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Procedura : 2009/0148(NLE)
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Testi presentati :

A7-0007/2011

Discussioni :

Votazioni :

PV 15/02/2011 - 9.4
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P7_TA(2011)0046

Discussioni
Martedì 15 febbraio 2011 - Strasburgo Edizione GU

9. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
PV
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

Relazione Gebhardt (A7-0012/2011)

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). – Signora Presidente, l'obiettivo della direttiva sui servizi, entrata in vigore nel dicembre 2006, è quello di aprire il mercato ai prestatori di servizi nell'Unione europea, eliminando tutte le barriere protezionistiche, gli ostacoli arbitrari e le eventuali norme discriminatorie.

Il Parlamento europeo ha tuttavia sempre insistito sul fatto che tale direttiva non deve costituire un pretesto per una pericolosa deregolamentazione e liberalizzazione del settore, pregiudicando in tal modo i diritti dei lavoratori. Il principio del paese d'origine, criticato come precursore del dumping sociale, è stato soppresso e sostituito dal principio del paese di destinazione.

Ho votato a favore di questa relazione perché, a proposito del recepimento della direttiva in oggetto da parte degli Stati membri, ha il merito di sottolineare ingiustificati ritardi e carenze, nonché alcune controversie relative alla sua interpretazione e applicazione. Termino qui, signora Presidente, perché parlare in queste condizioni è cosa piuttosto complicata.

 
  
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  Adam Bielan (ECR).(PL) Signora Presidente, lo sviluppo del mercato europeo dei servizi svolge un ruolo assolutamente essenziale per stimolare la crescita economica nell’Unione europea. Pertanto, va accolto con molto favore il fatto che il Parlamento europeo stia vigilando con attenzione sul recepimento della direttiva sui servizi. Altrettanto essenziali sono ulteriori misure a sostegno dello sviluppo adeguato del mercato europeo dei servizi. Il nostro scopo primario era facilitare l’erogazione dei servizi in tutta Europa. Osserviamo pertanto con preoccupazione la tendenza mostrata da alcuni Stati membri a promulgare e applicare leggi che non sono in alcun modo giustificate dalle disposizioni della direttiva. Vengono pertanto erette barriere artificiali che ostacolano le attività dei fornitori di servizi.

Attualmente, il 90 per cento dei nuovi posti di lavoro provengono dal settore terziario. Reputo quindi che una direttiva perfettamente funzionante rappresenti una prerogativa essenziale per lo sviluppo del mercato unico, nonché un progetto chiave per l’economia europea. Mi rallegra pertanto constatare come alcuni esempi della direttiva stiano conseguendo risultati tangibili, quali le numerosissime notifiche di emendamenti alla legislazione che stiamo ricevendo dagli Stati membri.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD). – Signora Presidente, ho espresso convintissimo voto negativo sull'adozione e l'applicazione della direttiva Servizi, la cosiddetta direttiva Bolkenstein. Scopo della direttiva doveva essere quello di produrre una maggiore concorrenza in Europa, fornendo un aiuto allo sviluppo delle piccole e medie imprese.

Purtroppo, però, il vero obiettivo è risultato essere la conquista e l'assalto delle nostre aziende, che sono piccole e medie imprese. In Italia abbiamo settori che rappresentano un'eccellenza, come nel caso degli stabilimenti balneari, dove i titolari hanno investito tutti i loro averi e per i quali hanno fatto enormi sacrifici. Ora, grazie questa direttiva, hanno perso tutto.

Non è questo il sistema da attuare, con un'Europa burocrate e dei grandi gruppi industriali, delle multinazionali che vogliono penetrare nel territorio italiano a sopraffare le nostre aziende. Non lo possiamo permettere e io sarò accanto a queste piccole e medie imprese e le difenderò, giacché noi teniamo alle nostre tradizioni e all'eccellenza italiana.

 
  
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  Sergej Kozlík (ALDE). (SK) Signora Presidente, la direttiva sui servizi attualmente in vigore impone a tutti i paesi membri dell’UE di eliminare gli ostacoli burocratici e semplificare la vita degli imprenditori. Tuttavia, l’attuazione della direttiva è giunta a un punto morto. Le aree problematiche principali sono la mancata conformità al campo di applicazione della direttiva, i ritardi nella creazione degli sportelli unici, le carenze in termini di cooperazione amministrativa e le discrepanze nella valutazione reciproca. La relazione a cui ho dato il mio appoggio considera essenziale istituire rapidamente gli sportelli unici, che gestiranno tutte le formalità necessarie alla fornitura dei servizi transfrontalieri, comprese informazioni di semplice comprensione sugli iter e le procedure amministrative in vigore paese per paese. I servizi rappresentano il 40 per cento del prodotto interno lordo dell’Unione. La rimozione degli ostacoli e dei ritardi non necessari potrebbe offrire un contributo ingente a migliorare la competitività e a creare occupazione.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D).(LT) Signora Presidente, ritengo che la valutazione della direttiva sui servizi ci abbia offerto un’ottima occasione per verificare se tale direttiva faciliti effettivamente un migliore sviluppo del mercato dei servizi e se gli Stati membri stiano attuando correttamente le disposizioni in essa contenute. In tutte le fasi di applicazione della direttiva, è essenziale che viga consenso sul fatto che i servizi pubblici non devono essere contemplati dalla direttiva stessa, ma che vanno garantiti i servizi sociali e rispettati i requisiti del diritto del lavoro.

è evidente che la Commissione e gli Stati membri devono intensificare gli sforzi per istituire sportelli unici di alta qualità negli Stati membri. A tale scopo vanno stanziate risorse adeguate, per garantire che tali sportelli forniscano informazioni di alta qualità e accessibili.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signora Presidente, fin dagli albori dell’Unione europea c’è stata poca chiarezza sulla definizione di libero mercato dei beni e dei servizi.

Quando i miei elettori hanno votato a favore dell’adesione alla CEE nel 1975, ritenevano che mercato comune significasse riconoscimento reciproco dei prodotti. Se si può vendere una bottiglia di acqua minerale nel Regno Unito, si dovrebbe essere autorizzati a fare lo stesso anche in Francia, Germania o Italia e viceversa. Quello che hanno constatato nella prassi è che significa invece standardizzazione – che “l’acqua minerale deve contenere i seguenti minerali ma nessuno di questi altri”, che “il volume non deve essere maggiore di x né minore di y” e così via. Si può inoltre scoprire che un prodotto mai concepito per l’esportazione può essere incriminato nel proprio paese d’origine.

Ecco la situazione a cui abbiamo dovuto assistere ripetutamente, sia con i beni sia con i servizi. Invece di avere una maggiore scelta per i consumatori, tale scelta viene drasticamente ridotta, spesso a causa di un produttore specifico dell’Unione europea che guarda caso è comunque conforme a tutta una serie di specifiche e che considera la legislazione comunitaria un modo per scaricare i propri costi sui concorrenti. Per questo la nostra quota di PIL continua a diminuire, per questo il mio paese si è arenato in un blocco regionale ristretto e soffocante.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signora Presidente, mi ricordo quando la direttiva sui servizi è apparsa per la prima volta in questo Parlamento nell’ultima legislatura, rammento quanto fossero controversi molti dei suoi elementi. Inoltre, essendo stato relatore della relazione sul commercio e i servizi, ricordo personalmente la controversia da me suscitata quando ho espresso la necessità di liberalizzare molti servizi – servizi finanziari, servizi sanitari, servizi per l’istruzione, servizi idrici – per dare ai nostri consumatori più scelta e servizi migliori invece che fare affidamento su monopoli statali vecchi e disastrati, spesso sottofinanziati dai contribuenti.

Abbiamo davanti agli occhi questa definizione di servizi di interesse economico generale, come se le norme che ci consentono di poter disporre di un’ampia scelta nel campo dei supermercati e di altri servizi non si applicassero all’acqua, all’istruzione e alla salute. è giunto il momento di abbandonare la politica di 30 anni fa, quando determinati beni e servizi potevano essere erogati solamente dallo Stato. La conseguenza è stata un loro sottofinanziamento e un’erogazione inadeguata. Promuoviamo una maggiore liberalizzazione dei servizi in tutta l’UE e in tutto il mondo.

 
  
  

Relazione Cancian (A7-0020/2011)

 
  
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  Gesine Meissner (ALDE).(DE) Signora Presidente, vorrei spiegare la ragione per cui la maggioranza del gruppo dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa si è astenuta dal voto su questa direttiva. è positivo che si sia presa una decisione e che vengano ora rispettati i diritti dei disabili. Tuttavia, ciò vale soltanto per le lunghe distanze. Molti degli altri punti non sono degni di una direttiva europea. Ad esempio, poiché la direttiva riguarda solamente i viaggi superiori ai 250 chilometri, in molti paesi non si applica. Cipro, Malta e Lussemburgo non hanno alcun diritto, così come alcuni altri Stati membri che non hanno tragitti di autobus superiori ai 250 chilometri. La libera circolazione delle persone, dei beni e dei servizi è uno dei principi fondanti dell’Europa. Adesso sono i passeggeri più poveri a non essere tutelati, in quanto alcuni Stati membri non dispongono di alcun sistema di diritti dei passeggeri. Per questo ci siamo astenuti. Vi sono alcuni aspetti positivi, ma anche molti aspetti negativi, ed è questo il motivo della nostra astensione.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). – Signor Presidente, la proposta di regolamento della Commissione presentata nel 2008 si prefiggeva di instaurare su scala europea nuovi diritti a tutela dei passeggeri di autobus paragonabili a quelli applicati in altri modi di trasporto, assicurando così condizioni di concorrenza paritarie tra i vettori e tra le diverse modalità di trasporto nei vari Stati membri. È stato necessario un lungo e difficile negoziato con il Consiglio – compreso il ricorso alla procedura di conciliazione – per poter giungere al testo oggi votato.

Il testo finale può essere considerato un compromesso molto soddisfacente e ben equilibrato, dal momento che riesce a garantire i diritti ai passeggeri, senza al contempo imporre un pesante onere a carico dei vettori che – non possiamo dimenticarlo – sono per la maggior parte piccole e medie imprese.

L'esito della procedura di conciliazione può essere, a buona ragione, considerato un successo per il Parlamento europeo nella misura in cui sono state accolte alcune delle nostre principali richieste, e cioè l'ambito di applicazione, i diritti fondamentali dei passeggeri a prescindere dalla distanza, le deroghe e, infine, i casi di incidenti, le cancellazioni e i ritardi attraverso la previsione di adeguate forme di rimborso, di assistenza e di risarcimento per i passeggeri.

 
  
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  Guido Milana (S&D). - Signor Presidente, si avvia una nuova stagione di diritti, diritti che avrebbero potuto essere più diffusi. Dobbiamo essere consapevoli che, al di sotto dei 250 chilometri, i diritti dei più deboli, dei disabili, degli anziani e dei soggetti a di mobilità ridotta non trovano alcuna risposta in questo provvedimento.

Se è vero che si stabiliscono standard di qualità omogenei, è altrettanto vero che l'esclusione del trasporto locale limita molto la quantità di viaggiatori coinvolti. L'applicazione nei prossimi quattro anni consentirà al settore di prepararsi al meglio, ma occorrerà vigilare per la costituzione degli organismi di applicazione.

L'esito di questo lavoro rappresenta un successo per il Parlamento ed è un segnale positivo di attenzione ai bisogni dei cittadini. Ma il compromesso è sempre una mediazione – in questo caso al ribasso – rispetto alla volontà di quest'Aula. In fondo, noi abbiamo dimostrato di essere buoni interpreti di bisogni, al contrario del Consiglio che si è rivelato portatore esclusivo di interessi.

 
  
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  Giommaria Uggias (ALDE). - Signor Presidente, vorrei complimentarmi con l'onorevole Cancian per l'eccellente lavoro svolto portando a termine questo provvedimento.

L'onorevole Mastella mi consentirà di non concordare con lui nel ritenere che questo provvedimento rappresenti una grande conquista per i nostri cittadini. Non si può non rilevare che i cittadini sono tutelati solo nel momento in cui attraversano una tratta superiore a 250 chilometri mediante tram o autobus. Dov'è la tutela dei diritti dei cittadini dell'Europa che – come già ribadito dalla collega Gesine Meissner – conta interi Stati quali Cipro, Lussemburgo e Malta che vengono esclusi da questa tutela?

Queste sono le ragioni per le quali il nostro gruppo ha votato in termini di astensione. Non abbiamo votato contro perché alcuni diritti positivi vengono tutelati, come quelli dei portatori di handicap e delle persone a mobilità ridotta. Per questa ragione noi ci siamo astenuti. Ma per il resto, chiediamo che sulla materia si torni al più presto per tutelare i diritti dei cittadini in maniera reale.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signora Presidente, vorrei esordire dichiarando che è eccellente ed importante occuparsi dei diritti dei nostri cittadini. Ogni volta che si parla di diritti, occorre ricordare che sono sempre corredati da doveri, pertanto non esistono diritti senza doveri.

La relazione sui diritti dei passeggeri nel trasporto in autobus e pullman contiene molti aspetti positivi e condivisibili. Va inoltre ricordato che le aziende che effettuano servizi paneuropei in autobus e pullman sono molto diverse tra loro. Ad esempio, in Finlandia esistono molte imprese familiari su piccola scala, e mi chiedo pertanto se non sia il caso di continuare a oberare queste piccole aziende con nuovi costi e obblighi, visto che faticano a mantenersi redditizie.

Possiamo dire di aver dato prova di flessibilità sulla questione in svariati modi, e che sono stati presi in considerazione i diritti dei diversi passeggeri. Il riconoscimento dei diritti dei disabili si traduce sempre in valore aggiunto innegabile. In generale, è molto importante garantire che i disabili e le persone a mobilità ridotta possano viaggiare e spostarsi con maggiore facilità e che si tenga maggiormente conto delle loro esigenze. è uno sviluppo auspicabile, ma come dicevo poc’anzi, la questione risulta leggermente incoerente, in quanto quando si parla di diritti e doveri, è anche importante accertarsi che i costi non lievitino eccessivamente per le piccole imprese operanti nel settore dei trasporti in autobus e pullman.

 
  
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  Marian Harkin (ALDE).(EN) Signora Presidente, ho votato a favore del regolamento, anche se reputo che non sia sufficientemente ambizioso. è comunque un inizio, e a volte in questo Parlamento e nell’UE ci limitiamo a fare passi in avanti ridotti. è quello che abbiamo fatto oggi.

Deploro che alcuni Stati membri siano esclusi dalla norma e che di fatto la stessa si applichi solamente a viaggi che coprono una distanza superiore ai 250 chilometri. Avrei certamente preferito che passasse la posizione del gruppo ALDE, in cui i diritti dei passeggeri sarebbero stati applicabili a tragitti di durata molto inferiore. Mi fa comunque piacere constatare che alcuni dei diritti di base contemplati dal regolamento si applichino a passeggeri che viaggiano su distanze più ridotte. Tali diritti si applicano in particolare ai disabili o a persone a mobilità ridotta. Tra questi figurano l’accesso non discriminato ai trasporti e una formazione sulle disabilità rivolta al personale di autobus e pullman.

Purtroppo, i paesi membri godono di un periodo di deroga fino a dieci anni e, mentre le aziende più piccole hanno effettivamente bisogno di tempi adeguati per conformarsi, inviterei e incoraggerei gli Stati membri a cercare di uniformarsi il prima possibile a questa norma.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE).(EN) Signora Presidente, sono fortemente favorevole ai diritti dei passeggeri e, in particolare, a maggiori diritti per i disabili.

Non sono particolarmente soddisfatto del compromesso raggiunto. A differenza del mio collega, avrei preferito una soglia di 200 chilometri, in quanto ciò avrebbe consentito alle aree rurali della mia circoscrizione elettorale in Irlanda di essere esenti. Mi riferisco ad alcune zone del Donegal settentrionale e occidentale, alla contea di Mayo e di fatto anche di Galway. La maggior parte delle zone rurali non rientra nel limite dei 250 chilometri. Il livello di diritti a cui si mira in termini di indennizzo non è in linea con la tipologia di servizio erogata nelle aree rurali.

Vorrei fare inoltre riferimento ai costi, principalmente di natura assicurativa, che potrebbero costringere alcuni operatori ad abbandonare il mercato. In molti casi, il servizio pubblico dei trasporti è l’unica alternativa disponibile.

Dobbiamo naturalmente accettare la decisione che è stata presa oggi e cui auguriamo che il periodo di deroga permetta a coloro che non rientrano nel limite dei 250 chilometri di adeguarsi.

Pertanto, anche se in linea di principio sono d’accordo, mi sono dovuto astenere per le suddette ragioni.

 
  
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  Sergej Kozlík (ALDE). (SK) Signora Presidente, ogni anno 70 milioni di passeggeri in Europa viaggiano a bordo di autobus o pullman. Era tempo che entrasse in vigore una legge in grado di tutelare i diritti dei passeggeri così come accade per il trasporto aereo, via mare o ferroviario. I passeggeri godranno di 12 diritti fondamentali che si applicheranno a tragitti di qualsiasi lunghezza. Inoltre, nel caso di viaggi superiori ai 250 chilometri, avranno diritto a un indennizzo in caso di ritardi, ad assistenza in caso di incidente o di decesso, a un rimborso per i bagagli smarriti o danneggiati, e a informazioni migliori. Tuttavia, soprattutto per i paesi più piccoli, il minimo di 250 km è una soglia piuttosto estrema. Plaudo al fatto che i passeggeri a mobilità ridotta abbiano diritto a un’assistenza speciale, come già accade per il trasporto aereo. In futuro appoggerò sicuramente l’introduzione di una norma comune che unifichi le legislazioni già esistenti in materia di diritti dei passeggeri nei diversi sistemi di trasporto, al fine di fare chiarezza sull’intero sistema dei diritti dei passeggeri.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signora Presidente, i diritti dei passeggeri nel trasporto in autobus e pullman, di utilizzo frequente nell’Unione europea, richiedono un assetto giuridico chiaro, come accade già per il trasporto aereo, ferroviario e per mare. Ritengo che la versione finale del regolamento che è stato presentato rappresenti un compromesso soddisfacente. Mi rallegra soprattutto l’adozione dei 12 diritti di base dei passeggeri, che si applicano a tutti i passeggeri che scelgono questa modalità di trasporto, indipendentemente dalla lunghezza del tragitto. accolgo con particolare favore il riconoscimento e l’attenzione rivolta alle esigenze specifiche dei disabili e delle persone a mobilità ridotta. La garanzia del diritto a un indennizzo per lo smarrimento o il danneggiamento di una sedia a rotelle o di altri dispositivi di mobilità, e la formazione al personale che opera su autobus e pullman nell’area dei trasporti dei disabili stanno diventando strumenti importanti nella lotta contro la discriminazione e l’esclusione sociale di queste persone.

 
  
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  Peter Jahr (PPE).(DE) Signora Presidente, ho votato a favore della relazione in quanto rappresenta un progresso significativo della situazione attuale. Siamo riusciti a individuare una soluzione equilibrata che tutela i diritti dei passeggeri degli autobus e garantisce la sopravvivenza degli operatori piccoli e medi. Il regolamento si applica a tragitti superiori ai 250 chilometri e conferisce ai passeggeri di autobus e pullman il diritto di fare domanda di indennizzo in caso di annullamento delle corse, di vendita di più biglietti rispetto ai posti disponibili o di ritardo superiore alle 2 ore. Gli operatori di tali servizi sono spesso piccole o medie imprese che si troverebbero sull’orlo del collasso se costrette a dover fronteggiare domande eccessive di risarcimento danni. Questo aspetto del regolamento è particolarmente gradito, in quanto assicurerà che i risarcimenti non possano sfuggire al controllo. Per quanto riguarda la distanza dei 250 chilometri, non c’è motivo di non far entrare in vigore la nuova legislazione e di verificare in un secondo momento come migliorarla.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D).(LT) Signora Presidente, vorrei innanzi tutto congratularmi col relatore, onorevole Cancian, in quanto il documento che abbiamo adottato oggi rappresenta un compromesso veramente molto soddisfacente e ben equilibrato. Tutela i diritti dei passeggeri e, al contempo, evita di imporre oneri gravosi sugli operatori, gran parte dei quali sono rappresentanti da aziende medio-piccole. I cittadini dell’Unione europea si sentiranno maggiormente tutelati. L’accordo migliora inoltre le condizioni di viaggio dei disabili e delle persone a mobilità ridotta. Inoltre, introduce norme chiare in materia di risarcimento danni e di migliore accesso all’assistenza.

Ritengo che offrirà un contributo ingente al miglioramento delle condizioni di viaggio dei nostri cittadini e darà loro una maggiore certezza del diritto in caso di incidente o di altri eventi imprevisti.

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, mi congratulo con il collega Cancian per l'ottimo lavoro svolto e in particolare per il buon risultato raggiunto nella procedura di conciliazione con il Consiglio. Il compromesso ottenuto, sia dal punto di vista dell'ambito di applicazione della direttiva che sull'inserimento nella proposta di ben dodici diritti fondamentali, rappresenta un passo importante nella tutela dei diritti del passeggero.

I diritti e le necessità delle persone disabili e di quelle a mobilità ridotta sono stati tenuti in debito conto dalla proposta, in particolare per quanto riguarda l'accesso non discriminatorio ai trasporti, il diritto al risarcimento in caso di perdita o di danni alle attrezzature di mobilità, la presentazione e il trattamento di reclami, la formazione del personale degli autobus relativamente alla disabilità, le informazioni da fornire durante il viaggio.

Il testo finale è riuscito inoltre a garantire i diritti dei passeggeri senza gravare al contempo sui vettori del settore i quali, essendo in gran parte piccole e medie imprese, non avrebbero potuto sostenere pesanti oneri a proprio carico.

 
  
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  Diane Dodds (NI).(EN) Signora Presidente, pur riconoscendo i molti aspetti positivi della relazione – e appoggio con convinzione il diritto dei disabili di avere accesso ai trasporti e agli indennizzi – ritengo che questo tipo di programmi dovrebbero essere attuati dai governi nazionali.

Reputo inoltre che l’onere finanziario associato a tale proposta sia proibitivo per molti operatori del settore. Questo Parlamento non deve dimenticare che molte aziende che offrono servizi di pullman sono di proprietà privata, sono relativamente piccole e soggette a una pressione finanziaria crescente, a causa dell’aumento ingente dei prezzi dei carburanti verificatosi negli ultimi 12-18 mesi. Per molte imprese private, e anche per gli operatori pubblici dei trasporti, i costi aggiuntivi si tradurrebbero essenzialmente in due conseguenze: aumento del prezzo dei biglietti per gli utenti e taglio delle corse. Di fatto, molti volontari – che gestiscono una buona parte delle iniziative per i disabili – finirebbero immancabilmente in bancarotta.

 
  
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  Carlo Fidanza (PPE). – Signora Presidente, il percorso che ha condotto oggi alla votazione di questa relazione è stato un lungo e per questo mi unisco ai complimenti rivolti dai colleghi all'onorevole Cancian, che ha svolto questo percorso in maniera davvero caparbia. Tutti i modi di trasporto hanno ora finalmente un proprio regolamento relativamente ai diritti dei passeggeri. Ritengo che il prossimo passo sia quello dell'elaborazione di un vero e proprio testo unico, che raggruppi tutte queste diverse regolamentazioni.

Il campo di applicazione è ragionevole benché lo avessimo trattato su altre basi, ma l'essere riusciti a includere quasi tutti i paesi europei, tranne due, è sicuramente positivo, così come lo è il fatto che molti articoli sono stati resi obbligatori anche al di sotto i 250 chilometri, e ciò rinunciando ad alcune altre compensazioni.

Nel dibattito di stamani alcuni colleghi hanno fatto affermazioni fortunatamente smentite dagli attuali interventi, cioè che non fosse prevista un'adeguata tutela per i passeggeri a mobilità ridotta. Invece, un grande passo avanti in termini di civiltà di questo compromesso è proprio costituito da questa tutela, che vogliamo rivendicare con orgoglio.

 
  
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  Siiri Oviir (ALDE).(ET) Signora Presidente, voto contro il documento in oggetto, in quanto la norma corrente non garantisce la parità di trattamento dei passeggeri. Non è raffrontabile ad altre modalità di trasporto, né tiene conto dei passeggeri di Stati diversi. Di conseguenza, svariati paesi membri dell’Unione europea di piccole dimensioni non sono contemplati dal regolamento, che si applica solo parzialmente in diversi altri Stati membri.

Rimane inoltre irrisolto il problema relativo al trasporto transfrontaliero su pullman. I pullman vengono solitamente utilizzati da persone a basso reddito, dai giovani, compresi studenti e bambini. Non è pertanto accettabile rimandarne a un secondo momento l’attuazione.

 
  
  

Relazione Callanan (A7-0287/2010)

 
  
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  Andrzej Grzyb (PPE).(PL) Signora Presidente, è stato raggiunto un compromesso tra la Commissione e le commissioni parlamentari per l’industria, la ricerca e l’energia e per l’ambiente, la salute pubblica e la sicurezza alimentare. Tale compromesso riguarda i veicoli commerciali e i livelli di prestazione in materia di emissioni, secondo cui queste ultime verranno ridotte, nel caso di tali veicoli, da 203 g a 147 g per chilometro in un periodo di 10 anni. I nuovi livelli di prestazione sulle emissioni che sono stati introdotti sono accettabili per costruttori e utenti e sono importanti in termini di costi sostenuti dagli utenti in seguito all’aumento dei prezzi di tali veicoli. Tale gruppo di utenti è costituito principalmente da piccole e medie imprese, da agenti commerciali e imprese familiari, e in questa tornata abbiamo appena discusso gli strumenti comunitari tesi a fornire sostegno finanziario alle piccole e medie imprese. Uno degli obiettivi del settore consiste nel ridurre le barriere che si frappongono alla crescita delle piccole e medie imprese. Auspichiamo che il rincaro dei costi delle flotte di veicoli commerciali leggeri derivanti dai limiti sulle emissioni e dall’incremento dei costi di produzione non si traducano in un ostacolo insormontabile. Nel 2014 avremo la possibilità di verificare se i principi che sottendono al regolamento sono stati adeguatamente attuati.

 
  
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  Peter Jahr (PPE).(DE) Signora Presidente, il Parlamento europeo è riuscito a conseguire un obiettivo ambizioso e di ampio respiro nonostante l’opposizione di Consiglio e Commissione; tale obiettivo comporterà la riduzione delle emissioni di CO2 dei veicoli commerciali più piccoli a un massimo di 147 grammi a chilometro entro il 2020. Tale limite ambizioso e al contempo realistico può essere conseguito mediante una tecnologia ambientale innovativa. I veicoli saranno molto più puliti, ma continueranno a essere accessibili per le piccole e medie imprese. Tale aspetto ci stava particolarmente a cuore, in quanto non faremmo alcun progresso nel campo del cambiamento climatico se il prezzo dei nuovi veicoli fosse così proibitivo da mantenere in circolazione i vecchi furgoni, che continuerebbero a pesare sull’ambiente. Sono lieto che oggi abbiamo votato su questa risoluzione, che è stata adottata con una maggioranza schiacciante.

 
  
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  Vicky Ford (ECR).(EN) Signora Presidente, ci siamo appena espressi su una relazione intitolata “Livelli di prestazione in materia di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi”. Come molta della nostra legislazione comunitaria, porta un titolo convoluto che riguarda un problema reale. Ve lo traduco: i veicoli commerciali leggeri sono naturalmente i furgoni, e i livelli di prestazione in materia di emissioni corrispondono alle emissioni dei carburanti, che dipendono dal combustibile bruciato.

Ora, abbiamo constatato tutti l’aumento dei prezzi del carburante ai distributori, ma per imprese gestite da un unico titolare – muratori, idraulici e falegnami – l’utilizzo del furgone rappresenta un costo cruciale per le loro attività. Tali professionisti necessitano di veicoli efficienti, e l’efficienza dei combustibili è sempre stata parte integrante delle loro decisioni in merito agli acquisti.

Sul fronte della produzione, ho inoltre constatato che nello stabilimento della General Motors di Luton, nella mia circoscrizione elettorale, l’innovazione necessaria per le migliorie dei veicoli nasce spesso nelle officine stesse.

Alcuni pensano inoltre che il semplice fatto che gli obiettivi vengano prefissati in quest’Aula in Europa significa che verranno anche raggiunti. Ma la verità è che conseguire tali obiettivi è necessaria l’innovazione, che si tratti di furgoni o di altri beni, e tale innovazione è destinata a scaturire dalle esigenze dei consumatori e dalle migliorie dei costruttori, e non soltanto dalla legislazione europea.

 
  
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  Seán Kelly (PPE).(GA) Signora Presidente, mi rammarico di non aver partecipato alla discussione, ma dovevo presenziare ad altre riunioni. La ringrazio pertanto di avermi concesso la possibilità di intervenire adesso.

(EN) Nella strategia 2020, abbiamo posto l’accento soprattutto sulle energie rinnovabili, e a ragione. Tuttavia, altrettanto importante per il conseguimento dei nostri obiettivi sarà l’efficienza energetica, in particolare relativamente ai veicoli a motore – privati e commerciali.

I veicoli commerciali circolano ogni giorno sulle nostre strade e coprono grandi distanze. Con una direttiva come questa, possiamo contribuire al rispetto della strategia 2020 in relazione all’efficienza dei combustibili, in quanto tale legislazione obbligherà i progettisti a studiare motori più efficienti dal punto di vista dei combustibili, e anche se il costo potrebbe essere ingente nel breve termine, i risparmi in termini di miglia per gallone, e anche in termini di ambiente, saranno ragguardevoli.

 
  
  

Relazione Lehne (A7-0021/2011)

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). – Signora Presidente, il Consiglio ha trasmesso una proposta di decisione che autorizza una procedura di cooperazione rafforzata nel settore dell'istituzione della tutela brevettuale unitaria e questo perché alcuni Stati membri – tra cui Italia e Spagna – si sono più volte espressi contro l'adozione del sistema di traduzione previsto, cioè un sistema trilinguistico, che finirebbe per diventare realmente discriminatorio, in quanto viola palesemente il principio della parità linguistica di tutte le lingue ufficiali dell'Unione.

Nonostante i numerosi negoziati svolti sinora e la votazione di stamani, appare impossibile l'adozione del regolamento all'unanimità. Tuttavia, ragioni di opportunità giuridico-istituzionale suggerirebbero, o avrebbero suggerito, di attendere il parere della Corte di giustizia, previsto per i prossimi giorni, che potrebbe non solo chiarire numerosi aspetti tecnici relativi al sistema brevettuale unificato, ma sottolineare tutte le conseguenze giurisdizionali da esso derivanti. Non si è scelta questa strada e da qui le ragioni del mio voto contrario.

 
  
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  Jens Rohde (ALDE).(DA) Signora Presidente, mentre ascolto la discussione in quest’Aula sulla cooperazione rafforzata nell’ambito della creazione di una protezione unitaria del brevetto, mi risulta difficile trattenere un sorriso – un sorriso indulgente. I politici di determinati paesi, la cui lingua è, a loro modo di vedere, la più importante del mondo, hanno sostenuto che determineremo la fine del mercato interno in questo settore se opteremo per la cooperazione rafforzata. Si tratta naturalmente di un’affermazione assurda, tanto più che non disponiamo di un mercato interno per il brevetto unitario. Ottenere un brevetto nell’UE ha un costo di dieci volte superiore rispetto agli Stati Uniti, il che si traduce in un fatturato annuale di 250 milioni di euro per le nostre imprese. Accolgo pertanto con favore la nostra votazione odierna a favore della cooperazione rafforzata, e così certi paesi non potranno più fare ostruzionismo. Quanto è troppo è troppo! Non abbiamo ancora raggiunto il traguardo, ma abbiamo realizzato più progressi oggi di quanto non abbiamo fatto negli ultimi dieci anni.

 
  
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  Adam Bielan (ECR).(PL) Signora Presidente, è da oltre 20 anni che organizziamo discussioni a livello europeo sulla creazione di un sistema di protezione unitaria del brevetto. Il sistema particolarmente complesso attualmente in vigore per la registrazione dei brevetti, costoso in termini di tempo e di risorse rispetto al sistema americano, non è assolutamente d’aiuto agli imprenditori europei. I brevetti svolgono un ruolo essenziale nello sviluppo e nella crescita di un’economia moderna e nel sostegno della ricerca scientifica. Poiché i mercati globali stanno diventando sempre più competitivi, non possiamo più permetterci di rinviare le decisioni in materia. Dobbiamo intensificare gli sforzi per la creazione di un mercato unitario dei brevetti. Pur appoggiando questo concetto, non dobbiamo comunque ignorare la natura controversa di molte questioni, ad esempio quella linguistica. Il nostro obiettivo dovrebbe pertanto essere la lotta alle discriminazioni ai danni degli Stati membri più piccoli, meno popolati e spesso più poveri.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE). – Signor Presidente, viviamo in un mercato in cui le nostre imprese operano in regime di competizione globale. Lo spirito della riforma del regime linguistico dei brevetti, come annunciato dalla Commissione, è quello di ridurre i costi legati alle traduzioni per essere competitivi sui mercati, specialmente il mercato asiatico, dove siamo in competizione con gli Stati Uniti.

Mi chiedo dunque se non sarebbe stato più efficiente realizzare il brevetto di una sola lingua? Ciò aiuterebbe davvero le nostre imprese a confrontarsi con il mercato globale. Com'è ben noto, inoltre, allo stato attuale in Europa vigono due regimi giuridici, con caratteristiche e regole diverse. Credo sarebbe stato più opportuno procedere a una loro armonizzazione.

Infine, stabilire una cooperazione rafforzata non è solo contrario allo spirito dell'Unione europea, ma arreca pregiudizio al mercato interno, che diviene oggetto di segmentazione geografica e di distorsione della concorrenza fra gli Stati membri, vale a dire che taluni Stati si troveranno sicuramente in situazioni meno favorevoli di altri.

 
  
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  Mario Pirillo (S&D). - Signor Presidente, se da un verso plaudo all'obiettivo raggiunto dall'Europa di dotarsi, dopo anni, di uno strumento importante come il brevetto, che consentirà finalmente all'Unione europea di competere ad armi pari con altre realtà territoriali, dall'altro, esprimo tutto il mio rammarico nel dover constatare che questo risultato sia stato raggiunto a scapito di altre realtà, come quella italiana, fautrici da sempre del rafforzamento del ruolo dell'Unione.

L'aver adottato la decisione di rilasciare il brevetto in una sola delle tre lingue di lavoro dell'Ufficio brevetti creerà infatti una diseguaglianza fra imprese italiane e quelle dei paesi che fanno parte del regime linguistico proposto. Rammento di aver presentato alcuni mesi fa un'interrogazione alla Commissione per difendere l'uso della lingua italiana. Nel frattempo 25 paesi su 27 si sono adeguati, motivo questo che mi ha indotto all'astensione.

 
  
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  Andrzej Grzyb (PPE).(PL) Signora Presidente, nessuno è soddisfatto della risposta attuale al problema della protezione del brevetto nell’UE e negli Stati membri. L’introduzione di un sistema di protezione unitaria del brevetto è pertanto essenziale, sia per le economie dei nostri Stati membri, sia per l’economia comunitaria nel suo complesso. In particolare, il nuovo sistema dovrebbe contribuire a stimolare la ricerca scientifica e l’innovazione. L’introduzione di un sistema relativamente semplice basato su un modulo standardizzato – benché ciò sia oggetto di controversia – redatto in tre lingue rappresenta una misura importante, anche se si è parlato di utilizzare una lingua o più lingue con la traduzione nella lingua madre di chi presenta la domanda.

Si tratta di un aspetto particolarmente importante per le piccole e medie imprese, molte delle quali non dispongono di risorse finanziarie sufficienti per fare domanda di brevetto. Auspico che tale iniziativa si dimostri utile per spronare il gruppo di piccole e medie imprese che spesso definiamo “innovatori dormienti”. Ci chiediamo spesso come incoraggiare questo stesso gruppo di imprese a introdurre innovazioni e a brevettare le loro invenzioni, soprattutto in sede di commissione per l’industria, la ricerca e l’energia. Auspichiamo che questa nuova legislazione mobiliti le suddette piccole e medie imprese e garantisca inoltre una maggiore tutela alle invenzioni brevettate dell’Unione europea.

 
  
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  Constance Le Grip (PPE).(FR) Signora Presidente, ho votato a favore della relazione Lehne, con cui il Parlamento europeo autorizza la cooperazione rafforzata per la creazione di un brevetto unitario in seno all’Unione europea. Era ora! Vent’anni di tentativi per conseguire un risultato, per arrivare a un punto in cui si cominciano a prendere provvedimenti concreti per le imprese europee, sia le nostre PMI sia le grandi aziende, che attendono da tempo uno strumento così importante per la loro competitività e crescita.

Autorizzando la cooperazione rafforzata, il Parlamento europeo dà prova del suo interesse per questa procedura specifica – e ci tengo a precisare che è la seconda volta che viene applicata – ma trasmette anche un segnale molto positivo e specifico per promuovere l’innovazione e la competitività delle nostre imprese. Come è già stato ricordato, 25 dei 27 paesi membri hanno scelto di dare il via libera alla procedura di cooperazione rafforzata per creare un brevetto comunitario unitario. Non voglio sottovalutare le difficoltà in cui si dibattono ancora alcuni dei nostri Stati membri, ma andiamo avanti e diamo l’esempio. Ecco cosa si aspettano da noi le aziende.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE).(ES) Signora Presidente, mi sono astenuto in quanto ritengo che la decisione di creare un brevetto unitario mediante la cooperazione rafforzata rappresenti un altro fallimento del Consiglio. L’accordo riguarda solamente nove Stati membri e il documento stesso riconosce che gli obiettivi non si possono conseguire in tempi ragionevoli. Competitività? Efficienza?

Inoltre, manca ancora la sentenza della Corte di giustizia in merito alla giurisdizione per il regime linguistico. Il Consiglio avrebbe dovuto tentare di raggiungere una posizione comune, e forse si sarebbe dovuto adoperare di più sul fronte dell’impiego di un’unica lingua basandosi sul numero delle registrazioni e della lingua prevalentemente utilizzata nelle stesse, per renderci più competitivi nel nostro contesto globale.

Ancora una volta, il punto di vista nazionale degli Stati membri ha dato luogo a una decisione frammentaria senza alcun criterio chiaro sull’utilizzo delle tre lingue. Se applicheremo misure come queste, non progrediremo mai nel consolidamento del progetto europeo.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signora Presidente, se l’Unione europea vuole dare slancio alla competitività e diventare leader mondiale nell’innovazione, deve tutelare a dovere il proprio potenziale creativo.

Tuttavia, il sistema comunitario dei brevetti presenta molte lacune che impediscono la creazione di una protezione unitaria del brevetto, ma anche lo sviluppo del mercato interno, compromettendo pertanto la certezza del diritto per gli inventori e le aziende innovative. La garanzia di una protezione unitaria delle invenzioni in tutti gli Stati membri mediante l’istituzione di un unico processo europeo per la concessione dei brevetti sulla base di un regime unitario di diritto in materia di brevetti renderebbe molto più chiaro un sistema complicato e, al contempo, ridurrebbe i costi, soprattutto per le piccole e medie imprese, che sono costrette a sostenere costi tre volte superiori a quelli degli USA, ad esempio. Poiché i tentativi di creare una protezione unitaria del brevetto a livello di UE non sono stati all’altezza delle aspettative, e poiché sono state soddisfatte tutte le precondizioni giuridiche stipulate per la cooperazione rafforzata nell’area della creazione di una protezione unitaria del brevetto, sono d’accordo con l’autorizzazione concessa dal Parlamento europeo.

 
  
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  Giommaria Uggias (ALDE). – Signor Presidente, quando un secolo fa il brevetto di Meucci non venne riconosciuto dall'industria della telefonia americana, non fu per la mancanza dell'inglese o per l'uso dell'italiano, bensì per la mancanza di un requisito: non aveva i soldi per registrare per un'altra annualità il suo brevetto.

In questo senso, oggi ci troviamo a vivere una situazione paradossale e, al di là del voto, credo che il fatto che venga adottato un brevetto con il trilinguismo, che esclude la lingua italiana, sia sostanzialmente il segno della debolezza del nostro governo, della sua incapacità di incidere all'interno della politica europea e della debolezza della nostra politica, che si riflette soprattutto sulla ricerca e sull'innovazione.

A questo proposito, basti ricordare lo studio sulla competitività pubblicato lo scorso dicembre, il quale rivela come l'Italia, negli ultimi anni, abbia gentilmente regalato 4 miliardi di euro ad altri paesi che hanno accolto i nostri ricercatori. A quei ricercatori la lingua italiana sicuramente non serve più, perché hanno imparato inglese, francese e tedesco e posseggono tutti gli strumenti atti a presentare quegli stessi brevetti, in barba alle produzioni italiane.

 
  
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  Antonello Antinoro (PPE). - Signor Presidente, intervengo per spiegare le ragioni del mio odierno voto contrario. La creazione del brevetto comporterà sicuramente dei vantaggi per il sistema dei brevetti in Europa ma il risultato sarebbe stato enormemente superiore se avessimo condotto una procedura diversa. Sulla linea della cooperazione rafforzata, secondo me, non si va da nessuna parte.

La procedura attuale, infatti, è soltanto una nuova tappa nella lunga storia per l'adozione del brevetto nell'Unione europea, che risale al lontano 1990, ed è stata richiesta soltanto da 12 Stati membri.

Ho votato contro questa risoluzione perché c'è incompatibilità con il requisito di ultima istanza previsto all'articolo 20, punto 2, del Trattato. La proposta della Commissione non crea un titolo uniforme sull'intero territorio dell'Unione, come richiesto all'articolo 118, e la cooperazione rafforzata incide negativamente sullo stabilimento delle imprese e sulla libera circolazione dei capitali.

Inoltre, sarebbe stato politicamente molto più elegante e quanto meno opportuno attendere le decisioni della Corte di giustizia previste per l'8 marzo prossimo. Probabilmente a seguito di questa sentenza saremmo costretti a rivedere la nostra posizione.

 
  
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  David-Maria Sassoli (S&D). - Signor Presidente, ancora una volta abbiamo assistito all'incapacità del governo italiano di tutelare il profilo europeista dell'Italia, l'interesse delle imprese su un punto qualificante come l'adozione del brevetto europeo. 25 paesi su 27 e la stragrande maggioranza del Parlamento condividono una proposta che disciplina la materia dei brevetti e che tocca da vicino le imprese più innovative e più orientate ai mercati internazionali.

L'autoesclusione italiana da questa decisione esporrà le nostre imprese al rischio di non essere adeguatamente protette in Europa e nel mondo. Stupisce che un governo che nulla fa per diffondere la cultura italiana nel mondo, tagliando i fondi agli istituti di cultura e non valorizzando la lingua del paese che detiene il più grande patrimonio culturale dell'umanità, cavalchi su questo punto in modo sciovinista la questione della lingua, quando le nostre imprese hanno addirittura sempre chiesto che i brevetti fossero redatti solo in inglese, che ormai è la lingua d'uso nell'economia globale. Un risultato comunque è stato raggiunto consentendo a chi presenta i brevetti di farlo nella propria lingua.

Signor Presidente, nulla obbligava tuttavia il Commissario Barnier a una forzatura chiedendo un voto così frettoloso prima del parere della Corte di giustizia, che verrà espresso – come sappiamo – nella prima settimana di marzo e che verterà principalmente su due punti qualificanti, come l'uso della lingua nazionale, per difendersi davanti al tribunale dei brevetti dell'Unione europea, e sulla legittimità stessa dell'istituzione del tribunale dei brevetti – questioni essenziali queste, come ben sappiamo, da risolvere prima di assumere ogni decisione. Da qui la decisione della delegazione italiana del partito democratico di astenersi.

 
  
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  Seán Kelly (PPE).(EN) Signora Presidente, questa proposta è lungi dall’essere perfetta e potrebbe di fatto dover essere rivista tra qualche settimana alla luce della sentenza della Corte di giustizia. Rappresenta tuttavia un passo nella giusta direzione, secondo me, e per questo l’ho appoggiata.

Ho partecipato a numerosi seminari sull’innovazione qui al Parlamento europeo. La General Electric ha condotto degli studi proprio in seno all’Unione europea, da cui è emerso che la maggior parte delle persone sono convinte che si possa uscire dalla recessione solamente attraverso l’innovazione. Innovazione significa ricerca, sviluppo e nuovi prodotti. I nuovi prodotti devono essere brevettati, e quanto è più facile registrarli, meglio è. Dobbiamo cercare di introdurre nell’Unione europea un regime che sia semplice ed economico come quello statunitense.

Siamo ancora lontani da tale obiettivo ma, al contempo, stiamo per lo meno tentando di imboccare la strada giusta. Ho quindi appoggiato le proposte odierne.

 
  
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  Philip Claeys (NI).(NL) Signora Presidente, mi sono astenuto dal votare per la relazione Lehne non perché abbia delle obiezioni in merito alla creazione di un regime di protezione unitaria dei brevetti. Al contrario. Le aziende fiamminghe richiedono da tempo a gran voce un regime del genere. L’idea di per sé non può che suscitare il nostro favore, soprattutto se si considera quanto è costosa e onerosa la procedura corrente, che impone la richiesta di un brevetto separato per ogni paese membro.

Mi sono astenuto perché i regimi linguistici non sono ancora del tutto chiari. Rimane ancora da vedere in che misura il progetto di regolamento della Commissione consentirà l’utilizzo di lingue diverse dall’inglese, dal francese e dal tedesco. In ogni caso, sono e continuo a essere dell’idea che dovrebbe essere possibile presentare la domanda anche in neerlandese.

 
  
  

Relazione Belet (A7-001/2011)

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signora Presidente, la codifica delle suddette disposizioni dei testi applicabili, oltre alle succitate modifiche, costituirà un indubbio chiarimento della legislazione in materia di radioattività per i prodotti alimentari.

Ma a mio parere, nel quadro dell’adozione del trattato di Lisbona, sarebbe auspicabile riesaminare la base giuridica della legislazione proposta, che deve anche tener conto dei nuovi poteri acquisiti dal Parlamento europeo nel settore della tutela della salute pubblica. In tal caso, convengo con il parere secondo cui l’articolo 168, paragrafo 4b, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea fornisce la base giuridica per la proposta, in quanto l’obiettivo diretto della misura approvata su questa base è la tutela della salute pubblica, la stessa finalità perseguita al momento di (e cito) “fissare i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali”.

 
  
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  Giommaria Uggias (ALDE). – Signor Presidente, condivido buona parte delle proposte di modifica avanzate attraverso questo testo, il quale tuttavia sostanzialmente non fa altro che codificare quanto già legiferato in precedenza in materia di limiti massimi ammissibili per la radioattività dei prodotti alimentari e dei mangimi per animali.

Stiamo dimenticando e facendo passare un po' sotto silenzio che si tratta di scorie relative a incidenti nucleari. Questo ci deve far mantenere l'attenzione sempre alta relativamente ai rischi delle centrali nucleari e al fatto che queste sono le conseguenze di quei frutti malati e velenosi di ciò che, in certi Stati, ci si ostina a voler portare avanti. Si tratta quindi di un provvedimento che deve richiamare tutti noi alla massima attenzione.

Nel merito penso però che si possa fare di più fino a stabilire l'obbligo della comunicazione immediata, che permetterebbe di raccogliere tutti gli elementi di rischio. Non dovrebbe inoltre esservi alcuna deroga a questo obbligo di comunicazione alle autorità governative in caso di incidente.

 
  
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  Andrzej Grzyb (PPE).(PL) Signora Presidente, le norme che garantiscono che i prodotti alimentari non siano contaminati da sostanze radioattive sono state concepite dopo l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl. Si tratta di una questione molto importante, soprattutto dal punto di vista della salute pubblica, ma al contempo è una problematica complessa. Attuare il trattato di Lisbona significa aggiornare determinate norme, tra cui queste, benché sussista una controversia tra le proposte della Commissione europea e del Parlamento in merito alla base giuridica. Il Parlamento cita l’articolo 168, paragrafo 4, del trattato di Lisbona, mentre la Commissione si rifà all’articolo 31 del trattato Euratom. è importante ribadire la necessità di tutelare i consumatori, ma anche l’esigenza di proteggere gli agricoltori, che dovrebbero ricevere un indennizzo per le perdite da essi subite in seguito all’incidente. La discussione ha inoltre messo in luce le grandi divergenze d’opinione in merito alla valutazione delle possibili minacce, tra cui i livelli di radioattività causati dagli incidenti o quelli provenienti da fonti naturali. Andrebbe comunque sottolineato il fatto che una quota crescente del mercato comunitario è rappresentata da prodotti agricoli e alimentari importati da varie parti del mondo, in quanto occorre conformarsi agli standard in materia di salute pubblica, compresi quelli che assicurano che i prodotti alimentari non siano contaminati da sostanze radioattive.

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, nella proposta di codificazione dei tre regolamenti adottati tra il 1987 e il 1990, che fissano i livelli di contaminazione radioattiva in caso d'emergenza, l'inserimento del nuovo considerando permette di motivare ex post un articolo esistente e giustificare il diritto del Consiglio a esercitare direttamente la competenza e adottare un regolamento per confermare tempestivamente le misure di emergenza proposte dalla Commissione.

Concordo con il relatore Belet sul fatto che esso non può essere dissociato dall'articolo cui si riferisce. Bisogna chiarire tuttavia, alla luce delle nuove norme introdotte dal Trattato di Lisbona, se tale giustificazione fornisca una motivazione adeguata per la riserva di esercizio delle competenze di esecuzione prevista a favore del Consiglio e se queste competenze di esecuzione delegate al Consiglio siano correttamente definite e limitate.

