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Procedura : 2009/0129(COD)
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Testi presentati :

A7-0023/2011

Discussioni :

PV 07/03/2011 - 18
CRE 07/03/2011 - 18

Votazioni :

PV 08/03/2011 - 9.5
Dichiarazioni di voto
Dichiarazioni di voto

Testi approvati :

P7_TA(2011)0079

Discussioni
Martedì 8 marzo 2011 - Strasburgo Edizione GU

10. Dichiarazioni di voto
Video degli interventi
PV
  

Dichiarazioni di voto orali

 
  
  

Relazione Schaldemose (A7-0033/2011)

 
  
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  Francesco De Angelis (S&D). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio l'on. Schaldemose per la sua relazione che ha il merito, in primo luogo, di proporre misure concrete per il rafforzamento dei sistemi di sorveglianza per la circolazione sul mercato comunitario di prodotti sicuri per i consumatori europei.

È un rapporto d'iniziativa, ma ha il merito di andare nella giusta direzione per il completamento del mercato unico e la tutela dei consumatori europei. Garantire la sicurezza significa predisporre meccanismi di tracciabilità affidabili lungo tutto il ciclo di vita dei prodotti. Sotto questo profilo la relazione mette in campo proposte efficaci: creazione di una banca dati informativa sulla sicurezza dei prodotti, rafforzamento del sistema RAPEX per quanto concerne i prodotti pericolosi provenienti dai paesi terzi, maggiori risorse affinché le autorità di sorveglianza possano ritirare dal mercato i prodotti che presentano gravi rischi.

Concludo sottolineando che è nostro compito garantire che i prodotti circolanti sul mercato europeo siano sicuri per le fasce più vulnerabili di consumatori, in particolare bambini, anziani e disabili.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE).(PL) Signora Presidente, benché si discuta molto di sicurezza dei consumatori in relazione agli alimenti, a volte dimentichiamo che i normali prodotti di uso quotidiano possono costituire una minaccia altrettanto seria per la salute, e a volte finanche per la vita, segnatamente nel caso dei bambini piccoli. Lo strumento principale impiegato nel controllo delle merci commercializzate è la continua vigilanza del mercato, quindi si rende indispensabile una normativa idonea, in particolare ai fini del controllo del commercio elettronico.

Va da sé che si richiede una adeguata cooperazione tra le organizzazioni dei consumatori, le autorità nazionali, i produttori e i venditori. Evitiamo tuttavia gli eccessi di zelo e riflettiamo piuttosto con la dovuta calma su una definizione di prodotto pericoloso. Non dimentichiamo che accanto all’importanza di una opportuna progettazione e dell’impiego di materiali sicuri per la fabbricazione dei prodotti funzionali, bisogna porre l’esercizio del buonsenso durante il loro uso, nonché l’adeguato controllo nel caso di utilizzo da parte dei bambini.

 
  
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  Lara Comi (PPE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, oggi il Parlamento ha votato una relazione sul tema della sicurezza generale dei prodotti che corrisponde a un altro importante passo avanti verso il rafforzamento della protezione del consumatore europeo.

La relazione infatti sottolinea l'importanza della tracciabilità per tutto il ciclo di vita del prodotto e chiede alla Commissione europea di eseguire attività di accertamento e valutazione dell'utilizzo di nuove tecnologie, nel rispetto della sicurezza del consumatore a costi ottimizzati. Dare quindi la possibilità al consumatore europeo di conoscere tutti gli aspetti di un prodotto aumenta la consapevolezza e ne rafforza la tutela. Penso che le nuove tecnologie possano contribuire alla lotta alla contraffazione, soprattutto nel settore del tessile.

L'obiettivo di questa relazione è la tutela del consumatore, ma anche la tutela di tutte quelle imprese che operano in Europa e che non hanno deciso di esternalizzare le loro attività. Con questa relazione possiamo sicuramente trovare un'ottima soluzione alla continua disputa sulla denominazione d'origine extraeuropea avendo una tracciabilità completa.

 
  
  

Relazione Rivasi (A7-0035/2011)

 
  
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  Paolo Bartolozzi (PPE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, il voto favorevole espresso per la relazione dell'on. Rivasi è frutto di una valutazione della gestione dell'influenza H1N1 nel 2009-2010 che mira a predisporre criteri di condotta generali, validi in eventuali future occasioni di emergenza sanitaria globale.

La relazione, a seguito di una lunga e positiva fase di rielaborazione, fa di cooperazione, indipendenza e trasparenza i suoi cardini principali. Essa auspica una maggiore e migliore cooperazione tra autorità sanitarie degli Stati membri e istituzioni europee, in modo da poter affrontare una gestione di rischio armonizzata e commisurata.

Gli obiettivi sono una mutazione della strategia degli Stati membri per quanto concerne i piani nazionali di gestione dell'influenza, incluse le scorte di vaccini, la pubblicazione dei nomi di tutti gli esperti consultati dalle autorità sanitarie europee e un efficiente rapporto di fiducia con i media incaricati della diffusione dei messaggi di salute pubblica. È per questo che ha avuto il nostro voto favorevole.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL).(PT) Signora Presidente, quanto accaduto con l’influenza A dovrebbe servire da lezione a tutti noi. Non so se ricordate come è iniziata questa storia, ma a dire il vero è iniziata in un modo che poi ha suscitato una reazione del tutto sproporzionata rispetto alla dimensione del problema.

Di qui l’importanza della relazione votata oggi: dobbiamo imparare da quanto accaduto in modo che non si ripeta. È nostro diritto sapere chi ha preso le decisioni, come è successo e chi ha deciso che succedesse in quel modo. È altresì nostro diritto sapere quali paesi hanno reagito in una certa maniera e perché hanno reagito senza la dovuta trasparenza e senza lasciare il minimo dubbio, dato che ci restano ancora dubbi sul fatto che si sia trattato di un business. Serve una garanzia affinché si diradi ogni ombra su eventuali attività lucrative in relazione a questa influenza.

Ecco perché, signora Presidente, ritengo doveroso fronteggiare tutti i rischi per la salute pubblica, ma senza prescindere dalle modalità di intervento e da chi ne fa le spese.

 
  
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  Andrzej Grzyb (PPE).(PL) Signora Presidente, una delle conclusioni principali desunte dalla relazione approvata sulla valutazione della gestione dell’influenza H1N1 è la mancanza di una valutazione indipendente effettuata da organismi sanitari nazionali ed europei, successivamente tradottasi in decisioni imprudenti di sanità pubblica. È allarmante che, stando all’ex direttrice del Centro europeo di prevenzione e di controllo delle malattie (ECDC), Zsuzsanna Jakab, mai prima d’ora sia stata concessa un’autorizzazione alla commercializzazione di un vaccino con così pochi dati disponibili sugli effetti correlati. Questa la risposta che ha dato a una domanda sulla sicurezza dei coadiuvanti presenti nel vaccino contro la pandemia dell’H1N1. Occorre una maggiore trasparenza nelle decisioni concernenti la salute umana. In Polonia il ministro della Salute ha deciso di non acquistare i vaccini né di dare attuazione al programma di vaccinazione, nonostante le pressioni da parte dei media e di molti altri gruppi. È quindi comprensibile chiedersi quanto stress abbiano sopportato i cittadini a causa del bombardamento di informazioni quotidiane sull’utilità di vaccinarsi. Ed è anche comprensibile chiedersi se sia etico concentrarsi esclusivamente sul profitto a scapito della salute dei cittadini, minando così la fiducia nelle raccomandazioni ufficiali sulle vaccinazioni, intese a proteggerci dalle epidemie.

 
  
  

Relazione Rivellini (A7-0023/2011)

 
  
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  Antonello Antinoro (PPE). – Signora Presidente, onorevoli colleghi, fino ad oggi le raccomandazioni adottate dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo sono state recepite nella legislazione comunitaria in via provvisoria mediante regolamenti annuali sulle possibilità di pesca. Questi riguardano le misure di conservazione, gestione, sfruttamento, controllo e commercializzazione per i prodotti della pesca e dell'acquacoltura nel Mediterraneo.

Il carattere permanente di tali raccomandazioni richiede però uno strumento giuridico più stabile per il loro recepimento nel diritto comunitario. È opportuno quindi recepire le raccomandazioni in oggetto mediante un singolo atto legislativo al quale potranno essere aggiunte le future raccomandazioni. Oggi abbiamo fatto questo e ciò migliorerà la certezza del diritto costituendo al contempo un passo importante verso la semplificazione.

A questo punto le parti contraenti della CGPM hanno l'obbligo di assicurare piena implementazione delle misure concordate a decorrere dalla data stabilita e una tempestiva trasposizione era dunque necessaria al fine di rendere tali misure internazionali direttamente applicabili alle persone fisiche o giuridiche a livello comunitario e per assicurare la certezza del diritto in tal senso.

 
  
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  Marek Józef Gróbarczyk (ECR).(PL) Signora Presidente, il nostro gruppo ha approvato questa relazione in quanto elemento fondamentale della pianificazione di una futura politica comune della pesca. Alla luce dei prossimi cambiamenti, la regionalizzazione è estremamente importante, così come lo è garantire una politica fondata sulla medesima. planning

Ci attende una discussione sul tema dei rigetti, una discussione imbarazzante su una normativa inadeguata. La normativa dovrebbe basarsi su misure analoghe, in altre parole sulla regionalizzazione, dando così vita a una politica comune della pesca che ne tenga debito conto.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signora Presidente, se ripercorriamo la storia dei nostri accordi comuni, la politica comune della pesca o la politica agricola comune, il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Se da un lato alcuni settori hanno registrato un aumento della produzione a prezzi artificiali, dall’altro si è assistito all’esaurimento delle risorse ittiche e a problemi legati ai rigetti. È evidente che il sistema ha fallito. È giunto il momento di riconoscere che il modo migliore di procedere è attraverso un sistema basato sui diritti di proprietà e sui diritti di proprietà trasferibili alle generazioni future interessate a garantire le risorse alla loro generazione e a quelle a venire.

Se avessimo nozione dello stato di diritto e applicassimo i diritti di proprietà alle politiche della pesca, conseguiremmo una politica della pesca sostenibile valida non soltanto per la politica comune della pesca dell’Unione europea, bensì a livello mondiale, e questi accordi non servirebbero.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signora Presidente, ogni giorno migliaia di tonnellate di pesci morti vengono gettate in mare dalle navi. Affondano, le squame e le lische intasano i letti dei mari subendo – come disse il poeta nazionale inglese – una metamorfosi marina per divenire qualcosa di ricco e strano. Per una volta la metafora è perfettamente calzante. La Commissione europea si è svegliata tardi, dopo anni dalla comparsa del problema dei rigetti, e ha cercato di correre ai ripari.

Nondimeno, tutte le soluzioni proposte dalla Commissione genererebbero di per sé incentivi perversi: si può limitare il numero di giorni in mare, ridurre la dimensione di maglia delle reti e obbligare i comandanti a scaricare fino all’ultimo spratto pescato. Tali misure si ricollegano al problema di fondo della politica comune della pesca, ovvero il suo essere comune: essa definisce la pesca quale risorsa comune accessibile in egual misura a tutte le nazioni. Nessuno possiede alcun diritto di proprietà, quindi nessuno è incentivato a trattare la pesca come una risorsa rinnovabile.

Occorre imitare l’operato dell’Islanda, della Nuova Zelanda, delle isole Falkland e di altri paesi, che hanno concesso ai comandanti un incentivo ai fini della tutela unitamente ai diritti di proprietà. L’unico modo per conseguirlo è mediante il ripristino del controllo nazionale sulle acque territoriali.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. LAMBRINIDIS
Vicepresidente

 
  
  

Relazione Podimata (A7-0036/2011)

 
  
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  Jens Rohde (ALDE).(DA) Signor Presidente, una larga maggioranza in Parlamento ha nuovamente deciso che questa Assemblea appoggerà la tassa sulle transazioni finanziarie. Fra tutte le possibili imposte da adottare, la cosiddetta “Tobin tax” è la più assurda. L’unico aspetto positivo al riguardo è che non si è mai tradotta in realtà. Perché questa Bestia dell’Apocalisse non ha trovato attuazione molti anni fa?

È stata presa in esame per la prima volta agli inizi degli anni Settanta, ma all’arrivo di una crisi questo vecchio disco torna a suonare e dopo un po’ si giunge alla conclusione che non è una buona idea. Non è una buona idea introdurre una tassa soltanto in Europa per il semplice fatto che esistono i paradisi fiscali e quindi i capitali possono venire dirottati altrove in Europa. Si tratta di una tassa sul commercio piuttosto che sugli utili. La “Tobin tax” non risolve proprio niente e lo ha ammesso lo stesso signor Tobin qualche anno fa.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'attuale crisi economica e finanziaria ha evidenziato gravi carenze nel quadro di regolamentazione e vigilanza del sistema finanziario globale.

Nell'Unione europea la crisi finanziaria è stata seguita da una sensibile crisi di bilancio, nella quale hanno avuto un peso non secondario le eccessive e talora ingiustificate pressioni esercitate dai mercati sulle obbligazioni nazionali. Le operazioni altamente speculative e a breve termine si sono trovate ancora una volta al centro della crisi ed hanno posto in evidenza la chiara connessione tra un quadro di regolamentazione e vigilanza inefficiente da un lato, e la sostenibilità delle finanze pubbliche dall'altro.

I costi economici di questa crisi devono ancora essere valutati completamente. Ad ogni modo, è diventato ormai evidente che il mondo e l'Unione europea non possono permettersi un'altra crisi di tale entità e non dovrebbero consentire che essa si ripresenti.

Per poter formulare risposte organiche e integrate alla crisi occorrono nuovi meccanismi di finanziamento innovativi in grado di porre un freno alla speculazione e ristabilire il ruolo primario del settore finanziario. Occorre quindi cambiare e cambiare in maniera estremamente positiva

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE).(FI) Signor Presidente, sono favorevole all’introduzione di una tassa sulle transazioni a livello mondiale. È opportuno che la Commissione proceda quanto prima a una valutazione di impatto per stabilire la sua eventuale introduzione a livello europeo in una prima fase. In esito a questo studio seguiranno le decisioni dell’Unione.

Ogni anno a Londra l’addizionale sui contratti di Borsa genera un gettito fiscale pari a 7 miliardi di euro. Si tratta di un onere fiscale diverso dalla tassa sulle transazioni in discussione, tuttavia i risultati che giungono da Londra, unitamente ai loro effetti, sono incoraggianti. Occorre quindi che la Commissione realizzi al più presto una valutazione di impatto, affinché in un secondo tempo sia possibile adottare decisioni a livello di Unione.

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la crisi economica che negli ultimi anni ha investito l'Europa ha fatto emergere le gravi carenze che esistono nel nostro quadro.

Occorre formulare nuovi strumenti in grado di porre un freno alla speculazione e ristabilire il ruolo del settore finanziario. Dobbiamo saper rispondere ai bisogni dell'economia reale e sostenere gli investimenti a lungo termine, assicurando un'equa ripartizione degli oneri fra i principali attori finanziari. In questo modo, riusciremo a creare nuove risorse supplementari per affrontare le sfide mondiali ed europee, quali il cambiamento climatico e gli obiettivi prestabiliti nella strategia dell'Unione europea per il 2020.

Auspico tuttavia che venga posta maggiore attenzione alle misure sul controllo pubblico e sulla trasparenza dei sistemi di finanziamento innovativo, dal momento che queste ultime rappresentano una condizione sine qua non per la loro introduzione.

 
  
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  Salvatore Caronna (S&D). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che l'approvazione della relazione dell'on. Podimata rappresenti un passo in avanti significativo per una politica economica e fiscale in campo europeo più equilibrata, più avanzata, più forte.

È ormai evidente a tutti l'urgenza di dotarsi come Europa, come coordinamento tra i 27 paesi, di strumenti economici e finanziari in grado di governare l'economia e di non subirla solamente. Per questa ragione ha avuto una grande eco e una grande discussione, una grande attenzione, la proposta di tassazione delle transazioni finanziarie. Il fatto che la maggioranza di questo Parlamento abbia votato questa norma è importante e significativo, perché per la prima volta non si è lasciato correre e invece si è prodotto un passo in avanti.

Mi auguro che la Commissione e il Consiglio proseguano su questa strad.

 
  
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  Mario Pirillo (S&D). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'attuale crisi economica ha evidenziato le carenze del sistema di monitoraggio del settore finanziario, la necessità di reagire con nuovi strumenti e nuove politiche fiscali.

Il sistema finanziario ha iniziato a generare profitti derivanti dalle transazioni speculative ed è assurdo che questo settore non sia sottoposto ad alcuna imposizione. Occorre una terapia ed una tassa sulle transazioni finanziarie, ecco perché ho votato a favore.

Per altre politiche come quella energetica o ambientale, l'Europa ha saputo essere leader a livello mondiale, diventando un esempio e uno stimolo anche per altri paesi fuori dall'Unione europea. Ritengo che lo stesso debba fare sul sistema finanziario. Mi auguro che la Commissione voglia reagire presto, presentando una proposta legislativa che sappia rispondere alle attese dei cittadini, sui quali è ricaduto il fardello della crisi.

 
  
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  Lara Comi (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'introduzione di una nuova imposta è sempre una misura da ponderare con estrema attenzione. Se, da un lato, permette di attivare un meccanismo di incentivi che riduce i rischi e le esternalità negative, dall'altro crea sicuramente distorsioni che potrebbero penalizzare i mercati finanziari europei.

Sono convinta che anche i proventi di attività speculative e di transazioni finanziarie debbano essere tassati, così come trovo opportuno che si valutino bene i pro e i contro e che un'imposta di questo genere sia ben studiata perché possa sortire gli effetti desiderati senza, per questo, cessare di produrre ricchezza.

Devo tuttavia sottolineare che, secondo logica, se l'Unione agisse in maniera isolata perderebbe competitività e non avrebbe nessuno strumento concreto per indurre gli altri attori economici globali a seguire. Proprio per questo sono favorevole ad una tassazione, purché questa avvenga a livello globale e di discussione nel G20.

 
  
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  Giommaria Uggias (ALDE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, oggi abbiamo approvato con soddisfazione il provvedimento della collega Podimata e per noi, per la delegazione italiana dell'Italia dei valori presso l'ALDE, è stato un momento di soddisfazione, perché questo Parlamento dimostra che sa dare seguito alle enunciazioni di principio.

Infatti, già dalla discussione sulla relazione Berès sulla crisi finanziaria, economica e sociale ci eravamo espressi a favore di un'imposta che colpisse le transazioni finanziarie. Questo è stato fatto oggi, quindi con gioia dichiariamo il voto favorevole, perché questa è un'imposta che servirà a spostare dall'economia finanziaria, quindi dalla speculazione finanziaria, all'economia reale le risorse finanziarie, consentirà di dare le risposte agli Obiettivi del millennio, consentirà di dare risposte ai grandi progetti europei di infrastrutture, di ricerca, di riconversione ecologica e del nostro sistema produttivo.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, quando volgiamo lo sguardo a questa crisi finanziaria, dobbiamo essere certi di avere imparato qualche lezione. Dobbiamo imparare, ad esempio, che un regolamento inadeguato a volte può essere fonte di problemi, come è accaduto con il Community Reinvestment Act negli Stati Uniti, la legge che incoraggiava le banche a concedere credito a chi non ne era meritevole. Quando uno su dieci di quei clienti è risultato insolvente, si è scatenata la crisi dei mutui subprime, i cui effetti sono ancora sotto gli occhi di tutti.

Dobbiamo comprendere le conseguenze insite nel fatto di stampare moneta a buon mercato, tenere bassi i tassi di interesse, generando così investimenti indotti da decisioni sbagliate, e non riconoscere il valore proprio del denaro. Come ha dichiarato l’economista austriaco Ludwig von Mises, se si prendono decisioni sbagliate dando luogo a cattivi investimenti, quando il mercato si aggiusta, tutti ci rimettono e il sistema creditizio esplode. E questo è quanto accaduto. Dobbiamo anche imparare che non si può mai più consentire alle banche di diventare “troppo grandi per fallire”.

Se introduciamo questa tassa per reperire denaro, quale messaggio trasmetteremo alle banche? Le banche diranno che possono continuare a operare come in passato, senza la dovuta cautela, tracollare e poi essere salvate dai contribuenti.

È giunto il momento di imparare quello che ci ha insegnato la crisi finanziaria.

 
  
  

Relazione Estrela (A7-0032/2011)

 
  
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  Salvatore Iacolino (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la prova evidente che il diritto alla cittadinanza europea non è ancora garantito sta proprio nelle gravi diseguaglianze che ancora esistono fra i singoli Stati membri. Non vi è ancora un diritto alla salute parimenti esercitabile in Bulgaria, in Romania rispetto ad altre realtà, per cui è evidente che anche questa risoluzione, con tutte le sue complicazioni, può essere un utile momento di riferimento.

Oggi celebriamo la giornata delle donne e non v'è dubbio che l'accesso alle cure e all'assistenza è ancora molto più complicato, proprio per il genere femminile e allora ci vuole maggiore informazione, maggiore prevenzione, cure e riabilitazione e migliori stili di vita.

Stili di vita appropriati, no alle dipendenze, no all'obesità, all'alcol, al tabagismo, alle malattie infettive. Per fare questo ci vuole una politica di coesione reale che guardi a questa frontiera del diritto alla salute come un obiettivo realmente europeo.

 
  
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  Christa Klaß (PPE).(DE) Signor Presidente, la nostra prima preoccupazione deve essere sempre il mantenimento della salute e in secondo luogo il suo ristabilimento. L’istruzione è la soluzione in tutti gli Stati membri. L’alimentazione sana, l’esercizio fisico e un buon livello di cultura generale sono particolarmente rilevanti. In pratica, si tratta di una questione spettante agli Stati membri. L’Europa deve promuovere la condivisione di esperienze in materia di educazione sanitaria nei diversi settori. Ho espresso voto contrario a questa relazione, nonostante i suoi numerosi concetti validi, e in particolare mi oppongo fermamente ai paragrafi 25, 26 e 29. Le importanti decisioni etiche e morali degli Stati membri, quali le tecniche di riproduzione e l’aborto, non vi trovano alcuno spazio. Accennare all’aborto e alla contraccezione nella stessa frase, senza neanche prendere in considerazione il diritto alla vita, non riflette la volontà dell’Europa cristiana.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, non vi è dubbio che le disuguaglianze sanitarie varino molto all’interno dell’Unione europea. Gli Stati membri sono profondamente diversi, alla stessa stregua delle loro prassi e delle loro consuetudini. È ovvio che se guardiamo avanti spinti dal desiderio di ridurre questo divario tra i sistemi sanitari a livello di Unione, serviranno maggiore formazione, istruzione e sensibilizzazione in merito ai fattori che si ripercuotono sulla salute.

È certo che questa relazione è molto attenta alle condizioni socioeconomiche, ritengo però altrettanto significativo porre l’accento su questioni fondamentali, ivi compresi l’accesso ai servizi sanitari, l’esercizio fisico, la dieta e affini. Se in futuro desideriamo costruire un’Europa migliore e più sana, è opportuno sottolineare l’importanza di questi aspetti. A mio avviso, serve uno scambio di buone prassi.

Vista l’irrilevanza di molte questioni trattate, io stesso mi sono astenuto dal votare la relazione. Auspico sia possibile concentrarsi sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie nell’intera Unione europea.

 
  
  

Relazione Joly (A7-0027/2011)

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, uno dei miei maggiori timori degli ultimi anni, durante i quali si è discussa la proposta di una tassazione a livello internazionale, è stato l’attacco sferrato a paesi quali le isole Cayman, che altro non hanno fatto se non seguire il nostro consiglio in merito alle questioni di sviluppo. Per molti anni abbiamo ribadito alle isole dei Caraibi e ad altri paesi in via di sviluppo la necessità di diversificare la propria produzione di zucchero e di banane, potenziare la catena del valore e acquisire competenze nell’ambito dei servizi.

Le isole Cayman hanno operato in tal senso e adesso circa il 40-50 per cento della loro economia si basa sui servizi finanziari grazie a un sistema di neutralità fiscale. Non di evasione fiscale, bensì di neutralità fiscale. Non applicano la doppia o tripla imposizione ai fondi che ricevono. Ma cosa fanno gli ipocriti imperialisti dell’Unione europea quando le isole Cayman decidono di competere con loro in materia di tassazione? Si comportano come gli imperialisti di un tempo e cercano di attaccarle perché vogliono fare concorrenza all’Unione. L’imperialismo dell’Unione europea è vergognoso.

 
  
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  Nirj Deva (ECR).(EN) Signor Presidente, mi risulta alquanto difficile sostenere la relazione della collega Joly, visto il suo accenno a una tassa globale europea.

Un ammontare di fondi pari a 880 miliardi di dollari abbandona i paesi in via di sviluppo con diversi mezzi legali e illegali per essere depositato nelle banche europee e occidentali. Noi in cambio destiniamo 60-70 miliardi di denaro dei contribuenti europei ai paesi in via di sviluppo per programmi intesi all’eliminazione della povertà. Se quel denaro – gli 880 miliardi di dollari che escono dai paesi in via di sviluppo per essere depositati nelle nostre banche – fosse stato lasciato nei suddetti paesi per favorirne lo sviluppo, non sarebbe stato meglio ai fini di una crescita più rapida, dell’acquisizione di competenze legate alla formazione di capitale e dell’istituzione di diritti di proprietà e di pratiche commerciali?

 
  
  

Relazione Papastamkos (A7-0030/2011)

 
  
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  Clemente Mastella (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, in un momento in cui l'Unione europea è chiamata a riformare la sua politica agricola comune, garantire la coerenza tra la politica agricola e quella commerciale esterna diventa un fattore ancora più cruciale.

Agricoltura e commercio sono infatti due agende politiche che si intersecano tra di loro, la loro dinamica influenza e, in misura sempre maggiore, è influenzata dagli scenari regolamentari a livello multilaterale, interregionale, regionale e bilaterale, che però non sono mai statici, ma creano gerarchie ed evolvono attraverso i negoziati.

Le diversità regolamentari, i divergenti interessi commerciali, le tensioni e le controversie commerciali rispecchiano la complessità delle politiche agricole nazionali e del commercio internazionale. Poiché l'agricoltura non è solo un'attività economica, ma le politiche agricole e alimentari servono obiettivi fondamentali, quali ad esempio la sicurezza alimentare e quella dei consumatori, la sfida principale consiste oggi nel conciliare efficacemente gli aspetti commerciali e non.

La nostra politica commerciale avrà pertanto un ruolo determinante nel decidere se l'agricoltura continuerà a dare un contributo positivo pieno a questi obiettivi senza compromettere la sua dinamica.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE).(PL) Signor Presidente, la sicurezza alimentare è prioritaria per la politica agricola comune e ai fini del suo concreto conseguimento occorre mantenere le giuste proporzioni nel commercio internazionale. A tale proposito va riconosciuto un ruolo centrale alla concorrenza leale. Gli agricoltori e i produttori alimentari europei devono allinearsi agli esorbitanti standard dell’Unione e spendere cifre enormi per adattare i propri prodotti affinché ottemperino a regole e norme restrittive.

In pratica, però, l’Unione europea non dispone di alcun controllo sui produttori e sugli agricoltori dei paesi terzi, dai quali importiamo enormi quantitativi di prodotti alimentari. In primo luogo questi accordi sono ingiusti nei confronti dei nostri produttori locali e in secondo luogo questa politica risulta dannosa per la salute dei consumatori europei, dato che l’Unione non possiede un controllo vero e proprio sulla qualità dei prodotti. Si rendono quindi necessari cambiamenti immediati.

 
  
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  James Nicholson (ECR).(EN) Signor Presidente, in primo luogo ho espresso voto favorevole a questa relazione poiché ritengo che delinei con estrema chiarezza i problemi affrontati dal settore agricolo e dagli agricoltori dell’Unione europea, in particolare sotto il profilo delle politiche commerciali.

Desidero essere chiaro: il settore agricolo dell’Unione europea non va in alcun modo sacrificato a beneficio di accordi commerciali come quello siglato con i paesi del Mercato comune del Sud (Mercosur). Purtroppo però ho l’impressione che la direzione intrapresa sia proprio questa. Sembra prevalere l’idea dell’agricoltura europea come facile oggetto di scambio. Se è davvero così, prevedo grossi problemi in molti settori dell’agricoltura, segnatamente in quello zootecnico. Quanto alle norme equivalenti, nessuno deve sentirsi minacciato dalle nostre richieste, ovvero la conformità delle importazioni nell’Unione europea alle medesime norme previste per i nostri produttori. Abbiamo la responsabilità di garantire ai consumatori che questo accada.

A tale riguardo sono profondamente deluso dal comportamento della Commissione nei confronti del Parlamento. Non è accettabile che cerchi di tenerci all’oscuro. Finché i negoziati saranno in corso, desidero venga recepito il parere della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale.

 
  
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  Andrzej Grzyb (PPE).(PL) Signor Presidente, la relazione Papastamkos contiene alcune proposte molto valide. L’Unione europea è impegnata in numerosi negoziati commerciali multilaterali e bilaterali con diversi gruppi quali l’Organizzazione mondiale del commercio. Il commercio dei prodotti agricoli svolge un ruolo di primo piano in questo settore, segnatamente in relazione all’accesso ai mercati dell’Unione.

L’Unione europea è un importatore netto di prodotti agricoli. Nell’arco dei quattro anni successivi alla riforma del mercato dello zucchero, da esportatore netto è diventato importatore netto. Importa il 70 per cento dei prodotti agricoli, esportati dai paesi in via di sviluppo, ed è in deficit commerciale con i paesi del Mercosur. Come già dichiarato dall’onorevole Kalinowski, nei mercati dell’Unione vengono importati prodotti agricoli rispondenti ad altre norme, mentre gli agricoltori europei sostengono costi enormi legati al benessere degli animali e alla tutela dell’ambiente.

Non è ammissibile annullare i risultati conseguiti dalla politica agricola comune, finanziata dal bilancio dell’Unione, attuando decisioni che ne riducono l’efficacia. Occorre garantire una adeguata sinergia tra la politica agricola comune e le politiche commerciali condotte dall’Unione.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, anche io desidero intervenire brevemente sulla relazione Papastamkos. Oltre a essere molto approfondita, offre altresì un quadro chiaro e ampio della correlazione esistente tra la politica agricola e le politiche commerciali dell’Unione europea, illustrando la funzione della politica agricola quale strumento di definizione delle politiche nell’Unione.

Naturalmente è innegabile che, quando consideriamo anche il nostro bilancio, l’agricoltura ne costituisce un elemento rilevante e per tale motivo è un argomento sempre presente nelle discussioni sulle politiche dell’Unione. A tale proposito merita ricordare che, viste le consistenti importazioni di prodotti alimentari nell’Unione europea da vari luoghi, in particolare i paesi terzi, occorre rispettare le norme etiche e in tal senso la purezza svolge un ruolo di primo piano.

Non va altresì dimenticata la necessità di occuparsi della questione della produzione agricola nelle diverse zone d’Europa, ivi compresi i paesi periferici quali la Finlandia, laddove si rilevano livelli molto elevati di competenza, prodotti puri e via discorrendo. Quando si discute di politica agricola, e nel caso in cui in futuro si prosegua con gli investimenti in tale settore, occorrerà ottemperare a queste rigorose norme etiche.

 
  
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  Janusz Wojciechowski (ECR).(PL) Signor Presidente, dichiaro il mio voto favorevole alla relazione Papastamkos, per la quale esprimo ammirazione. Sono lieto che il Parlamento europeo si sia schierato con forza a favore della difesa della sicurezza alimentare europea, minacciata dalle eccessive concessioni previste dai negoziati commerciali internazionali sugli alimenti.

Un potente gruppo di interesse in seno all’Unione europea si sta adoperando onde ridurre la produzione alimentare in Europa e aumentare le importazioni alimentari dai paesi terzi, che traggono profitto da tali esportazioni. Questa azione è risultata evidente nel caso della riforma del mercato dello zucchero, ad esempio. È opportuno che l’Unione europea non si pieghi a questo gruppo di interesse, ma lo contrasti in uno spirito di interesse per la propria sicurezza alimentare. Una politica di resa in un momento di crescita della domanda di prodotti alimentari rappresenta una politica funesta nel lungo periodo.

 
  
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  Inese Vaidere (PPE).(LV) Signor Presidente, il commercio equo dei prodotti agricoli è uno dei volani principali della crescita economica dei paesi in via di sviluppo. Risulta altresì fondamentale concorrere alla riduzione della povertà e alla prevenzione delle crisi alimentari. Un gran numero di regioni e paesi in Europa dipende dall’agricoltura, segnatamente i nuovi Stati membri, che nell’ambito dell’agricoltura ricevono pagamenti diretti molto più limitati rispetto ai rappresentanti dei vecchi Stati membri. Queste regioni devono inoltre sostenere la concorrenza dei produttori latinoamericani, che non hanno l’obbligo di ottemperare a standard di qualità altrettanto rigidi e godono di un trattamento doganale di favore. Una simile situazione limita in modo significativo la competitività e gli utili dei nostri agricoltori. Il motivo per cui ho sostenuto questa relazione è la necessità ivi espressa di un riesame delle politiche commerciali dell’Unione europea, di una valutazione periodica, dell’applicazione di norme uniformi ai prodotti agricoli provenienti dai paesi terzi e dell’apertura del mercato ai prodotti agricoli dei paesi terzi soltanto nel caso in cui i nostri agricoltori ricevano un indennizzo per le perdite subite in seguito all’aumento del volume delle importazioni di prodotti agricoli dai paesi terzi.

 
  
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  Syed Kamall (ECR).(EN) Signor Presidente, quando parlo con amici che vivono in molte delle zone più povere del mondo e chiedo loro qual è il modo migliore di aiutarli ad alleviare e fronteggiare la povertà nel loro paese, spesso rispondono che gli aiuti non sono la risposta giusta. Quello che li aiuterebbe è il nostro appoggio affinché gli imprenditori dei loro paesi possano creare benessere a livello locale e a loro volta siano in grado di commerciare con l’Unione europea. Possiamo offrire un contributo aprendo i nostri mercati.

Uno dei gravi problemi insiti in questa dichiarazione è la nostra politica agricola comune. Anche negli Stati Uniti esiste ogni sorta di sovvenzione. Se da un lato predichiamo il libero scambio, dall’altro siamo ipocriti a chiudere i nostri mercati agli ottimi prodotti dei paesi in via di sviluppo. Quanto all’applicazione delle cosiddette norme sanitarie e fitosanitarie, è ovvio che tutti vogliamo alimenti più sicuri, tuttavia molto spesso dette norme vengono impiegate come un ostacolo non tariffario ai danni delle importazioni dai paesi in via di sviluppo.

È giunto il momento di accordare fiducia ai consumatori. Finché gli alimenti sono sicuri, lasciamo che siano i consumatori a decidere se preferiscono i prodotti coltivati in Europa o altrove. Smettiamola di sovvenzionare settori improduttivi e impraticabili in Europa.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, la politica agricola comune dell’Unione europea non conosce eguali in quanto a sprechi, corruzione, burocrazia bizantina, egoismo, ipocrisia e immoralità.

Alla fine degli anni Cinquanta il portavoce designato dei paesi in via di sviluppo, l’allora ambasciatore argentino presso l’Unione europea, dichiarò che se l’Europa doveva finanziare i suoi agricoltori, era comprensibile; pur non gradendo l’esclusione dei loro prodotti, se ne facevano una ragione. Malgrado ciò, chiese di non infierire ulteriormente facendo delle nostre eccedenze oggetto di dumping sui loro mercati. In quel momento l’Unione europea non ascoltò e ha continuato a non ascoltare.

L’ottimistica iniziativa degli ultimi negoziati sul commercio mondiale, nota come “tutto fuorché le armi”, è rapidamente diventata “tutto fuorché le aziende agricole”, dato che l’Unione europea è decisa a mantenere la sua protezione e le sue sovvenzioni nei confronti di questo settore di nicchia.

Si traggano le debite conclusioni da quanto accaduto. La politica agricola comune esiste dal 1960 ed è quella che più a lungo ha tenuto impegnata l’Unione europea. Se questi sono i risultati – la catastrofe ecologica, la povertà, le ripercussioni inflazionistiche generate dagli elevati prezzi dei prodotti alimentari – come possiamo pensare di garantire poteri supplementari a quelle stesse istituzioni?

 
  
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  Nirj Deva (ECR).(EN) Signor Presidente, di solito le opinioni espresse dal collega Kamall mi trovano pienamente concorde, tuttavia oggi mi permetto di dissentire. Dopo un lungo e articolato ragionamento mi trovo a concludere che la sicurezza alimentare rappresenta un aspetto fondamentale della crescita demografica mondiale. L’Unione europea deve essere sicura della propria sicurezza alimentare. Questo significa autosufficienza, non sovrapproduzione – ovvero generare dumping nei paesi in via di sviluppo – né sottoproduzione – ovvero togliere il cibo di bocca alle popolazioni affamate.

È dunque opportuno scegliere la via dell’autosufficienza in Europa, in Asia, in Africa e negli Stati Uniti. Se poniamo l’autosufficienza quale obiettivo dei nostri programmi, allora sarà possibile che nel commercio internazionale entri in gioco tutto il resto. Non si può scherzare con il cibo.

 
  
  

Relazione Häusling (A7-0026/2011)

 
  
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  Christa Klaß (PPE).(DE) Signor Presidente, ho espresso voto favorevole alla relazione Häusling. Le proteine rappresentano una componente fondamentale per una sana alimentazione animale e occorre che l’Europa intervenga onde garantirne un adeguato approvvigionamento. Dobbiamo tentare ogni strada, dal sostegno alla ricerca e alla coltivazione fino all’informazione e alla formazione degli agricoltori in merito ai vantaggi insiti nelle prassi consolidate e nell’avvicendamento colturale. Non bisogna perdere di vista la validità del principio dell’economia circolare. La Commissione deve riesaminare il divieto di impiego di proteine animali nei mangimi dei non ruminanti, nel rispetto del divieto del cannibalismo. Nello specifico, occorre prendere in considerazione l’eventuale utilizzo delle proteine animali nelle farine di carni e ossa per suini e pollame. Il materiale va preparato attenendosi ai severi regolamenti vigenti a tutela della salute e dell’ambiente. L’attuale distruzione di preziose fonti proteiche è da addebitarsi soltanto alla nostra incapacità organizzativa ai fini di una corretta gestione di questi prodotti.

