stanno tornando molte persone, profughi senza un posto in cui vivere, senza cibo e senza lavoro. È la formula per il fallimento e persino per un conflitto armato.

Se chi controlla le risorse petrolifere nel Sudan meridionale e i porti nella parte settentrionale del paese attraverso cui viene trasportato il petrolio non giungeranno a un accordo, scoppierà un conflitto internazionale come ha affermato il collega, onorevole Goerens. Cosa possiamo fare noi?

L’Europa deve predisporre una presenza in loco e stare sul posto. Perché non inviare una missione Eupol nel Sudan meridionale per aiutare a istituire lo Stato di diritto e dare a questo paese una nuova opportunità? Chissà, questo paese potrebbe benissimo fungere da esempio per il resto dell’Africa. Spero vivamente che sia così.

 
  
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  Charles Tannock, a nome del gruppo ECR. (EN) Signor Presidente, non ho mai dubitato che la divisione del Sudan sia l’unico modo per garantire pace, giustizia e sviluppo per il Sudan meridionale. Per questo mi rallegro che il popolo del sud abbia votato con fortissima determinazione a favore di un futuro sovrano e indipendente.

Il fatto che più del 99 per cento dell’elettorato abbia preferito la separazione è una fortissima condanna nei confronti di Khartum e dei decenni di sforzi compiuti dal Presidente Bashir per conquistare e assoggettare il sud cristiano e animista al rigido islamismo e alla legge della Sharia.

Il Sudan meridionale deve ora diventare la priorità numero uno per l’Europa nel campo dello sviluppo umanitario. Il referendum non rappresenta la fine del processo, bensì l’inizio. Il Sudan meridionale deve essere certo dell’impegno totale e irremovibile dell’Unione europea: una delle cose che chiedo all’Alto rappresentante è di fare in modo che tutti i fondi dell’FSE vengano trasferiti immediatamente al nuovo Stato, anche prima che questo ratifichi Cotonou.

Esorto inoltre tutti i 27 Stati membri dell’UE a riconoscere da subito questa nuova nazione africana il 9 luglio, come previsto nell’Accordo generale di pace, altrimenti tutti i progressi compiuti dal Sudan meridionale negli ultimi anni saranno vani. Un’altra guerra avrebbe conseguenze inimmaginabili per l’intera Africa.

Infine, spero si stiano prendendo misure per garantire sufficienti risorse umane e finanziarie alla delegazione dell’Unione europea di stanza a Juba.

Confido inoltre che l’Alto rappresentante riesca presto a recarsi in visita nel Sudan meridionale. Sono altresì entusiasta, soprattutto come cittadino britannico, che il nuovo governo di Juba si impegni a riconoscere l’indipendenza della Repubblica del Somaliland (ex protettorato britannico del Somaliland), e sono anche convinto che molti altri Stati africani ed europei faranno presto altrettanto.

Saluto infine il dottor Francis G. Nazario, seduto in galleria, capo della missione del Sudan meridionale all’Unione europea che presto ne diventerà ambasciatore. Forse si può alzare, dottor Nazario, insieme alla delegazione del Sudan meridionale che vedo a sua volta seduta.

(Applausi per il dottor Nazario e la delegazione del Sudan meridionale)

 
  
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  Sabine Lösing, a nome del gruppo GUE/NGL. – (DE) Signor Presidente, mi chiedo se adesso miglioreranno le cose per il popolo del Sudan meridionale o se la divisione è più nell’interesse dell’Occidente per potere acquisire il controllo delle riserve petrolifere. In ogni caso, il sud si trova ad affrontare enormi sfide. Senza un’infrastruttura funzionale e con la disastrosa situazione economica in cui si trova, l’assistenza civile e umanitaria sarà a lungo indispensabile.

Purtroppo, per alcuni probabilmente non è stato eliminato il pericolo di violenti conflitti, ma gli esperti ritengono che il problema non si possa risolvere con mezzi militari. Al contrario, l’ausilio dei mezzi militari impedisce di trovare una vera soluzione ai conflitti. L’assistenza civile di cui hanno bisogno può essere garantita con molta più efficienza senza il coinvolgimento militare. Il passaggio delle funzioni civili all’esercito ostacola lo sviluppo sostenibile delle strutture civili.

Il Darfur ne è un esempio. Un gigantesco apparato militare ha ora assunto le funzioni delle organizzazioni umanitarie e di sviluppo, cosa che queste hanno aspramente criticato. Da parte nostra chiediamo che si concentri esclusivamente sulla gestione dei conflitti civili e sulle misure di assistenza, riducendo le incombenze della missione ONU per le componenti civili senza prevedere l’uso dei gruppi tattici dell’UE. Inoltre, per quanto riguarda le prospettive di sviluppo chiediamo la cancellazione del debito per il Sudan.