L'interesse dei cittadini a una gestione efficace delle situazioni post incidente dev'essere garantito. Lo snellimento della procedura in caso di emergenza nucleare e una chiara attribuzione alla Commissione di un ruolo di supervisione, chiarendo al contempo il regime dei suoi atti, costituiscono i provvedimenti adeguati a tal fine.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Raccomandazione Joly (A7-0018/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Convengo con la posizione del relatore per quanto riguarda il consenso necessario per la conclusione dell’accordo, che adesso comprende nuove disposizioni in linea con gli obiettivi comunitari di cooperazione per lo sviluppo, come sancito nell’articolo 208 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Ritengo d’altro canto che questo approccio si concentrasse eccessivamente sulle questioni commerciali ed economiche e sul libero scambio, a discapito di un’impostazione più solida allo sviluppo, e accolgo con favore le nuove disposizioni che dovrebbero essere inserite nell’accordo rivisto, soprattutto per quel che concerne la lotta contro la povertà, l’efficacia degli aiuti, gli obiettivi di sviluppo del millennio e il legame tra migrazioni e sviluppo. Voto comunque a favore della proposta perché reputo che i rapporti e gli scambi col Sudafrica siano essenziali per entrambe le parti coinvolte.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. (LT) Mi sono espressa a favore di questo documento in quanto contiene emendamenti importanti. Particolarmente positivo è il fatto che il disarmo diventi parte integrante dell’accordo, alla pari – per la precisione – dei principi democratici, dei diritti umani e dello stato di diritto. Si tratta di disposizioni molto importanti, che contribuiscono al mantenimento della pace e della sicurezza nella regione, nonché al rispetto dei diritti umani e allo sviluppo della democrazia. Sono stati inseriti nell’accordo il principio dell’efficacia degli aiuti (quale obiettivo di cooperazione per lo sviluppo) e la priorità attribuita alle operazioni mirate soprattutto alla lotta contro la povertà e al conseguimento degli obiettivi di sviluppo del millennio.

Va rilevato che, da una prospettiva di sviluppo del Sudafrica, l’aver esteso la cooperazione a molte aree nuove rappresenta naturalmente un punto a favore del documento rivisto; inoltre, tale ampliamento della cooperazione, previsto come semplice possibilità nell’accordo originario del 1999, soddisfa la volontà di entrambe le parti. Altrettanto importante è concentrare l’attenzione sulle questioni commerciali, economiche e del libero mercato, che dovrebbero contribuire allo sviluppo economico della regione.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) La versione rivista dell’accordo introduce numerosi emendamenti, che riguardano soprattutto lo sviluppo dei principi democratici e la cooperazione su aspetti relativi al disarmo e alla non proliferazione delle armi di distruzione di massa. Accolgo con favore l’iniziativa di attribuire la priorità alle operazioni che contribuiscono al conseguimento degli obiettivi di sviluppo del millennio, segnatamente: le strategie tese a ridurre la povertà, a migliorare le condizioni di vita e di lavoro e a creare occupazione. Credo che vada avviato un dialogo politico approfondito sulla lotta al terrorismo e al riciclaggio di denaro, sui finanziamenti al terrorismo e alla criminalità organizzata, e sulla lotta alla fabbricazione, contrabbando e accumulo di armi. Ribadisco inoltre la necessità di dedicarci inoltre allo sviluppo della cooperazione allo scopo di migliorare i settori dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria. Per i suddetti motivi ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto.(FR) Il Sudafrica è un paese interessato da uno sviluppo rapido in tutti i settori e con cui l’Unione europea desidera promuovere un rapporto speciale. In seguito alla raccomandazione positiva della commissione per lo sviluppo e all’approvazione della commissione per il commercio internazionale, ho appoggiato la sottoscrizione dell’accordo, che rafforzerà la nostra cooperazione con tale paese.

 
  
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  Alain Cadec (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore del rinnovo dell’accordo di cooperazione UE-Sudafrica come modificato nel 2009, in quanto introduce una nuova dimensione alla cooperazione tra Unione europea e Sudafrica. L’accordo iniziale del 1999 prevedeva la cooperazione in campo commerciale, il sostegno al Sudafrica nel corso del processo di transizione economica e sociale, l’integrazione economica del paese nell’Africa meridionale e la cooperazione per lo sviluppo. L’accordo odierno è stato ampliato alle seguenti aree: la lotta contro la povertà, l’efficacia degli aiuti allo sviluppo, l’attuazione degli obiettivi di sviluppo del millennio, la lotta per la sicurezza, la lotta contro le armi di distruzione di massa e contro il terrorismo. Si tratta di aree di cooperazione strategica che a mio avviso sono importanti, considerando la cooperazione attiva dell’Unione europea con il Sudafrica e la sua influenza sulla regione africana meridionale.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore questo nuovo accordo volto a intensificare la cooperazione bilaterale in numerose aree. Mi preme sottolineare l’importanza dei diritti dell’infanzia, della parità dei sessi, della lotta alla violenza contro le donne, della cooperazione ambientale, in particolare sul cambiamento climatico, della cooperazione culturale, della cooperazione nella lotta contro gli stupefacenti e il riciclaggio di denaro, della cooperazione per la salute e, in particolare, per la lotta contro l’AIDS. Il legame tra cooperazione e sviluppo dovrebbe riguardare strategie volte a ridurre la povertà, a migliorare le condizioni di vita e di lavoro e a creare occupazione, la partecipazione degli emigrati allo sviluppo dei loro paesi d’origine, e la cooperazione per rafforzare le capacità, segnatamente nei settori sanitario e dell’istruzione, per compensare l’impatto avverso della “fuga di cervelli” sullo sviluppo sostenibile del Sudafrica. Accolgo con favore la nostra maggiore cooperazione in tutte queste aree nuove e mi rallegro delle nuove disposizioni sullo sviluppo che sono state inserite nell’accordo rivisto, in particolare quelle concernenti la lotta contro la povertà, l’efficacia degli obiettivi di sviluppo del millennio e il legame che sussiste tra migrazioni e sviluppo.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Mi sono espressa a favore di questa raccomandazione in quanto appoggio l’attuazione delle nuove disposizioni sullo sviluppo presenti nell’accordo. è importante garantire una supervisione efficace da parte delle autorità comunitarie, come contemplato dal trattato di Lisbona, per poter conseguire le finalità di riduzione ed eliminazione della povertà in Sudafrica.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Il Sudafrica è un paese che, dalla fine dell’apartheid, ha continuato a ispirare interesse, aiuti e stima a livello internazionale grazie al modo in cui questo paese, malgrado le difficoltà e le battute d’arresto, è riuscito a compiere una transizione relativamente pacifica da un regime supremazista a una democrazia in cui prevale il suffragio universale. Non si può ricordare tale transizione senza evocare la figura ispiratrice di Nelson Mandela e la sua testimonianza di dignità, gentilezza e riconciliazione, che esercita ancora un effetto positivo sul paese.

Oggi possiamo dire che il Sudafrica è un protagonista geopolitico e geostrategico chiave nel continente africano, nonché un esempio per gli altri paesi che non sono ancora riusciti a scrollarsi di dosso le dittature che li opprimono e che ostacolano il loro sviluppo. L’UE ha tutto l’interesse a rafforzare i rapporti che la legano al Sudafrica e a stabilire partenariati reciprocamente vantaggiosi. Appoggio pertanto l’emendamento all’accordo sugli scambi, lo sviluppo e la cooperazione tra UE e Sudafrica.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo sugli scambi, lo sviluppo e la cooperazione tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da una parte, e la Repubblica del Sudafrica, dall’altra è entrato in vigore il 1° maggio 2004. Benché tale accordo, siglato a Pretoria l’11 ottobre 1999, fosse stato stipulato a tempo indeterminato, prevedeva comunque una revisione a cinque anni dalla sua entrata in vigore.

Accolgo pertanto con favore tale raccomandazione che segnerà la fine di lunghi negoziati, in quanto l’accordo rivisto venne concluso a Kleinmond l’11 settembre 2009. In virtù di tale accordo, entrerà in vigore una norma che introdurrà emendamenti significativi all’accordo originario, in particolare a livello di disarmo e di non proliferazione di armi di distruzione di massa, nonché a livello di lotta alla povertà mediante l’adesione agli obiettivi di sviluppo del millennio, oltre a molti altri emendamenti importanti.

Pur convenendo con il relatore sulla precedenza accordata alle questioni commerciali a discapito di un approccio improntato allo sviluppo, voto a favore della raccomandazione perché rappresenta un altro passo avanti compiuto dall’UE in termini di cooperazione per lo sviluppo, che contribuirà a conseguire l’obiettivo della sconfitta definitiva della povertà.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questa proposta di emendamento dell’accordo sugli scambi, lo sviluppo e la cooperazione (TDCA), volta a integrare “un pacchetto globale di aiuti allo sviluppo”, andrebbe esaminata alla luce degli sforzi compiuti dall’UE affinché il Sudafrica concluda un accordo di partenariato economico (APE) per superare le critiche e la resistenza legittima opposta sia al TDCA attuale sia al modo in cui l’UE intende trasformare gli APE. Il TDCA ha acuito gli squilibri economici tra le due parti a vantaggio dell’UE, in quanto ha incrementato le sue esportazioni al Sudafrica. Le politiche comunitarie per la “liberalizzazione degli scambi bilaterali di beni, servizi e capitali” sono evidentemente fallite.

L’aggravarsi della crisi economica e finanziaria del capitalismo lo conferma. Al posto della mutua assistenza e della reciprocità, è stata promossa la competitività ed è stata imposta una divisione del lavoro che si è tradotta nell’esportazione dei prodotti agricoli dal Sudafrica e nell’esportazione dei prodotti industriali dall’UE. Se ne sono avvantaggiati i soliti soggetti, vale a dire le principali potenze dell’UE e i loro gruppi di interesse economico. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, non solo per i paesi in via di sviluppo, ma anche per i paesi dell’UE quali il Portogallo: indebolimento dei settori produttivi, aumento della dipendenza esterna, disoccupazione, povertà, eccetera.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questo documento in quanto l’accordo rivisto introduce numerose modifiche interessanti all’accordo originario, in particolare le seguenti– per quanto riguarda lo sviluppo: più precisamente, il disarmo è alla base dell’accordo, come lo sono i principi democratici, i diritti umani e lo stato di diritto; sono stati aggiunti il principio dell’efficacia degli aiuti (come obiettivo della cooperazione allo sviluppo), e la priorità alle operazioni che contribuiscono a conseguire, in particolare nella lotta contro la povertà, gli obiettivi di sviluppo del millennio (OSM). Convengo con l’obiettivo di rafforzare il sostegno al Tribunale penale internazionale e al suo operato, volto a porre fine all’impunità e ad applicare la giustizia internazionale; anche la cooperazione in materia di migrazione diventerà l’oggetto di un dialogo politico approfondito, così come, in questo contesto, il nesso tra cooperazione e sviluppo, che comprende, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, quanto segue: le strategie per la riduzione della povertà, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro nonché la creazione di posti di lavoro; la partecipazione degli emigrati allo sviluppo del proprio paese d’origine; la cooperazione tesa a rafforzare le capacità, in particolar modo nei settori della salute e dell’istruzione, per compensare gli effetti negativi della fuga di cervelli sudafricani sullo sviluppo sostenibile del paese; l’elaborazione e l’applicazione di strumenti legali , rapidi ed economici per trasferire al paese il denaro inviato dagli emigranti. Gli aspetti più importanti sono i seguenti: mantenimento della pace e della sicurezza nella regione, nonché rispetto per i diritti umani e sviluppo della democrazia.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Appoggio la stipulazione dell’accordo tra UE e Sudafrica per ampliare la cooperazione bilaterale. Oltre a consolidare lo stato di diritto, verranno adottate misure importanti per combattere il terrorismo e i finanziamenti al terrorismo e per impedire l’impiego di armi di distruzione di massa. Il sostegno massiccio del Parlamento europeo all’accordo determinerà il miglioramento delle condizioni di lavoro e del sistema sanitario, nonché la riduzione della povertà in Sudafrica.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Egregio Presidente, cari colleghi, l'Accordo di libero scambio tra CE e Repubblica del Sudafrica, siglato a Pretoria nell'ottobre del 1999, è entrato in vigore nel 2004 con la clausola di revisione entro i successivi 5 anni dalla data d'inizio di validità dello stesso. Oggi, a sette anni dalla ratifica dell'Accordo, il Parlamento europeo è riuscito a potere esprimere il proprio parere sul negoziato guidato dalla Commissione, sulla base delle direttive del Consiglio. Il testo che è stato posto al nostro vaglio, e per il quale ho deciso di votare a favore, concerne soprattutto lo sviluppo del Sudafrica. Scopo fondamentale è l'impegno delle due parti dell'accordo a lottare affinché si riesca definitivamente a debellare il problema della povertà, contribuendo seriamente al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio. Ciò, però, potrà realizzarsi solamente se il Sudafrica, dal canto suo, riuscirà ad attivarsi concretamente, prevedendo una seria politica di disarmo, considerata la vera base su cui fondare il progetto di sviluppo di tale Paese.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Accolgo con favore questo accordo tra UE e Sudafrica che comprende nuove disposizioni sullo sviluppo, in particolare per quanto riguarda la lotta alla povertà, l’efficacia degli aiuti e gli OSM. Il Sudafrica è un partner importante per i rapporti sia commerciali sia di sviluppo.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) L’accordo in oggetto si situa in un contesto specifico che il relatore sembra ignorare. La Commissione europea sta esercitando una pressione senza precedenti sui paesi dell’Africa meridionale, specialmente sul Sudafrica, al fine di concludere accordi di partenariato economico nefasti. Il riferimento ai negoziati sull’APE e alla sospensione di tutti i negoziati commerciali a favore del medesimo sono la dimostrazione evidente di tale ricatto. Voto contro la relazione che avalla, invece di denunciarlo, il progetto di accordo della Commissione Barroso.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo iniziale sugli scambi, lo sviluppo e la cooperazione tra la Comunità europea e i suoi Stati membri, da un lato, e la Repubblica sudafricana, dall’altro, venne stipulato a Pretoria l’11 ottobre 1999 ed entrò in vigore il 1° maggio 2004 per un periodo di tempo indeterminato. Tale accordo contempla una clausola di revisione a cinque anni dall’entrata in vigore. L’entrata in vigore del trattato di Lisbona ha inoltre richiesto l’adozione di un nuovo accordo, per consentire all’UE di esercitare tutti i diritti e ottemperare a tutti i doveri precedentemente spettanti alla Comunità europea.

L’accordo rivisto firmato a Kleinmond nel 2009 introduceva un certo numero di modifiche importanti all’accordo iniziale, in particolare i seguenti emendamenti nell’area dello sviluppo: disarmo, principi democratici, diritti umani e stato di diritto, cooperazione sulle questioni del disarmo e non proliferazione di armi di distruzione di massa.

Per questo ho espresso voto favorevole.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto.(EN) Mi sono astenuto dal votare sulla questione in esame in quanto: (1) la Repubblica sudafricana possiede ingenti risorse naturali ed è sufficientemente in grado di risolvere autonomamente i propri problemi; (2) il livello di corruzione in Sudafrica è così elevato che l’economia sommersa rappresenta più del 60 per cento del mercato; (3) vi sono paesi che non sono in grado di risolvere da soli i propri problemi e sono molto più bisognosi del sostegno finanziario dell’UE, in quanto la loro situazione è più disperata; (4) l’UE può aiutare la Repubblica sudafricana offrendo servizi di consulenza.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Ho votato a favore del testo proposto dalla collega Joly sull'accordo tra Unione europea e Repubblica sudafricana perché alla luce del nuovo assetto internazionale, delineatosi negli ultimi anni, c'è bisogno di una revisione degli accordi sul commercio, sullo sviluppo e sulla cooperazione con il Sud Africa. Sul lato degli scambi economici gli accordi portano benefici per le industrie di entrambe le parti, per esempio per l'Italia il Sud Africa è un importante partner commerciale (sia per i progetti di cofinanziamento sia per gli scambi). Altro obiettivo della revisione degli accordi é quello di coordinarsi per la lotta al terrorismo vista anche l'entrata in vigore della Corte Penale Internazionale e per aprire un dialogo sulla base di valori e interessi comuni su temi come migrazione, energia, spazio, trasporti e sicurezza.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della conclusione dell’accordo tra l’Unione europea e i suoi Stati membri, da un lato, e la Repubblica sudafricana, dall’altro, che modifica l’accordo sugli scambi, lo sviluppo e la cooperazione (TDCA). Dall’entrata in vigore del TDCA, gli scambi di beni comunitari con il Sudafrica sono aumentati in maniera costante. L’UE è il partner commerciale principale del Sudafrica; nel 2009, l’UE era la destinazione di circa il 34 per cento delle esportazioni sudafricane complessive e l’origine di circa il 35 per cento delle importazioni complessive in Sudafrica. La bilancia tra importazioni ed esportazioni è chiara, ma la mia unica perplessità riguarda i metodi produttivi sudafricani per i prodotti esportati all’UE: dovrebbero essere conformi ai medesimi standard imposti ai produttori europei dello stesso settore. Tali indicatori suggeriscono che i risultati del primo accordo concluso nel 1999 sono già visibili. Analogamente al relatore, vorrei che venissero rispettavi gli obiettivi di cooperazione allo sviluppo dell’UE, il più importante dei quali consiste nella riduzione e, in ultima analisi, nella sconfitta della povertà.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa raccomandazione sulla revisione dell’accordo sugli scambi, lo sviluppo e la cooperazione tra la Comunità europea e i suoi Stati membri e il Sudafrica. Rispetto all’accordo originario, siglato a Pretoria l’11 ottobre 1999, questo accordo rivisto, sottoscritto a Kleinmond l’11 settembre 2009, era teso ad approfondire il dialogo politico tra le parti in aree importanti, quali la lotta contro le armi di distruzione di massa e il terrorismo, nonché il rafforzamento della cooperazione allo sviluppo, con particolare enfasi sulle operazioni che contribuiscono alla lotta contro la povertà, nel contesto del conseguimento degli obiettivi di sviluppo del millennio. Ritengo pertanto che gli emendamenti introdotti debbano essere accolti con favore.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Il Parlamento autorizza la conclusione dell’accordo e chiede che le nuove disposizioni correlate allo sviluppo contenute nell’accordo e i nuovi progetti di cooperazione da esso previsti siano applicati in ogni loro parte e chiede altresì che, dopo l’attuazione dell’accordo, lo stesso sia soggetto a una supervisione attenta alla luce dell’articolo 208 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, vale a dire in linea con gli obiettivi di cooperazione allo sviluppo dell’Unione, dei quali la stessa deve tener conto in tutte le politiche da essa attuate che possano riguardare i paesi in via di sviluppo; l’obiettivo primario consiste nel combattere la povertà e, nel lungo periodo, nell’eliminarla.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Ho votato a favore di questa raccomandazione perché condivido in pieno il suo contenuto, soprattutto per quanto riguarda la volontà di rafforzare la cooperazione bilaterale fra Unione europea e la Repubblica Sudafricana. Per quanto si tratti più che altro di un accordo a carattere economico-commerciale, il testo modificato sostiene il processo di transizione economica e sociale della Repubblica Sudafricana, promuovendo la cooperazione regionale e rilanciando l'integrazione economica del Paese nell'economia mondiale.

Anche alla luce dei miei incarichi istituzionali, ritengo prioritario rafforzare il dialogo politico con questo paese, soprattutto per quanto riguarda tematiche di interesse specifiche per i paesi ACP. In particolare, condivido la scelta di destinare gran parte dei 980 milioni di euro messi a disposizione dall'UE per il periodo 2007-2013 alla creazione di nuovi posti di lavoro, finanziando inoltre la costruzione in Sudafrica delle infrastrutture necessarie alla fornitura di servizi di base per quanto riguarda sanità e sicurezza. Perseguire questi obiettivi attraverso un forte coinvolgimento della società civile significa percorrere con determinazione la strada per il conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio, ponendo lo sradicamento della fame e di qualsiasi forma di povertà al di sopra di qualunque altro fine.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore di questo accordo, in quanto è destinato a migliorare i rapporti commerciali e di sviluppo tra Europa e Sudafrica, cruciali per la regione sudafricana e anche per noi.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Il 1999 ha segnato la conclusione del primo accordo sugli scambi, lo sviluppo e la cooperazione tra la Comunità europea e i suoi Stati membri e la Repubblica sudafricana, entrato in vigore il 1° maggio 2004. Tale accordo iniziale aveva un carattere economico molto marcato, in quanto si basava sulla liberalizzazione degli scambi e lasciava ben poco spazio alla cooperazione allo sviluppo. La revisione di questo accordo, prevista nel medesimo, è stata effettuata nel 2009, e ha introdotto modifiche importanti in termini di politica per lo sviluppo, in particolare la cooperazione su questioni associate al disarmo e alla non proliferazione di armi di distruzione di massa, l’inclusione del principio dello stato di diritto e dei diritti umani, del principio dell’efficacia degli aiuti, specialmente per le questioni concernenti la lotta alla povertà, e del conseguimento degli obiettivi di sviluppo del millennio.

Sono state aggiunte nuove aree per rafforzare la cooperazione: la lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata; la prevenzione delle attività mercenarie, la lotta contro la lotta alla produzione, al commercio e all’accumulazione delle armi leggere e di piccolo calibro, e la cooperazione in materia di migrazione. Accolgo con favore l’adozione di questo accordo con un partner strategico dell’UE e l’istituzionalizzazione di soggetti non statali quali partner della cooperazione, che vengono così resi ammissibili all’aiuto finanziario.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Ho dato il mio appoggio alla raccomandazione del Parlamento europeo per la modifica delle disposizioni dell’accordo sugli scambi, lo sviluppo e la cooperazione nel campo dei diritti, delle libertà e della sicurezza. Ritengo sia essenziale introdurre nella cooperazione allo sviluppo un approccio basato sui risultati se vogliamo progredire nel nostro conseguimento degli obiettivi di sviluppo del millennio. La finalità principale della creazione di occupazione coglie nel segno il problema centrale dello sviluppo economico del Sudafrica. è da anni che viene auspicata la formulazione di un concetto per l’istituzione di piccole e medie imprese nel paese. L’UE, il partner commerciale più importante del Sudafrica, può fornire assistenza preziosa nel processo di trasformazione economica e sociale.

 
  
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  Iva Zanicchi (PPE), per iscritto. – Onorevoli colleghi, ho espresso voto favorevole al testo della collega on. Joly relativo alla revisione dell'accordo tra l'Unione europea e la Repubblica Sudafricana che era in vigore dal 2004.

Obiettivo di tale revisione è quello, infatti, di configurare nuove possibilità di liberalizzazione del commercio in settori specifici e, al tempo stesso, di allineare l'accordo al mutato contesto internazionale: a mio avviso è fondamentale sottolineare come tale revisione getti le basi per il miglioramento e l'approfondimento del dialogo UE-Sudafrica su tematiche importanti quali la migrazione, lo sfruttamento delle fonti energetiche e la sicurezza.

 
  
  

Raccomandazione Koppa (A7-0372/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Poiché i quattro accordi inseriti nella proposta della Commissione offrono la possibilità di rafforzare il contributo dell’Associazione europea di libero scambio/Spazio economico europeo (SEE) alla riduzione delle disparità economiche e sociali in seno al SEE, mi sono espresso a favore.

Vale la pena porre l’accento sull’accordo tra UE, Islanda, Liechtenstein e Norvegia e sull’accordo tra UE e Norvegia, due meccanismi finanziari per il 2009-2014 che prevedono un pacchetto complessivo di 1,8 miliardi di euro, che rappresentano un incremento del 31 per cento del meccanismo finanziario del SEE e del 22 per cento del meccanismo finanziario norvegese rispetto al periodo precedente. Tali risorse sono a disposizione dell’Islanda, dei 12 Stati membri di più recente adesione, del Portogallo, della Spagna e della Grecia, al fine di rilanciare alcune delle economie europee più indebolite dalla crisi.

 
  
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  Diane Dodds (NI), per iscritto.(EN) Mi sono espressa a sfavore della relazione, in quanto dubito che sia opportuno fare concessioni all’Islanda in merito all’importazione di prodotti della pesca nell’Unione europea quando questo paese continua a mantenere il proprio approccio alla gestione dello sgombro, destinato a esercitare un impatto negativo sui pescatori pelagici dell’UE. Stipulato nel 1994, tale accordo autorizza Islanda, Liechtenstein e Norvegia a partecipare al mercato unico comunitario senza essere propriamente membri dell’Unione europea. In cambio, sono obbligati ad adottare tutta la legislazione comunitaria in materia di mercato unico, ad eccezione delle norme relative all’agricoltura e alla pesca. L’Islanda può pertanto esportare prodotti della pesca nell’UE senza dover pagare alcun dazio.

Il fatto che l’Islanda, dopo aver palesemente ignorato la gestione internazionale delle riserve di sgombro e aver dichiarato nel 2010 una cattura di 100 000 tonnellate, abbia la libertà di esportare nell’UE la sua intera cattura di sgombro, è un boccone difficile da digerire. Anche se le concessioni in materia di pesca accordate all’Islanda magari non sono cambiate nel nuovo accordo, il comportamento di questo paese nei confronti della gestione della pesca è sicuramente mutato e, alla luce di ciò, dubito che sia opportuno ratificare tale accordo.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’obiettivo di questa risoluzione consiste nell’appoggiare quattro accordi tra l’Unione europea e l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia, accordi tesi a fissare i contributi di questi paesi alla riduzione delle disparità economiche e sociali in seno allo Spazio economico europeo e a rafforzarli alla luce del periodo precedente. Tale proposta rafforza il contributo dei paesi in questione e non modifica sostanzialmente le concessioni nel campo della pesca. A tale proposito, il periodo dal 2009 al 2014 rappresenta essenzialmente un rinnovo dell’accordo già in vigore per il periodo precedente, dal 2004 al 2009. La votazione unanime espressa dalla commissione per il commercio internazionale e dalla commissione per la pesca è indicativa della natura non controversa della questione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La Commissione ha presentato al Parlamento una proposta di quattro accordi. Due di questi, concernenti i meccanismi finanziari per il periodo 2009-2014, prevedono un pacchetto globale di 1,8 miliardi di euro. Si riferiscono a un accordo tra UE, Islanda, Liechtenstein e Norvegia che rappresenta un aumento del 31 per cento del meccanismo finanziario dello Spazio economico europeo (SEE), e un altro si riferisce a un accordo tra UE e Norvegia che rappresenta un incremento del 22 per cento del meccanismo finanziario norvegese. Gli altri due accordi riguardano concessioni in materia di prodotti della pesca a favore di Islanda e Norvegia tra il 2009 e il 2014, e ne prevedono il rinnovo.

Le stesse concessioni si applicano anche all’Islanda. Nel caso della Norvegia è previsto un lieve incremento, pertanto ci sarà una disposizione per il rinnovo dell’accordo di transito scaduto il 30 aprile 2009.

Voto a favore della proposta, in quanto i fondi SEE verranno messi a disposizione dei 12 Stati membri di più recente adesione, oltre che del Portogallo, della Grecia e della Spagna, e tra le aree a cui sono destinate tali risorse figurano l’ambiente, in particolare il cambiamento climatico e le energie rinnovabili, la società civile e la tutela del patrimonio culturale.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La conclusione dell’accordo adottato oggi in questa sede segue l’accordo sullo Spazio economico europeo (SEE) in vigore dal 1994, che riguarda i paesi del SEE/Associazione europea di libero scambio. In quella data, i paesi in questione avevano accettato di offrire contributi quinquennali per ridurre le disparità economiche e sociali in seno al SEE; siamo ovviamente favorevoli a tale intenzione. I finanziamenti per questo quinquennio (2009-2014) sono più che raddoppiati rispetto alle risorse disponibili per il periodo precedente.

Tali risorse SEE verranno messe a disposizione dei 12 Stati membri di più recente adesione, oltre che della Grecia, del Portogallo e della Spagna, e potranno essere utilizzate in tutta una serie di aree importanti, tra cui la protezione ambientale, lo sviluppo umano e sociale e la tutela del patrimonio culturale. Alla luce degli allargamenti dell’Unione europea e dell’acuirsi della situazione sociale ed economica di molti di questi paesi, come ad esempio il Portogallo, riteniamo sia essenziale aumentare tali risorse.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE), per iscritto. (GA) In veste di presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con Svizzera, Islanda e Norvegia nonché della commissione parlamentare congiunta dello Spazio economico europeo, accolgo con favore la relazione. Sono stato io a redigere il parere sulla relazione a nome della commissione per la pesca.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Mi sono espresso a favore della relazione Koppa sul meccanismo finanziario relativo alla pesca. Ciò non significa tuttavia che le questioni UE-SEE in materia di pesca siano tutte risolte. Il rifiuto dell’Islanda di pervenire ad un accordo con UE e Norvegia in relazione allo sgombro è altamente deplorevole e esorto fermamente tutte le parti a tornare al tavolo dei negoziati.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Appoggio questo documento, in quanto dall’entrata in vigore dell’accordo sullo Spazio economico europeo (SEE) nel 1994, gli Stati SEE EFTA (Islanda, Liechtenstein e Norvegia) hanno contribuito ad alleviare le disparità economiche e sociali in seno al SEE. L’ultimo quinquennio di contributi finanziari è scaduto nel 2009 (1,467 miliardi di euro). La proposta attuale della Commissione comprende quattro accordi. Tali accordi prevedono un pacchetto di 1,8 miliardi di euro, che comprende un incremento del 31 per cento del meccanismo finanziario del SEE e un aumento del 22 per cento del meccanismo finanziario norvegese rispetto al periodo 2004-2009. Tale esito rispecchia le direttive negoziali convenute dal Consiglio, che chiedeva un “incremento sostanzioso” delle risorse. Le risorse SEE verranno messe a disposizione dei 12 Stati membri di più recente adesione, oltre che della Grecia, del Portogallo e della Spagna. Tra i settori prioritari si annoverano l’ambiente, il cambiamento climatico e le energie rinnovabili, la società civile, lo sviluppo umano e sociale e la tutela del patrimonio culturale. I fondi stanziati per la Norvegia verranno messi a disposizione dei 12 Stati membri di più recente adesione. Tra i settori prioritari figurano la cattura e lo stoccaggio del carbonio, l’innovazione nell’industria verde, ricerca e borse di studio, sviluppo umano e sociale, giustizia e affari interni, promozione del lavoro dignitoso e dialogo tripartito. Due protocolli relativi ad alcune concessioni in materia di pesca per Islanda e Norvegia per il periodo 2009-2014 prevedono il rinnovo dei precedenti protocolli per il periodo 2004-2009 con concessioni invariate all’Islanda e un incremento relativamente modesto delle concessioni alla Norvegia, in base alle quali la Norvegia rinnoverà l’intesa sul transito del pesce.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Appoggio l’accordo tra Unione europea, Islanda, Liechtenstein e Norvegia per quanto riguarda il proseguimento del meccanismo finanziario dello Spazio economico europeo (SEE), in quanto dovremmo adoperarci tutti per ridurre le disparità sociali ed economiche in seno al SEE. Il pacchetto globale di 1,8 miliardi di euro rappresenta un incremento del 31 per cento o del 22 per cento rispetto all’ultimo quinquennio. Il rinnovo dei protocolli sulle concessioni in materia di pesca e accesso al mercato sono aspetti importanti e durevoli nel campo dell’acquacoltura.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Egregio Presidente, cari colleghi, oggi il Parlamento ha votato a favore dell'accordo proposto dalla Commissione ed inerente, da un lato, ai meccanismi finanziari per il periodo 2009-2014, tra l'Unione europea e l'Islanda, il Principato del Liechtenstein e la Norvegia, dall'altro un accordo tra Unione europea e Norvegia. Gli accordi prevedono un aumento del meccanismo finanziario SEE sotto il profilo della protezione ambientale, del cambiamento climatico ed energie rinnovabili, della società civile, dello sviluppo umanitario e sociale nonché della tutela del patrimonio culturale. In concreto si prevede un pacchetto complessivo di 1,8 miliardi di euro. Gli ultimi 12 Stati divenuti membri dell'Unione, con l'aggiunta di Spagna, Grecia e Portogallo, sono i soggetti che potranno avvantaggiarsi di tali fondi. Ho pertanto votato a favore poiché ritengo la cooperazione economica una risorsa su cui fare affidamento e perché non dobbiamo mai dimenticare che il benessere di uno Stato membro europeo contribuisce a migliorare l'economia di tutta l'Europa e, con essa, la qualità della vita dei suoi 500 milioni di cittadini.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore di questa proposta che ci dà l’opportunità di rafforzare il contributo degli Stati SEE ed EFTA per la riduzione delle disparità economiche e sociali nello Spazio economico europeo. Nel frattempo, le concessioni in materia di pesca per l’Islanda rimangono invariate e quelle per la Norvegia subiscono un modesto incremento.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Tali accordi prevedono un pacchetto globale di 1,8 miliardi di euro, che comprendono un incremento del 31 per cento del meccanismo finanziario dello Spazio economico europeo (SEE) e un aumento del 22 per cento del meccanismo finanziario norvegese. Vale la pena rilevare che i fondi SEE dovrebbero essere utilizzati per finanziare prioritariamente la tutela dell’ambiente, il cambiamento climatico e le energie rinnovabili, la società civile, lo sviluppo umano e sociale, e la tutela del patrimonio culturale. Le risorse finanziarie della Norvegia verranno fatte confluire su settori prioritari, tra cui figurano la cattura e lo stoccaggio di carbonio, l’innovazione nell’industria verde, ricerca e borse di studio, sviluppo umano e sociale, giustizia e affari interni, promozione del lavoro dignitoso e dialogo tripartito.

I due protocolli relativi ad alcune concessioni in materia di pesca per Islanda e Norvegia per il periodo 2009-2014 prevedono il rinnovo dei precedenti protocolli per il periodo 2004-2009 con concessioni invariate all’Islanda e un incremento relativamente modesto delle concessioni alla Norvegia, in base alle quali la Norvegia rinnoverà l’intesa sul transito del pesce.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) La relazione dà il via libera al rinnovo degli accordi relativi allo Spazio economico europeo (SEE). Dall’entrata in vigore dell’accordo SEE nel 1994, gli Stati SEE/Associazione europea di libero scambio – attualmente Islanda, Liechtenstein e Norvegia – hanno contribuito a ridurre le disparità economiche e sociali in seno al SEE. Tali contributi sono sempre stati convenuti per un periodo di cinque anni, e adesso l’obiettivo è rinnovare gli accordi per il periodo 2009-2014. Parallelamente a tali negoziati, ma indipendentemente dagli stessi, sono state inoltre avviate trattative sulla base dei due protocolli bilaterali sulla pesca con Islanda e Norvegia, conclusi il 18 dicembre 2009. Per quanto riguarda l’esito dei suddetti negoziati, è opportuno segnalare in particolare l’incremento sostanzioso del meccanismo finanziario, anche se la posizione dell’Islanda è rimasta invariata a causa della grave crisi che sta attraversando. Per quanto riguarda gli accordi concernenti alcune concessioni in materia di pesca per Islanda e Norvegia per il periodo 2009-2014, condivido il parere favorevole della commissione per la pesca, che mette in rilievo l’incremento modesto delle concessioni alla Norvegia, in base alle quali la Norvegia rinnoverà l’intesa sul transito del pesce, scaduta il 30 aprile 2009. Per tali motivi mi sono espressa a favore della relazione.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Dall’entrata in vigore dell’accordo SEE nel 1994, gli Stati SEE/Associazione europea di libero scambio – attualmente Islanda, Liechtenstein e Norvegia – hanno contribuito a ridurre le disparità economiche e sociali in seno al SEE. Tali contributi sono sempre stati convenuti per periodi di cinque anni, e adesso sono in discussione gli accordi raggiunti sui meccanismi finanziari per il periodo 2009-2014, oltre al rinnovo dei due protocolli bilaterali sulle concessioni in materia di pesca con Islanda e Norvegia. Rispetto al periodo precedente, tali protocolli non hanno subito modifiche significative, in quanto le concessioni all’Islanda sono rimaste invariate e quelle alla Norvegia hanno subito un incremento modesto. Gli accordi sui meccanismi finanziari si sono tradotti in un aumento significativo del contributo dei paesi SEE/EFTA per il periodo 2004-2009, e prevedono un pacchetto globale di 1,8 miliardi di euro che verrà messo a disposizione dei 12 Stati membri di più recente adesione nonché di Grecia, Portogallo e Spagna, al fine di finanziare settori prioritari tra cui la tutela dell’ambiente, il cambiamento climatico e le energie rinnovabili, lo sviluppo umano e sociale e la tutela del patrimonio culturale. Ho quindi votato a favore.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) La proposta ci offre l’opportunità di rafforzare il contributo dei paesi SEE ed EFTA alla riduzione delle disparità economiche e sociali nello Spazio economico europeo, di ridurre significativamente il meccanismo finanziario a fronte di concessioni invariate all’Islanda e di un incremento relativamente modesto delle concessioni alla Norvegia. Ho pertanto raccomandato alla commissione per la pesca di esprimere parere favorevole alle proposta della Commissione COM(2010)234.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Ho sostenuto questa raccomandazione perché costituisce un'opportunità per rafforzare il contributo degli Stati EFTA-SEE alla riduzione delle disparità economiche e sociali nello Spazio economico europeo. Le concessioni in materia di pesca all'Islanda rimangono invariate, mentre vengono leggermente aumentate quelle alla Norvegia.

I due accordi inerenti i meccanismi finanziari per il periodo 2009-2014 tra UE, Islanda, Liechtenstein e Norvegia e UE e Norvegia prevedono un pacchetto globale da 1,8 miliardi di euro, con sensibili aumenti rispetto al periodo 2004-2009. Ora bisognerà lavorare per risolvere le divergenze che ancora sussistono tra l'UE, l'Islanda e la Norvegia su questioni relative alla gestione della vita marina, soprattutto per quanto riguarda la caccia alle balene.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore di questo accordo che rafforzerà il contributo dei paesi SEE-EFTA alla riduzione delle disparità sociali ed economiche in seno allo Spazio economico europeo.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Mi sono espresso a favore dell’accordo, in quanto rappresenta un altro passo in avanti logico verso l’armonizzazione della cooperazione tra i paesi aderenti all’Associazione europea di libero scambio. In veste di vicepresidente della delegazione, sono molto lieto che stiamo proseguendo sulla via del partenariato privilegiato.

 
  
  

Raccomandazione Ţicău (A7-0004/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Voto a favore di questa raccomandazione, in quanto l’accordo orizzontale consente l’abolizione delle restrizioni nazionali sugli accordi bilaterali esistenti tra gli Stati membri e il Brasile, a vantaggio di tutta l’industria europea dell’aviazione. Inoltre, tale accordo consente di ristabilire una sana base giuridica per le relazioni dell’UE con il Brasile nel settore del trasporto aereo, che rappresenterà un passo importante nel rafforzamento delle relazioni UE-Brasile in questo settore. Prevedo che tale accordo genererà benefici per i consumatori in termini di tariffe inferiori pari a 460 milioni di euro, avrà un effetto positivo sull’occupazione e offrirà nuove interessanti opportunità commerciali alle compagnie aeree dell’UE.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto.(FR) Poiché l’Unione europea detiene la competenza esclusiva per determinati aspetti della politica esterna in materia di trasporto aereo, dal punto di vista giuridico si è resa necessaria la sostituzione di una dozzina di accordi bilaterali conclusi dagli Stati membri con la Repubblica federativa del Brasile mediante accordi negoziati e conclusi dall’Unione europea. In seguito all’approvazione del Consiglio dell’Unione europea nel 2003, la Commissione europea ha negoziato l’accordo che oggi ho deciso di appoggiare. L’accordo preparerà il terreno a “un accordo generale sui servizi aerei con il Brasile basato sulla combinazione tra l’apertura graduale del mercato e la cooperazione e convergenza normativa”. Tale accordo futuro si tradurrà in servizi migliori per i viaggiatori e in una posizione più solida delle linee aeree europee.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Ritengo che l’accordo sui rapporti tra Unione europea e Brasile in materia di trasporto aereo fornisca una base giuridica solida e rappresenti un primo passo importante per il rafforzamento di tali rapporti tra UE e Brasile. Ritengo che tale accordo consentirà alle parti di rafforzare ulteriormente la cooperazione per il trasporto aereo e di avviare i negoziati per un accordo generale bilaterale sui servizi aerei.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della raccomandazione in quanto rappresenta un passo importante per il rafforzamento dei rapporti tra UE e Brasile nel settore del trasporto aereo e consentirà a tali paesi di procedere a negoziare un accordo generale bilaterale sui servizi aerei.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo adottato in data odierna rappresenta un passo importante per il rafforzamento dei rapporti tra UE e Brasile nel settore del trasporto aereo. Si prevede che tale accordo sia in grado di generare benefici per i consumatori (in termini di tariffe inferiori) pari a 460 milioni di euro, oltre ad avere un effetto positivo sull’occupazione e a offrire nuove interessanti opportunità commerciali alle compagnie aeree dell’Unione e vantaggi a quanti viaggiano tra l’Unione europea e il Brasile. Alla luce dei legami speciali che uniscono il Portogallo al Brasile, accolgo con favore la conclusione dell’accordo, dal quale scaturirà un nuovo avvicinamento tra Europa e Brasile, con tutti i vantaggi economici, sociali e culturali che ciò potrebbe comportare.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il trattato di Lisbona, che è entrato in vigore il 1° dicembre 2009, ha introdotto modifiche sostanziali in termini di poteri delle varie istituzioni europee, in particolare del Parlamento che, nel nuovo assetto, è chiamato a pronunciarsi su materie che prima non rientravano nella sua giurisdizione, come accade in questo caso per l’accordo tra UE e Repubblica federativa del Brasile sui servizi aerei.

Tale accordo, concluso il 14 luglio 2010, è teso a sostituire le disposizioni figuranti negli accordi bilaterali sui servizi aerei tra 12 Stati membri e la Repubblica federativa del Brasile con un accordo bilaterale tra l’UE e il Brasile. Sono favorevole a tale accordo in quanto rappresenta un passo importante per il rafforzamento dei rapporti tra UE e Brasile nel settore del trasporto aereo.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Analogamente agli accordi precedenti riguardanti lo stesso settore e che sono stati recentemente adottati dal Parlamento, e alla luce del contesto specifico in cui opera l’aviazione civile, la proposta in questione solleva molte perplessità in merito al campo di applicazione e alle possibili conseguenze. Riguarda una questione con un impatto chiaro sulle compagnie di trasporto aereo, in un settore che, per diverse ragioni, si rivela strategico per la salvaguardia degli interessi nazionali. Nel caso del Brasile, tale questione diventa ancor più impellente. Lo scopo sottostante è chiaro, e il relatore non fa niente per nasconderlo: l’obiettivo è l’apertura del mercato al fine di creare “nuove opportunità commerciali per le linee aeree dell’Unione europea”.

Sappiamo che la presunta creazione di condizioni di parità per le varie compagnie europee contribuisce al processo di agevolazione della concentrazione monopolistica del settore, che è già in corso, nonché alla conseguente riduzione della capacità degli Stati membri di difendere le loro compagnie di bandiera, e pertanto dei loro interessi legittimi, a diversi livelli. La “libera concorrenza”, costantemente citata e considerata sacrosanta, viene difesa ad ogni costo, e rappresenta ancora una volta il pilastro su cui poggia questa iniziativa. Il risultato per questo settore non differisce sostanzialmente dal risultato per altri settori: la concentrazione monopolistica che finisce sempre per venire imposta in questi casi.

 
  
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  Carlo Fidanza (PPE), per iscritto. – Ho deciso, insieme ai miei colleghi italiani del PPE, di astenermi sulla votazione di oggi riguardante i rapporti tra Unione europea e Brasile su alcuni aspetti relativi ai servizi aerei poiché, visto quanto espresso dalla risoluzione sul caso Battisti, avrei preferito che il voto fosse rinviato in attesa della nuova decisione della Corte federale del Brasile in merito all'estradizione del criminale Cesare Battisti.

Data la non urgenza del dossier, rinviarlo alla prossima tornata o a quella di aprile non avrebbe certo costituito un problema, soprattutto se pensiamo al dolore delle famiglie delle vittime del pluriomicida Battisti. Quelle stesse famiglie che da 31 anni aspettano che giustizia venga fatta e che Battisti possa scontare la pena prevista dalla giustizia italiana nelle nostre carceri.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Condivido la relazione, in quanto l’UE detiene la competenza esclusiva rispetto a vari aspetti dei servizi aerei esterni tradizionalmente disciplinati da accordi bilaterali sui servizi aerei tra gli Stati membri e i paesi terzi. Pertanto, il 5 giugno 2003, il Consiglio ha autorizzato la Commissione ad avviare i negoziati con i paesi terzi per sostituire talune disposizioni figuranti negli accordi bilaterali esistenti con accordi dell’Unione europea. L’accordo è stato firmato il 14 luglio 2010. Riguarda aspetti quali la sicurezza, la tassazione del carburante per aerei, le regole della concorrenza, ecc. La sottoscrizione di tale accordo ha rappresentato un primo passo importante nel rafforzamento delle relazioni UE-Brasile in materia di trasporti aerei e ha consentito a Brasile e Unione europea di intensificare ulteriormente la cooperazione nel settore e di procedere a negoziare un accordo generale sui servizi aerei. Tale accordo si basa sulla combinazione tra l’apertura graduale del mercato e la cooperazione e convergenza normativa. Un siffatto accordo dovrebbe essere in grado di generare benefici per i consumatori (vantaggi in termini di tariffe inferiori) pari a 460 milioni di euro. Avrà un effetto positivo sull’occupazione e dovrebbe offrire nuove interessanti opportunità commerciali alle compagnie aeree dell’UE nonché alcuni vantaggi ai viaggiatori.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore di questo accordo orizzontale, che non è importante di per sé, bensì rappresenta un passo avanti significativo nel rafforzamento delle relazioni UE-Brasile in materia di trasporti aerei e consente a Brasile e Unione europea di intensificare ulteriormente la cooperazione nel settore e di procedere a negoziare un accordo generale sui servizi aerei. Tale accordo generale dovrebbe essere basato sulla combinazione tra l’apertura graduale del mercato e la cooperazione e convergenza normativa. I vantaggi per l’Unione europea saranno un numero maggiore di rotte e tariffe inferiori per i consumatori.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE), per iscritto. – Il voto di astensione sulla relazione in merito all'accordo UE-Repubblica federale del Brasile sui servizi aerei esprime una posizione che va al di là del merito.

Non condivido il comportamento assunto dal Governo brasiliano nella vicenda Battisti. L'estradizione, le cui procedure sono definite in un accordo bilaterale, andava concessa. L'interpretazione fornita dalle autorità giudiziarie è in violazione degli impegni assunti. La condanna, che Battisti dovrebbe scontare in Italia, è stata inflitta da un giudice ordinario, in applicazione di leggi ordinarie, per un reato comune: l'omicidio plurimo. Difficile sostenere relazioni di carattere internazionale, come quelle iscritte nei rapporti votati dal Parlamento, con un paese che non rispetta accordi e soprattutto che esprime un'opinione sul diritto fondamentale alla tutela della vita.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea ha sempre sostenuto la libera concorrenza. Il mandato conferito il 15 ottobre 2010 alla Commissione per negoziare con il Brasile un accordo generale sui servizi aerei basato sulla combinazione tra l’apertura graduale del mercato e la cooperazione e convergenza normativa è pertanto perfettamente sensato. Tale accordo garantisce a tutti i vettori aerei comunitari accesso non discriminatorio ai collegamenti col Brasile e sostituisce o integra le disposizioni dei 14 accordi bilaterali in materia di servizi aerei esistenti tra gli Stati membri e il Brasile.

Si tratta un primo passo importante nel rafforzamento delle relazioni UE-Brasile in materia di trasporti aerei, che ha consentito loro di intensificare ulteriormente la cooperazione nel settore e di procedere a negoziare un accordo generale sui servizi aerei. Tutti i consumatori beneficeranno di questo nuovo accordo, che offre tariffe più basse per il trasporto aereo con destinazione Brasile.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Mi sono astenuto sulla raccomandazione della collega Macovei, come anche sulle altre due relazioni, a seguito del comportamento delle autorità brasiliane sul caso Cesare Battisti. La mancata estradizione di un terrorista, non riconosciuto come tale dal Brasile, non può non essere presa in considerazione. In ragione di ciò, come il resto della delegazione italiana del PPE, ho preferito astenermi sul progetto di decisione sulla conclusione dell'accordo tra UE e Brasile riguardo i visti per i soggiorni per motivi di lavoro e turismo, nonché sulla relazione per il miglioramento degli accordi riguardo i servizi aerei tra UE e Brasile. Il nostro non è stato chiaramente un atto di contrarietà al contenuto delle relazioni, ma un segnale politico con il quale ancora una volta abbiamo voluto ribadire il nostro disappunto nei confronti del comportamento delle Autorità brasiliane sul caso Battisti.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Votando a favore di questa relazione, concediamo il necessario parere favorevole del Parlamento europeo all’accordo internazionale stipulato tra UE e Brasile. Si tratta di un accordo orizzontale con il Brasile che ristabilirà una sana base giuridica per le relazioni dell’UE con il Brasile nel settore del trasporto aereo. Si tratta di un primo passo importante nel rafforzamento delle relazioni UE-Brasile in materia di trasporti aerei, che consentirà a Brasile e Unione europea di intensificare ulteriormente la cooperazione nel settore e di procedere a negoziare un accordo generale sui servizi aerei. Si ritiene che un siffatto accordo sia in grado di generare benefici per i consumatori (vantaggi in termini di tariffe inferiori) pari a 460 milioni di euro. Avrà un effetto positivo sull’occupazione e si auspica che possa offrire nuove interessanti opportunità commerciali alle compagnie aeree dell’UE, con vantaggi specifici per coloro che viaggiano tra Unione europea e Brasile. Alla luce di ciò, convengo col relatore sulla proposta che il Parlamento adotti questa relazione e sulla richiesta che il Consiglio concluda la procedura senza ulteriore indugio.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce dei legami speciali che uniscono il Portogallo al Brasile, accolgo naturalmente con favore l’adozione della relazione. Sostituirà talune disposizioni figuranti nei 12 accordi bilaterali sui servizi aerei esistenti tra gli Stati membri e la Repubblica federativa del Brasile. Tale accordo fornirà la base per rafforzare le relazioni tra Unione europea e Brasile in materia di trasporto aereo e si prevede che genererà ingenti benefici per i consumatori (vantaggi in termini di tariffe inferiori) pari a 460 milioni di euro, nonché nuove opportunità commerciali per le compagnie aeree dell’UE.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) L’accordo orizzontale con il Brasile ristabilirà una sana base giuridica per le relazioni dell’UE con il Brasile nel settore del trasporto aereo. L’accordo ha rappresentato un primo importante passo nel rafforzamento delle relazioni UE-Brasile in materia di trasporto aereo, consentendo a entrambe le parti di potenziare ulteriormente la cooperazione nel settore del trasporto aereo e di favorire la negoziazione di un accordo generale sui servizi aerei tra il Brasile e l’Unione europea. In seguito a una richiesta della Commissione europea, il 15 ottobre 2010 il Consiglio "Trasporti" dell'UE ha garantito a quest’ultima un mandato per negoziare con il Brasile un accordo generale sui servizi aerei basato sulla combinazione tra l’apertura graduale del mercato e la cooperazione e convergenza normativa.