 
  
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  Janusz Wojciechowski (ECR).(PL) Signor Presidente, mi rincresce che la valida relazione presentata dall’onorevole Häusling non abbia potuto ottenere il sostegno dell’autore a causa di emendamenti sconsiderati. Anche io ho espresso voto contrario alla sua adozione. Trovo privo di fondamento il ricorso agli emendamenti proposti affinché nell’Unione europea si facciano concessioni agli OGM, che a mio avviso non andrebbero promossi. L’Europa deve difendere l’agricoltura tradizionale e naturale. Le colture geneticamente modificate rappresentano una minaccia per l’agricoltura in Europa e per la sicurezza alimentare, quindi concordo con il relatore. Ho seguito il suo esempio con riferimento a questa questione.

 
  
  

Relazione Nedelcheva (A7-0029/2011)

 
  
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  Francesco De Angelis (S&D). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ringrazio innanzi tutto la relatrice per il suo contributo. Parlare di parità tra uomini e donne nel mondo del lavoro oggi non è e non deve essere soltanto un esercizio di retorica.

Al contrario, l'occupazione femminile è per l'Europa una questione strategica, sia sul piano culturale che sul piano economico. Come è testimoniato dai dati a disposizione, se i tassi di occupazione delle donne fossero analoghi a quelli degli uomini il PIL aumenterebbe del 30 per cento. L'attuale crisi non deve quindi farci arretrare ma, al contrario, deve farci avanzare nella direzione di politiche attive sul fronte dell'occupazione femminile. Politiche dell'occupazione mirate, dunque, che permettano di valutare l'impatto della crisi sulle donne e pensare a soluzioni anticicliche.

La relazione ha il merito, inoltre, di porre al centro delle politiche positive a favore dell'occupazione femminile il tema della formazione professionale e dell'imprenditoria femminile. Concludo dicendo che esiste un altro fenomeno da affrontare, il grave fenomeno della violenza sulle donne. L'Europa ha bisogno oggi di dotarsi di una direttiva globale sulla prevenzione e la lotta a tutte le forme di violenza nei confronti delle donne.

 
  
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  Jens Rohde (ALDE).(DA) Signor Presidente, la discussione sull'introduzione delle quote rosa nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa mostra chiaramente che in quest’Assemblea continua una guerra di posizione, ed è un vero peccato. Non nascondo di essere fermamente contrario all’introduzione di quote obbligatorie, in parte perché non ritengo sia la scelta giusta per le società, ma anche perché va a discapito di quelle donne qualificate che sarebbero automaticamente messe ai margini dei consigli di amministrazione. È per questo motivo che dico “no” alle quote. Potremmo comunque assumere un atteggiamento più pragmatico e discutere se non sia forse il caso di imporre alle società quotate in borsa l’obbligo di elaborare una politica per la parità e di stabilire obiettivi, lasciandole libere di definire quali obiettivi intendono perseguire. Una simile soluzione sarebbe positiva, da un lato per le donne che riuscirebbero così a sedere nei consigli di amministrazione e, dall’altro, per le società che avrebbero la libertà di decidere autonomamente in merito agli obiettivi da perseguire. Secondo me, dovremmo seguire la strada del pragmatismo, nell’interesse delle società e delle donne.

 
  
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  Debora Serracchiani (S&D). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato favorevolmente le relazioni sull'uguaglianza tra uomini e donne e sulla povertà femminile in Europa e mi compiaccio che se ne sia discusso proprio oggi che si festeggia il centesimo anniversario della Giornata internazionale delle donne.

Nonostante la direttiva 2002/73/CE relativa alla parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, si devono ancora compiere ulteriori sforzi per giungere ad un corretto recepimento. Basti pensare che, malgrado il livello di istruzione femminile sia aumentato molto negli ultimi anni e il numero delle laureate sia oggi superiore a quello dei laureati, le donne restano concentrate in settori tradizionalmente femminili e spesso meno retribuiti ed occupano meno posti di responsabilità in tutte le sfere della società.

La mancanza di accesso ai servizi di assistenza per le persone dipendenti, come bambini, disabili, anziani, a regimi di congedo adeguati e formule di lavoro flessibili impediscono alle donne di lavorare.

Vorrei chiudere ricordando le donne che nel mondo stanno lottando per i diritti più elementari e vorrei che la nostra assemblea esprimesse solidarietà alle associazioni femministe iraniane che oggi scendono in piazza invitando le donne a manifestare senza l'hijab.

 
  
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  Anna Záborská (PPE). (SK) Signor Presidente, vorrei spiegare brevemente per quale motivo non ho votato a favore della risoluzione sulla parità tra donne e uomini nel 2010.

Il testo della risoluzione sostiene la parità di genere in molti settori, ma al contempo sostiene anche l’aborto, ovvero l’interruzione di una nuova vita. Il testo è così in aperto conflitto con le risoluzioni delle Nazioni Unite secondo cui l’aborto non dovrebbe mai essere impiegato come strumento per la pianificazione familiare.

Approvando la presente risoluzione, il Parlamento europeo non solo entra in questioni che sono di competenza degli Stati membri, ma, soprattutto, ignora il diritto alla vita sancito dalla Carta dei diritti fondamentali.

Mi rammarica che la maggioranza dei deputati al Parlamento abbia comunque sostenuto la risoluzione, un segnale allarmante. Invito, quindi, le organizzazioni e le associazioni nazionali a esprimere la loro contrarietà ai deputati che le rappresentano in seno al Parlamento europeo.

 
  
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  Hannu Takkula (ALDE).(FI) Signor Presidente, a mio giudizio è molto importante che il Parlamento europeo parli della parità tra donne e uomini e non solo oggi, in questa giornata speciale, ma sempre. È importante ricordare che siamo stati creati come uomo e donna e proprio questo è sinonimo di benessere, ma non significa che, a seconda del genere, si sia in qualche modo peggiori o più deboli: siamo stati creati su un piano di parità. Per questo motivo è importante assicurare che finalmente, nel primo decennio del XXI secolo, in Europa regni la parità e che uomini e donne siano trattati allo stesso modo anche sul mercato del lavoro. Naturalmente, le donne continuano a trovarsi in una condizione svantaggiata, non da ultimo in termini di reddito. Una simile situazione è inaccettabile per una società civilizzata e per questo dobbiamo assicurare che la parità diventi davvero una realtà.

Le quote saranno necessarie quindi finché non cambieremo mentalità e considereremo tutti allo stesso modo. In tal senso, il mercato del lavoro costituirà un fattore decisivo.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE).(ES) Signor Presidente, quest’oggi approviamo un’ennesima iniziativa, ma, come diceva il Commissario, è ora di passare dalle parole ai fatti.

Nonostante tutte le misure approvate, la disparità di genere persiste. Le donne hanno una valida formazione e, secondo gli ultimi dati forniti dalle università, ottengono risultati sempre migliori. Nonostante questo, continuano a essere discriminate; in particolare disabili, anziane e immigrate sono vittime di una doppia discriminazione.

Oggi abbiamo approvato quest'iniziativa e sentito diversi interventi, ma ancora non siamo in grado di dare il buon esempio. Basti pensare al Presidente della Commissione o ai membri del Consiglio, alle Presidenze di turno, al Presidente del Consiglio, al Presidente del Parlamento e al Presidente della Corte dei Conti, ma anche ai membri del direttivo della Banca centrale europea (dove per la prima volta non siederà nessuna donna), ai Presidenti dei gruppi parlamentari in quest’Assemblea o all'assenza di donne nelle delegazioni di alcuni paesi.

La politica europea continua a parlare al maschile. Abbiamo ancora molto da fare e per questo ho votato a favore della presente iniziativa. Credo nelle quote quale strumento per proseguire lungo questo difficile cammino e credo soprattutto nel motto che ho citato in apertura: passare dalle parole ai fatti.

 
  
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  Inese Vaidere (PPE).(LV) Signor Presidente, sebbene la condizione femminile sia migliorata, vorrei attirare la vostra attenzione quantomeno su tre aspetti. Innanzi tutto, la forbice salariale continua a essere significativa e, durante la crisi, non ha fatto che allargarsi dal momento che abbiamo scelto di salvare le banche anziché sostenere scuole e asili, dove lavorano principalmente le donne. In secondo luogo, le donne, le gestanti e le puerpere non godono di sostegno adeguato, soprattutto nei nuovi Stati membri, e sono vittime di discriminazione sul mercato del lavoro. In politica, infine, il rapporto ideale tra uomini e donne sarebbe del 50 a 50, ma la partecipazione femminile è ben al di sotto di questa percentuale, e lo stesso fenomeno si riscontra nelle posizioni dirigenziali. A mio giudizio, la relazione non assicurerà quel nuovo slancio che sarebbe invece necessario per risolvere simili problemi.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE).(FI) Signor Presidente, ho votato a favore della presente relazione e anche delle quote. Vorrei ringraziare il Commissario Reding per aver proposto, o per meglio dire per aver lanciato l’ultimatum, di prendere provvedimenti qualora il numero di donne ai vertici delle società quotate in borsa non aumenti nell’arco di un anno. Così facendo, il Commissario non fa altro che dar seguito ai trattati e alle direttive dell’Unione che riconoscono la parità tra donne e uomini.

Sono ben consapevole che le quote suscitano sentimenti contrastanti e non sono espressione di una vera e propria democrazia, ma non lo è neanche la situazione attuale. In Finlandia, le quote sono state introdotte nelle autorità locali 10-15 anni fa. Inizialmente, erano oggetto di critiche, si pensava che le donne avrebbero finito per doversi svendere e che non fossero abbastanza per ricoprire le cariche che si erano così aperte. Alla fine, però, sono stati assegnati tutti i posti e l'esperienza ha mostrato che, quantomeno in Finlandia, le quote nelle autorità locali hanno funzionato molto bene.

 
  
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  Daniel Hannan (ECR).(EN) Signor Presidente, la ringrazio per essere intervenuto e per aver voluto presiedere questa sessione. Colgo inoltre l’occasione per ringraziare anche i suoi collaboratori e gli interpreti. La recente sentenza che ha stabilito che le compagnie assicurative non possono discriminare sulla base del genere per tener conto delle diverse capacità alla guida e delle diverse aspettative di vita è sbagliata per tanti motivi che non so da che parte cominciare. Prendiamo, in primo luogo, le spese: i costi aumenteranno di un miliardo di sterline, i premi cresceranno di conseguenza e sempre meno cittadini sottoscriveranno quindi un’assicurazione.

In secondo luogo, la giurisprudenza è troppo scarsa e la Corte europea di giustizia si pronuncia sulla base di un precedente della Corte europea dei diritti dell’uomo. In terzo luogo, la malafede: al momento di approvare le direttive sulla parità e la non discriminazione, infatti, era chiaro che sarebbero state ammesse eventuali distinzioni debitamente giustificate dal punto di vista attuariale.

In quarto luogo, vi è l’attivismo giudiziario e il modo in cui i giudici non hanno considerato la lettera della legge, preferendo invece interpretarla a loro discrezione. In quinto luogo, l’attacco alla libertà contrattuale: se una compagnia assicurativa mi offre una polizza e accetto le condizioni che mi propone, non spetta certo allo Stato mettersi in mezzo e stabilire che la transazione è illegale.

Infine, un'argomentazione inconfutabile: cosa c’entra l’Unione europea? Un paese ha diritto di elaborare le proprie norme in materia di parità di genere, secondo i suoi meccanismi e procedure democratici. Signor Presidente, una corte con una missione rappresenta una minaccia; una corte suprema con una missione è una tirannia.

 
  
  

Relazione Plumb (A7-0031/2011)

 
  
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  Alfredo Antoniozzi (PPE). – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la condizione di povertà femminile è una condizione acclarata che ha motivazioni antiche e che certamente non è frutto di una crisi economica.

Ho dato quindi il mio voto favorevole alla relazione dell'on. Plumb, convinto della necessità di mantenere, sia a livello europeo sia nazionale un forte impegno a favore dei progressi ulteriori verso la parità di genere. Credo che le misure contenute in questa relazione forniranno un utile supporto – forse non esaustivo, però è un passo avanti – alle strategie di attuazione al patto europeo per la parità di genere adottato dal Consiglio europeo e al quadro d'azione sulla parità di genere.

La promozione da parte degli Stati membri di programmi specifici atti a promuovere l'inclusione attiva o il reinserimento delle donne nel mercato del lavoro rappresenta la scelta più adatta in tal senso. Tuttavia, è fondamentale che questi programmi vengano coordinati non solo a livello locale, nazionale ed europeo, ma trovino forme di coordinamento anche con partner esterni all'Unione europea.

 
  
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  Izaskun Bilbao Barandica (ALDE).(ES) Signor Presidente, le donne da sempre svolgono quei compiti invisibili agli occhi, come portare avanti una casa e offrire sostegno morale. Gesti che non si possono comprare e che nessuno può fare al posto loro, ma anche gesti che nessuno sa apprezzare.

Le donne si stanno ora inserendo sul mercato del lavoro, ma continuano a essere a rischio di povertà, rischio che è andato aggravandosi nel contesto della crisi economica. Ho votato a favore della presente iniziativa perché ritengo sia nostro dovere eradicare la povertà tra le donne, per esempio rafforzando gli strumenti legislativi e le misure adottati in materia in modo tale da ridurre la forbice salariale tra uomini e donne.

Dobbiamo condurre politiche attive per il mercato del lavoro a favore delle donne e modificare i nostri sistemi di previdenza sociale, prestando particolare attenzione alle donne più anziane e disabili.

Promuovendo l’inserimento delle donne nel mercato del lavoro potremo aumentare i profitti e riducendo la forbice salariale aumenterà il prodotto interno lordo del 13 per cento, come una serie di studi ha dimostrato.

La lotta alla povertà femminile, quindi, è una questione di giustizia, ma è, anche e sopratutto, un’occasione per promuovere la competitività dell’Europa.

 
  
  

Dichiarazioni di voto scritte

 
  
  

Relazione Speroni (A7-0047/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ai sensi del codice penale e del codice tributario tedeschi, il reato di evasione fiscale è punibile solo qualora il contribuente fosse consapevole dell'evasione fiscale e intendesse evadere il fisco. In questo caso non vi era manifestamente alcuna intenzione di evadere il fisco poiché, come risulta dalla lettera del pubblico ministero, l'importo in questione è stato versato in modo trasparente sul conto corrente del deputato dopo che questi aveva emesso fattura alla società Agency Speakers. Inoltre, è risaputo che l'omissione fortuita della dichiarazione di importi relativamente esigui come quello in questione viene normalmente trattata con una procedura amministrativa.

Una simile gestione dell’omissione, per cui l'onorevole Brok non era nemmeno stato direttamente informato delle imputazioni a suo carico, è assolutamente eccezionale. Il fatto che il pubblico ministero non abbia quantificato il preciso importo di tasse dovute – anche tramite il mancato pagamento di interessi – rende la tesi dell'esistenza di un fumus persecutionis ancor più solida. In tali circostanze sarebbe fuori luogo revocarne l'immunità.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Convengo con la relazione: in tali circostanze sarebbe fuori luogo revocare l'immunità del deputato. Sono state mosse accuse penali nei confronti di un politico ben noto relativamente a un importo e in circostanze che, nel caso di un normale cittadino, avrebbero dato luogo semplicemente a una procedura amministrativa Il caso configura un fumus persecutionis, in quanto è evidente che il procedimento è stato avviato unicamente al fine di ledere la reputazione del deputato interessato.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato contro la revoca dell’immunità all’onorevole Brok perché sono state mosse accuse penali nei confronti di un politico ben noto relativamente a un importo e in circostanze che, nel caso di un normale cittadino, avrebbero dato luogo semplicemente a una procedura amministrativa Il pubblico ministero, inoltre, non ha cercato soltanto di impedire, con motivazioni pretestuose e altamente offensive, senza alcuna ragione valida, che l'onorevole Brok fosse informato dell'imputazione a suo carico, ma ha anche fatto in modo che al caso fosse data grande pubblicità nei media, arrecando così un danno estremamente grave al deputato in questione. Il caso configura un fumus persecutionis, in quanto è evidente che il procedimento è stato avviato unicamente al fine di ledere la reputazione del deputato interessato. Di conseguenza, in tali circostanze sarebbe assolutamente fuori luogo revocarne l'immunità.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Mi sono astenuto dalla votazione sulla relazione. Se, da un lato, provo una sincera ammirazione per il lavoro svolto dall’onorevole Brok, dall’altro, il ricorso all’immunità parlamentare per evitare che si celebri un processo legale su un caso di evasione fiscale mi lascia scettico.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Pagare le tasse è un dovere cui nessun cittadino dovrebbe potersi sottrarre, come è stato tra l’altro ricordato all’onorevole Brok. L’immunità non vuole mettere al riparo da accuse penali, ma solo tutelare la libertà di espressione. Per questo motivo, sono lieto che abbia voluto riparare al suo errore.

La relazione rimane, comunque, dubbia per diversi aspetti. Onorevole Speroni, 5 000 euro non sono un importo trascurabile e nessuno ha costretto l’onorevole Brok a cacciarsi in questa situazione. Le accuse di persecuzione per “l'omissione fortuita della dichiarazione di importi relativamente esigui”, quindi, sono a mio giudizio assolutamente inopportune. Per i motivi illustrati, voterò contro.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il Parlamento ha la responsabilità di difendere l’indipendenza del mandato dei suoi membri, indipendenza che non può essere messa a repentaglio. Quanto alle accuse, il deputato in oggetto è vittima di un fumus persecutionis. In altre parole, è evidente che il procedimento è stato avviato unicamente al fine di ledere la reputazione del deputato interessato. Di conseguenza, sono contrario alla revoca dell'immunità.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (EN) Personalmente non nutro una grande stima nei confronti dell’onorevole Brok, dal momento che non condivido il suo comportamento a mio giudizio inadeguato e la sua retorica anti-Ucraina. Penso comunque che l'immunità vada revocata solo se le ragioni sono veramente convincenti. Come noto, la richiesta di revoca dell'immunità è stata presentata in una lettera del pubblico ministero di Bielefeld, in cui si afferma che l'onorevole Brok ha omesso di includere nella sua dichiarazione dei redditi relativa al 2005 l'onorario di 5 000 euro ricevuto per una conferenza da lui tenuta a Monaco il 28 ottobre 2005, in occasione dell’"Euroforum" del gruppo HypoVereinsbank, onorario soggetto a tassazione per un importo di 2 900 euro. L’onorevole Brok non ha pagato l’imposta in questione ed è stato scoperto. Al giorno d’oggi, l’immunità è usata come una sorta di “bastone” per regolare conti rimasti in sospeso o come moneta di scambio per manipolare i membri del Parlamento.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Il pubblico ministero tedesco ha chiesto la revoca dell’immunità parlamentare di un deputato, l’onorevole Brok. Il procedimento è stato intentato perché l'onorevole Brok ha omesso di includere nella sua dichiarazione dei redditi l'onorario ricevuto per una conferenza da lui tenuta a Monaco, soggetto a tassazione per un importo di 2 900 euro, importo che è stato ora saldato. Dal punto di vista giuridico, però, il procedimento sarebbe stato gestito in maniera diversa se avesse riguardato un semplice cittadino e le circostanze farebbero pensare a una persecuzione politica. Considerando le circostanze specifiche e il fatto che il caso configura un fumus persecutionis, ho votato a favore della decisione di non revocare l'immunità parlamentare all'onorevole Brok.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Con la presente relazione, il Parlamento europeo ha deciso di non revocare l’immunità parlamentare dell’onorevole Brok.

 
  
  

Relazione Schaldemose (A7-0033/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione in questione. Il buon funzionamento del mercato unico passa anche attraverso la sicurezza dei prodotti e la fiducia dei consumatori. Se la preoccupazione fondamentale è di rendere il mercato più sicuro, questo non deve comunque costituire un ostacolo al suo allargamento. L’approvazione di un approccio comune alle specifiche applicabili ai prodotti ha consentito di rendere più sicuri i prodotti che circolano sul mercato interno. Ciononostante esiste ancora un margine di miglioramento, dal momento che vi sono ancora troppi incidenti con conseguenze anche tragiche e che spesso vedono coinvolti i bambini.

La direttiva europea 2001/95/CE relativa alla sicurezza generale dei prodotti (DSGP), che disciplina i requisiti generali di sicurezza applicabili ai prodotti, è stata approvata quasi 10 anni fa. La sua revisione rappresenta, quindi, una priorità affinché non vi siano più due livelli sovrapposti di norme divergenti in materia di sorveglianza del mercato applicate ai beni armonizzati a seconda che siano o meno prodotti di consumo. Il quadro normativo d'interesse è dato dunque dall'insieme dei tre elementi: nuovo quadro normativo, DSGP e direttive di armonizzazione settoriali. Questa complessità deve essere riveduta e risolta.

 
  
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  Liam Aylward (ALDE), per iscritto. (GA) I cittadini europei devono poter essere certi che tutti i prodotti venduti sul mercato dell’UE siano sicuri. I prodotti devono essere sempre soggetti a norme severe in materia di salute e sicurezza.

La presente relazione è importante e giunge proprio al momento giusto. Concordo con il suo contenuto, in particolare per quanto riguarda la condivisione delle informazioni relative alla sicurezza dei prodotti per ridurre la duplicazione dei servizi e risparmiare così tempo e denaro.

I consumatori europei devono essere certi che i prodotti importati nell’Unione europea osservino le stesse norme dei prodotti interni e che la crescita del commercio non ne vada a inficiare la sicurezza. Sono, inoltre, d'accordo nell'esortare la Commissione a intensificare la cooperazione internazionale in seno al gruppo internazionale per la sicurezza dei prodotti di consumo per assicurare che non possano essere introdotte nel mercato unico sostanze pericolose. È importante che le norme che disciplinano il mercato unico tengano conto del commercio elettronico e del suo impatto sulla sicurezza e sulla sorveglianza del mercato.

La relazione ricorda, infatti, che aumentano i prodotti acquistati online dai consumatori che provengono da paesi terzi e non sono conformi agli standard europei, mettendo così a rischio la sicurezza e la salute dei consumatori.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa importante relazione. La direttiva europea 2001/95/CE relativa alla sicurezza generale dei prodotti (DSGP), che disciplina i requisiti generali di sicurezza applicabili ai prodotti, è stata approvata quasi dieci anni fa e necessita oggi di una revisione, visto che nel frattempo molto è cambiato a livello globale e nell’Unione europea. Sono ancora molti i problemi che devono essere affrontati in questo settore perché i consumatori europei possano sentirsi veramente sicuri. I prodotti destinati ai bambini, per esempio, devono essere disciplinati con particolare attenzione. Ogni anno si verificano incidenti legati, ad esempio, all'utilizzo da parte dei bambini di prodotti progettati in modo non sicuro, incidenti che possono anche rivelarsi fatali. Il rafforzamento della sorveglianza del mercato deve diventare un elemento fondamentale della revisione della direttiva relativa alla sicurezza generale dei prodotti; l’obiettivo è di assicurare la tracciabilità dei prodotti e dei produttori e definire e applicare principi di normalizzazione che contribuiscano a una migliore protezione dei consumatori, offrendo al contempo informazioni più chiare e precise riguardo ai prodotti che acquistano.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto.(PT) La revisione della direttiva 2001/95/CE mira ad assicurare un elevato livello di protezione per i consumatori in termini di salute e sicurezza, prestando particolare attenzione ai consumatori più vulnerabili, vale a dire i bambini e gli anziani. La revisione intende assicurare la trasparenza e una sorveglianza più attiva del mercato, nonché introdurre strumenti di intervento più rapidi per ritirare dal mercato i prodotti considerati pericolosi. Il buon funzionamento del mercato unico passa anche attraverso la sicurezza dei prodotti e consumatori in grado di fare scelte informate. Per le ragioni illustrate, ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Sergio Berlato (PPE), per iscritto. – Il buon funzionamento del mercato unico europeo, a mio avviso, passa anche attraverso la sicurezza dei prodotti e la fiducia dei consumatori.

Lo slancio verso la libera circolazione dei beni e verso un ulteriore ampliamento della varietà dei prodotti, infatti, non deve distogliere l'attenzione dalla tutela dei consumatori. In un contesto di globalizzazione dei mercati, in cui sempre più prodotti provengono dall'estero – soprattutto dalla Cina – diviene prioritaria la cooperazione internazionale sulle questioni inerenti alla sicurezza dei prodotti.

La direttiva 2001/95/CE disciplina i requisiti generali di sicurezza applicabili alle merci. Tuttavia, il recepimento di questa direttiva da parte degli Stati membri non è avvenuto in maniera omogenea ed ha fatto sorgere una serie di problematiche riguardanti sia l'ambito di applicazione sia la reale pericolosità dei prodotti. Ritengo quindi fondamentale la sua revisione affinché si possano individuare e bloccare i prodotti che non sono sicuri garantendo, in tal modo, una tutela completa degli interessi dei cittadini europei.

Infine, condivido appieno la proposta della relatrice di adottare misure concrete nel campo della tracciabilità dei prodotti. Ritengo, infatti, che esse consentiranno alle autorità, alle imprese e ai consumatori di individuare quei prodotti che, dopo l'ingresso nel mercato europeo, non si rivelano sicuri.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. – Il mercato unico europeo ha bisogno oggi più che mai di strumenti normativi che rendano uniformi i controlli sulla sicurezza dei beni commercializzati nei nostri paesi.

Un bisogno urgente perché dobbiamo tutelare i nostri consumatori dall’ondata di prodotti, specialmente quelli provenienti da paesi come la Cina, che spessissimo sono progettati e confezionati senza tenere in minimo conto la sicurezza dell'utilizzatore finale. Dobbiamo vigilare sulla merce che entra nei nostri mercati, sulla loro qualità e la loro compatibilità con i nostri standard di attenzione per la sicurezza del consumatore e dobbiamo, al di là di tutto, armonizzare con un solo strumento normativo le prassi nazionali che talvolta sono molto differenti l’una dall’altra in materia di sorveglianza del mercato.

Tradurre in pratica i propositi della relazione significherà quindi avere al più presto un testo che risolva i problemi attuali della normativa europea, in cui più direttive si sovrappongono, talvolta senza coprire tutti i campi di applicazione e le casistiche possibili in materia di sicurezza della merce commercializzata. Buoni risultati è legittimo aspettarsi anche dallo scambio di buone pratiche tra paesi membri caldeggiato dalla relazione nel quadro finale delle proposte presenti nel testo della collega Schaldemose. Voto pertanto a favore della relazione Schaldemose.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) Negli ultimi dieci anni, i prodotti disponibili sul mercato interno hanno continuato ad aumentare e a diffondersi in modo sempre più capillare. Proprio dieci anni fa entrava in vigore la direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti per disciplinare i requisiti generali di sicurezza applicabili ai prodotti affinché questi ultimi non rappresentassero un pericolo per le persone. La mozione volta a rivedere la direttiva giunge quindi al momento più opportuno. La direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti si sovrappone solo in parte al nuovo quadro normativo introdotto a metà del 2008. Coordinando le due disposizioni, sarà più facile conseguire il nostro obiettivo di realizzare un mercato interno coerente per i prodotti armonizzati e non armonizzati, garantendo una tutela completa degli interessi del consumatore Al contempo, le disposizioni devono assicurare la massima trasparenza per essere accessibili ai produttori. È quindi importante agire affinché non vi siano più due livelli sovrapposti di norme divergenti in materia di sorveglianza del mercato applicati ai beni armonizzati a seconda che siano o meno prodotti di consumo.

La sorveglianza del mercato è strettamente correlata alla sicurezza dei prodotti; è infatti elemento indispensabile per accertare la conformità di un prodotto ai requisiti stabiliti nelle normative d'armonizzazione europee e la sua non pericolosità.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore di questa relazione, che si propone di rivedere la direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti. Sono, infatti, fortemente convinto che il mercato unico possa funzionare bene solo se potenzia fiducia ai consumatori e propone loro prodotti sicuri. La direttiva europea 2001/95/CE, che disciplina appunto i requisiti generali di sicurezza sui prodotti, è stata approvata 10 anni fa: è tempo di aggiornarla alla luce anche dell'arrivo sul mercato di nuovi prodotti. La sicurezza e la protezione dei consumatori è da sempre la priorità della nostra azione politica, è per questo fondamentale rivedere tale direttiva aggiornando le norme sui requisiti di sicurezza dei prodotti e allineando la legislazione del nuovo quadro normativo.

Condivido la necessità di attuare taluni provvedimenti: mi riferisco, ad esempio, alla necessità di rafforzare la sorveglianza del mercato, di adottare misure concrete per la tracciabilità dei prodotti, anche attraverso moderni strumenti tecnologici, di creare una banca dati informativa sulla sicurezza dei prodotti di consumo, di prestare maggiore attenzione per i prodotti destinati ai bambini. Insomma, accorgimenti che, se presto attuati, renderanno i consumatori più sicuri ad acquistare sul mercato europeo.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto.(PT) L’iniziativa in questione gode del mio sostegno, in quanto intende migliorare e rafforzare le misure europee volte ad assicurare che i prodotti disponibili sul mercato siano sicuri, pensando principalmente al benessere e alla protezione dei consumatori. A mio giudizio, le misure proposte a livello locale, ovvero a livello di produttori e imprese, e in particolare quelle relative alla tracciabilità, alla sicurezza dei prodotti e alla trasparenza del commercio elettronico sono pertinenti e fondamentali per colmare le lacune riscontrate nell’approccio europeo a tale problematica e, in definitiva, per assicurare un buon funzionamento del mercato interno. In conclusione, vorrei sottolineare l’importanza della cooperazione tra gli Stati membri per armonizzare i diversi livelli di sicurezza e rafforzare la sorveglianza del mercato.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della presente relazione perché la ritengo fondamentale per assicurare che tutti i prodotti immessi sul mercato unico siano sicuri e, quindi, per garantire un livello di protezione elevato per i consumatori. Gli Stati membri, in collaborazione con la Commissione europea, devono introdurre in modo coordinato sanzioni, anche severe, nei confronti degli operatori economici che immettono deliberatamente nel mercato unico prodotti pericolosi o non conformi.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto.(PT) Per assicurarsi la fiducia dei consumatori, è fondamentale introdurre norme severe sulla qualità dei prodotti immessi sul mercato. La normativa dell’Unione europea intendeva perseguire proprio questo obiettivo, e in parte l’ha raggiunto. Tali norme devono però rispettare due condizioni che non sono altro che le due facce di una stessa medaglia: da un lato, non possono essere più severe nei confronti dei produttori europei di quanto non lo siano nei confronti dei loro concorrenti internazionali che immettono i loro prodotti sullo stesso mercato ma senza ottemperare alle stesse norme; dall’altro, non possono essere tanto vincolanti da ostacolare la competitività delle nostre imprese. Tenendo a mente queste due condizioni, la Commissione deve rivedere la direttiva relativa alla sicurezza generale dei prodotti e alla sorveglianza del mercato prestando particolare attenzione ai consumatori più vulnerabili, specialmente ai bambini. Come sappiamo, la maggior parte degli incidenti, peraltro numerosi, dovuti all’immissione sul mercato di prodotti non sicuri vede coinvolti proprio i bambini. Sono necessarie, pertanto, misure concrete che assicurino non solo che il prodotto finale sia sicuro, ma anche che questo sia adatto al consumatore cui è destinato.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto.(PT) La relazione constata la necessità di rivedere la direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti e sulla sorveglianza del mercato approvata una decina di anni fa. Nel corso dell’ultimo decennio, sono stati compiuti progressi significativi in questo ambito all'interno dell'Unione europea e tutti convengono quindi sulla possibilità e il desiderio di migliorare il quadro legislativo affinché possa assicurare che i prodotti sono sicuri e vada, al contempo, a beneficio sia dei consumatori sia delle imprese. Innanzi tutto è necessario armonizzare la direttiva con il nuovo quadro normativo (NQN); questo dovrà poi allinearsi alla direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti (DSGP) in modo da eliminare le sovrapposizioni presenti in alcuni ambiti e coprire quegli ambiti che invece entrambi i testi al momento trascurano.

Convengo con la relatrice che le norme relative alla sicurezza dei prodotti devono essere aggiornate e armonizzate con il NQN per ottimizzare la tutela dei consumatori grazie a prodotti di elevata qualità e assicurare la massima trasparenza per i produttori.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto.(PT) La relazione definisce una serie di orientamenti per la futura revisione della direttiva relativa alla sicurezza generale dei prodotti e alla sorveglianza del mercato. In particolare, la relazione si concentra sull’obiettivo di assicurare un più elevato livello di sicurezza dei prodotti. Per conseguire tale obiettivo, è necessario intensificare la sorveglianza e mettere a disposizione delle autorità interessate risorse sufficienti per garantire, tra l’altro, la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la catena di approvvigionamento. La relazione, inoltre, affronta anche l’importante questione del paese di origine del prodotto e del produttore responsabile, tutelando il diritto del consumatore all’informazione e proteggendo al contempo anche le industrie operanti negli Stati membri. Il mio gruppo ha spesso criticato le conseguenze dello sviluppo e del rafforzamento del mercato unico in ragione dell’accento posto sugli aspetti economici a discapito di quelli sociali. La relazione, tuttavia, avanza proposte concrete e si concentra sugli interessi dei consumatori, meritandosi così il nostro sostegno.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto.(PT) Il mio gruppo si è spesso espresso contro lo sviluppo del mercato interno europeo: esattamente il principio su cui si fondano le premesse della presente relazione. La relazione, però, avanza proposte concrete e affronta una questione fondamentale, migliorando le condizioni del mercato per i consumatori e della loro sicurezza.

L’obiettivo della relazione è di definire una serie di orientamenti per la futura revisione della direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti e la sorveglianza del mercato.

La relatrice pone l’accento sulla necessità di intensificare la sorveglianza per assicurare un più elevato livello di sicurezza dei prodotti. La relazione sottolinea che è necessario stanziare risorse sufficienti per le autorità preposte alla sorveglianza al fine di garantire la tracciabilità lungo tutta la catena di approvvigionamento. La tracciabilità è fondamentale per determinare il paese di origine del prodotto e il produttore responsabile, proteggendo in tal modo, in caso di prodotti importati, anche le imprese dell’Unione europea.

Per questi motivi, ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Lorenzo Fontana (EFD), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi considerando il buon lavoro fatto dall'onorevole collega danese C. Schaldemose, esprimo voto favorevole alla relazione concernenente la direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti e la sorveglianza del mercato. Questa relazione trova il mio sostegno perché contiene l'adozione di misure, nel campo della tracciabilità, utili per fermare la circolazione di possibili prodotti che fossero dannosi per i consumatori, ponendo poi l'accento su un rigoroso controllo dei prodotti provenienti da Paesi terzi e dalla Cina in particolare.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE), per iscritto. (GA) Tutte le materie prime e i prodotti venduti sul mercato dell’Unione europea devono rispettare norme stringenti in materia di sicurezza per proteggere i consumatori europei.

 
  
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  Małgorzata Handzlik (PPE), per iscritto. (PL) La sicurezza dei prodotti è una delle principali preoccupazioni dei consumatori, che non vogliono che i loro acquisti rappresentino una minaccia per la salute. Inutile dire che la sicurezza di un prodotto dipende principalmente dall’operato dei produttori e degli importatori che lo immettono sul mercato. Anche la sorveglianza del mercato, però, svolge un ruolo fondamentale nell’assicurare che accedano al mercato solo quei prodotti che rispettano le norme vigenti. Approvando la relazione, il Parlamento europeo manda un messaggio deciso richiedendo direttive sulla sicurezza dei prodotti devono essere coerenti con gli altri atti legislativi per assicurare un migliore funzionamento del sistema di sorveglianza del mercato. Il testo prevede inoltre normative chiare e trasparenti per gli imprenditori e dare garantirà ai consumatori che il prodotto acquistato rispetti le norme vigenti.

Il numero di notifiche effettuate attraverso il sistema RAPEX, tuttavia, è allarmante e la stragrande maggioranza delle notifiche riguardano prodotti provenienti dalla Cina. Nel mio parere per la commissione per il commercio internazionale in merito alla presente relazione, ho chiesto anche di rafforzare la cooperazione con i principali partner commerciali in relazione alla sicurezza dei prodotti e di impegnarsi per migliorare il funzionamento del sistema RAPEX-CINA. Mi auguro che il rafforzamento della cooperazione con la Cina consenta di migliorare la qualità dei prodotti importati da questo paese nei mercati dell’Unione europea.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto.(LT) La direttiva 2001/95/CE relativa alla sicurezza generale dei prodotti (DSGP), che istituisce a livello euroepo i requisiti generali di sicurezza per i prodotti di consumo, deve essere rivista, nonché resa conforme e integrata al nuovo quadro normativo (NQN), in particolare al regolamento sulla vigilanza del mercato. Il quadro normativo relativo alla sicurezza dei prodotti e alla sorveglianza del mercato (DSGP, NQN e direttive di armonizzazione settoriali) è composto da tre livelli di atti giuridici che creano incertezze e confusione per il mercato interno. Il livello di sorveglianza del mercato varia notevolmente tra gli Stati membri, alcuni dei quali omettono di assegnare le risorse necessarie a una vigilanza efficace del mercato e interpretano liberamente il concetto di "prodotti che presentano rischi gravi", creando ostacoli alla libera circolazione delle merci nel mercato interno, distorcendo la concorrenza e pregiudicando la sicurezza dei consumatori nell'ambito del mercato interno. L'attuale quadro normativo in materia di sorveglianza del mercato non è abbastanza coerente e deve quindi essere rivisto e oggetto di un ulteriore coordinamento. Non ho comunque votato a favore della presente relazione perché ritengo che, concentrandoci esclusivamente sulla sicurezza del consumatore, finiamo per ostacolare la libera circolazione e limitare la varietà dei prodotti sul mercato. Le misure che approviamo devono essere adeguate al loro scopo, ma devono tener conto non solo della sicurezza dei consumatori ma anche della libera circolazione e della varietà dei prodotti. Per diversi Stati membri, infine, la sorveglianza del mercato è un'attività complicata, non sono in grado di assegnate le risorse necessarie a una vigilanza efficace.