 
  
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  Bastiaan Belder, a nome del gruppo EFD. (NL) Signor Presidente, tutto sta a indicare che il risultato del referendum del 9 gennaio nel Sudan meridionale di fatto sarà un sostegno unanime all’indipendenza. È perfettamente comprensibile e ragionevole, ed è motivo di plauso.

Dopo tutto il Sudan meridionale si è di recente lasciato alle spalle 23 anni di guerra civile con il nord arabo, in cui sono state uccise 2,5 milioni di persone e messe in fuga più di 4 milioni di persone. Questo senza nemmeno tenere conto della schiavitù al nord, di cui forse sono rimaste vittima centinaia di migliaia di donne e bambini del Sudan meridionale. In questo contesto storico, è evidente che questo giovane Stato in fieri ha bisogno di tutta l’assistenza internazionale possibile nel creare le proprie istituzioni.

Questo processo sicuramente richiede la presenza di una forza di polizia fidata. Giusto la scorsa settimana ho ricevuto relazioni allarmanti proprio su questo punto, ovvero su episodi di grave negligenza nella nuova accademia di polizia di Rajaf. Faccio quindi appello all’Unione europea affinché si prodighi per contribuire a risolvere il problema, ma anche per dare assistenza ai vari e urgenti affari di Stato che dovrà affrontare il Sudan meridionale.

 
  
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  Martin Ehrenhauser (NI).(DE) Signor Presidente, ci sono due cose che ho portato con me dal viaggio in Sudan: la convinzione che il Sudan meridionale è un paese autosufficiente e l’idea che non ci sono alternative. Ma come succede per un bambino piccolo, è anche necessario sostenere questo giovane Stato fino a quando sarà in grado di essere indipendente. È esattamente quello che la comunità internazionale è chiamata a fare.

Vorrei soffermarmi su due punti. In primo luogo la cancellazione del debito. Come europarlamentare austriaco è un tema che mi sta particolarmente a cuore perché, dopo tutto, l’Austria è il maggiore creditore del Club di Parigi. Credo che in questo caso dovremmo dare l’esempio e, pur essendo di competenza degli Stati membri, è comunque molto importante garantire un ottimo coordinamento degli Stati membri sotto la supervisione dell’Unione europea.

Il secondo punto che vorrei ricordare è la situazione di stallo in cui ci troviamo: da una parte abbiamo il mandato di arresto del Tribunale penale internazionale, dall’altra la volontà e la necessità di erogare soldi dal decimo Fondo di sviluppo europeo. Credo ci sia bisogno di una soluzione rapida ma molto pragmatica.

 
  
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  Filip Kaczmarek (PPE).(PL) Signor Presidente, siamo molto lieti che il referendum nel Sudan meridionale si sia svolto in maniera così pacifica. Tutti i nostri osservatori elogiano quanto hanno visto nel corso della missione di osservazione. Hanno altresì dato una valutazione positiva del referendum in base agli standard che promuoviamo. Il referendum si è rivelato attendibile e ben organizzato, e ha dato all’elettorato la possibilità di esprimere la propria opinione. È anche stata evidente l’importanza attribuitagli dai cittadini del Sudan meridionale, con un’affluenza alle urne del 60 per cento il quarto giorno. Questo è un chiaro segnale della volontà del popolo di raggiungere l’autodeterminazione.

Il Presidente Bashir è spesso stato criticato dall’Assemblea, ma questa volta dobbiamo rendergli onore per la dichiarazione rilasciata il 24 gennaio a Juba, cui ha fatto riferimento l’Alto rappresentante. Ha annunciato che avrebbe riconosciuto qualsiasi decisione presa con il referendum, anche se avesse significato la separazione del Sudan meridionale, e tutto sta a indicare che chi vive in quella regione ha espresso con molta chiarezza la propria volontà. Mi unisco ai desideri e alle speranze già espressi, che se il Sudan sarà effettivamente suddiviso in due paesi possa godere di una convivenza pacifica.

Ora è importante che l’atmosfera serena registrata durante il referendum sia seguita da un periodo di pace, nel quale si possano annunciare i risultati e i due Stati possano subire la trasformazione. Molti osservatori temono che l’ondata di insurrezioni e richieste di democrazia in corso in molti paesi, compreso il Sudan, possa diventare una scusa per congelare il processo di pace rendendo impossibile la realizzazione di piani ambiziosi. Il clima in alcuni ambienti è invece positivo, ad esempio all’interno dell’Unione africana, che si è detta pronta a riconoscere l’indipendenza del nuovo Stato africano. Bisogna anche essere coscienti che il referendum non mette fine alla questione, e che la vera vittoria significa realizzare i desideri dei cittadini del Sudan. Come sappiamo, la loro volontà potrà diventare realtà il 9 luglio 2011, quando sarà proclamata l’indipendenza del paese, e solo allora potremo festeggiare la fine di questo sanguinoso conflitto di lunga data.