Un siffatto accordo dovrebbe essere in grado di generare benefici per i consumatori (vantaggi in termini di tariffe inferiori) pari a 460 milioni di euro. L’accordo avrà un effetto positivo sull’occupazione e dovrebbe offrire nuove interessanti opportunità commerciali alle compagnie aeree dell’Unione europea nonché alcuni vantaggi ai viaggiatori.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto.(EN) Ho appoggiato questo accordo che favorirà una cooperazione rafforzata tra Unione europea e Brasile nel campo dell’aviazione civile. L’industria comunitaria del trasporto aereo beneficerà dell’abolizione delle restrizioni di nazionalità tra gli Stati membri e il Brasile.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Le relazioni tra l’Unione europea e il Brasile sono molto importante nel contesto attuale delle relazioni esterne europee. Questo accordo, che ritengo rappresenti il primo di molto passi verso una nuova politica comunitaria in materia di aviazione civile con il Brasile, serve a stabilire il quadro generale per sviluppare le relazioni in questo campo. Viene definito accordo orizzontale in quanto crea una base giuridica sana per tutta una serie di aspetti dell’aviazione civile tra le due parti, sostituendo gli accordi bilaterali tradizionali con le disposizioni contenute in questo accordo e destinate a essere attuate in maniera generale e uniforme su tutto il territorio comunitario.

Il progetto di raccomandazione, per il quale sono stato relatore ombra, accoglie con favore i termini dell’accordo, che tratta temi importanti quali la sicurezza e l’imposizione di tasse sul carburante, norme destinate a essere generalmente applicate su tutto il territorio europeo, e impone inoltre di uniformarsi al diritto comunitario in materia di concorrenza.

Ritengo che l’accordo preparerà il terreno a nuovi vantaggi economici, che siano per i consumatori o per le linee aeree, e rafforzerà i rapporti di cooperazione tra i soggetti transatlantici, rappresentando pertanto un asso nella manica per l’Unione europea. Per le suddette ragioni, ho votato a favore del documento.

 
  
  

Raccomandazione van de Camp (A7-0007/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Per quanto riguarda il progetto di decisione del Consiglio (07853/2010), il progetto di accordo tra la Comunità europea e la Repubblica d’Islanda, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein su disposizioni complementari in relazione al Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013, e la richiesta di approvazione presentata dal Consiglio in linea col trattato sul funzionamento dell’Unione europea, nell’ambito del quadro giuridico e secondo una raccomandazione formulata dalla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, appoggio la sottoscrizione di tale accordo.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Appoggio l’accordo tra la Comunità europea e l’Islanda, la Norvegia, la Svizzera e il Liechtenstein su disposizioni complementari in relazione al Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013. I paesi coinvolti nell’attuazione, applicazione e sviluppo dell’acquis di Schengen dovrebbero partecipare al Fondo per le frontiere esterne, in linea con la decisione che istituisce tale fondo. Tale accordo dovrebbe pertanto prevedere l’applicazione di norme nei territori dei paesi interessati, per consentire alla Commissione di assumere la responsabilità più alta per quanto riguarda l’attuazione del bilancio del fondo in tali Stati. Prende in considerazione aspetti di gestione finanziaria e controllo del fondo e formula inoltre le disposizioni in materia di contributi finanziari di questi paesi al bilancio del fondo.

Vorrei inoltre porre l’accento sulla scelta compiuta dal Liechtenstein, mediante una dichiarazione congiunta, di non partecipare al fondo, benché questo non intacchi il suo obbligo di contribuirvi finanziariamente, in quanto è stato istituito per ripartire l’onere e fornire sostegno finanziario all’attuazione dell’acquis di Schengen nel campo delle frontiere esterne e della politica dei visti.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La proposta si riferisce alla conclusione, a nome dell’UE, di un accordo tra la Comunità europea e la Repubblica d’Islanda, il Regno di Norvegia, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein. Tale accordo riguarda grosso modo la partecipazione di questi paesi al Fondo per le frontiere esterne, che deriva dal loro coinvolgimento nell’attuazione, applicazione e sviluppo dell’acquis di Schengen. Si prevede la conclusione di ulteriori accordi, al fine di stabilire le disposizioni necessarie all’attuazione di tale partecipazione, in particolare quelle che garantiscono la tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea e quelle che consentono alla Corte dei conti di vigilare sull’intero processo. L’adozione finale dell’accordo da parte del Consiglio avverrà dopo che il Parlamento si sarà espresso a favore.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La raccomandazione si riferisce a un progetto di decisione del Consiglio sulla conclusione di un accordo tra l’UE e la Repubblica d’Islanda, il Regno di Norvegia, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein su disposizioni complementari in relazione al Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013.

Poiché questo accordo rientra negli obiettivi che hanno portato alla sottoscrizione del trattato di Schengen sulla libera circolazione di persone e beni, alla luce degli accordi precedentemente conclusi tra l’Unione europea e i suddetti paesi in relazione agli obiettivi contemplati dal trattato di Schengen, e poiché l’Unione europea ha istituito un Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013 nel quadro del programma generale intitolato “Solidarietà e gestione dei flussi migratori”, accolgo con favore la conclusione di tale accordo, che contribuirà a rafforzare la coesione in Europa.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione è stata formulata in seguito all’accordo tra la Comunità europea e la Repubblica d’Islanda, il Regno di Norvegia, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein su disposizioni complementari in relazione al Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013.

è correlato agli accordi esistenti o a quelli che sono ancora in corso di attuazione in materia di circolazione e libertà delle persone tra questi Stati e i paesi dell’UE.

Pertanto, allo scopo di promuovere il controllo delle frontiere esterne, soprattutto in relazione all’immigrazione, l’Unione europea desidera conferire il sostegno comunitario, a determinate condizioni, attingendo al Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013. Gli obiettivi delle azioni intraprese in tal senso dall’Unione eurropea e dalla Commissione suscitano le nostre critiche, in quanto non possiamo ignorare l’inaccettabile direttiva Return direttiva.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE), per iscritto. (GA) In veste di presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la Svizzera, l’Islanda e la Norvegia e della commissione parlamentare congiunta dello Spazio economico europeo, approvo questa relazione.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore di questo accordo, che consente agli Stati associati all’attuazione, applicazione e sviluppo dell’accordo Schengen di partecipare al Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Cari colleghi, nell'ottica di una Comunità Europea effettivamente tale sia politicamente, che economicamente ma anche e soprattutto geograficamente, ritengo necessario e di fondamentale importanza votare a favore di tale proposta in quanto Paesi come l'Islanda, la Norvegia e il Liechtenstein, così come la Svizzera, sono situati geograficamente in Europa. Pertanto ritengo che una politica unica di gestione delle frontiere debba essere attuata per facilitare l'integrazione e gli spostamenti da paese a paese. Un fondo europeo che si occupi della gestione delle frontiere sarebbe un provvedimento giusto e considerevole per avere un coordinamento unico sia in tema di risorse che di politiche attuative. Ciò faciliterebbe ed incrementerebbe anche il turismo e la libera circolazione di mezzi e persone.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Nel quadro dei nuovi poteri conferiti al Parlamento dal trattato di Lisbona, si è reso necessario adottare il progetto di decisione del Consiglio sulla conclusione, a nome dell’Unione europea, dell’accordo tra la Comunità europea e la Repubblica d’Islanda, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein su disposizioni complementari in relazione al Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013. La commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni ha raccomandato l’adozione di questo accordo, che prevede la partecipazione al Fondo per le frontiere esterne dei paesi terzi coinvolti nell’attuazione, applicazione e sviluppo dell’acquis di Schengen. Tale partecipazione può concretizzarsi mediante ulteriori accordi che andrebbero raggiunti per chiarire le disposizioni necessarie a tale partecipazione, comprese norme in materia di tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea e l’autorizzazione della Corte dei conti per lo svolgimento della revisione contabile. Le parti hanno raggiunto l’accordo e, visto che non sono state avanzate critiche in nessuno dei pareri espressi, ho votato a favore della risoluzione.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) In linea con la decisione (CE) n. 574/2007 del Parlamento e del Consiglio del 23 maggio 2007 che istituisce il Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013, dovrebbero partecipare a tale fondo i paesi terzi coinvolti nell’attuazione, applicazione e sviluppo dell’acquis di Schengen. A tal fine, è prevista la sottoscrizione di accordi che specifichino le disposizioni complementari necessarie a tale partecipazione, comprese norme che garantiscano gli interessi finanziari dell’Unione europea e l’esercizio del potere di revisione contabile da parte della Corte dei conti. Tale proposta è relativa alla conclusione di un accordo tra la Comunità europea e la Repubblica d’Islanda, il Regno di Norvegia, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein, il cui scopo preciso è la definizione di disposizioni complementari sulla partecipazione di questi paesi al suddetto fondo. Ritengo di dover dare il mio appoggio, in linea con la raccomandazione della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni .

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) In linea con la nostra posizione durante la votazione in seno alla commissione LIBE (la commissione responsabile per il merito), noi del gruppo Verts/ALE abbiamo deciso di votare contro questa proposta.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato a favore dell’accordo, in quanto gli Stati in questione non sono problematici in termini di qualità o affidabilità e non rappresentano pertanto un rischio di sicurezza per l’UE.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) La raccomandazione riguarda la sottoscrizione di un accordo con i paesi terzi associati a Schengen, in questo caso Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein. Verranno coinvolti nell’attuazione, applicazione e sviluppo dell’acquis di Schengen. In tal senso, occorrono norme accessorie per tutelare gli interessi finanziari dell’UE e conferire poteri di revisione contabile alla Corte dei conti. Tali integrazioni sono ragionevoli, per questo mi sono espressa a favore della stipulazione dell’accordo.

 
  
  

Raccomandazione Coelho (A7-0008/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Voto a favore della relazione, in quanto lo spazio Schengen autorizza già la libertà di circolazione all’interno di un territorio di 42 673 chilometri di frontiere marittime esterne e di 7 721 chilometri di frontiere terrestri, e copre 25 paesi e 400 milioni di persone. L’ampliamento graduale di tale spazio ha consentito a paesi terzi che intrattengono rapporti speciali con l’UE di partecipare alla cooperazione di Schengen e alla Confederazione svizzera di essere associata all’acquis di Schengen dal 1° marzo 2008. Alla luce della politica delle frontiere aperte vigente tra la Svizzera e il Principato del Liechtenstein, un microstato che dalla sua adesione allo Spazio economico europeo nel 1995 si è andato gradualmente sempre più integrando nello spazio commerciale europeo, dato che ha già trasposto il 98,4 per cento delle direttive comunitarie nel diritto nazionale, e visto che fa parte del mercato unico, non ho ragione di oppormi alla sua adesione allo spazio Schengen.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto.(FR) Un microstato situato tra Svizzera e Austria, il Liechtenstein ha una superficie di 160 km² e una popolazione di 35 000 abitanti. Benché tale paese non faccia parte dell’Unione europea, è associato alla medesima in virtù dello Spazio economico europeo (SEE). Applica quasi interamente la legislazione europea e ha chiesto di aderire all’area Schengen per la libera circolazione delle persone. Alla luce della tradizione di cooperazione che sussiste tra Unione europea e Liechtenstein e dell’assenza di minacce correlate all’adesione del paese all’area the Schengen, ho votato a favore della sua adesione.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della raccomandazione in base alla quale il 28 febbraio 2008 è stato sottoscritto il protocollo tra l’Unione europea, la Comunità europea, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein sull’adesione del Principato del Liechtenstein all’accordo tra l’Unione europea, la Comunità europea e la Confederazione svizzera sull’associazione di quest’ultima all’attuazione, applicazione e sviluppo dell’acquis di Schengen.

La Svizzera ha aderito autonomamente all’area Schengen il 12 dicembre 2008, con l’abolizione dei controlli di frontiera e dei controlli terrestri, seguita dall’abolizione dei controlli di frontiera negli aeroporti per i voli interni all’area Schengen il 29 marzo 2009. Per la prima volta si è resa necessaria la creazione di posti di controllo in un luogo in cui da 100 anni non vi era praticamente nessuna frontiera. I 41 chilometri che separano i due paesi sono diventati una frontiera Schengen esterna.

Nel 2007 il Parlamento europeo venne interpellato per la prima volta con una richiesta di parere in merito alla sottoscrizione di tale protocollo. In seguito a una richiesta della relatrice allora designata – onorevole Klamt – l’11 giugno 2007 la commissione giuridica espresse il proprio parere unanime, raccomandando di modificare la base giuridica in modo da fare riferimento al secondo paragrafo dell’articolo 300, terzo paragrafo, del trattato che istituisce la Comunità europea, che presuppone il parere conforme e non la semplice consultazione del Parlamento europeo.

Accolgo con favore le nuove norme introdotte dal trattato di Lisbona, che consentono al Parlamento europeo di ottenere informazioni più precise sugli accordi internazionali.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Venticinque anni fa, cinque Stati membri decisero di abolire i confini nazionali tra di loro e di creare un’unica frontiera esterna. Attualmente, tutti gli Stati membri sono membri a pieno titolo di Schengen, ad eccezione di Regno Unito, Irlanda, Cipro, Bulgaria e Romania. Vi sono inoltre tre Stati associati: Norvegia, Islanda e Svizzera; Liechtenstein dovrebbe diventare il quarto. La speranza era che il Liechtenstein si associasse a Schengen contestualmente all’adesione della Svizzera, nel 2008. Il processo non si è tuttavia svolto come previsto, soprattutto a causa delle riserve espresse da due Stati membri, Germania e Svezia, in merito a questioni legate all’evasione fiscale. L’adesione della sola Svizzera rese necessaria l’introduzione di posti di controllo in luoghi in cui, da più di cento anni, non esisteva alcuna reale frontiera, e i 41 km che dividevano la Svizzera dal Liechtenstein divennero una frontiera esterna.

Alla luce delle nuove norme introdotte dal trattato di Lisbona, che consentono al Parlamento di essere associato più da vicino alla conclusione di accordi internazionali, e poiché le riserve esistenti in seno al Consiglio sono state ritirate, propongo che il Parlamento autorizzi la conclusione di questo protocollo e auspico che il Liechtenstein possa aderire a Schengen il prima possibile.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione, in quanto reputo necessario e naturale eliminare i controlli di frontiera con il Liechtenstein, alla luce sia delle dimensioni di questo paese, sia dei rapporti con i paesi limitrofi, Austria e Svizzera, con cui condivide una tradizione di libera circolazione. Inoltre, l’associazione efficace del Liechtenstein con l’acquis di Schengen e di Dublino sarà una transizione indolore, in quanto tale paese ha già trasposto gran parte della legislazione comunitarie e, per l’accesso a SIS e VIS, utilizza la stessa infrastruttura della Svizzera, un paese già membro di Schengen.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce della politica delle frontiere aperte vigente tra il Principato del Liechtenstein e la Confederazione svizzera, si supponeva che i due paesi avrebbero aderito contestualmente all’area Schengen. Invece, le cose non sono andate così. La Svizzera ha aderito autonomamente all’area Schengen, il 12 dicembre 2008. Tuttavia, nell’accordo di adesione della Svizzera era già prevista la possibile adesione del Liechtenstein mediante un protocollo, che è ora soggetto all’approvazione del Parlamento. Tale adesione ha imposto per la prima volta la creazione di posti di controllo tra il Liechtenstein e Svizzera, in luoghi in cui da un secolo non esisteva alcuna frontiera.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La raccomandazione in oggetto suggerisce al Parlamento di avallare la sottoscrizione di un protocollo tra l’Unione europea, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein sull’adesione del Principato del Liechtenstein all’accordo tra l’Unione europea, la Comunità europea e la Confederazione svizzera riguardante l’associazione della Svizzera all’attuazione, all’applicazione e allo sviluppo dell’acquis di Schengen, sottoscritto il 28 febbraio 2008.

L’accordo di Schengen mira alla creazione di un territorio in cui viga la libera circolazione di persone e beni, senza frontiere esterne tra gli Stati, ma con un’unica frontiera esterna. In seguito al trattato di Amsterdam del 1999, l’Unione europea ha integrato la cooperazione di Schengen nel quadro dei suoi poteri giuridici. Il Principato del Liechtenstein e la Confederazione svizzera praticavano da decenni una politica di frontiere aperte, con la libera circolazione delle persone. L’adesione della Svizzera all’area Schengen nel 2008 generò un problema di circolazione tra i due paesi, trasformando il confine tra i due in una frontiera esterna, e l’obiettivo attuale è quello di risolvere questo problema.

Pertanto, alla luce dei vantaggi derivanti dall’entrata in vigore di questo protocollo, non vi è nulla che ne impedisca l’adozione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) L’accordo di Schengen risale al 1985, quando venne stipulato tra Germania, Belgio, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi. L’accordo e la relativa convenzione adottata nel 1990 mirano ad abolire i controlli sistematici alle frontiere comuni e a introdurre un regime che permetta la libera circolazione delle persone.

La convenzione di Schengen ha abolito i controlli alle frontiere interne dei paesi firmatari e ha dato vita a un’unica frontiera esterna con norme comuni in materia di controlli delle frontiere esterne, una politica dei visti comune, cooperazione giudiziaria e di polizia e la creazione del Sistema d’informazione Schengen (SIS).

L’area Schengen comprende attualmente 15 Stati membri: i paesi membri dell’UE (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia, Repubblica ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia) oltre a tre paesi associati non UE (Norvegia, Islanda e Svizzera). Al momento, Bulgaria, Romania e Cipro applicano solo in parte l’acquis di Schengen e alle loro frontiere si svolgono pertanto ancora i controlli doganali.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della relazione Coelho. Benché la Scozia non faccia parte dell’area Schengen, condividiamo determinate parti dell’acquis di Schengen. Il governo scozzese è stato attivamente coinvolto nella questione a livello di Consiglio e sono lieto di appoggiare tale lavoro.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della raccomandazione in base alla quale il 28 febbraio 2008 è stato sottoscritto il protocollo tra l’Unione europea, la Comunità europea, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein sull’adesione del Principato del Liechtenstein all’accordo tra l’Unione europea, la Comunità europea e la Confederazione svizzera sull’associazione di quest’ultima all’attuazione, applicazione e sviluppo dell’acquis di Schengen. La Svizzera ha aderito autonomamente all’area Schengen il 12 dicembre 2008, con l’abolizione dei controlli di frontiera e dei controlli terrestri, seguita dall’abolizione dei controlli di frontiera negli aeroporti per i voli interni all’area Schengen il 29 marzo 2009. Per la prima volta si è resa necessaria la creazione di posti di controllo in un luogo in cui da 100 anni non vi era praticamente nessuna frontiera. I 41 chilometri che separano i due paesi sono diventati una frontiera Schengen esterna. Accolgo con favore le nuove norme introdotte dal trattato di Lisbona, che consentono al Parlamento europeo di essere meglio informato sugli accordi internazionali. L’ampliamento graduale dell’area Schengen ha consentito a paesi terzi che intrattengono rapporti speciali con l’Unione europea di partecipare alla cooperazione di Schengen. Il prerequisito di associazione all’acquis di Schengen per i paesi non UE è un accordo sulla libera circolazione delle persone tra questi paesi e l’Unione europea. Per tali Stati, la partecipazione comporta quanto segue: l’adesione a quest’area che non prevede controlli alle frontiere interne; l’applicazione delle disposizioni dell’acquis di Schengen e di tutti i testi rilevanti ai fini di Schengen adottati ai sensi del medesimo; il coinvolgimento in decisioni relative ai testi rilevanti ai fini di Schengen.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Egregio Presidente, cari colleghi, nel 2008 è stato firmato un protocollo riguardante l'adesione del Principato del Liechtenstein all'accordo UE, CE e Svizzera, da cui deriva per il suddetto Principato l'obbligo di provvedere all'attuazione, all'applicazione e allo sviluppo dell'acquis di Schengen. Ed in effetti, pur avendo aderito allo Spazio Economico Europeo già nel 1995, ed essendosi adeguato progressivamente alle norme europee attraverso la trasposizione di molte direttive nel proprio diritto interno, il Principato del Liechtenstein non aveva ancora avviato le trattative per l'adesione agli accordi di Schengen. Con l'accordo, che ho infatti sostenuto, sono stati stabiliti dei diritti e dei doveri per entrambe le parti contraenti consentendo, così, la libera circolazione delle persone. Sono, altresì, state introdotte una serie di norme applicative di quanto disposto in materia di accordi internazionali dal Trattato di Lisbona, in modo da ritagliare per il Parlamento europeo un ruolo maggiormente incisivo in termini di informazione e approvazione degli stessi.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della relazione. Il Liechtenstein è un microstato alpino dell’Europa occidentale senza sbocco sul mare, che confina con la Svizzera a ovest e a sud e con l’Austria a est. Ha una superficie di 160 km2, una popolazione stimata di 35 000 abitanti e il prodotto interno lordo pro capite più elevato del mondo. Dalla sua adesione allo Spazio economico europeo (SEE) nel 1995, il Liechtenstein si è gradualmente sempre più integrato nello spazio commerciale europeo. La giurisdizione ha ora trasposto il 98,4 per cento delle direttive comunitarie nel diritto nazionale. Il Liechtenstein fa inoltre parte del mercato unico, in cui si applicano tutte le norme fondamentali in vigore per tutti gli Stati aderenti.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) L’adesione di nuovi paesi al Sistema d’informazione Schengen (SIS) è essenziale per il traguardo di un’Europa senza frontiere. Il Liechtenstein fa parte dello Spazio economico europeo dal 1995 e da allora ha avviato un processo di integrazione graduale nell’area commerciale europea. è stato sottoposto a svariate procedure di valutazione, soprattutto in materia di protezione dei dati, SIS, frontiere aeree, terrestri e marittime, cooperazione delle forze dell’ordine e politica dei visti. Aderendo a tale accordo, il Liechtenstein entrerà a far parte dell’acquis di Schengen.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo di Schengen è stato siglato il 14 giugno 1985 tra Germania, Belgio, Francia, Lussemburgo e Paesi Bassi. La cooperazione di Schengen costituisce ora parte integrante del quadro legale e istituzionale dell’Unione europea e comprende 25 Stati membri di Schengen, oltre a tre paesi associati al SEE: Norvegia, Islanda e Svizzera. La Svizzera ha aderito autonomamente all’area Schengen il 12 dicembre 2008, con l’abolizione dei controlli di frontiera e dei controlli terrestri, seguita dall’abolizione dei controlli di frontiera negli aeroporti per i voli interni all’area Schengen il 29 marzo 2009. Poiché il Liechtenstein non si è associato e sussiste una politica molto attiva di libera circolazione tre i due paesi, per la prima volta si è resa necessaria la creazione di posti di controllo in un luogo in cui da 100 anni non vi era praticamente nessuna frontiera. I 41 chilometri che separano i due paesi sono diventati una frontiera Schengen esterna. L’accordo in oggetto abolisce tale barriera mediante l’adesione a Schengen del Principato del Liechtenstein. Accolgo con favore le nuove norme introdotte dal trattato di Lisbona, che consentono al Parlamento di svolgere un ruolo attivo nell’adozione di tali accordi. Per le suddette ragioni, ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo sull’associazione della Confederazione svizzera all’acquis di Schengen, in vigore dal 1° marzo 2008, prevedeva in maniera esplicita la possibile adesione del Liechtenstein mediante un protocollo. Alla luce della politica delle frontiere aperte praticata da decenni tra il Principato del Liechtenstein e la Confederazione svizzera, si supponeva che entrambi i paesi avrebbero aderito contemporaneamente all’area Schengen. Tuttavia, le cose sono andate diversamente, e la Svizzera ha aderito autonomamente all’acquis di Schengen il 12 dicembre 2008. Si è resa pertanto necessaria la creazione di posti di controllo in un luogo in cui da 100 anni non vi era praticamente nessuna frontiera. Per superare tale barriera, e dato che il Liechtenstein fa parte dello Spazio economico europeo e del mercato unico, ho dato il mio consenso alla conclusione di questo protocollo, nella speranza di poter finalmente conseguire l’obiettivo dell’associazione del Liechtenstein all’acquis di Schengen.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Nel 2007 il Parlamento europeo venne interpellato per la prima volta con una richiesta di parere in merito alla sottoscrizione di tale protocollo. In seguito a una richiesta della relatrice allora designata – onorevole Klamt – l’11 giugno 2007 la commissione giuridica espresse il proprio parere unanime, raccomandando di modificare la base giuridica in modo da fare riferimento al secondo paragrafo dell’articolo 300, terzo paragrafo, del trattato che istituisce la Comunità europea (le proposte di decisioni del Consiglio tese a modificare il “quadro istituzionale specifico” previsto nell’accordo principale, di cui la proposta di protocollo costituisce parte integrante), che presuppone il parere conforme e non la semplice consultazione del Parlamento europeo.

Per tale ragione, e con l’imminente entrata in vigore del trattato di Lisbona, questa relazione è stata rinviata alla commissione LIBE.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Ho votato a favore di questa raccomandazione perché ritengo possa contribuire all'attuazione, all'applicazione e allo sviluppo dell'acquis di Schengen in Paesi come l'Islanda, il Regno di Norvegia, la Confederazione Svizzera e il Principato del Liechtenstein.

È infatti importante che questi Paesi partecipino al Fondo per le frontiere esterne per il periodo 2007-2013, in conformità con le disposizioni e gli accordi vigenti. Per un'Europa sempre più unita, ma che non perda di vista la concretezza, la loro partecipazione sarà regolamentata da disposizioni complementari che garantiranno anche la tutela degli interessi finanziari della Comunità e il potere di controllo della Corte dei conti.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Mi sono espresso a favore dell’accordo in merito all’adesione del Liechtenstein all’accordo sull’acquis di Schengen, in quanto si tratta di un provvedimento logico che non ci comporterà alcun problema. Possiamo sicuramente aspettarci che l’esecuzione dell’accordo non incontri alcuna difficoltà.

 
  
  

Raccomandazione Hohlmeier (A7-0013/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D) , per iscritto. – (PT) Voto a favore di questa raccomandazione, in quanto l’accordo sottoscritto il 26 ottobre 2004 con la Confederazione svizzera relativo ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera prevede la possibile adesione del Liechtenstein all’acquis di Dublino mediante un protocollo. Data la politica delle frontiere aperte praticata tra i due paesi e il fatto che, nel 2001, il Liechtenstein ha manifestato l’interesse ad aderire all’accordo, ma ciò non si è verificato a causa di divergenze d’opinione tra Consiglio e Parlamento poi risolte dal trattato di Lisbona, non c’è ragione per opporsi alla conclusione di questo accordo.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questo documento, che sancisce che l’accordo sottoscritto il 26 ottobre 2004 con la Confederazione svizzera relativo ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera (il cosiddetto “accordo di Dublino con la Svizzera”) prevede la possibile adesione del Liechtenstein all’acquis di Dublino mediante un protocollo.

Il 27 febbraio 2006 il Consiglio ha autorizzato la Commissione ad avviare i negoziati con il Liechtenstein e la Svizzera. In seguito ai negoziati, è stato presentato il progetto di protocollo relativo all’adesione del Liechtenstein all’accordo di Dublino con la Svizzera. La base giuridica della proposta della Commissione del 4 dicembre 2006 concernente un protocollo sull’adesione del Liechtenstein era l’articolo 300, paragrafo 3, comma 1, del trattato che istituisce la Comunità europea, che prevedeva la consultazione del Parlamento.

Accolgo con favore il nuovo rinvio al Parlamento del progetto di decisione del Consiglio e di conseguenza il proseguimento dei negoziati sull’adesione del Liechtenstein all’accordo di Dublino con la Svizzera. Occorre ottenere l’autorizzazione del Parlamento, come richiesto in prima lettura, per concludere tale accordo col Liechtenstein. Alla luce della conclusione favorevole dei negoziati con il Liechtenstein e della modifica della base giuridica, andrebbe autorizzata la conclusione del protocollo in oggetto.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo relativo ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l'esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera – l’accordo di Dublino/Eurodac – è stato stipulato nel 2004. Data l’esistenza di una politica delle frontiere aperte per la libera circolazione delle persone, praticata ormai da decenni tra la Svizzera e il Liechtenstein, l’associazione di quest’ultimo ai negoziati sarebbe stata una mossa logica. Pur avendo manifestato il proprio interesse, il Liechtenstein è stato escluso, in quanto non aveva ancora sottoscritto un accordo in materia di tassazione dei risparmi con la Comunità europea.

Alla luce delle nuove norme del trattato di Lisbona, che consentono al Parlamento di essere coinvolto più strettamente nella conclusione di accordi internazionali, e visto che il Liechtenstein ha concluso l’accordo in questione, in vigore dal 1° luglio 2005, accolgo con favore la decisione del Parlamento di autorizzare la conclusione di tale protocollo.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Nel 2004 è stato stipulato con la Svizzera un accordo relativo ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera. Tale accordo prevede la possibile adesione del Liechtenstein mediante un protocollo. Il 27 febbraio 2006 il Consiglio ha autorizzato la Commissione ad avviare i negoziati con il Liechtenstein e la Svizzera. Il 21 giugno 2006 si sono conclusi i negoziati ed è stato siglato il progetto di protocollo sull’adesione del Liechtenstein all’accordo di Dublino con la Svizzera. Ora spetta al Parlamento autorizzare la conclusione di tale protocollo. Ritengo che tale autorizzazione vada concessa, per questo voto a favore della raccomandazione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il Consiglio ha presentato un progetto di protocollo tra l’Unione europea, la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein sull’adesione del Principato del Liechtenstein all’accordo tra la Comunità europea e la Confederazione svizzera relativo ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera.

Accolgo con favore l’adozione di tale protocollo, che riguarda l’Unione europea e due Stati che vantano una tradizione di buoni rapporti di vicinato e di libera circolazione delle persone. Convengo con le conclusioni presentate dalla relatrice, e accolgo con particolare favore il proseguimento dei negoziati sull’adesione del Principato del Liechtenstein all’accordo di Dublino con la Svizzera, che spero venga siglato al più presto.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Si tratta di questioni correlate al diritto di asilo e ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera.

L’accordo concluso il 26 ottobre 2004 con la Confederazione svizzera relativo ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera – l’accordo di Dublino con la Svizzera – prevede la possibile adesione del Liechtenstein a tale acquis.

Alla luce della politica delle frontiere aperte per la libera circolazione delle persone praticata da decenni tra il Liechtenstein e la Svizzera, nel 2001 il Liechtenstein ha manifestato il proprio interesse ad aderire all’accordo di Dublino con la Svizzera. Tuttavia, non è stato coinvolto nei negoziati con la Svizzera in quanto non aveva ancora concluso un accordo in materia di tassazione del risparmio con l’UE.

In seguito alla successiva conclusione ed entrata in vigore di tale accordo tra UE e Liechtenstein, quest’ultimo ha confermato il proprio desiderio di aderire all’acquis di Dublino nel 2005.

Nel 2006 il Consiglio ha autorizzato la Commissione ad avviare i negoziati con Liechtenstein e Svizzera. I negoziati si sono conclusi e il progetto di protocollo è stato siglato.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questo documento, che sancisce che l’accordo sottoscritto nel 2004 con la Confederazione svizzera relativo ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera (il cosiddetto “accordo di Dublino con la Svizzera”) prevede la possibile adesione del Liechtenstein all’acquis di Dublino mediante un protocollo. Accolgo con favore il nuovo rinvio al Parlamento del progetto di decisione del Consiglio e di conseguenza il proseguimento dei negoziati sull’adesione del Liechtenstein all’accordo di Dublino con la Svizzera. Alla luce della conclusione favorevole dei negoziati con il Liechtenstein e della modifica della base giuridica, andrebbe autorizzata la conclusione del protocollo in oggetto.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Egregio Presidente, cari colleghi, la raccomandazione alla Commissione, che mi ha trovato favorevole, riguarda i criteri ed i meccanismi che consentono di determinare lo Stato competente per l'esame di una domanda di asilo, introdotta in uno degli Stati membri, in Svizzera e, se il Protocollo sarà ratificato, come la maggioranza del Parlamento europeo auspica, anche nel Principato del Liechtenstein. L'oggetto dell'accordo di Dublino è quello di dotare i Paesi aderenti di criteri atti a stabilire quale sia lo Stato competente ad esaminare una domanda di asilo, garantendo un miglior trattamento per i richiedenti tale status ed, allo stesso tempo, dotando i Paesi di strumenti di lotta alla criminalità organizzata. L'importanza di tali argomenti, quali la protezione dei rifugiati e la sicurezza internazionale, richiede un impegno attento e costante da parte di tutte le istituzioni europee affinché tutti i rifugiati o i richiedenti asilo possano fare affidamento su criteri e riferimenti giuridici e normativi certi.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Accolgo con favore il nuovo rinvio al Parlamento del progetto di decisione del Consiglio e di conseguenza il proseguimento dei negoziati sull’adesione del Liechtenstein all’accordo di Dublino con la Svizzera. Occorre ottenere l’autorizzazione del Parlamento, come richiesto in prima lettura, per concludere tale accordo col Liechtenstein. Appoggio la conclusione del protocollo. Alla luce della conclusione favorevole dei negoziati con il Liechtenstein e della modifica della base giuridica, ho votato a favore della concessione dell’autorizzazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore il fatto che il Parlamento sia stato nuovamente consultato sul progetto di decisione del Consiglio e che i negoziati sull’adesione del Liechtenstein all’accordo di Dublino con la Svizzera possano pertanto procedere. In linea con le richieste espresse dal Parlamento in prima lettura, occorre l’approvazione del Parlamento per la conclusione di questo protocollo con il Liechtenstein. Alla luce del legame che già sussiste tra Liechtenstein e UE, ritengo che la sottoscrizione del protocollo sia importante, con le relative modifiche alla base giuridica. Per questo ho espresso tale voto.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo concluso il 26 ottobre 2004 con la Confederazione svizzera relativo ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera, noto come cccordo di Dublino con la Svizzera, prevede la possibile adesione del Liechtenstein all’acquis di Dublino mediante un protocollo. Data la politica delle frontiere aperte per la libera circolazione delle persone praticata da decenni tra i due paesi, nel 2005 il Liechtenstein ha manifestato nuovamente l’interesse ad aderire all’accordo di Dublino con la Svizzera, ma ciò non si è verificato sino ad ora a causa diverse ragioni: in primo luogo, perchè non erano stati conclusi altri accordi che erano ancora in fase negoziale con il Liechtenstein; in secondo luogo, perché vigeva una controversia sulla base giuridica, e successivamente a causa dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona. Gli obiettivi del Parlamento si realizzano finalmente nel momento in cui lo stesso viene interpellato per emettere parere favorevole, e non solo ai fini della consultazione. Accolgo con favore tale fatto e voto a favore della relazione in oggetto.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) L’accordo concluso il 26 ottobre 2004 con la Confederazione svizzera relativo ai criteri e ai meccanismi che permettono di determinare lo Stato competente per l’esame di una domanda di asilo introdotta in uno degli Stati membri o in Svizzera, l’accordo di Dublino, prevede la possibile adesione del Liechtenstein all’acquis di Dublino mediante un protocollo. Data la politica delle frontiere aperte per la libera circolazione delle persone praticata da decenni tra i due paesi, nel 2001 il Liechtenstein ha manifestato l’interesse ad aderire all’accordo di Dublino con la Svizzera, ma non è stato coinvolto nei negoziati in quanto non era ancora stato concluso con l’Unione europea un accordo in materia di tassazione del risparmio. In seguito alla successiva conclusione ed entrata in vigore di questo accordo tra la Comunità europea e il Liechtenstein il 10 giugno 2005, il paese ha ribadito il suo desiderio di essere associato all’acquis di Dublino. Le obiezioni del Consiglio in merito alla base giuridica sono state superate e si è resa necessaria l’approvazione del Parlamento, pertanto ritengo che siano state soddisfatte tutte le condizioni per accordare l’autorizzazione a tale protocollo con il Liechtenstein.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Benché la relatrice accolga con favore il nuovo rinvio al Parlamento del progetto di decisione del Consiglio e, pertanto, il proseguimento dei negoziati sull’adesione del Liechtenstein all’accordo di Dublino con la Svizzera, e chieda l’autorizzazione del Parlamento, il gruppo Verts/ALE ha deciso di non seguire tale consiglio. Abbiamo pertanto votato contro la proposta, lo stesso voto espresso anche in sede di commissione LIBE.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Ho votato a sostegno di questa relazione perché favorevole alla conclusione del protocollo per l'adesione del Liechtenstein all'accordo di Dublino con la Svizzera. Questo accordo ha già permesso a suo tempo alla Svizzera di avvalersi d'importanti strumenti di lotta contro la criminalità internazionale e l'immigrazione illegale.

Non solo: tramite il coordinamento così istituito, le domande di asilo multiple e quelle abusive possono essere prevenute. L'obiettivo ora è quello di permettere al Liechtenstein di trarre gli stessi benefici, avvicinandolo ulteriormente all'obiettivo finale di una piena adesione all'Unione europea.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Ho avuto il piacere di votare a favore dell’adesione del Liechtenstein all’accordo in materia di regime comunitario degli asili, in modo da impedire la presentazione di domande di asilo molteplici all’UE e al Liechtenstein. Se il Liechtenstein respingerà una domanda di asilo, la stessa non verrà accolta nemmeno nell’Unione europea e viceversa. Oltre a semplificare la procedura, abbiamo anche migliorato l’armonizzazione.

 
  
  

Raccomandazione Macovei (A7-0011/011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto.(PT) Voto a favore della raccomandazione, visto che l’attuale accordo UE-Brasile garantisce un’esenzione reciproca dal visto per viaggi a scopo turistico e professionale a tutti i cittadini brasiliani e comunitari, compresi i cittadini dei quattro Stati membri che al momento non godono di un’esenzione dal visto per il Brasile. Poiché l’accordo integra e non sostituisce gli accordi esistenti tra diversi Stati membri e il Brasile, che riguardano viaggi per fini diversi da quelli turistici e professionali o per attività retribuite, non c’è ragione per non stipularlo. La durata del soggiorno nell’area Schengen è stata limitata a tre mesi in un periodo qualsiasi di sei mesi, per non suscitare preoccupazioni sulla permanenza clandestina di cittadini brasiliani.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione sulla conclusione dell’accordo UE-Brasile in materia di esenzione dal visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti ordinari. Tale accordo UE-Brasile concede un’esenzione reciproca dal visto per viaggi a scopo turistico e professionale, in base alla definizione dell’accordo, a tutti i cittadini brasiliani e comunitari, compresi i cittadini dei quattro Stati membri – Estonia, Lettonia, Cipro e Malta – che al momento non godono di un’esenzione dal visto per il Brasile. Va rilevato che, ai sensi della politica comune in materia di visti e della competenza esclusiva dell’Unione europea in tale settore, solo l’Unione può negoziare e concludere un accordo in materia di esenzione dal visto, e non i singoli Stati membri.

Un aspetto importante ai fini della salvaguardia della parità di trattamento di tutti i cittadini comunitari è l’introduzione nell’accordo di una disposizione che sancisce che il Brasile può sospendere o rescindere tale accordo solamente rispetto a tutti gli Stati membri dell’UE. Analogamente, anche l’Unione può sospendere o rescindere l’accordo soltanto con effetto su tutti i suoi Stati membri. Convengo con il parere della relatrice secondo cui occorre assicurare l’attuazione del principio di reciprocità nella politica comunitaria in materia di visti.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ai sensi del regolamento del Consiglio (CE) n. 539/2001, i cittadini brasiliani possono recarsi in tutti gli Stati membri dell’Unione europea senza un visto per soggiorni di breve durata. Tuttavia, il Brasile richiede tuttora un visto ai cittadini di quattro Stati membri (Estonia, Cipro, Malta and Lettonia) che desiderano entrare nel suo territorio. Gli altri paesi membri detengono accordi bilaterali in materia di visti con il Brasile, ai sensi dei quali i loro cittadini sono autorizzati a recarsi in Brasile per soggiorni di breve durata senza un visto.

In virtù della sua competenza esterna esclusiva in questo settore, soltanto l’Unione europea è autorizzata a negoziare e concludere un accordo di esenzione dal visto, e non i singoli Stati membri. Pertanto, il 18 aprile del 2008 il Consiglio ha adottato una decisione che autorizza la Commissione ad avviare i negoziati per la conclusione di un accordo in materia di esenzione dal visto per soggiorni di breve durata tra l’Unione europea e il Brasile. In seguito alla conclusione dei negoziati, è stato siglato l’accordo che è poi stato sottoscritto formalmente a nome dell’Unione e del Brasile a Bruxelles l’8 novembre 2010.

Reputo essenziale autorizzare la conclusione di questo accordo in materia di esenzione dal visto, di modo che tutti i cittadini comunitari, compresi quelli provenienti da Estonia, Lettonia, Malta e Cipro, possano recarsi senza visto in Brasile per viaggi turistici e professionali, analogamente ai cittadini brasiliani, che possono già recarsi in tutti i paesi membri dell’Unione europea senza aver bisogno di visto. Dobbiamo applicare senza indugio la politica europea comune in materia di visti.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Benché i cittadini brasiliani possano recarsi in tutti gli Stati membri dell’UE senza dover richiedere il visto, in caso di soggiorni di breve durata, vi sono tuttavia quattro paesi membri dell’UE (Estonia, Cipro, Malta e Lettonia) i cui cittadini devono essere provvisti di visto per entrare in territorio brasiliano. Benché tutti gli altri Stati membri abbiano negoziato accordi bilaterali con il Brasile in modo da garantire un’esenzione dal visto per i soggiorni di breve durata, al momento non è tuttavia più permesso agli Stati membri sottoscrivere questo genere di accordi su base individuale.

Pertanto, l’Unione europea detiene un mandato esterno esclusivo nel campo della politica comune dei visti. L’8 novembre 2010 è stato pertanto concluso un accordo tra UE e Brasile, che garantisce un’esenzione reciproca dal visto per viaggi a scopo turistico o professionale a tutti i cittadini brasiliani e comunitari. Accolgo con favore il fatto che l’accordo garantisca in questo modo la parità di trattamento a tutti i cittadini comunitari, assicurando che tale accordo possa essere sospeso o rescisso, dal Brasile o dall’UE, solamente se applicato a tutti i suoi Stati membri.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa raccomandazione in quanto garantisce la parità di trattamento di tutti i cittadini europei ai sensi della politica comune in materia di visti tra UE e Brasile. L’accordo non sostituisce, bensì integra gli accordi bilaterali esistenti, che riguardano i viaggi a scopo diverso dal turismo o dall’attività professionale.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Nel corso dell’ultima Presidenza portoghese, l’Unione europea ha stipulato un partenariato strategico speciale con il Brasile. Nello spirito a cui dovrebbe ispirarsi anche questo accordo analogo, sono naturalmente da accogliere con favore tutte le misure che eliminano gli ostacoli ai contatti tra i cittadini europei e quelli di quest’altro paese di lingua portoghese. Poiché quattro paesi europei non godono ancora della suddetta esenzione, ritengo che sia solo vantaggioso estendere anche a loro tale regime e valutare pertanto in senso positivo l’accordo che ci viene ora proposto. Per quanto riguarda le relazioni UE-Brasile, va ricordato che l’importanza strategica di tale paese giustifica da tempo la formazione di una delegazione specifica, come già accade con gli altri paesi che compongono il quartetto Brasile, Russia, India e Cina, nonché con paesi obiettivamente meno importanti sul palcoscenico internazionale.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto.(PT) Ai sensi del regolamento (CE) n. 539/2001, i cittadini brasiliani possono recarsi in tutti gli Stati membri dell’Unione europea senza visto, a condizione che si tratti di soggiorni di breve durata.

Tuttavia, non tutti i cittadini dell’Unione europea godono dei medesimi privilegi. I cittadini dei seguenti paesi si trovano in questa situazione: Estonia, Cipro, Malta e Lettonia. Ciò significa non rispettare il “principio di reciprocità”.

Per far sì che tali cittadini ricevano lo stesso trattamento degli altri abitanti di UE e Brasile, occorre stipulare un accordo tra UE e Brasile. Non possiamo accettare un’Unione europea a due velocità, pertanto accolgo con favore l’adozione di questo accordo, non soltanto perché sembra intrinsecamente giusto, bensì anche perché pone termine a uno dei pochi casi di discriminazione negativa che ancora sussistono tra i cittadini dell’Unione europea.

 
  
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  Carlo Fidanza (PPE), per iscritto. – Ho deciso, insieme ai miei colleghi italiani del PPE, di astenermi sulla votazione di oggi riguardante i rapporti tra Unione europea e Brasile in materia di esenzione dal visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti ordinari poiché, visto quanto espresso dalla risoluzione sul caso Battisti, avrei preferito che il voto fosse rinviato in attesa della nuova decisione della Corte federale del Brasile in merito all'estradizione del criminale Cesare Battisti.

Data la non urgenza del dossier, rinviarlo alla prossima tornata o a quella di aprile non avrebbe certo costituito un problema, soprattutto se pensiamo al dolore delle famiglie delle vittime del pluriomicida Battisti. Quelle stesse famiglie che da 31 anni aspettano che giustizia venga fatta e che Battisti possa scontare la pena prevista dalla giustizia italiana nelle nostre carceri.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La questione riguarda il rilascio di un passaporto comune ai paesi UE ancora soggetti all’esenzione per soggiorni di breve durata.

La relazione è a favore della conclusione, quanto prima, di questo accordo sull’esenzione dal visto, per permettere a tutti i cittadini dell’Unione europea, compresi quelli di Estonia, Lettonia, Malta e Cipro, di recarsi liberamente in Brasile per fini turistici e professionali, così come i cittadini brasiliani possono già recarsi senza visto in tutti gli Stati membri. Si tratta di applicare il principio di reciprocità ai visti.

Il Parlamento ritiene di dover portare avanti la reciprocità in materia di visti fintantoché tutti i cittadini di tutti gli Stati membri non possano entrare, senza bisogno di visto, in tutti i paesi i cui cittadini possono già recarsi nell’Unione europea senza visto, tra cui USA e Canada. Riteniamo che sia giusto.

 
  
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  Jacqueline Foster (ECR), per iscritto.(EN) L’industria europea del trasporto aereo e i suoi utenti non hanno avuto vita facile negli ultimi mesi! La famigerata crisi delle ceneri vulcaniche si è verificata proprio nel momento in cui le linee aeree, e naturalmente anche i loro passeggeri, si trovavano a far fronte agli effetti di una difficilissima recessione.

Eppure, nel bel mezzo di queste sfide ecco arrivare una buona notizia per compagnie aeree e passeggeri! La votazione odierna sull’accordo tra Unione europea e Brasile in materia di servizi aerei si traduce in vantaggi reciproci ingenti.

In primo luogo, il Brasile è un partner strategicamente molto importante per l’Unione europea, con un mercato potenziale futuro enorme. Attualmente, più di quattro milioni di passeggeri l’anno volano tra il Brasile e l’UE. In un paese con un settore turistico in rapido sviluppo, queste cifre non possono che aumentare.

Dal punto degli affari, San Paolo è la capitale finanziaria dell’America meridionale. Lo sviluppo dei settori petroliferi e finanziari, altamente specializzati, porterà a una maggiore domanda di spostamenti aerei.

La conquista più importante in tal senso è l’abolizione delle restrizioni nazionali negli accordi bilaterali esistenti tra gli Stati membri e il Brasile. Si tratta di un primo passo importantissimo per rafforzare le relazioni UE-Brasile nel campo del trasporto aereo, che hanno consentito al Brasile e all’Unione europea di procedere alla negoziazione di un accordo globale sui trasporti aerei.

(La dichiarazione di voto viene interrotta ai sensi all’articolo 170 del regolamento)

 
  
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  Salvatore Iacolino (PPE), per iscritto. – Mi sono astenuto sul voto finale della relazione Macovei, come peraltro ho fatto sulle relazioni Ţicău ed Enciu, per esprimere il mio disappunto sull'atteggiamento tenuto dal Governo brasiliano in ordine all'estradizione del terrorista Battisti.