 
  
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  Edvard Kožušník (ECR), per iscritto.(CS) La versione definitiva della relazione sulla revisione della direttiva in materia di sicurezza generale dei prodotti e la sorveglianza del mercato trova il mio sostegno. In particolare, accolgo con favore il fatto che la versione definitiva non proponga l’istituzione di altre agenzie, evitando quindi di andare a incidere sul bilancio. È importante notare come la relazione sottolinei che la normalizzazione, quale strumento di regolamentazione, è un esempio di “regolamentazione intelligente”, ovvero non è imposta dall’alto ma che parte dal basso, dalle parti interessate. Proprio per questo motivo, invito a un maggiore coinvolgimento degli organismi di sorveglianza del mercato nel processo di definizione delle norme di sicurezza affinché possano contribuire con la loro esperienza al processo di normazione. Per quanto attiene a una maggiore definizione di norme per la sicurezza dei prodotti, ritengo fondamentale concentrarsi sulla stabilità del sistema europeo di normazione e ridurre i tempi necessari per l'elaborazione delle norme.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Egregio Presidente, cari colleghi, vorrei in primo luogo complimentarmi con la collega Schaldemose per il lavoro svolto. La relazione oggi approvata dal PE riguarda l'importante tema della sicurezza generale dei prodotti e, conseguentemente, della protezione dei cittadini. L'impegno europeo profuso a favore della protezione dei consumatori dai prodotti difettosi e pericolosi ha già consentito il raggiungimento di buoni standard, ma credo ci siano ancora dei margini di miglioramento, soprattutto in relazione ai consumatori cosidetti vulnerabili, come i bambini, gli anziani e i disabili. Ritengo decisivi, in tale direzione, sia il rafforzamento del sistema di sorveglianza del mercato, attraverso un'azione di miglioramento dell'efficacia dei controlli alle frontiere, che la completa tracciabilità dei prodotti lungo l'intera catena di approvvigionamento. Concludo ricordando la necessità della revisione del quadro normativo attualmente in vigore, rappresentato dalla direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti, secondo le linee guida oggi indicate attraverso il voto del Parlamento.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) I prodotti non sicuri presenti sul mercato sono ancora troppi. Accolgo con favore la presente relazione, secondo cui il sistema comunitario d'informazione rapida per i prodotti pericolosi per il consumatore (RAPEX) deve essere perfezionato. In particolare, gli Stati membri devono migliorare l’efficacia e la visibilità delle normative e delle autorità doganali nella lotta ai prodotti poco sicuri.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE), per iscritto. – Benché negli ultimi dieci anni siano indubbi i progressi raggiunti nell'ambito dei requisiti dei prodotti nel mercato interno dell'UE - grazie anche a un approccio comune - molto ancora resta da fare. Sarebbe importante, infatti, perseguire una revisione dell'attuale normativa europea in materia. E' evidente che la direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti (DSGP), approvata ormai già da 10 anni, necessita oggi di una revisione. Questo permetterebbe anche di rispettare le prerogative del nuovo quadro normativo (NQN) sui prodotti, approvato nel 2008. Bisogna poi far leva su una più stretta sorveglianza del mercato, che va di pari passo con la sicurezza dei prodotti. Ma il vero nodo da sciogliere - e la vera priorità della relazione - è l'attenzione da rivolgere ai prodotti destinati ai bambini e ai prodotti per loro attraenti. E' raccomandabile che la Commissione, inoltre, proponga un vero e proprio "regolamento sulla sicurezza generale dei prodotti e la sorveglianza del mercato". Esso dovrebbe comprendere elementi imprescindibili, come l'adozione di misure concrete nel campo della tracciabilità; l'obbligo per i produttori di provvedere a un'analisi approfondita dei rischi durante la fase di progettazione; oppure, ancora, una disciplina ferrea per la vendita dei prodotti online.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Il consolidamento del mercato interno è fondamentale per un soddisfacente sviluppo economico dell’Unione europea. Il conseguimento di un tale obiettivo, però, passa necessariamente attraverso la sicurezza dei prodotti e la fiducia dei consumatori. La spinta verso la libera circolazione e verso un ulteriore ampliamento della varietà dei prodotti deve andare di pari passo con la sicurezza dei consumatori. Negli ultimi anni sono stati compiuti progressi significativi per quanto riguarda la sicurezza dei prodotti, ma le condizioni di sicurezza devono comunque essere ulteriormente migliorate, in particolare per quanto riguarda i prodotti destinati ai bambini, la categoria più a rischio in caso di mancata osservanza delle norme.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (EN) La presente relazione, approvata all’unanimità dalla commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, rappresenta il contributo del Parlamento alla revisione della direttiva 2001/95/CE relativa alla sicurezza generale dei prodotti. L’aspetto più significativo evidenziato nel testo è la necessità di rivedere la legislazione europea attualmente in vigore per individuare e ritirare dal mercato i prodotti non sicuri. La revisione, così come le altre misure, vuole proteggere i cittadini europei dall’immissione sul mercato di prodotti pericolosi e per questo ho votato a favore.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) Circa il 60 per cento dei prodotti notificati attraverso il sistema RAPEX proviene dalla Cina; in altre parole, la maggior parte dei prodotti pericolosi proviene da un mercato che per l’Unione europea è praticamente impossibile da controllare. Mi auguro che il nuovo sistema RAPEX-CINA possa contribuire a risolvere questo problema. Per proteggere i consumatori e la loro salute, l'Unione europea deve mostrarsi ferma e decisa. Il ritiro dal mercato dei prodotti pericolosi deve essere più rapido ed efficiente e bisogna migliorare la tracciabilità dei prodotti lungo la catena produttiva. La relazione si muove proprio in questa direzione e per questo ho votato a favore.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Cari colleghi, la vastità del mercato europeo impone delle regolamentazioni efficaci e specifiche per garantire ai consumatori la sicurezza del prodotto, per questo ritengo necessario che l'UE aggiorni le proprie norme per garantire la sorveglianza del mercato. La relazione della collega, per la quale mi sono espresso favorevolmente, afferma la necessità di procedere alla revisione della direttiva del 2001 viste le difficoltà di recepimento da parte degli Stati membri che, dal 2004, non applicando la direttiva, hanno fatto sorgere problemi sul controllo dei prodotti non garantendone al meglio la certificazione. Concordo sull'accento posto dalla relazione sulla lotta alla contraffazione attraverso una migliore identificazione del prodotto nel rispetto della sicurezza del consumatore attraverso l'utilizzo di nuove tecnologie.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto.(PT) La relazione riguarda la revisione della direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti e la sorveglianza del mercato. In un contesto caratterizzato dalla libera circolazione delle merci e da una gamma di prodotti sempre più ampia, non possiamo perdere di vista la sicurezza dei consumatori: governi e imprese devono assumersi la responsabilità di garantire prodotti più sicuri. La legislazione europea ha già sortito effetti positivi, assicurando un livello di sicurezza generale dei prodotti più elevato nel mercato interno, ma vi è ancora spazio per il miglioramento, considerando le lacune esistenti in questo settore che potrebbero pregiudicare la sicurezza del consumatore e avere ripercussioni dannose. Ho votato a favore della relazione perché condivido le proposte avanzate dalla relatrice. Il documento, infatti, sottolinea l’importanza della revisione dell’attuale legislazione europea sulla sicurezza dei prodotti al fine di identificare e ritirare dal mercato i prodotti pericolosi, a beneficio del consumatore finale. In particolare, vorrei richiamare l’attenzione sulle modifiche alle norme di sicurezza applicabili ai prodotti destinati ai consumatori più vulnerabili sul mercato unico, ovvero bambini, anziani e disabili.

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE), per iscritto. – Mi congratulo per l'ottimo lavoro svolto dalla collega Schaldemose.

Ai consumatori deve essere garantita una migliore protezione da prodotti difettosi e potenzialmente pericolosi. Con questa relazione diciamo alla Commissione che abbiamo bisogno di rivedere la direttiva, abbiamo bisogno di rafforzare il sistema di sorveglianza del mercato e di avere una sorveglianza del mercato che sia coerente in tutto il mercato unico.

Ritengo sia vitale, per lottare efficacemente contro la presenza nel mercato comune di prodotti difettosi, migliorare i controlli alle frontiere, in particolare nei porti. Chiedo alla Commissione ed ai governi nazionali di introdurre sanzioni più severe contro le importazioni da paesi terzi che violano le norme di sicurezza.

La tracciabilità completa dei prodotti, lungo tutta la catena di approvvigionamento, è un altro punto chiave per garantire la possibilità di ritirare, anche in via definiva, i prodotti difettosi dal mercato. A tal fine, bisogna assicurare alle autorità di frontiera risorse sufficienti. Inoltre, chiedo maggiore attenzione alle vendite online, in aumento, in particolare per le vendite di quei prodotti che possono causare danni diretti al consumatore, come i prodotti farmaceutici e alimentari.

 
  
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  Robert Rochefort (ALDE), per iscritto. (FR) Ho votato a favore della relazione sulla revisione della direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti. L’attuale quadro normativo relativo alla sicurezza dei prodotti, composto da tre livelli di atti giuridici, va infatti razionalizzato. Per assicurare la certezza del diritto alle autorità di sorveglianza del mercato, bisogna definire un quadro comune europeo applicabile a tutti i prodotti che circolano sul mercato interno o che stanno per accedervi. Non dimentichiamo che per dissuadere gli operatori economici dal violare le norme è importante intervenire su due fronti: in primo luogo, devono essere comminate sanzioni agli operatori che deliberatamente immettono sul mercato prodotti pericolosi o non conformi. In secondo luogo, deve essere garantita la trasparenza e devono quindi essere resi pubblici i divieti imposti ai prodotti. La relazione affronta un'altra questione fondamentale: la sicurezza dei prodotti in una prospettiva globale. In questo contesto, l’obiettivo dell’Unione europea deve essere il miglioramento dello scambio di informazioni sui prodotti pericolosi provenienti da paesi terzi, quali la Cina e l’India, per poter affrontare il problema della sicurezza dei prodotti e della tracciabilità prima ancora che i prodotti entrino sul mercato europeo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il buon funzionamento del mercato unico passa anche attraverso la sicurezza dei prodotti e la fiducia dei consumatori. La spinta verso la libera circolazione e verso un ulteriore ampliamento della varietà dei prodotti non deve allontanare l'attenzione dalla sicurezza dei consumatori. Se si dà uno sguardo d'insieme al settore della sicurezza dei prodotti, si noterà che negli ultimi dieci anni sono stati conseguiti progressi in questo ambito all'interno dell'Unione europea: governi e imprese si assumono ora la responsabilità di garantire prodotti più sicuri e, per effetto delle normative UE, il nodo dei requisiti dei prodotti è stato affrontato con un approccio comune, con conseguenti miglioramenti sul fronte della sicurezza generale dei prodotti nel mercato interno. Per quanto i progressi esistano e siano visibili, vi è ancora spazio per il miglioramento, in quanto altri rischi in questo settore potrebbero pregiudicare la sicurezza del consumatore o rivelarsi addirittura mortali.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. Con l'adozione di questa risoluzione il Parlamento europeo sottolinea quanto sia vitale, per lottare efficacemente contro la presenza nel mercato comune di prodotti difettosi, migliorare i controlli alle frontiere, in particolare nei porti.

Il testo approvato chiede alla Commissione ed ai governi nazionali di introdurre sanzioni più severe contro le importazioni da paesi terzi che violano le norme di sicurezza. . Inoltre, maggiore attenzione dovrà essere riservata alle vendite online, fenomeno in costante aumento, in particolare le vendite di quei prodotti che possono causare danni diretti al consumatore, come i prodotti farmaceutici e alimentari.

La tracciabilità completa dei prodotti, lungo tutta la catena di approvvigionamento, è un altro punto chiave per garantire la possibilità di ritirare, anche in via definiva, i prodotti difettosi dal mercato. A tal fine bisognerà assicurare alle autorità di frontiera risorse sufficienti per effettuare i controlli.

È importante sottolineare l'obbligo per le aziende produttrici di verificare la possibilità di rischi alla sicurezza e alla salute già nella fase di progettazione del prodotto e la creazione di una banca dati pubblica sulla sicurezza dei prodotti.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. –La revisione della direttiva è finalizzata ad unificare e armonizzare norme oggi sovrapposte e anche divergenti in materia di sorveglianza del mercato, che si applicano ai beni di consumo.

In un mondo globalizzato in cui si assiste a spostamenti di merci e persone, vi è sempre più la necessità di attuare sistematicamente controlli sui prodotti in vendita.

Occorre prestare particolare attenzione ai prodotti che arrivano dai paesi terzi, dove le norme igienico-sanitarie, i processi di produzione, l'uso di materiali da noi non consentiti comportano il rischio di contaminazioni su oggetti che finiscono sulle nostre tavole o nelle nostre mani.

In particolare, occorre verificare la non tossicità dei giochi per i bambini, che spesso vengono portati alla bocca e che ormai nella quasi totalità dei casi vengono realizzati in Cina, paese purtroppo noto per un basso costo di produzione e per scarsi controlli di qualità. Di particolare interesse la tracciabilità, utile per fermare la circolazione di prodotti che potrebbero rivelarsi non sicuri per il consumatore.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto.(EN) Ho votato a favore della presente relazione perché propone di perfezionare il sistema comunitario d'informazione rapida per i prodotti di consumo pericolosi nell’Unione europea. Norme doganali più efficaci e visibili contribuiranno a risolvere il problema dei prodotti poco sicuri, a beneficio dei consumatori.

 
  
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  Róża Gräfin von Thun und Hohenstein (PPE), per iscritto.(EN) Un mercato interno sicuro rappresenta una priorità per i cittadini europei. La presente relazione individua una serie di lacune nella legislazione sulla sicurezza dei prodotti e sulla sorveglianza del mercato e nella sua applicazione a livello europeo e nazionale. Al momento, si applicano a diverse categorie di prodotti vengono applicati strumenti giuridici diversi, mentre altri aspetti sfuggono ancora alla normativa. La mancanza di certezza del diritto che ne deriva rappresenta un ostacolo alla sicurezza del mercato e al corretto funzionamento del mercato unico. La direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti e la normativa che disciplina la sorveglianza del mercato dovrebbero essere sostituite da un unico regolamento, lo strumento giuridico che assicura la massima chiarezza e uniformità.

Per questa ragione, questa è una delle priorità da riprendere nella relazione dell’onorevole Correia De Campos sul mercato unico per gli europei, per cui sono relatrice ombra. Considerando che sempre più cittadini fanno acquisti online, la legislazione sulla sicurezza dei prodotti e la sorveglianza del mercato deve essere aggiornata per prevedere misure che disciplinino proprio il commercio elettronico, con l’obiettivo di rafforzare la fiducia dei consumatori in questo settore.

 
  
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  Niki Tzavela (EFD), per iscritto. (EL) Ho votato a favore della proposta di risoluzione dell’onorevole Schaldemose perché ritengo affronti una questione seria e fondamentale. I meccanismi attualmente impiegati per garantire la sicurezza generale dei prodotti devono essere migliorati, al fine di contribuire al mantenimento di livelli elevati di protezione della salute e della sicurezza dei consumatori.

Venendo da un paese che funge da porta sul mercato dell’Unione europea, dal mio punto di vista la proposta è particolarmente costruttiva; molti prodotti importati da paesi terzi, infatti, non rispettano i requisiti imposti dalla legislazione europea in fatto di salute e di qualità. Solo se i prodotti saranno sottoposti a questi meccanismi di prevenzione e di supervisione, la nostra azione potrà essere davvero efficace e contribuire a ripulire il mercato e, in ultima istanza, a proteggere il consumatore.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione sulla revisione della direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti e la sorveglianza del mercato perché, in generale, sono favorevole a un rafforzamento della sorveglianza del mercato nell’interesse di una protezione efficiente dei consumatori. A mio giudizio, è importante proteggere i bambini, gli anziani e i disabili perché l’Unione ha una responsabilità particolare nei loro confronti. A dieci anni dalla sua approvazione, è tempo di rivedere la direttiva per disciplinare nuovi canali commerciali quali il commercio elettronico.

 
  
  

Relazione Rivasi (A7-0035/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Esprimo voto favorevole per questa relazione perché concordo sulla necessità di una migliore cooperazione nella reazione alle pandemie e di un riesame dei piani di prevenzione elaborati dall’Unione europea e dagli Stati membri. L’Organizzazione mondiale della sanità dovrebbe riesaminare con urgenza la propria definizione di pandemia, tenendo in considerazione non solo la diffusione geografica, ma anche la gravità. Ritengo che la questione possa essere meglio gestita valutando le strategie di vaccinazione raccomandate; si potrà realizzare tale obiettivo solo se il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie eserciterà con maggiore efficacia le proprie competenze in quanto agenzia indipendente, disponendo di risorse adeguate a tale scopo.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) Accolgo con favore questa iniziativa volta ad assicurare maggiore vigilanza e piena trasparenza in merito alla valutazione di medicinali raccomandati in caso di emergenze sanitarie, nonché a migliorare le strategie di vaccinazione e di comunicazione mirate alla preparazione alle pandemie e alla prevenzione. Penso che l’Unione europea debba assegnare più risorse alla ricerca e allo sviluppo di misure preventive nel settore della sanità pubblica, per incrementare gli investimenti assegnati a una migliore valutazione e anticipazione dell’impatto di un virus influenzale sia nell’intervallo tra le pandemie che all’inizio di una pandemia. Per queste ragioni, ho votato a favore della relazione presentata.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto.(FR) L’Unione europea è stata obbligata a imparare dalla gestione controversa dell’influenza H1N1 nel 2009-2010 e ad adottare le misure necessarie per prevenire future reazioni sproporzionate. È per questo che ho espresso voto favorevole per questo testo, che dispone maggiore cooperazione, maggiore indipendenza e maggiore trasparenza in modo da affrontare efficacemente eventuali future pandemie. Maggiore cooperazione, perché il testo prevede il riesame dei piani di prevenzione adottati dall’Unione europea, un riesame dei ruoli e delle responsabilità dei principali operatori e l’introduzione di una procedura intesa a permettere agli Stati membri di procedere ad acquisti raggruppati di vaccini e medicinali. Il testo chiede inoltre all’Organizzazione mondiale della sanità di includere il criterio della gravità nella definizione di pandemia. Maggiore indipendenza, perché il testo stabilisce che il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie debba esercitare i suoi poteri come agenzia indipendente, in modo da avere studi scientifici non influenzati dalle aziende farmaceutiche. Maggiore trasparenza, infine, perché il testo chiede una valutazione dell’efficacia delle strategie di vaccinazione. In questo modo, il testo consentirà una comunicazione più coerente tra gli Stati membri.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho espresso voto favorevole per questa relazione. Secondo i dati resi noti dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (CEPCM) a fine aprile 2010, l’influenza A/H1N1 del 2009 ha causato 2 900 decessi in Europa. Tali dati numerici sono bassi rispetto alle stime ufficiali dei decessi causati dalla sola influenza stagionale, che la Commissione europea attesta tra i 40 000 negli anni meno critici e i 220 000 nelle stagioni particolarmente gravi. I dati risultano inoltre nettamente inferiori rispetto alle previsioni più ottimistiche avanzate dai servizi sanitari degli Stati membri dell’Unione europea. È stato disposta una soglia di allerta massima rispetto a questo virus, che ha portato all’attuazione in alcuni Stati membri di una serie di misure assai costose (per esempio con costi stimati a 1 300 milioni di euro nel Regno Unito e a 990 milioni di euro in Francia, rispetto ai 90 milioni di euro in caso di influenza stagionale) e, in molti casi, sproporzionate rispetto al livello di pericolo reale del virus. Concordo sulla necessità che l’Organizzazione mondiale della sanità riveda la definizione di pandemia, tenendo in considerazione non solo la diffusione geografica, ma anche la possibile gravità di una malattia, in modo da approntare reazioni più adeguate e proteggere i cittadini europei da pericoli concreti. Ritengo che in questo settore sia necessaria una migliore cooperazione tra Stati membri e istituzioni e organizzazioni responsabili, oltre che una distribuzione più trasparente delle responsabilità tra i principali operatori.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto. (PT) L’influenza da virus A/H1N1 è stata inizialmente individuata in Messico alla fine di marzo 2009 e si è poi diffusa in diversi paesi. A maggio 2009, l’Organizzazione mondiale della salute (OMS) ha attribuito gravità moderata all’influenza H1N1 mentre a giugno dello stesso anno ha dichiarato il livello 6 di allerta, corrispondente alla fase di pandemia. La dichiarazione della soglia di allerta massima da parte dell’OMS ha portato all’attuazione di una serie di misure in Europa, in alcuni casi molto costose (per esempio, con costi stimati a 1 300 milioni di euro nel Regno Unito e a 990 milioni di euro in Francia, rispetto agli 87 milioni di euro in caso di influenza stagionale). La reazione è stata sproporzionata: ciascuno Stato membro ha agito da solo, senza grande coerenza né solidarietà. Questa relazione, che appoggio, trae le giuste conclusioni raccomandando un maggiore coordinamento tra gli Stati membri e gli istituti sanitari europei, oltre che un chiarimento e un riesame dei ruoli e delle responsabilità dei principali operatori, delle strutture di gestione e delle minacce per la salute a livello europeo. Infine, riconosce la necessità di condurre studi su vaccini e farmaci antivirali indipendenti dalle imprese farmaceutiche, anche per quanto riguarda il monitoraggio della copertura vaccinale.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Alla luce della reazione di diversi paesi dell’Unione europea rispetto a una possibile pandemia di influenza H1N1, concordo sulla necessità di migliorare la formulazione di risposte basate sulle informazioni scientifiche disponibili in situazioni di questo genere. Sono pertanto favorevole a un riesame dei piani di intervento e prevenzione in caso di rischio di pandemia. L’obiettivo del riesame deve essere una maggiore cooperazione e un maggior coordinamento tra le autorità sanitarie degli Stati membri e le istituzioni europee. Un altro aspetto che ritengo estremamente importante è il requisito della trasparenza, rispetto ai medicinali impiegati e alle relazioni scientifiche prodotte dalle autorità sanitarie, al fine di evitare conflitti di interesse e garantire la sicurezza e la corretta informazione dei cittadini.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) L’Unione europea è stata la regione del mondo meglio preparata e dotata della maggiore capacità reattiva rispetto a questa epidemia, nonostante l’indebolimento causato dalle considerevoli differenze nella pianificazione degli Stati membri e dalla carenza di una cooperazione concreta. La preparazione e la reazione ai rischi per la salute all’interno dell’Unione europea sono responsabilità degli Stati membri; è dunque essenziale migliorare la cooperazione e il coordinamento tra i paesi, le istituzioni e le organizzazioni internazionali e regionali, specie durante le fasi iniziali di un’epidemia virale, al fine di valutarne la gravità e adottare le decisioni adeguate seguendo un approccio coerente. Le diverse raccomandazioni adottate all’interno dell’Unione europea e negli Stati membri rispetto ai gruppi di destinatari con priorità per la vaccinazione è indice della grande incertezza e dei diversi punti di vista che persistono sul piano dell’adeguatezza delle risposte. Una maggiore cooperazione tra gli Stati membri e con il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie avrebbe reso possibile una riduzione dei costi, che sono stati piuttosto ingenti. Appoggio la necessità di elaborare un codice di condotta europeo in materia di esercizio della funzione scientifica di esperto in qualsiasi autorità europea responsabile della sicurezza nonché della gestione e dell’anticipazione dei rischi, al fine di evitare nuovi casi di corruzione.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto.(FR) La gestione dell’epidemia di influenza H1N1, per la quale era stato emesso un preavviso, è stata un fallimento. Dovremmo apprendere da questa crisi in modo da reagire con maggiore efficacia a future minacce di pandemia. Come è ovvio, gli Stati membri dovranno cooperare maggiormente tra di loro e con le istituzioni europee per fornire risposte più efficaci in situazioni del genere. Analogamente, dobbiamo chiarire il ruolo delle strutture a livello europeo che gestiscono le minacce sanitarie e assicurarci che l’Organizzazione mondiale per la salute riesamini la definizione dei criteri di allarme pandemico globale. Sembra inoltre opportuno elaborare un sistema di appalti pubblici comuni dei vaccini fra Stati membri. Da ultimo, ma non per importanza, sottolineo la necessità che vi sia completa trasparenza in relazione agli esperti che offrono consulenze alle autorità pubbliche sanitarie europee, in modo da porre fine a potenziali conflitti di interesse.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto.(FR) Accolgo con favore il voto su questa relazione per la quale sono stata nominata relatrice ombra per il gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano). Per il bene dei circa 500 milioni di cittadini che rappresentiamo, dobbiamo apprendere da questa crisi per affrontare più efficacemente eventuali nuove pandemie. Il testo adottato ieri rappresenta un ottimo compromesso in termini di cooperazione, indipendenza e trasparenza in ambito sanitario.

Alla luce del documentato fallimento di un’autentica cooperazione in materia sanitaria tra gli Stati membri, era necessario adottare un approccio costruttivo e pratico comprendente i seguenti provvedimenti:

cooperazione rafforzata tra gli Stati membri e miglior coordinamento tra Stati membri e istituzioni europee per garantire una reazione più efficace in caso di pandemie;

chiarimento dei ruoli delle strutture a livello europeo deputate alla gestione delle minacce sanitarie;

appello all’Organizzazione mondiale della sanità per il riesame della definizione dei criteri necessari per dichiarare un’allerta pandemica a livello mondiale;

valutazione delle strategie di vaccinazione e comunicazione applicate negli Stati membri per riconquistare la fiducia dei cittadini;

creazione di un sistema di appalti pubblici comuni dei vaccini tra Stati membri, per evitare disparità;

pubblicazione delle dichiarazioni sui conflitti di interessi degli esperti che lavorano come consulenti per le autorità pubbliche sanitarie europee, per evitare l’insorgere di tali conflitti di interesse.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (RO) Ho espresso voto favorevole per questa relazione perché ritengo necessario un miglior coordinamento a livello europeo sul piano delle reazioni ai rischi epidemiologici. Il caso dell’influenza H1N1 ha messo in luce una gestione del rischio carente a livello mondiale, principalmente causata da una correlazione inadeguata tra livelli di allerta e pericoli reali, che ha causato un considerevole spreco di fondi. In tale contesto, a mio parere l’Unione europea deve mettere in atto un sistema indipendente per la valutazione dei rischi di pandemia, oltre che un miglior coordinamento rispetto alla gestione di tali rischi. A tal proposito, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie deve essere dotato delle competenze necessarie per svolgere un ruolo quanto più attivo possibile in questo settore.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sulla gestione dell’influenza H1N1 perché sottolinea l’importanza del rafforzamento di cooperazione, indipendenza e trasparenza nella gestione di future crisi pandemiche, nello specifico mediante una migliore applicazione delle competenze del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie in quanto agenzia indipendente.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Nel 2009, il mondo era in preda al panico per via di un virus dotato di grande potenziale pandemico e forse mortale: il virus dell’influenza A/H1N1. Fortunatamente, i forti timori legati alla morbilità e mortalità del virus si sono rivelati infondati. In Europa, il virus ha provocato 2 900 decessi, ben al di sotto del numero di decessi causati dall’influenza stagionale. In conseguenza della soglia di allerta dichiarata dall’Organizzazione mondiale della salute, gli Stati membri hanno adottato misure eccezionali, come le vaccinazioni di massa, che hanno rappresentato un costo ingente per i sistemi sanitari. È importante trarre delle conclusioni dalla gestione dell’influenza A, anziché segnalare errori: in primo luogo, trovo che sia meglio sbagliare eccedendo, anziché adottando provvedimenti insufficienti; in secondo luogo, dovremmo trarre degli insegnamenti rispetto alla gestione di future pandemie, che potrebbero risultare più aggressive, e comprendere come e quando agire e attraverso quali misure.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Secondo le stime fornite dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (CEPCM), l’influenza da virus A/H1N1 ha fortunatamente causato meno decessi di quanti ne erano stati previsti in principio e al momento è considerata una malattia di bassa gravità nell’Unione europea. Quando il virus ha iniziato a diffondersi si è creato un certo allarmismo, che ha indotto diversi Stati membri a investire ingenti fondi in programmi di vaccinazione che si sono rivelati eccessivi: infatti nei paesi che non hanno adottato misure eccezionali, come la Polonia, il tasso di mortalità è rimasto in linea con quello registrato nei paesi che hanno realizzato campagne nazionali di vaccinazione con costi stimati di diversi milioni di euro.

Secondo la relazione, “le politiche di acquisto di vaccini sono state articolate in accordi di acquisto preventivo firmati nel 2007 con le imprese farmaceutiche”. Si palesa quindi una mancanza di trasparenza nella procedura causata dall’inaccettabile dipendenza degli Stati membri dalle case farmaceutiche. Concordo dunque con la relatrice, auspicando che le sue raccomandazioni, specie quelle riguardanti la certezza delle informazioni e il principio di precauzione – che deve andare a beneficio dei pazienti, non dei produttori – siano tenute nella giusta considerazione dalla Commissione e dagli Stati membri.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Alla luce della difficile gestione della pandemia di influenza H1N1 e dei dati confermati (2 900 decessi provocati dall’influenza H1N1, a fronte dei 40 000 causati dall’influenza stagionale nello stesso anno), la relazione chiede maggiore trasparenza, un appello che consideriamo lodevole. Ciò si applica sia a quanto accaduto, con il completo chiarimento delle procedure adottate e delle responsabilità, che all’approccio da adottare in futuro in situazioni analoghe. Si sottolineano in particolare i seguenti punti: la questione degli appalti per la fornitura di vaccini e trattamenti antivirali; le informazioni sui casi registrati e la loro gravità; l’autorizzazione ad accedere a documenti relativi a prove cliniche, protocolli di ricerca ed effetti indesiderati dei farmaci (da parte dell’Agenzia europea per i medicinali); i conflitti di interesse degli esperti che offrono consulenze alle autorità pubbliche sanitarie europee. La relazione “chiede che i piani di prevenzione attuati a livello dell’Unione europea e degli Stati membri nell’evenienza di future pandemie siano rivisti onde conseguire maggiore efficacia e coerenza”, autonomia e flessibilità. Raccomanda inoltre un rafforzamento della cooperazione tra Stati membri in questo settore, sia rispetto alla definizione della gravità delle epidemie virali che nel processo decisionale. La consideriamo complessivamente positiva ed è per questo che abbiamo espresso voto favorevole.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) In questa fase di valutazione di quanto accaduto durante la gestione dell’influenza H1N1, è necessario trarre degli insegnamenti. Si dovrebbe riconoscere che i paesi devono avere sistemi sanitari pubblici e servizi di divulgazione nell’ambito della salute pubblica in grado di operare in aree diverse, nello specifico:

- l’elaborazione e la valutazione di studi scientifici, indipendenti dall’industria farmaceutica, sull’efficacia, la sicurezza e il rapporto tra rischi e benefici dei vaccini antivirali e dei medicinali, nonché sulle tipologie di destinatari raccomandate;

- la valutazione delle informazioni sui medicinali raccomandati in caso di emergenza sanitaria, specialmente in caso di pandemia;

- il rafforzamento della capacità di gestione e anticipazione dei rischi, della ricerca e sviluppo in tali ambiti e delle misure preventive di salute pubblica.

È inoltre necessario migliorare la cooperazione tra i vari servizi nazionali e tra questi e le relative istituzioni e organizzazioni internazionali e regionali.

 
  
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  Lorenzo Fontana (EFD), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, il lavoro del collega Michéle Rivasi sulla valutazione della gestione dell'influenza H1N1 nell'UE nel periodo 2009-2010, incontra il mio favore perché rileva l'eccessivo allarmismo dell'Unione europea nel valutare questo fenomeno. Sono favorevole a un livello di attenzione sensibile per quanto riguarda la salute dei cittadini dell'Ue, ma non a un eccessivo allarmismo che si traduce poi in costi esorbitanti di spesa pubblica sanitaria. Per questo il mio voto è stato favorevole.

 
  
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  Elisabetta Gardini (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, la proposta di risoluzione che abbiamo approvato ha posto le basi per una necessaria riflessione sulla risposta messa in atto dall'Unione europea al diffondersi dell'influenza suina.

In quell'occasione, come ricorderete, gli Stati membri, invece di trovare delle soluzioni comuni, si sono attestati su posizioni individualiste e la reazione dei diversi governi nazionali è stata molto varia, passando da una vaccinazione su larga scala a nessuna vaccinazione, come nel caso della Polonia. Da questa esperienza dobbiamo trarre la giusta spinta per migliorare il coordinamento tra le autorità sanitarie nazionali e le istituzioni europee, rivedere le strategie di prevenzione e vaccinazione e ridefinire i criteri di allerta pandemica.

Voglio ricordare che una cooperazione più efficace non solo può portare a una riduzione dei costi nella gestione di tali crisi, anche grazie al possibile acquisto congiunto dei vaccini da parte degli Stati membri, ma anche e soprattutto può garantire ai cittadini una protezione migliore, visto che naturalmente il virus non ha confini territoriali.

Auspico infine che sia dato il giusto sostegno al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, affinché possa continuare a svolgere in totale indipendenza il suo compito di valutazione e accertamento di un'emergenza sanitaria.

 
  
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  Robert Goebbels (S&D), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della relazione sulla valutazione della gestione dell’influenza H1N1. Ciononostante, desidero puntualizzare che la “gestione” si è di fatto rivelata l’ennesima resa al “principio di precauzione”, che impone di agire prima di riflettere adeguatamente. Il fatto che il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, pur dichiarando una minacciosa pandemia, abbia scelto di non vaccinarsi, è una significativa dimostrazione della discrepanza tra giudizio personale sulla gravità dell’epidemia e dichiarazioni pubbliche di coloro che occupano incarichi di responsabilità. Dopo la questione del sangue contaminato, nessun funzionario del settore sanitario pubblico è stato disposto ad assumersi alcun tipo di responsabilità.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto.(FR) La gestione dell’influenza H1N1 è stata estremamente istruttiva. In primo luogo, ci ha insegnato che cosa significhi sprecare denaro: il costo della cosiddetta influenza suina (ben 900 milioni di euro secondo la Corte dei Conti) non è stato dovuto al numero di decessi, dieci volte inferiore rispetto ai decessi causati dall’influenza stagionale. È pur vero che le 2 000 vittime in un anno, molte delle quali anziani o individui con patologie pregresse, non attirano molta attenzione perché poco esotiche.

Abbiamo inoltre imparato come camuffare una totale mancanza di discernimento con discorsi allarmisti e approssimativi. Sono state ordinate decine di milioni di dosi di vaccini ed è stato messo a punto quello che doveva essere un piano di vaccinazione di massa senza alcun buon senso. Le informazioni comunicate erano così esagerate e contraddittorie che i cittadini francesi, nutrendo legittimi sospetti, hanno ignorato le indicazioni loro fornite.

Si è sospettata una comunanza di interessi tra chi ha preso le decisioni a livello politico e chi ne ha beneficiato sul piano economico. Infine, l’influenza H1NI ci ha insegnato che, in Francia, nulla potrà indurre un ministro a dimettersi, per quanto sia incline all’errore, negligente e incompetente. Le faccende che quotidianamente coinvolgono il governo francese dimostrano che, da questo punto di vista, niente è cambiato.

 
  
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  Mathieu Grosch (PPE), per iscritto. (DE) Nel 2009 e nel 2010 vi è stata una mancanza di trasparenza nella gestione dell’influenza H1N1, per il quale l’Organizzazione mondiale della salute ha lanciato un’allerta pandemica. Questo è l’oggetto della “Relazione sulla valutazione della gestione dell’influenza H1N1 nel 2009-2010 nell’Unione europea”. Accolgo con particolare favore questa relazione perché dispone assoluta trasparenza rispetto ai farmaci utilizzati in caso di interventi sanitari urgenti e pandemie.

Gli Stati membri hanno seguito un approccio unilaterale nell’ordinazione e nell’impiego dei vaccini. In tale contesto, è fondamentale valutare la strategia per costituire riserve comuni di vaccini e collaborare per mettere a punto appalti pubblici comuni da parte degli Stati membri in futuro. È inoltre importate migliorare il coordinamento tra le autorità responsabili degli Stati membri e le agenzie europee.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE), per iscritto.(FR) Grazie agli emendamenti presentati dal mio gruppo (il gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano)), la relazione contiene proposte costruttive per aiutarci a trarre delle lezioni dalla crisi sanitaria causata dal virus H1N1, principalmente potenziando il coordinamento a livello europeo.

La relazione iniziale presentava una serie di imprecisioni e avrebbe potuto scoraggiare i cittadini dal vaccinarsi, mentre così come è stata adottata oggi cerca di ripristinare la fiducia dei nostri concittadini nella gestione delle crisi sanitarie. I professionisti del settore dovranno essere maggiormente coinvolti nella messa a punto e attuazione di strategie volte a prevenire e combattere le pandemie. Non possiamo più permettere che le campagne di vaccinazione siano segnate da un clima di confusione e sospetto.