 
  
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  Corina Creţu (S&D).(RO) Signor Presidente, dopo quattro decenni di guerra civile, con una perdita di più di 2 milioni di morti e 4 milioni di profughi, la separazione del Sudan meridionale è una risposta all’intolleranza etnica e religiosa in seguito alla relazione del 2005 e al referendum tenutosi un mese fa. Le parti in causa hanno concordato questa separazione, e sono fermamente convinta che questo agevolerà e accelererà il processo di accettazione del Sudan meridionale nella comunità internazionale. C’è però il rischio di un effetto domino su un continente traumatizzato dalle guerre causate da confini artificiali ereditati dal periodo coloniale. Ecco perché i sei mesi di transizione verso il taglio netto sono decisivi per definire il futuro percorso del nuovo Stato.

Da una parte ci sono sfide di ordine militare e strategico, la ripresa delle violenze tra gli ex leader militari del movimento secessionista, l’ingerenza di una parte della milizia, la privatizzazione della sicurezza interna, gli incidenti sul confine con il Sudan musulmano e il problema della suddivisione dei proventi petroliferi. Dall’altra c’è un grande problema umanitario: credo che l’Unione europea debba essere coinvolta in misura maggiore, altrimenti ci troveremo ad affrontare un disastro che alimenterà l’instabilità della regione. In Sudan un bambino su dieci muore nel primo anno di vita e un bambino su sette muore prima di raggiungere i cinque anni di età. L’accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari è limitato, e quattro quinti della popolazione è analfabeta. Metà della popolazione meridionale ha meno di 18 anni e, se riesce a fuggire alle grinfie della mortalità infantile, a causa della povertà e della mancanza di prospettive rischia di diventare carne da macello nei conflitti che potrebbero minare l’indipendenza del nuovo Stato.

Spero che l’Unione europea terrà in considerazione la complessità di questo tema.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE).(FR) Signor Presidente, sono lieta che il popolo del Sudan meridionale abbia potuto scegliere liberamente il proprio destino. Sono orgogliosa di poter dire che questo risultato indiscusso è stato ottenuto grazie al forte sostegno della comunità internazionale e dell’Unione europea.

Siamo alla vigilia di una svolta storica: la nascita di una pace durevole e di un nuovo Stato in un paese che ha conosciuto quasi 40 anni di guerra civile nei 55 anni trascorsi dall’indipendenza. È la nascita di una nuova era, l’era dei negoziati tra nord e sud su questioni che bisogna risolvere per applicare l’Accordo generale di pace del 2005: cittadinanza, delimitazione dei confini, decidere se la regione di Abyei sarà annessa al nord o al sud, condivisione delle risorse petrolifere e questione del debito.

L’Unione europea dovrà ovviamente accompagnare questo processo politico e lo sviluppo del nuovo Stato. La comunità internazionale e l’Unione europea non devono dimenticarsi del Sudan settentrionale, proprio come non dobbiamo dimenticarci del Darfur, dove il conflitto è ben lungi dal trovare soluzione e la violenza è aumentata significativamente negli ultimi 12 mesi, con più di 270 000 individui costretti a lasciare le proprie case e oltre tre milioni di persone che ancora vivono nei campi.

 
  
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  Oriol Junqueras Vies (Verts/ALE).(ES) Signor Presidente, il principio fondamentale dell’Unione europea è la democrazia e, poiché la grande maggioranza degli abitanti del Sudan meridionale ha democraticamente votato a favore dell’indipendenza, l’Unione europea deve appoggiare l’immediata creazione del nuovo Stato. Dobbiamo farlo perché, tra gli altri motivi, la democrazia è il fondamento della stabilità, della sicurezza e della prosperità in Africa, così come nel Mediterraneo. Allo stesso modo, sottolineo la rilevanza internazionale che sta assumendo il diritto all’autodeterminazione come strumento delle relazioni internazionali: lo abbiamo visto in Kosovo e ora lo vediamo nel Sudan meridionale.

Lo stesso Tribunale penale internazionale ha concluso che i processi democratici di indipendenza sono assolutamente legali in base al diritto internazionale. La definizione dei confini sta tornando a significare quello che deve essere: democrazia. Pertanto, per rafforzare la stessa Unione, l’UE deve anche essere pronta a riconoscere il diritto all’autodeterminazione di tutti i paesi europei che democraticamente decidono per l’indipendenza come la Catalogna, la Scozia e le Fiandre.