Gli accordi di esenzione dei visti e sui servizi aerei confermano le buone relazioni tra Brasile e Unione europea. Ho richiesto in sede di commissione LIBE che venga ascoltato l'Ambasciatore presso l'Unione europea al fine di confrontarci su temi fondamentali come il rispetto dei diritti umani, il contrasto al terrorismo, i profili di libertà e sicurezza in Europa e in Brasile. Confidando che si possa pervenire a risultati concreti nell'interesse del cittadino europeo e del popolo brasiliano.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione sulla conclusione dell’accordo tra l’Unione europea e la Repubblica federativa del Brasile in materia di esenzione dal visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti ordinari. In conformità del regolamento (CE) n. 539/2001 del Consiglio, i cittadini brasiliani possono

recarsi in tutti gli Stati membri dell’Unione europea senza bisogno del visto se il soggiorno è di breve durata. Il Brasile continua tuttavia a imporre l’obbligo di visto ai cittadini di quattro Stati membri (Estonia, Cipro, Malta e Lettonia) che vogliano recarsi nel suo territorio. Gli altri Stati membri hanno accordi bilaterali con il Brasile che consentono ai rispettivi cittadini di recarsi in tale paese per soggiorni di breve durata senza bisogno del visto. Date la natura della politica comune in materia di visti e la competenza esterna esclusiva dell’Unione europea in questo settore, solo l’Unione può negoziare e concludere accordi di esenzione dal visto, e non gli Stati membri singolarmente. è essenziale autorizzare la conclusione di questo accordo in materia di esenzione dal visto, cosicché tutti i cittadini comunitari, compresi gli estoni, i lettoni, i maltesi e i ciprioti, possano recarsi in Brasile senza bisogno di un visto per fini turistici e professionali, così come i cittadini brasiliani possono già recarsi in tutti i paesi membri dell’Unione europea senza visto. Dobbiamo prendere immediatamente provvedimenti in questo settore.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Mi sono espresso favorevolmente all’autorizzazione da parte del Parlamento della conclusione, il prima possibile, di questo accordo in materia di esenzione dal visto, cosicché tutti i cittadini comunitari, compresi gli estoni, i lettoni, i maltesi e i ciprioti, possano recarsi in Brasile senza bisogno di un visto per fini turistici e professionali, così come i cittadini brasiliani possono già recarsi in tutti i paesi membri dell’Unione europea senza visto. Occorre far valere senza indugio la politica comunitaria in materia di reciprocità dei visti.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE), per iscritto. – Il voto di astensione sulla relazione in merito all'accordo UE-Repubblica federale del Brasile sull'esenzione dal visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti ordinari, esprime una posizione che va al di là del merito.

Non condivido il comportamento assunto dal Governo brasiliano nella vicenda Battisti. L'estradizione, le cui procedure sono definite in un accordo bilaterale, andava concessa. L'interpretazione fornita dalle autorità giudiziarie è in violazione degli impegni assunti. La condanna, che Battisti dovrebbe scontare in Italia, è stata inflitta da un giudice ordinario, in applicazione di leggi ordinarie, per un reato comune: l'omicidio plurimo. Difficile sostenere relazioni di carattere internazionale, come quelle iscritte nelle relazioni votate dal Parlamento, con un paese che non rispetta accordi e soprattutto che esprime una opinione sul diritto fondamentale alla tutela della vita.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto.(PT) In linea con l’accordo appena adottato dal Parlamento, tutti i cittadini dell’Unione europea che desiderano recarsi in Brasile per scopi turistici e professionali non avranno bisogno di un visto per soggiorni fino a tre mesi, così come i cittadini brasiliano possono già recarsi senza visto in tutti i paesi dell’Unione europea. Tale accordo andrà soprattutto a vantaggio dei cittadini di Estonia, Lettonia, Malta e Cipro, che devono ancora richiedere un visto per entrare in Brasile. Tale accordo riguarda i titolari di passaporti ordinari. In seguito all’adozione di questo accordo, tutti i cittadini comunitari (compresi quelli di Estonia, Lettonia, Malta e Cipro, per i quali il Brasile richiede tuttora un visto) potranno entrare nel paese senza visto per viaggi di turismo e di affari, così come i cittadini brasiliani possono già recarsi senza visto in tutti gli Stati membri. La durata del soggiorno nell’area Schengen è limitata a tre mesi in un periodo qualunque di sei mesi. L’accordo riguarderà circa il 90-95 per cento di tutti i viaggiatori.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato favorevolmente, in quanto ritengo che sia essenziale aiutare il popolo brasiliano a prosperare nel suo territorio così vasto. Gli aiuti tecnologici e finanziari garantiranno la competitività alimentare e prezzi bassi. Se verranno sostenute le aree più indicate, il Brasile potrà trasformarsi da produttore agricolo a grande consumatore di beni europei, aprire un nuovo mercato di smercio e ampliare i propri servizi turistici.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto.(PT) I cittadini brasiliani possono recarsi in tutti gli Stati membri dell’Unione europea senza bisogno del visto se il soggiorno è di breve durata, in conformità al regolamento (CE) n. 539/2001 del Consiglio. Il Brasile continua tuttavia a imporre l’obbligo di visto ai cittadini di quattro Stati membri che vogliano recarsi nel suo territorio: Estonia, Cipro, Malta e Lettonia. Gli altri Stati membri hanno accordi bilaterali con il Brasile. Per affrontare tale questione, e data la competenza esterna esclusiva dell’UE in questo campo, il Consiglio ha adottato una decisione che autorizza la Commissione ad avviare negoziati in vista della conclusione di un accordo di esenzione dal visto per soggiorni di breve durata tra l’Unione europea e il Brasile. L’attuale accordo UE-Brasile, su cui mi sono espressa a favore, concede un’esenzione reciproca dal visto per i viaggi per

turismo e affari, come definita nell’accordo, a tutti i cittadini brasiliani e dell’UE, compresi i cittadini dei quattro Stati membri che attualmente non godono dell’esenzione dal visto quando si recano in Brasile. L’accordo non sostituisce ma integra gli accordi bilaterali esistenti tra diversi Stati membri dell’Unione europea e il Brasile e riguardanti i viaggi per scopi diversi da turismo e affari (ad esempio, studio e ricerca).

 
  
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  Paulo Rangel ( PPE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della conclusione dell'accordo tra l’Unione europea e la Repubblica federativa del Brasile in materia di esenzione dal visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti ordinari per garantire che, in linea con i requisiti del principio di reciprocità e del principio di parità di trattamento, tutti i cittadini comunitari – compresi i cittadini di Estonia, Lettonia, Malta e Cipro, che finora continuano ad aver bisogno di un visto per entrare in territorio brasiliano – possano recarsi in Brasile senza visto per viaggi turistici o d’affari, proprio come i cittadini brasiliani possono già recarsi negli Stati membri dell’UE senza bisogno di visto.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Il presente accordo UE-Brasile concede un’esenzione reciproca dal visto per i viaggi per turismo e affari, come definita nell’accordo, a tutti i cittadini brasiliani e dell’UE, compresi i cittadini dei quattro Stati membri che attualmente non godono dell’esenzione dal visto quando si recano in Brasile. L’accordo non sostituisce ma integra gli accordi bilaterali esistenti tra

diversi Stati membri dell'Unione europea e il Brasile e riguardanti i viaggi per scopi diversi da turismo e affari (ad esempio, studio e ricerca).

Anche le persone che si spostano per svolgere un’attività remunerata sono escluse dall’ambito di applicazione dell’accordo. Onde garantire parità di trattamento a tutti i cittadini dell’UE, l’accordo dispone che il Brasile può sospendere o denunciare l’accordo solo nei confronti di tutti gli Stati membri dell’Unione europea e, reciprocamente, che la sospensione o la denuncia dell’accordo da parte dell'Unione riguarda tutti i suoi Stati membri.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto.(PT) Il trattato di Lisbona ha stabilito che la conclusione di accordi sulla politica comune in materia di visti con paesi terzi è di competenza esclusiva dell’UE. Il regolamento (CE) n. 539/2001 del Consiglio consente già ai cittadini brasiliani di recarsi in tutti gli Stati membri dell’Unione europea senza bisogno del visto. Il Brasile continua tuttavia a imporre l’obbligo di visto ai cittadini di quattro

Stati membri (Estonia, Cipro, Malta e Lettonia) che vogliano recarsi nel suo territorio. L’accordo reciproco in materia di esenzione dal visto riguarda i viaggi per turismo o per affari, che si tradurranno in vantaggi economici per entrambe le parti. L’accordo limita la durata del soggiorno a tre mesi su sei nello spazio Schengen.

Ritengo importante sottolineare che l’accordo riguarda anche gli Stati membri che non applicano ancora appieno l’acquis di Schengen, vale a dire Cipro, Bulgaria e Romania, e garantisce ai cittadini brasiliani di recarsi senza visto per un periodo di tre mesi nel territorio di qualsiasi paese membro, indipendentemente dal periodo e per tutta l’area Schengen area. Voto a favore dell’accordo, in quanto considero essenziale evitare le discriminazioni tra i cittadini di diversi Stati membri e applicare correttamente il principio di reciprocità, uno dei principi guida dell’Unione europea.

 
  
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  Artur Zasada (PPE), per iscritto.(PL) Ho accolto con favore l’esito della votazione. Sono fermamente convinto che occorra sostenere ogni misura volta a garantire la parità dei diritti a tutti i cittadini degli Stati membri dell’Unione europea. Mi rallegra oltremodo il fatto che tali pari diritti riguardino questioni chiave quali la libertà di valicare le frontiere. Sono polacco, e ricordo le numerose difficoltà associate all’attraversamento della frontiera prima che la Polonia entrasse nell’Unione europea, pertanto considero altamente significativo ogni masso che compiamo verso la piena, reciproca abolizione dei visti. La raccomandazione Macovei è inoltre significativa per un’altra ragione. Nella motivazione la relatrice fa notare che due paesi terzi, segnatamente il Canada e gli Stati Uniti, impongono tuttora l’obbligo del visto, a tre Stati membri nel caso del Canada, e a quattro Stati membri nel caso degli USA. Sono del parere che le misure adottate di recente dal Parlamento, quali la dichiarazione scritta 89/2010, sortiranno l’effetto desiderato e determineranno un cambiamento nella politica dei visti di USA e Canada.

 
  
  

Raccomandazione Enciu (A7-0010/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Desidero esprimermi a favore di questa raccomandazione in quanto, ai sensi del regolamento (CE) n. 539/2001, il Brasile non è incluso nell’elenco dei paesi i cui cittadini possono attraversare le frontiere esterne dell’Unione europea senza l’obbligo del visto. Tuttavia, quattro Stati membri non beneficiano ancora della reciprocità che è stata applicata. Poiché, in virtù delle modifiche introdotte dal trattato di Lisbona, la politica comune in materia di visti con paesi terzi è ora di competenza esclusiva dell’Unione europea, tutti gli Stati membri beneficeranno dell’esenzione dal visto col Brasile. Inoltre, restano in vigore gli accordi bilaterali esistenti tra gli Stati membri e il Brasile, poiché comprendono alcune categorie di passeggeri non contemplate dall’accordo UE-Brasile. Condivido inoltre la posizione del relatore secondo cui tale accordo dovrebbe servire da esempio di reciprocità con altri paesi, segnatamente USA e Canada.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) L’accordo concede un’esenzione reciproca dal visto per soggiorni di breve durata a tutti i cittadini dell’UE e brasiliani titolari di un passaporto diplomatico o di servizio/ufficiale. Onde garantire parità di trattamento a tutti i cittadini dell’Unione europea, l’articolo 8 dell’accordo dispone che il Brasile può sospendere o denunciare l’accordo solo nei confronti di tutti gli Stati membri dell’Unione e, reciprocamente, che la sospensione o la denuncia dell’accordo da parte dell’Unione riguarda tutti i suoi Stati membri.

L’accordo prevede l’istituzione di un comitato di esperti per la risoluzione delle controversie eventualmente derivanti dall’interpretazione o dall’applicazione delle sue disposizioni. L’accordo prevede altresì lo scambio di fac-simile di passaporti tra il Brasile e gli Stati membri. Ritengo che la salvaguardia degli accordi bilaterali esistenti debba rimanere un aspetto di importanza fondamentale, in considerazione del fatto che tali accordi concedono l'esenzione dal visto per soggiorni di breve durata a categorie di viaggiatori non contemplate dall’accordo UE-Brasile.

A tale proposito, vale la pena di ricordare che l’Unione

europea può fare ricorso alla clausola di sospensione dell’esenzione dal visto sancita dall’accordo UE-Brasile in caso di denuncia degli accordi bilaterali da parte dello stesso Brasile. L’attuale accordo sull’esenzione dal visto per i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali costituisce un passo avanti verso la totale esenzione dal visto reciproca ai sensi del regolamento 539/2001.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Benché il Brasile rientri nel cosiddetto "elenco positivo" dei paesi i

cui cittadini sono esenti dall’obbligo del visto all’atto dell’attraversamento delle frontiere esterne dell’Unione europea, i cittadini di quattro paesi comunitari (Estonia, Lettonia, Malta e Cipro) non beneficiano ancora di una legge analoga quando si recano in Brasile. Ai sensi del trattato di Lisbona, la politica comune sui visti in relazione a paesi terzi è di competenza esclusiva dell’UE, pertanto spetta a quest’ultima negoziare tale accordo in modo da garantire parità di trattamento a tutti i cittadini europei.

Le parti hanno concordato di firmare due accordi separati: uno per i titolari di passaporti ordinari e un altro per i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali. Accolgo con favore tale decisione, in quanto fa sì che per lo meno l’accordo riguardante i passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali possa entrare in vigore prima in quanto, a differenza dell’accordo sui passaporti ordinari, non necessita della ratifica del Congresso brasiliano.

Gli accordi bilaterali esistenti continueranno a produrre effetti, in quanto tali accordi concedono l’esenzione dal visto per soggiorni di breve durata a categorie di viaggiatori non contemplate dall’accordo UE-Brasile.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore dell’approvazione di questo accordo, in qualità di relatore del Parlamento europeo. Tale accordo concede un’esenzione dal visto per il Brasile ai titolari di un passaporto diplomatico o di servizio/ufficiale e ai cittadini di quattro Stati membri, segnatamente Estonia, Lettonia, Malta e Cipro. Ritengo che l’accordo segni un passo avanti importante verso la piena reciprocità dei visti per tutti i cittadini comunitari in relazione ai paesi terzi. Gli sforzi volti a garantire la piena reciprocità dovrebbero proseguire al fine di garantire l’esenzione dal visto per il Canada e gli USA ai cittadini di cinque Stati membri: Romania, Bulgaria, Repubblica ceca, Cipro e Polonia.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa raccomandazione, in quanto rappresenta un passo avanti verso la piena e reciproca esenzione dall’obbligo del visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali tra UE e Brasile. La sottoscrizione di questo accordo dovrebbe servire da esempio ad altri paesi, segnatamente USA e Canada, che continuano a imporre l’obbligo del visto a determinati Stati membri.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce della risoluzione su cui si siamo espressi oggi, relativa all’accordo che verrà sottoscritto tra l’Unione europea e la Repubblica federativa del Brasile in materia di esenzione dal visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti ordinari, a maggior ragione i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali dovranno anch’essi beneficiare del medesimo regime. La reciprocità in questa tipologia di accordi è fondamentale e importante, per garantire che tali esenzioni non siano vincolate da requisiti amministrativi o burocratici che potrebbero deludere le aspettative legittime dei cittadini. Il Brasile è un partner sempre più importante per l’Unione europea, con cui condivide la storia e la lingua. Qualsiasi misura faciliti le relazioni tra questo importante paese sudamericano e l’Europa va accolta con immenso favore.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Ai sensi del regolamento (CE) n. 539/2001, i cittadini brasiliani possono recarsi in tutti gli Stati membri dell’Unione europea senza visto, a condizione che il loro soggiorno sia di breve durata.

Tuttavia, non tutti i cittadini dell’Unione europea godono dei medesimi privilegi. I cittadini dei seguenti paesi si trovano in questa situazione: Estonia, Cipro, Malta e Lettonia. Ciò significa non rispettare il “principio di reciprocità”.

Nel 2008 il Consiglio ha adottato una decisione che autorizza la Commissione a negoziare un accordo tra l’UE e il Brasile che ponga fine alle violazioni del principio di reciprocità. Per accelerare il processo e non ritardarne l’entrata in vigore, le parti hanno concordato di firmare due accordi separati: uno per i titolari di passaporti ordinari e un altro per i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali (quest’ultimo non necessita della ratifica del Congresso brasiliano).

Plaudo pertanto a questa iniziativa, che garantirà la parità di trattamento a tutti i cittadini dell’Unione e il pieno rispetto del principio di reciprocità.

 
  
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  Carlo Fidanza (PPE), per iscritto. – Ho deciso, insieme ai miei colleghi italiani del PPE, di astenermi sulla votazione di oggi riguardante i rapporti tra Unione europea e Brasile in materia di esenzione dal visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali poiché, visto quanto espresso dalla risoluzione sul caso Battisti, avrei preferito che il voto fosse rinviato in attesa della nuova decisione della Corte federale del Brasile in merito all'estradizione del criminale Cesare Battisti.

Data la non urgenza del dossier, rinviarlo alla prossima tornata o a quella di aprile non avrebbe certo costituito un problema, soprattutto se pensiamo al dolore delle famiglie delle vittime del pluriomicida Battisti. Quelle stesse famiglie che da 31 anni aspettano che giustizia venga fatta e che Battisti possa scontare la pena prevista dalla giustizia italiana nelle nostre carceri.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Il Brasile rientra nel cosiddetto "elenco positivo" dei paesi i cui cittadini sono esenti dall’obbligo del visto all’atto dell’attraversamento delle frontiere esterne dell’Unione europea. Per il principio di reciprocità, che è alla base del citato regolamento, tutti i cittadini dell’UE dovrebbero godere di un analogo diritto laddove si rechino in Brasile.

Finora il principio di reciprocità ha trovato attuazione mediante accordi bilaterali di esenzione dal visto conclusi tra il Brasile e i singoli Stati membri. Vi sono tuttavia quattro Stati membri - Estonia, Lettonia, Malta e Cipro - che non hanno firmato alcun accordo in tal senso. Di conseguenza, in violazione del principio di reciprocità, i loro cittadini sono tuttora soggetti all’obbligo del visto laddove si rechino in Brasile.

L’accordo di esenzione dal visto UE-Brasile, che non sostituisce gli altri accordi bilaterali firmati dai vari Stati membri, copre ora i viaggi a scopo turistico o d’affari intrapresi da titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto.(LT) Ho concesso la mia approvazione a questo documento, in quanto l’accordo concede un’esenzione reciproca dal visto per soggiorni di breve durata a tutti i cittadini dell’UE e brasiliani titolari di un passaporto diplomatico o di servizio/ufficiale. Onde garantire parità di trattamento a tutti i cittadini europei, l’articolo 8 dell’accordo dispone che il Brasile può sospendere o denunciare l’accordo solo nei confronti di tutti gli Stati membri dell’Unione e, reciprocamente, che la sospensione o la denuncia dell’accordo da parte dell’Unione riguarda tutti i suoi Stati membri. L’attuale accordo sull’esenzione dal visto per i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali costituisce un passo avanti verso la totale esenzione dal visto reciproca ai sensi del regolamento 539/2001.

 
  
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  Monica Luisa Macovei (PPE), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della concessione dell’autorizzazione del Parlamento alla conclusione dei due accordi per l’esenzione dal visto col Brasile. Al momento, i cittadini brasiliani non necessitano di visto per entrare nell’Unione europea, mentre i cittadini di Estonia, Lettonia, Malta e Cipro devono avere il visto per recarsi in Brasile. Tali accordi garantiranno l’applicazione del principio di reciprocità in merito all’esenzione dal visto tra UE e Brasile.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della relazione. L’esenzione dal visto riguarda i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali che viaggiano a scopo di turismo o per affari. I cittadini delle parti contraenti possono risiedere nel territorio dell’altra parte per un periodo massimo di tre su sei mesi a decorrere dalla data di primo ingresso. L’esenzione dal visto per viaggi intrapresi per ragioni diverse da quelle contemplate dall’accordo è ancora possibile in virtù delle disposizioni degli accordi bilaterali firmati dal Brasile con 23 dei 27 Stati membri. L’accordo tiene conto della situazione degli Stati membri che non applicano ancora pienamente l’acquis di Schengen. Finché tali Stati membri (Cipro, Bulgaria e Romania) non faranno parte dello spazio Schengen, l’esenzione dal visto conferisce ai cittadini brasiliani il diritto di soggiornare per tre mesi nel territorio di ognuno di essi, indipendentemente dal periodo calcolato per l’intera area Schengen.

 
  
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  Erminia Mazzoni (PPE), per iscritto. – Il voto di astensione sul Rapporto in merito all'accordo UE-Repubblica federale del Brasile sull'esenzione dal visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali, esprime una posizione che va al di là del merito.

Non condivido il comportamento assunto dal Governo brasiliano nella vicenda Battisti. L'estradizione, le cui procedure sono definite in un accordo bilaterale, andava concessa. L'interpretazione fornita dalle autorità giudiziarie è in violazione degli impegni assunti. La condanna, che Battisti dovrebbe scontare in Italia, è stata inflitta da un giudice ordinario, in applicazione di leggi ordinarie, per un reato comune: l'omicidio plurimo. Difficile sostenere relazioni di carattere internazionale, come quelle iscritte nei rapporti votati dal Parlamento, con un paese che non rispetta accordi e soprattutto che esprime una opinione sul diritto fondamentale alla tutela della vita.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Ai sensi dell’accordo che è stato appena approvato dal Parlamento europeo, tutti i cittadini dell’Unione europea che desiderano recarsi in Brasile per viaggi di turismo e d’affari non avranno l’obbligo del visto per soggiorni fino a tre mesi, così come i cittadini brasiliani possono già recarsi in tutti i paesi europei senza bisogno di visto. Di tale accordo si avvantaggeranno soprattutto i cittadini di Estonia, Lettonia, Malta e Cipro, tuttora soggetti all’obbligo del visto per il Brasile. L’accordo riguarda i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali. In virtù dell’approvazione dell’accordo, tutti i cittadini comunitari – compresi i cittadini di Estonia, Lettonia, Malta e Cipro, tuttora soggetti all’obbligo del visto per il Brasile – potranno entrare nel paese senza visto per viaggi turistici e d’affari, così come i cittadini brasiliani possono già recarsi in tutti i paesi UE senza bisogno di visto. La durata del soggiorno è limitata a tre mesi nell’arco di sei mesi nello spazio Schengen.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ai sensi del trattato di Lisbona, la politica comune dei visti in relazione ai paesi terzi è di competenza esclusiva dell’UE. Soltanto l’Unione europea, e non gli Stati membri su base individuale, può negoziare e sottoscrivere un accordo per l’esenzione dal visto con il Brasile. Fino all’entrata in vigore del trattato di Lisbona, le cose stavano diversamente. La relazione analizza l’accordo UE-Brasile sull’esenzione dal visto per titolari di passaporti diplomatici o ufficiali/di servizio. La sottoscrizione formale dell’accordo, a nome dell’Unione e del Brasile, è avvenuta a Bruxelles l’8 novembre 2010. Tale accordo in materia di esenzione dal visto non sostituisce gli altri accordi bilaterali firmati con svariati Stati membri, bensì li integra. Tuttavia, l’accordo concluso dall’Unione prevarrà sugli accordi bilaterali nelle aree contemplate da questi ultimi, vale a dire i viaggi turistici e d’affari. Accolgo con favore le clausole in materia di reciprocità tra i cittadini brasiliani e comunitari, nonché la garanzia della parità di trattamento per tutti i cittadini dell’Unione europea. L’accordo dispone che il Brasile e l’Unione euroepa possono sospendere o denunciare l’accordo solo nei confronti di tutti gli Stati membri. Per tali ragioni mi sono espressa a favore.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della sottoscrizione dell’accordo UE-Brasile in materia di esenzione dal visto per soggiorni di breve durata per i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali al fine di garantire che, in linea con i presupposti del principio di reciprocità e del principio della parità di trattamento, tutti i cittadini comunitari titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali – compresi i cittadini di Estonia, Lettonia, Malta e Cipro, che sono tuttora soggetti all’obbligo del visto laddove si rechino in territorio brasiliano – possano recarsi in Brasile senza visto per viaggi turistici o d’affari, così come già accade per i cittadini del Brasile, che possono recarsi in tutti gli Stati membri dell’UE senza obbligo di visto.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) L’esenzione dal visto riguarda i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali che viaggiano a scopo turistico o d’affari. I cittadini delle parti contraenti possono soggiornare nel territorio dell’una o dell’altra parte per un periodo massimo di tre mesi nell’arco di sei mesi a decorrere dalla data del loro primo ingresso in tale territorio. L’esenzione dal visto può tuttavia riguardare anche i viaggi effettuati per scopi diversi da quelli contemplati dall’accordo, qualora ciò sia previsto dagli accordi bilaterali conclusi dal Brasile con 23 dei 27 Stati membri.

L’accordo tiene conto della situazione degli Stati membri che non applicano ancora pienamente l’acquis di Schengen. Finché tali Stati membri (Cipro, Bulgaria e Romania) non faranno parte dello spazio Schengen, l’esenzione dal visto conferisce ai cittadini brasiliani il diritto di soggiornare per tre mesi nel territorio di ognuno di essi, indipendentemente dal periodo calcolato per l’intera area Schengen.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Il Brasile rientra nel cosiddetto "elenco positivo" dei paesi i cui cittadini sono esenti dall’obbligo del visto all’atto dell’attraversamento delle frontiere esterne dell’Unione europea. Finora il principio di reciprocità ha trovato attuazione mediante accordi bilaterali di esenzione dal visto conclusi tra il Brasile e i singoli Stati membri. Tuttavia, Estonia, Lettonia, Malta e Cipro non hanno firmato alcun accordo in tal senso e i loro cittadini non sono esenti dall’obbligo del visto. Scopo di quest’accordo è l’esenzione dall’obbligo del visto per i titolari di passaporti diplomatici o di servizio/ufficiali, e il documento ha la medesima finalità e campo di applicazione di quello relativo ai titolari di passaporti ordinari.

Tuttavia, ai sensi del diritto brasiliano, l’accordo relativo ai titolari di passaporti diplomatici non necessita della ratifica del Congresso brasiliano e potrebbe entrare in vigore più rapidamente. I due accordi non sostituiscono gli accordi bilaterali firmati tra gli Stati membri e il Brasile, bensì li integrano. Ritengo sia importante applicare questa pratica della reciprocità agli accordi sull’esenzione dal visto con altri paesi terzi, al fine di eliminare le discriminazioni esistenti, in particolare per quanto riguarda Stati Uniti e Canada.

 
  
  

Raccomandazioni: Silvia-Adriana Ţicău (A7-0004/2011), Monica Luisa Macovei (A7-001/2011) e Ioan Enciu (A7-0010/2011)

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Pur condividendo il contenuto di questo accordo, ho deciso di astenermi dalla votazione per protestare nei confronti delle scelte politiche che sta adottando da tempo il governo brasiliano nei confronti di Cesare Battisti.

Di fatto, questo pluricondannato assassino non sta scontando le pene che gli sono state inflitte dalla giustizia italiana.

 
  
  

Relazione Gebhardt (A7-0012/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Approvo la relazione, in quanto riconosco il potenziale offerto dalla direttiva sui servizi per migliorare l’integrazione dell’economia, e ritengo inoltre che l’applicazione della direttiva possa consolidare il rapporto di reciproco sostegno tra il mercato interno e la politica di coesione. Per conseguire tale obiettivo, occorre una maggiore trasparenza in termini di informazioni ai cittadini e alle imprese. è importante rilevare le condizioni della mancata applicazione del principio del paese d’origine in determinate questioni o attività, in particolare per quanto riguarda la legislazione diversa prevista in altri strumenti comunitari e la serie di garanzie che lo Stato di amministrazione dovrebbe fornire ai lavoratori dipendenti in trasferta. Tale questione ha suscitato una lunga discussione e ha impedito la sollecita applicazione della direttiva. Temo che l’applicazione di questa direttiva a livello regionale e locale possa andare contro le misure di deregolamentazione e ostacolare i tentativi di semplificazione delle procedure amministrative, soprattutto perché la sua applicazione potrebbe implicare il ricorso a risorse aggiuntive, essendo il contributo dei fondi strutturali e di altri strumenti essenziale per procedere a tale compensazione durante il periodo di transizione. In questo contesto, sollecito una maggiore coerenza e coordinamento tra tutte le politiche.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione del Parlamento europeo sull’attuazione della direttiva sui servizi, entrata in vigore nel 2006. Scopo di tale direttiva è l’apertura del mercato per i fornitori di servizi dell’Unione europea, la graduale rimozione delle barriere protezionistiche degli Stati membri sull’esercizio delle attività di servizio e l’applicazione del principio della libertà di circolazione, che costituisce il fondamento del mercato comune. In altre parole, i fornitori europei di servizi devono poter operare ovunque nell’Unione europea senza ostacoli di carattere burocratico. La direttiva riguarda diversi servizi, il cui prodotto interno lordo (PIL) rappresenta il 40 per cento del PIL comunitario. L’attuazione di tale direttiva, in base alle nostre aspettative, potrebbe generare un profitto pari a 140 miliardi di euro e una crescita del PIL comunitario dell’1,5 per cento. Tuttavia, se vogliamo che la direttiva generi i vantaggi attesi, è indispensabile una sua corretta implementazione. Purtroppo, abbiamo constatato che non tutti gli Stati membri sono riusciti a trasporla completamente nel diritto nazionale entro la fine del 2009. Convengo che la creazione degli sportelli unici rappresenta una parte essenziale dell’attuazione efficace di questa direttiva.

Tali sportelli unici sono preposti a fornire le informazioni richieste e a dare le possibilità di espletare tutte le procedure elettronicamente e non soltanto nella lingua nazionale. In base ai dati della Commissione europea, 22 paesi membri hanno istituito tali sportelli unici, ma soltanto 17 di essi dispongono di portali di governo elettronico, che tra l’altro variano enormemente nei diversi Stati membri. Va sottolineato che in assenza di un funzionamento efficace degli sportelli unici, i consumatori non riceveranno tutte le informazioni, e questo ci impedirà di conseguire gli obiettivi indicati nella direttiva.

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, i potenziali benefici derivanti dall'implementazione della direttiva Servizi sono inconfutabili. Le attività contemplate dalla direttiva concorrono per il 40% al PIL e ai posti di lavoro nell'UE e tramite una sua corretta attuazione potremmo sbloccare un potenziale economico enorme, creando posti di lavoro e contribuendo alla ripresa economica. La qualità dell'attuazione della direttiva da parte degli Stati membri è essenziale quanto il rispetto dei termini fissati a tal fine.

Il Parlamento europeo ha già dimostrato, nello svolgimento del negoziato anteriore all'adozione della direttiva, di poter svolgere un ruolo cruciale, e ritengo di conseguenza che esso debba assicurare un monitoraggio efficace del processo di attuazione della direttiva da parte degli Stati membri. I prestatori europei di servizi devono poter offrire la propria attività ovunque nell'Unione europea, senza essere ostacolati da barriere burocratiche. Tuttavia durante la fase attuativa dobbiamo prestare attenzione anche ad altri aspetti, in particolare alle spese amministrative che ad oggi gravano sugli stati.

Sono d'accordo con la relatrice sul fatto che la procedura della valutazione reciproca, introdotta dal Consiglio, comporta inutili oneri burocratici per le amministrazioni degli Stati membri a livello nazionale, regionale e locale. Auspico che i potenziali vantaggi di queste procedure siano valutai al più presto, altrimenti gli elevati costi burocratici continueranno a sussistere.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore del testo. Non si trattava di valutare l’attuazione della direttiva sui servizi adottata dal Parlamento nel 2006, in quanto è decisamente troppo presto per farlo. L’obiettivo consisteva nel sottolineare l’importanza, sia economica sia sociale, di quest’apertura del settore dei servizi in Europa (le aree interessate rappresentano il 40 per cento del PIL e dell’occupazione comunitaria, e il potenziale di crescita si aggirerebbe tra lo 0,6 e l’1,5 per cento del PIL), ma anche nel porre l’accento sulle componenti fondamentali della trasposizione della direttiva. In primo luogo, gli sportelli unici di contatto. Il loro obiettivo consiste nel facilitare l’erogazione dei servizi in tutta Europa. Concretamente, gli imprenditori che desiderano avviare un’attività all’estero o fornire servizi transfrontalieri dovrebbero poter usare uno sportello unico, che spiegherà loro tutte le formalità e procedure da espletare per intraprendere tale attività. Gli sportelli unici sono essenziali per la buona riuscita della direttiva sui servizi. In secondo luogo, il campo di applicazione della direttiva: ritengo che si debba organizzare una discussione politica autentica a livello europeo su quello che intendiamo con servizi di interesse generale e sulle norme a cui desideriamo che siano soggetti.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore del documento. Lo scopo della direttiva sui servizi è agevolare i lavoratori autonomi e le piccole e medie imprese nello svolgimento delle loro attività, nello sviluppo di nuove aree commerciali e anche nell’impiego di nuovo personale in altri Stati membri. Il settore terziario, che rappresenta il 40 pe rcento del PIL dell’Unione europea, è particolarmente significativo per la crescita economica e per combattere la disoccupazione. Questa direttiva rappresenta un passo imprescindibile verso un mercato unico per i servizi, che dovrebbe consentire alle aziende, e alle piccole e medie imprese in particolare, di erogare servizi migliori a un prezzo competitivo in tutto il mercato interno e di realizzare l’enorme potenziale economico e occupazionale del mercato unico europei nel settore dei servizi. Per permettere ai fornitori di servizi di godere appieno dei benefici della direttiva sui servizi, andrebbe assicurata la piena e tempestiva attuazione delle disposizioni della direttiva. Ritengo che la Commissione debba vigilare sull’applicazione della direttiva negli Stati membri e pubblicare relazioni periodiche sull’attuazione al fine di rimuovere gli ultimi ostacoli del settore dei servizi e sprigionarne il potenziale economico.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto. (PT) La direttiva sui servizi, adottata nel dicembre 2006, porta a compimento la libera circolazione, allo scopo di creare un mercato comune per i servizi in seno all’Unione europea. Benché sia stata adottata nel 2006, questa valutazione in merito alla sua applicazione ha messo in luce notevoli ritardi nella sua trasposizione in alcuni Stati membri, a causa di problematiche sia legislative sia tecniche, in quanto la sua corretta implementazione presupponeva diversi strumenti legislativi.

Un mercato unico dei servizi pienamente funzionante è essenziale per la ripresa economica dell’Europa, in quanto rappresenta oltre il 70 per cento dell’occupazione e della creazione netta di posti di lavoro all’interno del mercato unito. I profitti a livello comunitario potrebbero complessivamente aggirarsi tra i 60 e i 140 miliardi di euro, un incremento potenziale del PIL compreso tra lo 0,6 e l’1,4 per cento.

Alla luce di quanto testé suddetto, ho accolto con favore la relazione sull’attuazione della direttiva sui servizi, in quanto considero importanti le valutazioni sull’attuazione delle direttive, considerando che tali valutazioni potrebbero rivelare le lacune in termini di attuazione e renderne pertanto possibile la correzione.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto.(FR) A mio parere, l’applicazione della direttiva sui servizi è un’occasione per sottolinearne le mancanze, soprattutto in termini di campo di applicazione. Nel mio parere a nome della commissione per l’occupazione, ho citato l’incertezza giuridica che attualmente regna in merito ai servizi di interesse generale (SIG) e l’urgenza di tener conto della loro natura specifica. Pur essendoci consenso unanime sull’esigenza di chiarire i concetti (SIG economici e non economici, servizi sociali), il Parlamento è ancora diviso sulle modalità di conseguimento di tali obiettivi. Ho sostenuto la necessità di un quadro legislativo chiaro, se necessario mediante una direttiva quadro. Benché deplori il fatto che questa parte non sia inserita nella versione definitiva, mi congratulo con l’onorevole Gebhardt, che è riuscita a citare tali questioni nella sua relazione a nome della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, documento incentrato principalmente sulla reciproca valutazione e sugli sportelli unici. Il paragrafo 45 evoca l’esigenza di un quadro legislativo, certamente settoriale, e ricorda l’impegno assunto dal Commissario Barnier, nella sua recente comunicazione, di presentare proposte sui SIG nel 2011. Sono pertanto in attesa di tali proposte e di misure che possano finalmente dare una risposta ai fornitori di servizi e alle autorità locali e regionali, ma anche riconoscere il contributo essenziale che tali servizi offrono in termini di coesione sociale e territoriale.

 
  
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  Sergio Berlato (PPE), per iscritto. – La direttiva europea sui servizi è entrata in vigore nel dicembre 2006 con l'ambizioso obiettivo di aprire il mercato ai prestatori di servizi nell'Unione europea, eliminare le barriere protezionistiche che si oppongono all'esercizio dei servizi negli Stati membri e attuare il principio della libera circolazione delle merci e dei servizi nell'Unione. Secondo quanto disposto dalla direttiva, i prestatori europei di servizi devono poter offrire la propria attività, senza alcuna barriera burocratica, all'interno dell'Unione europea.

La relazione d'iniziativa in discussione, prevista dal Parlamento per seguire da vicino il processo di recepimento della direttiva negli ordinamenti nazionali, valuta il lavoro svolto finora dagli Stati membri. In particolare, si rileva che, nel corso del processo di recepimento della direttiva, ci sono dei ritardi nella sua attuazione e problemi non trascurabili di interpretazione relativi all'ambito di applicazione della stessa.

Pertanto, a tutela degli operatori del mercato, sollecito un'urgente e inequivocabile delimitazione dei servizi che ricadono nell'ambito della presente direttiva. Infine, ritengo che un'effettiva applicazione del sistema di informazione del mercato interno, l'ampliamento delle funzioni e una maggiore informatizzazione degli sportelli unici sul territorio, rappresenterebbero senza dubbio un enorme vantaggio per i prestatori di servizi e renderebbero più agevole l'accesso alle informazioni per le PMI.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della relazione, in quanto l’obiettivo della direttiva sui servizi è quello di aprire il mercato ai prestatori di servizi nell’Unione europea, eliminare le barriere protezionistiche che si oppongono all’esercizio dei servizi negli Stati membri e attuare il principio della libera circolazione, che è alla base del mercato unico. Il campo di applicazione della direttiva sui servizi contempla sostanzialmente tutti i servizi commerciali offerti da un prestatore di servizi residente in uno Stato membro. Non sono compresi, tra l'altro, i servizi economici di interesse generale, i servizi di trasporto, le prestazioni delle agenzie di lavoro interinale, le prestazioni sanitarie e i servizi sociali nel settore dell'assistenza, dell'assistenza all'infanzia e dell'edilizia sociale. La direttiva non mette in discussione i servizi di interesse generale e non contribuisce in alcun modo a svuotare i servizi pubblici di base. Occorre non soltanto fare una distinzione chiara tra i servizi contemplati dalla direttiva e i servizi di interesse generale, ma anche salvaguardare i servizi di interesse economico generale mediante una legislazione quadro.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) La direttiva sui servizi non porterà in nessun caso alla deregolamentazione o liberalizzazione del settore terziario, come sostengono alcune voci. Il suo scopo è garantire l’accesso ai mercati nazionali in modo da abolire gradualmente le barriere arbitrarie e rendere adeguate allo scopo e non discriminatorie le norme già in vigore negli Stati membri. La direttiva sancisce esplicitamente che tali disposizioni legislative non si applicano al diritto del lavoro né inficiano i diritti dei lavoratori. Il Parlamento ha persino insistito su questo punto quando ha illustrato la propria posizione al Consiglio.

L’articolo 16 afferma chiaramente che allo Stato membro in cui il prestatore si reca non può essere impedito di imporre requisiti relativi alla prestazione di un’attività di servizi qualora siano giustificati da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza, di sanità pubblica o tutela dell’ambiente.

In alcuni Stati membri si constatano ritardi nell’attuazione della direttiva, ma ciò è dovuto in particolare ai diversi modi in cui la stessa viene interpretata. Per questo è importante definire in maniera chiara e trasparente il campo di applicazione della direttiva. è necessario non solo delimitare chiaramente i servizi che ricadono nell’ambito della presente direttiva e i servizi di interesse generale, bensì anche garantire la protezione dei servizi di interesse economico generale attraverso una legislazione quadro.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. – L'obiettivo di questa direttiva, entrata in vigore nel dicembre del 2006, è di aprire il mercato ai prestatori di servizi nell'Unione europea eliminando tutte le barriere protezionistiche, gli ostacoli arbitrari ed eventuali norme discriminatorie. Inoltre, il Parlamento europeo ha sempre insistito sul fatto che questa direttiva non rappresenti il pretesto per una pericolosa deregolamentazione del settore.

Ho votato a favore di questa relazione che ha il merito di rilevare i ritardi, spesso ingiustificati, e le controversie nel recepimento della direttiva sui servizi, che pure concorrono per il 40% al PIL e ai posti di lavoro nell'UE. Essa, inoltre, ha il vantaggio di permettere alle imprese europee, soprattutto le PMI, di fornire ai cittadini servizi migliori a prezzo competitivo. Una corretta e trasparente applicazione della direttiva sui servizi avrebbe il merito di sbloccare l'enorme potenziale economico e la creazione di posti di lavoro del mercato interno, stimato tra lo 0,6 e l'1,5% del PIL europeo. E l'Unione europea ne ha fortemente bisogno. Dunque, l'integrale applicazione della direttiva in tutto il territorio dell'UE introdurrà nel mercato interno elementi di concorrenza che determineranno vantaggi per i cittadini e le imprese.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) La direttiva sui servizi costituisce uno strumento fondamentale per la crescita dell’Unione europea, in quanto consente in particolare ai lavoratori autonomi e alle piccole e medie imprese (PMI) di operare con molta più facilità in altri Stati membri, individuare nuovi ambiti d’attività e anche assumere nuovi dipendenti in tali Stati. Tali attività rappresentano il 40 per cento del PIL e dell’occupazione in seno all’Unione europea, e sono un settore essenziale in termini di crescita economica e lotta alla disoccupazione. è importante consolidare l’enorme potenziale di sviluppo economico e creazione di posti di lavoro rappresentato dal mercato unico europeo per i servizi, in quanto costituisce un passo essenziale verso un vero mercato interno dei servizi, che dovrebbe consentire alle aziende, e soprattutto alle PMI, di erogare ai cittadini servizi di migliore qualità a prezzi competitivi in tutto il mercato unico. Spero che si possa cominciare quanto prima a realizzare gli obiettivi della direttiva, e che ne possano beneficiare tutta l’Unione europea e le sue regioni, contribuendo così a una coesione economica, sociale e territoriale autentica mediante la creazione di impieghi dignitosi, sostenibili e di qualità, e in termini di miglioramento della qualità e sicurezza dei servizi prestati.

 
  
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  Philippe de Villiers (EFD), per iscritto.(FR) Il Parlamento si accinge a votare sull’attuazione della direttiva sui servizi, il cui ritiro era stato promesso quando veniva ancora chiamata direttiva Bolkestein. Il Parlamento europeo deve ora decidere se sia stata o meno trasposta adeguatamente negli Stati membri.

I servizi rappresentano il 40 per cento del PIL e dell’occupazione dell’Unione europea, con differenze sostanziali tra gli Stati membri. La direttiva sui servizi propone “progressi” giuridici e standardizzazione che andranno a discapito del popolo francese e si tradurranno in un livellamento verso il basso degli standard sociali.

La protezione dei mercati e dei lavoratori, in quanto determinanti per la ricchezza del nostro paese e del nostro continente, è imprescindibile, ma l’Unione europea, come sempre, si oppone a tale idea.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione, in quanto ritengo che finora l’attuazione della direttiva sui servizi da parte degli Stati membri sia stata parziale e limitata. Benché la direttiva sia una delle leggi europee più importanti, in quanto si propone di aprire il settore dei servizi alla libera circolazione in seno all’Unione europea, c’è ancora molta strada da fare. Occorre garantire che tale legislazione, approvata più di tre anni fa, venga attuata correttamente, soprattutto per quanto riguarda la creazione efficace di “sportelli unici”, a disposizione di tutti i cittadini che necessitino delle informazioni necessarie a vendere i propri servizi in un altro paese.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’obiettivo della direttiva (2006/123/CE) sui servizi è quello di aprire il mercato ai prestatori di servizi nell’Unione europea, eliminare le barriere protezionistiche che si oppongono all’esercizio dei servizi negli Stati membri e attuare il principio della libera circolazione, al fine di realizzare un mercato unico autentico per il settore. Il settore dei servizi concorre per il 40 per cento al PIL e ai posti di lavoro nell’UE e pertanto sono un settore fondamentale ai fini della crescita economica e della lotta alla disoccupazione, in particolare per le piccole e medie imprese. La scadenza per il recepimento della direttiva era la fine del 2009, ma alcuni Stati membri non l’hanno ancora attuata correttamente ed efficacemente.

Il portale online, corredato di tutte le informazioni amministrative del caso, è operativo solamente in 22 paesi, e in solo 14 di questi è possibile espletare elettronicamente le procedure necessarie. Occorre garantire e controllare l’applicazione corretta di questa direttiva da parte degli Stati membri, in maniera da eliminare tutti gli ostacoli arbitrari e mantenere quelle norme negli Stati membri che sono appropriate e non discriminatorie.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Questo progetto di risoluzione si riferisce all’attuazione della direttiva 2006/123/CE sui servizi nel mercato interno.

Il principio della libera circolazione delle persone e dei beni in tutto il territorio dell’Unione europea è presente in tutti i suoi trattati, allo scopo di incoraggiare la creazione del mercato comune. La direttiva 2006/123/CE è stata approvata allo scopo di eliminare la burocrazia che limita le attività dei servizi negli Stati membri.

Va tuttavia constatato che non tutti gli Stati membri la stanno attuando, a causa di determinati aspetti che, a loro modo di vedere, non sono stati adeguatamente chiariti. Di qui l’importanza di questa risoluzione.

Plaudo alla creazione di una modalità rapida ed efficace di risposta alle richieste degli imprenditori e dei rappresentanti dei lavoratori mediante gli “sportelli unici”, e mi auguro che questi non si riducano al formato elettronico, bensì contemplino anche un’assistenza personalizzata, in quanto sappiamo quanto ciò sia importante quando ci troviamo all’estero.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Abbiamo votato contro la relazione, in linea con tutte le nostre precedenti posizioni in merito alla famigerata direttiva Bolkestein e ai suoi obiettivi inaccettabili di agevolare la liberalizzazione dei servizi, compresi i servizi pubblici, a favore degli interessi dei gruppi economici e finanziari dell’Unione europea e a fronte di un aumento della disoccupazione e di servizi più scadenti erogati ai rispettivi utenti, come emerge già chiaramente nei settori che hanno intrapreso questa strada.

La relazione si propone di mettere sotto pressione gli Stati membri che non hanno messo a segno progressi sufficientemente rapidi da soddisfare la maggioranza degli eurodeputati – desiderosi di proteggere gli interessi dei gruppi economici europei – nella trasposizione della direttiva 2006/123/CE sui servizi nel mercato interno. Tale direttiva è entrata in vigore il 28 dicembre 2006 e mira, come indicato nella relazione, “ad aprire il mercato ai prestatori di servizi nell’Unione europea, eliminare le barriere protezionistiche che si oppongono all’esercizio dei servizi negli Stati membri e attuare il principio della libera circolazione, che è alla base del mercato unico”.

Ora, quello che si richiedeva era una valutazione obiettiva delle conseguenze dell’attuazione della liberalizzazione e successiva privatizzazione dei servizi, in alcuni casi servizi pubblici essenziali, per ritornare a una difesa intransigente dei diritti delle persone e dei lavoratori.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto.(FR) La direttiva Bolkestein è in ritardo sui tempi di marcia in quanto si ritiene che gli Stati membri abbiano impiegato troppo tempo a trasporla e l’abbiano applicata scorrettamente. è vero che in Francia è stata soltanto parzialmente recepita nel diritto nazionale. E a ragione! Per evitare un dibattito pubblico, e pertanto ulteriori clamori, il governo Sarkozy ha intenzionalmente scelto di non ricorrere a una legge quadro, bensì di integrare i principi della direttiva in tutti i testi rilevanti. Di fatto, vi è un unico principio: la piena e assoluta libertà di residenza e la libertà di erogare servizi! La ripartizione degli emendamenti legislativi ha dato luogo a un processo privo di trasparenza. Il campo di applicazione del testo rimane poco chiaro: alcuni servizi sociali che si supponeva fossero esclusi rientrano di fatto nella direttiva. Quelli che oggi sono stati effettivamente esclusi sono stati semplicemente messi in lista d’attesa: ogni tre anni, la Commissione può proporre di abolire le esenzioni. In quanto alla clausola più scandalosa del testo, il principio del paese d’origine, benché sia stato formalmente abolito, torna in realtà in auge grazie alle possibilità offerte dalla direttiva in merito al distaccamento dei lavoratori e il regolamento sulla legge applicabile agli obblighi contrattuali.

 
  
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  Louis Grech (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della relazione per il fatto che i servizi rappresentano il 70 per cento dell’occupazione e di tutti i posti di lavoro netti creati nel mercato unico e costituiscono la fonte più importante di investimenti esteri diretti. La direttiva sui servizi dà vita al quadro fondamentale per un livello maggiore di libera circolazione dei prestatori di servizi, rafforza i diritti dei consumatori quali destinatari di tali servizi e aumenta la disponibilità di informazioni, assistenza e trasparenza riguardo i prestatori di servizi e i servizi stessi.

Per tali ragioni, l’adeguata attuazione della direttiva sui servizi dovrebbe continuare a essere una priorità essenziale per la Commissione. Pertanto, la Commissione deve collaborare con gli Stati membri per migliorare ulteriormente la cooperazione amministrativa dei meccanismi che rientrano nel campo di applicazione della direttiva, accertandosi in particolare che gli Stati membri avviino sportelli unici pienamente operativi.