È essenziale migliorare la comunicazione tenendo conto che i nuovi media e Internet favoriscono la circolazione di informazioni prive di base scientifica. Fortunatamente, l’influenza si è rivelata meno grave del previsto, ma sarebbe pericoloso sottovalutare il grado di imprevedibilità e la potenziale gravità di future pandemie.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho espresso voto favorevole per questa relazione perché l’Organizzazione mondiale della salute dovrebbe quanto prima rivedere la sua definizione di pandemia al fine di inserire la gravità della malattia nella sua classificazione dei livelli di pandemia, onde permettere risposte più appropriate. Nella risposta alle pandemie è necessaria una migliore cooperazione. Si rendono necessari un riesame dei piani di prevenzione, un chiarimento e, se del caso, un riesame dei ruoli e delle responsabilità dei principali operatori, una cooperazione rafforzata tra Stati membri al fine di assicurare una gestione coerente del rischio come reazione a una pandemia in conformità con il regolamento sanitario internazionale, nonché un coordinamento più adeguato tra gli Stati membri e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Occorre introdurre una procedura intesa a consentire agli Stati membri di effettuare acquisti raggruppati su base volontaria. I produttori devono assumersi la piena responsabilità in relazione alle indicazioni autorizzate per i loro prodotti e tale elemento va pienamente applicato dagli Stati membri in tutti gli appalti per la fornitura dei vaccini. I piani di prevenzione attuati a livello dell’Unione europea e degli Stati membri nell’evenienza di future pandemie di influenza devono essere rivisti onde conseguire maggiore efficacia e coerenza e renderli sufficientemente autonomi e flessibili per adattarsi nei tempi più brevi e caso per caso al rischio reale, in particolare sulla base di dati aggiornati e pertinenti. Mi trovo d’accordo con l’idea che le strategie di vaccinazione, per risultare proficue, debbano fare riferimento a tre premesse: efficacia del vaccino, rapporto positivo tra benefici e rischi del vaccino e concentrazione sui gruppi specifici a rischio.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Egregio Presidente, cari colleghi, ritengo che la risoluzione sulla valutazione della gestione dell'influenza H1N1 nel 2009-2010 nell'Unione europea metta bene in evidenza gli errori commessi e ponga, al contempo, le basi per una rinnovata ed efficace azione di gestione delle pandemie di influenza. Come è noto, la reazione dinanzi alla diffusione dell'influenza H1N1 si è rivelata esagerata rispetto alla reale dimensione assunta dalla stessa. Proprio per tale ragione, credo che i piani di prevenzione europei in caso di pandemia di influenza debbano essere rivisti al fine di ottenere risposte rapide, coerenti ed efficaci. In tale ottica, penso sia fondamentale procedere al rafforzamento della cooperazione e del coordinamento tra gli Stati membri, necessari per il raggiungimento di un approccio strategico al problema che assuma un vero carattere europeo. Inoltre ritengo utile, all'interno di questo percorso, così come evidenziato nel testo della risoluzione, il coinvolgimento, insieme agli operatori del settore farmaceutico, anche di esperti scientifici indipendenti e non legati da interessi di alcun tipo all'industria farmaceutica.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Mostrando consapevolezza della gravità dell’influenza H1N1 e dell’importanza della salute dei nostri concittadini, a mio parere questa relazione è particolarmente significativa perché mette in luce come gestire adeguatamente situazioni di questo genere. La gravità moderata di questa malattia è stata confermata nel 2009 dall’Organizzazione mondiale della salute e la diversità degli approcci impiegati dagli Stati membri si è tradotta in costi esorbitanti, vendita di vaccini prodotti con urgenza e un riesame della definizione di pandemia, tenendo in considerazione non solo criteri geografici, ma anche la gravità. Tali fattori sottolineano che è strettamente necessario adottare un approccio diverso: l’Unione europea necessita maggiore cooperazione, trasparenza e indipendenza nella gestione di tali situazioni.

 
  
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  Elżbieta Katarzyna Łukacijewska (PPE), per iscritto.(PL) Il tema dell’influenza figura ogni anno nell’agenda del Parlamento europeo e di numerosi parlamenti degli Stati membri. Ritengo che la relazione Rivasi adotti un approccio molto comprensivo al problema dell’influenza H1N1, esaminandolo da svariati punti di vista, tra cui cooperazione, indipendenza e trasparenza, che si riveleranno di vitale importanza in caso di future pandemie. A mio parere, l’Unione europea deve adottare misure attive e tempestive; ho quindi espresso voto a favore della relazione sulla gestione dell’influenza H1N1.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho espresso voto favorevole per questa relazione perché non conteneva alcun punto da obiettare. Alla luce dell’impatto limitato dell’influenza H1N1, mi sfugge tuttavia il perché il Parlamento abbia deciso di dedicarvi tempo e risorse.

 
  
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  Jiří Maštálka (GUE/NGL), per iscritto. (CS) Desidero ringraziare la relatrice per questo lavoro estremamente dettagliato e onesto, che lancia numerosi messaggi allarmanti. È fuor di dubbio che l’adozione di un approccio comune a livello europeo durante la pandemia abbia avvalorato il potenziale dell’azione comune, palesando tuttavia anche gravi debolezze, in particolare rispetto alla prevenzione, all’obiettività dei dati e all’acquisto di medicinali sicuri ed efficaci. Di recente, l’Unione europea ha dovuto fronteggiare per due volte il problema di pericolose infezioni virali, ma non si sono tratti i giusti insegnamenti da queste esperienze. Accolgo con favore le proposte riguardanti sperimentazioni più rigorose sui farmaci e l’insistenza sulla raccolta di dati obiettivi, nonché l’interesse a proteggere tutti i cittadini dell’Unione a prescindere dai sistemi sanitari nazionali. Ritengo molto importante la richiesta di finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo, assieme alla norma secondo la quale le aziende farmaceutiche avranno un ruolo consultivo, e non decisionale. Lo stesso principio si applica a studi e prove cliniche su vaccini e altri medicinali, che devono essere eseguiti indipendentemente dalle case farmaceutiche. Appoggio la richiesta di norme più severe per gli esperti e i consulenti che lavorano per le istituzioni europee. L’opinione pubblica deve essere informata con chiarezza e trasparenza, in maniera tale da non scatenare il panico, ma fornendo informazioni qualificate e comprensibili. In qualità di questore responsabile della salute dei membri del Parlamento europeo e dei dipendenti, desidero puntualizzare che le misure da noi adottate in relazione al Parlamento europeo sono state sicuramente efficaci, ma non poco dispendiose.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE), per iscritto. – Sulla base dei dati statistici riportati dalla presente relazione, la reazione di fronte alla diffusione dell'influenza H1N1 è stata effettivamente sproporzionata rispetto alla reale natura del fenomeno, generando, infatti, campagne di vaccinazione iper-costose in molti Stati membri. La relatrice ha ritenuto quindi opportuno sollevare questioni assai rilevanti, prime fra tutte quella riguardante la preponderante influenza delle case farmaceutiche. Urge, infatti, che gli studi sui medicinali antivirus siano indipendenti dalle aziende farmaceutiche. Le procedure di autorizzazione accelerate hanno dimostrato i loro limiti, perché non ci sono prove scientifiche disponibili e quindi si fa ancora ricorso ai dati diffusi dall'industria. C'è poi bisogno di una migliore cooperazione, per sollecitare un riesame dei piani di prevenzione e dei ruoli dei principali operatori, ed anche per permettere agli Stati membri di procedere ad acquisti raggruppati su base volontaria. L'OMS dovrebbe, quanto prima, rivedere la sua definizione di pandemia, per includere così anche la "severità" del virus nella sua classificazione. A tal proposito, è necessario che il vaccino sia efficace, presenti un rapporto positivo tra rischi e benefici e sia mirato ai gruppi veramente a rischio. Infine, occorre evitare ogni conflitto d'interessi, perché essi possono generare, immediatamente nell'opinione pubblica, sospetti di indebite pressioni.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Questa relazione ha il pregio di condannare la mancanza di trasparenza dell’Agenzia europea per i medicinali nonché i legami tra le case farmaceutiche e i gli esperti che si occupano di vaccini e antivirali. È dunque un peccato che non chieda una sospensione delle attività dell’agenzia fino all’attuazione di una vera riforma di portata globale. Esprimo voto favorevole per incoraggiare la relatrice a osare di più nella prossima occasione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La gestione dell’influenza H1N1 all’interno dell’Unione europea ha palesato una serie di problemi relativi soprattutto alla reale gravità e diffusione della malattia; la reazione degli Stati membri è stata sproporzionata ed estremamente dispendiosa, se raffrontata ai decessi registrati ogni anno per via dell’influenza stagionale e ai fondi impiegati dagli Stati membri per combatterla. Dall’analisi della gestione dell’influenza H1N1 in Europa emerge un problema fondamentale: l’assenza di valutazioni indipendenti da parte delle autorità sanitarie nazionali ed europee e una conseguente incapacità di adattare le misure di sanità pubbliche ai reali dati clinici ed epidemiologici a disposizione nel modo migliore e con tempestività. Si rendono dunque necessari dei cambiamenti nella gestione di futuri casi di pandemia per evitare di diffondere il panico tra i cittadini e farsi carico di costi inutili.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (EN) La presente relazione valuta la gestione dell’influenza H1N1 nel 2009-2010 nell’Unione europea e mette in luce degli elementi da migliorare: cooperazione, indipendenza e trasparenza nella gestione di future crisi pandemiche, in particolare attraverso una migliore applicazione delle competenze del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie.

Una sola valutazione è tuttavia insufficiente; non ho notato nuovi sviluppi sul piano di reazioni rapide ed efficaci alle epidemie e neppure un riferimento alle misure preventive. Come sempre la relazione è vaga e poco specifica ma, in mancanza di relazioni alternative, ho espresso voto favorevole.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Nel 2009 l’influenza da virus A/H1N1 ha causato meno decessi dell’influenza stagionale. Pur riconoscendo la scarsa gravità dell’influenza H1N1, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato il livello 6 di allerta, cioè il più elevato. Per far fronte ai propri obblighi nei confronti della popolazione, gli Stati membri dell’Unione europea hanno investito migliaia di milioni di euro per combattere un’epidemia di influenza con un potenziale di rischio di gran lunga inferiore rispetto all’influenza stagionale. I mezzi di informazione, dal canto loro, hanno contribuito a diffondere il panico. Quando una pandemia ritenuta pericolosa si rivela in realtà una tempesta in un bicchier d’acqua, si corre il preoccupante rischio che gli allarmi futuri non vengano presi sul serio. Ciò dimostra chiaramente la necessità che l’OMS riesamini i criteri di definizione di pandemia.

Ovviamente, buona cooperazione e acquisti comuni risultano vantaggiosi in caso di pandemia, consentendo di ottenere riduzioni dei prezzi. Ci troviamo però a fronteggiare un enorme problema se l’autorizzazione di nuovi medicinali viene velocizzata per affrontare una falsa pandemia. Non si è tenuto in considerazione il ruolo dei mezzi di informazione e delle case farmaceutiche nell’alimentare il panico; per questo motivo, ho deciso di astenermi.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della risoluzione perché è difficile prevedere la gravità e l’evoluzione di una pandemia e spesso in questi casi si adottano misure sproporzionate. Si rende quindi necessario dedicare maggiore impegno al fine di garantire cooperazione, indipendenza e trasparenza. Anzitutto, i piani di prevenzione attuati a livello dell’Unione europea e degli Stati membri nell’evenienza di future pandemie di influenza devono essere rivisti seguendo un approccio coerente, per renderli flessibili e facilmente adattabili ogniqualvolta vi sia il rischio di una pandemia di influenza. Dobbiamo inoltre promuovere la cooperazione e il coordinamento delle azioni a livello internazionale e regionale, al fine di assicurare un’adeguata gestione del rischio e una reazione tempestiva al rischio di pandemia. Sono convinto che si debbano assegnare più risorse alla ricerca e allo sviluppo, in particolare con un incremento degli investimenti destinati alla valutazione e all’anticipazione dell’impatto di un virus influenzale. È importante garantire che gli accordi preventivi di acquisto e le consegne si svolgano con trasparenza, riducendo così la corruzione. Dobbiamo porre dei limiti al potere delle case farmaceutiche, non solo nell’ambito della distribuzione ma anche nello svolgimento di studi su vaccini e farmaci antivirali. Gli esperti scientifici dovrebbero dichiarare pubblicamente di non avere alcun interesse finanziario o di altro natura nell’industria farmaceutica.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Ho espresso voto favorevole per la relazione sulla valutazione della gestione dell’influenza H1N1 nel 2009-2010 nell’Unione europea. In molti paesi, compresa la Grecia, si è registrato un calo di attenzione da parte delle istituzioni e dello Stato al diminuire del clamore suscitato dal problema. Nonostante il dibattito si sia fermato, il virus non solo continua a esistere, ma si dimostra più mortale che in passato: in Grecia, per esempio, di recente si è registrato un incremento dei casi e dei decessi, ormai superiori a 100. La causa principale è stata la carenza di informazioni: pensando che il pericolo fosse ormai passato, i soggetti più vulnerabili, come i malati cronici, non hanno chiesto di essere vaccinati come invece avrebbero dovuto.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) La relazione sulla gestione dell’influenza H1N1 nell’Unione europea nel 2009-2010 mette in luce il basso livello di gravità, in termini statistici, della malattia nella regione europea (sul piano umano, ogni decesso è una perdita irreparabile). Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, in Europa l’influenza H1N1 del 2099 ha causato 2 900 decessi, un dato più basso delle stime ufficiali della Commissione europea relative ai decessi causati dalla sola influenza stagionale. I dati risultano inoltre nettamente inferiori rispetto alla previsioni più ottimistiche dei servizi sanitari degli Stati membri dell’Unione europea. Accettando la soglia di allerta massima dichiarata dall’Organizzazione mondiale per la salute (OMS), gli Stati membri e le istituzioni europee hanno attuato una serie di misure assai costose e sproporzionate rispetto alla gravità della patologia. Alla luce della raccomandazione dell’OMS, ritengo però che non si sarebbe potuto agire diversamente. Si rende comunque necessaria un’ulteriore riflessione sul caso e concordo con la relatrice sulla necessità di una maggiore cooperazione tra gli Stati membri, una maggiore indipendenza e una maggiore trasparenza, specie rispetto alla valutazione del rapporto tra costi e benefici delle misure più dispendiose.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (EN) Secondo la relazione, è necessaria una migliore cooperazione in risposta alle pandemie nonché un riesame dei piani di prevenzione adottati nell’Unione europea e negli Stati membri. Si sottolinea inoltre la necessità di una cooperazione rafforzata tra gli Stati membri e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (CEPCM) e si chiede all’Organizzazione mondiale per la salute di riesaminare la propria definizione di pandemia tenendo in considerazione la diffusione geografica e la gravità. Si invita il CEPCM a esercitare le proprie competenze in quanto agenzia indipendente per valutare e comunicare la gravità del rischio di infezione all’interno dell’Unione europea, presentando raccomandazioni sulle migliori pratiche in settori quali le tecniche di gestione della crisi, la vaccinazione e le strategie di comunicazione. Inoltre la relazione chiede una valutazione delle strategie di vaccinazione contro l’influenza raccomandate nell’Unione europea e applicati negli Stati membri, comprendente l’efficacia dei vaccini, il rapporto tra i benefici e i rischi e i principali gruppi di destinatari in un’ottica di impiego sicuro ed efficace, la comunicazione da parte degli Stati membri alla Commissione di dati quali il numero di dosi di vaccini acquistate ed effettivamente utilizzate, il numero di casi di infezione da virus H1N1 e il numero di decessi, ecc. L’Unione europea deve potenziare la cooperazione, l’indipendenza e la trasparenza nella gestione di future pandemie.

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE), per iscritto. – Mi congratulo per l'ottimo lavoro svolto dall'on. Rivasi. Questa relazione è un tentativo importante di evidenziare i dubbi che sono stati sollevati sulla risposta sproporzionata all'influenza suina in Europa, così come sulla potenziale influenza delle case farmaceutiche sulle azioni intraprese.

Valuto criticamente la risposta dell'Unione nel 2009-2010 alla cosiddetta influenza suina, il virus H1N1. Suggerisco, per il futuro, acquisti di gruppo di vaccini per risparmiare e regole più efficaci per evitare conflitti d'interesse, attraverso ad esempio la pubblicazione della dichiarazione d'interessi degli esperti che sono consulenti delle autorità sanitarie europee. A tal proposito, ricordo che secondo la legislazione europea, la responsabilità per i vaccini rimane alle case produttrici e non ai governi nazionali.

Inoltre, chiedo all'Organizzazione mondiale per la sanità di rivedere la definizione di "pandemia" e di tenere conto anche della gravità della malattia e non solo della diffusione geografica del virus. Al fine di dotare l'Unione di una propria capacità di prevenzione dei rischi di pandemia, si deve garantire al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie il sostegno necessario per eseguire tale compito in totale indipendenza.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Oggi il Parlamento europeo ha messo in luce la reazione sproporzionata all’epidemia di influenza suina in Europa. Gli Stati membri hanno speso migliaia di milioni di euro per i vaccini, autorizzati in tutta fretta nonostante la gravità moderata del virus. Come è noto, le risorse assegnate alla sanità spesso scarseggiano e vi sono questioni molto più importanti che l’assegnazione di sussidi alle grandi aziende farmaceutiche. I membri del Parlamento europeo oggi hanno chiesto un riesame dei meccanismi di reazione sanitaria dell’Unione europea. I piani di prevenzione dovrebbero essere resi sufficientemente autonomi e flessibili per adattarli nei tempi più brevi ai rischi reali. Si dovrebbe garantire una totale trasparenza della valutazione dei medicinali, pubblicando tutte le dichiarazioni di interessi per consentire un’indagine pubblica su potenziali conflitti di interesse. Nella reazione all’epidemia di influenza suina l’Unione europea ha seguito acriticamente l’Organizzazione mondiale della salute: chiaramente questo deve cambiare. Il Parlamento europeo ha chiesto una valutazione dei rischi significativa da parte dell’Unione e l’assegnazione al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie di risorse adeguate per eseguire tutti i suoi compiti, non ultimo la valutazione della gravità del rischio di infezione.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Nonostante la virulenza dell'influenza A/H1N1 in Europa non sia stata particolarmente aggressiva, questo virus sino ad oggi ha causato ben 4 700 decessi.

La relazione pubblicata dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie rileva che, nella gestione del virus, l'Unione europea è stata incapace di adattarsi rapidamente alle misure mediche necessarie a circoscrivere le infezioni. Questo è in gran parte da imputare alle strategie di prevenzione adottate nei vari Stati membri, pianificate d'intesa con l'OMS anni fa senza aver mai più ricevuto aggiornamenti sostanziali.

Per evitare che situazioni del genere possano ripresentarsi, anche considerando le aspre critiche ricevute per le modalità di distribuzione dei vaccini, è soprattutto in questa direzione che bisognerà concentrare gli sforzi in futuro, ottimizzando le procedure di autorizzazione per l'immissione sul mercato di medicinali destinati alla reazione a crisi sanitarie.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. – Siamo favorevoli alla relazione di iniziativa, in quanto ci siamo tutti accorti che l'eccesso di allarmismo legato alla presunta pandemia di influenza aviaria è costato all'UE circa 10 volte di più della normale campagna antinfluenzale.

L'aver accettato l'allarme dell'OMS senza agire in modo indipendente tramite analisi su costi e rischi effettuate dalle agenzie europee ECDC ed EMA, ci ha portato a campagne di vaccinazione costose quanto inutili ed in particolare a spingere la popolazione ad acquistare quantitativi spropositati di materiale sterile usa e getta e sostanze disinfettanti. Alla fine il risultato in termini di decessi, che è quello che più deve interessare il legislatore, è stato addirittura inferiore a quello di una normale influenza stagionale.

È quindi indispensabile che entro sei mesi la Commissione informi il Parlamento con un'analisi dettagliata dei costi-benefici e di come intenda porsi in futuro per analoghe situazioni. Occorre che l'OMS riveda la definizione di pandemia, in modo da tenere conto sia dell'estensione geografica sia della gravità dell'infezione.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto. (EN) Ho appoggiato questa relazione che valuta la gestione dell’influenza H1N1 e chiede un meccanismo di acquisto comune dei vaccini. È importante imparare dai casi di epidemie già affrontati per garantire una maggiore protezione in futuro.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Ho espresso voto favorevole sulla relazione dopo che accuse ed errori di valutazione sono stati in una certa misura smorzati per intervento della Commissione. La relazione muove delle critiche e indica strategie mediante le quali l’Unione europea potrà organizzarsi meglio in futuro disponendo più azioni comuni per prevenire eventuali pandemie.

 
  
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  Marina Yannakoudakis (ECR), per iscritto. (EN) Sebbene il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei sia favorevole al potenziamento della comunicazione e della cooperazione tra gli Stati membri in relazione a minacce sanitarie come le epidemie, la relazione sull’influenza H1N1 fornisce indicazioni errate sui dati riguardanti questa malattia e sulle precauzioni da adottare nell’eventualità di future epidemie. La relazione contiene diversi elementi discutibili e una motivazione che potrebbe determinare una valutazione fallace dell’influenza H1N1, del suo impatto sulla società europea e dei piani di reazione dei governi nazionali. Riteniamo che le misure raccomandate agli Stati membri in caso di epidemie (dall’acquisto dei vaccini alla comunicazione dei dati agli organi europei) siano poco lungimiranti e non risolvano i principali problemi associati all’influenza H1N1 o a future pandemie.

Inoltre la relazione attribuisce la responsabilità dei vaccini ai produttori, una misura che potrebbe ostacolare la fornitura dei vaccini e creare confusione nell’assegnazione delle responsabilità. Inoltre, il dossier cerca di ampliare il mandato del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (CECPM) e il suo rapporto con gli Stati membri, una misura indesiderabile perché potrebbe determinare un incremento dei fondi assegnati al CEPCM. Per questi motivi, il gruppo ECR ha espresso voto contrario sulla relazione.

 
  
  

Relazione Ayala Sender (A7-0048/2011)

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Accolgo con favore l’esito positivo del voto in commissione sulla nomina di Harald Wögerbauer a membro della Corte dei conti, alla luce della valutazione positiva del suo curriculum vitae e delle risposte fornite per iscritto al questionario fornito ai candidati per l’incarico in questione.

 
  
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  Catherine Grèze (Verts/ALE), per iscritto.(FR) Oggi cade il centenario della Giornata internazionale della donna: ho espresso voto contrario alla nomina di Harald Wögerbauer perché la presenza femminile all’interno della Corte dei conti europea è insufficiente.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Concordo sulla proposta perché Harald Wögerbauer soddisfa le condizioni stabilite all’articolo 286, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea ed è stato espresso parere positivo sulla proposta di nominarlo membro della Corte dei conti.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho deciso di astenermi dal voto sulla nomina di Harald Wögerbauer a membro della Corte dei conti in considerazione di quanto riferitomi dai colleghi sulla scarsa chiarezza nello svolgimento del suo incarico presso la Corte dei conti austriaca.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La Corte dei conti riveste un ruolo di supervisione, attraverso la verifica della legalità e regolarità di entrate e uscite dell’Unione europea e il controllo della buona gestione finanziaria, operando in totale indipendenza. La nomina dei membri deve quindi basarsi sui due criteri di competenza e indipendenza. Su iniziativa del Consiglio, Harald Wögerbauer è stato proposto per l’incarico presso la Corte dei conti. Ha presentato il suo curriculum vitae, risposto a un questionario scritto e sostenuto un colloquio con la commissione per il controllo dei bilanci. Ha addotto argomentazioni valide per motivare la sua nomina a membro della Corte dei conti svolgendo i suoi doveri con competenza e indipendenza.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) In conseguenza delle riforme costituzionali richieste dal trattato di Lisbona nel 2010, i partiti di governo austriaci hanno introdotto una sorta di procedura standardizzata di nomina per alcuni incarichi presso l’Unione europea. A quanto pare, una serie di incarichi importanti mancano dall’elenco contenuto nell’articolo 23, paragrafo c, della Costituzione federale austriaca, secondo il quale le decisioni sugli incarichi senior dovrebbero essere comunicate almeno al Presidente austriaco e il governo federale dovrebbe cercare di raggiungere un accordo con il Nationalrat (Consiglio nazionale austriaco) sulle nomine. Harald Wögerbauer, direttore politico del gruppo parlamentare dell’Österreichische Volkspartei (Partito popolare austriaco), diventerà membro del Comitato esecutivo della Corte dei conti europea. A quanto pare, Harald Wögerbauer soddisfa i requisiti tecnici. Poiché tuttavia l’ Österreichische Volkspartei sembra assumere una linea autonoma rispetto alle decisioni sugli incarichi a livello europeo, violando i principi democratici e contravvenendo ai continui appelli alla trasparenza nelle nomine comunitarie, ho deciso di astenermi dal voto.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho espresso voto favorevole per la relazione sulla nomina di Harald Wögerbauer a membro della Corte dei conti. Tutti i dati presentati, sui quali ho basato la mia decisione, indicano che le condizioni stabilite all’articolo 286, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea sono soddisfatte, in particolare quelle riguardanti le garanzie di indipendenza. Accolgo dunque con favore la nomina di Harald Wögerbauer a membro della Corte dei conti.

 
  
  

Relazione Rivellini (A7-0023/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Esprimo voto favorevole per questa relazione perché è necessario trasporre le diverse raccomandazioni adottate dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM), e già operative nei paesi aderenti alla CGPM, in un singolo atto legislativo europeo. La semplificazione è necessaria per evitare la stesura di regolamenti annuali ai fini dell’adeguamento normativo, come è avvenuto in passato.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della relazione. L’obiettivo della politica comune della pesca (PCP) è garantire uno sfruttamento sostenibile delle risorse biologiche marine e un elevato livello di protezione dell’ecosistema. La Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) è stata istituita nel 1949 con un accordo internazionale e la Comunità europea ne è parte aderente. La CGPM riveste un ruolo importante nell’attuazione dei principali obiettivi della politica della pesca, la promozione dello sviluppo, della conservazione e della gestione delle risorse biologiche marine, la formulazione e raccomandazione di misure di conservazione e la promozione di progetti cooperativi di formazione. Poiché le raccomandazioni adottate dalla CGPM sono vincolanti per le sue parti contraenti e la Comunità è una di esse, le disposizioni dell’accordo devono essere trasposte nel diritto comunitario garantendo la coerenza e l’applicazione di questa politica.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore di questo documento che tende a unire in un solo atto legislativo comunitario talune misure decise dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo. Fino ad oggi, infatti, la Comunità europea ha adottato regolamenti annuali ai fini dell´adeguamento normativo, mentre con tale relazione si procede verso quella semplificazione burocratica e amministrativa che è uno degli obiettivi dell'Unione europea.

Il documento ha poi il merito di porre chiarezza anche su taluni aspetti prettamente tecnici: stabilisce ad esempio chiare misure di restrizione di pesca nel golfo del Leone e fissa la dimensione minima di maglia delle reti nel Mediterraneo e nel mar Nero, al contempo si proibisce l'uso di draghe trainate e reti da traino a più di 1 000 metri di profondità. Condivido infine l'emendamento 27 con cui si stabilisce di stilare ogni anno un elenco delle navi di lunghezza fuori tutto superiore ai 15 metri autorizzate a pescare nella zona CGPM tramite il rilascio di una autorizzazione di pesca.

 
  
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  Antonio Cancian (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato in favore di questa relazione perché ritengo che sia un positivo passo avanti in un settore economico cruciale per l'Europa come quello della pesca. Ritengo che qualsiasi intervento da parte dell'Unione europea in materia debba sempre partire dall'analisi delle necessità che emergono dalle realtà locali che da questa attività dipendono, spesso caratterizzate dalla presenza di piccole e medie imprese, fondamentali per l'economia e la società.

Nel Mediterraneo moltissime aree presentano queste caratteristiche, perciò è di grande importanza che le proposte legislative che intendono occuparsi della pesca in questa zona siano chiaramente ispirate al rispetto del principio di sussidiarietà, per non rischiare di compromettere l'intero sistema. Sono inoltre fermamente convinto che sia indispensabile soprattutto proteggere le piccole e medie imprese che operano nel settore, coinvolgendole nel processo decisionale e fornendo loro il massimo sostegno possibile, perché costituiscono realtà molto difficili da riqualificare. Norme che non tengano conto di queste peculiarità potrebbero danneggiare irreparabilmente i mercati più piccoli, costringendoli ad una riconversione in altro ambito che appare molto complessa da realizzare.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. – (PT) Concordo con il progetto di risoluzione legislativa sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relative a talune disposizioni per la pesca nella zona coperta dall’accordo CGPM (Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo). Per scongiurare l’usurpazione dei poteri del Parlamento, si dovrebbe eliminare dalla proposta l’articolo 28, secondo il quale le disposizioni del regolamento dovrebbero essere emendate seguendo una procedura di comitato e riducendo così il ruolo del Parlamento a semplice destinatario di informazioni inviate dalla Commissione e relative alle procedure del comitato di gestione.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. – (PT) Ho votato a favore della relazione sulla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) perché è volta a trasporre le raccomandazioni adottate dalla CGPM, e già operative nei paesi aderenti, in un singolo atto legislativo europeo.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. – (PT) La Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) ha adottato una serie di raccomandazioni in occasione delle sessioni annuali. La presente proposta tende semplicemente a trasporre talune raccomandazioni adottate in un singolo atto legislativo europeo, al quale possono essere aggiunte le future raccomandazioni. Il contenuto delle raccomandazioni adottate dalla CGPM e gli obblighi da esse derivanti sono spesso del tutto o in parte coperti dalla normativa comunitaria già adottata e si rende dunque necessario trasporre solo gli aspetti che differiscono. Il regolamento votato si applica alle attività commerciali di pesca e acquacoltura effettuate da navi dell’Unione europea e da cittadini degli Stati membri nella zona coperta dall’accordo CGPM. Non si applica alle operazioni di pesca effettuate a scopo di ricerca scientifica con l’autorizzazione e sotto l’autorità di uno Stato membro; in tal caso, solo la Commissione europea e gli Stati membri nelle cui acque è previsto lo svolgimento dell’attività devono essere informati in anticipo. Ritengo che la proposta della Commissione possa entrare in contrasto con i poteri del Parlamento rispetto all’argomento in questione; in particolare, l’articolo 28 deve essere modificato in modo da garantire l’effettiva partecipazione di questa Assemblea ai futuri emendamenti al regolamento e il rispetto delle prerogative parlamentari.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La presenta proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio è mirata alla trasposizione di alcune raccomandazioni adottate dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM). La conversione di questo accordo in un singolo atto legislativo europeo rappresenta un significativo passo avanti perché consente di migliorare il controllo della catture di specie di pesca all’interno delle acque coperte, nonché la cooperazione, l’informazione e la comunicazione tra la Commissione europea, gli Stati membri e il segretariato esecutivo della CGPM. Poiché elimina la necessità di regolamenti annuali e le raccomandazioni sono già operative nei paesi aderenti alla CGPM, tale iniziativa equivale a una semplificazione delle procedure che considero lodevole e sostengo con forza, desideroso che venga attuata con successo.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Riconosciamo e ammettiamo l’importanza della cooperazione multilaterale volta a promuovere la conservazione e gestione adeguate delle risorse biologiche marine, il tema del presente accordo. La proposta di regolamento contiene tuttavia una disposizione che consideriamo inaccettabile e che abbiamo tentato di emendare proponendo l’eliminazione di un paragrafo dell’articolo 28. Alla luce della bocciatura dell’emendamento da parte della maggioranza, abbiamo espresso voto contrario sulla proposta di regolamento finale, che mira a conferire alla Commissione la facoltà di adottare atti delegati che potrebbero interessare un’area appartenente alla zona economica esclusiva (ZEE) di uno Stato membro. L’area cui faccio riferimento è il rilievo sottomarino Eratostene, che appartiene alla ZEE della Repubblica di Cipro. Questa facoltà è in conflitto con la sovranità della Repubblica di Cipro, specie perché l’area in questione è estremamente sensibile dal punto di vista politico, essendo contesa illegalmente da un paese terzo candidato all’ingresso nell’Unione europea.

Il fondale di questa area è dotato di risorse naturali che la Repubblica di Cipro ha il legittimo diritto di sfruttare, conformemente alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Rispetto a tale materia, le competenze dell’Unione europea dovrebbero limitarsi a questioni relative alla politica comune della pesca.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Abbiamo sempre attribuito la massima importanza alla cooperazione multilaterale volta a promuovere la conservazione e gestione adeguate delle risorse biologiche marine, il tema del presente accordo.

La proposta di regolamento contiene tuttavia una disposizione che consideriamo inaccettabile e che abbiamo tentato di emendare proponendo l’eliminazione di un paragrafo dell’articolo 28. Poiché la maggioranza ha bocciato l’emendamento, abbiamo espresso voto contrario sulla proposta di regolamento finale.

La sovranità della Repubblica di Cipro viene messa in discussione, ancor più perché l’area in questione è estremamente sensibile dal punto di vista politico, essendo contesa illegalmente da un paese terzo candidato all’ingresso nell’Unione europea. Il fondale di questa area è dotato di risorse naturali che la Repubblica di Cipro ha il legittimo diritto di sfruttare, conformemente alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Rispetto a tale materia, le competenze dell’Unione europea dovrebbero limitarsi a questioni relative alla politica comune della pesca.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Appoggio il documento, dato che le principali funzioni della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) sono la promozione dello sviluppo, della conservazione e della gestione delle risorse biologiche marine e la promozione di progetti cooperativi di formazione. La presente proposta di regolamento intende semplicemente trasporre talune raccomandazioni adottate dalla CGPM, e già operative nei paesi aderenti, in un singolo atto legislativo comunitario. Ciò costituirebbe un passo importante verso la semplificazione, dato che fino ad oggi la Comunità europea ha solamente adottato regolamenti annuali ai fini dell’adeguamento normativo. La proposta prevede una serie di soluzioni interessanti: per quanto riguarda gli attrezzi di pesca, per esempio, la proposta di regolamento specifica la dimensione minima di maglia delle reti da impiegare nel Mediterraneo (articolo 15) e nel Mar Morto (articolo 16) e proibisce l’uso di draghe trainate e reti da traino a più di 1 000 metri di profondità (articolo 17). Prevede inoltre disposizioni da applicare a navi che effettuano attività di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (pesca INN).

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho espresso voto a favore della relazione sulla pesca nella zona coperta dall’accordo CGPM (Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo). La presente proposta di regolamento tende semplicemente a trasporre talune raccomandazioni adottate dalla CGPM, e già operative nei paesi aderenti, in un singolo atto legislativo comunitario al quale possono essere aggiunte le future raccomandazioni mediante modifiche dello stesso. Ciò costituirebbe un passo importante verso la semplificazione, dato che fino ad oggi la Comunità europea ha solamente adottato regolamenti annuali ai fini dell’adeguamento normativo.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE), per iscritto. L'appartenenza dell'Unione Europea alla Commissione generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM) va incontro a un importante punto di svolta con la presente proposta di regolamento. Essa si rivela di estremo interesse, infatti, nel prevedere la trasposizione di talune raccomandazioni adottate dalla CGPM in un singolo atto legislativo comunitario. Tale atto costituisce uno strumento giuridico sicuramente più stabile dell'attuale e permette di aggiungere delle future raccomandazioni solo tramite una modifica dell'atto legislativo stesso. Esso rappresenta una tappa fondamentale per il miglioramento della certezza del diritto e contribuisce anche alla semplificazione normativa. Al di là della rilevanza di disposizioni riguardo ad una dimensione minima di maglia delle reti di pesca, l'articolo 28 della presente proposta di regolamento mette invece in dubbio le prerogative del Parlamento. Esso, infatti, prevede che le disposizioni contenute nel regolamento possano essere modificate secondo la "procedura di comitatologia", con cui la Commissione viene assistita da comitati di gestione, presieduti da un rappresentante della Commissione e composti da rappresentanti degli Stati membri. Ciò priverebbe, in effetti, il Parlamento delle sue competenze, ragion per cui sembra auspicabile che la Commissione agisca per atti delegati, con possibilità di revoca di delega di poteri da parte del Parlamento o del Consiglio.

 
  
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  Barbara Matera (PPE), per iscritto. – Condivido con il relatore la necessità di semplificare la regolamentazione in materia di pesca, addivenendo ad un regolamento che possa recepire, in un unico strumento, le raccomandazioni adottate dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo.

Condivido anche gli obbiettivi ed i principi applicati nella politica comune della pesca, ma credo che occorra garantire in tutti gli Stati membri costieri un giusto equilibrio tra valore socioeconomico e tutela degli ecosistemi, ovvero credo si debba rivendicare, nel rispetto di un principio generale, anche la tutela degli interessi particolari delle comunità locali.

Il regolamento n. 1967/2006 impone con minuzia gli attrezzi autorizzati alla pesca nelle acque della zona CGPM, nel nostro caso particolare, nel Mediterraneo. Bene, onorevoli colleghi, faccio presente, in questa sede, che l’obbiettivo della salvaguardia dei nostri habitat naturali comporta talvolta, così come previsto nella regolamentazione attuale, gravi ripercussioni per alcune comunità di pescatori.

L’Italia, a tal proposito, è in attesa, da parte della Commissione, di una deroga al divieto di fatto della pesca di due specie, che costituiscono il prodotto principale di una vasta marineria. Vorrei sensibilizzare, pertanto, tutti i rappresentanti dei 27 Stati membri e, per loro tramite, la Commissione, a considerare l’opportunità di rendere tali strumenti meno rigidi di fronte alle necessità di sopravvivenza di un comparto ittico locale.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) La Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) è stata istituita nel 1949 con un accordo internazionale. La sua zona di competenza abbraccia il Mediterraneo, il Mar Nero e le acque adiacenti, con funzioni come la promozione dello sviluppo, della conservazione e della gestione delle risorse biologiche marine, la formulazione e raccomandazione di misure di conservazione e la promozione di progetti cooperativi di formazione. La presente proposta di regolamento ha lo scopo di trasporre talune raccomandazioni adottate dalla CGPM, e già operative nei paesi aderenti, in un singolo atto legislativo dell’Unione europea, cui possono essere aggiunte le future raccomandazioni mediante modifiche dello stesso.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (EN) La relazione è finalizzata a favorire la trasposizione di svariate raccomandazioni adottate dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) e vertenti su misure tecniche. Una di queste, l’articolo 28 (procedura di emendamento), è fonte di preoccupazione per la commissione per la pesca perché è una disposizione molto dubbia: potrebbe infatti mettere a rischio le prerogative del Parlamento e l’attuale equilibrio istituzionale accrescendo le competenze di esecuzione conferite alla Commissione, al punto che tutti i futuri emendamenti al regolamento rientrerebbero tra le prerogative della Commissione stessa. La commissione per la pesca propone quindi l’eliminazione dell’articolo 28. Sembrerebbe che la Commissione non abbia sufficiente familiarità con il trattato di Lisbona e che alcuni funzionari abbiano il desiderio di prendere decisioni che dovrebbero, di fatto, competere al Parlamento. Ciò non può essere consentito. Ho espresso voto favorevole perché ritengo che con questa impudenza la Commissione abbia passato il segno.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione perché la pesca, specie nel Mediterraneo, non è una semplice attività economica, ma appartiene alla cultura e allo stile di vita. Intere regioni vivono di pesca e si rende quindi necessario dedicare particolare attenzione a questa attività, tenendo conto che la pesca nel Mediterraneo presenta più specificità che altrove e dovrebbe essere regolamentata da misure specifiche. A mio parere, è consigliabile trasporre le varie raccomandazioni adottate dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) in un singolo atto legislativo comunitario, dato che si tratta di raccomandazioni già in vigore. Sarebbe inoltre auspicabile elaborare misure tecniche volte a rafforzare le restrizioni alle attività di pesca all’interno del Golfo del Leone, disporre un inasprimento dei requisiti relativi alle reti ed emettere autorizzazioni per le attività di pesca.