 
  
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  Peter van Dalen (ECR). - (NL) Signor Presidente, viviamo in un periodo apocalittico. Dalla Mauritania all’Oman, i popoli sono in subbuglio. In tutto il mondo muoiono migliaia di persone a causa di calamità naturali. In America ed Europa, le danze attorno al vitello d’oro dell’euro e del dollaro si fanno sempre più sfrenate. I cristiani sono perseguitati in molti paesi.

Nessuno sa quando arriverà la fine del mondo, ma la Bibbia ci ordina di essere pronti e attenti.

Ciononostante, in mezzo a questo scompiglio globale stiamo assistendo a un meraviglioso evento: la nascita del Sudan meridionale. Dopo tanti anni di guerra e oppressione, il popolo del Sudan meridionale viene liberato dalla schiavitù. Viene liberato dal giogo di schiavitù capitanato da Omar Al Bashir, criminale ricercato su scala internazionale. Questo è motivo di grande gioia e ringraziamento.

Per tutto questo mi congratulo vivamente con gli amici del Sudan meridionale qui presenti oggi. Prego che questo nuovo paese possa essere saggio, di modo che possano prosperarvi legge e giustizia. Che possa essere un paese in cui si incontrano fede e misericordia, una nazione dove si abbracciano pace e giustizia.

Nello specifico chiedo alla Commissione, qui rappresentata dal Commissario Barnier, di riconoscere il nuovo Stato del Sudan meridionale immediatamente, il prima possibile. A questo riconoscimento fate seguire i fatti. Sostenete il Sudan meridionale il più possibile. Fate di questo paese una priorità della vostra politica estera. Attendo con ansia, da parte vostra, una risposta in merito alla mia richiesta.

 
  
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  Gay Mitchell (PPE). - (EN) Signor Presidente, questa è un’opportunità per il popolo del Sudan settentrionale e meridionale per concentrarsi sulla crescita delle proprie economie e usare i proventi derivanti dalle risorse petrolifere per dar da mangiare e istruire la popolazione. Anche noi, però, dobbiamo dare senza indugio il nostro contributo.

Attualmente l’80 per cento della popolazione meridionale non ha accesso ai servizi igienici. Un bambino su dieci muore prima di avere compiuto il primo anno di età. Nelle zone più povere del sud meno dell’uno per cento dei bambini finisce la scuola primaria. Ogni anno il Sudan esporta miliardi di dollari di petrolio. Se nord e sud riusciranno a giungere a una soluzione pacifica e diplomatica, e possono farlo, entrambe le parti potranno usare le ricche risorse naturali di cui dispongono per uscire da questa orribile povertà, la povertà che affligge le loro terre, con un po’ di aiuto dato dagli amici.

Ovviamente il futuro di entrambi i governi dipenderà da questioni come la delimitazione dei confini, la condivisione dei proventi petroliferi e lo status di Abyei, la contesa regione di confine tra nord e sud ricca di petrolio. Esorto l’Alto rappresentante e la Commissione a promuovere rapidi negoziati diplomatici tra nord e sud per risolvere i problemi pendenti nel più breve tempo possibile e, cosa ancora più importante, a continuare a considerarli una priorità dell’agenda europea.

Attendo con ansia il momento in cui accoglieremo i deputati dei due paesi, rappresentanti di diritto dei rispettivi Stati, a un prossimo incontro tra l’Assemblea parlamentare paritetica dei paesi ACP e questo Parlamento. Sarà un segnale del fatto che sono realmente diventati uno Stato, e credo sia una cosa da promuovere il prima possibile.

 
  
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  Guido Milana (S&D). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, io non vorrei rompere questo clima di grande felicità.

È vero che si è conclusa una fase, iniziata nel 2005, dove la diplomazia ha consentito che tutto si svolgesse nel migliore dei modi. I nodi aperti però restano ancora molti. Questo è un paese giovane – e sarà un paese giovane quando la secessione sarà attuata – ed è un paese che deve ancora definire i suoi confini, la questione da più parti richiamata dei conflitti nella regione dell'Abyei, la questione dell'oleodotto, che è la cosa più importante in quel paese, e ancora il sistema di aiuti internazionali.

Allora vorrei dire una cosa molto semplice al Commissario. Ci sono due o tre cose da fare. Intanto fissare una strategia per il Sudan del Sud riconoscendo questo nuovo Stato già il sette febbraio – senza aspettare il nove luglio – quando saranno ufficiali i risultati delle elezioni, e aprendo subito il nostro servizio internazionale, cioè aprendo immediatamente la delegazione nel Sudan del Sud.