Inoltre, incoraggio la Commissione e gli Stati membri a continuare a sviluppare il mercato unico dei servizi sulla base del processo di “valutazione reciproca” illustrato nella direttiva sui servizi, al fine di ricevere riscontri aggiornati da consumatori, cittadini e imprese per quanto riguarda le misure nazionali per l’attuazione della direttiva sui servizi nei loro rispettivi Stati membri, garantendo così che gli Stati membri si assumano veramente la responsabilità del mercato unico.

 
  
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  Estelle Grelier (S&D), per iscritto.(FR) Adottata nel 2006, la direttiva sui servizi, che avrebbe dovuto essere trasposta nel diritto nazionale entro il 28 dicembre 2009, continua a sollevare interrogativi negli Stati membri e nelle autorità locali direttamente interessate. La relazione parlamentare d’iniziativa dell’onorevole Gebhardt, che propone una valutazione iniziale dell’attuazione della direttiva, rileva alcune di queste difficoltà e soprattutto l’incertezza che riguarda i servizi sociali e i servizi di interesse economico generale (come si definiscono? Quali sono le aree interessate?), nonché la mancanza di trasparenza del processo di recepimento in alcuni Stati membri. Va inoltre detto che la Francia si distingue per la sua mancanza di trasparenza e intransigenza problematiche. con una molteplicità di decreti e leggi attuative e un’interpretazione restrittiva delle esenzioni contemplate dalla direttiva, il che solleva non pochi dubbi sul futuro di alcuni servizi, quali l’assistenza all’infanzia e ai disabili. Questa relazione d’iniziativa, adottata ad ampia maggioranza, rappresenta ora più che mai un’occasione per ribadire che gli europarlamentari, e soprattutto i socialisti, continueranno a vigilare sull’attuazione della direttiva e sul suo impatto in termini di servizi pubblici.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto.(FR) A quattro anni dall’adozione della direttiva sui servizi, questa settimana il Parlamento europeo ha emesso il proprio verdetto sull’attuazione della direttiva negli Stati membri. Carenza di informazioni, battute d’arresto in termini di servizi transfrontalieri, vincoli amministrativi superflui e così via, ecco le critiche espresse dal Parlamento europeo nella relazione adottata e sulla quale mi sono espressa favorevolmente. Di fatto, gli Stati membri devono progredire nell’attuazione di questa direttiva per migliorare e agevolare la prestazione di servizi transfrontalieri. A parte questo, vorrei sottolineare la questione spinosa del campo di applicazione della direttiva, che esclude tutta una serie di aree, tra cui i servizi di interesse generale non economici e alcuni servizi (servizi sociali, assistenza all’infanzia, assistenza alle persone e così via) svolti da fornitori su mandato dello Stato. Due concetti, “servizio di interesse generale non economico” e “mandato”, non sono definiti in maniera chiara e/o la loro interpretazione non è univoca nei diversi Stati membri. Il risultato di ciò è stata una mancata chiarezza giuridica, che deploro sentitamente.

 
  
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  Mathieu Grosch (PPE), per iscritto. (DE) è d’importanza fondamentale per il mercato interno comune europeo che gli Stati membri attuino rapidamente ed efficacemente la direttiva sui servizi. è particolarmente importante che le piccole e medie imprese che vogliono poter offrire i propri servizi oltre i confini nazionali abbiano a disposizione uno sportello unico che possa fornire loro tutte le informazioni del caso e chiarire le procedure necessarie.

è trascorso più di un anno dalla scadenza entro la quale gli Stati membri avrebbero dovuto attuare la direttiva sui servizi. Non ha senso che continuiamo a discutere dei numerosi emendamenti. Sarebbe più opportuno studiare più da vicino il processo di attuazione. Benché alcuni Stati membri abbiano già adottato le misure del caso, altri sembrano essersi dimenticati del documento che hanno firmato. Pertanto, dobbiamo assicurarci che la direttiva venga attuata tempestivamente e correttamente in tutti e 27 gli Stati membri, per semplificare quanto prima il processo di erogazione dei servizi in altri paesi.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Mi sono espresso a favore di questa risoluzione del Parlamento europeo sull’attuazione della direttiva sui servizi, entrata in vigore nel 2006. L’obiettivo della direttiva è quello di aprire il mercato ai prestatori di servizi nell’Unione europea, eliminare le barriere protezionistiche che si oppongono all’esercizio dei servizi negli Stati membri e attuare il principio della libera circolazione, che è alla base del mercato unico. L’obiettivo della direttiva sui servizi è quello di configurare l’accesso ai mercati degli Stati membri in maniera da eliminare tutti gli ostacoli arbitrari e mantenere quelle norme negli Stati membri che sono appropriate e non discriminatorie. Il Parlamento europeo ha attribuito notevole importanza al fatto che si indichi espressamente che il progetto di legge non pregiudicherà né il diritto del lavoro né i diritti dei lavoratori. I prestatori europei di servizi devono poter offrire la propria attività ovunque nell’Unione europea, senza alcuna barriera burocratica. La direttiva copre vari servizi, il cui prodotto interno lordo (PIL) rappresenta il 40 per cento del PIL europeo. Convengo che la creazione degli sportelli unici costituisca parte integrante di un’attuazione efficace di questa direttiva.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) La direttiva sui servizi è un passo essenziale verso un autentico mercato unico dei servizi, che dovrebbe permettere alle imprese, specialmente alle PMI, di fornire ai cittadini servizi migliori a prezzo competitivo. Condivido la posizione della relatrice, che ritiene che la creazione degli sportelli unici sia un elemento essenziale per attuare efficacemente questa direttiva. Tale strumento potrebbe essere imprescindibile per le piccole e medie imprese. Gli sportelli unici devono fornire informazioni precise, complete ed esaurienti sulle formalità, le procedure amministrative, il diritto occupazionale, i sistemi di tassazione in vigore negli Stati membri, soprattutto per l’IVA, e così via. Inoltre, gli imprenditori dovrebbero essere assistiti nell’espletare le necessarie procedure amministrative. Ritengo che, dopo la completa trasposizione, sia cruciale condurre una valutazione esauriente sull’impatto della direttiva sui servizi sull’attività economica, sui livelli qualitativi e quantitativi d’impiego, sulla protezione sociale, sul conseguimento degli obiettivi ambientali e sulla qualità dei servizi offerti ai consumatori.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della risoluzione. La direttiva sui servizi adottata nel 2006 si proponeva di armonizzare determinati aspetti del mercato unico relativi alla fornitura di servizi. Gi Stati membri avrebbero dovuto attuare completamente la direttiva entro la fine del 2009. Invito gli Stati membri che non hanno ottemperato ai propri obblighi a provvedere con urgenza.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) L’unico contributo positivo di questo testo è l’invito rivolto agli Stati membri a “garantire una maggiore trasparenza” all’atto di trasporre questa direttiva sui servizi. Il governo francese non ne tiene alcun conto! A parte questo, la relazione degli europarlamentari socialdemocratici convalida i dettami neoliberali di questa direttiva dannosa e si spinge addirittura a richiamare all’ordine gli Stati membri che denotano una “scarsa ambizione” ad attuarla. Quel che è peggio, quest’Assemblea ammette di non essere in grado di valutare le conseguenze della sua attuazione! Forse è per questo che non è previsto il voto nominale. I nomi dei responsabili non verranno resi noti. Voterò contro.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2006 sui servizi nel mercato interno si propone di eliminare le barriere che ancora si frappongono alla prestazione transfrontaliera di servizi. Dopo qualche difficoltà con la trasposizione della direttiva, attribuibile senza dubbio ad alcuni Stati membri, verranno finalmente messe in pratica in tutti gli Stati membri le linee guida di questa procedure, concepita per semplificare il coordinamento tra gli Stati membri per quanto riguarda la tutela dei consumatori, la protezione ambientale, la salute pubblica e la sicurezza, e questa relazione contribuirà a rendere ancor più efficace l’attuazione delle misure proposte e a migliorarne l’operabilità. Per questo ho espresso voto positivo.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) L’Unione europea offre una vasta gamma di opportunità, in particolare ai prestatori di servizi. La standardizzazione delle normative comunitarie ha semplificato le attività transfrontaliere e ai dipendenti vengono offerti sempre maggiori incentivi a trascorrere qualche anno di lavoro all’estero. Tuttavia, spesso si trovano di fronte a leggi nazionali in materia di servizi che vanno al di là della loro comprensione e che spesso danno luogo a problemi o malintesi. Non ho votato a favore della relazione, in quanto non fornisce informazioni sufficienti sui costi degli sportelli unici.

 
  
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  Radvilė Morkūnaitė-Mikulėnienė (PPE), per iscritto. (LT) L’adozione della direttiva sui servizi si propone di consentire alle aziende di operare più agevolmente al di là dei loro confini nazionali. Il sistema stabilito ha ridotto notevolmente gli ostacoli amministrativi. Ciononostante, l’esperienza insegna che vi sono ancora numerose trappole burocratiche che le piccole imprese devono evitare in alcuni Stati membri dell’Unione europea. Il principio proposto dello sportello unico non funziona in molti paesi o funziona solo parzialmente, e a volte gli imprenditori devono ancora ottenere un numero infinito di licenze che devono essere esaminate da innumerevoli enti preposti all’ispezione. Tali disagi riguardano non solo gli imprenditori locali, ma anche i prestatori di servizi che desiderano operare in altri Stati membri. Sono pertanto d’accordo col testo della relazione e invito inoltre gli Stati membri a continuare a semplificare la vita alle aziende e a garantire la libera circolazione dei servizi.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Il processo di recepimento della direttiva sui servizi si basa su un processo delicato che mira a creare trasparenza e coerenza negli ordinamenti degli Stati membri circa i risultati dell'attuazione della direttiva stessa e a verificare i risultati nel mercato interno a seguito del recepimento. Questo è l'obiettivo della relazione sulla quale mi sono espresso favorevolmente vista la necessità di verificare il lavoro degli Stati membri. Promuovere la convergenza delle regolamentazioni anche attraverso una valutazione reciproca dell'effettiva applicazione dei regolamenti non solo agevolerebbe l'operato degli Stati membri (in ritardo al punto che il Parlamento con tale testo ritiene necessario monitorarne l'operato) ma darebbe un imprinting decisivo al sistema degli Sportelli Unici che garantiscono la fornitura di informazioni per Piccole Medie Imprese. Voglio solo ricordare che la nostra economia si basa al 75% sui servizi e che in un mercato globale questi devono rappresentare il nostro punto di forza. Ritengo che per il futuro sia auspicabile una maggiore liberalizzazione, che non vuol dire mancanza di regole, ma solo maggiore concorrenza.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) La direttiva sui servizi si propone di contribuire al completamento del mercato interno dei servizi, salvaguardando al contempo livelli elevati di qualità e coesione sociale. Si tratta di uno strumento che serve a raggiungere l’obiettivo della crescita dell’Unione e la sua attuazione fa parte del quadro della strategia Europa 2020 e dell’Atto unico. La trasposizione della direttiva sui servizi costituisce una sfida importante per gli Stati membri, le amministrazioni pubbliche e le autorità locali, sia per quello che sancisce in merito al diritto di residenza e alla fornitura di servizi, sia per la creazione degli sportelli unici per assistere i prestatori di servizi, soprattutto le piccole e medie imprese (PMI). La direttiva consente in particolare ai lavoratori autonomi e alle piccole e medie imprese di operare con molta più facilità, individuare nuovi ambiti d’attività e anche assumere nuovi dipendenti in altri Stati membri. Ho votato a favore in quanto sono convinta che, poiché il sistema interno di informazioni sul mercato e gli sportelli unici richiedono un grande sforzo di cooperazione amministrativa tra tutte le autorità coinvolte, il risultato sarà una maggiore interoperabilità e la creazione di reti a livello nazionale, regionale e locale in tutta l’Unione europea, avvicinando pertanto le regioni più periferiche a un mercato interno autentico.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) L’obiettivo della direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2006 sui servizi nel mercato interno (la direttiva sui servizi) è quello di aprire il mercato ai prestatori di servizi nell’Unione europea, eliminare le barriere protezionistiche che si oppongono all’esercizio dei servizi negli Stati membri e attuare il principio della libera circolazione, che è alla base del mercato unico. Si tratta di uno strumento essenziale verso un autentico mercato unico dei servizi, che dovrebbe permettere alle imprese, specialmente alle PMI, di fornire ai cittadini servizi migliori a prezzo competitivo in tutto il territorio dell’Unione europea, contribuendo alla promozione della prosperità e competitività, nonché alla creazione di posti di lavoro. Pertanto è essenziale, come precisa giustamente la relatrice, garantirne l’adeguata trasposizione ed attuazione da parte degli Stati membri, che devono assicurare l’eliminazione delle barriere burocratiche e l’accesso alle informazioni del caso da parte degli imprenditori, specificamente promuovendo la creazione degli sportelli unici.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione sull’attuazione della direttiva sui servizi perché la reputo molto equilibrata. Si concentra sulla valutazione delle difficoltà pratiche e formula proposte specifiche per risolverle. Provengo da un paese in cui la direttiva sui servizi non è stata trasposta nel diritto nazionale. Ritengo sia essenziale che la direttiva venga attuata, e dev’essere corredata da misure volte a impedire l’introduzione di manodopera a basso prezzo e il dumping sociale. A mio parere, altrettanto importante è che la relazione sull’attuazione della direttiva sui servizi metta in luce le aree che sono state intenzionalmente ignorate, quali i servizi sociali e sanitari. Tale obiettivo va perseguito fin nei dettagli durante il processo di attuazione.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto.(FR) Dopo quasi quattro anni e mezzo dall’adozione della famigerata direttiva sui servizi, nota come direttiva Bolkestein, la questione essenziale, che riguarda un ampio spettro di attività che rappresentano circa il 40 per cento del PIL dell’UE e dell’occupazione, si ripresenta ancora una volta nell’ordine del giorno del Parlamento europeo. Per fortuna le acque si sono un po’ calmate e i partiti di sinistra sembrano aver abbandonato la loro posizione dogmatica sulla direttiva sui servizi, lo scopo della quale, è importante precisarlo, è l’eliminazione degli ostacoli non necessari e restrittivi alla prestazione di servizi in seno all’Unione europea. Va detto che la relazione Gebhardt su cui abbiamo votato oggi si preoccupa meno del contenuto del testo rispetto alla valutazione degli sforzi compiuti dagli Stati membri per la sua attuazione.

Tale trasposizione è in linea con la direttiva, in quanto gli Stati membri avevano l’obbligo di semplificare le loro procedure amministrative e di creare gli sportelli unici entro la fine del 2009, per consentire alle imprese di espletare più facilmente le loro formalità per via elettronica. Il minimo che possiamo dire è che in molti Stati membri c’è ancora della strada da fare per rafforzare il mercato unico e agevolare l’operatività quotidiana delle PMI, solo l’8 per cento delle quali è attivo al di là dei propri confini nazionali.

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE), per iscritto. – Si è votata, oggi, in Aula, la relazione "Attuazione della direttiva sui servizi". L'obiettivo della direttiva è quello di aprire il mercato ai prestatori di servizi nell'Unione europea, eliminare le barriere protezionistiche che si oppongono all'esercizio dei servizi negli Stati membri e attuare il principio della libera circolazione, che è alla base del mercato unico: in breve, i prestatori europei di servizi devono poter offrire la propria attività ovunque nell'Unione europea, senza alcuna barriera burocratica.

La relazione di iniziativa dell'on. Gebhardt permette di valutare l'implementazione della direttiva Servizi che, il 28 dicembre 2009, ha visto la scadenza del periodo di tre anni per la messa in opera di tale importantissima direttiva entrata in vigore il 28 dicembre 2006. Il bilancio che traccia la relatrice infatti dimostra che alcuni Stati membri ancora non hanno adottato tutta la legislazione orizzontale che tale direttiva richiede per la sua corretta applicazione, ragion per cui bisogna ancora lavorare per cercare di rendere operativi tutti i meccanismi che la direttiva Servizi prevede.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Abbiamo deciso in ultima analisi di votare contro questo testo in quanto, per quanto riguarda i servizi di interesse generale, la relazione ritiene che la maggior parte degli Stati membri non abbia riscontrato problemi significativi. Benché questa formulazione metta leggermente in dubbio la proposta iniziale del relatore ombra del PPE (onorevole Handzlik, Polonia), secondo cui non ci sarebbe stato alcun problema, tende comunque ad ignorare le incertezze generate dalla direttiva, soprattutto per quel che concerne i servizi sociali inclusi o esclusi dal suo campo di applicazione.

Inoltre, la relazione mantiene le aspettative entusiaste riguardo all’impatto sull’occupazione, mentre la Commissione non ha condotto nessuna valutazione d’impatto, e alcune valutazioni d’impatto nazionali indicano cifre d’impatto quantitativamente molto basse in termini di creazione di posti di lavoro; non esistono cifre relative alla perdita di occupazione; inoltre, non ci sono dati sull’impatto in termini di qualità dei posti di lavoro, per non parlare della pressione sul livello di standard della manodopera creata dalla giurisprudenza della Corte di giustizia europea dopo l’adozione della direttiva.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Ho votato a favore di questa risoluzione perché ritengo che la piena attuazione di un mercato dei servizi dinamico sia una delle priorità fondamentali dell'Unione europea. Oggi, nonostante i significativi progressi realizzati dal mercato unico, i servizi rappresentano solo un quinto degli scambi totali all'interno dell'Europa, e solo l'8% delle piccole e medie imprese europee operano in altri Stati Membri. I dati della Comunicazione sul mercato unico adottata dalla Commissione lo scorso ottobre parlano chiaro: con la liberalizzazione dei servizi si otterrebbe una crescita del 4% del PIL nei prossimi dieci anni. Questo obiettivo può essere raggiunto solo con l'elaborazione e l'attuazione di regole comuni.

Nell'attuale periodo di crisi dobbiamo sfruttare il potenziale di crescita esistente aiutando le imprese a crescere, ad innovare e a creare più posti di lavoro. Solo così riusciremo ad offrire servizi migliori e più competitivi sia ai consumatori che alle imprese. Il mercato unico dei servizi deve essere strumento per il rilancio della crescita economica, riconquistando la fiducia dei consumatori e garantendo a tutti prodotti affidabili.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto.(PL) Esistono ancora numerose restrizioni sui servizi nel mercato unico, pertanto questa relazione è importante, in quanto analizza l’attuazione delle soluzioni adottate. La direttiva sui servizi mira a conseguire la piena attuazione del mercato unico dei servizi. L’obiettivo è anche quello di permettere alle piccole e medie imprese di avviare ed ampliare con maggior facilità le proprie attività, in modo da promuovere la creazione di nuovi posti di lavoro e contribuire a combattere la disoccupazione. Ai cittadini verranno offerti servizi di più alta qualità a prezzi più competitivi, e miglioreranno i livelli di sicurezza del settore.

Si rivelerà tuttavia essenziale valutare l’impatto della direttiva dopo la sua completa attuazione negli Stati membri. Il Parlamento europeo, uno dei protagonisti del progetto, dovrebbe ricoprire un ruolo di rilievo nel vigilare sul processo. Un’attuazione della direttiva tempestiva e corretta è un requisito essenziale per conseguire gli obiettivi della politica di coesione e della politica regionale, e potrebbe aiutarci a raggiungere i traguardi della strategia Europa 2020 contribuendo a eliminare l’”affaticamento da mercato unico” attualmente presente nel settore terziario.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto.(NL) Nel 2006 è stata introdotta la liberalizzazione del mercato dei servizi. In quel frangente il gruppo Verde/Alleanza libera europea ha votato contro la direttiva sui servizi, in quanto presentava molte lacune e non garantiva la certezza giuridica. La relazione su cui voteremo oggi analizza le difficoltà riscontrate nell’attuazione della direttiva sui servizi. Pur contenendo alcuni elementi condivisibili, quali la richiesta di una revisione periodica e l’esame degli effetti a lungo termine, presenta anche degli elementi con cui dissento, ad esempio la dichiarazione secondo cui gli Stati membri avrebbero riscontrato poche difficoltà, o poco significative, nel processo di attuazione. Tale affermazione è falsa, perché non è ancora chiaro se determinati servizi sociali rientrino o meno nella direttiva. La relazione è inoltre troppo ottimista in merito alla possibilità di creare posti di lavoro.

Non sono mai state effettuate ricerche sul numero di posti di lavoro creati, né su quanti impieghi sono andati perduti o sulla qualità del lavoro disponibile, per non parlare delle maggiori pressioni sulle condizioni di lavoro che sono seguite alle sentenze della Corte di giustizia. Inoltre, la relazione non riporta una sola parola sull’incertezza giuridica che deriverà dal fatto che non sono state formulate alternative chiare al principio del paese d’origine. I deputati del gruppo Verts/ALE avevano tuttavia richiesto una revisione del divieto imposto agli Stati membri che chiedevano ulteriori requisiti ai prestatori di servizi, ma la richiesta è stata respinta. Ho votato contro.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto.(EN) Ho appoggiato la relazione sull’attuazione della direttiva sui servizi 2006/123/CE. Ritengo sia importante rispettare i diritti sociali e il diritto del lavoro all’atto di migliorare il mercato interno dei servizi, in quanto tutto ciò andrà a vantaggio dei commercianti così come dei consumatori.

 
  
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  Róża Gräfin von Thun und Hohenstein (PPE), per iscritto.(EN) Appoggio fermamente la relazione Gebhardt. La scadenza dell’attuazione della direttiva sui servizi risale a un anno fa, e accolgo con favore il fatto che il Parlamento stia puntando i riflettori sui progressi degli Stati membri. Il settore dei servizi rappresenta un’ampia quota del PIL dell’Unione, eppure il commercio transfrontaliero di servizi continua a essere di molto inferiore al livello di scambi di beni. La relazione dimostra che l’attuazione è incompleta e che i cittadini non hanno ancora beneficiato pienamente dei vantaggi della direttiva. Gli sportelli unici in ogni Stato membro, incaricati di informare i prestatori di servizi dei loro diritti e opportunità in altri Stati membri, sono una disposizione importante della direttiva. A mio parere, la questione cruciale sollevata da questa relazione è l’evidente scarso utilizzo di tali sportelli. Sostengo fermamente la proposta di condurre una campagna informativa efficace per aumentare la visibilità degli sportelli unici. La Commissione dovrebbe stanziare dei fondi per una campagna promozionale. Tuttavia, sottolineo anche il compito che dovrebbero svolgere le autorità sul campo negli Stati membri che dispongono dei contatti e della competenza necessaria per assicurare che tale campagna sia adeguatamente mirata. Se non si provvederà in tal senso, gli sforzi compiuti dall’Unione per promuovere il commercio transfrontaliero dei servizi si riveleranno vani.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) L’attuazione della legge antilavoratori fallimentare sulla “liberalizzazione” dei servizi, nota come direttiva Bolkestein, promuove cambiamenti reazionari radicali alle spese delle classi operaie e meno abbienti. L’apertura dei mercati dei servizi, che rappresentano il 40 per cento del PIL e dell’occupazione dell’Unione europea, implica l’abolizione dei contratti collettivi e un duro colpo per i diritti in termini di retribuzione, lavoro, sociali ed altri conquistati dai lavoratori, e significa svendere settori pubblici strategici dell’economia che sono di proprietà del popolo. Nella sua proposta di risoluzione per i servizi, il Parlamento europeo ha esortato l’Unione europea e i governi borghesi degli Stati membri ad accelerare le ristrutturazioni capitalistiche per poter attuare pienamente la direttiva sulla “liberalizzazione” dei servizi, sulla base della recente comunicazione della Commissione intitolata “Verso un mercato unico” nel 2011, al fine di operare altri tagli drastici ai danni della forza lavoro e per consentire ai monopoli di conquistare nuovi settori redditizi per il capitale. La creazione di sportelli unici per le aziende di servizi in tutti gli Stati membri è un pretesto per accelerare l’attuazione della direttiva antilavoratori, la ratifica della quale ha scatenato uno sciame di proteste dei lavoratori in tutti gli Stati membri. Il partito comunista greco ha votato contro questa proposta di risoluzione sull’attuazione della direttiva sui servizi.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto.(EN) Appoggio incondizionatamente la relazione Gebhardt sull’attuazione della direttiva sui servizi. Le attività della direttiva del 2006 rappresentano il 40 per cento del PIL e dell’occupazione dell’Unione europea. Tuttavia, i diversi metodi di attuazione degli Stati membri hanno impedito al settore dei servizi di trarre pieno vantaggio dalla direttiva. Consentire ai prestatori di servizi di operare al di fuori del loro paese è parte integrante del mercato unico dell’UE e ridurre la burocrazia a livello nazionale può consentire alla direttiva di contribuire alla crescita economica dell’Unione europea e ai suoi obiettivi occupazionali. In base alla relazione, ogni paese membro deve garantire che vengano fornite maggiori informazioni alle aziende che desiderano erogare i propri servizi all’estero. La creazione di tali sportelli unici consentirà al settore terziario di beneficiare del commercio transfrontaliero. Anche accertarsi che tali sportelli unici offrano un contatto umano oltre che elettronico è essenziale per garantire che gli utenti ricevano tutte le informazioni e che le loro domande trovino una risposta. La relazione propone inoltre di includere i servizi che erano esenti dalla direttiva originaria del 2006: assistenza sanitaria, trasporto e servizi sociali. Ciò amplierebbe ulteriormente il campo di applicazione della direttiva e genererebbe vantaggi per un numero maggiore di operatori del terziario.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Nell’UE il settore terziario garantisce circa il 70 per cento del PIL. In alcuni paesi, quali l’Austria, da dove provengo, questo settore è un motore di crescita economica. L’obiettivo della direttiva è rimuovere gli ostacoli insensati alla prestazione di servizi transfrontalieri. Le piccole e medie imprese, in particolare, si trovano spesso a dover fronteggiare barriere burocratiche e discriminazioni che impediscono loro di trarre pieno vantaggio dal mercato interno comune. La direttiva tiene conto delle circostanze sociali specifiche dei singoli Stati membri. Rafforzare le possibilità di controllo nel paese di destinazione rappresenta un passo avanti importante. Dobbiamo tuttavia istituire quanto prima un meccanismo per comminare sanzioni efficaci ai prestatori esteri di servizi che violano la legge. Ho votato a favore della relazione Gebhardt perché spero che l’attuazione della direttiva sui servizi offra nuovi stimoli al mercato del lavoro.

 
  
  

Relazione Cancian (A7-0020/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Approvo la relazione, in quanto ritengo che rappresenti un compromesso soddisfacente ed equilibrato che riesce a garantire i diritti dei passeggeri senza imporre contemporaneamente un onere eccessivo sugli operatori, molti dei quali sono piccole e medie imprese.

Si tratta pertanto di una conquista per il Parlamento, che è riuscito a cambiare il campo di applicazione da 500 km, la posizione del Consiglio, a 250 km, e anche per quanto riguarda i diritti dei passeggeri, in particolare le persone a mobilità ridotta. Andrebbe sottolineato anche quanto segue: la garanzia di una sistemazione in caso di cancellazione, il diritto a ricevere assistenza immediata in caso di sinistro, il diritto a risarcimento in caso di cancellazione, e la la trasmissione in tempo reale ai passeggeri di informazioni aggiornate per via elettronica.

 
  
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  Marta Andreasen (EFD), per iscritto.(EN) Ci siamo opposti a questa legislazione per il fatto che è assodato che:

1. i costi supplementari determinati dai diritti supplementari si tradurranno in prezzi dei biglietti sempre e immancabilmente più elevati per tutti i passeggeri;

2. le corse di autobus e pullman che realizzano profitti marginali o inesistenti, in quanto non hanno margine di manovra per aumentare i prezzi dei biglietti, verranno soppresse e non verrà fornito alcun servizio.

L’Unione europea non dovrebbe avere il diritto di legiferare al posto del Regno Unito. Affermiamo il diritto del Regno Unito quale Stato nazione di autogovernarsi e di promulgare autonomamente le proprie leggi, senza alcuna eccezione per le leggi sui trasporti e l’ambiente.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione in cui il Parlamento europeo esprime la propria posizione sulla protezione dei diritti dei passeggeri. La norma si applicherà ai servizi regolari, all’interno dei singoli Stati membri o tra uno Stato membro e l’altro, nei quali la distanza prevista non sia superiore ai 250 km. Parliamo dei diritti dei passeggeri degli autobus nel momento in cui una corsa di autobus o pullman viene soppressa o subisce un ritardo superiore a 120 minuti. Ai passeggeri andrebbe immediatamente offerta la scelta tra proseguire il viaggio o essere riavviati verso la destinazione finale senza costi aggiuntivi o ottenere il rimborso del prezzo del biglietto. Se l’operatore non offre queste alternative, i passeggeri hanno diritto al risarcimento oltre al rimborso del prezzo del biglietto. In caso di cancellazioni o ritardi, è anche importante che ai passeggeri vengano fornite tutte le informazioni necessarie. Va inoltre offerta assistenza nei casi in cui una corsa di oltre tre ore venga soppressa o parta in ritardo di oltre 90 minuti.

In casi come questi, occorre anche fornire un’assistenza sotto forma di spuntini, pasti o rinfreschi, nonché una sistemazione in albergo durante due notti al massimo. Tuttavia, l’obbligo di fornire una sistemazione non si applica se la cancellazione o il ritardo è causato da cattive condizioni meteorologiche o da gravi catastrofi naturali. Considerando le difficoltà riscontrate dai passeggeri quest’inverno, quando non hanno potuto raggiungere la loro destinazione a causa delle condizioni meteorologiche e sono stati persino costretti a trascorrere diverse notti nelle stazioni, andrebbe garantito tale diritto alla sistemazione.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) Nell’Unione europea ci sono più di 70 milioni di persone che viaggiano ogni anno in autobus e pullman. La posizione risoluta adottata dal Parlamento europeo sui diritti delle persone che viaggiano in autobus o pullman significa che, da questo momento in poi, gli operatori dei trasporti forniranno informazioni, assistenza e risarcimento in tutta l’UE per conformarsi ai diritti dei passeggeri. Indipendentemente dal mezzo di trasporto prescelto, gli europei godono ora di protezione a livello di Unione europea. Appoggio questa relazione, che disciplina l’eccesso di prenotazioni rispetto ai posti disponibili su autobus e pullman o le partenze con ritardi superiori a due ore per tragitti superiori ai 250 chilometri, oltre alla cancellazione delle corse. Inoltre, ritengo che la politica di non discriminazione delle persone a mobilità ridotta si rispecchi in una serie di diritti di base concernenti la fornitura di assistenza ai capolinea degli autobus, compreso il trasporto gratuito per particolari attrezzature quali le sedie a rotelle. Ho votato a favore della relazione, che sostiene i diritti delle persone con disabilità e a mobilità ridotta, quali l’accesso non discriminatorio ai trasporti e il diritto di risarcimento in caso di smarrimento o danno alle sedie a rotelle o ad altre attrezzature per la mobilità.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto. (GA) I disabili devono avere accesso a un sistema di trasporti e occorre inoltre salvaguardare i diritti delle persone a mobilità ridotta in termini di assistenza alle fermate e ai capolinea. Pur convenendo che i passeggeri hanno diritto a ricevere informazioni più precise e assistenza dagli operatori e ai capolinea in tutta l’Unione europea, è altresì importante non oberare inutilmente di lavoro gli operatori piccoli, nazionali o volontari che sono attivi nelle aree rurali, altrimenti si sentirebbero costretti a ridurre i servizi che offrono.

Molto spesso, i servizi di autobus erogati da enti nazionali o volontari sono essenziali per le comunità locali e rurali. I costi supplementari proposti dalla relazione si tradurrebbero in incrementi dei prezzi e riduzioni delle corse disponibili, e alcune aziende potrebbero essere costrette a chiudere i battenti. Una regolamentazione eccessiva rappresenterebbe un onere ingente per questi operatori, alcuni dei quali sono già sotto pressione, e ne conseguirebbe un ridimensionamento dei servizi per le aree rurali. Un sistema di trasporti che funziona bene a livello locale è da preferire a un servizio che viene sospeso a causa di un eccesso di regolamentazione.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto.(LT) Ho votato a favore di questo documento importante. La crescita del settore dei trasporti e l’incremento continuo della mobilità dei cittadini comunitari rende necessario stabilire dei diritti a livello comunitario per la tutela dei passeggeri e per garantire condizioni di parità tra gli operatori dei diversi Stati membri. I passeggeri del trasporto aereo godono da tempo di molti diritti, e due anni fa gli stessi sono stati concessi anche ai passeggeri delle ferrovie, garantendo loro un livello elevato di tutela. Diritti analoghi vanno attribuiti anche ai passeggeri degli autobus e occorre migliorare le condizioni di viaggio delle persone a mobilità ridotta. Ritengo che dai negoziati lunghi e complessi sia emerso un accordo con il Consiglio veramente condivisibile ed equilibrato, che tutela incondizionatamente i diritti dei passeggeri senza imporre alcun onere sugli operatori, molti dei quali sono piccole e medie imprese. D’ora innanzi i passeggeri degli autobus avranno diritto a essere risarciti se una corsa viene soppressa, ritardata o rinviata, ed è stata anche affrontata la questione dei bagagli danneggiati o smarriti; sono state inoltre stabilite norme chiare sui diritti al risarcimento in caso di incidente.

 
  
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  Gerard Batten e Nigel Farage (EFD), per iscritto.(EN) Ci siamo opposti a questa legislazione per il fatto che è assodato che:

1. i costi supplementari determinati dai diritti supplementari si tradurranno in prezzi dei biglietti sempre e immancabilmente più elevati per tutti i passeggeri;

2. le corse di autobus e pullman che realizzano profitti marginali o inesistenti, in quanto non hanno margine di manovra per aumentare i prezzi dei biglietti, verranno soppresse e non verrà fornito alcun servizio.

L’Unione europea non dovrebbe avere il diritto di legiferare al posto del Regno Unito. Affermiamo il diritto del Regno Unito quale Stato nazione di autogovernarsi e di promulgare autonomamente le proprie leggi, senza alcuna eccezione per le leggi sui trasporti e l’ambiente.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto.(FR) Allineare i diritti dei passeggeri di autobus e pullman a quelli dei passeggeri del trasporto ferroviario e aereo è ovviamente un’intenzione ammirevole. Mi sono tuttavia astenuto, in quanto ritengo che il testo non sia sufficientemente ambizioso.

Di fatto, limitare a 250 chilometri la soglia del risarcimento in caso di un problema ingente significa sostanzialmente escludere tre paesi dell’Unione europea. Si sarebbe potuto facilmente introdurre un semplice meccanismo di deroga per i paesi interessati. Nel complesso, i passeggeri di autobus e pullman ne escono meno avvantaggiati. Poiché la mobilità è una questione che si ripresenta spesso, sarebbe stato opportuno trasmettere un messaggio riguardante viaggi molto più brevi di 250 chilometri.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. – Con riferimento al testo in oggetto non posso che sostenere la relazione del collega on.Cancian laddove al centro della riflessione istituzionale non si provvede solo a creare una base comune di garanzia per la tutela dei diritti dei passeggeri degli autobus, ma viene anche dato ampio spazio alle esigenze di mobilità del mondo dell´handicap e della disabilità. A tale riguardo le compagnie di autobus sono chiamate ad attrezzarsi e formarsi per fornire un minimo di assistenza alle persone disabili o con modalità ridotta, fatto salvo l´onere per il passeggero di informare preventivamente la compagnia delle sue necessità, non meno di 36 ore prima della partenza. Il compromesso raggiunto sembra dunque fissare standard minimi comuni molto favorevoli per i passeggeri, senza porre eccessivi oneri sui vettori, costituiti per la maggior parte da piccole e medie imprese.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) Sulla base dell’esito della votazione di martedì, il Parlamento europeo è riuscito ad aggiungere il tassello mancante alla legislazione sui diritti dei passeggeri europei, che verrà attuata su tutto il territorio a decorrere dalla primavera del 2013.

I negoziati sono stati difficili. Comunque, riguarderanno tutti i servizi di trasporto stradale nazionali o transfrontalieri con tragitti superiori a 250 km. Era giunto il momento di uniformare le norme in materia di trasporto stradale in un periodo in cui i cittadini europei fanno un uso sempre più crescente di questa forma di trasporto, in quanto rappresenta un’alternativa più economica e conveniente per le brevi distanze non servite dal trasporto aereo. Nel contesto del traffico europeo, è logico che il settore del trasporto aereo sia soggetto a norme in materia di risarcimento analoghe a quelle che si applicano al trasporto aereo, standardizzate molto tempo fa.

Accade troppo spesso che gli operatori del trasporto stradale applichino di norma la loro stessa discrezione per risolvere le questioni, soprattutto nei paesi di recente adesione. Far sì che si assumano le proprie responsabilità non potrà che migliorare i servizi offerti. Ogni passeggero, che viaggi in aereo o su strada, deve essere consapevole dei propri diritti, soprattutto nei casi in cui paga per un determinato servizio e riceve qualcosa di completamente diverso. Mi auguro che non siano troppi gli Stati intenzionati a chiedere una deroga temporanea da tali norme e che le stesse vengano applicate ovunque a partire dal 2013.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. – Mi congratulo con il relatore e collega Cancian per l'ottimo lavoro svolto grazie al quale si è potuto raggiungere un compromesso soddisfacente e ben equilibrato. Grazie a questa relazione, infatti, da oggi vedranno garantiti i propri diritti anche i passeggeri di pullman e autobus, gli unici a non essere tutelati in modo specifico a livello europeo. Ho votato perciò a favore di questo documento, del quale apprezzo anche l'attenzione rivolta alle compagnie automobilistiche attive in questo settore.

Gli accordi raggiunti, infatti, hanno evitato di pesare eccessivamente sui vettori, molto spesso a conduzione familiare e di modeste dimensioni. Al contempo, reputo importante che l'Unione europea attui una regolamentazione precisa attraverso la quale presto si redigerà una carta dei diritti dei passeggeri, con particolare attenzione alle necessità delle persone disabili o a mobilità ridotta.

 
  
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  Jan Březina (PPE), per iscritto. (CS) Considero il testo della legislazione approvata un compromesso equilibrato, che garantisce i diritti dei passeggeri senza tuttavia rappresentare un onere amministrativo eccessivo per gli operatori dei trasporti, gran parte dei quali sono piccole e medie imprese. Ritengo che il Parlamento europeo abbia messo a segno una conquista quando si è imposto sul Consiglio ed è riuscito ad ampliare il campo di applicazione della normativa estendendolo a tutti i trasporti regolare nazionali e transfrontalieri che coprano una distanza di 250 km o oltre, mentre il Consiglio proponeva una distanza minima di 500 km. Plaudo al fatto che, in caso di cancellazioni, ritardi oltre i 120 minuti o vendita eccessiva di biglietti rispetto ai posti disponibili, i passeggeri, oltre al diritto di proseguire il viaggio, la possibilità di partire con un altro autobus verso la destinazione finale o di ricevere il rimborso del prezzo del biglietto, hanno anche diritto ad un risarcimento pari al 50 per cento del prezzo del biglietto. Poiché la normativa sui diritti dei passeggeri degli autobus è correlata a quella sui diritti dei passeggeri ferroviari, non approvo che, a differenza dei passeggeri degli autobus, quelli dei treni di molti Stati dell’Unione europea siano ancora in attesa dell’applicazione dei loro diritti, soprattutto di quello al rimborso di un quarto o metà del biglietto in caso di ritardi superiori a un’ora.

Il ministro ceco dei Trasporti ha inoltre deciso di sfruttare la possibilità di rinviare di cinque anni l’attuazione di tale norma europea. La motivazione che ha addotto sono state le attività di costruzione relativamente estese sulla rete ferroviaria ceca, che causano il ritardo dei treni. In ultima analisi, ciò significa introdurre un sistema a due pesi e due misure, in cui un gruppo di passeggeri è più svantaggiato dell’altro.

 
  
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  David Campbell Bannerman (ECR), per iscritto.(EN) Ci siamo opposti a questa legislazione per il fatto che è assodato che:

1. i costi supplementari determinati dai diritti supplementari si tradurranno in prezzi dei biglietti sempre e immancabilmente più elevati per tutti i passeggeri;

2. le corse di autobus e pullman che realizzano profitti marginali o inesistenti, in quanto non hanno margine di manovra per aumentare i prezzi dei biglietti, verranno soppresse e non verrà fornito alcun servizio.

L’Unione europea non dovrebbe avere il diritto di legiferare al posto del Regno Unito. Affermiamo il diritto del Regno Unito quale Stato nazione di autogovernarsi e di promulgare autonomamente le proprie leggi, senza alcuna eccezione per le leggi sui trasporti e l’ambiente.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce della continua espansione del settore dei trasporti, si è reso essenziale garantire che i diritti che tutelano i passeggeri, paragonabili a quelli applicati in altri modi di trasporto, si applichino anche al trasporto con autobus e pullman in tutto il territorio comunitario. Tale trasporto è cresciuto di oltre il 5 per cento e ha registrato un volume annuale di 72,8 milioni di passeggeri. Inoltre, è importante assicurare condizioni di parità, in termini di concorrenza, tra le aziende dei trasporti dei diversi Stati membri e tra le diverse modalità di trasporto. Reputo pertanto importante che, dopo quasi due anni di negoziati, sia stato raggiunto un accordo che consentirà a questa categoria di passeggeri di godere di una serie di diritti, soprattutto in termini di assistenza in caso di incidenti, ritardi, cancellazioni, rimborsi, eccetera. Al contempo, viene dedicata un’attenzione particolare ai diritti dei disabili e delle persone a mobilità ridotta. Appoggio tale compromesso in quanto lo ritengo assolutamente soddisfacente e bilanciato: riesce infatti a garantire i diritti dei passeggeri senza contemporaneamente imporre un onere eccessivo sugli operatori che, nella maggior parte dei casi, sono piccole e medie imprese.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Ritengo sia di buon auspicio il fatto che il testo definitivo possa essere considerato un compromesso molto soddisfacente ed equilibrato, in quanto riesce ad assicurare i diritti dei passeggeri senza contemporaneamente imporre misure eccessivamente restrittive agli operatori che, nella maggior parte dei casi, sono piccole e medie imprese.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto.(FR) Nel dicembre 2008 la Commissione ha presentato una proposta di regolamento in materia di diritti dei passeggeri del trasporto su autobus e pullman. L’obiettivo precipuo di tale proposta era l’introduzione di disposizioni comuni su tali diritti. Ciò è ora divenuto realtà, e sono lieta che i passeggeri che percorrono per lo meno 250 km in autobus godano ora dei medesimi diritti europei alle informazioni, all’assistenza e al risarcimento in caso di cancellazione, vendita eccessiva di biglietti rispetto ai posti disponibili o ritardo superiore alle due ore.

I passeggeri dovrebbero poter scegliere tra ricevere un rimborso del prezzo del biglietto o proseguire il viaggio alle medesime condizioni e senza costi supplementari. Se il rimborso è l’unica via praticabile, andrà previsto anche un risarcimento pari al 50 per cento del prezzo del biglietto. Inoltre, i passeggeri avranno diritto a un risarcimento anche in caso di smarrimento o danneggiamento del bagaglio.

 
  
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  Lena Ek, Marit Paulsen, Olle Schmidt e Cecilia Wikström (ALDE), per iscritto. (SV) Questa settimana il Parlamento europeo si è pronunciato su una relazione tesa a garantire i diritti dei passeggeri di autobus e pullman a livello europeo. Il compromesso col Consiglio è un passo nella giusta direzione, ma purtroppo il campo di applicazione della norma è limitato e abbiamo pertanto scelto di astenerci dalla votazione.

Reputiamo problematico che tre paesi membri (Lussemburgo, Malta e Cipro) siano stati esclusi dall’accordo, in quanto ciò indebolisce considerevolmente la tutela complessiva dei passeggeri in Europa. Crediamo inoltre che la distanza di 250 km sia eccessiva per essere usata come base per la legislazione comunitaria, in quanto significa praticamente che i passeggeri di autobus o pullman che viaggiano da Lussemburgo s Strasburgo o da Malmö a Växjö non saranno tutelati dalla legislazione. è deplorevole.

Dissentiamo inoltre con la clausola di forza maggiore che limita la responsabilità degli operatori in caso di cancellazioni o ritardi se questi ultimi sono causati da cattive condizioni meteorologiche o da gravi catastrofi naturali. Riteniamo che questo rappresenti un precedente preoccupante per l’imminente revisione delle norme in materia di diritti dei passeggeri del trasporto aereo.

Accogliamo comunque con favore il miglioramento dei diritti dei disabili garantito da questo accordo e l’assistenza supplementare che riceveranno ora questi passeggeri.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione relativa ai diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus e pullman, che ora godranno di diritti paragonabili a quelli applicati in altri modi di trasporto. La nuova norma comprende disposizioni importanti, in particolare riguardo ai diritti dei disabili o delle persone a mobilità ridotta, oltre che ai diritti dei passeggeri in caso di cancellazioni o ritardi.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Indipendentemente dal modo di trasporto utilizzato, i passeggeri hanno diritto a ricevere un servizio sicuro e di qualità, e per questa ragione considero positiva l’intenzione di introdurre norme armonizzate sui diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus e pullman in tutto il territorio dell’Unione europea. Ritengo inoltre che i diritti dei passeggeri debbano sostanzialmente coincidere indipendentemente dal mezzo di trasporto utilizzato, tranne che nei casi in cui ciò sia incompatibile con le caratteristiche del mezzo di trasporto in questione. Infine, desidero congratularmi con gli onorevoli Kratsa-Tsagaropoulou e Simpson, con il relatore e con tutti coloro che hanno partecipato ai negoziati in sede di comitato di conciliazione per il lavoro svolto e l’accordo raggiunto in merito alla versione finale di questa norma.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La relazione fa riferimento a un progetto comune, approvato dal comitato di conciliazione, di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus.

Vorrei in primo luogo congratularmi col Comitato di conciliazione per il lavoro svolto e il consenso raggiunto. Dai tre diritti inizialmente presentati dal Consiglio, è stato effettivamente possibile arrivare a 12, tra cui mi preme sottolineare le norme sulla responsabilità, sul risarcimento, sull’assistenza, sul trasporto alternativo e sull’attenzione speciale rivolta ai disabili o ai passeggeri a mobilità ridotta.

Accolgo pertanto con favore questo passo ulteriore compiuto dall’Unione europea che, ne sono certo, aumenterà il numero dei passeggeri che viaggiano in autobus e pullman grazie alla sensazione di sicurezza e comodità da esso introdotta, e che contribuirà significativamente alla riduzione delle emissioni di CO2.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) L’accordo sui diritti dei passeggeri di autobus e pullman raggiunto da Parlamento e Consiglio in seno al comitato di conciliazione ridefinisce il campo di applicazione del regolamento stabilito in seconda lettura e lo limita ai passeggeri che utilizzano i servizi di trasporto su strada noti come “lunga distanza”, definendoli come servizi che comportano un tragitto di 250 km o oltre. Al contempo, definisce i 12 diritti fondamentali dei passeggeri della breve distanza, concentrandosi sulle esigenze dei disabili e delle persone a mobilità ridotta, quali il risarcimento in caso di smarrimento o perdita delle sedie a rotelle e di altre attrezzature per la mobilità, biglietti e condizioni contrattuali non discriminatorie e diritti alle informazioni.