Condivido che le imbarcazioni autorizzate alla pesca della lampuga siano soggette a normative più severe e al divieto di utilizzare draghe trainate e reti da traino a più di 1 000 metri di profondità. Sarebbe inoltre consigliabile regolamentare le misure di controllo, prevedendo la possibilità di effettuare ispezioni durante le operazioni di sbarco e trasbordo sulle navi dei paesi terzi, e conferire agli Stati membri la facoltà di vietare l’utilizzo dei loro porti a imbarcazioni di paesi terzi. Mi compiaccio di questa proposta di cooperazione attiva e scambio di informazioni con la CGPM.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – Cari colleghi, ho votato a favore della relazione del collega Rivellini perché concordo pienamente con l'importanza di giungere ad una semplificazione normativa delle regolamentazioni dell'Unione. La relazione offre la possibilità di convogliare tutte le raccomandazioni della Commissione per la Pesca nel Mediterraneo in un unico testo legislativo europeo, facilitando il cittadino nell'accesso alle documentazioni e facilitando gli organi competenti in eventuali modifiche future. Credo che l'attività di semplificazione normativa per il cittadino e gli operatori del settore sia un dovere, che noi, in quanto legislatori, dobbiamo compiere in modo rapido ed attento per permettere loro di comprendere le opportunità che l'Unione europea mette a disposizione, ma soprattutto per eliminare il fardello burocratico che tanti costi aggiuntivi presenta.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) La Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) è stata istituita nel 1949 con un accordo internazionale. La zona coperta dall’accordo abbraccia il Mediterraneo, il Mar Nero e le acque adiacenti. Le principali funzioni della CGPM sono la promozione dello sviluppo, della conservazione e della gestione delle risorse biologiche marine, la formulazione e raccomandazione di misure di conservazione e la promozione di progetti cooperativi di formazione. La presente proposta di regolamento tende semplicemente a trasporre talune raccomandazioni adottate dalla CGPM, e già operative nei paesi aderenti, in un singolo atto legislativo comunitario, al quale possono essere aggiunte le future raccomandazioni mediante modifiche dello stesso. Le disposizioni del regolamento rientrano nelle materie di norma regolamentate da queste organizzazioni. Il Titolo II (misure tecniche) verte sulle restrizioni alle attività di pesca e alle reti da pesca utilizzabili; il Titolo III è incentrato sulle ‘misure di controllo’, come obblighi di rendicontazione, ispezioni, eccetera; il Titolo IV regola la cooperazione e gli obblighi di informazione e rendicontazione, affinché la Commissione e gli Stati membri possano cooperare e scambiare informazioni con il segretariato esecutivo della CGPM.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Ho votato a favore di questa risoluzione perché ritengo che l'attività normativa svolta dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo sia stata essenziale nell'ottica di raggiungere un livello di pesca sostenibile nel Mare Nostrum.

Le ultime statistiche sugli stock ittici del Mediterraneo rilevano che oltre il 54 per cento di quelli analizzati è sottoposto ad eccessivo sfruttamento. Per questo motivo è una priorità intervenire dal punto di vista legislativo per tutelare l'ambiente marino, riportando a livelli sostenibili l'utilizzo degli stock ittici. Ora sarà importante una piena collaborazione degli Stati membri che, nel più breve tempo possibile, dovranno recepire le nuove norme, prevedendo sanzioni adeguate nei confronti di chi non dovesse rispettarle.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione mirata alla semplificazione delle intese attuali sulle attività di pesca all’interno della zona coperta dall’accordo CGPM (Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo).

 
  
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  Niki Tzavela (EFD), per iscritto. (EL) La Comunità europea e la Grecia appartengono alla zona coperta dall’accordo della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM). La proposta di regolamento relativa a talune disposizioni per la pesca nella zona coperta dall’accordo CGPM è volta alla trasposizione di alcune proposte adottate dalla CGPM, e già operative nei paesi aderenti, in un singolo atto legislativo comunitario. Ho espresso voto a favore di questa proposta di risoluzione perché ritengo che le misure di controllo suggerite consentiranno di proteggere l’ambiente naturale, a beneficio di tutte le parti aderenti alla CGPM.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a talune disposizioni per la pesca nella zona coperta dall’accordo CGPM (Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo). La trasposizione delle raccomandazioni adottate in un singolo atto legislativo comunitario semplificherà la gestione amministrativa e favorirà una maggiore efficienza, due aspetti da accogliere con favore. I singoli adeguamenti tecnici proposti riflettono gli attuali obblighi da rispettare per una politica della pesca responsabile.

 
  
  

Relazione Podimata (A7-0036/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Condivido appieno questa relazione in quanto si propone di introdurre una nuova forma di imposizione fiscale del settore finanziario. Si tratta di una misura che, oltre ad essere urgente in quanto tale, va ad integrare gli strumenti regolamentari e di vigilanza recentemente approvati. A questo proposito, desidero sottolineare che “l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie dovrebbe essere fissata sulla base più ampia possibile”, come propone il documento, così da includere tutti i tipi di transazioni. Tra gli altri vantaggi, una tassa sulle transazioni finanziarie renderebbe il mercato più equo e più trasparente, ridurrebbe la speculazione e i livelli di frode fiscale e distribuirebbe l’onere della crisi tra gli operatori finanziari. Le risorse aggiuntive derivanti da questa misura dovrebbero contribuire a combattere la povertà, a incoraggiare la creazione di posti di lavoro, a finanziare lo Stato sociale, a realizzare gli obiettivi climatici e ambientali e a finanziare altri elementi della strategia Europa 2020. Sono d’altro canto d’accordo sulla necessità che la Commissione proceda a un’indagine su un futuro sistema di Eurobond e la prevista emissione di obbligazioni comuni europee di progetto in quanto misure atte a stimolare gli investimenti. Sono altresì favorevole al principio “chi inquina paga”. Non possiamo infine trascurare gli aiuti allo sviluppo, è infatti importante mantenere l’impegno di stanziare lo 0,7 per cento del reddito nazionale lordo di ogni Stato membro per i paesi in via di sviluppo.

 
  
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  Marta Andreasen (EFD), per iscritto. (EN) Ho votato contro la relazione Podimata su un finanziamento innovativo perché si propone di introdurre una tassa sui trasferimenti finanziari che, benché si affermi che è necessario proteggere l’economia dal trading rischioso e costituire un fondo da utilizzare nell’eventualità di una nuova crisi e che sarà applicata solo ai servizi all’ingrosso e ai settori professionali, sarà invece inevitabilmente trasferita sui consumatori e i contribuenti che già faticano nell’attuale crisi. La tassa avrà un impatto drammatico sulla City di Londra, sul settore dei servizi finanziari che è il più grande contribuente britannico al Tesoro. Costringerà le imprese a lasciare il Regno Unito con una perdita di posti di lavoro e di gettito fiscale.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) Nell’attuale contesto di tagli di bilancio, la discussione sul finanziamento innovativo non è solo necessaria, ma vitale. Personalmente, sono molto favorevole all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, idealmente a livello internazionale, o in alternativa, a livello europeo. Mi fa piacere che questa misura sia stata adottata dalla maggioranza dei miei colleghi.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) La crisi economica e finanziaria mondiale ha messo in evidenza gravi lacune del quadro regolamentare e di vigilanza del sistema finanziario mondiale. È oggi evidente che abbiamo bisogno di nuovi strumenti in grado di porre un freno alla speculazione e di ristabilire il ruolo primario del settore finanziario, assicurando una ripartizione equa e proporzionata dell’onere tra i principali attori finanziari. Dobbiamo iniziare a discutere della tassazione del sistema finanziario che, finora, a differenza di altri settori, beneficia di ampie esenzioni fiscali. C’è anche la tendenza di applicare una generale esenzione IVA a tutte le attività finanziarie di base. Sono favorevole all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie che potrebbe contribuire a fronteggiare i modelli commerciali altamente pregiudizievoli nei mercati finanziari, a migliorare l’efficienza del mercato, a ridurre la volatilità dei prezzi e a creare incentivi affinché il settore finanziario effettui investimenti a lungo termine con un valore aggiunto per l’economia reale.

 
  
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  Dominique Baudis (PPE), per iscritto.(FR) Con questo voto, il Parlamento ha posto un’altra pietra miliare sulla strada verso la regolamentazione finanziaria mondiale. Abbiamo inviato un messaggio molto forte a favore dei progetti della presidenza francese del G20. Quando l’economia mostrerà i primi segni di ripresa, dovremo lavorare insieme per promuovere un modello di liberismo ben progettato ed equilibrato. La sinistra europea ha cercato di prendersi tutti i meriti dell’idea della tassazione delle transazioni finanziarie. Ma si è sbagliata. Gli europei sanno quando essere pragmatici. Il voto di oggi mostra che questo principio supera ogni differenza politica.

 
  
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  Bastiaan Belder (EFD), per iscritto. (NL) Non posso appoggiare la relazione Podimata, perché sono gli Stati membri ad essere responsabili della politica fiscale. La relazione non rende giustizia a tale situazione. Il suo obiettivo è quello di imporre una serie di tasse a livello dell’Unione europea, compresa una tassa sulle transazioni finanziarie e una tassa sull’energia. Se è necessaria una tassa sul settore finanziario, allora il suo gettito dovrebbe confluire nell’erario degli Stati membri che sono poi quelli che alla fine hanno dovuto salvare le banche. Gli Stati membri farebbero bene a utilizzare queste entrate per ridurre il debito pubblico che durante la crisi è lievitato. La relazione dà tuttavia per scontato che tali entrate potrebbero andare a vantaggio degli obiettivi di politica mondiale ed europea, compresi il cambiamento climatico e la cooperazione allo sviluppo.

La relazione comprende inoltre un’argomentazione a favore di un contributo di solidarietà sui biglietti aerei, per combattere i problemi di salute pubblica e ridurre gli oneri nel settore dei trasporti. Convengo sul fatto che potremmo realizzare questi utili obiettivi politici e che sarebbe auspicabile pensare di destinare più risorse per questo scopo. Tuttavia, dato che le nostre misure fiscali ne sarebbero influenzate, dovrebbero essere gli Stati membri a prendere queste iniziative, e non l’Europa a imporle dall’alto. Temo che un approccio di questo tipo potrebbe ostacolare una cooperazione proficua con il Consiglio.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto.(FR) Oltre tre anni dopo la crisi, gli strumenti di regolamentazione dei mercati finanziari sono più unici che rari. Da questo punto di vista, una nuova tassa consentirebbe di svincolare nuove fonti di finanziamento e di regolamentare le pratiche finanziarie più discutibili. Siamo chiari: in questo momento è impossibile affermare con certezza che quanto è accaduto tre anni fa in futuro non si ripeterà. È già un sufficiente motivo di disperazione. Si tratta ora di capire se l’Europa ha la massa critica per adottare azioni specifiche. Credo che ce l’abbia e credo che prima agirà, meglio sarà!

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) L’adozione di questa relazione in plenaria indica una via che l’Unione europea sembra voler imboccare. Sebbene l’idea di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie sembri andare a vantaggio del pubblico, anche se i leader del G20 non sono riusciti a istituire questo contributo a livello mondiale, mi corre l’obbligo di ricordare che potrebbero non mancare effetti indesiderati a medio e lungo termine. Una tassa di questo tipo, una tassa che graverebbe unicamente sui capitali presenti nell’Unione europea, avrà sicuramente l’effetto di fare migrare questi capitali verso paesi extraeuropei sviluppati o emergenti. Inoltre, almeno in una fase iniziale, vedremo che questa tassa sarà trasferita, sotto forma di costi, ai clienti delle banche o di altri servizi finanziari. A prescindere dallo scenario a cui assisteremo, ci sarà un effetto perverso: l’Unione europea si avvicinerà sempre di più ad una situazione pericolosa in cui rischierà di perdere la sua competitività nei confronti di Stati Uniti, Giappone o paesi BRIC, con effetti di rallentamento della crescita economica e problemi, anche per l’economia reale, che dipende dalle fonti di finanziamento meno costose possibili.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato a favore di questa relazione perché condivido la necessità di cercare, da parte dell'Unione europea, nuovi strumenti di finanziamento innovativo. Essi, infatti, consentono all'UE di affrontare le sfide attuali, perché svolgono contemporaneamente un ruolo di regolamentazione e un ruolo di produzione di entrate

È stato spesso sottolineato in quest'Aula quanto la crisi economica abbia evidenziato le carenze di regolamentazione e vigilanza del sistema finanziario globale. È altrettanto risaputo che oggi sono in primo luogo i contribuenti a farsi carico del costo della crisi, non soltanto attraverso contributi diretti, ma anche in termini di disoccupazione crescente, redditi sempre più bassi, accesso ridotto ai servizi sociali e aumento delle disparità. Per poter formulare risposte organiche e integrate alla crisi occorrono quindi nuovi strumenti.

Concordo, perciò, sull'introduzione, da tempo in discussione, di "eurobond", che possa dar luogo ad una gestione congiunta del debito attraverso l'aggregazione di parte del debito sovrano. Il relatore propone poi altri strumenti di finanziamento, atti a frenare la speculazione: ad esempio, una tassazione coerente ed efficace del settore energetico e l'elaborazione di proposte per una tassazione per lo sviluppo che permetta di incrementare le risorse da destinare al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio.

 
  
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  Jan Březina (PPE), per iscritto. (CS) Nell’Unione europea siamo ancora alle prese con le conseguenze della crisi finanziaria che, nel 2009, è sfociata in una crisi di bilancio, caratterizzata dall’emissione eccessiva di titoli di Stato. Contrariamente a quanto emerge dalla relazione approvata, io non individuo tra le cause le pressioni del mercato, ma piuttosto la politica di bilancio irresponsabile di molti governi nazionali non disposti a riformare i propri sistemi pensionistici, sanitari e occupazionali. A mio avviso, addossare la responsabilità della crisi al fallimento del mercato è sbagliato e tradisce la mancanza del coraggio necessario per affrontare le riforme necessarie. Ora abbiamo approvato regole che prevedono un maggior rigore a livello di regolamentazione finanziaria e vigilanza dei mercati finanziari. Dovremmo andare oltre e adottare misure atte a rilanciare le economie europee, per esempio, sotto forma di finanziamenti per progetti infrastrutturali comuni e incentivi fiscali per le aziende che investono in scienza e ricerca. Vorrei mettervi in guardia contro l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie e varie forme di tasse bancarie, perché bloccherebbe il mercato finanziario e costituirebbe una distorsione della concorrenza. Gli Eurobond non sono una soluzione, in quanto si limitano a trasferire l’irresponsabilità fiscale a livello europeo, verso luoghi ancora più lontani dal controllo pubblico, in cui le velleità di spesa eccessiva avrebbero ripercussioni ancora più gravi che a livello nazionale. Non sono nemmeno favorevole a una tassa sul carbonio a livello europeo, perché imporrebbe un onere sproporzionato in particolare sul settore energetico e ridurrebbe in ultima istanza la sicurezza energetica dell’Unione europea.

 
  
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  Zuzana Brzobohatá (S&D), per iscritto. (CS) Le transazioni finanziarie contribuiscono in misura consistente alla creazione di risorse nel settore finanziario e le varie operazioni speculative sui mercati finanziari hanno avuto un peso non trascurabile nella crisi finanziaria mondiale. Non è sicuramente giusto che siano i contribuenti a sostenere da soli l’onere della crisi finanziaria. Ritengo infatti che parte di tale onere dovrebbe essere trasferito al settore finanziario che in questo modo potrebbe farsi carico di parte dei suoi costi. La relazione si concentra nello specifico sulle transazioni particolarmente rischiose e speculative e favorirà pertanto una maggiore responsabilità del settore finanziario attraverso la futura tassazione delle transazioni finanziarie, che paradossalmente condurrà a una maggiore stabilità del settore finanziario mondiale. Un’altra ragione a favore dell’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie è legata al fatto che i servizi finanziari nella maggior parte degli Stati membri non sono assoggettati a IVA.

 
  
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  Antonio Cancian (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho votato in favore di questa relazione perché ritengo che sia un positivo passo avanti verso quelli che saranno i futuri innovativi strumenti di finanziamento alla base del rilancio dell'economia europea. Ritengo fondamentale per l'Europa reperire anche sul mercato risorse per finanziare i settori cruciali della nostra economia, in conformità con gli obiettivi dell'Europa 2020, in particolare le infrastrutture transeuropee nel settore trasporti, energia e telecomunicazioni necessarie per l'uscita dalla crisi.

È indispensabile trainare l'economia europea. La responsabilità dell'UE non è quella di imporre e/o aumentare le tasse, ma avere il coraggio di affrontare il mercato. La soluzione è riuscire a trovare nuove forme di finanziamento che possano garantire la piena realizzazione dei progetti nel minore tempo possibile, tramite la creazione di fondi ad hoc che abbiano come base l'emissione sul mercato dei capitali di titoli direttamente collegati alla realizzazione e allo sfruttamento economico dell'opera, i cosiddetti Project Bond.

Per quanto riguarda un'eventuale tassazione sulle transazioni finanziarie, essa dovrebbe essere proposta in Europa solo se introdotta a livello globale: ritengo che la Commissione debba valutare la possibilità di introdurre questa tassa a livello UE, tentando di stimare se ciò possa provocare conseguenze negative per la competitività del sistema UE.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della risoluzione del Parlamento in quanto condivido l’obiettivo della Commissione di aumentare il bilancio dell’Unione mediante strumenti fiscali innovativi. Riconosco inoltre i potenziali vantaggi dell’incremento dei finanziamenti del settore privato mediante denaro pubblico. Ritengo inoltre che misure di questo tipo dovrebbero essere accompagnate da una divulgazione trasparente, corredata di adeguati orientamenti relativi agli investimenti, gestione dei rischi, limiti di esposizione e procedure di controllo e vigilanza adeguate, da fissare in modo democraticamente responsabile.

 
  
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  Françoise Castex (S&D), per iscritto.(FR) Accolgo con favore il sostegno espresso in plenaria dal Parlamento europeo rispetto all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Una tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo penalizzerà notevolmente le transazioni finanziarie molto speculative e socialmente inutili, assicurando al contempo all’Unione europea entrate annue per 200 miliardi di euro. Questo voto va in senso contrario rispetto al patto di competitività. Invece di penalizzare gli Stati e i cittadini, dobbiamo tassare i mercati finanziari. La Commissione e il Consiglio devono urgentemente prenderne atto.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) Appoggio, seppur con alcune riserve, la relazione Podimata su un finanziamento innovativo. Condivido le preoccupazioni della relatrice sulla crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando e la conseguente mancanza d’investimenti. Concordo altresì sul fatto che è auspicabile che gli investimenti si traducano in maggiori progresso e innovazione e che occorre che l’Europa accresca la sua capacità d’investimenti intelligenti. Temo tuttavia che la relazione sia eccessivamente orientata verso l’aumento delle imposte, mentre in molti paesi (come il Portogallo), già siamo vittime di una sorta di overdose di oneri fiscali. Nella sua versione finale, la relazione chiede l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (a livello mondiale, o per lo meno europeo), ammettendo che le sue conseguenze devono essere studiate (e propone a tale fine uno studio a posteriori). Rivolgo un plauso alla difesa del lancio degli Eurobond, che favorirebbero l’accesso al mercato per i paesi più deboli della zona euro, e il parere secondo cui “questo sarebbe vantaggioso per tutti gli Stati membri partecipanti allo stesso e alla zona euro nel suo complesso”.

 
  
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  Frédéric Daerden (S&D) , per iscritto.(FR) Alcuni sono contrari a una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF) a livello europeo perché avrebbe un effetto distorsivo sulla concorrenza nei mercati finanziari a spese dell’Europa. Non credo che una tassa dello 0,01 per cento su queste transazioni possa indurre gli investitori a ritirarsi dal mercato finanziario più grande del mondo.

Se speriamo che sia il G20 a prendere questa iniziativa a livello mondiale, credo che aspetteremo in eterno. Mi fa pertanto piacere che l’emendamento presentato dal gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo a favore di questa TTF a livello europeo sia stato approvato. Assicurerebbe entrate annue per circa 200 miliardi di euro, consentendo in questo modo all’Unione di gestire adeguatamente il suo bilancio, in un momento in cui i membri del Consiglio non fanno mistero della loro intenzione di applicare tagli, nonostante il valore aggiunto derivante dalle spese europee.

La crisi, provocata dagli attori del mercato finanziario, è una delle argomentazioni addotte dai nostri governi di destra per chiedere tagli di bilancio, soprattutto a scapito delle spese sociali. I cittadini europei si troverebbero pertanto a pagare per errori che non hanno commesso. La TTF riporterebbe giustizia sociale nelle decisioni europee, consolidando le finanze pubbliche a spese di chi per primo le ha indebolite. È perciò proprio questo il momento giusto per una misura di tale portata.

 
  
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  Luigi Ciriaco De Mita (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, la crisi economico-finanziaria ha messo in evidenza la totale assenza di etica in tale ambito. Il paradigma della nuova economia del benessere secondo cui il perseguimento del benessere individuale è la chiave per il benessere collettivo, che ne costituisce la sommatoria, appare in tutta la sua inadeguatezza. Infatti, in questa logica, l'interesse individuale non si pone alcun limite rispetto all'interesse collettivo e tantomeno generale. Poiché invece il governo della cosa pubblica si deve porre innanzitutto l´interesse generale quale orizzonte in cui operare, e all´interno di esso dare libero spazio a libertà e diritti individuali, occorre sostenerla con un sistema tributario equo e progressivo. Coerentemente a questa tassazione, che deve essere sostenuta a livello globale, a partire dall´UE e da tutti i Paesi del G-8 e G-20, occorre rendere assimilabile agli altri redditi i ricavi dalle transazioni finanziarie attraverso una specifica imposizione fiscale che favorisca, insieme ad altre regole e nuovi paradigmi, una maggiore responsabilità degli operatori. Infine la introduzione di Eurobond finalizzati al fondo anticrisi e ai progetti infrastrutturali, potrebbe rafforzare, se addizionale al bilancio comunitario, le capacità di azione dell´UE. La relazione che abbiamo approvato mi pare vada, seppur lentamente, in tali direzioni

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto.(FR) L’attuale crisi economica ha evidenziato varie lacune nella vigilanza del settore finanziario. Abbiamo pertanto bisogno di nuovi strumenti e nuove politiche fiscali. Il sistema finanziario ha effettivamente ottenuto consistenti utili grazie a transazioni speculative e oltre tutto non è assoggettato a nessuna imposta. Votando a favore di una tassa sulle transazioni finanziarie, i cui proventi potrebbero essere utilmente canalizzati verso gli aiuti allo sviluppo, il Parlamento europeo ha espresso la sua volontà di porre fine a questa ingiustizia. La tassa dovrebbe naturalmente essere applicata a livello internazionale, ma se ciò non avvenisse, chiederemmo all’Unione europea di fare fronte alle sue responsabilità attuandola al suo interno. In questo modo, l’Europa darebbe l’esempio, sia in termini di finanziamento innovativo sia in termini di solidarietà verso i paesi in via di sviluppo. Spetta ora alla Commissione europea presentarci una proposta legislativa che soddisfi le aspettative espresse da un’ampia maggioranza del Parlamento.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto.(FR) Accolgo con favore questa votazione sulla tassa sulle transazioni finanziarie perché il Parlamento europeo chiede all’Unione di attuare questo regime fiscale senza aspettare un’ipotetica decisione in materia a livello mondiale. L’Unione europea vanta il più grande settore finanziario al mondo e deve pertanto assumere la guida in questo frangente.

Secondo vari studi, l’introduzione di una tassa dello 0,05 per cento sulle transazioni genererebbe un gettito annuo di circa 200 miliardi di euro che si renderebbero disponibili per finanziare la ripresa e la cooperazione allo sviluppo e per la protezione dell’ambiente, scoraggiando al contempo la speculazione finanziaria. Ciò detto, rimango comunque convinta che sia necessario introdurre una tassa di questo tipo a livello internazionale: l’Unione europea deve incoraggiare i suoi partner ad adottare normative in materia di tasse finanziarie.

E lo dico perché, se questa tassa sarà applicata solo nell’Unione europea e non a livello internazionale, dai principali concorrenti finanziari dell’Europa, le finanze europee saranno gravemente penalizzate. Spero in particolare che possa essere raggiunto un compromesso su questo punto durante la presidenza francese del G20.

 
  
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  Harlem Désir (S&D), per iscritto.(FR) Da oltre 10 anni, i socialisti europei lottano al Parlamento europeo per una tassa sulle transazioni finanziarie. Questa tassa offrirebbe molti vantaggi: non solo scoraggerebbe la speculazione finanziaria, ma potrebbe anche finanziare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo e il loro adattamento al cambiamento climatico, contribuendo al contempo al bilancio dell’Unione europea.

Il mondo si trova attualmente in una situazione diversa: la recessione ha reso ancora più urgente la necessità di stabilizzare i mercati finanziari e l’Unione europea ha bisogno di risorse nuove per superare questa recessione – deve superarla attraverso la ripresa, non attraverso l’austerità.

Allo stesso tempo, il movimento a favore della tassa sta amplificandosi: sempre più governi sono favorevoli e il Parlamento europeo ha già ripetutamente votato a favore dell’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Questo nuovo voto a favore della tassa è un passo importante: il Parlamento segnala che dobbiamo agire immediatamente a livello europeo, anche se non ci sarà un accordo mondiale. La richiesta del Parlamento è chiara e l’esito del voto è stato schiacciante: ora dobbiamo tradurre le nostre parole in azioni e applicare la tassa sulle transazioni finanziarie.

 
  
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  Lena Ek (ALDE), per iscritto.(SV) La relazione su un finanziamento innovativo affronta una serie di aspetti importanti. Purtroppo però propone l’introduzione da parte dell’Europa di una tassa sulle transazioni finanzarie su base unilaterale. Credo che dovremmo prendere in considerazione l’esempio svedese in modo da evitare di commettere lo stesso errore a livello europeo. Il mio paese negli anni ’80 ha introdotto unilateralmente una sorta di tassa sulle transazioni finanziarie, il cui effetto è stata la migrazione della maggior parte degli scambi di azioni, titoli e opzioni a Londra. Ritengo che ci sia un elevato rischio che gli effetti stabilizzatori sul mercato finanziario non si realizzino se l’Unione europea introdurrà unilateralmente una tassa di questo tipo. Il rischio che gli scambi in azioni, titoli e opzioni si trasferiscano verso mercati extraeuropei meno trasparenti e meno aperti è elevato, il che non può certamente contribuire a creare condizioni migliori per il controllo del mercato finanziario. Ho pertanto votato contro l’emendamento che proponeva una Tobin tax europea tuttavia, malgrado questa proposta sia stata approvata, ho deciso di votare comunque a favore della relazione nella votazione finale.

L’ho fatto perché, come negoziatrice di Europa 2020 per il gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa, avrei diversamente corso il rischio di indebolire la posizione negoziale del gruppo su quelli che per noi sono problemi cruciali, come l’importanza della creazione di un vero mercato interno, che consenta il finanziamento di progetti infrastrutturali mediante obbligazioni europee e la possibilità di individuare una soluzione relativamente ad una tassa europea sul carbonio.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione perché difende la creazione di strumenti specifici, come l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, che potrebbero contribuire a migliorare l’efficienza del mercato, aumentare la trasparenza, ridurre l’eccessiva volatilità dei prezzi e creare incentivi affinché il settore finanziario effettui investimenti a lungo termine, con un valore aggiunto per l’economia reale.

 
  
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  Göran Färm, Olle Ludvigsson, Marita Ulvskog e Åsa Westlund (S&D), per iscritto.(SV) Noi socialdemocratici svedesi siamo favorevoli a una tassa sulle transazioni finanziarie a livello mondiale. L’Unione europea dovrebbe impegnarsi molto attivamente per realizzare un sistema di questo tipo. Se un accordo internazionale dovesse, con il tempo, rivelarsi politicamente impossibile, sarebbe necessario considerare con grande attenzione l’alternativa di una tassa sulle transazioni all’interno dell’Unione europea che si dovrebbe basare su una valutazione d’impatto equilibrata. La Commissione sta attualmente preparando un’analisi che non ha tuttavia impedito ai suoi rappresentanti di anticipare gli eventi in molteplici occasioni, esprimendo pareri nettamente negativi su una tassa a livello dell’Unione. A nostro avviso è inaccettabile. Pertanto, proprio per fare arrivare alla Commissione un chiaro messaggio, in cui affermiamo che dovremmo considerare seriamente questa tematica e che il processo deve essere imparziale, abbiamo scelto di votare a favore dell’emendamento relativo nello specifico all’introduzione di una tassa a livello dell’Unione. È molto importante che questa tematica possa essere discussa su una base decisionale oggettiva e ponderata.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La relazione discute della necessità di individuare nuove forme di finanziamento per il settore pubblico a livello mondiale ed europeo. In realtà, l’attuale crisi economica e finanziaria impone agli Stati membri di reperire entrate per mitigare la crisi di bilancio. Tra i nuovi mezzi di finanziamento c’è la tassazione del settore finanziario e delle emissioni di CO2.

In questi ultimi tempi, il settore finanziario ha snaturato i propri obiettivi che consistono nel finanziare lo sviluppo dell’economia e, adducendo il pretesto della necessità di coprire i rischi, ha aumentato i tassi, realizzando così immediatamente enormi utili, con un pesante impatto sulle finanze pubbliche e i cittadini. Allo stesso tempo, una tassa sulle emissioni di CO2 renderebbe più equo e coerente il principio “chi inquina paga” e contribuirebbe non solo a contenere il cambiamento climatico, ma anche a finanziare progetti di investimento in questo ambito. Concordo con una tassa sulle transazioni finanziarie a livello mondiale. Ritengo che la sua introduzione a livello europeo dovrebbe essere preceduta da uno studio di impatto. Concordo altresì con l’introduzione degli Eurobond, in quanto ritengo che siano uno strumento di gestione comune del debito.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Questa relazione parla di “finanziamento innovativo”. In realtà, non sfugge però alle vecchie e logore posizioni che rifiutano la giustizia più elementare. Il mercato finanziario avrebbe dovuto essere già da molto tempo controllato e regolamentato in modo efficace. Già da tempo si sarebbe dovuto porre un freno alla speculazione, che si trattasse di materie prime, compresi prodotti alimentari, proprietà, sussidi e pensioni, o il debito sovrano degli Stati (solo per dare qualche esempio). La Commissione europea si rifiuta però ostinatamente di portare avanti queste proposte, pur sapendo che le perdite finanziarie causate dall’evasione e dalla frode fiscale in Europa sono stimate ad un importo compreso tra 200 e 250 miliardi di euro all’anno, una somma che sarebbe sufficiente a ridurre i deficit pubblici senza dovere aumentare le tasse sul lavoro – la vecchia soluzione. Inoltre continua a rifiutarsi ostinatamente di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie a livello dell’Unione europea e non spinge per una sua adozione a livello mondiale.

Lo stesso vale per lo scandaloso perdurare dei paradisi fiscali che potrebbero benissimo permettere di reperire fondi per combattere la povertà e altri problemi economici e sociali persistenti. Le stime attuali delle entrate che potrebbero essere generate da una tassa sulle transazioni finanziarie, anche ad un’aliquota bassa, parlano di circa 200 miliardi di euro all’anno a livello dell’Unione.

 
  
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  Carlo Fidanza (PPE), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, accolgo positivamente la risoluzione sugli strumenti di finanza innovativi che rappresenta il contributo del Parlamento al dibattito su come generare nuove entrate, assicurare una politica fiscale equa e massimizzare le capacità di recupero del prelievo. Sono favorevole all'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF): la recente crisi – di cui un certo tipo di finanza speculativa ha grosse colpe – dimostra come poi siano gli Stati e i cittadini a pagare in prima persona i danni causati da altri.

Una tassa sulle transazioni finanziarie porterebbe nelle casse pubbliche dell'UE circa 200 miliardi di euro ogni anno e contribuirebbe alla riduzione delle attività speculative, rendendole più costose e quindi meno vantaggiose. Tuttavia, ritengo che tale tassa vada istituita a livello globale e non solo europeo, al fine di evitare di creare uno svantaggio competitivo all'Europa stessa che, non dimentichiamo, ha un'attrattiva molto elevata essendo il più grande mercato mondiale. Infine, è da cogliere con grande favore il pronunciamento del Parlamento a favore degli Eurobond e dei Project Bond per sostenere la ripresa stimolando l'economia reale e favorendo la realizzazione di infrastrutture vitali per l'economia europea.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Già da molto tempo si sente la necessità di controllare e regolamentare in modo efficace il mercato dei capitali, evitando la speculazione su una gamma molto ampia di prodotti, comprese materie prime, transazioni sulle proprietà immobiliari, prestazioni, pensioni e assicurazioni, nonché una lunga serie di derivati, compresa la speculazione sul debito sovrano.

Purtroppo, la Commissione europea non ha fatto molti progressi con queste proposte, mentre è noto che le perdite finanziarie causate dall’evasione e dalla frode fiscale in Europa sono stimate ad un importo compreso tra 200 e 250 miliardi di euro all’anno, cifra che da sola basterebbe a ridurre i disavanzi pubblici senza dover aumentare le tasse sul lavoro.

Se applicassimo tuttavia tasse sulle transazioni finanziarie a livello mondiale e, quindi, anche a livello dell’Unione europea, oltre a decretare la scomparsa dei paradisi fiscali e dei prodotti finanziari speculativi, potremmo disporre di somme ancora più consistenti per affrontare i problemi economici e sociali.

Le attuali stime delle entrate che potrebbero essere generate da una tassa sulle transazioni finanziarie, anche ad un’aliquota bassa, parlano di circa 200 miliardi di euro all’anno nell’Unione europea.

Alla luce di ciò, non possiamo accettare che, con il prestesto della necessità di ulteriori studi e valutazioni, si procrastini ulteriormente l’assunzione di una posizione chiara sull’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie.

 
  
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  Lorenzo Fontana (EFD), per iscritto. − Signor presidente, onorevoli colleghi, se il sistema finanziario, autore di operazioni avventate e speculazioni, viene additato tra i maggiori responsabili della crisi finanziaria, allora è giusto che siano gli artefici a dover contribuire apportando il contributo economico più significativo. Tuttavia, ritengo che la forma prevista da questa relazione vada ad inficiare i precari equilibri della concorrenza, minandone le basi, visto che una sua applicazione si presupporrebbe su scala globale. Per questo motivo e per non creare un pericoloso precedente di sistema impositivo europeo, ritengo di non appoggiare la relazione della collega, esprimendo un voto contrario.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto.(FR) Ho votato a favore degli emendamenti e delle parti del testo relative alla tassazione delle transazioni finanziarie. In realtà, ho votato a favore del principio secondo cui gli istituti finanziari dovrebbero contribuire a sostenere il costo della recessione, di cui sono responsabili, e a consolidare le nostre finanze pubbliche.

Il problema di questa relazione, su cui ho espresso voto contrario, è tuttavia che il suo obiettivo principale, tanto per cambiare, è quello di creare nuove tasse, gestite, laddove possibile, a livello europeo o mondiale, o per lo meno in presenza di organismi internazionali che stabiliscono chi saranno i beneficiari e come sarà utilizzato il denaro. Inoltre non c’è garanzia che le tasse sul lavoro siano ridotte in misura significativa. Per analoghi motivi, non posso che oppormi ad una tassa sul carbonio applicata a tutti i livelli, in quanto penalizzerebbe invariabilmente i cittadini meno abbienti, come è accaduto con l’ingiusto e impopolare progetto del Presidente Sarkozy.

Sono altresì contrario all’istituzione di un’agenzia europea responsabile dell’emissione di obbligazioni europee per gestire congiuntamente il debito pubblico – un vero e proprio premio per i pazzi, pagato dai sani di mente. Infine, mi dispiace che, sebbene la parte dedicata agli aiuti allo sviluppo giustamente castighi la corruzione dei governi e i paradisi fiscali, stia ben attenta a non denunciare le pratiche scandalose delle società multinazionali e soprattutto l’uso che fanno dei prezzi di trasferimento.

 
  
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  Louis Grech (S&D), per iscritto. (EN) La relazione su un “finanziamento innovativo” manda un messaggio forte agli istituti finanziari e, in particolare, al settore bancario. Afferma che è venuto il momento di regolamentare ulteriormente il settore finanziario, facendo in modo che le banche siano amministrativamente e giuridicamente responsabili di eventuali negligenze e di una gestione dei rischi inefficace. È ormai davanti agli occhi di tutti che il mercato dei servizi finanziari è spesso incapace di autoregolamentarsi in modo sufficiente e che la qualità della protezione e delle salvaguardie per i consumatori nel settore dei servizi finanziari esige miglioramenti tangibili e decisi, in particolare per quanto riguarda gli aspetti del controllo e della vigilanza. Le circostanze attuali potrebbero essere utilizzate come un’opportunità unica per rafforzare il settore dei servizi finanziari e per ripristinare la fiducia nel settore dei cittadini e dei consumatori che ora sono quelli che si trovano a pagare il conto degli errori marchiani commessi e del salvataggio dei grandi istituti finanziari.

Detto ciò, la Commissione dovrebbe come prima cosa valutare l’impatto di una tassa sulle transazioni finanziarie sull’economia europea, in quanto qualsiasi proposta futura non dovrebbe basarsi unicamente su decisioni prese d’impulso a fronte del tormentone del momento, ma dovrebbe inserirsi in un approccio pragmatico che dimostrerà di essere in grado di resistere al logorio del tempo e di ricostruire la fiducia dei cittadini europei nei mercati finanziari.