Solo così si accompagna un processo, solo così una diplomazia intelligente con strategia può accompagnare questo paese verso la democrazia. Ricordo che la prima cosa che deve fare questo paese è scrivere la sua Costituzione e su questo l'Europa può dare davvero un grande contributo.

 
  
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  Niccolò Rinaldi (ALDE). - Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Commissario, ho cominciato a lavorare al Parlamento europeo come consigliere politico nel 1991 e già all'epoca il conflitto tra il nord e il sud del Sudan rappresentava un'emergenza ricorrente. Dopo vent'anni, finalmente, pare che stiamo assistendo alla fine di un doloroso tunnel e vediamo un po' di luce.

Come hanno ricordato il collega Milana e altri, molto resta ancora da fare, ma in tanti ci preparavamo al peggio e ci aspettavamo di fatto una ripresa della guerra civile. Esprimo pertanto le mie congratulazioni al nord e al sud del paese per questo primo esito del referendum. Adesso ogni giorno fino alla dichiarazione di indipendenza è prezioso. Nessuno può permettersi di commettere un errore, né a Khartoum, né a Juba, né a Bruxelles, né all'Unione africana ad Addis Abeba. Ad esempio, l'idea di aprire una delegazione dell'Unione europea con uno statuto particolare fino alla dichiarazione d'indipendenza è sicuramente un suggerimento da accogliere. Il Sudan sta per dare una bellissima lezione contro il cinismo della comunità internazionale e crisi che riteniamo spesso, più per rassegnazione che per altro, irrisolvibili.

 
  
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  Frank Engel (PPE). - (FR) Signor Presidente, mi rallegro della futura indipendenza del Sudan meridionale e mi congratulo con il popolo del sud per averla raggiunta.

Come ha appena affermato il collega, onorevole Goerens, che ha avuto la gentilezza di avvicinarsi a me in questa occasione, si può avere il diritto di non vivere sotto la Sharia. È un diritto che dobbiamo onorare. Ma devo anche ricordare che ci sono popolazioni che hanno la fortuna di ottenere il diritto a questa libertà. Lì vicino, il popolo del Somaliland non ne ha avuto la possibilità.

Vorrei che rivedessimo anche la nostra politica che, finora, è consistita nel non riconoscere gli sforzi del popolo della Repubblica del Somaliland che ha costruito uno Stato democratico libero e musulmano nella regione, che però trattiamo come se non esistesse.

Signor Presidente, per quanto riguarda il Sudan meridionale vorrei aggiungere una cosa sullo status del paese. Il Sudan meridionale rimane lo Stato più povero d’Africa nonostante il fatto che, negli ultimi cinque anni, abbia potuto disporre della metà delle risorse petrolifere di tutto il Sudan. Il grado di sottosviluppo è evidente e, sinora, è stato in gran parte dovuto alla negligenza e alle sviste di Khartum.

Però, a partire da adesso, vorrei che l’Unione europea insistesse sulla necessità di governance e di sviluppo, senza contribuire a finanziare il sottosviluppo cui in futuro il Sudan meridionale potrebbe essere esposto.

 
  
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  Jarosław Leszek Wałęsa (PPE).(PL) Signor Presidente, dovremmo resistere alla tentazione di essere eccessivamente ottimisti nel dibattito odierno. Le previsioni di quanto succederà in Sudan non sono altro che predizioni fatte in una sfera di cristallo. Nonostante tutte le speranze nate con il recente referendum, non si pensi che la questione sia risolta, tutt’altro. In più, nessuno ancora sa se il paese sarà diviso seguendo la volontà dei cittadini del sud.

Altro punto sta nel fatto che la parte meridionale del paese attualmente è unita dall’avversione per il nord musulmano. Quando questi sentimenti passeranno e sarà giunto il momento di costruire istituzioni pubbliche, l’equilibrio tra le tre tribù diverse per lingue e per cultura diventerà subito chiaro. Sarà una questione molto importante, a cui dovremmo ora rivolgere la nostra attenzione.

Un’altra domanda che dobbiamo chiederci e a cui dobbiamo trovare risposta è la seguente: perché adesso speriamo in una soluzione pacifica di un conflitto durato mezzo secolo? La risposta è chiara: il petrolio greggio. Le imprese straniere, senza le quali sarebbe impossibile estrarre petrolio in un paese così povero, e i rappresentanti delle due parti del paese hanno sentito il profumo dei petrodollari.

Speriamo di non essere accecati dall’avidità, e che il nostro desiderio di essere d’aiuto non solo garantisca i finanziamenti a favore delle misure per la creazione dello Stato, ma ci permetta anche di attuare programmi a vantaggio della società.