Sono proposte che siamo naturalmente propensi a sostenere. Dobbiamo tuttavia esprimere qualche dubbio riguardo agli emendamenti introdotti in seno al comitato di conciliazione, oltre che ai criteri utilizzati per l’attuazione del regolamento. Le diverse dimensioni e le caratteristiche dei paesi europei rendono difficile l’applicazione della norma in alcuni Stati, soprattutto nei più piccoli, nei quali è difficile far rientrare molti tragitti nel concetto adottato di viaggio “di lunga distanza”, il che potrebbe determinare per i passeggeri interessati una privazione ingiustificata dei diritti in questione.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto.(FR) Dopo una procedura durata molti anni, l’adozione di questo testo rappresenta un progresso ragguardevole per i diritti dei passeggeri in Europa, e in particolare per i disabili e le persone a mobilità ridotta. Con l’adozione di questo regolamento (che riguarda i viaggi in pullman e autobus), d’ora in avanti tutti i modi di trasporto dell’Unione europea saranno soggetti a una legislazione che offre diritti e garanzie ai passeggeri nel caso in cui il loro viaggio venga cancellato o ritardato, ad esempio, o se viene smarrito il bagaglio e così via. Detto ciò, deploro il fatto che tale norma si applichi solamente a partire da 250 km, in quanto in tal modo esclude sostanzialmente tre Stati membri dell’Unione europea (Lussemburgo, Malta e Cipro), ma anche molti tragitti, quali Bruxelles-Amsterdam o Budapest-Vienna. Infine, deploro anche la mancata flessibilità per i “viaggi” nelle zone transfrontaliere, in quanto ciò ostacola la mobilità degli europei. In altre parole, questo testo è molto meno ambizioso di quello che abbiamo difeso in sede di comitato di conciliazione pochi mesi fa e molto meno ambizioso di quanto avrei desiderato per i passeggeri europei.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto.(FR) Ho votato a favore di questo testo non soltanto perché si propone di migliorare i diritti dei passeggeri di autobus e pullman in termini di risarcimento e assistenza in caso di incidente, ma anche perché pone l’accento sul principio di non discriminazione per le persone a mobilità ridotta, che dovrebbero poter accedere senza impedimento a tali modalità di trasporto, che attualmente rappresentano il 10 per cento di tutti i trasporti terrestri di passeggeri in Europa. Accolgo inoltre con favore il fatto che, grazie a questo testo, i diritti dei passeggeri siano tutelati per tutte le modalità di trasporto.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della concessione di nuovi diritti importanti ai passeggeri di autobus e pullman. Penso che siamo riusciti a trovare un equilibrio adeguato tra i diritti degli utenti e le esigenze degli operatori dei trasporti. La votazione odierna sarà particolarmente importante per i passeggeri disabili, che trarranno notevoli vantaggi grazie al voto di oggi.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione in cui il Parlamento europeo esprime la propria posizione sulla tutela dei diritti dei passeggeri. Credo che contribuirà a migliorare le condizioni dei passeggeri e offrirà loro maggiore chiarezza giuridica in caso di incidente o di altre evenienze impreviste. Al contempo, i maggiori diritti garantiti ai passeggeri dal documento verranno applicati senza tradursi in un onere eccessivo per gli operatori, molti dei quali sono piccole e medie imprese. E, fatto ancor più importante, i diritti attribuiti ai passeggeri degli autobus saranno paragonabili a quelli di altri modi di trasporto.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Egregio Presidente, cari colleghi, a sèguito di un travagliato lavoro di diplomazia tra il Consiglio ed il Parlamento, soltanto oggi possiamo finalmente varare la relazione stilata dal collega Cancian. Il mio voto non poteva che essere favorevole poiché grazie a questa relazione l'UE potrà pretendere che i singoli Stati membri legiferino su tale materia secondo le direttive fornite dalla relazione che si incentrano su un maggior rispetto per i passeggeri degli autobus. Considerando che, dopo l'automobile, i bus sono i mezzi di trasporto più utilizzati, tendenza sempre più in aumento, l'Europa ha il dovere di porsi dalla parte dei cittadini, fruitori di tali servizi. La relazione rappresenta un buon compromesso e, cosa che mi preme più sottolineare è il fatto che sia stata posta la giusta attenzione ai diritti dei disabili richiedendo una maggiore assistenza, da parte delle compagnie degli autobus, per tutte le persone disabili o a quelle con mobilità ridotta. Con l'entrata in vigore tale normativa, i cittadini avranno diritto a delle regole chiare e comuni su ciò che attiene anche il risarcimento degli eventuali danni o i rimborsi in caso di ritardo rispetto agli orari previsti.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (S&D), per iscritto.(PL) Martedì 15 febbraio 2011 il Parlamento europeo ha adottato una relazione che condurrà a un risultato atteso da tempo, vale a dire la parità dei diritti per i passeggeri di tutte le modalità di trasporto. I diritti dei passeggeri che usufruiscono di servizi regolari di autobus sono stati rafforzati in relazione allo smarrimento del bagaglio, alla perdita degli effetti personali, al decesso o alle lesioni, a problemi imputabili all’operatore o così via. Una caratteristica positiva del regolamento è il fatto che disciplini i diritti dei passeggeri in tutta l’Unione europea. Va sottolineato che tra tali diritti fondamentali figurano le esigenze dei disabili e delle persone a mobilità ridotta. La norma è tesa a garantire un accesso non discriminatorio ai trasporti. Disciplina inoltre le responsabilità dei passeggeri e le conseguenze della loro mancata assunzione di tali responsabilità, compreso il mancato ricorso alle possibilità di risarcimento. Alla luce di quanto suddetto, ho votato a favore del regolamento, che è ben formulato e che porta a compimento la regolamentazione dei diritti dei passeggeri nell’Unione europea.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Oggi, dopo due anni di negoziati difficili con gli Stati membri, il Parlamento europeo ha votato sull’adozione di un accordo per un regolamento che riguarderà tutti i diritti dei passeggeri che utilizzano servizi di trasporto a lunga distanza nazionali o transfrontalieri. Mi sono espresso a favore dell’accordo in quanto contiene 12 diritti fondamentali importantissimi per migliorare la qualità dei servizi di trasporto. Riguardano in particolare il diritto dei passeggeri a essere tenuti costantemente informati prima e durante il viaggio e le esigenze dei disabili e delle persone a mobilità ridotta. L’introduzione di tali diritti ci consentirà di garantire un accesso ai trasporti senza discriminazioni.

Inoltre, la relazione si sofferma su alcuni diritti dei passeggeri che considero molto importanti, quali il risarcimento obbligatorio per lo smarrimento del bagaglio, il rimborso di una determinata percentuale dei costi in caso di decesso o lesione fisica del passeggero, oltre al risarcimento fino al 50 per cento del valore del biglietto, in aggiunta al rimborso totale del prezzo del biglietto nel caso in cui l’operatore sopprima una corsa e sia pertanto impossibilitato a onorare il contratto di trasporto.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Accolgo con favore la relazione, che delinea una nuova serie di diritti per i passeggeri di autobus e pullman e che dovrebbe migliorare la qualità dei servizi offerti, costringendo gli operatori dei servizi di trasporto ad assumersi le proprie responsabilità in caso di ritardi, cancellazioni e smarrimento o danneggiamento dei bagagli. La relazione contiene inoltre disposizioni cruciali per migliorare l’accessibilità dei servizi di autobus locali per i disabili e le persone a mobilità ridotta.

 
  
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  Gesine Meissner (ALDE), per iscritto.(EN) Questo regolamento rappresenta un passo nella giusta direzione, in quanto dà vita a una serie di diritti comunitari per i passeggeri degli autobus. Tuttavia, ad eccezione di alcuni diritti di base, si applica a servizi regolari pari o superiori ai 250 km. Un ambito di applicazione così limitato difficilmente può costituire la base di una legislazione veramente europea nell’interesse di tutti i passeggeri degli autobus, e il gruppo ALDE non può appoggiare tale accordo.

Dissentiamo inoltre con la clausola di forza maggiore, che esime gli operatori dall’obbligo di garantire una sistemazione ai passeggeri in caso di cancellazioni o ritardi causati da cattive condizioni meteorologiche o da gravi catastrofi naturali, in quanto ciò potrebbe costituire un precedente per altre legislazioni comunitarie in materia di diritti dei passeggeri. Benché non sia un trionfo, si tratta comunque di un miglioramento, soprattutto per i viaggiatori disabili e a mobilità ridotta. Siamo riusciti a imporre condizioni di accesso non discriminatorie, la formazione relativamente alla disabilità del personale degli autobus e delle autorità presenti al capolinea che gestiscono direttamente i passeggeri, il risarcimento in caso di perdita o di danno alle attrezzature di mobilità su tutte le corse, indipendentemente dalla distanza. Tenuto conto di ciò, e in vista della creazione di un insieme comunitario di diritti per tutti i passeggeri, non ci siamo opposti all’accordo e ci siamo astenuti nella votazione finale.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Fino ad ora, soltanto i passeggeri degli aerei, dei treni e delle navi sono stati tutelati da legislazioni specifiche. D’ora innanzi, anche i passeggeri che viaggiano a bordo di autobus e pullman godranno di diritti paragonabili ai passeggeri di altri modi di trasporto. Il regolamento approvato oggi prevede l’assistenza e il risarcimento dei passeggeri in caso di incidenti, cancellazioni o ritardi, nonché l’accesso non discriminatorio per i passeggeri disabili. Le nuove norme si applicheranno a tutti i servizi regolari nazionali e transfrontalieri con tragitti pari ad almeno 250 chilometri. Si tratta di un progresso importante per la difesa dei diritti dei cittadini.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto.(EN) Mi sono espresso a favore, ma vorrei aggiungere che le aziende di trasporto su autobus e pullman dovrebbero anch’esse rispettare l’obbligo di istituire sistemi di sicurezza e pronto soccorso per le tratte internazionali e sulla lunga distanza, in quanto capita che i passeggeri si infortunino in caso di incidente. Inoltre, è necessario introdurre norme supplementari relative alla responsabilità delle aziende di trasporto su autobus in merito alla vita e alla salute dei passeggeri, compresi controlli medici obbligatori sullo stato di salute e benessere degli autisti di autobus e pullman, che sono responsabili della salute e della sicurezza dei passeggeri.

 
  
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  Radvilė Morkūnaitė-Mikulėnienė (PPE), per iscritto. (LT) Oggi abbiamo votato a favore di un documento che, benché non ottimale, rappresenta comunque un compromesso valido che ha consentito al Consiglio e al Parlamento europeo di trovare un accordo. Questa legge in materia di diritti dei passeggeri stabilisce norme che riguardano il risarcimento in caso di incidente o rinvio della partenza, la gestione dei reclami dei passeggeri e i diritti dei disabili. è evidentemente deplorevole che la norma si applichi a una distanza di 250 km o oltre. Ciò non è giustificabile nel caso dei paesi più piccoli, ma il tema della nostra discussione non sono soltanto le rotte locali, ma anche quelle internazionali, pertanto ritengo che per i cittadini comunitari che viaggiano tale documento diventerà una garanzia dei loro diritti, con un accento particolare posto sui diritti dei disabili.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questo progetto di risoluzione che amplia i diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus e pullman. Il documento è il risultato di un compromesso scaturito da lunghi negoziati, e rafforza l’attuazione dei diritti dei passeggeri senza comportare un onere supplementare per gli operatori.

Reputo importante garantire che i diritti spettanti ai passeggeri degli autobus siano paragonabili a quelli applicati in altri modi di trasporto, e che agli operatori vengano assicurate condizioni di parità.

Pur convenendo con la legalizzazione di un risarcimento adeguato per i danni subiti, concordo con la proposta di fissare dei limiti al risarcimento a cui gli Stati membri dovranno conformarsi. è particolarmente importante garantire un risarcimento giusto e congruo in caso di decesso, e credo pertanto che il tetto massimo di tale risarcimento ai sensi del diritto nazionale non debba essere inferiore agli importi minimi stabiliti dal regolamento. Inoltre, va garantita un’assistenza operativa adeguata in caso di incidente, in modo da offrire ai passeggeri i servizi e i beni di cui maggiormente necessitano.

Concordo con le disposizioni della norma che offrono ai passeggeri salvaguardie adeguate in caso di cancellazione o ritardo delle corse, e persino un risarcimento supplementare. Accolgo con favore il fatto che il regolamento ponga soprattutto l’accento sui passeggeri disabili e a mobilità ridotta, offrendo loro l’assistenza di cui hanno bisogno durante il viaggio.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Il lavoro svolto in conciliazione dal collega Cancian sul regolamento per i diritti dei passeggeri ha portato all'approvazione di un quadro normativo europeo per la tutela dei passeggeri di autobus e pullman che si affianca alla creazione di un mercato unico dei trasporti. Finora il vuoto normativo affidava la regolamentazione alle legislazioni nazionali a scapito della concorrenza, viste le varie disomogeneità, e a scapito dei cittadini disabili e/o a mobilità ridotta i cui diritti saranno ora garantiti dall'Unione. Ho votato a favore del testo perché lo considero un grande lavoro che, attraverso un buon compromesso, fa fare un bel passo avanti alle politiche dei trasporti europee riuscendo non solo a garantire i diritti ai passeggeri ma anche a non pesare troppo sulle imprese di trasporti che vendono il servizio.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) La proposta di risoluzione sul progetto di regolamento relativo ai diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus e pullman migliora notevolmente i diritti dei passeggeri. Malgrado i negoziati tra il Parlamento europeo e il Consiglio si siano protratti per diversi mesi, il testo finale del compromesso prevede tutta una serie di diritti per i passeggeri di autobus e pullman che percorrono una distanza di 250 km o oltre, al posto dei 500 km inizialmente previsti dal Consiglio.

Entro quattro anni, la scadenza per l’applicazione di questa disposizione specifica, i passeggeri degli autobus e pullman greci e i loro partner potranno fare domanda di risarcimento in caso di ritardi, cancellazioni o variazioni di orario non giustificate. è giusto e corretto salvaguardare tali diritti, per questo mi sono espresso a favore della relazione in oggetto.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sui diritti dei passeggeri degli autobus e dei pullman. Accolgo con favore il fatto che il testo finale sia un compromesso molto soddisfacente e ben equilibrato, dal momento che riesce a garantire i diritti dei passeggeri senza imporre al contempo un pesante onere a carico dei vettori che, per la maggior parte, sono piccole e medie imprese. La proposta della Commissione di instaurare su scala dell’Unione europea diritti che tutelino i passeggeri paragonabili a quelli applicati in altri modi di trasporto nonché di assicurare condizioni di concorrenza paritarie tra i vettori dei vari Stati membri e tra i diversi modi di trasporto rappresenta un provvedimento che può andare a vantaggio di tutti. I negoziati sono stati lunghi e sono sfociati in un processo di conciliazione, gli ostacoli principali del quale sono stati organismi nazionali responsabili dell’applicazione del regolamento e l’ambito di applicazione del medesimo. Alla fine, il regolamento si applica a tutti i servizi regolari, nazionali o transfrontalieri, qualora la distanza da percorrere nel quadro del servizio sia uguale o superiore a 250 km (“lunga distanza”). Il regolamento prevede inoltre risarcimento e assistenza in caso di incidente, diritti dei passeggeri in caso di cancellazione o ritardo, e i diritti dei disabili e/o delle persone a mobilità ridotta.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione, in quanto ritengo che il testo finale del regolamento, come approvato dal comitato di conciliazione, rappresenti un compromesso equilibrato che offre una protezione adeguata ai passeggeri degli autobus e dei pullman, riconoscendo loro un insieme importante di diritti, specificamente in caso di incidente, cancellazione o ritardo; tali diritti riguardano l’accesso ad informazioni e la presentazione e gestione dei reclami, nonché le esigenze dei disabili e delle persone a mobilità ridotta.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto.(FR) Mi sono astenuto dal votare sul regolamento in materia di diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus e pullman, adottato da un’ampia maggioranza di socialisti e conservatori. Deploro l’ingente passo indietro rispetto alla posizione inizialmente adottata dall’Assemblea, in particolare su tre punti. 1. Verranno prese in considerazione soltanto le distanze maggiori di 250 km. In pratica, chi viaggia in pullman da Bruxelles ad Amsterdam non sarà tutelato, mentre i passeggeri degli aerei sì! è un’ingiustizia, soprattutto quando si sa che sono spesso i meno abbienti a utilizzare questa modalità di trasporto. 2. La clausola di forza maggiore (condizioni meteorologiche avverse o catastrofi naturali) può essere invocata anche troppo facilmente dagli operatori dei pullman per evitare di risarcire i passeggeri in caso di ritardo o cancellazione. 3. Le deroghe consentiranno ai paesi che lo desiderano di rinviare l’entrata in vigore del regolamento al 2021! Accolgo comunque con favore gli aspetti positivi del testo: assistenza obbligatoria ai disabili e alle persone a mobilità ridotta, e diritti e risarcimento in caso di incidente, ritardo o cancellazione. Il Parlamento si è comunque accontentato di un accordo al ribasso e mal formulato. Le numerose eccezioni e deroghe determineranno un ridimensionamento ingente dell’ambito di applicazione di tali diritti, a discapito dei passeggeri di tale trasporto.

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE), per iscritto. – Si è votata, oggi, in Aula, la relazione "Diritti dei passeggeri nel trasporto in autobus e pullman". Nel dicembre 2008 la Commissione ha presentato una proposta di regolamento relativo ai diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus. La Commissione si prefigge con tale proposta di instaurare su scala dell’Unione europea diritti che tutelino i passeggeri paragonabili a quelli applicati in altri modi di trasporto, nonché di assicurare condizioni di concorrenza paritarie tra i vettori dei vari Stati membri e tra i diversi modi di trasporto.

I punti principali attraverso cui si è giunti ad un accordo durante il Comitato di conciliazione sono: ambito di applicazione; deroghe limitate nel tempo; risarcimento ed assistenza in caso di incidente; diritti dei passeggeri in caso di cancellazione o ritardo; diritti delle persone con disabilità e delle persone a mobilità ridotta. Il testo finale può essere considerato molto soddisfacente e ben equilibrato, dal momento che riesce a garantire i diritti dei passeggeri senza imporre al contempo un pesante onere a carico dei vettori che, per la maggior parte, sono piccole e medie imprese.

In particolare, si può ritenere che l’esito della procedura di conciliazione sia un successo per il Parlamento.

 
  
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  Robert Rochefort (ALDE), per iscritto.(FR) Sono lieto che i negoziati tra Parlamento e Stati membri siano culminati nell’adozione di un regolamento che assicura maggiori diritti ai passeggeri nel trasporto effettuato con autobus e pullman. Tale regolamento colma un vuoto rispetto alla legislazione sui diritti dei passeggeri: finora non c’erano leggi europee in materia, contrariamente a quanto accade per i settori aereo e ferroviario.

Tra le altre cose, il testo prevede l’introduzione di diversi tipi di risarcimento: spuntini e rinfreschi se il ritardo è superiore a 90 minuti; il costo di una notte di sistemazione in caso di interruzione del viaggio, incidente o ritardo che comporti trascorrere la notte sul posto; e infine un limite massimo in termini di rimborso di almeno 1 200 euro in caso di smarrimento o danneggiamento del bagaglio affidato all’operatore.

Inoltre, sono stati garantiti diritti specifici ai passeggeri disabili, non da ultimo l’obbligo delle aziende di fornire loro assistenza – purché il passeggero abbia informato la compagnia delle sue necessità al più tardi 36 ore prima della partenza – e il pagamento di un risarcimento o rimborso per attrezzature specializzate che siano state danneggiate o smarrite. Tale regolamento si applicherà a tutti i servizi a lunga distanza (250 km o più) regolari, nazionali o transfrontalieri, a partire dalla primavera del 2013.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Il Consiglio, sotto la Presidenza belga, ha indebolito considerevolmente la posizione del Parlamento adottata in prima e seconda lettura. L’ambito di applicazione del regolamento è limitato ai servizi con una distanza minima di 250 km, vale a dire che la maggior parte dei servizi di autobus non sarà inclusa. Inoltre, c’è anche la formulazione del rimborso in caso di ritardo (almeno 2 ore, con il rimborso della metà del prezzo del biglietto – a differenza del trasporto ferroviario, col rimborso a partire da un ritardo di 1 ora). Infine, vengono limitati e indeboliti i diritti delle persone a mobilità ridotta, mentre non è garantito l’accesso privo di barriere ai servizi di autobus. Di conseguenza, abbiamo votato contro.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Ho votato a favore di questa risoluzione che finalmente riconosce e tutela i diritti dei viaggiatori in tutti i modi di trasporto, ponendo quindi gli utenti al centro della politica dei trasporti. Una migliore protezione dei diritti dei passeggeri contribuisce ad incentivare l'utilizzo del trasporto pubblico e favorisce una più sana competizione tra gli operatori, invogliandoli a sviluppare servizi più competitivi. È importante sottolineare che il nuovo regolamento sarà applicato nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà.

Due importanti novità sono la previsione di un indennizzo pecuniario in caso d'incidente alle persone e di danno o perdita del bagaglio e la garanzia di un'assistenza in caso di ritardi o interruzioni di viaggio sul modello di treni e aerei. Il testo finale riconosce e tutela i viaggiatori, riservando particolare attenzione ai passeggeri a mobilità ridotta e alle persone diversamente abili, assicurando adeguate informazioni e servizi. È importante altresì sottolineare che non vi saranno nuovi costi per le aziende del settore, che sono state protette dal rischio di insostenibili costi di adeguamento, assicurando pertanto un giusto equilibrio tra diritti dei passeggeri e le garanzie per le piccole e medie imprese.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. − Con questo regolamento, finalmente, si sanciscono i diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus. Nonostante la Commissione avesse proposto tale regolamento nel 2008, soltanto adesso si trovato un buon compromesso, affinché anche l'unico modo di trasporto che non aveva ancora regole a tutela dei passeggeri le avesse.

Particolare riguardo è stato dedicato alle persone disabili e a mobilità ridotta. L'unico punto critico del provvedimento ha riguardato il campo di applicazione delle regole, applicabili solo ai tragitti superiori ai 250 km. L'assistenza in caso di ritardi comporterà l'obbligo di fornitura di pasti, di bevande e di trasporti alternativi. Se un servizio viene sospeso, non solo dovrà essere rimborsato il viaggiatore ma, se necessario, dovrà anche essere fornito un servizio di pernottamento per un massimo di due notti. La perdita o il danneggiamento del bagaglio saranno rimborsabili per un importo massimo di 1200 EUR.

 
  
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  Vilja Savisaar-Toomast (ALDE), per iscritto. (ET) Ho votato contro la relazione oggetto della discussione odierna e relativa ai diritti dei passeggeri dei pullman, in quanto ritengo che non tenga conto di tutti gli Stati membri dell’Unione europea ed escluda dal campo di applicazione della direttiva un numero ingente di servizi di pullman. 250 km è chiaramente una distanza eccessiva, in quanto esclude completamente Malta, Cipro e Lussemburgo. Sono inoltre esclusi molti servizi di pullman estoni, lettoni, lituani, danesi, olandesi e belgi. Purtroppo devo ammettere che, nel corso della procedure di conciliazione, il governo estone ha avallato una distanza persino maggiore, di 500 km, che avrebbe escluso completamente l’Estonia. Mi auguro che venga presto il giorno in cui il governo estone si schiererà per i diritti dei passeggeri dei pullman, invece di sostenere i profitti delle aziende dei trasporti, man mano che la direttiva seguirà il proprio iter legislativo.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto.(NL) Si tratta del quarto pacchetto sulla tutela dei diritti dei passeggeri. In linea con i regimi che stabiliscono i diritti dei passeggeri nel trasporto aereo, ferroviario e per mare, ci siamo ora rivolti ai diritti dei passeggeri che viaggiano in autobus. D’ora in poi, essi riceveranno un risarcimento in caso di ritardi per i viaggi di oltre 250 km, assistenza se la loro corsa viene cancellata, tutela in caso di incidenti e decessi, nonché un rimborso per i bagagli smarriti o danneggiati. Anche i passeggeri a mobilità ridotta avranno diritto a un’assistenza speciale, come già accade con le compagnie aeree. La posizione del Parlamento europeo in prima e seconda lettura è stata notevolmente indebolita nell’esito finale. Il Parlamento voleva applicare la norma ai viaggi superiori ai 50 km. Il Consiglio desiderava che si applicasse solamente ai tragitti superiori a 500 km. Il compromesso è stato di 250 km.

Ciò significa che le norme non si applicano a molte corse esistenti, quali Bruxelles-Amsterdam, Lussemburgo-Strasburgo o Vienna-Budapest. La cosa positiva, tuttavia, è che questa legislazione prevede un elenco di 12 norme fondamentali – valide per qualsiasi distanza – che riguardano le esigenze dei disabili e di altri passeggeri a mobilità ridotta. Ciononostante, il gruppo Verde/Alleanza libera europea è estremamente deluso dal risultato scadente. Pertanto, insieme ai miei colleghi del gruppo, ho votato contro l’accordo.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della relazione, che si propone di dotare i passeggeri che viaggiano in autobus o pullman di maggiori diritti, tra cui il diritto di assistenza ai passeggeri disabili e a mobilità ridotta. La tutela dei consumatori è una priorità chiave del partito laburista in Europa.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D), per iscritto.(FR) Accolgo con favore l’adozione di questa relazione, soprattutto per i progressi che introduce a vantaggio dei disabili e delle persone a mobilità ridotta, per promuovere la presentazione e l’elaborazione dei reclami, e per promuovere il risarcimento e l’assistenza in caso di incidente. Mi preme comunque sottolineare la necessità urgente di garantire che gli Stati membri si attengano rigorosamente alle disposizioni relative ai diritti dei passeggeri in caso di cancellazione o ritardo, per prevenire i numerosi abusi osservati nell’applicazione del regolamento sui diritti dei passeggeri del trasporto aereo.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. – (PT) L’obiettivo primario della proposta della Commissione europea è instaurare per i passeggeri degli autobus e dei pullman diritti paragonabili a quelli applicati in altri modi di trasporto, nonché assicurare condizioni di concorrenza paritarie tra i vettori dei vari Stati membri e tra i diversi modi di trasporto. Malgrado i dissensi durante il processo, accolgo con favore l’adozione del regolamento, in quanto assicurerà il rispetto dei diritti dei passeggeri degli autobus e dei pullman senza pesare troppo sulle piccole e medie imprese che operano in questo settore. Tale regolamento sancisce una serie di diritti di base, tra cui mi preme sottolineare l’attenzione speciale dedicata alle persone a mobilità ridotta e ai disabili, nonché il diritto al risarcimento e all’assistenza in caso di incidente, cancellazione o ritardo.

Tali diritti si applicano a tutti i servizi regolari, nazionali o transfrontalieri, qualora la distanza da percorrere nel quadro del servizio sia uguale o superiore a 250 km. Si prendono altresì in considerazione i passeggeri che effettuano unicamente una parte di tali spostamenti a lunga distanza. Inoltre, è stata stabilita una serie di diritti per i passeggeri di servizi regolari a breve distanza, in particolare l’accesso non discriminatorio ai trasporti e il diritto a ricevere informazioni durante il viaggio.

 
  
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  Róża Gräfin von Thun und Hohenstein (PPE), per iscritto.(PL) Il regolamento sui diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con pullman e autobus è un esempio eccellente di come il Parlamento europeo dia sempre prova di preoccuparsi dei diritti dei consumatori. In seguito a negoziati difficili col Consiglio europeo, abbiamo adottato un testo che si occupa delle ultime modalità di trasporto per le quali non erano stati ancora regolamentati i diritti dei passeggeri a livello di diritto comunitario. All’inizio dei negoziati, il Parlamento aveva chiesto che le nuove norme si applicassero ai viaggi di oltre 50 km, mentre il Consiglio voleva una distanza superiore ai 500 km. Il compromesso è consistito nella scelta di una distanza superiore ai 250 km. Ai passeggeri che viaggiano su tali corse verranno attribuite numerose concessioni e diritti, simili a quelli garantiti ai passeggeri del trasporto aereo. La legislazione comunitaria disciplina in maniera chiara i diritti che mi spettano nel caso in cui il mio bagaglio venga smarrito all’aeroporto o il decollo del mio volo sia molto in ritardo. Fino ad oggi, i passeggeri degli autobus e dei pullman erano in una situazione molto peggiore. Oggi, tra le altre cose, potranno chiedere un risarcimento per i ritardi o i danni riportati al bagaglio, mentre le persone a mobilità ridotta riceveranno assistenza specializzata.

La creazione di una carta dei diritti dei passeggeri significherà che i cittadini saranno più informati su quello che possono pretendere dagli operatori. La carta conterrà un insieme di diritti fondamentali spettanti a ogni passeggero, indipendentemente dalla lunghezza del tragitto. Si tratta di un esempio di legislazione positiva e incentrata sul cittadino. Tale regolamento ci consente di rafforzare i diritti dei consumatori e il mercato comune, quindi ho votato a favore della sua adozione.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore del regolamento relativo ai diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus e pullman. Stabilisce diritti precisi per i passeggeri che si servono di tale modalità di trasporto, diritti paragonabili a quelli applicati in altri modi di trasporto. Il regolamento si applica a tutti i servizi regolari, nazionali o transfrontalieri, qualora la distanza da percorrere nel quadro del servizio sia uguale o superiore a 250 km.

Tali diritti riguardano l’accesso non discriminatorio ai trasporti dei disabili, nonché il riconoscimento di un risarcimento in caso di decesso o lesione fisica del passeggero, o smarrimento o danneggiamento del bagaglio. Se una corsa viene soppressa o ritardata di oltre 120 minuti, ai passeggeri verrà offerta immediatamente la possibilità di partire con un altro autobus verso la destinazione finale senza supplemento o il rimborso del prezzo del biglietto. Se l’operatore non offre questa possibilità, i passeggeri hanno diritto a un risarcimento pari al 50 per cento del valore del biglietto, oltre al rimborso del prezzo del biglietto. Se una corsa di oltre tre ore viene soppressa o ritardata di oltre 90 minuti, l’operatore deve offrire assistenza e una sistemazione in albergo il cui costo è limitato a 80 euro per notte e per persona durante due notti al massimo.

Esorto a informare i passeggeri dei loro diritti in modo da permettere loro di inoltrare un reclamo in caso di mancato rispetto degli stessi.

 
  
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  Viktor Uspaskich (ALDE), per iscritto. (LT) è nostro dovere assicurare che i prestatori di servizio trattino i passeggeri in maniera adeguata e che i disabili non siano ostacolati nell’utilizzo dei servizi di trasporto. è importante assicurare condizioni di concorrenza paritarie tra i vettori dei vari Stati membri e tra i diversi modi di trasporto. Ci occorre un compromesso equilibrato che garantisca i diritti dei passeggeri in tutti gli Stati membri, che talvolta variano enormemente in termini di estensione, senza imporre al contempo un pesante onere a carico dei vettori che, per la maggior parte, sono piccole e medie imprese. L’aspetto più importante è che ogni nuova norma dovrebbe migliorare la qualità del settore europeo dei trasporti e rafforzarne la competitività. Non dobbiamo tuttavia dimenticare la questione della sicurezza stradale. In Lituania, siamo particolarmente dipendenti dal trasporto stradale, oltre il 90 per cento di chi si sposta usa l’automobile. Circa l’8 per cento viaggia in autobus e pullman. La sicurezza stradale è una questione molto importante, che a mio avviso non ha ricevuto un’attenzione sufficiente. Stando alle statistiche comunitarie, in Lituania vi sono 110 vittime della strada ogni milione di abitanti. Giusto per fare un confronto, in Svezia i decessi per milione di abitanti sono 39. Nel Regno Unito sono 41. Tale dato lituano è intollerabile e molto più elevato della media comunitaria di 70. Le cose devono cambiare.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto.(EN) Accolgo con favore la relazione sui diritti dei passeggeri di autobus e pullman, in quanto rappresenta un passo importante per accrescere la protezione dei viaggiatori, nonché per offrire maggiori comodità e vantaggi ai passeggeri disabili. La relazione si adopera affinché coloro che intraprendono viaggi in pullman a lunga distanza attraverso l’Europa abbiano accesso ad informazioni migliori, assistenza e risarcimento in caso di ritardo o cancellazione di un servizio. I passeggeri avranno diritto a uno spuntino in caso di breve ritardo, a un rimborso per ritardi superiori a 2 ore, e fino a 1 200 euro per lo smarrimento o il danneggiamento del bagaglio.

Appoggio i progressi importanti compiuti dalla relazione relativamente ai diritti dei viaggiatori disabili. Per la prima volta viene garantito l’accesso non discriminatorio ai trasporti, in quanto il regolamento afferma che tutto il personale degli autobus e dei pullman deve essere formato per assistere ai disabili e, laddove non possa essere offerta un’assistenza adeguata, un passeggero può viaggiare gratuitamente con il disabile per assicurarsi del suo benessere. Si tratta di un passo importante nell’unione dell’Europa contro la discriminazione. Il mio voto a favore della relazione rispecchia la necessità di uno standard europeo di diritti per i passeggeri degli autobus e dei pullman che ne garantisca la comodità, la sicurezza e la parità di trattamento durante i loro viaggi attraverso l’Europa.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore di questa risoluzione, che propone una legislazione coerente in materia di diritti dei passeggeri nel trasporto pubblico su strada. Verranno pertanto introdotte misure specifiche per aumentare la certezza legale, i diritti e le informazioni dei passeggeri degli autobus e dei pullman. D’ora in poi, tali viaggiatori godranno delle medesime garanzie di risarcimento di quelli del settore ferroviario e aereo, in particolare in caso di ritardo o soppressione della corsa. Tale voto rispecchia la volontà politica europea di stabilire una legislazione comune per gli utenti di tutte le modalità di trasporto. Accolgo inoltre con favore l’applicazione di misure a favore dei disabili e delle persone a mobilità ridotta: tali misure ne faciliteranno l’accesso al trasporto stradale. La decisione è utile per rimuovere gli ostacoli alla libertà di movimento per coloro che viaggiano all’interno dello spazio europeo. è stato finalmente trovato l’equilibrio con la proposta di legislazione flessibile, che garantirà che le compagnie di trasporto, che sono spesso piccole imprese, non vengano penalizzate. A mio parere, queste nuove misure sono utili per promuovere una modalità di trasporto accessibile a numerosissime persone, soprattutto nel settore turistico.

 
  
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  Iva Zanicchi (PPE), per iscritto. – Onorevoli colleghi, ho espresso voto favorevole alla relazione del collega on. Antonio Cancian perché, finalmente, verranno fissati i principi di base per garantire quei 70 milioni di cittadini europei che ogni anno viaggiano su pullman o autobus in Europa e che da tempo erano in attesa di vedere regolamentati i propri diritti.

A prescindere dal mezzo di trasporto prescelto, i cittadini europei saranno comunque protetti e tutelati con l'impegno, da parte della Commissione europea, di rivedere concretamente i regolamenti esistenti e di armonizzarli in una normativa unica, che preveda standard comuni per ogni tipo di viaggio e apposite specificità a seconda del mezzo di trasporto scelto.

 
  
  

Relazione Callanan (A7-0287/2010)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Poiché la riduzione media delle emissioni di CO2 nel periodo 2002-2007 per i veicoli commerciali leggeri è stata solamente dello 0,4-0,5 per cento all’anno, e che gli obiettivi comunitari per i nuovi veicoli commerciali leggeri sono necessari per evitare la frammentazione in seno al mercato interno, ho votato a favore della proposta. Tuttavia, è importante notare che i veicoli commerciali leggeri non possono essere paragonati alle autovetture, e che la proposta di 150 g di CO2/km è ambiziosa ma realistica.

Convengo inoltre con la proposta che i costruttori costituiscano un “raggruppamento” di autovetture e veicoli commerciali leggeri, in quanto è stato dimostrato che così facendo si riducono i costi legati al rispetto degli obiettivi a carico dei costruttori e si aumenta l’occupazione in un’economia più verde, in linea con la strategia Europa 2020. Convengo inoltre che tale questione andrebbe affrontata in varie fasi entro il 2011, e non soltanto nel 2014 come propone la Commissione.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della risoluzione in cui il Parlamento appoggia un nuovo regolamento comunitario che introduca dei limiti sulla CO2 dal 2014 per i veicoli commerciali leggeri (VCL). Ritengo che i nuovi obblighi e i limiti in materia di CO2 contribuiranno a combattere il riscaldamento globale, ridurranno i costi di funzionamento mediante i risparmi di carburante e promuoveranno l’innovazione e la competitività dei costruttori di autovetture europei. In base alle norme, le tecnologie verdi vanno installate nei veicoli, che devono rimanere accessibili. A partire dal 2014, il 70 per cento dei veicoli commerciali nuovi fino a 3,5 tonnellate dovrà conformarsi a un limite di emissioni medio di 175 grammi di CO2 per chilometro. Nel 2020, il limite scenderà a 147 grammi. Si tratta di un piano ambizioso ma realizzabile.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della relazione. Nella riunione dell’8-9 marzo 2007, il Consiglio europeo si è impegnato a ridurre le emissioni complessive di gas serra della Comunità di almeno il 20 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020, e del 30 per cento a condizione che altri paesi sviluppati si impegnino a realizzare riduzioni delle emissioni comparabili e che i paesi in via di sviluppo più avanzati contribuiscano a tale obiettivo in base alle rispettive capacità. Le politiche e le misure andrebbero applicate a livello di Stato membro e di Unione europea in tutti i settori dell’economia comunitaria, e non soltanto in quelli dell’industria e dell’energia, al fine di mettere a segno le necessarie riduzioni delle emissioni. Il trasporto su strada è il secondo settore più grande dell’Unione europea in termini di emissioni di gas serra e le sue emissioni, comprese quelle dei veicoli commerciali leggeri, sono in continua ascesa. Se le emissioni del trasporto su strada continueranno ad aumentare, pregiudicheranno notevolmente gli sforzi compiuti da altri settori per combattere il cambiamento climatico. Finora nell’Unione europea non sono state promulgate leggi che disciplinino le emissioni di CO2 dei veicoli commerciali leggeri, benché la domanda di tali veicoli sia in aumento nell’UE. Ritengo che siamo riusciti a raggiungere un accordo col Consiglio su un documento equilibrato, che sarà utile per ridurre le emissioni di CO2 e incoraggerà il settore automobilistico a investire in tecnologie nuove e meno inquinanti.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto. (FR) L’idea è pregevole: ridurre le emissioni di CO2 dei veicoli leggeri. Tuttavia, quello che ci viene presentato come compromesso realistico col Consiglio è essenzialmente un accordo di terza categoria. La relazione adottata limita le emissioni medie di CO2 dei veicoli commerciali leggeri nuovi a 175 g/km, mentre l’obiettivo a lungo termine è di 147 g/km, che non verrà raggiunto fino al 2020, per essere ottimisti. Non è sufficiente. La Commissione europea proponeva un limite di 135 g/km, una proposta più ambiziosa e altrettanto realistica. Ho votato contro la relazione perché deploro che non si sia raggiunto un compromesso più vicino alla proposta della Commissione europea. I miglioramenti nell’efficienza energetica e la gestione dell’innovazione sono oggi prioritarie, come tutti sanno, ma dobbiamo ancora mantenere le nostre promesse formulando proposte ambiziose.

 
  
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  Sergio Berlato (PPE), per iscritto. – La proposta di regolamento sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica dei veicoli commerciali leggeri rientra nel quadro strategico della Commissione di riduzione delle emissioni di CO2 nell'ambiente. Tuttavia, nell’ultimo rapporto dell’Agenzia europea per l'ambiente, alcuni grafici mostrano chiaramente che dal 2003 le emissioni di CO2 dovute al trasporto su strada nell'UE15 e nell'UE27 sono stabili/decrescenti. Si consideri, inoltre, che i veicoli commerciali leggeri, nel settore dei trasporti, rappresentano solo circa l'1,5% delle emissioni di anidride carbonica.

La lunga e difficile trattativa condotta in commissione ENVI, si è focalizzata principalmente sul livello delle emissioni a lungo termine che, raggiunto l'accordo, si é attestato sui 147g CO2/km. Questo livello, migliore rispetto alle condizioni di partenza, non soddisfa pienamente le mie aspettative. Infatti, a tutela dell'industria del settore, l'Italia aveva chiesto di non scendere al di sotto dei 160g CO2/km e, in sede di Consiglio, molti Paesi sembravano convergere verso una soglia minima di 155g CO2/km.

Ritengo, in conclusione, che il risultato raggiunto dal trilogo Commissione-Consiglio-Parlamento in termini di obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 di lungo termine sia ancora sproporzionato rispetto alle specificità del settore automobilistico ed esprimo la mia preoccupazione sul rischio di penalizzazione dell'industria e dell'occupazione del settore.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) I veicoli commerciali leggeri sono utilizzati prevalentemente dalle imprese, comprese le PMI, e attualmente rappresentano circa il 12 per cento del parco autoveicoli. Si osserva inoltre che tali veicoli sono spesso acquistati in grosse quantità dai gestori di parchi veicoli e sono pertanto già oggetto di un accurato esame in termini di efficienza e di costi di funzionamento. La riduzione media delle emissioni di CO2 dei veicoli commerciali leggeri tra il 2002 e il 2007 è stata pari allo 0,4-0,5 per cento l’anno; inoltre, questi miglioramenti a livello di consumi sono stati annullati da un aumento della domanda di trasporto e della dimensione dei veicoli. Pertanto, l’adozione di obiettivi su scala comunitaria per i veicoli commerciali leggeri nuovi è indispensabile per evitare la frammentazione del mercato interno che potrebbe derivare dall’adozione di provvedimenti differenti nei diversi Stati membri. La definizione di norme di emissioni della CO2 per i veicoli commerciali leggeri nuovi si rivela necessaria per impedire il rischio di un vuoto regolamentare derivante da una certa sovrapposizione tra le immatricolazioni delle autovetture e quelle dei veicoli commerciali leggeri.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. – Complimenti al relatore per il lavoro svolto fin qui. Apprezzo lo spirito di questo documento il cui obiettivo è di contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2, così come decisa dall'Unione europea, anche attraverso un miglior funzionamento dei veicoli commerciali leggeri. Tuttavia, è risaputo che tali mezzi di trasporto vengono utilizzati quasi esclusivamente per fini commerciali e dunque, rispetto alle automobili, presentano minori possibilità di essere modificati nella forma e nel peso.

Fermo restando che il modo migliore – come sottolinea il relatore stesso – è quello di modificare motori e meccanica, apprezzo però l'accordo raggiunto sui tempi di attuazione di tali modifiche. Trovo infatti ragionevole aver fissato un primo obiettivo a breve termine di 175g CO2/KM a partire dal 2014 ed entro il 2017. Mentre ridurre ulteriormente le emissioni a 147g CO2/KM può essere logicamente raggiunto entro il 2020.

 
  
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  Jan Březina (PPE), per iscritto. (CS) Da un lato, è comprensibile che la proposta si basi principalmente sulla legislazione in materia di emissioni di CO2 delle autovetture, dall’altro bisognerebbe ricordare che questo settore non segue le stesse modalità operative. I furgoni sono soggetti a un ciclo di produzione e di sviluppo più lungo e vengono essenzialmente utilizzati per scopi commerciali; inoltre, contrariamente alle auto, ci sono meno possibilità di modificarne la forma e il peso per ridurne le emissioni. Il sistema primario per realizzare tale obiettivo con i furgoni consiste nel modificare il motore e la meccanica del veicolo, un processo molto più lungo e costoso della semplice sostituzione della carrozzeria. Inoltre, altrettanto importante è il fatto che i furgoni utilizzano molto più frequentemente il diesel come carburante.

Nutro delle riserve sulla proposta secondo cui le penali per i costruttori che non riducono le emissioni di CO2 dei furgoni dovrebbero essere più elevate di quelle comminate per il mancato ridimensionamento delle emissioni delle autovetture. A mio parere, le sanzioni dovrebbero essere equivalenti in entrambi i casi. Capisco le ragioni per introdurre limitatori di velocità obbligatori per i furgoni, ma temo che potrebbe costituire un precedente per l’introduzione di tali dispositivi per altre tipologie di veicoli. Dobbiamo riflettere con attenzione e chiederci se non si tratti di un regolamento eccessivamente restrittivo che esula dal quadro della proporzionalità.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) La strategia per lo sviluppo sostenibile si occupa dei problemi più impellenti correlati allo sviluppo sostenibile, quali trasporti, cambiamento climatico, salute pubblica e conservazione dell’energia. Il trasporto stradale rappresenta il secondo settore stradale dell’Unione in termini di emissioni di gas serra e le sue emissioni, comprese quelle dei veicoli commerciali leggeri, sono in continua ascesa. Se le emissioni del trasporto su strada continueranno ad aumentare, pregiudicheranno notevolmente gli sforzi compiuti da altri settori per combattere il cambiamento climatico. è importante progredire con la tecnologia e promuovere l’eco-innovazione, tenendo conto dello sviluppo tecnologico futuro per una maggiore competitività a lungo termine dell’industria automobilistica europea e la creazione di impieghi più decorosi. Nel riconoscimento dei costi elevati della ricerca e sviluppo, al fine di aumentare la competitività dell’industria automobilistica europea, andrebbero applicati schemi di incentivi, quali il risarcimento per le eco-innovazioni e la concessione di supercrediti.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Ritengo che questo progetto di regolamento si fondi sulla premessa che abbassare il consumo di carburante dei veicoli commerciali leggeri (VCL) riduca il livello complessivo di emissioni di CO2 dei trasporti, ridimensionando pertanto il cambiamento climatico e stabilendo limiti di emissioni di CO2 per i nuovi VCL nell’Unione europea.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sui livelli di prestazione in materia di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi, che segue la strategia comunitaria volta a ridurre le emissioni dei veicoli leggeri. Tale relazione comprende misure – quali i supercrediti per i veicoli non inquinanti o a basse emissioni, penali per il superamento dei limiti e incentivi per le eco-innovazioni per aiutare i costruttori a sviluppare tecnologie nuove e più ecologiche – che andranno a vantaggio della competitività dell’UE e creeranno opportunità occupazionali.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Adesso che il dibattito sulle emissioni di CO2 è diventato inevitabile, in quanto è cruciale per la discussione su cambiamento climatico, è importante individuare soluzioni per ridurre le emissioni dei veicoli commerciali leggeri. L’adozione di obiettivi su scala comunitaria per i veicoli commerciali leggeri nuovi è indispensabile per evitare la frammentazione del mercato interno che potrebbe derivare dall’adozione di provvedimenti differenti nei diversi Stati membri. Come precisa il relatore, il nuovo regolamento fungerà da incentivo per incoraggiare il settore automobilistico a investire nelle nuove tecnologie.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Il trasporto stradale rappresenta il secondo settore stradale dell’Unione in termini di emissioni di gas serra e le sue emissioni, comprese quelle dei veicoli commerciali leggeri, sono in continua ascesa. Di conseguenza, tutti i tipi di veicoli devono essere soggetti a norme volte a ridurre le emissioni, compresi i veicoli commerciali leggeri.

L’obiettivo di ridurre i gas serra verrà realizzato più facilmente se ci sarà una legislazione comunitaria invece di leggi nazionali che perseguono obiettivi diversi. Inoltre, ci sarà una maggiore sicurezza e certezza del diritto per il settore della produzione dei veicoli a motore.

Occorre tuttavia trovare il giusto equilibrio tra ambizioni, realismo e buon senso. Pertanto, se consideriamo che sono soprattutto le piccole e medie imprese che utilizzano i veicoli commerciali leggeri, e che queste ultime rappresentano più del 99,8 per cento delle imprese comunitarie e il 67,4 per cento dei posti di lavoro, non possiamo fissare obiettivi che vadano a loro discapito.

Concordo quindi con l’obiettivo di porre il limite delle emissioni a 147 g CO2/km per i veicoli commerciali leggeri nuovi immatricolati nell’Unione europea, a condizione che venga confermata la fattibilità di tale opzione. Accolgo inoltre con favore il fatto che non sia stato introdotto un unico limite di velocità europeo per questo tipo di veicolo.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Siamo a favore dello sviluppo e applicazione di tecnologie che riducono il consumo di combustibili fossili e, di conseguenza, i livelli di emissione di gas atmosferici derivanti dalla loro combustione, per ragioni legate alla qualità ambientale e alla salute e benessere dei cittadini, nonché per ragioni relative all’esaurimento progressivo e inesorabile delle riserve mondiali di combustibili fossili, che vanno gestite in maniera estremamente saggia e prudente. Tale approccio va inoltre di pari passo con la predilezione di modalità di trasporto che non si affidano a tale forma di energia, quali il trasporto ferroviario, che presuppone investimenti per garantirne lo sviluppo. Nel caso specifico, riteniamo che i livelli di prestazione in materia di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi non debbano ignorare né la diversità dei produttori automobilistici né gli interessi legittimi e le esigenze delle piccole e medie imprese nei vari Stati membri.

La discussione di questo fascicolo ha dimostrato che esistono varie possibilità per limitare le emissioni dei veicoli, che implicano costi di investimento e anche diversi orizzonti applicativi, che devono essere valutati con attenzione. Tra le diverse possibilità figurano l’installazione di limitatori di velocità a bordo dei veicoli, che, oltre a ridurre le emissioni, potrebbero avere anche implicazioni positive per la sicurezza stradale.

 
  
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  Karl-Heinz Florenz (PPE), per iscritto. (DE) Mi sono astenuto dalla votazione odierna, in quanto non potevo sostenere il compromesso scaturito dai negoziati. Non è abbastanza per soddisfare le nostre esigenze e 147 grammi non è un obiettivo a lungo termine sufficientemente ambizioso. Tuttavia, non ho votato contro la relazione, in quanto il compromesso verrà attuato a breve e consentirà una rapida introduzione delle necessarie innovazioni. Livelli di prestazione ambientale severi non danneggeranno il settore. Anzi, soltanto le sfide più impegnative possono generare la pressione necessaria a innovare, ed è l’unico modo in cui la nostra industria potrà rimanere all’avanguardia. L’indebolimento dell’obiettivo a lungo termine, in particolare, mi dimostra che l’industria automobilistica non ha colto nella legislazione sui limiti della CO2 per le autovetture introdotta due anni fa il fatto che in futuro potrà vendere solamente automobili ecologiche. L’industria dell’auto non sembra pensare che i propri clienti siano dotati di buon senso. Invece di studiare nuove tecnologie, l’industria ha concentrato i propri sforzi sulla lotta contro le norme proposte.

Ha sfruttato ogni singola linea di difesa e non ha manifestato alcuna intenzione di partecipare a una cooperazione costruttiva. è deludente. Inoltre, abbiamo nuovamente perso l’occasione di chiarire che proteggendo in questo modo la nostra industria non le facciamo alcun favore. Il futuro ci chiama, ma noi non l’ascoltiamo. Soltanto ieri, la VW ha presentato la propria auto da 1 litro/100 km al Motor Show di Detroit, il che dimostra chiaramente quello che è possibile fare.

 
  
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  Estelle Grelier (S&D), per iscritto. (FR) L’adozione della proposta della Commissione di un regolamento che definisca i livelli di prestazione in materia di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi mi sembra più che altro una scommessa sul futuro. Il compromesso raggiunto sulla limitazione delle emissioni medie di CO2 a 147 g/km entro il 2020 non corrisponde alle ambizioni iniziali dei miei onorevoli colleghi della commissione per l’ambiente, la salute pubblica e la sicurezza alimentare del gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, che in precedenza avevano difeso un obiettivo decisamente più ambizioso (135 g/km). In questo hanno avuto l’appoggio del gruppo Verde/Alleanza libera europea e del gruppo confederale delle Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica. Dietro questa “battaglia dei numeri” bisogna tuttavia trovare un equilibrio tra le sfide ambientali che ognuno riconosce e determinati obblighi sociali e industriali che non devono essere dimenticati. Per questo mi sembra opportuno che il compromesso venga adottato soltanto dopo la revisione del regolamento nel gennaio 2013 e solamente in seguito allo studio di fattibilità e alla nuova valutazione degli obiettivi. Tale revisione non solo ci consentirà di riprendere rapidamente l’argomento e proseguire la lotta contro l’inquinamento dei veicoli, ma sarà anche un’occasione per affrontare la questione della ricerca e innovazione comunitarie nel campo del trasporto stradale. L’appuntamento è per il 2012.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) Per rispondere agli obiettivi ambiziosi dell’Unione europea in termini di sviluppo sostenibile e per combattere il cambiamento climatico, è importante che l’Unione europea intervenga nel settore dei veicoli. A tal fine, l’adozione della relazione è un ulteriore passo in avanti verso la costruzione di veicoli meno inquinanti. Tuttavia, deploro profondamente la mancanza di ambizione di questo regolamento relativo alla riduzione delle emissioni di CO2 per i veicoli commerciali leggeri nuovi. Pur avendo naturalmente votato per la risoluzione, in realtà mi sono espressa a favore della proposta iniziale della Commissione europea, vale a dire un obiettivo di 135 g CO2/km entro il 2014 e di 120 g CO2/km entro il 2020 (invece dell’obiettivo che alla fine è passato: 175 g CO2/km entro il 2014 e 147 g CO2/km entro il 2020). Oggi ci sono le tecnologie disponibili per consentirci di puntare a soglie molto più basse e per farlo più rapidamente di quanto previsto dagli obiettivi della relazione.