 
  
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  Estelle Grelier (S&D), per iscritto.(FR) L’adozione della relazione Podimata ha dato al Parlamento l’opportunità per esprimere il suo esplicito sostegno all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Finora, la destra europea ha sempre fatto fallire le proposte dei socialisti su questo tema, sia nelle commissioni parlamentari sia in plenaria. Il fatto che la maggioranza degli eurodeputati, e quindi una parte della destra, sia stata convinta da questo progetto, caldeggiato già da anni dal gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, è una buona notizia. Dimostra che, insieme, ci stiamo progressivamente rendendo conto dei pregi di questo progetto. La votazione segna l’inizio di una nuova fase nel processo che condurrà all’introduzione di uno strumento finanziario che servirà in particolare a generare risorse proprie supplementari per il bilancio dell’Unione europea, ma anche per sostenere iniziative di sviluppo a livello internazionale. La battaglia non è tuttavia ancora vinta. Per ora, abbiamo solo una posizione politica. Aldilà delle loro parole, dobbiamo essere vigili rispetto alla vera disponibilità e volontà dei capi di Stato e di governo europei, gran parte dei quali sono di centro-destra, di introdurre questa tassa.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto.(FR) Da molti anni combattiamo per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Nonostante le numerose riserve con cui si è scontrata quest’idea, l’adozione della risoluzione a larga maggioranza costituisce un passo importante. Incoraggiando la tassazione delle transazioni finanziarie a livello internazionale e, in ogni caso, raccomandando la creazione di una tassa di questo tipo all’interno dell’Unione europea, il Parlamento pone le basi di un nuovo ordine finanziario mondiale. Non dovremmo inoltre dimenticare le nuove prospettive finanziarie che una tassa di questo tipo offrirebbe, dato che la sua introduzione potrebbe generare circa 200 miliardi di euro all’anno. Questo voto costituisce una grande vittoria, tocca ora agli organismi internazionali avere il coraggio di cui hanno dato prova gli eurodeputati.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto.(FR) La tassazione delle transazioni finanziarie è un obiettivo per il quale da tempo i socialisti e la sinistra europea combattono. L’adozione, a larga maggioranza, della relazione della mia collega greca, onorevole Podimata, è testimonianza dei progressi politici compiuti dal Parlamento europeo. È una grande vittoria per la sinistra europea, una vittoria di cui può andare fiera. Benché il testo non abbia un effetto legislativo diretto, segna un passo politico decisivo: d’ora in poi, la destra europea al Parlamento europeo non potrà impedire l’introduzione di una tassa di questo tipo. È un passo concreto verso il federalismo di bilancio, che rappresenta l’unica possibilità per l’Unione europea di realizzare i suoi obiettivi in termini di crescita e occupazione e per superare la recessione.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Mi sono espresso a favore di questa relazione perché uno dei principali vantaggi degli strumenti di finanziamento innovativo è rappresentato dal fatto che possono apportare un duplice effetto positivo, in quanto possono contribuire al raggiungimento di importanti obiettivi politici, come la stabilità dei mercati finanziari e la trasparenza, e offrire al contempo un potenziale significativo in termini di generazione di entrate, tenendo però anche conto degli effetti di tali strumenti sulle esternalità negative prodotte dal settore finanziario. Concordo con la disposizione e la richiesta secondo cui le misure di finanziamento innovativo dovrebbero attingere maggiormente da questo settore e contribuire ad allontanare la pressione fiscale dai lavoratori. Uno strumento di questo tipo potrebbe migliorare l’efficienza del mercato, aumentare la trasparenza e porre un freno alla speculazione, ridurre l’eccessiva volatilità dei prezzi, creare incentivi affinché il settore finanziario effettui investimenti a lungo termine con un valore aggiunto per l’economia reale, e inoltre contribuire a finanziare i beni pubblici mondiali e a ridurre i deficit pubblici. Condivido l’idea dell’emissione di obbligazioni comuni europee di progetto per finanziare le notevoli necessità infrastrutturali dell’Europa e taluni progetti strutturali europei nel quadro dell’agenda Europa 2020 e in vista di nuove strategie europee dell’Unione europea già annunciate, quali la nuova strategia per lo sviluppo delle infrastrutture energetiche nonché altri progetti su vasta scala. Le obbligazioni comuni europee di progetto garantirebbero così gli investimenti necessari, attirerebbero le risorse di cui hanno bisogno, e diventerebbero un meccanismo importante per ottimizzare l’effetto leva degli aiuti pubblici. Questi progetti devono anche contribuire alla trasformazione ecologica delle nostre economie, spianando la strada a un’economia a zero emissioni di carbonio.

 
  
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  Arturs Krišjānis Kariņš (PPE), per iscritto. – (LV) Una nuova tassa sulle transazioni finanziarie non risolverà i problemi di bilancio degli Stati membri dell’Unione europea. Proprio per questo non ho appoggiato la relazione su un finanziamento innovativo a livello mondiale ed europeo. Contrariamente a quanto credono alcuni, questa tassa non saranno le banche a pagarla, ma i loro clienti, ossia sempre i soliti vecchi contribuenti. In un momento in cui si delinea la ripresa economica, non dovremmo introdurre nuove tasse, dovremmo invece cercare di ridurre la spesa governativa. Una nuova tassa servirebbe unicamente a nascondere l’incapacità dei governi di contenere la spesa e non avrebbe l’effetto auspicato.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. − Egregio Presidente, onorevoli colleghi, la relazione sottoposta, oggi, al voto del Parlamento ha per oggetto l'introduzione di innovativi strumenti finanziari. Ho voluto sostenere con il mio voto la risoluzione perché la crisi economica di questi ultimi anni ha evidenziato la mancata regolamentazione e la necessità di dare vita a strumenti finanziari nuovi in grado di risolvere le grandi speculazioni finanziarie. In tal modo, l´azione europea sarà in grado di ristabilire in modo inequivocabile la necessità di rispondere ai bisogni dell'economia reale, sostenendo gli investimenti a lungo termine e creando nuove risorse supplementari, al fine di raccogliere e vincere le principali sfide mondiali ed europee, conseguendo gli obiettivi di crescita e sviluppo nel quadro della strategia 2020. Il vertiginoso aumento delle transazioni finanziarie ha manifestato il crescente divario fra finanza ed economia reale. L'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, l'emissione di obbligazioni comuni europee e la previsione di una tassa sul carbonio sono alcune delle proposte orientate alla creazione di nuovi percorsi necessari per la nostra economia tali, tuttavia, da non arrecare in alcun modo pregiudizio alle fasce più vulnerabili di consumatori.

 
  
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  Bogusław Liberadzki (S&D), per iscritto.(PL) Accolgo con estremo favore il risultato dal voto sulla relazione su un finanziamento innovativo a livello mondiale ed europeo. Questa relazione tocca due temi di importanza fondamentale: la tassa sulle transazioni finanziarie e gli Eurobond che potrebbero essere importanti fonti di finanziamento per accrescere le capacità finanziarie ed economiche dell’Unione europea, che potrebbe in questo modo realizzare progetti grandi e strategicamente importanti, compresi progetti nel settore dei trasporti e dell’energia ed eventualmente anche facilitare la mobilizzazione di capitali privati. Il gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo già da tempo chiede una soluzione simile. Sono lieto che una netta maggioranza abbia votato a favore dell’introduzione di queste soluzioni innovative.

 
  
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  Sabine Lösing e Sabine Wils (GUE/NGL), per iscritto. (DE) DIE LINKE (La sinistra) già da anni si dichiara favorevole all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. L’idea è stata oggi accettata dal Parlamento europeo in termini generali. La relazione d’iniziativa Podimata, adottata dal Parlamento, non si pronuncia in maniera definitiva pro o contro la tassa sulle transazioni finanziarie. Non è chiaro se possiamo aspettarci una proposta analoga dalla Commissione ed eventualmente quando. La strada che precede l’avvio di un processo legislativo è ancora molto lunga. Attualmente, la Commissione si sta limitando a preparare uno studio di fattibilità. Una delle condizioni generali di questo studio di fattibilità è che la tassa sulle transazioni finanziarie non comprometta la competitività. È alquanto irrealistico pensare in questo momento all’introduzione a livello mondiale di una tassa sulle transazioni finanziarie. La relazione d’iniziativa non riguarda unicamente il tema della tassa sulle transazioni finanziarie, ma anche il regolare funzionamento della politica di concorrenza nell’Unione europea e l’introduzione di una tassa sul carbonio sul modello dell’IVA, applicata a tutti i prodotti nel mercato interno.

Non possiamo accettare questa tassa sul carbonio. È una richiesta di politica ambientale dei conservatori, che ricercano un mix energetico che combini energia nucleare e energie rinnovabili. L’energia nucleare non sarebbe toccata da questa tassa. Noi chiediamo la tassazione degli input energetici, compresa l’energia nucleare, attraverso una tassa combinata energia primaria/carbonio. Ci siamo astenute dal voto finale perché non potevamo votare a favore di una relazione che coniuga una buona idea, una tassa sulle transazioni finanziarie, a misure che andrebbero ad accrescere ulteriormente l’onere che grava sui cittadini europei.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Negli ultimi anni, la crisi economica e finanziaria mondiale ha evidenziato gravi lacune del quadro regolamentare e di vigilanza del sistema finanziario mondiale. Le transazioni finanziarie sono contraddistine da un enorme aumento di volume e da una notevole discrepanza di dimensioni tra tali operazioni e le necessità dell’economia reale. Gli investimenti a breve termine, che hanno acquisito un ruolo centrale, hanno determinato un’eccessiva volatilità e l’assunzione di rischi eccessivi. Le operazioni altamente speculative a breve termine si sono trovate al centro della crisi e hanno posto in evidenza la chiara connessione tra un quadro di regolamentazione e di vigilanza inefficiente e la sostenibilità delle finanze pubbliche. Ho votato a favore della relazione perché i problemi causati da questo comportamento del mercato hanno avuto un grave impatto sulle finanze pubbliche, sui cittadini europei e non solo. La relazione si propone di creare strumenti atti a porre a freno la speculazione, assicurare un’equa ripartizione degli oneri tra i principali attori finanziari e a creare nuove risorse supplementari al fine di raccogliere le sfide principali.

Si stima che l’evasione e la frode fiscale costino attualmente circa 250 miliardi di euro all’anno agli Stati membri dell’Unione europea. L’elemento nuovo è la tassa sulle transazioni finanziarie, che genererebbe entrate per circa 200 miliardi di euro all’anno per l’Unione europea e scoraggerebbe le transazioni speculative.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Con il loro voto a favore di questa relazione, gli europarlamentari rispondono alla richiesta dei cittadini che domandano una tassazione giusta del settore finanziario. Il settore finanziario è in ampia misura esentato dal pagamento dell’IVA e beneficia di ampie esenzioni fiscali, mentre i comuni cittadini hanno dovuto farsi carico dei costi della crisi finanziaria, compreso un contributo di 9 500 euro a titolo di aiuto governativo per ogni uomo, donna e bambino nell’Unione europea. Con questo voto, gli eurodeputati hanno espresso il loro appoggio alle centinaia di migliaia di persone che si impegnano attivamente per una tassa “Robin Hood” – una piccola tassa sulle transazioni finanziarie in grado di raccogliere miliardi per realizzare le priorità interne e onorare i nostri impegni per combattere la povertà e il cambiamento climatico a livello internazionale.

Un accordo mondiale sarebbe il modo migliore per introdurre una tassa di questo tipo; ma l’imposta di bollo sulle azioni applicata dal Regno Unito dimostra che è possibile introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF) efficace e ben strutturata senza andare ad indebolire la competitività. Una TTF coordinata a livello europeo sarebbe il primo passo verso una TTF mondiale. È venuto il momento di agire e l’Unione europea può guidare questa campagna per una tassazione mondiale più giusta.

 
  
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  Arlene McCarthy (S&D), per iscritto. (EN) Gli eurodeputati laburisti reagiscono alla richiesta dell’opinione pubblica che chiede una tassazione giusta del settore finanziario. Il settore finanziario è in ampia misura esentato dal pagamento dell’IVA e beneficia di ampie esenzioni fiscali, mentre i comuni cittadini hanno dovuto farsi carico dei costi della crisi finanziaria, compreso un contributo di 9 500 euro a titolo di aiuto governativo per ogni uomo, donna e bambino nell’Unione europea. Con questo voto, gli eurodeputati laburisti hanno espresso il loro appoggio alle centinaia di migliaia di persone che si impegnano attivamente per una tassa “Robin Hood” – una piccola tassa sulle transazioni finanziarie in grado di raccogliere miliardi per realizzare le priorità interne e onorare i nostri impegni per combattere la povertà e il cambiamento climatico a livello internazionale. Un accordo mondiale sarebbe il modo migliore per introdurre una tassa di questo tipo; ma l’imposta di bollo sulle azioni applicata dal Regno Unito dimostra che è possibile introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF) efficace e ben strutturata senza andare ad indebolire la competitività. Una TTF coordinata a livello dell’Unione europea sarebbe il primo passo verso una TTF mondiale. È venuto il momento di agire e l’Unione europea può guidare questa campagna per una tassazione mondiale più giusta.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) La sinistra promuove da anni l’idea di una tassa sulle transazioni finanziarie. Oggi quest’idea ha trovato consenso. Questa concessione alle nostre idee è la benvenuta. Una tassa sulle transazioni finanziarie dovrebbe tuttavia avere come unico scopo quello di promuovere l’interesse generale dei cittadini, e non il regolare funzionamento del libero commercio o dello scambio dei diritti di inquinare che alcuni – e anche questo testo – chiamano il “mercato del carbonio”. Voterò contro questa volgare aberrazione di quella che era una buona idea.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) Benché condivida gran parte del contenuto della relazione, non ho potuto votare a suo favore in quanto raccomanda l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (a livello mondiale, o almeno europeo), pur ammettendo che le sue conseguenze devono ancora essere esaminate (e propone infatti uno studio a posteriori). Il partito che rappresento si è sempre opposto all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie di questo tipo in Portogallo, alla luce dell’effetto negativo che potrebbe avere sui mercati finanziari. Il Portogallo è un paese estremamente provato e non è in grado di sostenere ulteriori oneri fiscali, dato che alla fine dei conti, questa tassa sarebbe sostenuta dai cittadini, in quanto gli istituti finanziari la trasferirebbero ai loro clienti. L’introduzione di una tassa di questo tipo solo a livello europeo potrebbe regalare ad altri mercati vantaggi competitivi rispetto ai mercati finanziari europei.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. – (ES) Ho votato a favore della relazione Podimata su un finanziamento innovativo a livello mondiale ed europeo in quanto introduce un’idea che è stata uno dei pilastri della sinistra nel mondo: l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Il testo potrebbe certamente essere più coraggioso e non subordinare la tassa all’istituzione di una tassa simile a livello mondiale.

La mia organizzazione politica ha sempre sostenuto la necessità di creare una tassa sui flussi di capitali mondiali, come la cosiddetta Tobin tax. Per questo motivo, anche se reputo insufficiente la proposta avanzata nella relazione, credo che costituisca un passo nella giusta direzione.

 
  
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  Louis Michel (ALDE), per iscritto.(FR) In occasione della crisi economica e monetaria mondiale del 2007, abbiamo potuto constatare le gravi debolezze del quadro regolamentare e di vigilanza del sistema finanziario mondiale. Ho guidato la battaglia all’interno del Parlamento europeo a favore di un finanziamento innovativo costituendo un gruppo di lavoro sulla fattibilità di una tassa sulle transazioni internazionali. Sono convinto che una tassa di questo tipo non solo consentirebbe una regolamentazione migliore del settore finanziario, ponendo freno all’attività puramente speculativa, ma aiuterebbe anche i più poveri, in particolare i paesi in via di sviluppo, e i meno sviluppati tra di loro, a realizzare gli obiettivi di sviluppo del Millennio e ad adottare le misure necessarie per l’adattamento al cambiamento climatico.

Una tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo potrebbe potenzialmente generare circa 200 miliardi di euro di entrate all’anno nell’Unione europea e quasi 650 miliardi di dollari all’anno a livello mondiale. Se facessimo progressi rilevanti a livello europeo applicando una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali, manterremmo invariato il forte messaggio che abbiamo già trasmesso nel dicembre 2010 quando abbiamo adottato le raccomandazioni intitolate “la crisi finanziaria, economica e sociale: raccomandazioni sulle misure e le iniziative da adottare”.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (EN) L’adozione di questa relazione sarebbe il primo segnale forte da parte del Parlamento a favore di una tassa sulle transazioni finanziarie in un momento in cui la Commissione adotta un approccio ambiguo, mostrando da una parte l’intenzione di regolamentare gli attori finanziari, concedendo però loro dall’altra ampie esenzioni fiscali. È necessario segnalare l’atteggiamento ipocrita di alcuni leader dalla destra che chiedono la tassazione del settore finanziario, ma solo a livello mondiale, mentre sappiamo tutti che la sua attuazione è alquanto improbabile. La Commissione dovrebbe dire a chiare lettere che la tassa sulle transazioni deve essere pagata da tutti. Una situazione in cui gli agricoltori pagano le tasse, mentre i finanzieri non lo fanno, è inaccettabile. L’ingiustizia sociale dà adito a rancori e il permissivismo trasforma le istituzioni governative in una buca della sabbia creata dalle banche. Ho votato a favore.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) L'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie costituisce un passo nella giusta direzione e andrebbe a colpire principalmente i fondi hedge e prodotti simili; con un interessamento limitato dell’economia reale. È indubbiamente giusto che l’Europa assuma la guida in questo ambito – dopo tutto, se volessimo coinvolgere anche gli americani, dovremmo aspettare all’infinito. Una tassa sulle transazioni finanziarie non dovrebbe in ogni caso essere usata come mezzo per fare entrare una tassa comunitaria dalla porta di servizio. Purtroppo però la relazione dell’onorevole Podimata ci conduce proprio in questa direzione. La sovranità fiscale deve rimanere a livello degli Stati membri. Se Bruxelles non riesce a gestire il denaro che incassa, significa che deve stringere la cinghia. Ci sono già abbastanza competenze che potrebbero essere regolamentate meglio a livello nazionale che non a livello dell’Unione europea. Le altre richieste contenute nella relazione, ossia l’introduzione degli Eurobond e di una tassa sul carbonio, dovrebbero essere respinte. Da una parte, gli Eurobond sono un prodotto che contraddice ogni buon senso economico, mentre dall’altra, ai paesi prudenti della zona euro viene ancora una volta ingiustamente chiesto di pagare il conto. L’Unione europea diventerebbe semplicemente un’Unione di trasferimenti. Inoltre, una tassa sul carbonio con obiettivi discutibili danneggerebbe l’economia europea e distruggerebbe posti di lavoro con un effetto sicuramente negativo per la maggior parte dei cittadini. Per queste ragioni, ritengo che dovremmo respingere la relazione.

 
  
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  Claudio Morganti (EFD), per iscritto. − Signor presidente, onorevoli colleghi, ho voluto esprimere il mio parere negativo su questa relazione, poiché, se da un lato l'idea di una contribuzione da parte del sistema finanziario, che molte colpe ha nella crisi degli ultimi due anni, parrebbe giusta, d'altro canto le modalità di applicazione mi lasciano molto perplesso.

Debbo dire che valuto positivamente la proposta relativa alla creazione degli eurobond, che credo possano essere uno strumento utile, ma è la preponderante parte relativa all'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie a creare i maggiori problemi. Ritengo sia troppo rischiosa una sua applicazione ad un solo livello di Unione europea, poiché rischierebbe di togliere competitività all'intero sistema finanziario comunitario e che gli operatori potrebbero aggirare senza troppe difficoltà puntando su altre piazze.

Inoltre non vorrei che questa tassa potesse aprire la strada alla creazione di un potenziale erario centralizzato a livello UE, ipotesi che mi troverebbe nettamente contrario.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) Finora è stato il contribuente europeo a farsi carico della maggior parte dei costi della crisi economica. È quindi importante utilizzare altri strumenti per fare sì che gli attori e gli speculatori dei mercati finanziari si assumano una parte di responsabilità. È una questione di giustizia. Una tassa sulle transazioni finanziarie non dovrebbe essere utilizzata da Bruxelles come pretesto per introdurre una tassazione diretta. Un’azione di questo tipo eroderebbe la sovranità in materia fiscale e generale degli Stati membri. La relazione rivela delle tendenze in questa direzione, ed è il motivo per il quale ho espresso un voto contrario.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. – (LT) Ho votato a favore di questa risoluzione su un finanziamento innovativo a livello mondiale ed europeo. L’Europa, con il più grande mercato finanziario del mondo, sta a poco a poco cercando di rimettersi in piedi dopo la crisi i cui effetti si faranno sentire ancora per molti anni. È conseguentemente cruciale introdurre misure finanziarie innovative in grado di assicurare stabilità e trasparenza finanziarie. Attualmente, alla maggior parte dei servizi finanziari non è imposta l’IVA, conseguentemente nel settore finanziario si perde un’importante fonte di reddito e la pressione fiscale per i lavoratori aumenta. Credo che la tassa sulle transazioni finanziarie sia una misura finanziaria efficace che potrebbe contribuire a ridurre la speculazione e i disavanzi pubblici. Dopo aver correttamente valutato il suo potenziale effetto negativo sulla competitività complessiva dell’Unione europea, dobbiamo fare tutto il possibile perché sia applicata anche a livello mondiale. Inoltre, per incrementare il PIL di tutti i paesi, sarebbe utile introdurre una tassa sugli attivi bancari proporzionata all’importanza sistemica degli istituti di credito interessati e al livello di rischio connesso alle singole attività. Condivido la proposta relativa all’emissione di obbligazioni europee di progetto che, come strumento di gestione comune del debito, potranno attirare maggiori investimenti verso progetti infrastrutturali europei. Inoltre, al fine di ottimizzare i risultati dell’applicazione della tassa sul carbonio, è necessario fissare i requisiti minimi obbligatori per tutti gli Stati membri, per impedire che oneri eccessivi si spostino sui consumatori a basso reddito.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE), per iscritto. (EL) Ho votato a favore della relazione di iniziativa del Parlamento europeo su un finanziamento innovativo a livello mondiale ed europeo. La crisi finanziaria e la crisi del debito hanno messo a nudo le attuali lacune in termini di funzionamento e di controllo del settore finanziario. L’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie non è una proposta nuova ed è sicuramente impopolare in tutti i paesi sviluppati, senza eccezione alcuna, soprattutto in quelli che applicano politiche di bassa imposizione fiscale. In ogni caso, qualora un accordo mondiale risultasse impossibile, l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie nell’Unione europea, se non indebolisce la sua competitività, contribuirà a migliorare il funzionamento di questo settore specifico generando al contempo consistenti entrate pubbliche. È proprio questa la sostanza dell'emendamento n: 2, per il quale ho votato a favore.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) La relazione riguarda gli strumenti di finanziamento innovativo a livello mondiale ed europeo. Delinea misure atte ad affrontare il problema delle gravi lacune del quadro regolamentare e di vigilanza del sistema finanziario mondiale che sono emerse a seguito della crisi economica e finanziaria mondiale del 2007-2009. Le transazioni finanziarie sono attualmente contraddistinte da un enorme aumento di volume e da una notevole discrepanza di dimensioni tra tali operazioni e le necessità del “mondo reale”. Nuovi modelli commerciali, come gli investimenti a breve termine e il trading automatizzato ad alta frequenza, che hanno acquisito un ruolo centrale nelle tendenze finanziarie su scala mondiale, portando a un’eccessiva volatilità e all’assunzione di rischi eccessivi, meritano l’attenzione dei nostri governanti. Sono ragioni sufficienti a giustificare che il Parlamento europeo, nell’ambito del suo mandato, dia un suo contributo e indichi le misure che reputa più idonee per risolvere la situazione attuale.

 
  
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  Marit Paulsen, Olle Schmidt e Cecilia Wikström (ALDE), per iscritto.(SV) La relazione su un finanziamento innovativo affronta numerosi aspetti rilevanti, come per esempio l’importanza di creare un vero mercato interno come base per la crescita europea, l’importanza di consentire il finanziamento di progetti infrastrutturali europei medianti obbligazioni europee di progetto, nonché una possibile soluzione relativamente alla tassa europea sul carbonio in modo da poter passare ad una produzione sostenibile in Europa. È anche significativo che la relazione evidenzi che gli Stati membri dell’Unione devono soddisfare gli obiettivi fissati in termini di aiuti.

Abbiamo tuttavia deciso di astenerci nella votazione finale perché non crediamo che sia opportuno che l’Europa introduca una tassa sulle transazioni finanziarie in maniera indipendente se non lo faranno anche altri paesi. Riteniamo che l’esempio svedese dovrebbe essere tenuto in considerazione per evitare di ripetere lo stesso errore a livello europeo: negli anni ‘80 è stata introdotta unilateralmente una sorta di tassa sulle transazioni finanziarie, con il risultato che la maggior parte degli scambi in azioni, titoli e opzioni si è spostata a Londra.

Riteniamo che ci sia un elevato rischio che gli effetti stabilizzatori del mercato finanziario, che speriamo possano essere indotti dalla tassa sulle transazioni finanziarie, non si concretizzino se l’Unione europea introdurrà una tassa simile unilateralmente. C’è un considerevole rischio che gli scambi in azioni, titoli e opzioni si trasferiscano invece verso mercati extraeuropei meno trasparenti e meno aperti. Non si creeranno certamente così condizioni migliori per il controllo del mercato finanziario e si rischierebbe inoltre di indebolire la vigilanza europea comune del mercato finanziario che abbiamo realizzato.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Per affrontare la crisi finanziaria mondiale e la grave recessione che ne è scaturita, numerosi governi hanno aumentato il debito sovrano a livelli insostenibili, con l’obiettivo di salvare le società finanziarie e di rivitalizzare le loro rispettive economie. Allo stesso tempo, le banche stanno accumulando utili sfruttando i differenziali tra i prestiti ottenuti dalle banche centrali ad un tasso di interesse quasi pari a zero e il prezzo al quale concedono prestiti ai loro clienti e agli Stati. Le società finanziarie devono pertanto rispondere a un imperativo morale assumendosi le proprie responsabilità di fronte alla crisi che loro stesse hanno causato: Una tassa sulle transazioni finanziarie è il minimo che si possa chiedere.

A chi cerca di procrastinare questa assunzione di responsabilità, adducendo a mo’ di pretesto, l’argomentazione secondo cui una tassa di questo tipo può essere introdotta solo a livello mondiale, vorrei dire: (1) che la posizione dell'Unione europea sarebbe notevolmente rafforzata dall’introduzione unilaterale di questa tassa; (2) se una parte del capitale utilizzato per le transazioni speculative dovesse lasciare l’Unione europea, si constaterebbe una riduzione della volatilità dei mercati finanziari, sicuramente vantaggiosa; (3) se una regolamentazione finanziaria a livello mondiale non è né fattibile né auspicabile, saranno necessarie regole ragionevoli sulla circolazione dei capitali. La relazione costituisce un passo in questa direzione.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione perché è ora che l’Unione europea assuma un ruolo guida ed introduca una tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Credo che se compiremo noi questo primo passo, aumenteranno anche le probabilità di poter raggiungere l’obiettivo di una tassa sulle transazioni finanziarie a livello mondiale. L’emendamento proposto dal mio gruppo che chiede l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie a livello dell’Unione europea senza ulteriori attese (per esempio per condurre ulteriori studi) è stato approvato con una maggioranza risicata. Vorrei ora chiedere al Commissario responsabile, Šemeta, di agire.

La risoluzione è stata approvata ad ampia maggioranza con 529 voti a favore, 127 voti contrari e 18 astensioni. Il Parlamento sta lanciando un segnale forte che non può essere ignorato dalla Commissione o reinterpretato per futili motivi. Chiedo al Presidente Barroso di agire, di esercitare la prerogativa di iniziativa della Commissione e di presentare un progetto di proposta a noi legislatori. Potrebbero in questo modo essere raccolti in totale 200 miliardi di euro – fondi di cui c’è un disperato bisogno e che dovrebbero essere sborsati dai responsabili della crisi. Non dovremmo andare a chiedere ai contribuenti di coprire i buchi causati dalla crisi finanziaria, dovremmo invece esigere finalmente dal settore finanziario che paghi la sua parte. Questo denaro dovrebbe essere utilizzato sia per il consolidamento del bilancio sia come fonte di entrare proprie per il bilancio dell’Unione europea.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Oggi il Parlamento europeo ha ribadito la richiesta di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo nel contesto di una relazione su un finanziamento innovativo approvata dagli eurodeputati. I verdi chiedono da tempo l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie e hanno accolto favorevolmente l’esito del voto con i commenti dell’onorevole Lamberts: “Il Parlamento europeo ha continuato ad esercitare pressione per l'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie a livello dell’Unione europea. Mentre la finalità ultima dovrebbe essere quella di introdurre una TTF a livello mondiale, è comunque utile che l'Unione europea vada avanti da sola. Gli eurodeputati oggi hanno esortato la Commissione ad adottare misure in questo senso. I verdi si fanno da tempo fautori dell’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie sia come mezzo per porre freno a speculazioni estremamente pericolose sia come nuova fonte di entrate pubbliche. Oltre a costituire una fonte di reddito potenzialmente significativa in un momento in cui i Tesori nazionali sono sotto pressione, una tassa sulle transazioni finanziarie è socialmente giusta. Una TTF consentirebbe inoltre di gestire il rischio sistemico derivante dal trading automatizzato ad alta frequenza, agendo da deterrente per le speculazioni rischiose. È ora che la Commissione e gli Stati membri smettano di temporeggiare.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. − La recente crisi economica ha messo a nudo le carenze del sistema di regolamentazione e vigilanza della finanza mondiale.

Troppo spesso, infatti, il volume di queste operazioni ha di gran lunga superato le necessità del mondo reale, causando speculazioni che nel tempo hanno reso i capitali in gioco estremamente volatili e a rischio insolvenza. Questo sta pesando in primis sui contribuenti, anche in termini di alti tassi di disoccupazione, redditi sempre più bassi, accesso ridotto ai servizi sociali e aumento delle disparità.

Per prevenire future crisi, l'Unione Europea deve promuovere subito cambiamenti concreti nella regolamentazione e nella vigilanza, dando forma ad un contesto finanziario più sano e solido. L'idea di un prelievo sulle operazioni finanziarie presenta importanti vantaggi, soprattutto all'indomani di una crisi come quella attuale: stabilizzare i mercati, incentivare gli investimenti a lungo termine e garantire la tracciabilità ai fini di revisione delle singole operazioni.

Porre freno alle speculazioni, sostenere gli investimenti a lungo termine e conseguire una maggiore crescita a lungo termine nel quadro della strategia UE 2020: tutto questo deve essere completato dall'importanza di introdurre un sistema di finanziamento simile non solo nell'Unione europea, in modo da non generare svantaggi competitivi a nostro danno.

 
  
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  Vilja Savisaar-Toomast (ALDE), per iscritto. (ET) Nel voto di oggi è stato espresso sostegno per la relazione su un finanziamento innovativo a livello mondiale ed europeo. L’unica parte che non ha trovato appoggio è stata la proposta che invita la Commissione indagare sulla fattibilità di un’imposta europea sul carbonio che, sul modello dell’IVA, sarà applicata a tutti i prodotti nel mercato interno. Sono lieta di poter osservare che sono stati appoggiati i punti principali, quelli in cui si chiede alla Commissione di studiare la fattibilità e la praticabilità di varie nuove tasse e le loro eventuali conseguenze. Come le tasse bancarie, anche le tasse sulle attività finanziarie e le tasse sulle transazioni finanziarie hanno il loro obiettivo economico e il loro potenziale di creazione di reddito è diverso, è quindi importante che, prima di imporre altre tasse, sia condotta un’analisi approfondita.

È stato appoggiato il principio secondo cui, se viene imposta una tassa sulle transazioni finanziarie, dovrebbe essere fissata sulla base più ampia possibile. Allo stesso tempo, gli eurodeputati; inclusa la sottoscritta, hanno chiesto di sapere chi pagherà alla fine dei conti questa tassa, perché l’onere fiscale grava normalmente sui clienti che, in questo caso, sarebbero gli investitori al dettaglio e i singoli. Grazie.

 
  
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  Edward Scicluna (S&D), per iscritto. (EN) Appoggio la relazione Podimata che contiene numerose buone idee su una tassa sulle transazioni finanziarie a livello mondiale. La verità è che buona parte del settore finanziario, in particolare le banche d’affari, deve ancora affrontare un processo di riforma alla luce di tutte le falle che sono state messe a nudo dalla crisi finanziaria. Persino il governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, la scorsa settimana ha ammesso che il costo delle misure di austerità adottate nel Regno Unito e in tutta Europa, è sostenuto da “persone assolutamente irreprensibili” mentre il settore finanziario è tornato alla mentalità “business as usual”.

È giusto che il settore privato paghi la sua parte delle conseguenze della crisi finanziaria e provveda a qualsiasi futuro salvataggio, visto che ci sono ancora molte banche reputate “troppo grandi per fallire”. Spetta ora al FMI e alla Commissione europea valutare gli aspetti positivi e negativi di una tassa sulle transazioni finanziarie.

 
  
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  Peter Skinner (S&D), per iscritto. (EN) Durante la votazione odierna sulla relazione Podimata su un finanziamento innovativo, è stato votato un emendamento separato che chiedeva alla Commissione di avanzare proposte per una tassa sulle transazioni finanziarie in assenza di qualsiasi iniziativa a livello del G20.

Ho votato a favore dell’emendamento in nome della solidarietà di gruppo e perché credo che un chiaro sostegno all’idea di una TTF da parte dell'Europa potrebbe stimolare ulteriori discussioni al G20.

Sono in ogni caso consapevole del fatto che l’introduzione di una TTF a livello dell'Unione europea, nel caso in cui non fosse attuata anche a livello mondiale, comporta potenziali rischi per la competitività del Regno Unito come piazza finanziaria, con evidenti conseguenze sui cittadini del Sud-est dell’Inghilterra. Diffido di una TTF esclusivamente europea e credo che qualsiasi proposta debba essere oggetto di una rigorosa valutazione di impatto al fine di accertarsi che gli effetti positivi siano superiori agli inconvenienti per i miei elettori. Prima di aver ottenuto il risultato di una valutazione di impatto di questo tipo, non posso fare altro che respingere con determinazione le proposte che parlano di una TTF generalizzata dello 0,05 per cento su tutte le transazioni finanziarie in quanto arbitraria e mal congegnata.

 
  
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  Søren Bo Søndergaard (GUE/NGL), per iscritto.(DA) Ho votato contro la relazione in quanto non garantisce che una tassa sulle transazioni finanziarie sia poi utilizzata per lo scopo che dovrebbe avere una vera Tobin tax, ossia andare a favore dei paesi in via di sviluppo e degli investimenti per il clima. La relazione non è chiara in merito al fatto che la tassa vada effettivamente ad alimentare i bilanci dell’Unione europea, il che potrebbe aprire la porta ad ancor più problemi. In primo luogo, sono fondamentalmente contrario all’incremento delle risorse proprie dell’Unione europea. Secondo, perderemo l’occasione di avere una vera Tobin tax se l’Unione europea avrà il diritto di disporre liberamente della tassa – come si legge nella proposta della Commissione, secondo cui l’imposta tassa dovrebbe finanziare i progetti dell'Unione europea e coprire i buchi di bilancio dell’Unione. Il mio voto non deve essere interpretato come opposizione ad una tassa sulle transazioni finanziarie nell’Unione europea. Sono assolutamente d’accordo con una vera Tobin tax e sono altresì a favore degli elementi positivi contenuti nella relazione; come la lotta contro la frode fiscale, il principio “chi inquina paga” e l’invito a puntare sull’efficienza energetica.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. (NL) Oggi ho nuovamente votato a favore dell’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF) e convengo che, se non applichiamo una TTF a livello mondiale; l’Unione europea dovrebbe comunque compiere il primo passo. Dobbiamo sfruttare questo slancio e limitare l’avidità dei settori finanziari e bancari. Dopo tutto, una crisi mondiale esige soluzioni mondiali e l’Europa, in quanto mercato finanziario più importante del mondo, può svolgere il ruolo di apripista in questo contesto. Una tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe assicurare agli Stati membri entrate sufficienti a riportare in equilibrio i loro bilanci e a far funzionare le loro economie.

Dato che il potenziale di gettito di una TTF dello 0,05 per cento è pari a circa 200 miliardi di euro nell’Unione europea e 650 miliardi di dollari a livello mondiale, questa tassa potrebbe contribuire in maniera decisiva a soddisfare l’esigenza di reperire risorse nuove e sostenibili. Una TTF potrebbe porre freno alla speculazione e stabilizzare i mercati, creare incentivi per investimenti a lungo termine e, dato che ogni transazione è tracciabile, potrebbe aumentare la trasparenza e fare in modo che gli attori finanziari accettino di farsi carico della loro parte di costi della crisi. La relazione chiede inoltre un’analisi più approfondita delle possibilità di emettere Eurobond e applicare una tassa sul CO2.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto. (EN) A differenza dei miei colleghi scozzesi conservatori e liberali, io ho appoggiato questa relazione che prende in esame una serie di possibili fonti di finanziamento; compresa una tassa sulle transazioni finanziarie. Chiede inoltre che sia avviato un dibattito sull’uso delle entrate che potrebbero essere generate da una TTF.

 
  
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  Michèle Striffler (PPE), per iscritto.(FR) Ho manifestato il mio convinto sostegno all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie a livello mondiale durante la votazione sulla relazione su uno strumento finanziario innovativo a livello mondiale ed europeo. La possibilità di applicare una tassa di questo tipo unicamente a livello europeo dovrebbe tuttavia prima essere oggetto di uno studio di fattibilità da parte della Commissione europea. Dovremmo in effetti stabilire se questa tassa potrebbe essere introdotta a livello europeo senza produrre effetti negativi sulla competitività europea a livello internazionale.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) La crisi economica e finanziaria ha rivelato gravi lacune nel quadro regolamentare e di vigilanza del sistema finanziario mondiale. Alla crisi occorre rispondere con strumenti nuovi in grado di porre freno alla speculazione, ristabilire il ruolo del settore finanziario; assicurare una ripartizione equa degli oneri e creare nuove risorse supplementari al fine di raccogliere le sfide mondiali, quali il cambiamento climatico, gli obiettivi di sviluppo e una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva nel contesto della strategia Europa 2020. Questa relazione di iniziativa è il frutto della volontà di reperire fonti di finanziamento nuove e innovative. Gli strumenti di tassazione che si basano sulla percezione di entrate non sono considerati sufficienti. Il documento esamina le possibilità seguenti per il finanziamento innovativo: tassazione del settore finanziario, Eurobond e tassazione del settore energetico. A mio avviso, è fondamentale innovare in termini di mezzi di finanziamento alternativi all’altezza delle sfide odierne e in sintonia con il mondo moderno, ma non è opportuno farlo senza aver prima studiato il loro impatto concreto. Importante quanto l’aumento delle entrate è il potenziamento del ruolo regolamentare del mercato, creando meccanismi per rafforzare la sua trasparenza, la sua efficienza e la sua stabilità. Per queste ragioni, in plenaria ho votato a favore del documento.