 
  
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  Anna Záborská (PPE). – (SK) Signor Presidente, prima del referendum eravamo molto preoccupati per i disordini che sarebbero nati, e sono felice che il referendum si sia svolto in un clima di serenità e sia stato convalidato. Occorre però fare in modo, come affermato dalla Baronessa Ashton, che si tenga un ulteriore referendum ad Abyei, oltre che nella regione in cui si trova il petrolio. La missione di osservazione del Parlamento europeo sarà necessaria anche in questo voto aggiuntivo.

Anche dopo la dichiarazione d’indipendenza del Sudan meridionale, il paese rimarrà uno dei più poveri al mondo. Molte ONG slovacche operano nella regione, ed è importante che possano lavorare nelle giuste condizioni. Voglio altresì sottolineare il ruolo della chiesa locale e delle organizzazioni clericali, perché anch’esse meritano il nostro appoggio. Hanno infatti aperto e gestiscono molte scuole e strutture mediche, e godono di forte rispetto nella regione.

Concludo dicendo che, dopo la separazione del Sudan, non dobbiamo dimenticare la minoranza della popolazione meridionale fuggita al nord per via delle persecuzioni, che vive là da molti anni. Se il Sudan settentrionale non riuscirà a riconoscere la doppia cittadinanza, come promesso dal Presidente al-Bashir, verrà applicata la legge della Sharia e loro potrebbero diventare cittadini di serie b.

 
  
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  María Muñiz De Urquiza (S&D).(ES) Signor Presidente, stiamo discutendo una storia di successo, ovvero il fatto che, dopo anni di conflitto, il Sudan sia giunto in maniera pacifica e democratica a un complesso processo di secessione, nel rispetto dei criteri stabiliti dal diritto internazionale: il diritto all’autodeterminazione di ogni popolo soggetto alla dominazione straniera, coloniale o razzista, e di ogni popolo che attraverso una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o un accordo tra le parti dà il proprio consenso alla secessione.

Questo è stato anche un successo per l’Unione europea, che ha appoggiato e accompagnato il processo elettorale come prossimamente farà in Ciad e in Uganda. Speriamo che l’Unione europea si metta a capo della comunità internazionale nel sostenere il nuovo Stato che nascerà dal referendum del Sudan meridionale per risolvere tutti i problemi pendenti citati in questa sede, da chi fa ritorno al paese alle risorse naturali. Speriamo che l’Unione europea dia tutto il suo appoggio.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE).(ES) Signor Presidente, vorrei rendere omaggio alla fine del referendum del Sudan meridionale. Grazie a un processo democratico una società complessa, caratterizzata da differenze etniche e religiose e con gravi dissidi economici, ha messo fine a un conflitto costato due milioni di vite. Desidero quindi congratularmi con i protagonisti del processo e riconoscere il ruolo delle Nazioni Unite, che hanno portato a termine la missione di pace. Inoltre, vorrei che altri conflitti seguissero questo esempio e spero che alcuni Stati abbandonino i timori su principi come il diritto di scelta delle persone e l’esercizio del diritto all’autodeterminazione.

L’ambizione, l’ostinazione, la mancata riconoscenza delle minoranze e dei loro diritti e la mancata accettazione della pluralità sono all’origine di molte tensioni. Il dialogo e la politica servono a risolverle: utilizzandoli a tempo debito si possono prevenire conflitti, ma negando ciò che succede e tentando di superare i conflitti senza dire la verità siamo destinati ad avere rimpianti.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL) . – (EL) Signor Presidente, purtroppo non condivido il grande ottimismo espresso dalla maggioranza delle persone intervenute in Assemblea. In primo luogo perché dobbiamo chiederci il motivo per cui proprio il Sudan meridionale abbia acquisito l’indipendenza “così facilmente”, in un momento in cui il regime del Sahara occidentale si trova in certe condizioni e non ne ha riconosciuto il diritto all’indipendenza. Per me e il partito comunista greco la risposta è molto semplice: il Sudan meridionale aveva la bella fortuna di disporre del petrolio.

Speriamo che il petrolio non finisca per essere una maledizione per il popolo del Sudan meridionale, come lo è stato per il popolo dell’Iraq e di altre nazioni. Gravi problemi rimangono irrisolti. Purtroppo, pensiamo che tra le maggiori potenze aumenterà la concorrenza su questa zona, ed esortiamo i lavoratori del Sudan meridionale a non cedere alla strategia del divide et impera e a unirsi ai lavoratori del nord per creare prospettive diverse per il paese.