 
  
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  Mathieu Grosch (PPE), per iscritto. (DE) La riduzione delle emissioni di CO2 per tutte le forme di trasporto, compresi i veicoli commerciali leggeri, è un obiettivo pregevole. è importante stabilire dei limiti per incoraggiare i costruttori di veicoli ad adottare un approccio ambizioso. L’accordo sui limiti è attribuibile, tra le altre cose, all’abilità negoziale della Presidenza belga.

Il compromesso prevede l’obiettivo a breve termine di ridurre le emissioni a 175 grammi per chilometro entro il 2014. Inoltre, è prevista una riduzione graduale e per fasi per conseguire l’obiettivo a lungo termine di 147 grammi per chilometro entro il 2020. Tali traguardi sono corredati da misure che prevedono incentivi volti a incoraggiare l’industria a produrre veicoli commerciali efficienti dal punto di vista energetico. Il conseguimento di tali obiettivi non andrà solo a vantaggio delle piccole e medie imprese, le principali utilizzatrici di furgoni e autocarri per le consegne, ma anche dei privati e, soprattutto, dell’ambiente.

In futuro, se saremo in grado di produrre veicoli sicuri e puliti, potremo fare la nostra parte non soltanto a livello comunitario, ma anche sul mercato mondiale. Inoltre, non dobbiamo permettere che le nostre competenze vengano esportate in altri paesi, quali la Cina, a causa dei ritardi delle politiche comunitarie. Dobbiamo invece cogliere quest’occasione per mettere in piedi una politica ambientale europea sostenibile, che eserciti un impatto positivo non solo sull’Europa quale polo industriale, ma anche sull’occupazione.

Accolgo con favore il compromesso e pertanto l’ho appoggiato.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Sono d’accordo con il presupposto secondo cui, così come il settore delle autovetture sta compiendo progressi verso la riduzione delle emissioni, il settore dei veicoli commerciali leggeri dovrebbe fare lo stesso. I costruttori introdurrebbero pertanto sul mercato nuovi veicoli con prestazioni migliori in termini di emissioni di CO2. In tal modo, gli utenti potrebbero aggiornare il proprio parco autovetture e ridurre il loro contributo alla “impronta di CO2” dei trasporti. Lo scopo della legislazione proposta è ridurre le emissioni di CO2 dei veicoli commerciali leggeri. è più difficile da ottenere che non con le autovetture, in quanto modificare la carrozzeria dei VCL per renderli più efficienti non è così facile o così economico. Le modifiche vanno invece introdotte a livello di motori o di meccanica. Si tratta di un investimento ingente. Tuttavia, è dubbio che questa proposta riesca a conseguire l’obiettivo: vi sono molte perplessità sul fatto che tali misure riescano a realizzare l’obiettivo originario di impedire il cambiamento climatico e che gli obiettivi e le tempistiche proposte siano realistiche ed economicamente realizzabili. Si teme inoltre che possano ridurre la competitività del settore. Io ritengo comunque che dovremmo prestare maggiore attenzione a tre aree: la crisi economica e il suo impatto considerevole sui costruttori e utenti di autovetture, l’esigenza di sostenere l’industria (costruttori) invece che penalizzarla con misure onerose (o addirittura con penali), e la necessità di appoggiare il settore commerciale (gli utenti) invece che introdurre costi supplementari attraverso misure politiche discutibili.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (S&D), per iscritto.(PL) Durante il processo legislativo ho presentato numerosi emendamenti alla proposta del regolamento relativo alle emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi, al fine di rivedere al ribasso i livelli di emissioni di CO2 inizialmente proposti, e per garantire un periodo di tempo più lungo per il conseguimento degli obiettivi. Constato con piacere che i miei emendamenti sono stati presi in considerazione. Ritengo che il regolamento nella versione che è andata al voto contribuirà a ridurre le emissioni di CO2. All’industria è stata data l’opportunità di adeguare i propri progetti e introdurre norme appropriate entro i tempi previsti. I veicoli N1 vengono utilizzati dalle piccole imprese particolarmente sensibili ai rialzi dei prezzi, e al contempo stanno diventando sempre più diffusi sul mercato. Il regolamento non le penalizzerà con costi eccessivi. La norma prevede premi sotto forma di crediti per i costruttori migliori che soddisfano in anticipo gli obiettivi di prestazione sulle emissioni. Le aziende che non riescono ad adeguarsi in tempo rischiano penali che non potranno essere scaricate sui consumatori. Ho votato a favore dell’adozione della risoluzione.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore di questa proposta che delinea livelli più elevati di prestazione in materia di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi. Ciò dovrebbe contribuire in maniera significativa al miglioramento della qualità dell’aria soprattutto nei centri città.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Due anni fa è stata approvata la legislazione sulle emissioni delle autovettura. Adesso è tempo che il Parlamento europeo avalli l’introduzione di limiti sulla CO2 per i veicoli commerciali leggeri nuovi. Tali veicoli vengono principalmente utilizzati dalle aziende, tra cui le piccole e medie imprese, e rappresentano circa il 12 per cento dei veicoli attualmente in circolazione. Oltre a contribuire al miglioramento della qualità dell’aria e a raggiungere gli obiettivi climatici dell’Unione europea, i veicoli dovrebbero permettere alle piccole imprese che da essi dipendono di risparmiare di più sul carburante. Gli obiettivi indicati sono tesi a incoraggiare l’innovazione nel settore. Il regolamento stabilisce un obiettivo di 175 g CO2/km da attuarsi entro il 2014, che dovrebbe poi scendere gradualmente a 147 g CO2/km entro il 2020. Le penali che verranno comminate ai costruttori che non si atterranno al regolamento devono essere applicate in maniera scrupolosa.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Per ridurre significativamente le emissioni di CO2, i costruttori devono progettare nuovamente i veicoli in modo tale che in futuro non possano superare una soglia specifica. Le misure che sembrano tecnicamente realizzabili nel caso delle autovetture potrebbero non essere fattibili per i veicoli commerciali leggeri. Poiché non è effettivamente possibile cambiare la forma dei veicoli, gli ingegneri dovranno concentrarsi sul motore e sui componenti meccanici che, secondo gli esperti, è un processo lungo e complesso. Per tale ragione, dobbiamo individuare soluzioni alternative che determinino una riduzione delle emissioni di CO2 dei veicoli commerciali leggeri. Al momento le opzioni possibili sono due. Una consiste nel prevedere riduzioni più consistenti per le autovetture, in modo da compensare le emissioni dei veicoli commerciali. L’altra è l’installazione di un limitatore di velocità, che produrrebbe anch’esso un calo consistente delle emissioni. Non ho votato a favore della relazione in quanto, secondo me, offre troppe poche alternative.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Dobbiamo puntare a ridurre il più possibile il livello di emissioni di CO2, pertanto è molto importante stabilire un traguardo in termini di emissioni per i veicoli, alla luce del loro impatto negativo sull’ambiente e la salute umana. Tuttavia, la proposta presentata nella risoluzione per alzare l’obiettivo in termini di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi, lo stesso obiettivo praticato per le autovetture, è oggetto di discussione soprattutto per le misure previste per conseguire tale finalità e per l’impatto sui costruttori di furgoni. La proposta di installare limitatori di velocità sulle autovetture avrebbe un impatto negativo sulle aziende e ridurrebbe la loro competitività sul mercato internazionale. Inoltre, i costruttori di furgoni dovrebbero aumentare i prezzi, visti i costi sostenuti.

Pertanto, prima di prendere decisioni così importanti, dovremmo condurre ricerche scientifiche adeguate per dimostrare che l’introduzione dei limitatori di velocità ridurrebbe sostanzialmente il livello di emissioni di CO2. Dobbiamo inoltre creare un meccanismo di credito chiaro e adeguato e prevedere iniziative promozionali. Credo che per aumentare la competitività dei produttori europei di automobili vada dedicata maggiore attenzione agli incentivi.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – All'interno della strategia europea della lotta all'inquinamento e ai cambiamenti climatici gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 dei veicoli sono un aspetto importante. I veicoli commerciali leggeri inquinano solo in minima parte rispetto all'insieme della categoria trasporti ma in ogni settore specifico vanno definiti limiti che permettano di raggiungere gli obiettivi prefissati, per questo mi sono espresso a favore della relazione. L'obiettivo comunitario è di ridurre le emissioni di CO2 fino a 120g CO2/Km, quindi per ridurre progressivamente la media delle emissioni concordo con l'impianto del regolamento che impone, dal Gennaio 2014, l'immatricolazione e la produzione di veicoli commerciali leggeri nuovi che non superino i 175g CO2/Km di emissioni e 147g CO2/km nel lungo periodo (2020) anche per venire incontro alle esigenze di progettazione dei mezzi.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sulla nuova legislazione che definisce i livelli di prestazione in materia di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi come parte dell’approccio integrato della Comunità alla riduzione delle emissioni di CO2 dei veicoli leggeri. La mia decisione si è basata su vari dati presentati nei diversi documenti, che sostengono in particolare l’argomentazione secondo cui, al momento, tali veicoli rappresentano circa il 12 per cento dei veicoli in circolazione. Occorre definire livelli di prestazione in termini di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi al fine di evitare vuoti normativi, ed è inoltre importante incoraggiare l’industria automobilistica a investire nelle nuove tecnologie. Convengo col relatore quando sottolinea la necessità che il settore dei veicoli commerciali leggeri segua l’esempio del settore automobilistico, che sta cercando di ridurre le emissioni di CO2. Tuttavia, a differenza delle autovetture, le modifiche di questi veicoli non ne riguardano la forma o il peso, bensì occorre alterarne i motori e la meccanica, un processo molto più lungo e costoso. Ciononostante, è importante incoraggiare tale progresso tecnologico a vantaggio di tutti.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto.(EN) Questa proposta è in linea con la strategia comunitaria di ridurre le emissioni di CO2 dei veicoli commerciali leggeri (VCL), come segue:

– a decorrere dal 2020, un obiettivo a lungo termine di 147g di CO2/km per le emissioni medie dei VCL nuovi immatricolati nell’Unione, soggetto alla conferma della sua fattibilità. Entro il 1° gennaio 2013, dopo una revisione completa, una proposta emenderà tali obiettivi, se necessario;

– un obiettivo a breve termine, fissato a 175g di CO2/km; un periodo di graduale introduzione a decorrere dal 1° gennaio 2014 con la piena conformità del nuovo parco a partire dal 2017;

– verranno integrati obiettivi specifici nel campo delle emissioni per i veicoli a carburanti alternativi, al fine di promuovere l’utilizzo maggiore di determinati veicoli a carburanti alternativi nel mercato comunitario;

– per i veicoli costruiti in più fasi, le emissioni specifiche di CO2 dei veicoli completati verranno attribuite al produttore del veicolo di base. I supercrediti ai costruttori che producono VCL con emissioni di CO2 inferiori a 50g di CO2/km saranno limitati a una soglia di 25 000 VCL per costruttore;

– le sanzioni: dal 2019 in poi sono stabilite a 95 euro, e verranno introdotte gradualmente dal 1° gennaio 2014 al 2018.

Aiutare i costruttori a sviluppare tecnologia verde per i furgoni andrà a vantaggio sia delle aziende sia dell’occupazione.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) Non ci possono essere eccezioni: anche i veicoli commerciali dovranno scegliere di diventare ecologici. Ho votato a favore della proposta di una direttiva che impone ai costruttori di ridurre le emissioni di CO2 dei furgoni e di altri veicoli commerciali entro il prossimo decennio. Tale proposta si ispira soprattutto al regolamento europeo sulle emissioni di CO2 delle autovetture, in vigore dal 2008.

è stata una votazione ragionevole, in seguito a un accordo col Consiglio che ritorna sostanzialmente sulle proposte iniziali della Commissione europea: l’obbligo di ridurre le emissioni inquinanti dei veicoli commerciali a 175 g di CO2/km entro il 2014 per il 100 per cento del parco veicoli, e di ridurle progressivamente a 147 g di CO2/km entro il 2020. Ciononostante, siamo rimasti un po’ delusi, in quanto nel settembre 2010 avevamo votato a favore di un obiettivo più ambizioso in seno alla commissione per l’ambiente, la salute pubblica e la sicurezza alimentare.

Per quel che concerne i costi supplementari per i costruttori di furgoni e minibus, verranno ampiamente compensati dal fatto che tali veicoli inquineranno e consumeranno meno e, in ultima analisi, è questo che interessa agli automobilisti.

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE), per iscritto. – Mi congratulo per l'ottimo lavoro svolto dal collega Callanan. Abbiamo approvato oggi l'accordo raggiunto con governi nazionali sui nuovi limiti alle emissioni di CO2 per i veicoli commerciali europei, accordo che prevede anche incentivi per l'industria alla produzione di furgoni con una migliore efficienza energetica e penalità per chi non rispetta le nuove regole. La legislazione approvata rappresenta un difficile equilibrio e determina una serie di obiettivi ambientali, ambiziosi ma fattibili, per i produttori.

La nuova legislazione completerà il quadro normativo comunitario aggiungendosi alle norme sulle emissioni dei veicoli per passeggeri di due anni fa. Fabbricare un furgone con un'emissione minore di 50g CO2/km darà al produttore un "supercredito", valido per un lasso di tempo limitato. Tale veicolo, infatti, conterà, per il calcolo della media come 3,5 veicoli per il periodo 2014-2015, 2,5 per il 2016 e infine 1,5 nel 2017, ultimo anno di validità del sistema di crediti. D'altro canto, i veicoli di nuova produzione che consumano più dei limiti imposti saranno soggetti a penalità fino a 95 EUR/grammo dal 2019.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Pur avendo votato contro la relazione in commissione (32/25/0), il gruppo Verde/Alleanza libera europea ha convenuto che sarebbe stato opportuno avviare i negoziati per un accordo in prima lettura col Consiglio, soprattutto dopo aver valutato che le maggioranze politiche non sarebbero presumibilmente migliorate in sede di plenaria e che i negoziati con le prossime Presidenze ungherese e polacca avrebbero difficilmente raggiunto risultati migliori.

Il contenuto principale dell’accordo in prima lettura era: posticipare di un anno (2017) il limite medio obbligatorio di 175 g di CO2/km; abbassare a 147 g/km l’obiettivo del 2020, che doveva essere confermato dalla procedura legislativa; portare a 95 euro/g la sanzione per le emissioni in eccesso; e aumentare lievemente e prolungare i supercrediti fino al 2017. Tuttavia, l’esito finale in plenaria è stato molto insoddisfacente, e abbiamo deciso di votare contro.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Ho votato a favore di questa relazione in quanto la ritengo utile nel perseguire l'obiettivo della tutela dell'ambiente. Si tratta di un documento importante che aiuta l'industria automobilistica a pianificare meglio la propria produzione, assicurando la riduzioni delle emissioni di CO2. Con questa decisione si stimolerà l'innovazione e la ricerca, favorendo non solo il risparmio per i consumatori ma anche e soprattutto per le piccole e medie imprese.

Al termine dei lunghi negoziati tra il Parlamento e il Consiglio, si è raggiunto un'importante risultato, frutto di una mediazione equilibrata tra le diverse posizioni dei 27 Stati Membri. L'adozione dei nuovi target e standard produrrà certamente risultati concreti, tutelando maggiormente la salute di tutti i cittadini europei. La lotta ai cambiamenti climatici non può essere rinviata e passa anche per la riduzione delle emissioni dei veicoli.

 
  
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  Vilja Savisaar-Toomast (ALDE), per iscritto. (ET) Oggi ho votato a favore della relazione in oggetto relativa ai livelli di prestazione in materia di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi. Ritengo che la relazione sia necessaria alla luce degli obiettivi comunitari relativi al riscaldamento globale e alla riduzione delle emissioni. Andrebbe inoltre rilevato che poiché i veicoli commerciali leggeri in questione forniscono un servizio e vengono principalmente impiegati dalle piccole e medie imprese (PMI), è importante tener conto anche delle loro capacità all’atto di introdurre modifiche necessarie. Ritengo sinceramente che, per conseguire i livelli imposti dalla relazione, occorra un compromesso adeguato che tenga conto delle PMI europee e degli obiettivi globali dell’Unione europea.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto.(NL) Ho appoggiato incondizionatamente la proposta iniziale che definisce i livelli di prestazione in materia di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi (VCL) al fine di impedire il rischio di un vuoto regolamentare derivante da una certa sovrapposizione tra le immatricolazioni delle autovetture e quelle dei veicoli commerciali leggeri. Attualmente, molti veicoli omologati come autovetture, quali i SUV, sono immatricolati come VCL, spesso perché quest’ultima categoria è soggetta a tassazione ridotta in virtù di altri incentivi fiscali. Benché la legislazione che riguarda le autovetture (come questa proposta) si basi sull’omologazione-tipo dei veicoli (e non sull’immatricolazione), l’assenza di una normativa per i VCL significa che si rischia che i costruttori di autovetture relativamente grandi facciano domanda di omologazione-tipo dei VCL.

Ciò significa che tali veicoli altamente inquinanti non rientrerebbero nel campo di applicazione dei livelli di prestazione in materia di emissioni di CO2. L’accordo in prima lettura si è infine ridotto a un accordo molto debole, in cui l’obiettivo vincolante dei 175 g di CO2/km è stato rinviato di un anno. L’obiettivo per il 2020 è stato lasciato a 147 g/km e le sanzioni per la mancata conformità sono passate da 120 euro/g a 95 euro/g. Un indebolimento notevole, che impedirà a questa legge di offrire un contributo significativo al dibattito sul clima. Il senso di urgenza è sparito, questo è chiaro. Di qui il mio voto negativo.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto.(EN) Ho appoggiato la relazione, che fa parte della strategia della comunità per la riduzione delle emissioni di CO2 dei veicoli leggeri. Aiutando i costruttori a sviluppare tecnologie ecologiche, creiamo vantaggi per le aziende e generiamo anche occupazione, contribuendo nel frattempo ad affrontare i problemi ambientali che ci affliggono.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La conclusione della strategia sullo sviluppo sostenibile, avviata dalla Commissione, sottolinea i problemi più urgenti in termini di sviluppo sostenibile, segnatamente le misure per l’efficienza energetica nel settore dei trasporti. Alla luce della lotta contro il cambiamento climatico in termini di emissioni di CO2 e della maggiore competitività del settore automobilistico europeo, questo regolamento mira a stabilire regimi di incentivi, in particolare la concessione di supercrediti e pagamenti per le eco-innovazioni e anche sanzioni minori. L’accordo raggiunto dal Parlamento in tal senso è ambizioso, ma anche realistico. L’obiettivo a breve termine graduale dell’UE è di 175 g di CO2/km, da realizzarsi entro il 2017, mentre quello a lungo termine è di 147 g di CO2/km, da conseguire entro il 2020.

Al contempo, sono previsti supercrediti per i veicoli che soddisfano i criteri di efficienza e sanzioni ragionevoli in caso di superamento dei limiti massimi di CO2. Ritengo che l’approvazione di tale regolamento sia in linea con le politiche per la sostenibilità ambientale dell’Unione europea e, al contempo, salvaguardi i costruttori, rappresentanti principalmente da piccole e medie imprese, e gli utenti, oltre a promuovere l’innovazione nel settore.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della proposta di un regolamento che definisce i livelli di prestazione in materia di emissioni dei veicoli commerciali leggeri nuovi come parte dell’approccio integrato della Comunità alla riduzione delle emissioni di CO2 dei veicoli leggeri. Ciò ci consentirà di incoraggiare i costruttori di veicoli a ricorrere alle eco-innovazioni per assicurare la competitività dell’industria automobilistica europea.

Il regolamento commina sanzioni a carico dei produttori di veicoli commerciali leggeri in caso di superamento delle emissioni medie specifiche in esso definite.

Vorrei precisare che la restrizione delle emissioni inquinanti non va soltanto vista dalla prospettiva dell’offerta, ad esempio come modernizzare i veicoli leggeri per renderli più puliti, ma anche dal punto di vista della domanda. è importante che i nuovi veicoli conformi alle disposizioni del regolamento siano accessibili ai consumatori. In tal modo, il regolamento potrà sia offrire incentivi per la produzione di veicoli con un consumo di carburante efficiente, sia comminare sanzioni a carico dei costruttori che non rispettano gli obiettivi convenuti. A decorrere dal 1° gennaio 2012, ogni Stato membro dovrà registrare ogni anno i dettagli di ogni nuovo veicolo commerciale leggero immatricolato nel paese e garantire il rispetto delle disposizioni del regolamento.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della relazione odierna in quanto compie un altro passo nella giusta direzione nella lotta contro il cambiamento climatico. I limiti sulle emissioni di CO2 dei nuovi furgoni porteranno alla diffusione nell’UE di veicoli più puliti ed efficienti in termini di consumi. Sono stati fissati gli obiettivi, e la speranza è che gli incentivi per veicoli più efficienti disinneschino un’ondata di innovazioni in tutto il settore. In questo modo le aziende, comprese le molte piccole imprese gallesi che si affidano a questi furgoni, avranno la possibilità di utilizzare furgoni più efficienti in termini di consumo e di controllare i costi in un periodo di prezzi petroliferi in ascesa.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Non ho votato a favore della relazione Callanan, benché sia ben motivata e rappresenti un passo nella giusta direzione. Sono tuttavia del parere che i limiti sulle emissioni di CO2 per chilometro dovrebbero essere molto più ambiziosi. Sostengo pertanto la proposta della Commissione di 135 grammi di CO2 per chilometro. La costituzione di raggruppamenti di emissioni, che i costruttori possono creare in tutta la loro gamma di prodotti, nonché un limite di velocità di 120 km/h renderebbero realizzabile tale obiettivo, anche se sarebbero necessari notevoli sforzi. Al contempo, non dovremmo autorizzare il rinvio di nessuna di queste scadenze, per il bene dell’ambiente. Dovremmo attenerci al 2014.

 
  
  

Raccomandazione Lehne (A7-0021/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) La questione si trascina da tempo. Originariamente la Commissione aveva presentato la proposta di regolamento nel 2000, mentre il Parlamento l'aveva approvata nel 2002. Sin dall'inizio erano emerse gravi difficoltà ad accettarla da parte degli Stati membri. Nel 2009 il Consiglio aveva emesso delle conclusioni e la sua posizione non era stata recepita. Nel dicembre 2010 la tornata negoziale era naufragata a causa di problemi insormontabili e successivamente un piccolo gruppo di Stati membri si era impegnato ad istituire una cooperazione rafforzata in questo ambito, benché la materia non fosse di competenza esclusiva dell'UE. Ad ogni modo, approvo il testo. Sono a favore della proposta di regolamento, poiché la mancanza di una protezione brevettuale unitaria sul piano UE è suscettibile di provocare frammentazioni, complessità e costi elevati nell'ambito del sistema brevettuale. Posto che tutte le condizioni siano soddisfatte, possono solo discendere dei vantaggi per il mercato interno.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. − Ho già ribadito più volte nei mesi scorsi il mio disappunto per il regime linguistico del brevetto fondato sul trilinguismo. Ma ancor di più ritengo di una gravità politica inaudita l'utilizzo dell'istituto comunitario della cooperazione rafforzata per aggirare il veto dell'Italia e della Spagna ed evitare così di continuare la discussione in modo da trovare una soluzione condivisa ed anche meno onerosa. Tale proposta di decisione è peraltro incompatibile con il requisito di ultima istanza previsto dall'art 20.2 TUE, il quale stabilisce che la cooperazione rafforzata può essere autorizzata qualora, esaminata ogni altra ipotesi, non ci siano le possibilità di raggiungere gli obiettivi entro un termine ragionevole.

Inoltre, a più di un anno dall'adozione del Trattato di Lisbona già viene disatteso il valore della pari dignità delle lingue europee, mettendo in difficoltà la competitività e l'innovazione di cui sono portatrici milioni di PMI europee ed anche i diritti dei cittadini europei. Tale regime brevettuale reca un pregiudizio al mercato interno che diviene oggetto di segmentazione geografica, un ostacolo agli scambi tra gli Stati membri ed incide negativamente sullo stabilimento delle imprese e sulla libera circolazione dei capitali. Nel ribadire la mia posizione contraria, ritengo che sarebbe stato opportuno attendere il pronunciamento della Corte di Giustizia dell'Unione europea del prossimo 8 marzo prima di discuterne in questa sede.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) L'Europa sta compiendo dei progressi. Grazie al trattato di Lisbona ora un gruppo di paesi che intendono progredire insieme su una particolare materia possono farlo anche se gli altri non sono interessati. È già accaduto per la materia che attiene alle coppie formate da due persone di nazionalità diversa che intendono divorziare. La procedura si chiama "cooperazione rafforzata". È giusto che si applichi alla tutela delle invenzioni europee ed è giusto che la cooperazione rafforzata sia utilizzata per creare un brevetto europeo. Infatti, visto che in Europa i costi sono dieci volte più elevati per la protezione brevettuale rispetto agli Stati Uniti, in particolare a causa dei costi di traduzione, 25 Stati membri su 27 intendono creare insieme un brevetto europeo, che sarà necessariamente meno dispendioso essendo unitario. Siffatto brevetto unitario sarà in francese, inglese o tedesco e proteggerà le nostre invenzioni nei 25 paesi coinvolti. Inoltre la tutela in definitiva avrebbe un costo sostenibile. Anche se la Spagna e l'Italia non sono a favore di questo sistema per motivi linguistici, è essenziale che i 25 Stati membri che hanno aderito all’iniziativa compiano insieme dei progressi in questo ambito. Ho votato a favore della procedura, poiché rappresenta un grande passo in avanti per la competitività dell'industria europea.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) La creazione di una tutela brevettuale unitaria nell'Unione europea costituisce rappresenta un tassello essenziale per sviluppare le innovazioni e per intensificare la competitività. Mi sono espresso a favore della risoluzione, che autorizzerà la cooperazione rafforzata tra gli Stati membri nel settore della creazione di una tutela brevettuale unitaria. Attualmente il sistema brevettuale nell'Unione europea è frammentato e dispendioso ed è complesso registrare i brevetti nei singoli Stati membri. Benché oltre nove Stati membri abbiano espresso l'intenzione di istituire una cooperazione rafforzata nel settore della creazione di una tutela brevettuale unitaria, la Commissione e gli Stati membri partecipanti devono promuovere il coinvolgimento di quanti più Stati membri possibili. La cooperazione rafforzata favorirebbe il debito funzionamento del mercato interno ed eliminerebbe gli ostacoli alla libera circolazione delle merci, incrementando così il numero degli inventori e garantendo accesso ad una protezione brevettuale unitaria in tutta l'Unione europea.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto. (PT) Il sistema brevettuale europeo è una necessità. L'esistenza di interpretazioni e di decisioni diverse nei vari Stati membri è fonte di incertezza giuridica. L'obbligo di tradurre tutta la documentazione brevettuale nelle 23 lingue ufficiali comporta costi elevati, presuppone tempi lunghi e va a discapito della competitività. Pertanto, in linea generale, la stragrande maggioranza delle parti interessate, comprese le associazioni professionali, conviene sull'opportunità di usare solamente l'inglese.

La proposta in discussione prevede tre lingue (inglese, francese e tedesco), escludendo le altre. In termini di diffusione mondiale, però, il portoghese è molto più parlato del francese e del tedesco. Nutro inoltre numerose riserve sulla possibilità di usare la cooperazione rafforzata in questa materia. Uno strumento teso a consentire a gruppi di paesi di avviare processi di integrazione più ampia nell’intento di coinvolgere progressivamente tutti gli altri non deve comportare la creazione di un circolo privato e di un meccanismo di esclusione e non deve nemmeno decretare la predominanza di alcuni a discapito di altri. Pertanto mi sono espressa contro la relazione Lehne.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. − Pur apprezzando lo spirito di questa riforma, che ambisce a dotare l'Europa di un unico brevetto e dunque a ridurre i costi delle traduzioni, ho tuttavia espresso voto contrario. La proposta di decisione presentata dal Consiglio europeo autorizza una procedura di cooperazione rafforzata nel settore dell'istituzione della tutela brevettuale unitaria e questo perché alcuni Stati membri, tra cui il mio paese, si sono espressi contro l'adozione del sistema di traduzione previsto. Si tratta, infatti, di un sistema trilinguistico che risulterebbe discriminatorio in quanto viola il principio della parità linguistica tra tutte le lingue dell'Unione europea.

Inoltre, a mio giudizio, il sistema di cooperazione rafforzata pregiudicherebbe il mercato unico creando divisioni e distorsioni di concorrenza al suo interno. Sarebbe stato auspicabile, perciò, attendere la decisione della Corte di giustizia, prevista nei prossimi giorni, un parere che potrà chiarire anzitutto diversi aspetti tecnici relativi al sistema brevettuale unitario.

 
  
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  Jan Březina (PPE), per iscritto. (CS) La frammentazione che caratterizza il sistema di tutela brevettuale costituisce un ostacolo per il mercato interno ed è particolarmente dannosa per le aziende innovative nel settore delle piccole e medie imprese (PMI). Pertanto sono a favore della creazione di un sistema brevettuale unitario semplice e poco dispendioso per l'intera Unione europea. Nutro preoccupazione, però, in quanto non è stato possibile giungere ad una soluzione comune in ragione delle insormontabili differenze di opinione in merito alle disposizioni sulla traduzione dei brevetti. A mio parere, continuare cocciutamente ad insistere affinché i brevetti siano tradotti nella maggior parte delle lingue ufficiali dell'Unione europea è una manifestazione di egoismo nazionale, poiché i costi, le procedure amministrative ed i tempi richiesti annienterebbero buona parte dei vantaggi del brevetto unico.

Sono molto lieto che il mio paese, la Repubblica ceca, abbia deciso di aderire alla proposta di cooperazione rafforzata che abbiamo approvato oggi, unendosi quindi alla grande maggioranza degli Stati membri che invocano siffatta soluzione. Benché il brevetto unico non sarà valido in tutta l'Unione europea, sarà comunque uno strumento positivo per stimolare lo sviluppo e la competitività delle PMI.

 
  
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  Zuzana Brzobohatá (S&D), per iscritto. (CS) La tutela brevettuale rappresenta uno degli strumenti di base per la competitività e la crescita economica. Favorisce l'attività di ricerca scientifica, stimolando così l'occupazione in un settore che detiene un valore aggiunto. Ho sostenuto le raccomandazioni del Parlamento sulla proposta di decisione del Consiglio che autorizza la cooperazione rafforzata nel settore della tutela brevettuale unitaria, poiché siffatte misure prendono le mosse dalle conclusioni del Consiglio del 4 dicembre 2009, in cui era stata enunciata la forma futura del sistema brevettuale unitario. Il sistema brevettuale europeo deve poggiare su due pilastri, ovverosia un sistema unificato per risolvere le controversie brevettuali (il Tribunale dei brevetti europeo e dell'Unione europea) e per registrare i brevetti europei (uno strumento che consente di far valere i brevetti in tutta l'Unione europea).

Grazie alla cooperazione rafforzata sarà più semplice approvare i brevetti europei nel territorio degli Stati membri che prendono parte a questa procedura, riducendo quindi i costi e semplificando il processo brevettuale. Al contempo, questo meccanismo favorirà il progresso scientifico e tecnologico e rafforzerà il funzionamento del mercato interno. All'inizio di febbraio la Repubblica ceca aveva aderito all'invito di istituire una cooperazione rafforzata e quindi spero che l'adesione del mio paese al sistema di tutela brevettuale unitaria contribuisca a sostenere le risorse scientifiche e a migliorare i risultati scientifici sia nella Repubblica ceca sia negli altri paesi.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) La creazione di un brevetto europeo è destinata a stimolare l'innovazione e lo sviluppo scientifico e tecnologico nell'Unione europea. È essenziale risolvere la questione della tutela brevettuale europea. Ad ogni modo, nutro riserve sulle disposizioni linguistiche che dovranno essere definite. A mio parere, la soluzione migliore sarebbe quella di usare solamente l'inglese, ma se verranno inserite altre lingue nel regime linguistico, deve essere considerato anche il portoghese. La concorrenza è globale ed il portoghese è la terza lingua occidentale più parlata dopo l'inglese e lo spagnolo.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Il sistema brevettuale europeo è una necessità. L'esistenza di interpretazioni e di decisioni diverse nei vari Stati membri è fonte di incertezza giuridica. L'obbligo di tradurre tutta la documentazione brevettuale nelle 23 lingue ufficiali comporta costi elevati, presuppone tempi lunghi e va a discapito della competitività. Pertanto, in linea generale, la stragrande maggioranza delle parti interessate, comprese le associazioni professionali, conviene sull'opportunità di usare solamente l'inglese. La proposta in discussione prevede tre lingue (inglese, francese e tedesco), escludendo le altre. In termini di diffusione mondiale, però, il portoghese è molto più parlato del francese e del tedesco. Nutro inoltre numerose riserve sulla possibilità di usare la cooperazione rafforzata in questa materia. Uno strumento teso a consentire a gruppi di paesi di avviare processi di integrazione più ampia nell’intento di coinvolgere progressivamente tutti gli altri non deve comportare la creazione di un circolo privato e di un meccanismo di esclusione e non deve nemmeno decretare la predominanza di alcuni a discapito di altri. Pertanto mi sono espresso contro la relazione Lehne. .

 
  
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  Mário David (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa risoluzione legislativa del Parlamento europeo, in quanto ne condivido i contenuti. Tuttavia, mi dispiace che il portoghese non rientri tra le versioni linguistiche previste negli accordi sul brevetto europeo.

 
  
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  Luigi Ciriaco De Mita (PPE), per iscritto. − Il Mercato interno e la Politica di concorrenza sono due assi portanti del processo di unificazione europea, finalizzate non solo ad un rafforzamento economico dell’UE e delle imprese, ma innanzitutto a inverare le libertà fondamentali dell’Unione. Tale obiettivo deve essere perseguito a favore di tutti i cittadini e imprese comunitarie, sia offrendogli pari opportunità e uguaglianza sostanziale, sia evitando difficoltà, sovra costi e sovrastrutture che possano differenziarne, discriminarne o ridurne le possibilità di accesso o di tutela dei propri diritti. Riconoscere a tutti i cittadini dell’UE il diritto a esprimersi nella propria lingua quando ci si rivolge alle Istituzioni UE rappresenta un diritto fondamentale di uguaglianza, pari opportunità e non discriminazione. L’utilizzo di alcune lingue tra quelle ufficiali ha ragione tecnica solo all’interno delle attività delle Istituzioni UE e non nei rapporti con cittadini, imprese e Istituzioni dei Paesi membri. Le cooperazioni rafforzate sono utili quando incrementano le opportunità di chi vi aderisce, senza pregiudicarle per gli altri. Ho, pertanto, votato contro la Raccomandazione in quanto ritengo non accettabile una cooperazione rafforzata in un ambito così delicato quale è l’eguaglianza politica delle lingue, creando una discriminazione rispetto al diritto di pari opportunità di accesso alle libertà fondamentali dell’UE.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto. (FR) Sono molto soddisfatta per i risultati che sono stati conseguiti in una materia che si trascina dagli anni '90. Nel dicembre 2009 il Consiglio aveva approvato, in linea di principio, la creazione del brevetto europeo. Un anno più tardi, però, il Consiglio aveva riconosciuto l’esistenza di difficoltà insormontabili in merito alle disposizioni sulle versioni linguistiche per cui era richiesta l'unanimità. La questione è stata ripresa dalla Presidenza belga, ma, visto che non è stato possibile superare gli ostacoli, 12 Stati membri hanno richiesto una proposta di regolamento volta ad autorizzare la cooperazione rafforzata per la creazione di un brevetto unitario. Pertanto il Consiglio "competitività" ha rilasciato l'autorizzazione su tale procedura nel marzo 2011. Vi ricordo che la creazione di un brevetto europeo comporta vantaggi per gli utenti del sistema brevettuale in Europa e, in particolare, consente alle piccole e medie imprese, che spesso vengono trascurate, di migliorare la competitività mediante un accesso più ampio alla tutela brevettuale e mediante la riduzione dei costi.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della proposta, poiché la cooperazione rafforzata sulla creazione di un brevetto unitario al momento rappresenta la soluzione migliore e spero che nel frattempo tutti gli Stati membri decideranno di aderirvi per il bene dei cittadini europei. Disporre di un brevetto unico vuol dire ridurre in maniera significativa i costi amministrativi per le piccole e medie imprese, stimolare l'innovazione e contribuire a creare occupazione in un periodo in cui l'Europa ne ha più che mai bisogno.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) È fondamentale disporre di una legislazione euroepa a tutela dei brevetti per difendere i diritti di proprietà intellettuale. Avremo quindi una protezione uniforme nei territori degli Stati che aderiscono alla cooperazione rafforzata, i costi si ridurranno e saranno semplificate le procedure amministrative. Tengo a precisare che attualmente il costo di registrazione di un brevetto in Europa è di circa dieci volte superiore rispetto ai brevetti giapponesi o nordamericani. Pertanto, con il brevetto unitario, saranno favorite l'innovazione e la ricerca scientifica, mentre il mercato interno sarà rafforzato. Come ha indicato il Commissario Barnier, solo la Spagna e l'Italia non hanno mostrato alcun interesse per questa cooperazione rafforzata. Ad ogni modo, il Commissario stesso nutre delle riserve di natura giuridica sull'applicabilità della procedura di cooperazione rafforzata in questo caso specifico.

In effetti, ai sensi dell'articolo 328, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell'Unione europea: "Al momento della loro instaurazione le cooperazioni rafforzate sono aperte a tutti gli Stati membri, fatto salvo il rispetto delle eventuali condizioni di partecipazione stabilite dalla decisione di autorizzazione. La partecipazione alle cooperazioni rafforzate resta inoltre possibile in qualsiasi altro momento, fatto salvo il rispetto, oltre che delle condizioni summenzionate, degli atti già adottati in tale ambito". Rilevo, inoltre, che le disposizioni linguistiche di questa cooperazione rafforzata comprendono solamente tre lingue: l'inglese, il francese ed il tedesco.

 
  
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  Carlo Fidanza (PPE), per iscritto. − Sono contrario al via libera del Parlamento all'uso della procedura di cooperazione rafforzata per creare un sistema unitario di brevetti in quanto ritengo la questione del regime linguistico di fondamentale importanza per gli interessi italiani, essendo l'Italia al quarto posto in Europa per numero di brevetti depositati. Ritengo sia stato fatto un uso strumentale della procedura di cooperazione rafforzata, creata per dare un maggiore impulso al processo di integrazione dell'Unione europea dando la possibilità, a un numero ristretto di Stati membri, di avanzare su dossier sui quali non è possibile raggiungere un accordo unanime.

Questa forzatura può costituire un precedente pericoloso in quanto danneggia uno Stato membro e aggira l'unanimità prevista dal Trattato di Lisbona sul mercato unico e sul principio della non-distorsione della concorrenza al suo interno. Inoltre, avremmo preferito attendere il giudizio della Corte di giustizia, previsto per il prossimo 8 marzo.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Abbiamo votato contro la relazione fondamentalmente per tre motivi.

È inammissibile che il Parlamento sostenga una proposta sulla cooperazione rafforzata nel settore del cosiddetto brevetto unitario, poiché il testo è stato concepito al solo scopo di compromettere i diritti di cui gli Stati membri possono avvalersi per difendere i propri interessi, semplicemente per favorire i paesi più forti.

É la seconda volta che si ci avvale il principio della cooperazione rafforzata, previsto nel trattato di Lisbona. Ormai comincia a delinearsi chiaramente il motivo per cui è stato introdotto.

È inaccettabile che siano esercitate pressioni sugli Stati che appartengono all'Unione europea, ma che non accettano le condizioni che la maggioranza intende imporre loro, soprattutto in aree così sensibili come la lingua, visto che la proposta è suscettibile di escludere le lingue della maggior parte dei paesi.

Infine devo esprimere un ultimo commento per riaffermare le posizioni che i delegati del partito comunista portoghese al Parlamento europeo hanno sempre mantenuto, difendendo costantemente la lingua portoghese.

 
  
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  Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (S&D), per iscritto.(PL) Non capita tutti i giorni di discutere di una materia importante come il brevetto europeo, che forma l'oggetto della raccomandazione dell'onorevole Lehne. Pertanto sono molto lieta di avere la possibilità di intervenire. In primo luogo, va rilevato che attualmente siamo ancora nelle primissime fasi della cooperazione rafforzata. In pratica, la raccomandazione del Parlamento europeo consentirà al Consiglio di aderire ufficialmente alle misure che sono state assunte. Pertanto tutto è ancora possibile o, per essere più specifici, le proposte di regolamento della Commissione europea possono ancora essere emendate. Senza addentrarmi nei dettagli delle proposte di regolamento sul brevetto stesso o sul regime linguistico, mi preme affermare che, nell'attuazione di questo grande progetto europeo, dobbiamo tener presente gli interessi di tutti gli imprenditori europei, ovvero sia di coloro che brevettano le invenzioni che di coloro che vorrebbero avere un accesso agevole alle informazioni tecniche sulle invenzioni. Mi riferisco, ad esempio, ai produttori di farmaci generici.

Essendo una strenua fautrice del brevetto europeo e, al contempo, in qualità di rappresentante della Polonia, un paese che oggi purtroppo è più un "destinatario" di brevetti che "artefice" di brevetti, mi adopererò affinché l'ambito del dibattito sul brevetto sia il più ampio possibile e che tenga conto delle opinioni di tutti, in particolare delle piccole e medie imprese, che sono essenziali per un'economia europea innovativa.

 
  
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  Adam Gierek (S&D), per iscritto.(PL) Il brevetto europeo dovrebbe aiutarci a stimolare l'innovazione, ma perché non riusciamo ad essere noi stessi innovativi quando ne discutiamo? Dovremmo vergognarci. Parliamo solo di diritto brevettuale. Invece dobbiamo anche parlare dell'istituzione della forma ottimale dei brevetti. Attualmente è prevista una forma estesa e una forma abbreviata per i brevetti, cosa che peraltro non implica che la prima sia scritta meglio della seconda. La descrizione spesso è resa appositamente più complessa per oscurare e complicare la forma del brevetto.

Dobbiamo creare una forma trasparente per i brevetti e per la relativa procedura di descrizione in modo da poterci avvalere di Internet e dei metodi elettronici di registrazione. La lingua è una delle questioni che attengono a questa materia ed un algoritmo prefissato potrebbe rappresentare la soluzione al problema. Il metodo meno costoso, che non richiede traduzione nelle diverse lingue, è il brevetto elettronico europeo. Magari anche la Commissione potrebbe cominciare a ragionare in maniera innovativa. Ho votato a favore della relazione, anche se penso che l'Esecutivo stia mostrando ben poca iniziativa in materia.

 
  
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  Louis Grech (S&D), per iscritto.(EN) A fronte dell'impeto conferito dalla Commissione e dal Parlamento per il rilancio del mercato unico, si avverte ora più che mai la necessità di un sistema armonizzato per la registrazione e la disciplina dei brevetti. Per tale ragione ho votato a favore di questa risoluzione legislativa.

Nell'ambito dell'attuale sistema brevettuale frammentato, i brevetti devono essere tradotti in tutte le lingue degli Stati in cui sono validi, comportando costi di traduzione esorbitanti per gli imprenditori, per le nuove imprese e per le PMI innovative. Ottenere un brevetto è tredici volte più costoso nell'Unione europea rispetto agli Stati Uniti ed è undici volte più costoso rispetto al Giappone. Ai sensi del nuovo sistema che sarà varato dagli Stati membri che prendono parte alla cooperazione rafforzata in questo settore, il brevetto unitario avrà un regime molto più accessibile in termini di traduzione, in quanto le lingue saranno solamente il francese, l'inglese ed il tedesco, pertanto verrebbero tagliati i costi. L'introduzione di un sistema brevettuale unitario e accessibile, anche solo in una parte di Stati membri, è destinata ad avere un impatto importante nell'espansione del mercato unico, in particolare l'Unione potrà stimolare l'innovazione e la creatività per la creazione di prodotti e di servizi di cui ha disperatamente bisogno.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto. (FR) Da diversi anni l'economia europea viene frenata a causa dell'assenza di un brevetto europeo competitivo, contrariamente a quanto accade per le altre potenze mondiali. Da circa 15 anni la Commissione europea propone la creazione di un brevetto unico europeo. Finalmente – grazie alla procedura di cooperazione rafforzata, che consente a diversi Stati membri di cooperare in un settore specifico, quando viene bloccata un'iniziativa legislativa – siamo riusciti a compiere un passo in questa direzione. Pertanto ho entusiasticamente votato a favore di questa relazione, che ci permette di avviare la procedura di cooperazione rafforzata per creare un sistema brevettuale europeo. Si tratta di un importante passo in avanti per tutte le imprese europee e per le piccole e medie imprese, che da tempo attendono questo strumento indispensabile per l'innovazione, la ricerca, lo sviluppo e la competitività in Europa.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore di questa raccomandazione che riguarda l’autorizzazione della cooperazione rafforzata per la creazione di un brevetto europeo. Nel dicembre 2010 12 Stati membri, compresa la Francia, hanno deciso di avvalersi della cooperazione rafforzata in ragione del mancato accordo tra i 27 Stati membri dovuto alle differenze sul regime linguistico nell’ambito dell’introduzione del sistema brevettale europeo. Alla fine hanno aderito tutti gli Stati membri ad eccezione di Italia e Spagna. Vorrei che questi due paesi prima o poi decidessero di prendere parte all’iniziativa. Attualmente infatti costa 11 volte di più registrare un brevetto nell’Unione europea rispetto agli Stati Uniti. In futuro i nostri ricercatori e le nostre imprese riusciranno finalmente a competere in maniera effettiva con gli USA e l’Asia sul piano dell’innovazione.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto.(PL) Dopo oltre dieci anni finalmente si sta chiudendo la vicenda del brevetto europeo. Pur avendo realizzato un successo solo parziale, visto che il sistema di tutela brevettuale non si estende all’intero territorio dell’Unione europea, si tratta comunque di un significativo passo in avanti. Grazie alla semplificazione delle procedure di registrazione e alla significativa riduzione dei costi, si promuoverà lo sviluppo del mercato interno e si stimolerà il progresso scientifico e tecnico in tutta l’Unione europea, anche se la tutela copre solo 12 Stati membri. Benché l’armonizzazione legislativa sia limitata, si produrrà un impatto su tutti gli imprenditori dell’Unione, visto che anche gli investitori degli Stati membri che non prendono parte all’iniziativa potranno cogliere i vantaggi della tutela brevettuale unitaria. Spetterà a loro decidere su base individuale se scegliere la protezione prevista nell’ordinamento di uno o più Stati membri o se avvalersi del brevetto unitario europeo.

Dobbiamo continuare a perseguire le misure volte ad ampliare il campo d’azione della tutela brevettuale unitaria in modo da estenderla progressivamente all’intero territorio dell’Unione europea. Non sono solo i singoli imprenditori che ne beneficeranno, visto che lo stesso mercato europeo ne guadagnerà in competitività rispetto alle grandi economie di paesi come Stati Uniti, Cina o Giappone.

 
  
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  Arturs Krišjānis Kariņš (PPE), per iscritto. (LV) Ho votato a favore della proposta di decisione del Consiglio che autorizza una cooperazione rafforzata nel settore dell'istituzione di una tutela brevettuale unitaria, poiché un sistema di registrazione brevettuale unitario è destinato a ridurre gli ostacoli amministrativi che si frappongono all’attività delle imprese europee. L’Unione europea non può permettersi un sistema di registrazione frammentato. Oggi è stato compiuto un enorme passo in avanti verso siffatto regime. Nella situazione attuale le singole imprese devono registrare i propri brevetti in tutti gli Stati membri separatamente e tale prassi ostacola gravemente lo sviluppo dell’attività economica. La lentezza e la complessità della registrazione brevettuale nell’Unione europea finora ha limitato le possibilità di sviluppo dinamico delle nostre imprese. A fronte di una procedura chiara ed efficiente, in cui tutti possono registrare brevetti validi in tutta l’Unione europea, i nuovi prodotti potranno essere lanciati sul mercato in tempi più brevi, stimolando quindi il tasso di sviluppo delle imprese. Ne usciranno vittoriosi i paesi che aderiscono al sistema di registrazione brevettuale e gli imprenditori di questi paesi, che riusciranno quindi a portare i propri nuovi prodotti ai consumatori europei in maniera più rapida.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Attualmente il mercato interno è particolarmente frammentato a causa dei costi elevati della tutela brevettale nell’UE e gli inventori europei non possono quindi fruire dei benefici del mercato unico. Il problema risiede nell’impossibilità di conseguire il migliore grado possibile di tutela in tutta l’Unione europea. Questa situazione si ripercuote negativamente sulla competitività dell’UE, in quanto le attività che si fondano sull’innovazione producono un capitale umano che tende ad essere più mobile rispetto ad altri comparti.