 
  
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  Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. (EL) La relazione è un insulto all’intelligenza della classe lavoratrice e della gente comune, che soffrono per la barbara guerra scatenata contro di loro dal capitale e dai suoi rappresentanti politici. Chiarisce sin dall'inizio che non se ne parla nemmeno di tassare il capitale: “sottolinea che l’aumento delle aliquote, l’estensione del campo di applicazione degli attuali strumenti fiscali … non possono rappresentare una soluzione sufficiente e sostenibile”. Ma per ingannare i lavoratori chiede all'Unione europea di adottare una “tassa sulle transazioni finanziarie” dello 0,01 per cento, che viene presentata come una cosiddetta “equa ripartizione degli oneri” della crisi tra il capitale e i lavoratori e un sforzo per limitare la speculazione da parte del capitale. Allo stesso tempo, la tassazione diretta sulla povera gente comune aumenta e la tassazione indiretta che va letteralmente ad erodere i redditi della classe lavoratrice e dei ceti più bassi sale alle stelle. La tassa sulle transazioni finanziarie non è una tassa sul settore finanziario, è un’altra tassa indiretta. Oltre a questa nuova tassa indiretta, viene anche proposto uno stuolo di cosiddette misure di “finanziamento innovativo”; come una tassa sul carbonio, un contributo di solidarietà sui biglietti aerei, e addirittura una “lotteria mondiale” per combattere la fame. Il partito comunista greco ha votato contro questa relazione, sottolineando che l’unica soluzione popolare per uscire dalla crisi capitalistica è quella di concentrarsi sugli utili dei monopoli.

 
  
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  Niki Tzavela (EFD), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione. A mio parere, la relazione dell’onorevole Podimata è molto equilibrata e ben motivata. Apprezzo inoltre i quattro strumenti finanziari che la relazione introduce. Le quattro misure sono tutte innovative e vorrei sottolineare che non si tratta solo della tassa sulle transazioni finanziarie. Dovremmo essere attenti nella scelta degli strumenti da attuare: a mio avviso, dovremmo escludere le tasse settoriali – come quelle sul settore energetico – che hanno un effetto moltiplicatore sul costo della vita. Per la fase finale credo pertanto che la Commissione dovrebbe svolgere un esame con una valutazione di impatto dell’efficienza e dei risultati potenziali del ricorso a questi strumenti.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) La relazione contiene alcune buone idee, per esempio, una tassa sulle transazioni finanziarie dello 0,05 per cento soltanto farebbe confluire nel bilancio dell’Unione europea 200 miliardi di euro. Si tratta di denaro che attualmente non stiamo utilizzando e che renderebbe la speculazione più difficile, ma non impossibile. È ora importante sapere che cosa farà il Consiglio dei ministri con questa relazione di iniziativa. La strada è ancora molto lunga.

 
  
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  Derek Vaughan (S&D), per iscritto. (EN) In una situazione in cui i cittadini di tutta l’Unione europea devono fare fronte ai costi sempre più salati della crisi finanziaria, le misure contenute nella relazione potrebbero consentire di reperire miliardi di euro e alleggerire parte della pressione che grava sulle famiglie in questo contesto finanziario così difficile.

Una piccola tassa sulle transazioni finanziarie potrà essere utilizzata per combattere la povertà nel Regno Unito e in tutto il mondo, mitigando gli effetti del cambiamento climatico. I sostenitori di questa cosiddetta tassa “Robin Hood”, compresi gli eurodeputati laburisti, ora; forti del loro successo, devono continuare ad esercitare pressione sul settore finanziario mondiale per estendere questo programma e creare una tassa sulle transazioni finanziarie a livello mondiale.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore di questa risoluzione volta ad incoraggiare il finanziamento innovativo mediante una tassa sulle transazioni finanziarie, accrescendo le capacità di ripresa dell’economia e promuovendo la transizione alla crescita verde pur mantenendo gli aiuti ai paesi in via di sviluppo. La crisi economica ha dimostrato, in modo molto violento, l’importanza fondamentale di una governance finanziaria mondiale per evitare di cadere nuovamente in balia dei capricci del capitalismo finanziario sfrenato. È questo l’obiettivo della Presidenza francese del G20 e dobbiamo fare tutto il possibile per realizzarlo. La speculazione finanziaria, favorita dall'assenza di regole e di vigilanza, ha cancellato milioni di posti di lavoro, ha gravemente danneggiato le finanze pubbliche e ha considerevolmente ridotto il tenore di vita di un’ampia maggioranza di europei. È giunto il momento di abbandonare questa visione a breve termine dell’economia, in cui il denaro conta più di qualsiasi altra cosa e l’irresponsabilità regna sovrana e che ci ha portato fino sull’orlo del baratro; affinché il sistema finanziario possa ritrovare il suo ruolo che è quello di servire l’economia reale e i cittadini. L’Unione europea dovrebbe costituire un esempio in questo senso e la risoluzione adottata dall’Aula manda un segnale forte ai nostri partner.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione dell’onorevole Podimata su un finanziamento innovativo a livello mondiale ed europeo. Finora, i contribuenti europei sono stati i soli a pagare il conto della crisi economica e finanziaria del 2007 e degli anni successivi. Questa è la prima relazione che esamina una serie di meccanismi innovativi destinati a fare in modo che anche gli attori del mercato finanziario si facciano carico di una parte dei costi. La proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie a livello mondiale, se possibile, deve essere accolta favorevolmente e, in alternativa, dovrebbe essere preso in considerazione un programma simile a livello dell’Unione.

Il grande vantaggio di questa tassa non è rappresentato solo dal potenziale reddito proveniente da un settore che in passato è stato oggetto di prelievi limitati o addirittura inesistenti; ma anche da un contestuale effetto di regolazione. È noto che il settore finanziario, spesso costruito sulla speculazione, è ormai completamente scollato dall'economia reale. Tassando il settore finanziario, potremmo generare incentivi per investimenti a lungo termine, tenendo così in considerazione le esigenze dell’economia reale.

 
  
  

Relazione Estrela (A7-0032/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto.(PT) Esprimo il mio sostegno a favore della relazione perché l'importanza della riduzione delle disuguaglianze sanitarie è strettamente correlata alla riduzione delle disuguaglianze sociali, come sottolinea questo testo. Le disuguaglianze sanitarie iniziano a manifestarsi già nelle prime fasi della vita e continuano per tutta la sua durata, riproponendosi anche nelle generazioni successive. Pertanto gli Stati membri sono chiamati ad adottare il principio di "salute in tutte le politiche" e, inoltre, sostengo fortemente le raccomandazioni del relatore volte a difendere la necessità di promuovere un accesso universale al sistema sanitario, includendo i migranti sprovvisti di documenti e l’accesso alla protezione sociale per le donne incinte secondo quanto previsto dalle leggi in vigore nei loro paesi.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto.(FR) La relazione Estrela rappresenta un ottimo strumento per esaminare le disuguaglianze sanitarie che esistono all'interno dell'Unione e per valutare le misure da prendere al fine di ridurle. Pertanto mi sono espressa a favore di questo testo che ritengo di grande utilità, per lo meno per riaffermare l'inviolabile natura del diritto all'aborto e la necessità di garantire alle donne un accesso agevole ai metodi contraccettivi, in un periodo in cui tali diritti non sono effettivamente garantiti in tutti gli Stati membri dell'UE. La marcia verso l’uguaglianza prosegue.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Vi sono notevoli disuguaglianze sanitarie tra i paesi e le regioni dell’Unione e, a causa della crisi economica e finanziaria, alcuni Stati membri hanno adottato misure di austerità che comportano una riduzione del livello di finanziamento destinato alla sanità pubblica, alla prevenzione delle malattie e all’assistenza a lungo termine. L'accesso a servizi sanitari di qualità non è garantito a tutti i cittadini dell’Unione e questa situazione si verifica in particolar modo nelle regioni più disagiate, in cui i pazienti non hanno accesso a servizi sanitari e di trattamento di qualità. Le disparità principali si rilevano per quanto riguarda il rimborso per le terapie e il trattamento di patologie individuali complesse, quali il morbo di Alzheimer, che non consente ai pazienti di taluni Stati membri di ricevere i rimborsi necessari per le terapie e il trattamento. Ritengo che la Commissione europea sia chiamata ad adottare misure volte a ridurre le disparità d’accesso a servizi di assistenza sanitaria di qualità elevata, cui sono sottoposti numerosi cittadini europei creando meccanismi volti a monitorare le disuguaglianze sanitarie. La Commissione dovrebbe inoltre presentare un’iniziativa tesa a promuovere e a sostenere lo sviluppo, da parte degli Stati membri, di strategie nazionali o regionali integrate per ridurre le disuguaglianze sanitarie.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto.(PT) Oggigiorno, i cittadini europei vivono più a lungo e in condizioni di salute migliori e, nonostante i livelli di sanità siano migliorati nel corso degli anni all’interno dell’Unione, esistono tutt'ora in Europa disuguaglianze sanitarie tra gli Stati membri e all’interno dei loro stessi territori. A causa dell’attuale crisi economica, sociale e finanziaria queste disuguaglianze tendono ad accentuarsi. In qualità di relatore ombra per parere della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, ho sottolineato la necessità di trovare soluzioni che dovranno coinvolgere tutti gli attori: l’Unione europea, i governi nazionali, le autorità regionali e locali e gli operatori dell’economia sociale. Le sfide che l’Unione europea si trova ad affrontare, derivanti dai cambiamenti demografici, comportano la necessità di un piano concreto per contrastare le disuguaglianze sanitarie nelle aree rurali.

Il rafforzamento del meccanismo per il riconoscimento delle qualifiche agevolerà la circolazione delle competenze all’interno dell’UE e la mobilità dei professionisti. Le campagne volte a promuovere stili di vita sani e programmi di prevenzione e controlli mirati a gruppi specifici rappresentano ulteriori elementi importanti per ridurre le disuguaglianze sanitarie. Sulla scorta di quanto fin qui esposto, mi sono espressa a favore di questa relazione.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto.(FR) In un momento in cui le nostre rispettive società europee risentono ancora pienamente degli effetti sociali della crisi economica e finanziaria, il voto odierno sulla relazione Estrela circa la riduzione delle disuguaglianze sanitarie assume un'importanza cruciale. Il testo, infatti, ricorda che le disuguaglianze riguardano inoltre i servizi di assistenza sanitaria e che è importante agire sulle loro cause principali, al fine di consentire a tutti i cittadini europei di godere finalmente dei propri diritti sociali di base. I cittadini non sono su un piano paritario in termini di aspettativa di vita, povertà o esclusione sociale e non tutti sono esposti ai medesimi rischi per la salute. La relazione, inoltre, menziona i migranti sprovvisti di documenti che spesso riscontrano enormi difficoltà ad accedere ai servizi sanitari dei paesi ospitanti.

Invitiamo, pertanto, gli Stati membri a migliorare l'accesso all'assistenza sanitaria per tutti, cittadini e non, e ci appelliamo affinché coordinino ulteriormente le loro politiche sanitarie. L’accesso a un’assistenza sanitaria di elevata qualità rappresenta uno dei diritti fondamentali più importanti e dovrebbe essere una priorità sia per l’Unione che per gli Stati membri che hanno ancora competenza in questa area.

 
  
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  Sergio Berlato (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, nell'Unione europea si registrano notevoli disuguaglianze sanitarie e anche gli interventi per contrastare tali disuguaglianze variano ampiamente all'interno degli Stati membri. Poiché credo che queste differenze in materia di salute possano produrre un'influenza non trascurabile sugli individui durante tutto l'arco della vita, esse costituiscono un problema che deve essere affrontato con determinazione e con una visione politica innovativa.

La relazione in discussione contiene spunti di notevole interesse in merito al riconoscimento del concreto diritto alla salute dei cittadini, in particolare, ponendo l'attenzione sia sulla formazione della popolazione, sia sulla capillarità dei servizi sanitari. Le conseguenze sociali della recente crisi economico-finanziaria sono evidenti: dall'inizio della crisi, il numero delle persone senza un lavoro è aumentato di 5 milioni, molti nuclei familiari sono stati colpiti dalla recessione e si trovano ora più esposti al rischio di povertà o a una situazione di eccessivo indebitamento. A mio avviso, è fondamentale che la riduzione di tali disuguaglianze sia considerata una priorità a tutti i livelli del processo decisionale. Invito, inoltre, la Commissione a dare loro un maggiore riconoscimento nell'ambito della strategia Europa 2020 e a garantire che l'obiettivo della riduzione delle disuguaglianze sanitarie sia pienamente preso in considerazione nel quadro delle future iniziative comunitarie.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questo testo perché le disuguaglianze sanitarie rappresentano un problema che deve essere affrontato in via prioritaria; esse, infatti, si presentano in tenera età e persistono anche oltre la vecchiaia, trasmettendosi alle generazioni successive. Le disuguaglianze subite nei primi anni di vita per quanto riguarda l'accesso all'istruzione, all'occupazione e all'assistenza sanitaria, così come quelle basate sul sesso e sul contesto culturale, possono avere un'influenza fondamentale sulla salute delle persone lungo tutto l'arco della vita. Inoltre, la povertà e l'esclusione sociale comportano conseguenze notevoli sullo stato di salute e le ragioni di queste differenze sono, in molti casi, evitabili e ingiuste. È necessario adottare misure specifiche, in particolare a favore dei gruppi più vulnerabili, al fine di affrontare la questione delle disuguaglianze sanitarie ed è essenziale che la loro riduzione sia considerata una priorità fondamentale, garantendo valutazioni d’impatto efficaci in ambito sanitario.

 
  
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  Sebastian Valentin Bodu (PPE), per iscritto. (RO) La crisi ha comportato conseguenze gravi sul settore sanitario in numerosi Stati membri, sia in termini di offerta che di domanda. Dal punto di vista dell’offerta, la crisi economica e finanziaria ha determinato una riduzione del livello di finanziamenti destinati alla sanità pubblica e ai servizi di assistenza sanitaria, riduzione derivante anche, nel lungo termine, dai tagli di bilancio e dal minor gettito fiscale, legato alla riscossione delle imposte. D'altro canto, la richiesta di servizi di assistenza sanitaria, anche a lungo termine, è aumentata a seguito di una combinazione di fattori che contribuiscono al deterioramento dello stato sanitario della popolazione in generale. Numerosi Stati membri hanno inserito nei rispettivi piani di ripresa misure destinate a mitigare l’impatto della crisi economica sui servizi di assistenza sanitaria, tramite investimenti nell’infrastruttura sanitaria, con un utilizzo efficace dei fondi destinati ai servizi di assistenza sanitaria e mediante una ristrutturazione e riorganizzazione del sistema sanitario.

Tuttavia, vi sono notevoli discrepanze tra gli Stati membri in termini di misure adottate per contrastare le disuguaglianze. La questione dell'accesso è fondamentale per tutti i servizi pubblici.

La raccolta e lo scambio di dati riguardanti strategie, politiche e interventi efficaci aiuteranno a ottenere il sostegno a livello amministrativo e di altri settori.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto.(PT) Concordo pienamente con quanto affermato dal relatore, l’onorevole Estrela, secondo cui vi sono disuguaglianze sanitare tra i cittadini delle diverse regioni dell'Unione e tra i gruppi di popolazione più o meno avvantaggiati. Queste disuguaglianze tendono a manifestarsi fin dalla nascita, persistono fino all'anzianità e sono influenzate nel corso della vita dall'accesso all'istruzione, all'occupazione e all'assistenza sanitaria e potrebbero essere accentuate dalle differenze di genere e razza. È essenziale dunque ridurre le disuguaglianze esistenti che compromettono gli impegni presi dall'UE in materia di solidarietà, coesione sociale ed economica, diritti umani e pari opportunità e pertanto questa azione rappresenta una priorità nell'ambito della strategia comunitaria in materia sanitaria per il periodo 2008 - 2013. Tuttavia, è importante riconoscere che la politica sanitaria ricade sotto la responsabilità degli Stati membri, insieme alla creazione dei rispettivi sistemi per garantire l'accesso dei cittadini all'assistenza sanitaria. Il testo descrive numerose misure interessanti senza, tuttavia, esaminarne l’impatto finanziario. Mi rammarico anche dell'introduzione della questione dell’aborto che è di competenza nazionale e non europea.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto.(FR) I principi riguardanti l'universalità, l'accesso a servizi di assistenza di qualità elevata, l'equità e la solidarietà devono diventare realtà all'interno dei sistemi sanitari dell’Unione europea. Alla luce di tali motivazioni, il Parlamento europeo ha adottato la relazione Estrela a larga maggioranza. Ciononostante, è possibile riscontrare ancora numerose disuguaglianze nei sistemi sanitari dei 27 Stati membri e gli eurodeputati hanno rivolto un appello per il miglioramento dell'accesso universale all'assistenza sanitaria, anche sotto il profilo economico. Le prestazioni di base devono avere un costo inferiore ed è necessario rendere i medicinali più accessibili sotto il profilo economico come pure ridurre le disuguaglianze fra i vari gruppi sociali e le diverse fasce di età. Gli Stati membri dovrebbero migliorare l’efficacia della spesa pubblica destinata al settore sanitario, concentrandosi sulla prevenzione e offrendo programmi mirati per i gruppi più vulnerabili. Gli eurodeputati chiedono pertanto alla Commissione europea e ai governi degli Stati membri di agire in questa direzione, in modo tale da assicurare uno standard sanitario in Europa che sia all’altezza del modello sociale europeo che auspichiamo.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto.(FR) Attendevo con ansia la possibilità di sostenere la relazione Estrela sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie esistenti tra gli Stati membri dell'Unione e anche al loro interno, per il semplice motivo che il testo riferisce di un’ampia gamma di disuguaglianze che ancora esistono nell'UE. Oltre ad essere ingiuste, queste disuguaglianze sono il risultato non solo di numerosi fattori economici, ambientali e connessi alle scelte di vita, ma anche di problemi relativi all’accesso ai servizi di assistenza sanitaria, sia per ragioni economiche o a causa di una "cattiva ripartizione delle risorse mediche" in alcune zone dell’Unione. Nonostante la politica sanitaria (per la maggior parte) ricada sotto la responsabilità nazionale, noi europarlamentari abbiamo il dovere di incoraggiare gli Stati membri a proseguire nei loro sforzi volti a ridurre le disuguaglianze socio-economiche e, conseguentemente, nel campo dell'assistenza sanitaria.

Gli Stati membri devono assicurare che i gruppi più vulnerabili (le persone disabili, gli anziani, i migranti… e le donne!) possano effettivamente godere di un accesso equo ai servizi di assistenza sanitaria. È inoltre necessario concentrarsi sulla prevenzione e sull’informazione in ambito sanitario, di concerto con le organizzazioni della società civile.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Nonostante la relazione contenga disposizioni che ritengo siano di notevole rilevanza per la crescente importanza dell'assistenza sanitaria per gli anziani e per la necessità di migliorare la conoscenza delle patologie che colpiscono in particolar questa fascia della popolazione, in generale dice ben poco di nuovo. Infatti, nel tentativo di menzionare tutti gli aspetti, il testo finisce per rappresentare una sorta di "lista dei desideri" a cui il relatore ha aggiunto, con il pretesto di "ridurre le disuguaglianze sanitarie", questioni tra le più disparate e sconnesse dalla parità di accesso all'assistenza sanitaria quali: la violenza domestica, l’analisi del settore farmaceutico, le politiche degli Stati membri sull’interruzione volontaria di gravidanza e l’accesso degli omosessuali ai trattamenti per la fertilità. Non ritengo che questo sia il contesto appropriato in cui affrontare determinate questioni. Siamo tutti ben coscienti, infatti, che le questioni dell’accesso all’aborto e alla riproduzione assistita per le coppie omosessuali sono molto controverse all’interno degli Stati membri, e che spetta a essi decidere liberamente a riguardo. Pertanto, anche per questa ragione, non posso esprimermi a favore della relazione.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto.(PT) La salute e l’aspettativa di vita sono strettamente correlate alle condizioni sociali. È essenziale che la riduzione delle disuguaglianze sia considerata una priorità fondamentale a tutti i livelli dell’attività politica, nel perseguimento della strategia di "salute in tutte le politiche" e nel garantire che vengano svolte valutazioni d’impatto efficaci. Le disuguaglianze continuano ad esistere, come dimostrato dal fatto che nel 2007 la speranza di vita alla nascita negli Stati membri dell’UE mostrava una differenza di 14,2 anni per gli uomini e di 8,3 anni per le donne. È necessario migliorare l’accesso universale ai sistemi sanitari e che l’assistenza sanitaria sia accessibile a tutti sotto il profilo economico. È importante migliorare l’accesso alla prevenzione delle malattie e alla promozione della salute pubblica, così come ai servizi sanitari primari e specialistici e ridurre le disuguaglianze fra i vari gruppi sociali.

Tuttavia, ho votato a sfavore della relazione in quanto non concordo con il paragrafo 29 che, cito testualmente, "invita l'UE e gli Stati membri a adottare le necessarie misure, in relazione all'accesso alle tecnologie di riproduzione assistita, onde eliminare le discriminazioni nei confronti delle donne in base a fattori quali lo stato civile, l'età, l'orientamento sessuale o l'origine etnica o culturale".

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto.(PT) La relazione contiene una serie di orientamenti che riteniamo validi e giusti anche se abbiamo dei commenti da aggiungere.

Le cosiddette politiche di austerità che sono profondamente antisociali per essenza e contenuto, e che operano tagli agli investimenti pubblici e alle funzioni sociali dello Stato, in particolare per la sanità, accentuano le disuguaglianze in ambito sanitario oltre a comportare conseguenze estremamente dannose da un punto di vista economico e sociale.

Quando in nome della necessità di ridurre il disavanzo di bilancio aumenta, a causa dei tagli alle sovvenzioni dello Stato, tanto il costo dell'accesso ai servizi pubblici di assistenza sanitaria quanto quello dei medicinali perfino per le patologie croniche, e quando il trasporto dei pazienti alle visite mediche per il trattamento viene eliminato in aree in cui non esistono mezzi di trasporto pubblici, vi è un conseguente aumento delle disuguaglianze sanitarie, e questa situazione si sta attualmente verificando in Portogallo. Di conseguenza, i cittadini con un reddito inferiore riscontrano sempre più difficoltà nell’accedere ai servizi di assistenza sanitaria.

Al posto delle semplici parole, è necessario attuare un vero e proprio cambiamento nel contenuto delle politiche: - quelle neoliberali devono essere abbandonate, garantendo effettive pari opportunità, per lo meno in termini di accesso all'assistenza sanitaria.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto.(PT) Il testo affronta una serie di questioni importanti ma non centra il punto dei problemi che sono attualmente causati dalle politiche di austerità e antisociali che stanno contribuendo ad aumentare le disuguaglianze in ambito sanitario.

Le parole dunque non sono assolutamente più sufficienti. È necessario accantonare le politiche neoliberali e conferire un’elevata priorità alla prevenzione e alla sanità pubblica, al fine di garantire effettive pari opportunità di accesso ai servizi di assistenza sanitaria.

Il patto di stabilità deve essere accantonato al fine di evitare l'aumento del costo dell'accesso ai servizi pubblici di assistenza sanitaria, insieme a quello dei medicinali, perfino per le patologie croniche, a causa dei tagli alle sovvenzioni di Stato, e per evitare che il trasporto dei pazienti alle visite mediche per il trattamento sia eliminato perfino in aree in cui non esistono mezzi di trasporto pubblici, tutto in nome della necessità di ridurre il disavanzo di bilancio.

Siamo ben coscienti che queste politiche comportano un aumento delle disuguaglianze in ambito sanitario e questa situazione si sta verificando attualmente in Portogallo. I cittadini con un reddito inferiore affrontano sempre più difficoltà nell'accedere ai servizi di assistenza sanitaria. Pertanto, piuttosto che continuare con le belle parole, è necessario invertire la rotta delle politiche, al fine di conferire priorità al rispetto per i diritti umani e alla coesione economica e sociale.

 
  
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  Elisabetta Gardini (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, bisogna riconoscere che questa relazione contiene numerosi spunti di notevole interesse in merito al riconoscimento del diritto alla salute in senso concreto (accesso alle cure, formazione della popolazione, capillarità dei servizi, ecc.).

Non possiamo però non sollevare alcune riserve che derivano da contraddizioni intrinseche al documento stesso e che hanno dato il via ad un ampio dibattito. Bisognerebbe intendere l'uguaglianza in senso concreto e non isolando i singoli (in particolare le donne) dalle relazioni con il proprio partner, con i bambini e dal contesto sociale in cui la sessualità e l'attitudine riproduttiva vengono concretamente esercitate. Inoltre, è preoccupante la proclamazione di "nuovi diritti" quali il "diritto all'aborto sicuro" poiché tale affermazione comprime o talvolta annulla diritti altrui (aspettative del padre o le speranze di vita del concepito).

Allo stesso modo possiamo evidenziare alcune lacune come il completo tacere del documento circa gli operatori professionali: si tace sul loro ruolo e le loro responsabilità, vengono trattati come automi e non come professionisti portatori di proprie competenze, abilità e soprattutto di una loro propria coscienza personale.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto.(FR) Questo testo contiene proposte oltraggiose quale quella, ad esempio, di "consentire” agli operatori sanitari di "adottare un approccio interculturale basato sul rispetto della diversità” nel trattare pazienti immigrati. Inoltre, si pone come obiettivo l’eliminazione della discriminazione riguardante l’accesso alle tecnologie di riproduzione assistita, con particolare riferimento alle discriminazioni basate sull’età o sull’orientamento sessuale, affermando al contempo il dovere di promuovere l'accesso universale all’aborto. Il tema predominante, quindi, è una sintesi della cultura della morte e dell’inversione dei valori. Il testo, infine, invita gli Stati membri a creare l’equivalente degli aiuti medici di Stato, ovvero l’accesso gratuito ai servizi sanitari per gli immigrati clandestini.

Ci tengo a ricordare che in Francia, allo stadio attuale, questo tipo di assistenza è accessibile a tutti gli immigrati clandestini in ogni caso, visto che l'intenzione iniziale era quella di rispondere alle situazioni di emergenza o al rischio di epidemie, e i criteri per tale accesso sono minimi e non verificabili. Questo sistema, che non presenta controlli e limiti, consente di ricorrere a trattamenti palliativi, promuove l'immigrazione clandestina e incoraggia il turismo medico e qualsiasi altra forma immaginabile di imbrogli, con costi sempre più crescenti. In un momento in cui i nostri ospedali e sistemi sanitari sono in rovina, e in cui un numero sempre maggiore di cittadini deve fare a meno dell’assistenza perché non è in grado di affrontarne i costi, una proposta del genere risulta scandalosa.

 
  
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  Louis Grech (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione sulla riduzione delle disuguaglianze sanitariem, che affronta la questione delle disparità esistenti nei servizi sanitari nei 27 Stati membri dell’Unione. Il relatore sottolinea che tali disuguaglianze sanitarie per i cittadini di tutta l’Unione, sono dovute, in molti casi, alle differenze di opportunità, di accesso a servizi e risorse materiali, al contesto sociale, al reddito e all'istruzione, e si sono accentuate in seguito alla crisi finanziaria. Concordo con le diverse questioni affrontate nella relazione, una delle quali è rappresentata dall'invito rivolto alla Commissione a collaborare con gli Stati membri per promuovere le migliori prassi in materia di prezzi e di rimborso del costo dei farmaci, con lo scopo di ottimizzarne l'accessibilità economica e ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle medicine. Il testo, inoltre, invita l'UE e gli Stati membri a riconoscere la violenza maschile contro le donne alla stregua di una questione di sanità pubblica, e incoraggia gli Stati membri ad adattare i loro sistemi sanitari alle esigenze delle categorie più vulnerabili, elaborando metodi per la definizione delle tariffe dei professionisti del settore che garantiscano l'accesso alle cure per tutti i pazienti. Tuttavia, non concordo con i riferimenti del testo a sostegno della promozione dell'aborto.

 
  
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  Françoise Grossetête (PPE), per iscritto.(FR) Era assolutamente necessario, come si è verificato, che la relazione prendesse in considerazione le disuguaglianze sanitarie basate sull’età.

Esse comportano un accesso limitato ad adeguati servizi sanitari e a trattamenti innovativi: gli anziani dovrebbero essere posti nelle condizioni di poter utilizzare medicinali testati in quanto a efficacia e sicurezza per individui della stessa età. Infatti, gli individui appartenenti a questa fascia d'età sono tutt'ora troppo spesso esclusi dalle sperimentazioni cliniche. L’età media dei pazienti che prendono parte ai test clinici per il trattamento dell'ipertensione è di 63 anni, quando il 44 per cento dei pazienti ha un'età superiore ai 70 nel momento in cui questa patologia viene loro diagnosticata per la prima volta.

L’Unione e gli Stati membri devono elaborare, senza ulteriori indugi, dei piani per le conseguenze economiche e sociali dell’invecchiamento della popolazione europea e devono tenere in debita considerazione tale cambiamento demografico.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto.(FR) La lotta contro le disuguaglianze sanitare tra paesi e regioni dell’Unione, accentuate dalla crisi economica, è finalmente divenuta una priorità, grazie all'adozione della relazione Estrela. In quanto relatore per parere della commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, mi sono espressa a favore di questo testo che volge a migliorare l’accesso all’assistenza sanitaria per tutti, in particolare per i gruppi più vulnerabili, e a sostenere la ricerca medica e farmaceutica. Il testo, inoltre, invita gli Stati membri a porre un freno ai tagli di bilancio in materia di servizi di assistenza sanitaria e a prendere in considerazione il fattore di genere in materia di disuguaglianze sanitarie, migliorando l'accesso delle donne all’assistenza in materia di riproduzione. Questi notevoli passi avanti rappresentano solo l’inizio della lotta contro le disuguaglianze sanitarie nell’Unione europea.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questa relazione perché, malgrado i miglioramenti conseguiti in materia di assistenza sanitaria, il divario in termini di risultati nell’assistenza sanitaria tra i livelli più alti e quelli più bassi della scala sociale rimane ampio, e in alcuni settori continua ad aumentare. Le disuguaglianze subite nei primi anni di vita per quanto riguarda l'accesso all'istruzione, all'occupazione e all'assistenza sanitaria, così come quelle basate sul sesso e sul contesto culturale, possono avere un'influenza fondamentale sulla salute delle persone lungo tutto l'arco della vita. La combinazione tra la povertà e altri fattori che rendono una persona vulnerabile, come l'infanzia, la vecchiaia o la disabilità, aumenta ulteriormente i rischi per la salute e, viceversa, delle cattive condizioni di salute possono portare alla povertà e/o all'esclusione sociale. È sempre più riconosciuto il collegamento tra i determinanti sociali e le disuguaglianze in materia di salute, il che significa che si comincia a considerare sempre più diffusamente i problemi sociali come aspetti collegati a problemi di salute, che richiedono una risposta integrata. Le conseguenze sociali dell'attuale crisi economica e finanziaria si sono ormai manifestate. Il numero delle persone senza un lavoro è aumentato di 5 milioni dall'inizio della crisi. Molti nuclei familiari hanno visto il loro reddito crollare, molti si trovano ora più esposti alla povertà e all'eccessivo indebitamento e alcuni hanno perso la casa. I lavoratori con contratti a breve termine sono stati tra i primi a essere colpiti dalla recessione. I migranti, i lavoratori giovani e quelli più anziani, più suscettibili di trovarsi in una posizione precaria, hanno subito particolarmente le conseguenze della crisi, ma anche lavoratori appartenenti a categorie sinora relativamente ben tutelate si sono ritrovati senza lavoro. Occorre una visione politica innovativa per affrontare le disuguaglianze in termini di salute, specialmente per le persone appartenenti ai gruppi socioeconomici più svantaggiati.

 
  
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  Anneli Jäätteenmäki (ALDE), per iscritto. (FI) Fino a ora, è stata attribuita scarsa attenzione alla questione della riduzione delle disuguaglianze sanitarie in Europa, una problematica che deve essere risolta. Vi sono numerosi fattori che determinano le disuguaglianze sanitarie tra i gruppi di popolazione e riguardano, ad esempio, le condizioni di vita, l’istruzione e la formazione, la professione, la prevenzione delle malattie e la fornitura di servizi volti a promuovere la sanità. È bene che i cittadini abbiano cominciato a comprendere sempre di più il legame esistente tra problemi particolari e quelli legati alla salute. Questi problemi devono essere risolti globalmente.

I fattori che comportano disuguaglianze sanitarie possono essere affrontati attraverso l’azione socio-politica. Il problema legato al consumo di alcol può essere contrastato, ad esempio, attraverso politiche attuate a livello nazionale (come politiche fiscali e dei prezzi), politiche regionali (attraverso un incremento dei controlli) e attraverso politiche di attività a livello locale (sviluppando, per esempio, attività ricreative per i giovani).

A livello europeo, invece, gli Stati membri devono scambiare informazioni e le migliori pratiche in ambito sanitario. È importante sottolineare la necessità di ridurre le disuguaglianze sanitarie a tutti i livelli del processo decisionale e, in particolare, di promuovere una cooperazione continua tra tutti gli attori interessati, al fine di ridurre le disuguaglianze sanitarie.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto(PL) Siamo tutti ben coscienti dell’importanza della salute, anche se spesso non riusciamo ad apprezzarla adeguatamente fino a quando ci ammaliano noi stessi, oppure un problema di salute riguarda un componente della nostra famiglia o un amico. L’accesso all'assistenza sanitaria rappresenta uno dei tanti fattori che determinano lo stato di salute dei cittadini di ogni paese o area geografica, insieme ad altri che comportano conseguenze della medesima entità quali lo status professionale e la derivanti condizioni materiali, l’accesso all’istruzione, l’età avanzata o la disabilità, l'appartenenza a una minoranza e molti altri ancora. La "stratificazione sociale" e l’arcaica divisione in "classi" rappresentano ulteriori fattori che causano differenze sproporzionate tra i cittadini europei in termini di sanità. La nostra priorità, e quella dell’Unione europea, dovrebbe essere di garantire che tutti gli abitanti del nostro continente possano godere di un accesso paritario all'assistenza sanitaria, ponendo fine alle differenze sociali.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la salute e il benessere dei cittadini europei rappresenta una priorità che questo Parlamento deve garantire e tutelare. Ma ancor più, favorire una omogenea garanzia di tale diritto a tutti i paesi europei è per noi fondamentale.

Spesso le disuguaglianze socio-economiche, culturali e strutturali creano uno scenario diversificato in cui non tutti hanno eguale accesso alle strutture di cura e di assistenza medica. Accade quindi che i gruppi più deboli, i migranti, gli anziani, i bambini e i disabili paghino, anche con la vita, il caro prezzo di un diritto alla salute che viene loro negato. Questo non deve succedere, onorevoli colleghi, né a livello europeo, né a livello nazionale né a livello regionale. Le vittime di una, purtroppo diffusa, malasanità sono incolpevoli quanto coloro che non hanno pari accesso alle strutture di cura.

Ho votato a favore della risoluzione che favorisce l'abbattimento delle disuguaglianze tra i diversi Stati membri per quanto riguarda gli standard sanitari e promuove politiche per la salute più efficienti e a portata di tutti, non solo per gli utenti, ma anche per coloro che, nella veste di addetti e personale sanitario, possano trovare condizioni di lavoro più idonee per operare al meglio per la salute di tutti.

 
  
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  Elżbieta Katarzyna Łukacijewska (PPE), per iscritto.(PL) Intendo dichiarare che il mio voto contrario alla relazione Estrela sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie è dovuto al contenuto del paragrafo 25 che sottolinea, tra le altre cose, che l'Unione europea e gli Stati membri devono garantire alle donne il diritto all’aborto sicuro.

Tengo a sottolineare che il testo presentato solleva questioni importanti in materia di sanità e fornisce materiale interessante che può fungere da base per un ulteriore lavoro, ma non ho potuto esprimermi a favore della sua adozione proprio a causa del summenzionato riferimento all'aborto. Sottolineo sempre che l’aborto non può essere considerato come un elemento che prescinde dalle convinzioni circa le conseguenze dell’inizio della vita sessuale attiva, in quanto ritengo che la vita umana meriti maggiore attenzione.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE), per iscritto. Le disuguaglianze in materia di salute costituiscono un problema da affrontare anche a livello europeo. Le ragioni spesso derivano da differenze in termini di opportunità, accesso ai servizi e risorse materiali, come pure da diverse scelte di vita operate dai singoli. Occorre una visione politica innovativa per affrontarle.

La crisi economica e finanziaria degli ultimi anni ha determinato una riduzione del livello di finanziamento dei servizi sanitari e di assistenza a lungo termine, a seguito di tagli di bilancio e di riduzioni del gettito fiscale, mentre la richiesta di servizi sanitari e di assistenza a lungo termine è aumentata. Numerosi Stati membri hanno inserito nei rispettivi piani di ripresa misure quali investimenti nell'infrastruttura sanitaria, ristrutturazioni e finanziamenti supplementari del sistema sanitario.

Gli interventi per contrastare le disuguaglianze sanitarie, tuttavia, variano ampiamente da Stato a Stato. La raccolta e la condivisione di dati riguardanti strategie, politiche e interventi efficaci aiuteranno ad ottenere il sostegno da parte dei governi.