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signor Presidente, nell’ultimo referendum nel Sudan meridionale, il popolo ha deciso che i vecchi confini coloniali e arbitrari dovevano cadere. A luglio è stato ufficialmente creato il 193° Stato del mondo. 3,8 milioni di persone hanno votato a favore di uno Stato indipendente, e solo 45 000 si sono espresse a favore dello status quo: questo indica che la stragrande maggioranza si è avvalsa del diritto all’autodeterminazione, ed è motivo di grande gioia.

Ciononostante, la separazione non porterà di per sé stabilità al paese. Il Sudan è ancora un punto caldo, e nel nord c’è l’onnipresente radicalismo islamico. Oltre ad altre misure è quindi importante sviluppare strutture amministrative, perché bisogna gestire e controllare un nuovo confine.

Ciò prevede una politica di sicurezza efficace nell’intera regione, ovvero in Somalia, in Sudan e nel Sudan meridionale. L’Alto rappresentante dell’Unione europea è chiamato, insieme agli attori internazionali, a promuovere la sicurezza e la stabilità della regione e, soprattutto, a combattere le tendenze radicali e a sostenere con coraggio il Sudan meridionale.

 
  
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  Seán Kelly (PPE). - (EN) Signor Presidente, tra tutte le notizie deprimenti abbiamo quantomeno una buona notizia. Una buona notizia a cui l’Unione europea, ne vado molto orgoglioso, ha dato un contributo molto importante. Complimenti alla Baronessa Ashton e ai suoi colleghi, così come ai deputati del Parlamento che hanno supervisionato il referendum.

Ovviamente ora inizia il lavoro vero e proprio per far diventare il Sudan meridionale una nazione libera e indipendente. È una cosa molto difficile, e la storia mondiale ha dimostrato che questo ha spesso portato alla guerra civile.

Ad ogni modo l’Unione europea può svolgere un ruolo cruciale nel garantire un’effettiva transizione, di modo che la popolazione del sud possa godere dei diritti umani di base cui ha fatto riferimento l’onorevole Mitchell, come l’istruzione e anche i servizi igienici.

In particolare, credo che i confini e la divisione delle risorse petrolifere saranno i temi fondamentali. Un famoso eroe irlandese, Michael Collins, una volta disse che la terra di confine è un problema e sempre lo sarà.

L’Unione europea, che viene considerata indipendente e obiettiva, può dare un contributo decisivo nel promuovere la tanto necessaria transizione. Grazie molte. Facciamo i migliori auguri al popolo sudanese.

 
  
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  Michel Barnier, membro della Commissione. (FR) Signor Presidente, la Baronessa Ashton mi ha chiesto di ascoltare ognuno di voi, e l’ho fatto con attenzione. Vi ringrazio della comprensione dimostrata, perché per motivi urgenti la Baronessa Ashton ha dovuto lasciare l’emiciclo dopo avere spiegato, in qualità di Alto rappresentante, la sua posizione in merito alla delicatissima questione del Sudan.

In questa grande regione d’Africa è evidente, come tutti i vostri interventi lo dimostrano, onorevoli deputati, che ciò che succede in un paese può influenzare tutti gli altri paesi a livello di sviluppo, di pace e di stabilità. Bisogna ricordare che ci sono nove paesi confinanti con il Sudan, motivo per cui quanto è successo con il referendum è così importante.

L’onorevole De Keyser, di cui riconosco il ruolo di osservatore elettorale principale, ha ricordato, come ha fatto la Baronessa Ashton, il successo di questo referendum – un processo esemplare e una transizione che deve essere pacifica. Anch’io desidero, avendolo fatto anche lei, ringraziare i deputati al Parlamento europeo e gli altri per la buona cooperazione dimostrata in questo processo dalle istituzioni europee e, in particolare, dal Parlamento europeo.

Onorevoli parlamentari, molti di voi hanno parlato del Darfur. Da parte mia non ho dimenticato il periodo in cui, in qualità di ministro degli esteri francese, nel 2004 e in pieno periodo di crisi mi sono recato ad Al-Fashir nel profondo Darfur, e quello che ho visto e sentito laggiù.

Ecco perché sono lieto mi sia stata data l’opportunità di parlare di questa situazione a nome della Baronessa Ashton. Da parte nostra c’è grande attenzione e, naturalmente, seguiamo gli sviluppi con grande preoccupazione per quanto succede oggi, deplorando ovviamente le molte violazioni dei diritti umani e i sequestri di cui è vittima il personale delle Nazioni Unite. Per questo ci aspettiamo che tutte le parti si impegnino in questo processo di pace. Ovviamente è un processo di pace che bisogna accompagnare. È l’obiettivo dell’azione politica, di tutto ciò che si fa per la stabilità e naturalmente, ancora più concretamente, dell’aiuto umanitario.