In ragione delle attuali condizioni che sono meno favorevoli per l’innovazione, l’Unione europea ha perso attrattiva come luogo di creatività e di innovazione, sia per gli inventori europei che per quelli non europei. Ho votato a favore di questa raccomandazione, poiché, intensificando la cooperazione in seno ad un gruppo di Stati membri nell’ambito della protezione brevettuale unitaria, si salvaguardano gli interessi dell’Unione. Infatti si incentiverà la competitività dell’Unione europea, incrementandone l’attrattiva per il resto del mondo. Inoltre, se si crea una tutela brevettuale unitaria in un gruppo di Stati membri, si migliora il livello di protezione brevettuale e vengono quindi meno i costi e le complessità correlate ai singoli territori. Di conseguenza, si favorisce il progresso tecnologico ed il funzionamento del mercato interno.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della relazione. Deve infatti essere aumentato il livello consentito di radioattività negli alimenti. Inoltre si devono intensificare i controlli ed il rispetto delle norme. A seconda dell’esito dell’ultima lettura, il regolamento potenzialmente può favorire questo processo. Accolgo con favore il fatto che la normativa si applichi anche ai generi alimentari e agli alimenti per animali importati da paesi terzi in transito doganale e ai prodotti per l’esportazione.

 
  
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  Jiří Maštálka (GUE/NGL), per iscritto. (CS) La sfera di diritti di proprietà intellettuale e, in particolare, dei diritti di proprietà industriale merita senz’altro un’attenzione e una cura speciali. Però, gli organismi e le istituzioni dell’UE non sempre riescono in questo intento. Spesso i dettagli o persino gli interessi di gruppi particolari pregiudicano la messa in atto di una soluzione sistemica e globale. La questione del brevetto UE – in passato denominato “brevetto comunitario” – ne è un esempio. La possibilità di una soluzione almeno parziale ora si delinea nell’ambito della cooperazione rafforzata tra alcuni Stati membri che intendono istituire una tutela brevettuale unitaria. La Repubblica ceca ha espresso la volontà di aderire a questa cooperazione rafforzata ed intende altresì prendere parte ai successivi negoziati che si svolgeranno in merito alle proposte concrete di regolamento sul brevetto unitario e sul relativo regime linguistico. Se non si partecipa alla cooperazione rafforzata, si perde la possibilità di plasmare il sistema brevettuale europeo. Uno degli aspetti significativi verte sul beneficio economico, ovverosia i vantaggi per le imprese derivanti dalle nuove soluzioni tecniche a fronte dell’entità del mercato comune dei partecipanti della cooperazione rafforzata. Tengo inoltre a precisare che la Repubblica ceca si è riservata di ritirarsi dalla cooperazione rafforzata, qualora la procedura dovesse imboccare una direzione contraria alle posizioni assunte dal governo, in particolare sul regime linguistico e nel settore della giurisprudenza brevettuale.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Mi sono astenuto nel voto sulla relazione. Non sono contrario al diritto di sovranità degli Stati membri di sottoscrivere accordi sulla cooperazione rafforzata, anche in materia di brevetti. Però, non ci è stata fornita alcuna garanzia sulle norme in tema di ecologia e di igiene che saranno applicate nel processo di approvazione dei brevetti, in particolare sugli organismi geneticamente modificati. Finché non saranno integrate le necessarie norme sulla tutela della salute pubblica, non sosterrò questo genere di accordo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Approvando questa relazione, che mira ad istituire una cooperazione rafforzata in materia di registrazione e di tutela dei brevetti, si profila il rischio di introdurre un regime linguistico comprendente solo tre lingue – inglese, tedesco e francese – senza prevedere la traduzione del brevetto nelle rispettive lingue nazionali degli altri Stati membri. Posto che l’obiettivo di creare un brevetto europeo è positivo, nel senso che contribuirebbe a rivitalizzare e a promuovere l’innovazione in Europa, devo però dire che non può essere perseguito disattendendo i principi fondamentali della stessa cittadinanza europea, spezzando la coesione dell’Unione e frammentando il mercato interno o introducendo nuovi fattori di discriminazione, disuguaglianza e squilibrio.

La lingua portoghese – la terza lingua più importante nella comunicazione universale – subirebbe un’ingiustificata discriminazione con l’introduzione di questa “cooperazione rafforzata”. Sono queste le ragioni che sono state alla base del mio voto.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) La controversia sulle lingue da usare per i brevetti europei si trascina da oltre trent’anni. Nel frattempo le aziende europee hanno dovuto sobbarcarsi costi elevati per la traduzione ed in alcuni casi hanno subito uno svantaggio competitivo sul mercato globale. È difficile attribuire un valore ai beni immateriali, come i marchi commerciali ed i brevetti. Ad ogni modo essi vengono usati anche come garanzia sui prestiti e vengono presi in considerazione nelle valutazioni del credito.

Sullo sfondo di tali presupposti una nuova normativa brevettuale, definita mediante la cooperazione rafforzata che si applicherà in una parte del territorio europeo, prevede la traduzione dei brevetti solamente in tedesco, inglese e francese. Pertanto si ridurranno inevitabilmente le procedure burocratiche. Il nuovo regolamento, inoltre, rafforzerà la posizione della lingua tedesca, che è ancora la lingua madre più diffusa nell’Unione europea, come indica uno studio del 2006. In linea di principio l’idea è positiva, ma le norme sul regime linguistico non sono del tutto chiare. Per tale motivo mi sono astenuto.

 
  
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  Radvilė Morkūnaitė-Mikulėnienė (PPE), per iscritto. (LT) La creazione di una tutela brevettuale unitaria nella Comunità (ora Unione europea) e la garanzia di un’effettiva protezione dei brevetti in tutta l’UE segnano un passo verso una maggiore competitività dell’Unione. Attualmente gli inventori che operano nell’Unione europea sono svantaggiati rispetto agli inventori che operano in altre parti del mondo. Infatti la protezione delle invenzioni nell’UE è un processo lungo e dispendioso. Purtroppo, a fronte di problemi procedurali, non siamo riusciti a stabilire un sistema uniforme nell’UE. Ad ogni modo, mi congratulo con gli Stati membri che hanno deciso di avviare la procedura di cooperazione in materia di tutela brevettuale (in particolare sono lieto che anche la Lituania vi abbia aderito) e ho votato a favore di tale cooperazione.

 
  
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  Tiziano Motti (PPE), per iscritto. − Ho votato no all'introduzione del trilinguismo nella normativa sui brevetti. La traduzione dei brevetti solamente in inglese, francese e tedesco rappresenterebbe un grave danno per le aziende italiane che dovrebbero sostenere costi altissimi per effettuare la traduzione tecnica del testo dei brevetti presentati. Le indicazioni del mio gruppo parlamentare erano di votare a favore, ma non mi sento di approvare una legislazione che riconosco lesiva degli interessi del mio paese e dei suoi cittadini, in particolare di tutte le piccole e medie imprese italiane e dei nostri consumatori. È chiaro che un aggravio dei costi per le imprese si ripercuoterebbe poi su un aumento dei costi dei prodotti a scapito dei consumatori. La cooperazione rafforzata dovrebbe restare un meccanismo eccezionale e non dovrebbe essere utilizzata per escludere gli Stati Membri disposti a negoziare, come l'Italia e la Spagna. Sostengo la proposta italiana di utilizzare per i brevetti la lingua del paese dell'inventore con traduzione inglese. In questo modo preserviamo la nostra indipendenza linguistica e gli interessi del nostro paese. Infatti la cooperazione rafforzata tra dieci o dodici paesi in questo settore rischia di tradursi in una distorsione delle condizioni di concorrenza leale, a vantaggio dei paesi che ne fanno parte.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Sono a favore di questa risoluzione sulla proposta di decisione del Consiglio che autorizza una cooperazione rafforzata nel settore dell'istituzione di una tutela brevettuale unitaria. Vista la situazione attuale, in cui è molto difficile e dispendioso registrare i brevetti in Europa, sottoscrivo la proposta di applicare la cooperazione rafforzata, consentendo a tutti gli Stati membri interessati di creare un sistema brevettuale unitario.

Dobbiamo adoperarci quanto più possibile per superare il problema del regime linguistico al fine di ridurre i costi di registrazione del brevetto europeo per le imprese che operano nell’Unione. Inoltre, mediante una tutela brevettuale efficace, si semplificherebbero le procedure di risoluzione delle controversie e si ridurrebbe il carico amministrativo.

Sono lieta che molti Stati membri si siano impegnati nell’iniziativa di creare un brevetto unitario e spero che anche gli altri paesi presto realizzeranno questo obiettivo in modo da migliorare le condizioni di liberalizzazione economica in seno all’Unione. Solo la cooperazione rafforzata favorirà il funzionamento adeguato del mercato interno, eliminando gli ostacoli alla libera circolazione delle merci.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Ho votato a favore della raccomandazione sulla proposta di decisione del Consiglio che autorizza una cooperazione rafforzata nel settore dell'istituzione di una tutela brevettuale unitaria. Il futuro dell’Europa dipende dall’innovazione e Stati membri come la Grecia, che sono stati investiti duramente dalla crisi, vi ripongono le speranze di ripresa dell’economia nazionale e del tessuto produttivo. È quindi economicamente fondamentale e socialmente giusto predisporre una tutela giuridica per i brevetti che vertono sull’inventiva e sulla realizzazione di idee e di prodotti innovativi.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Sono a favore del sistema brevettuale europeo, ma, riflettendoci, e per motivi legati alla lingua, mi sono astenuta nel voto sulla relazione. In realtà, avrei votato a favore solo se fosse previsto solamente l’uso dell’inglese, visto che oggi è questa la lingua franca. Mi sono astenuta fondamentalmente per tre motivi. In primo luogo un sistema che implica l’obbligo di tradurre tutta la documentazioni nelle 23 lingue ufficiali comporta costi ingenti, richiede tempi lunghi e provoca un grave svantaggio competitivo. In secondo luogo, all’atto pratico, l’inglese oggi è comunemente usato come lingua franca. In terzo luogo, il 90 per cento delle domande di brevetto sono comunque in inglese. Non sono d’accordo sull’introduzione del francese e del tedesco, escludendo lingue più diffuse, come il portoghese o lo spagnolo (come se esistessero lingue con diversa dignità nell’Unione europea, un’idea che respingo). Pertanto mi sono astenuta. Sono infatti convinta che sia necessario compiere dei progressi sul sistema brevettuale europeo, ma la soluzione migliore sarebbe quella di usare una lingua sola: l’inglese.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Mi sono astenuto, anche se reputo essenziale migliorare il sistema brevettuale in Europa, in particolare creando un brevetto unitario e un Tribunale per i brevetti europei in modo da poter risolvere i problemi con cui si scontrano le piccole e medie imprese a causa dell’attuale frammentazione del sistema vigente, che si caratterizza per i costi elevati e per l’eccessiva complessità. Comprendo, però, anche le riserve che nutrono certi paesi in relazione al regime linguistico del brevetto UE. Pertanto non mi oppongo all’avvio della cooperazione rafforzata in questo ambito, ma credo che non sia la soluzione più opportuna e definitiva al problema.

 
  
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  Paulo Rangel (PPE), per iscritto. (PT) La mancanza di una tutela brevettuale unitaria nell’Unione europea pone le aziende europee in una posizione di netto svantaggio competitivo rispetto alle aziende statunitensi e giapponesi. Il costo di registrazione dei brevetti in Europa è di quasi dieci volte superiore rispetto al costo di registrazione negli Stati Uniti e in Giappone, essenzialmente per le spese di traduzione nelle lingue dei vari paesi europei. Per intensificare la competitività dell’industria portoghese ed europea in tale ambito, bisogna assolutamente compiere dei rapidi progressi verso la creazione di un sistema unitario di tutela brevettuale che sia meno pesante e meno complesso e che possa fungere da stimolo per l’innovazione e per lo sviluppo scientifico e tecnologico in Portogallo e nell’Unione europea. Per tale ragione ho votato a favore della risoluzione. Tuttavia non posso esimermi dall’esprimere biasimo per la scelta del regime linguistico. In realtà vi sono fondatissime argomentazioni contro l’introduzione dell’attuale soluzione che prevede l’impiego di tre lingue: l’inglese, il francese ed il tedesco. Pertanto sarebbe stato del tutto preferibile optare per il regime che prevede unicamente l’uso dell’inglese.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D), per iscritto. (DE) Oggi ho votato a favore dell’introduzione della cooperazione rafforzata in relazione alla tutela brevettuale unitaria, poiché è ingiustificato lo stallo che si è creato in Consiglio a causa del regime linguistico. È ovvio che bisogna assolutamente discuterne. Per me votare a favore non significa che aderisco pienamente ai contenuti delle proposte iniziali della Commissione. Ci occuperemo prioritariamente della questione in seno alla commissione giuridica e sicuramente presenterò degli emendamenti allo scopo di introdurre una serie di migliorie. Sicuramente si sbagliano coloro che ritengono che il Parlamento con il voto di oggi perderà i propri diritti. La procedura legislativa è solo all’inizio. Votando oggi, il Parlamento semplicemente permette ad un gruppo di paesi di avviare la procedura di cooperazione rafforzata, come prevede il trattato di Lisbona. Nel corso della procedura a) il Parlamento sarà consultato in merito al regime linguistico (la decisione in questo caso deve essere assunta dal Consiglio), b) il Parlamento prenderà parte al processo decisionale sul contenuto del regolamento sul brevetto nell’ambito della procedura legislativa ordinaria, c) è previsto il consenso dell’Assemblea sulla giurisdizione del brevetto. Neanche i deputati di Stati membri che non aderiscono alla cooperazione rafforzata perderanno il diritto di votare nel corso del resto della procedura, in quanto essi sono rappresentanti europei, non rappresentanti nazionali.

 
  
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  Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. (FR) La Presidenza belga dell’Unione europea è stata un successo su tutta la linea. Tra le sue numerose realizzazioni, ha raggiunto un accordo sul brevetto europeo, un regolamento che è imperativo per stimolare l’innovazione e la competitività in Europa. Gli europei liberali invocano questo genere di armonizzazione della tutela giuridica da quasi 15 anni. Così facendo, si metterà fine agli sprechi di risorse, che sono stati quantificati in 400 000 euro all’anno, e che sono dovuti alla coesistenza di brevetti nazionali ed europei. Inoltre, è buona cosa che 12 Stati membri (Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germani, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Slovenia, Svezia e Regno Unito) si stiano avvalendo della cooperazione rafforzata, tanto più che in questo modo si supererà lo stallo che si era creato. Il trattato di Lisbona è stato applicato in maniera opportuna per autorizzare un’ “avanguardia europea” composta da almeno nove Stati membri disposti a cooperare quando un’iniziativa legislativa viene bloccata.

Per questi motivi il voto di oggi dell’Assemblea sulla relazione Lehne a mezzogiorno è essenziale. Invia un segnale positivo sia per le imprese europee, che devono evolversi in un quadro giuridico stabile, mettendole su un piano di parità con la concorrenza internazionale, e per gli inventori, la cui attività creativa deve essere protetta in maniera più adeguata dall’Unione europea.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Il mio gruppo non può acconsentire all'avvio alla procedura, poiché, come ha indicato l'avvocato generale della Corte di giustizia, l'accordo che introduce un sistema unificato per la risoluzione delle controversie brevettuali, nella sua formulazione attuale, è incompatibile con i trattati. Il mio gruppo ha chiesto il rinvio del voto, visto che la Corte dovrebbe esprimersi su questo parere dell'avvocato generale già l'8 marzo e visto che il Parlamento dovrebbe sapere esattamente quali saranno le conseguenze della "cooperazione rafforzata" prima di imbarcarsi in questo progetto di natura eccezionale.

Gli altri gruppi politici non hanno sostenuto la nostra richiesta di rinvio. Il consenso che abbiamo ricercato non riguarda le misure specifiche che attuano la cooperazione rafforzata. Siffatte proposte saranno presentate in un secondo momento, se la cooperazione rafforzata sarà autorizzata (ossia sui regolamenti del Consiglio che istituiscono una tutela brevettuale unitaria ed il regime linguistico per il brevetto unico).

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato contro questa risoluzione perché ritengo che dopo un lungo processo legislativo avviato nel 2000, oggi sia inaccettabile non aver proposto una soluzione condivisa sull'aspetto linguistico in materia di brevetti europei. Da anni l'Italia e la Spagna si battono affinché l'inglese sia riconosciuto come unica lingua ufficiale del mondo tecnico-scientifico. Questa soluzione monolinguistica consentirebbe di tagliare i costi, incoraggiando soprattutto le piccole e medie imprese nell'utilizzo del brevetto europeo, le cui entità economiche, spesso, non permettono di sostenere costi di traduzione elevati.

Per superare l'unanimità che una materia così delicata richiede, è stato invocato l'utilizzo della cooperazione rafforzata, come previsto dal trattato di Lisbona, strumento che consentirebbe di prendere decisioni tra solo un terzo degli Stati membri. Da mesi il governo italiano e quello spagnolo richiamano il carattere di eccezionalità proprio di questa procedura che, con l'eventuale consenso del Parlamento europeo e del Consiglio a maggioranza qualificata, renderebbe applicabile la materia del brevetto europeo non solo negli Stati aderenti alla cooperazione rafforzata, ma anche alle imprese appartenenti ad altri Stati membri.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. − L'Italia e l'Europa escono male sulla scelta di cooperazione rafforzata nell'ambito della creazione di una protezione unitaria del brevetto. L'attuazione di una cooperazione rafforzata su tale materia è profondamente sbagliata perché rende vani gli sforzi per l'istituzione di un brevetto comunitario valido per tutti i paesi dell'UE.

Contestiamo anche la scelta di aver voluto forzare questo voto in Aula senza tener conto delle conseguenza della sentenza della Corte di giustizia sulla compatibilità del Tribunale unico dei brevetti con il Trattato. L'Italia, come anche la Spagna, giustamente si è opposta al riconoscimento delle sole tre lingue (inglese, francese e tedesco) per il deposito dei brevetti europei anziché rispettare il principio di pari dignità delle lingue sancito dal Trattato. È evidente che si tratta non solo di una discriminazione ma di un vero danno economico per le imprese di paesi con lingue differenti.

 
  
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  Olga Sehnalová (S&D), per iscritto. (CS) Credo fermamente che la cooperazione rafforzata nel settore della tutela brevettuale contribuirà ad eliminare la frammentazione in quest'area, garantirà le condizioni quadro per favorire le imprese innovative nell'Unione, intensificherà la competitività dell'Unione europea su scala globale e favorirà un migliore funzionamento del mercato interno dell'UE. La riduzione prevista dei costi correlati con il processo di tutela brevettuale oltretutto non è trascurabile. Pertanto ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Csanád Szegedi (NI), per iscritto.(HU) Ho votato a favore della raccomandazione poiché trovo scandaloso che non sia ancora stato possibile raggiungere una posizione comune in materia. Dobbiamo comprendere che l'Europa arranca nella competizione globale sul piano dell'innovazione. Non ci può essere alcuna innovazione senza una tutela brevettuale completa, ma le università, gli istituti di ricerca più piccoli e gli inventori non possono permettersi i costi della registrazione. Registrando i brevetti solo nel proprio paese, in pratica questi soggetti regalano le loro invenzioni al mercato globale. Il brevetto europeo riveste un'importanza fondamentale. È del tutto essenziale avere la possibilità di registrare un brevetto in più paesi presentando una sola domanda. È assolutamente cruciale che ciò avvenga in tutti i paesi europei, compreso il mio, l'Ungheria.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D), per iscritto. (FR) Oltre vent'anni fa la Commissione europea aveva proposto di introdurre un brevetto unico europeo quanto prima possibile, enfatizzando l'impellente necessità di tale strumento. Al momento i brevetti in Europa devono essere approvati in ciascun paese e devono essere tradotti ogni volta nella rispettiva lingua nazionale.

Il costo di registrazione del brevetto nella metà degli Stati membri è di ben 20 000 euro, di cui 14 000 solo per la traduzione. Negli Stati Uniti bastano circa 1 850 euro. La mancanza del brevetto europeo ostacola la competitività e l'innovazione, la ricerca e lo sviluppo in Europa. Per tale motivo la cooperazione rafforzata è pienamente giustificata in una materia che è fondamentale per il futuro dell'Unione europea.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La creazione di un brevetto unitario europeo in seno all'Unione europea comporterà dei vantaggi per tutti le parti interessate, in particolare, per le piccole e medie imprese, in quanto contribuirà ad intensificare la competitività mediante una riduzione dei costi. La questione, che già si trascina da vent'anni, richiede l'accordo unanime il seno al Consiglio per determinare il regime linguistico applicabile ai diritti di proprietà intellettuale nell'Unione europea. Al riguardo, e tenendo conto che la creazione di una tutela brevettuale unitaria non rientra nell'elenco dei settori di competenza esclusiva dell'Unione europea, la presente raccomandazione verte sulla possibilità di mettere in atto una cooperazione rafforzata in questo ambito. Benché, nella fase attuale del processo, il Parlamento sia chiamato solamente ad autorizzare il metodo decisionale in questa materia, per cui ho votato a favore, presto dovrà anche pronunciarsi sul controverso regime linguistico e sui due regolamenti che devono essere redatti sul sistema brevettuale europeo.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della decisione che autorizza la cooperazione rafforzata nel settore della creazione di una tutela brevettuale unitaria, poiché reputo necessario adottare dei provvedimenti per istituire un brevetto unitario europeo.

Secondo una relazione redatta nel 2011 da Thomson Reuters dal titolo: "Patented in China", la Cina supererà il Giappone e gli Stati Uniti per numero dei brevetti registrati. Infatti questo paese, mediante un programma varato nel 2006, intende specializzarsi nell'innovazione ed è riuscito ad incrementare il numero dei brevetti del 14,1 per cento, del 33,55 per cento e del 15,9 per cento rispetto a Stati Uniti, Unione europea e Giappone rispettivamente.

Nell'Unione europea l'attuale sistema brevettuale è frammentato e prevede obblighi di traduzione eccessivi. Il costo di un brevetto europeo in 13 paesi sfiora i 20 000 euro, di cui circa 14 000 solo per i costi di traduzione. Infatti, il brevetto europeo costa dieci volte di più rispetto a quello statunitense. Autorizzando la cooperazione rafforzata per la creazione del brevetto unitario, sarà possibile sviluppare un brevetto unitario in grado di attrarre gli utenti del sistema brevettuale europeo, offrire tutela alla proprietà intellettuale in tutta l'Unione europea ed ovviare ai costi e alle complicazioni al fine di incoraggiare la ricerca, lo sviluppo e le PMI innovative.

 
  
  

Relazione Belet (A7-0001/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Tenendo presente che il gruppo consultivo dei servizi giuridici del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, nella sua opinione, ha concluso che la proposta in oggetto non contiene emendamenti sostanziali salvo quelli già identificati come tali e che, in merito alla codifica delle disposizioni rimaste invariate negli atti precedenti insieme agli emendamenti introdotti, la proposta prevede una codifica diretta degli atti vigenti senza alterazioni sostanziali, condivido la presente proposta. Anch'io ritengo che debba essere garantito un livello elevato di protezione della salute dei cittadini europei nel caso di contaminazione radioattiva e deve inoltre essere conferita legittimità democratica in merito all'adozione della presente direttiva, visto che la base giuridica deve essere adeguata al nuovo trattato di Lisbona.

 
  
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  Laima Liucija Andrikienė (PPE), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa importante risoluzione che fissa i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali in caso di livelli anormali di radioattività a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva. Ricordiamo tutti il dramma di Chernobyl del 26 aprile 1986, quando furono rilasciati nell'atmosfera quantità considerevoli di materiali radioattivi, contaminando generi alimentari (grano, verdure, bacche e funghi) e alimenti per animali in diversi paesi europei. Il rischio per la salute umana fu altissimo. Anche i campi erano stati contaminati a causa della fuga radioattiva, che ha fatto salire la radioattività delle foreste e degli generi agricoli coltivati nelle zone colpite. Tra i suoi obiettivi l'Unione europea deve infatti garantire anche un grado elevato di protezione della salute umana.

Pertanto dobbiamo urgentemente istituire un sistema che consenta all'Unione europea di fissare i livelli massimi di contaminazione radioattiva, a seguito di un incidente nucleare o di emergenza radioattiva che ha provocato o che è suscettibile di provocare una contaminazione radioattiva significativa di prodotti alimentari e di alimenti per animali, per garantire un grado elevato di protezione della salute pubblica. Tutti i cittadini dell'UE devono essere protetti al massimo grado in caso di incidente nucleare o radioattivo, mentre la Commissione europea deve essere pronta a reagire velocemente. I livelli massimi consentiti di contaminazione si applicano sia ai prodotti alimentari che agli alimenti per animali.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) La relazione fissa i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali in caso di livelli anormali di radioattività a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva. Anch'io ritengo che il Parlamento europeo debba svolgere un ruolo cruciale in situazioni che hanno un impatto diretto sulla salute dei cittadini. Credo inoltre che, a seguito di un incidente nucleare o in caso di emergenza radioattiva, la Commissione europea debba assolvere ad un ruolo di sorveglianza, dichiarando lo stato di emergenza e pubblicando gli elenchi di prodotti alimentari e di alimenti per animali di base. Gli Stati membri devono mantenere un sistema di controlli ufficiali su questi prodotti ed informare i cittadini in merito a eventuali rischi. Ho votato a favore della relazione, che garantisce la sicurezza dei prodotti alimentari dei cittadini europei in caso di incidenti nucleari o di emergenze radioattive.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Un livello elevato di protezione della salute umana è uno degli obiettivi che l'Unione europea deve realizzare, come prevede la sua politica. I regolamenti UE che fissano i livelli di contaminazione in caso di emergenza radioattiva sono rimasti invariati dal 1990 e quindi è necessario riformare e aggiornare queste normative. Dobbiamo istituire un sistema completo che consenta all'Unione, a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva suscettibile di provocare una contaminazione radioattiva significativa dei prodotti alimentari e degli alimenti per animali, di fissare i livelli massimi ammissibili di radioattività per garantire un grado elevato di protezione della salute pubblica. Condivido la necessità di rivedere periodicamente i livelli consentiti di contaminazione radioattiva per tener conto dei più recenti progressi scientifici internazionali e delle raccomandazioni scientifiche, evitando l'attuale scollamento nella pratica normativa.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della relazione che propone di introdurre una procedura atta a fissare i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali in caso di livelli anormali di radioattività a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva. Gli allegati I e II infatti indicano i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali. Benché la proposta si collochi nel contesto della rifusione, bisogna emendarla anche al di là delle zone grigie che sono state identificate in modo da assicurare certezza giuridica e coerenza al testo. Occorre razionalizzare la procedura nei casi di emergenza radioattiva, conferendo un ruolo di vigilanza alla Commissione europea e chiarendo il regime delle azioni intraprese (adozione, revisione). Inoltre dobbiamo agire nell’interesse dei cittadini, predisponendo una gestione migliore della situazione post-incidente. Dobbiamo garantire certezza giuridica all’intera proposta adeguando le procedure obsolete – le procedure di “comitatologia” nel campo dell’Euratom adottate per analogia – che la presente procedura mira a codificare, allineandole alle disposizioni del trattato di Lisbona.

 
  
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  Nikolaos Chountis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Partendo dal presupposto che i tre regolamenti in tema di radiazioni emendati dalla relazione erano stati varati sulla scia di Chernobyl, circa vent’anni fa, considero la relazione Belet, nella formulazione che è stata definita con il voto, come un primo tentativo di migliorare l’approccio e aggiornare la materia della contaminazione radioattiva dei generi alimentari e del suolo. Pur essendo a favore del cambiamento della base giuridica e del rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo al fine di conseguire una maggiore trasparenza nella legislazione ed una protezione più ampia dei cittadini, ritengo che la relazione sia inadeguata e che sia molto ad di sotto dell’approccio sostanziale che sarebbe auspicabile per affrontare il problema. Il testo emenda quanto era già stato stabilito e semplicemente ne disciplina le conseguenze che ne discendono, invece di guardare direttamente alla causa del problema. Inoltre i limiti massimi di radioattività sono estremamente elevati e pertanto siamo ben lungi dall’obiettivo di proteggere la salute pubblica. Per queste ragioni mi sono astenuto nella votazione finale.

 
  
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  Vasilica Viorica Dăncilă (S&D), per iscritto. (RO) Ai sensi di questo regolamento gli Stati membri hanno la responsabilità di controllare il rispetto dei limiti fissati per la protezione dalle radiazioni, in particolare essi sono chiamati a vigilare sugli standard di sicurezza sia per i generi alimentari che per gli alimenti per animali, assicurando controlli meticolosi sui parametri ambientali. Sono a favore dell’idea di creare un sistema atto a consentire all’Unione europea di fissare i livelli massimi ammissibili di radioattività in modo da garantire una protezione elevata per la salute pubblica in caso di incidente nucleare o di altri casi di emergenza radioattiva.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sulla radioattività nei generi alimentari, che fissa i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali in caso di livelli anormali di radioattività a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva. Il regolamento mira a proteggere la salute pubblica, quindi la base giuridica deve essere l’articolo 168 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) La presente proposta mira a garantire un livello elevato di protezione della salute dei cittadini europei in caso di contaminazione radioattiva e a conferire legittimità democratica in merito all’adozione del presente regolamento. La base giuridica deve senz’altro essere adattata ai sensi del nuovo trattato di Lisbona in modo da assegnare un ruolo al Parlamento nel processo decisionale su una normativa che potenzialmente riguarda al salute pubblica. Essenzialmente la proposta verte sulla codifica delle disposizioni che sono rimaste invariate nei tre regolamenti varati tra il 1987 ed il 1990, in cui sono stati fissati i livelli consentiti di radioattività in caso di emergenza radioattiva.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto.(PT) Tutti hanno il diritto ad una nutrizione sana. Si tratta di un diritto inalienabile e di una condizione sine qua non per conseguire una qualità della vita cui tutti aspiriamo e che viene sancita dal trattato di Lisbona.

Dopo il disastro di Chernobyl (1986) la questione della contaminazione radioattiva dell’ambiente ha acquisito importanza e ha portato all’adozione di tre regolamenti tra il 1987 ed il 1990 in cui sono stati fissati i livelli massimi ammissibili di radioattività seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva, visto che le conseguenze di siffatti eventi durano a lungo e molto spesso producono effetti indiretti (contaminazione delle superfici boschive).

Benché la proposta essenzialmente preveda solamente la codifica delle disposizioni che non sono state emendate nei regolamenti sopra indicati, ho votato a favore della relazione sulla proposta di regolamento del Consiglio (Euratom), poiché si profila un rischio per la garanzia di livelli elevati di protezione della salute dei cittadini europei.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto.(PT) La proposta consiste essenzialmente in una codificazione delle disposizioni rimaste immutate di tre regolamenti adottati tra il 1987 e il 1990, che fissano i livelli di contaminazione in caso di emergenza radioattiva. Tuttavia, l'inserimento di un nuovo considerando per apportare la necessaria motivazione ad un articolo esistente, che prevede una riserva di esercizio di competenze di esecuzione a favore del Consiglio, rappresenta una modificazione sostanziale che giustifica il ricorso alla tecnica della rifusione.

Ai sensi della proposta della Commissione, il contenuto del regolamento consiste in un meccanismo di intervento a due livelli in caso di emergenza radioattiva o incidente nucleare:

- la Commissione deve adottare immediatamente un regolamento "ad hoc" per applicare, in un caso specifico, in un'area definita e per un periodo di validità limitato, i livelli massimi ammissibili di contaminazione radioattiva di cui agli allegati I e III della proposta;

- entro un mese dall'adozione di tale regolamento, la Commissione deve presentare al Consiglio un regolamento per adattare o confermare il regolamento "ad hoc".

Come è emerso nel dibattito nella stessa commissione speciale e nelle proposte alternative che ha presentato, è in atto una lotta di potere tra la Commissione ed il Consiglio in questo ambito. Ad ogni modo, l’obiettivo primario dovrebbe essere quello di servire gli interessi dei cittadini migliorando la gestione post-incidente nel rispetto delle competenze degli Stati membri coinvolti. Pertanto nella votazione finale ci siamo astenuti.

 
  
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  Vicky Ford (ECR), per iscritto.(EN) I deputati del gruppo ECR hanno votato a favore della relazione, in quanto riteniamo che la base giuridica della normativa debba essere cambiata, passando dall’articolo 31 del trattato Euratom all'articolo 168 del TFUE. Ai sensi del regolamento originale, l’articolo 31 del trattato Euratom (che riguarda la categoria di persone che potrebbero essere esposte ad un'eventuale contaminazione radioattiva) era stato indicato come il più idoneo come base giuridica, in quanto non esisteva ancora l’articolo 168 del TFUE (che verte sulla salute pubblica). Se la base giuridica del regolamento fosse l’articolo 168 de TFUE, si passerebbe dalla consultazione alla procedura legislativa ordinaria e la proposta dovrebbe quindi essere sottoposta allo scrutinio del Parlamento. In particolare, dovrebbe essere messa in atto una valutazione esaustiva dell’impatto, che comprende anche la consultazione con i produttori di generi alimentari e con i consumatori. Benché il gruppo ECR non condivida alcuni aspetti della relazione approvata dal Parlamento, siamo profondamente convinti che la base giuridica del regolamento debba essere modificata affinché l'Assemblea sia coinvolta pienamente nel processo legislativo e affinché sia garantito l’obbligo di svolger una meticolosa valutazione dell’impatto. Il gruppo ECR pertanto ha votato a favore del testo.

 
  
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  Adam Gierek (S&D), per iscritto.(PL) I regolamenti che abbiamo preparato oggi rivestono un significato economico enorme per l’Unione europea e per il mercato unico. Il disastro di Chernobyl ha dimostrato che l’estrapolazione lineare del rischio di radioattività comporta inutili perdite economiche. In Bielorussia e in Ucraina furono evacuate aree grandi come molti paesi. I bielorussi ora vi stanno facendo ritorno e, per quanto possa essere incredibile, il livello di radioattività è lo stesso del centro di Varsavia. Al contempo, parte delle vittime di Chernobyl, ovverosia circa 8 milioni di Ucraini, non intendono ritornare nelle zone d’origine per paura di perdere i magri risarcimenti che ricevono, che peraltro sono assolutamente insufficienti a garantire un sostentamento. L’Unione europea deve trarre le debite conclusioni da questa esperienza, che riveste una grandissima importanza.

All'epoca fu facile dislocare nuovamente la popolazione all’interno della ex Unione sovietica, un processo che era stato messo in atto con efficienza all’indomani del disastro. Oggi però è difficile, però, immaginare di poter applicare la stessa soluzione in aree densamente popolate dell’Europa. Chi si prenderebbe la responsabilità di un’azione del genere? Deve essere inoltre previsto un risarcimento economico soprattutto agli agricoltori, che oltre a perdere il raccolto, perderebbero anche la possibilità di coltivare i propri campi per molti anni. Lo stesso vale per le zone boschive, seppur in misura minore. Notoriamente l’obbligo di corrispondere un rimborso ricade su chi ha provocato l’inquinamento, ma in che modo si può individuare il responsabile e chi dovrà pagare in caso di fughe radioattive provenienti da paesi terzi? Chi potrà affrontare siffatta eventualità? L’Unione europea, ovviamente. Pertanto ho votato a favore della proposta.

 
  
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  Catherine Grèze (Verts/ALE), per iscritto. (FR) La relazione Belet prevede, in particolare, che il Parlamento europeo assuma il ruolo di colegislatore in materia di protezione della salute in caso di contaminazione radioattiva dei generi alimentari. Non ho ritenuto di votare a favore della relazione, in quanto il testo non respinge con fermezza le dosi attuali proposte dalla Commissione. I livelli massimi di radioattività suggeriti dalla Commissione, che sono in vigore dal 1997, sono eccessivamente elevati. Stando agli studi disponibili, anche con un’esposizione a dosi esigue, insorgono problemi cardiovascolari ed endocrini nei bambini. I limiti massimi proposti comporterebbero un aumento inaccettabile nel numero di casi di tumore. Inoltre, visto che non è in atto alcun meccanismo di risarcimento per gli agricoltori in caso di contaminazione al di sopra dei livelli autorizzati, la Commissione deve assolutamente proporre siffatte misure ai sensi del principio “Chi inquina paga”.

 
  
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  Ian Hudghton (Verts/ALE), per iscritto.(EN) Il Parlamento oggi ha votato sulla modifica della base giuridica del regolamento in materia di contaminazione radioattiva dei generi alimentari. Si tratta di un tema della massima importanza ed è assolutamente opportuno che l’Assemblea abbia poteri di codecisione.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questo importante documento che fissa i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali in caso di livelli anormali di radioattività a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva. È assolutamente importante determinare i livelli massimi ammissibili per i generi alimentari e per gli alimenti per animali in modo da garantire un livello elevato di protezione della salute pubblica ed evitare che si ripeta un’altra Chernobyl, quando i generi alimentari (grano, verdure, bacche, funghi, eccetera) e alimenti per animali, oltre che i campi, furono contaminati a seguito della fuga di radiazioni, che ha innescò un aumento della radioattività delle foreste e dei generi alimentari agricoli nelle aree colpite. Dobbiamo allestire un meccanismo adeguato ed efficace per garantire sicurezza in caso di incidente nucleare o radioattivo. Assicurare un livello elevato di protezione della salute umana rientra tra gli obiettivi principali dell’Unione europea.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto.(PL) La contaminazione radioattiva è pericolosa per la salute umana e, in qualità di deputati al Parlamento europeo, dobbiamo adoperarci quanto più possibile affinché i generi alimentari che i consumatori acquistano siano sicuri e sani. Pertanto dobbiamo approntare le misure necessarie in modo da poter reagire con rapidità e con efficacia in caso di pericolo, aggiornando al contempo i regolamenti e allineandoli allo stato attuale del progresso tecnologico. Le procedure devono essere semplificate e bisogna trasferire le competenze agli Stati membri, i quali hanno la capacità di affrontare siffatte situazioni in maniera positiva. In tale contesto è assolutamente importante fissare i livelli di concentrazione delle sostanze radioattive in modo da garantire la sicurezza della società e dell’ambiente naturale.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) In caso di incidente nucleare o di altra emergenza radioattiva è essenziale assumere un’azione appropriata. Le misure preventive e gli aiuti per le persone che vengono colpite sono importanti. É cruciale prevedere dei pagamenti a titolo di risarcimento per gli agricoltori in modo da aiutare i coltivatori di prodotti agricoli, che hanno subito danni senza aver alcuna responsabilità. Devono essere risarciti anche gli agricoltori che vengono colpiti dalla contaminazione derivante da un incidente di questo tipo verificatosi in un altro Stato membro. Non possiamo permettere che le conseguenze degli incidenti nucleari mettano a rischio la sussistenza degli agricoltori. Sostengo la relazione dell’onorevole Belet, poiché dobbiamo garantire una tutela agli agricoltori contri i danni subiti per cause esterne riconducibili a terzi.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto. (FR) Questa relazione e i disastri ecologici che intende gestire ci ricordano quanto sia urgente abbandonare l’energia nucleare. Eppure, questa ipotesi non è minimamente contemplata nel testo e questa è una delle sue principali lacune: sarebbe stato opportuno accogliere l’emendamento. La relazione oggetto della discussione, inoltre, intende conferire alla Commissione pieno potere di adottare le misure di sicurezza ritenute appropriate in caso di disastro nucleare. Sotto questo profilo, la capacità d’azione dei governi degli Stati membri diventa meramente facoltativa, anche se i loro rappresentanti sono stati eletti dai cittadini. È inconcepibile delegare il potere in questo modo ad una Commissione irresponsabile, soprattutto quando è in gioco la salute pubblica. Ho quindi espresso voto contrario alla relazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il regolamento proposto fissa la procedura per la determinazione dei livelli massimi ammissibili di radioattività dei prodotti alimentari e degli alimenti per animali che possono essere immessi sul mercato a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva che possa causare o abbia causato una contaminazione radioattiva dei prodotti alimentari e degli alimenti per animali. Dobbiamo restare vigili ed essere preparati ad ogni situazione di emergenza che possa verificarsi in Europa. Qualsiasi tentativo di accelerare e agevolare l’applicazione dei regolamenti in vigore creerà valore aggiunto per l’intera Unione europea.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) La contaminazione radioattiva in determinati alimenti può costituire un problema per alcuni anni. Le difficoltà sorgono quando i prodotti alimentari contaminati, come ad esempio i prodotti selvatici provenienti da aree silvicole esposte per secoli alla radioattività, non solo vengono consumati a livello locale, ma vengono anche venduti in zone che altrimenti resterebbero incontaminate, dove vengono considerati innocui per la salute. In base allo stato attuale delle nostre conoscenze, non esistono livelli di radiazioni che possano essere classificati come innocui con un grado assoluto di certezza. Gli studi sulle cause di una vasta gamma di nuove malattie, come ad esempio le allergie, sono ancora agli albori. Ciononostante, la tecnica dell’irradiazione dei prodotti alimentari continua ad essere praticata e nessuno ha considerato l’ipotesi di possibili interazioni con l’ingegneria genetica. Tutti i limiti sono in ultima analisi inutili se i controlli sui prodotti alimentari all’interno e nei dintorni delle regioni contaminate non funzionano in maniera adeguata. Quando ho espresso il mio voto, ho considerato tutti questi aspetti.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD), per iscritto. − Ho espresso un voto favorevole alla seguente risoluzione in quanto si snellisce la procedura d'intervento in caso di emergenza e si rafforza il ruolo della Commissione affermando che questa, e non il Consiglio, sia competente ad assumere direttamente delle decisioni in caso di incidente nucleare, fissando disposizioni con immediata entrata in vigore. Si prevede che la Commissione sia assistita da un gruppo di esperti indipendenti competenti nel settore sanitario e della sicurezza alimentare.

Inoltre, i dati scientifici disponibili devono essere messi a disposizione della Commissione, sì che possa valutarne l'operabilità, e gli Stati membri sono tenuti a svolgere attività volte a ridurre i rischi da contaminazione, compresa la comunicazione pubblica. In sostanza una relazione che tutela i cittadini e concede un ruolo di primo piano a Commissione e Parlamento.

 
  
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  Radvilė Morkūnaitė-Mikulėnienė (PPE), per iscritto. (LT) Oggi abbiamo espresso il nostro voto sul regolamento concernente “i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva”, che stabilisce le linee guida per reagire agli incidenti nucleari o radioattivi. La natura di questo testo è puramente tecnica, poiché si limita a circoscrivere le competenze della Commissione, del Consiglio e degli Stati membri e a fissare i livelli di contaminazione.

Vorrei porre l’accento su un emendamento proposto dal Parlamento concernente l’introduzione di una disposizione per indennizzare gli agricoltori le cui terre siano state contaminate da sostanze nocive nel corso di un incidente nucleare o radioattivo. Poiché viviamo tempi abbastanza instabili e assistiamo a casi in cui la negligenza umana nella conduzione delle attività economiche è spesso causa di incidenti di più ampia portata, dobbiamo approvare leggi che prevedano chiare disposizioni su come reagire in situazioni critiche.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Sono favorevole alla proposta di regolamento del Consiglio che fissa i livelli massimi ammissibili di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali a seguito di un incidente nucleare o in qualsiasi altro caso di emergenza radioattiva. La protezione della salute umana rappresenta uno degli obiettivi prioritari dell’Unione europea ed è per questo che dobbiamo creare un meccanismo capace di garantire sicurezza in maniera adeguata ed efficace in caso di incidente nucleare o emergenza radiologica.

I livelli di radioattività per i prodotti alimentari e per gli alimenti per animali a seguito di un incidente nucleare devono essere regolati in modo rigoroso, viste le potenziali conseguenze negative per la salute pubblica. Dobbiamo adottare tutte le possibili misure per far sì che, in caso di incidente, la contaminazione di prodotti alimentari dovuta alle particelle radioattive rilasciate nell’aria e il conseguente impatto radioattivo siano ridotti al minimo.

Sono favorevole alla proposta di applicazione del principio ambientale fondamentale dell’Unione europea in base al quale “Chi inquina paga” perché così sarà garantito un meccanismo di indennizzo effettivo in caso di incidente, soprattutto per gli agricoltori, che in questo caso sarebbero la categoria più colpita.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) La relazione oggetto della discussione odierna verte su una proposta legislativa che consiste, in ultima analisi, in una codificazione di disposizioni rimaste immutate relative a tre regolamenti adottati tra il 1987 e il 1990, a seguito del disastro di Cernobil (1986), quando il problema della contaminazione radioattiva dell’ambiente ha iniziato ad assumete sempre maggiore importanza. I regolamenti proposti dalla Commissione stabiliscono i livelli ammissibili di radioattività in caso di emergenza radiologica e prevedono un meccanismo di intervento a due livelli in caso di emergenza radioattiva o incidente nucleare: (a) la Commissione adotta immediatamente un regolamento ad hoc per applicare, in un caso specifico, in un'area definita e per un periodo di validità limitato, i livelli massimi ammissibili di contaminazione radioattiva di cui agli allegati I e III della proposta; e (b) entro un mese dall'adozione di tale regolamento, la Commissione presenta al Consiglio un regolamento per adattare o confermare il regolamento ad hoc. Voto a favore di questa relazione perché credo che gli emendamenti proposti dal Parlamento europeo siano positivi e conferiscano al testo una logica attuale. Considerando che l’obiettivo principale del regolamento è proteggere la salute pubblica, ritengo che l’articolo 168 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea sia la base giuridica idonea per la proposta in oggetto.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) La contaminazione radioattiva dei prodotti alimentari rappresenta evidentemente una preoccupazione per la sanità pubblica europea ed è importante quindi che la proposta legislativa in oggetto venga valutata in funzione di quest’ultima, attribuendo al Parlamento europeo il ruolo di colegislatore. Così come viene formulata, tuttavia, la proposta non identifica i requisiti necessari per proteggere i cittadini dell’Unione europea, soprattutto i bambini, dalla contaminazione radioattiva attraverso i prodotti alimentari. I livelli massimi di radioattività proposti sono troppo alti secondo l’analisi degli esperti (alcuni sono addirittura superiori a quelli ammessi a seguito del disastro di Cernobyl).

In base alle soglie proposte, la popolazione verrebbe esposta alle radiazioni a livelli ben più alti rispetto ai limiti massimi stabiliti dalla legislazione esistente dell’Unione europea sugli standard di sicurezza per le radiazioni ionizzanti. Questa situazione espone i cittadini dell’Unione europea, e in particolare le categorie più deboli e i bambini, ad un inutile rischio di contaminazione e di cancro. È inaccettabile che la revisione legislativa in esame non riesca a garantire ai cittadini europei una protezione totale dalla contaminazione radioattiva dei generi alimentari.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − Ho votato a favore di questa risoluzione perché porta alla luce un problema fondamentale che non deve essere sottovalutato in nessun momento. Sempre più Paesi stanno facendo ricorso all'atomo, sia per usi civili così come, purtroppo, militari. Questa è ormai una realtà di portata globale, che interessa purtroppo anche aree ad altissima instabilità politica. In caso di crisi o incidente, l'Unione Europea non può permettersi di farsi trovare impreparata nella gestione dell'emergenza. Le risposte devono essere immediate, efficaci e perfettamente coordinate fra i vari Stati Membri. La ricaduta radioattiva successiva ad un evento simile comporta poi la contaminazione di prodotti alimentari e mangimi animali che, se immessi nella catena alimentare, possono causare danni incalcolabili, contaminando intere aree per decenni. I cittadini europei devono poter fare sonni tranquilli, consapevoli del fatto che, in caso di un'emergenza che speriamo tutti di non dover mai affrontare, non saranno lasciati in balia degli eventi. Procedure snelle, con ruoli e responsabilità chiare per tutti: queste sono le basi per servire il vero interesse dei cittadini.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. − La relazione sulla proposta di regolamento che fissa i livelli massimi ammissibili di radioattività per prodotti alimentari ci vede favorevoli in quanto snellisce le procedure di intervento in caso di emergenza e rafforza il ruolo della Commissione riconoscendogli le competenze di decidere in caso di incidente nucleare.

Vengono indicati anche i livelli massimi di radioattività nei prodotti alimentari sia per uso umano che animale. In sede di votazione è stato anche approvato, sempre con il nostro voto favorevole, un emendamento orale che prevede il risarcimento degli agricoltori danneggiati dalla mancata possibilità di vendere i loro prodotti, se contaminati.

 
  
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  Artur Zasada (PPE), per iscritto. (PL) Gli incidenti nucleari possono avvenire ogniqualvolta materiali radioattivi vengono usati, conservati o trasportati non solo in centrali nucleari, ma anche in ospedali, università, laboratori di ricerca e impianti industriali, su strade e linee ferroviarie, in porti e cantieri navali.

Il relatore ritiene, a ragione, che l’impatto della contaminazione da sostanze radioattive può manifestarsi anche dopo molti anni e che quindi l’obiettivo prioritario dovrebbe sempre essere la tutela della vita e della salute umana. Ad oggi, si ricorre sempre più spesso all’irradiazione degli alimenti per prolungarne la durata di conservazione. presente Bisogna comunque ricordare che l’irradiazione distrugge le vitamine: fino al 90 per cento della vitamina A nei polli, l’86 per cento della vitamina B nell’avena e il 70 per cento della vitamina C nei succhi di frutta. Si tende quindi a preferire una conservazione più lunga degli alimenti a scapito delle loro proprietà nutrizionali. Alcuni studi hanno dimostrato che l’irradiazione uccide i batteri, ma non distrugge virus né rimuove lo sporco o le tossine che possono finire nella carne in ambienti quali macelli e impianti di lavorazione carni non sterilizzati e poco igienici.

L’irradiazione inoltre del contribuisce al trasporto di prodotti alimentari su larga scala, dispendioso in termini di tempo e di costi e impiegato soprattutto dalle grandi imprese. Non è necessario irradiare gli alimenti prodotti e consumati a livello locale. Gli Stati membri dovrebbero verificare la conformità dei propri alimenti e dei sistemi di controllo dei prodotti alimentari con i livelli massimi di radioattività ammissibili, nonché migliorare e rivedere costantemente tali meccanismi di controllo, come suggerito dal relatore.

 
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