Signor Presidente, voglio ricordare che dal 2003 l’Unione europea ha contribuito con 776 milioni di euro alla cooperazione umanitaria in Sudan, in particolare in Darfur che ne ha disperatamente bisogno, e nel Sudan meridionale. Voglio inoltre sottolineare e confermare che la DG della Commissione Aiuto umanitario e protezione civile (ECHO) continuerà a essere attiva, e ringrazio tutto il personale che si è impegnato insieme a ECHO nella reintegrazione delle persone che dal nord sono tornate al Sudan meridionale in collaborazione con le Nazioni Unite.

Per quanto riguarda la cooperazione con il Sudan meridionale, l’Unione europea garantirà maggiore assistenza in questo settore estremamente specifico per promuovere una capacità di sviluppo rurale e di produzione agricola di cui la popolazione ha un disperato bisogno per non dipendere sempre dalle importazioni, sempre più care a causa della volatilità dei prezzi. Chi mi conosce sa del mio fermo impegno in tal senso, oggi in qualità di Commissario e ieri in altre vesti. La Commissione ne ha a lungo parlato nella comunicazione di questa mattina. Pertanto, nei settori vitali dello sviluppo rurale, sviluppo agricolo, servizi di base, istruzione e salute, la Commissione continuerà ad aumentare gli aiuti. In questo momento stiamo programmando l’istituzione di fondi speciali di circa 150 milioni di euro per le fasce più vulnerabili della popolazione in Sudan e, naturalmente, nel Sudan meridionale.

Ecco quello che volevo dire. Molto brevemente vorrei aggiungere altri tre commenti. Sulla questione della cittadinanza, ricordata da diversi parlamentari, posso dire che appoggiamo pienamente il lavoro svolto dal gruppo alla guida del Presidente Mbeki, che sta facilitando i negoziati sulla futura cittadinanza e su altri temi legati a questo grave problema della cittadinanza.

Per quanto concerne il tribunale internazionale, l’Unione europea continuerà a sostenere il Tribunale penale internazionale senza riserve. Molto spesso abbiamo fatto appello alle autorità, in particolare quelle del Sudan, a cooperare pienamente con il Tribunale penale internazionale.

Signor Presidente, un’ultima parola su un punto che molti di voi hanno sollevato, ovvero il debito. Vi ricordo le ultime conclusioni del Consiglio, che sono state molto chiare: l’Unione europea sosterrà l’alleggerimento del debito di questo paese tenendo conto, come altri partner, dei progressi che ci aspettiamo, che vogliamo accompagnare e incoraggiare sul piano politico ed economico per garantire la stabilità del paese.

Ecco le risposte che volevo dare a nome della Baronessa Ashton.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

 
  
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  Indrek Tarand (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La situazione in tutto il Nord Africa è molto pericolosa, ma al tempo stesso fa ben sperare. Le caratteristiche regionali richiederanno un’attenzione particolare da parte delle funzioni militari e umanitarie per garantire sicurezza e stabilità. Avendo però visto che l’Unione europea vende attrezzature militari avanzate come le navi da guerra Mistral alla Russia, qualcuno ha mai pensato che la Russia deve ancora vivere queste rivoluzioni democratiche?

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Era previsto che, nel referendum, il Sudan meridionale avrebbe votato a favore della separazione. Si poteva anche prevedere che questo non avrebbe in alcun modo messo fine ai problemi della regione. Tanto per cominciare, il sud è ancora instabile e deve dare prova di essere uno Stato indipendente. Questo forse potrebbe succedere prima della data prevista di luglio, perché la perdita del 25 per cento del territorio e del 20 per cento della popolazione non colpirà il Sudan settentrionale tanto quanto la perdita di una considerevole percentuale dei proventi petroliferi. Per questo motivo l’Unione europea deve aiutare il nuovo Stato a mantenere l’indipendenza e a proteggere la propria sovranità, perché l’assistenza allo sviluppo a favore del Sudan meridionale potrebbe anche essere critica per il futuro approvvigionamento petrolifero dell’Europa. L’UE deve quindi seguire l’esempio della Cina, soprattutto perché Pechino sta molto intelligentemente associando gli aiuti allo sviluppo alla fornitura di materie prime. In questo modo entrambe le parti ci guadagnano con il modello cinese. Non si deve nemmeno trascurare il problema della migrazione clandestina verso l’Europa. Per questo occorre concludere un accordo con il governo del Sudan meridionale sul rimpatrio dei propri cittadini entrati illegalmente nell’Unione europea. Poi dovremo stare attenti e vedere se il Sudan meridionale è veramente pronto a rispettare questo accordo.

 
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