È essenziale che la riduzione delle disuguaglianze sanitarie sia considerata una priorità fondamentale, perseguendo così un approccio basato sulla "salute in tutte le politiche" e garantendo valutazioni d'impatto efficaci che tengano conto dei risultati ottenuti in termini di uguaglianza in ambito sanitario.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione e mi compiaccio dell'attenzione che attribuisce alle disuguaglianze sanitarie esistenti nei gruppi socioeconomici più svantaggiati. Accolgo di buon grado l’attenzione rivolta all'importanza di fattori quali gli alloggi e la professione in relazione alla salute e concordo, inoltre, con la necessità di vigilare sull’aumentato rischio di obesità e di consumo di alcolici e tabacco nei gruppi socioeconomici più svantaggiati.

 
  
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  Jiří Maštálka (GUE/NGL), per iscritto. (CS) Desidero congratularmi con il relatore per l'eccellente lavoro svolto e ringraziarla per aver accolto le mie proposte di emendamento. La questione della parità di accesso alla sanità rappresenta uno dei pilastri della nostra politica comune ora e, soprattutto, nel futuro. L'andamento diseguale delle diverse economie e l'attuale crisi economica non dovrebbero imporre limiti all'attività volta a garantire pari opportunità per l’erogazione di servizi sanitari ai cittadini europei, a prescindere dalle differenze tra i sistemi sanitari. Ritengo sia molto importante che il testo ponga l’accento sulla necessità di una maggiore sensibilizzazione dei pazienti e di un servizio di consulenza legale per gli immigrati, anche clandestini, e per gli altri individui. Il principio fondamentale deve essere quello di garantire la salute di ogni singolo cittadino attraverso l’accessibilità territoriale e finanziaria, e non solo ai medicinali. Un importante fattore per il progresso futuro sta nel garantire un coordinamento dell'istruzione e della formazione professionale per gli operatori sanitari, insieme all'istituzione di standard minimi per la qualità e la sicurezza dell'assistenza. Il relatore sottolinea, a giusta ragione, l'importanza della prevenzione del consumo di tabacco, l’obesità e altre condizioni che comportano conseguenze sulla durata della vita attiva. Sostengo la chiara richiesta rivolta alla Commissione di incoraggiare gli Stati membri a fornire e finanziare i trattamenti dei pazienti interessati da patologie quali il morbo di Alzheimer, il diabete e la sclerosi multipla. In molti Stati membri il trattamento di tali patologie non prevede forme di finanziamento ed esse colpiscono sia gli anziani e, in particolare, i giovani e sono causa di esclusione sociale.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL), per iscritto.(PT) La relazione evidenzia le disuguaglianze esistenti in ambito sanitario tra i cittadini europei, gli uomini e le donne, i giovani e gli anziani e che sono dovute ad una vasta gamma di fattori economici, sociali e relativi alle situazioni professionali e di istruzione e alle condizioni di vita. Il testo sottolinea l’importanza di mantenere e migliorare l’universalità e l’accesso per tutti a servizi sanitari di qualità elevata, compresi, tra gli altri gruppi vulnerabili, i migranti sprovvisti di documenti,. La relazione evidenzia come la crisi economica e finanziaria, insieme alle misure di austerità imposte dagli Stati membri, abbiano comportato gravi conseguenze nel settore sanitario, contribuendo così ad accentuarne le disuguaglianze. Il testo incoraggia la Commissione e gli Stati membri a elaborare un insieme comune di indicatori per il controllo delle disuguaglianze sanitarie, di continuare a perseguire la strategia di "salute in tutte le politiche" e sottolinea l’importanza dell’azione preventiva e dell’ "approccio basato sull’assistenza locale". Alla luce di quanto fin qui affermato e al fine di incoraggiare le proposte contenute nella relazione, ho votato a favore.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) La garanzia di accesso all'assistenza sanitaria per tutti, cittadini e non, provvisti o meno di documenti, rappresenta un principio base della sicurezza pubblica. Il modo migliore per proteggere la salute degli individui passa attraverso la tutela della salute di tutti in generale. Accolgo di buon grado questa relazione che rende la questione della sanità pubblica un elemento indispensabile per il bene comune.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto.(PT) La relazione su cui siamo chiamati ad esprimerci oggi si occupa di alcune questione importanti, principalmente della difesa dell’uguaglianza nell’assistenza sanitaria per tutti, condizione non è stata ancora raggiunta all’interno dell’UE e, in particolare tra i gruppi più svantaggiati come i bambini, gli anziani e, in alcuni casi le donne. Ritengo, tuttavia, che il testo affronti questioni per niente affatto correlate alla sanità. Sono principalmente colpito dall'approccio adottato nei confronti delle politiche degli Stati membri per quanto riguarda l'interruzione volontaria di gravidanza e l'accesso degli omosessuali ai trattamenti per la fertilità che, ritengo, debbano rispettare il principio di sussidiarietà ed essere gestite in maniera meno furtiva. Sulla scorta di quanto fin qui esposto, mi sono espresso a sfavore di questo testo.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Ho votato a favore della relazione Estrela sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie nell’Unione europea.

L’accesso ai servizi di assistenza sanitaria per tutti i cittadini, siano essi europei o immigranti provvisti o meno di documenti, rappresenta uno dei diritti umani fondamentali. Sono proprio questi individui ad essere maggiormente esposti al rischio di esclusione ed è necessario garantire loro questo diritto fondamentale e, pertanto, ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (EN) Le disuguaglianze subite nei primi anni di vita per quanto riguarda l'accesso all'istruzione, all'occupazione e all'assistenza sanitaria, così come quelle basate sul sesso e sul contesto culturale, possono avere un'influenza fondamentale sulla salute delle persone lungo tutto l'arco della loro vita. È necessario sottolineare che nessuno sembra voler affrontare seriamente questo problema e perciò la relazione Estrela risulta, al riguardo, uno strumento davvero opportuno. Quando saremo in grado di garantire pari condizioni di assistenza sanitaria a tutte le fasce di popolazione, la società diverrà più efficiente dal punto di vista economico, finanziario e politico. Mi esprimo dunque a favore di questa relazione.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) La sanità pubblica continua ad essere la nostra risorsa principale e i governi dovrebbero considerarla una priorità assoluta. Esistono, tuttavia, ancora notevoli disuguaglianze nei vari stati all’interno dell’UE per quanto attiene alla salute della popolazione. Le conseguenze sono evidenti guardando, ad esempio, ai diversi livelli di speranza di vita, che puo' variare di 5,6 anni nel caso degli uomini e di ben 6,6 anni nel caso delle donne all'interno dei 27 Stati membri dell'Unione. La ragioni alla base di tali disparità sono radicate negli scarsi livelli di istruzione e negli elevati livelli di povertà e disoccupazione e non è quindi molto sorprendente che l'ondata di licenziamenti a seguito della crisi economica non abbia avuto un effetto positivo sulla sanità pubblica. Dopo tutto, la perdita di reddito riduce notevolmente l'accesso ai servizi sanitari in molti paesi. Ho votato a sfavore della relazione perché non fornisce dettagli abbastanza concreti in merito alle strategie da attuare per affrontare il problema.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. Il tentativo di ridurre le disuguaglianze a livello sanitario nell'Unione europea, per uno sviluppo sociale ed economico coeso, è certamente da valutare positivamente, e per questo ho votato a favore della relazione Estrela. I suggerimenti per migliorare il livello sanitario in Europa attraverso l'educazione sanitaria, l'accesso alle cure, la conoscenza di dati e l'uso di meccanismi per misurare, controllare, valutare e comunicare le informazioni offrono un contributo importante al fine di sviluppare politiche per l'effettiva riduzione delle disuguaglianze sanitarie. Chiaramente, nel fare ciò, però ritengo altrettanto importante rispettare il principio di sussidiarietà e alcune tipicità e peculiarità nazionali che ritengo vadano difese e salvaguardate.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto.(PT) Questa relazione sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie nell'Unione europea contiene numerose misure che considero proficue e importanti. Ciononostante, mi sono astenuta dalla votazione finale perché non concordo sul fatto che l'Unione europea e gli Stati membri debbano garantire alle donne il libero accesso all’aborto. Sarebbe necessario effettuare investimenti a livello della pianificazione familiare e della contraccezione, lasciando l’aborto come ultima soluzione in caso di situazioni straordinarie. Inoltre, non credo debba esserci libero accesso alle tecnologie di riproduzione assistita, che dovrebbero essere soggette al principio di sussidiarietà e non dovrebbero mai essere usate quali strumento per eliminare discriminazioni nei confronti delle donne in base a fattori quali lo stato civile, l'età, l'orientamento sessuale o l'origine etnica o culturale.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (RO) Le differenze nella speranza di vita all’interno dell'UE cambiano da uno stato all’altro, variando dai 14,2 anni per gli uomini e 8,3 anni per le donne (in Romania questo dato è di 11,86 per gli uomini e di 7,83 per le donne). Perfino all'interno dei paesi stessi, gruppi con diversi livelli sociali e di istruzione presentano differenti prospettive di salute. L’incremento del tasso di disoccupazione e le misure di austerità potrebbero accentuare le disuguaglianze sanitarie che già esistono nell’UE. Ho votato a favore di questa risoluzione, con lo scopo di richiedere un miglioramento delle misure di monitoraggio e prevenzione delle patologie e al fine di richiamare l’attenzione sulle esigenze dei gruppi vulnerabili.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Poiché il progetto di relazione presentato include già la maggior parte delle questioni rilevanti non è stato necessario presentare molti emendamenti. Con il mio gruppo, Verde/Alleanza libera europea, abbiamo firmato una serie di emendamenti insieme al relatore e ai relatori ombra, ma siamo stati gli unici a muovere critiche all’'attuale modello di sviluppo dei farmaci basato su brevetti, e che comporta prezzi elevati per l’innovazione in campo medico, oltre ad una carenza di accessibilità sotto il profilo economico ai farmaci essenziali. Abbiamo rivolto un invito a sviluppare nuovi modelli di innovazione in campo medico e ad affrontare la carenza di accessibilità da un punto di vista economico ai medicinali essenziali. Abbiamo inoltre rivolto un appello per la creazione di nuovi modelli di ricerca in ambito medico (sistemi premiali di innovazione, modalità eque per il rilascio di licenze, pool di brevetti, partenariati pubblici e privati e concessione di fondi europei per la ricerca condizionati al valore sociale), ma questi emendamenti non sono stati adottati.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – I dati Eurostat del 2010 parlano chiaro: esistono ancora grandi disuguaglianze fra i 27 Stati membri per quanto riguarda la qualità dei trattamenti sanitari erogati.

Parametri come l'aspettativa di vita nei diversi Stati membri hanno ancora una variabilità eccessiva da regione a regione, testimoniando che gli standard qualitativi delle prestazioni sanitarie sono ancora troppo eterogenei all'interno dell'UE. L'accesso all'istruzione primaria e secondaria, l'avere un'occupazione stabile e soddisfacente, il sesso, il background culturale e la possibilità di accedere ad un'assistenza sanitaria di qualità sono i fattori che, più degli altri, concorrono ad innalzare la qualità della vita dei cittadini.

Per questo motivo la relazione deve tener conto soprattutto dei diritti delle fasce più deboli, in particolar modo delle donne e delle loro esigenze specifiche.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. Pur partendo da un principio condivisibile, e cioè che il livello medio della salute dell'Unione europea ha continuato a migliorare, nonostante sussistano ancora importanti differenze in campo sanitario dovute ai diversi sistemi dei paesi membri, la relazione si perde nei diritti dei migranti. Questi vengono inseriti fra i gruppi più vulnerabili, quali disabili, anziani e bambini, non tenendo conto che molti di loro sono clandestini e quindi in Europa in modo irregolare.

Non possiamo pertanto considerare i migranti alla stregua dei disabili, che sono invece una categoria vulnerabile che richiede attenzioni particolari e un'assistenza adeguata alle loro esigenze. La relazione divide la società in classi – ricchi, poveri, minoranze etniche, uomini, donne, bambini – con metodologia superata anziché parlare di cittadini con diritti e pretende di misurare, tramite apposita legislazione, tali presunte disuguaglianze sanitarie.

Gli emendamenti approvati hanno addirittura peggiorato il testo, inserendo tematiche diverse come il cambiamento climatico, la violenza sulle donne, la riproduzione assistita, la parità di accesso al sistema sanitario per i clandestini.

 
  
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  Christel Schaldemose (S&D), per iscritto.(DA) A nome dei quattro deputati danesi socialdemocratici al Parlamento europeo (onorevoli Jørgensen, Schaldemose, Thomsen e Christensen). Abbiamo votato a favore della relazione Estrela sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie nell’Unione europea. La relazione contiene numerose proposte importanti volte a ridurre le disuguaglianze sanitarie. Tuttavia, essa propone anche di conferire ai migranti sprovvisti di documenti il diritto di avere accesso ai servizi sanitari negli Stati membri. Non condividiamo questo punto di vista ma crediamo, invece, che ricevere trattamenti medici di emergenza sia un diritto umano che prescinde dallo status sociale di un individuo.

 
  
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  Peter Skinner (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione al fine di sostenere l’approccio del relatore che ha delineato principi molto importanti per la salute delle donne, un gran numero delle quali, nella società europea, non gode dei diritti sanitari essenziali e dell’accesso alle infrastrutture sanitarie a causa della loro posizione economica e sociale all’interno della società stessa, e questa situazione riguarda in particolare le donne appartenenti a minoranze etniche o nella condizione di migranti sprovviste di documenti. Se da un lato è importante adottare misure di salvaguardia contro il “turismo sanitario”, come è stato infelicemente definito, dall’altro è essenziale ricordare il nostro impegno a favore dei diritti fondamentali dell'uomo.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore di questa relazione che prende in esame diverse disuguaglianze sanitarie negli Stati membri, e incoraggia gli stessi a continuare a conferire priorità all'assistenza sanitaria anche nel corso della crisi finanziaria e della ripresa. È dunque di importanza cruciale che queste disuguaglianze non siano accentuate dai tentativi da parte dei governi di operare tagli alla spesa.

 
  
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  Michèle Striffler (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della relazione sulla riduzione delle disuguaglianze sanitarie nell’Unione europea perché ritengo che vi siano, allo stadio attuale, notevoli disparità tra gli Stati membri in materia di sanità. Tutti gli Stati membri dell'Unione, ad esempio, sono chiamati a garantire che le donne godano di un accesso agevole ai metodi di contraccezione e del diritto all'aborto.

 
  
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  Niki Tzavela (EFD), per iscritto. (EN) Non ho sostenuto questa relazione perché ritengo non abbia affatto affrontato la questione delle disuguaglianze sanitarie e, al contrario, abbia adottato un approccio totalmente differente. Nonostante non concordi con molte parti della relazione, intendo porre l’accento sulle libertà conferite ai migranti "sprovvisti di documenti" o "irregolari", così come definiti dal testo, che rappresenta in sostanza un modo di riformulare il termine “immigrati clandestini”. La relazione incoraggia a conferire numerose libertà civili e in materia di sanità a individui che sono entrati illegalmente in molti paesi dell’UE.

Questa relazione comporterà numerosi svantaggi per gli Stati membri che fronteggiano su base quotidiana il problema dell’immigrazione,, come la Grecia e l’Italia. Infatti, la relazione non solo conferisce agli immigrati clandestini il diritto di richiedere un accesso paritario all’assistenza sanitaria, ma diverrà anche la motivazione per cui un numero sempre crescente di cosiddetti "richiedenti asilo" desidererà approdare in Europa, volendo beneficiare dell’assistenza sanitaria gratuita, che è inesistente in molti paesi del terzo mondo.

 
  
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  Thomas Ulmer (PPE), per iscritto. (DE) Ho votato a sfavore della relazione perchè promuove ancora volta l’aborto in maniera non ufficiale. Gli esseri umani sono creature di Dio e non dovremmo ergerci ad arbitri nelle questioni riguardanti la vita e la morte. Non vi è possibilità di giungere a compromessi su quest’argomento. Nonostante questa mia scelta non sia una scelta di maggioranza, non cambierò la mia posizione e mi rifiuto di sacrificare una sola vita a causa dei costumi contemporanei. Ho preso la stessa decisione in merito alla diagnostica preimpiantatoria.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) La relazione Estrela si occupa della riduzione delle disuguaglianze sanitarie nell’Unione europea. Accolgo di buon grado questo testo perché ritengo che, nonostante l'attuale crisi economica e finanziaria richieda che la nostra attenzione sia maggiormente focalizzata sulle questioni economiche e giuridiche, non dovremmo perdere di vista temi importanti quali la sanità, l'istruzione e la sicurezza sociale. L’attuazione dei principali obiettivi comunitari, come la strategia UE 2020 sarà possibile solo in presenza di sistemi sostenibili nella vasta area della sicurezza sociale e delle pari opportunità e, pertanto, mi sono espressa a favore di questa relazione.

 
  
  

Relazione Joly (A7-0027/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto.(PT) Mi esprimo a favore di questa relazione, tenendo conto degli emendamenti proposti dal gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Abbiamo il dovere di trasferire la nostra esperienza in materia di governance economica in modo da consentire ai paesi in via di sviluppo di definire i loro regimi fiscali. Questo rappresenta l’unico modo possibile per creare un sistema fiscale sostenibile, più giusto ed equo, per combattere l'evasione e, conseguentemente, promuovere un migliore ambiente fiscale internazionale. Inoltre, desidero sottolineare che questa relazione mette in risalto, significativamente, la necessità pressante di eliminare i paradisi fiscali, una misura cruciale in materia di trasparenza che consentirà di introdurre il necessario scambio automatico di informazioni in materia di imposte.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto.(FR) Nonostante l'imposizione fiscale rappresenti una fonte di finanziamento affidabile e sostenibile, grazie all’istituzione di un regime di tassazione progressiva, un'amministrazione fiscale efficiente e ad un uso trasparente e responsabile delle entrate, molti paesi in via di sviluppo non attuano un’aliquota minima d’imposta per finanziare i loro servizi pubblici. L’Unione europea è quindi chiamata a cooperare con questi paesi, al fine di incoraggiare la buona governance in materia tributaria. Pertanto ho votato a favore di questa relazione, che consente la creazione di un sistema fiscale stabile più efficiente. e al contempo più equo, al fine di ridurre il livello di povertà in questi paesi. Il testo, inoltre, permetterà di creare un ambiente fiscale internazionale trasparente, cooperativo ed equo.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) I paesi in via di sviluppo affrontano numerose difficoltà nella creazione di sistemi fiscali, per quanto attiene all'istituzione, alla riscossione e all'amministrazione delle imposte. La lotta ai paradisi fiscali è una delle principali sfide previste dagli obiettivi di sviluppo del Millennio, in quanto essi indeboliscono le istituzioni e i sistemi politici dei paesi in via di sviluppo. I centri offshore e i paradisi fiscali agevolano fughe illecite di capitali per mille miliardi di dollari l'anno, cifra che corrisponde a circa dieci volte l'importo degli aiuti finanziari forniti ai paesi in via di sviluppo per alleviare la povertà e favorire lo sviluppo economico. Concordo con le proposte della relazione secondo cui, nello stanziare fondi di assistenza finanziaria, i donatori dovrebbero sostenere i paesi in via di sviluppo nei loro sforzi volti a migliorare la governance fiscale e a garantire che gli aiuti siano utilizzati in maniera responsabile e trasparente.

 
  
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  Vito Bonsignore (PPE), per iscritto. Signor Presidente, onorevoli colleghi, tale relazione, in accordo con la Commissione, pone l'accento sul potenziamento delle sinergie tra le politiche fiscali e quelle di sviluppo. A tale scopo, infatti, la Commissione ha pubblicato due studi e un anno fa in quest'Aula è stata approvata una risoluzione sul medesimo argomento. Ho espresso voto favorevole perché condivido il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio (OSM) e la gestione del sistema fiscale, l'impegno a sostenere i sistemi fiscali dei paesi in via di sviluppo, il dialogo e la cooperazione internazionali in ambito tributario.

Tuttavia, è doveroso sottolineare le insufficienze ancora in atto relative alla gestione delle entrate doganali, alle attuali lacune dell'OCSE, all'erosione delle entrate fiscali. Ritengo opportuno che l'Unione Europea si adoperi per combattere inefficienze quali la lotta ai paradisi fiscali, la manipolazione dei prezzi commerciali, la debolezza della struttura internazionale. È tempo di ridurre la manipolazione dei prezzi commerciali, la cosiddetta "maledizione delle risorse naturali", l'ampliamento della base imponibile, un maggiore coordinamento tra donatori.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto.(PT) La crescente globalizzazione dei mercati e la mobilità dei contribuenti comporta, al giorno d'oggi, maggiori complicazioni per quanto riguarda l’imposizione fiscale. È diventato sempre più difficile e complicato rettificare la situazione dei paesi in via di sviluppo a causa di fattori interni come la presenza di vasti settori sommersi, la predominanza dell’agricoltura e l'impiego limitato di nuove tecnologie. Accolgo di buon grado l'iniziativa della Commissione volta alla cooperazione con questi paesi al fine di promuovere una buona governance in materia tributaria, attraverso una relazione che identifica i problemi principali e le soluzioni in modo da incentivare le sinergie tra la politica fiscale e di sviluppo, rendendo entrambe più efficienti.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto.(PT) L’esistenza di sistemi fiscali efficienti, equi e trasparenti è di importanza cruciale per il progresso dei paesi in via di sviluppo, in quanto contribuiscono al finanziamento dei loro beni pubblici, alla sostenibilità delle loro istituzioni, a ridurre la loro dipendenza dagli aiuti esterni e al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio. In questo contesto, credo fermamente che l’Unione europea debba, da un lato, concentrarsi sulle azioni da adottare per contrastare i paradisi fiscali e l’evasione (che minano i sistemi economici e politici nei paesi in via di sviluppo, incoraggiando la criminalità finanziaria e la disuguale ridistribuzione delle entrate fiscali) e, dall’altro, avviare un processo di cooperazione e dialogo con le autorità tributarie di questi paesi.

Intendo inoltre sottolineare l’importanza dell'ampliamento della base imponibile in questi paesi, dove i sistemi fiscali presentano la caratteristica di essere basati sulla fiscalità indiretta (in cui gli introiti maggiori derivano dalle imposte sulle merci e sui servizi) che soffoca le entrate fiscali e crea inefficienza al loro interno. È necessario incanalare gli sforzi verso lo sviluppo di una fiscalità diretta ed è ugualmente importante promuovere la coerenza tra la politica di sviluppo dell’Unione e la sua politica commerciale.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto.(FR) Le risorse doganali dei paesi in via di sviluppo si sono drasticamente ridotte a seguito della liberalizzazione del mercato, e questa perdita può essere compensata da una migliore governance e da un sistema fiscale più equo ed efficiente. Dovremmo quindi sviluppare in questi paesi un sostegno tecnico e legale migliore, al fine di introdurre un regime di tassazione progressiva, trasparente ed equo; dovremmo, ad esempio, abolire qualsiasi tipo di esenzione o preferenza fiscale discrezionale per le multinazionali e le industrie estrattive. Un altro modo in cui possiamo ulteriormente aiutare questi paesi è rappresentato dall’eliminazione dei paradisi fiscali che ne ostacolano notevolmente lo sviluppo. Ovviamente un sistema di tassazione più equo e una maggiore certezza giuridica incoraggeranno investimenti esteri privati e quindi incentiveranno la crescita. Tutte queste diposizioni, tuttavia, non devono condurre ad una riduzione degli aiuti ufficiali allo sviluppo, questione su cui è importante rimanere vigili perché gli Stati membri tendono sempre a ridurre la fetta del proprio PIL destinata agli aiuti allo sviluppo.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore di questa relazione perché sottolinea la necessità di contrastare il problema della concorrenza fiscale e dell’evasione dei paesi del sud e afferma che il principio di scambio automatico di informazioni in materia di imposizione fiscale dovrebbe essere applicato universalmente. Il testo, inoltre, pone l'accento sull'importanza del principio di rendicontazione finanziaria paese per paese per tutte le multinazionali e si impegna a contrastare il fenomeno dei paradisi fiscali, andando ben oltre le azioni insufficienti prese dall’OCSE e, infine, sottolinea la necessità di aumentare la coerenza delle politiche europee a sostegno dello sviluppo.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto.(PT) Questa relazione trae origine da un testo della Commissione che riconosce il legame tra il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio e una buona governance fiscale. La relazione si pone come obiettivo la necessità di promuovere una maggiore sinergia tra la politica fiscale e quella per lo sviluppo, rendendo entrambe più efficienti e, a tal fine, identifica le difficoltà presenti nei paesi in via di sviluppo relativamente alla mobilitazione del gettito fiscale. La relazione, inoltre, fornisce suggerimenti in merito al modo in cui l’Unione potrebbe migliorare l’impiego dei fondi e degli strumenti esistenti e sottolinea l’importanza del sostegno a favore di sistemi fiscali efficaci e sostenibili, in particolare attraverso la lotta all’evasione e alle frodi fiscali, in modo tale da contribuire alla creazione di un ambiente fiscale internazionale trasparente ed equo, fornendo assistenza nelle azioni tese a contrastare i paradisi fiscali. Questi paesi saranno in grado di superare la loro condizione di dipendenza dagli aiuti esterni proprio grazie ad una buona governance economica, contribuendo allo sviluppo dei settori pubblico e privato e alla crescita economica.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto.(PT) Questa relazione affronta la tematica del regime fiscale e dello sviluppo nei paesi in via di sviluppo. Al fine di raggiungere gli obiettivi stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2000 nella Dichiarazione del Millennio, questi paesi sono chiamati a incentivare un buona governance in materia fiscale, massimizzando ogni forma di sostegno esterno. Nel 2009 la Commissione europea, che è interessata alla cooperazione con questi paesi, pubblicò il testo “Fiscalità e sviluppo – Cooperazione con i paesi in via di sviluppo per la promozione delle buone pratiche di gestione in materia tributaria”, volto a promuovere sinergie tra la politica per lo sviluppo e quella fiscale, al fine di renderle più eque, trasparenti ed efficaci. Il Parlamento approvò la stessa risoluzione nel 2010.

L’Unione europea ritiene che sistemi fiscali più equi e più coerenti possano contribuire a ridurre la povertà e compensare la perdita di alcune entrate. Mi esprimo, pertanto, a favore di questa relazione che invita a eliminare i paradisi fiscali, vere e proprie "armi di distruzione di massa" per i paesi in via di sviluppo, e incoraggia a contrastare la criminalità economica e ad agire per contrastare l'evasione fiscale e la concorrenza sleale, sostenendo lo sviluppo attraverso la buona governance.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto.(PT) La relazione identifica una serie di questioni importanti e molto attuali, ovvero: Attribuire "alla lotta contro i paradisi fiscali e la corruzione la priorità assoluta nell'agenda"; "difficoltà che i paesi in via di sviluppo incontrano nel raccogliere entrate interne…esenzioni molteplici alle grosse imprese nazionali ed estere al fine di attrarre gli investimenti"; "l'imposta sulle transazioni finanziarie" a livello internazionale e "come primo passo a livello dell'UE"; "i paesi a basso reddito devono avere i mezzi per negoziare efficacemente con le società multinazionali" al fine di "imporre controlli sui capitali" ed esecitare la loro sovranità a pieno titolo. Tuttavia, questa relazione non è scevra di contraddizioni, in particolare nell'identificare i problemi che deriveranno dall'attuazione degli accordi di partenariato economico, nello specifico in merito alla riduzione del gettito fiscale e non adotta una posizione chiara per respingere tali accordi.

Il testo inoltre non adotta una posizione critica di fondo circa le responsabilità della Banca Mondiale, del Fondo monetario internazionale e dell’Organizzazione mondiale del commercio nella promozione di politiche che favoriscono la distruzione di infrastrutture di produzione e di servizi pubblici, creando disoccupazione e minando i mercati interni di questi paesi, indebolendo ulteriormente il loro gettito fiscale, i bilanci, la sovranità e la loro indipendenza.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto.(PT) Nel riconoscere l’importanza della cooperazione in materia di tassazione, non dovremmo ignorare che la politica fiscale è uno strumento essenziale di politica economica e sociale, e la sua definizione è notevolmente influenzata da valutazioni e criteri politici chiari.

Non spetta dunque all’Unione europea esportare la cosiddetta “buona governance fiscale”. La sovranità, le scelte e le opzioni dei paesi in via di sviluppo devono essere rispettate appieno, con la dovuta attenzione alle loro situazioni e condizioni specifiche.

Allo stesso tempo, i cosiddetti "accordi di partenariato economico" che abbiamo imposto, malgrado la loro resistenza, ai paesi in via di sviluppo, limitano considerevolmente i loro sistemi fiscali vista la notevole riduzione delle entrate doganali che comportano, oltre a causare ulteriori danni gravi.

Inoltre, il persistere di paradisi fiscali comporta gravi perdite di entrate per i paesi in via di sviluppo ogni anno.

L’Unione europea, quindi, deve modificare le sue politiche e risolvere queste contraddizioni.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questo testo perché identifica alcuni aspetti positivi come il chiaro riconoscimento della tassazione in quanto elemento essenziale per creare le basi di un sistema democratico affidabile e reattivo. Un ulteriore aspetto è rappresentato dal fatto che l'UE è impegnata a sostenere il principio della titolarità delle strategie di sviluppo e riconosce che spetta in primo luogo ai paesi in via di sviluppo il miglioramento dei propri sistemi tributari, conformemente alle proprie scelte e situazioni economiche e politiche. La Commissione mira a utilizzare gli strumenti dell'UE per fornire un maggiore sostegno nell'elaborazione dei sistemi fiscali dei paesi in via di sviluppo e nell'attuazione dei principi di buona gestione del settore tributario, per esempio prestando maggiore attenzione all'integrazione efficace dei principi della buona gestione in ambito tributario all’interno della programmazione, dell’attuazione e del monitoraggio dei documenti di strategia nazionale e regionale. La Commissione sostiene le norme di rendicontazione finanziaria paese per paese per le multinazionali, quali strumenti per individuare l'elusione e l'evasione fiscale internazionale. È importante sottolineare, inoltre, il fatto che una comunicazione sulla responsabilità sociale delle imprese prenderà in considerazione le modalità di sviluppo di un sistema per la pubblicazione obbligatoria delle informazioni sulla gestione nei rendiconti annuali. La Commissione intende sostenere il dialogo e la cooperazione internazionali in ambito tributario, soprattutto attraverso una maggiore partecipazione dei paesi in via di sviluppo ai principali forum internazionali. La Commissione, inoltre, ribadisce la necessità di concludere e attuare accordi per lo scambio di informazioni in materia fiscale, anche attraverso meccanismi multilaterali, facendo riferimento al modello della direttiva UE in materia di tassazione dei redditi da risparmio, basata sullo scambio automatico di informazioni.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto(PL) I sistemi di tassazione adeguati rappresntano una base per la crescita economica sostenibile e la stabilità monetaria. I paesi in via di sviluppo, dove tali sistemi non funzionano affatto o funzionano in maniera scarsamente adeguata, si trovano a fronteggiare gravi problemi economici e politici.

Gli standard giuridici internazionali a sostegno dell’adeguato funzionamento del sistema di tassazione dovrebbero comportare un effetto positivo sulla situazione economica di questi paesi. Ricordiamo, tuttavia, che non dovremmo in nessun caso imporre ad altri le politiche fiscali, perché spetta ad ogni singolo paese decidere in merito, prendendo in considerazione le sue attuali condizioni sociali, politiche ed economiche. Impegnamoci dunque a sostenere le buone politiche fiscali, ma non ad imporle.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) Gli sforzi volti a rendere i regimi fiscali più sostenibili, equi e trasparenti contribuiscono anche a promuovere l'istituzione di sistemi democratici. A seguito della globalizzazione e della mobilità internazionale del capitale, è diventato difficile tassarlo. È necessario sostenere i paesi in via di sviluppo per dar loro uno spazio politico di manovra sufficiente che permetta di prevenire la speculazione e di garantire la stabilità finanziaria. Accolgo di buon grado le iniziative congiunte tese a contrastare i paradisi fiscali e anche le pratiche che intensificano il dialogo internazionale tra i paesi interessati. Un approccio responsabile alla tassazione comporterà sicuramente un effetto positivo duraturo sullo sviluppo di questi paesi.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Accolgo di buon grado questa relazione che sottolinea la necessità di rafforzare le capacità di una buona gestione in materia tributaria ai fini dello sviluppo, e ravvisa l’esigenza di un quadro normativo inteso a sostenere la cooperazione internazionale in ambito fiscale, la trasparenza, lo sviluppo dei settori pubblico e privato e la crescita economica. Il testo mette in risalto che il rapporto tra gettito fiscale e PIL nei paesi in via di sviluppo è compreso tra il 10per cento e il 20per cento, a fronte del 25-40per cento dei paesi sviluppati ed evidenzia che il Parlamento europeo si rammarica che i donatori abbiano sinora fornito un sostegno piuttosto scarso all'assistenza fiscale; accoglie con favore, in tale contesto, la proposta della Commissione volta a sostenere maggiormente i paesi in via di sviluppo nelle riforme fiscali e nel rafforzamento delle amministrazioni tributarie per quanto riguarda il FES per i paesi ACP, lo strumento di cooperazione allo sviluppo e lo strumento europeo di vicinato e partenariato (ENPI), nonché a sostenere le autorità di vigilanza nazionali, i parlamenti e gli attori non statali. La relazione, infine, osserva che si dovrebbe porre maggiormente l'accento sugli sforzi intesi ad avviare lo sviluppo di capacità nei paesi in via di sviluppo, al fine di aiutarli a utilizzare in modo efficace lo scambio di informazioni e a contrastare efficacemente l'evasione fiscale per mezzo della loro legislazione interna.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE), per iscritto. La Commissione sta svolgendo un buon lavoro nel promuovere principi e criteri per sviluppare buone pratiche di gestione in materia tributaria nell'ambito della cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Fondamentali sono i criteri di trasparenza, di scambio d'informazioni e di equa concorrenza tributaria. E' un processo che la Commissione mira ad attuare attraverso il potenziamento delle sinergie tra le politiche fiscali e quelle di sviluppo, allo scopo di individuare le difficoltà riscontrate da questi Paesi nella mobilitazione delle entrate attraverso la tassazione. D'altro canto, però, la Commissione, tralascia ancora diverse problematiche, che richiedono una pronta risposta. Si ritiene necessaria, infatti, una decisa lotta ai paradisi fiscali, per il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio, senza in alcun modo limitare le ulteriori misure intraprese, in particolar modo prestando attenzione ai trattati fiscali. A tal fine, è auspicabile che la maggior parte delle organizzazioni internazionali detenga un mandato specifico allo scopo di contrastare i paradisi fiscali. E' infine indispensabile un ampliamento della base imponibile, che passi attraverso l'adeguamento della riforma fiscale allo sviluppo della tassazione diretta, per risolvere le difficoltà di riscossione derivate dal sistema regressivo dell'IVA.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) La lotta contro le società offshore e altre forme di evasione fiscale rappresenta una necessità. La maggioranza di questo Parlamento ha garantito una libertà operativa quasi totale ai fondi speculativi. Qual è dunque il senso delle restrizioni puramente dichiarative contenute in questa relazione? Gli accordi di partenariato economico, negoziati in maniera scandalosa esercitando ogni tipo di pressione, stanno rovinando gli stati ACP senza lasciar loro possibilità di ripresa sul lungo termine. La relazione non proferisce parola in merito a tutte queste questioni e, ancor peggio, sostiene che qualsiasi forma di nazionalizzazione o rinazionalizzazione debba essere accantonata. Sulla scorta di quanto fin qui esposto, mi esprimo a sfavore di questo testo.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto.(PT) È un dato di fatto che una scarsa governance fiscale vada a discapito dell’andamento economico soddisfacente degli Stati membri. La Commissione riconosce chiaramente il rapporto tra il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio e la gestione del sistema fiscale. La lotta all'evasione fiscale rappresenta dunque un imperativo ed è necessario compiere passi per armonizzare tali misure all'interno dell'Unione europea perché è ben noto che alcuni paesi sono più efficaci rispetto ad altri nel contrastare le frodi e l’evasione fiscale.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (EN) Dovremmo sostenere i paesi in via di sviluppo nell'elaborazione delle politiche e fornire meccanismi che consentano di evitare l’evasione fiscale e questo comporta una maggiore trasparenza. Inoltre, dovremmo trasferire la nostra esperienza in materia di governance economica ai singoli paesi così, da sostenerli nella creazione dei propri regimi tributari. La riduzione del livello di corruzione nei paesi in via di sviluppo e l’aumento delle loro entrate comporterà maggiore stabilità ed equilibrio, eliminando le tensioni e riducendo al minimo il totale degli aiuti finanziari stanziati dall’Unione a favori di questi paesi. Questa relazione è puntuale e di importanza fondamentale e perciò ho votato a favore.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. – (DE) Ritengo sia strettamente necessario per i paesi in via di sviluppo istituire un regime tributario efficiente e le idee contenute in questa relazione sono perfettamente adeguate a riguardo. Nello specifico ritengo doveroso che quando nuovi sistemi fiscali sono attuati con il sostegno dell’Unione europea, si faccia attenzione ad assicurare che gli accordi di partenariato economico tra l’UE e i paesi in via di sviluppo perseguano questo obiettivo, piuttosto che ostacolarlo. Inoltre, la politica degli investimenti nell'UE deve creare per gli investitori un ambiente favorevole alle imprese tanto a livello interno e quanto all'estero. Tutte le misure adottate dovrebbero comportare un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione, che è attualmente tagliata fuori dai guadagni derivanti dalla vendita di materie prime e che è spesso costretta a migrare. Ho votato a favore di questa relazione perché adotta un approccio di ampio respiro a riguardo dei molti fattori coinvolti.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. – (DE) Sono necessarie misure specifiche volte a migliorare la promozione di principi di comportamento responsabile in materia di tassazione relativamente, ad esempio, alla trasparenza, allo scambio di informazioni e a un'equa concorrenza fiscale. È importante migliorare gli effetti della sinergia tra la tassazione e la politica per lo sviluppo e, dato che il testo presentato segue questa direzione, ho votato a favore.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Visto che i paesi in via di sviluppo hanno perso notevoli entrate derivanti dalle imposte commerciali, è di fondamentale importanza garantire una cooperazione efficace in materia tributaria e di sviluppo. È importante che ogni paese crei un regime fiscale efficiente ed efficace ed elabori politiche per attuarlo, perché esso rappresenta la spina dorsale delle proprie finanze pubbliche e uno strumento per attirare investimenti. Pertanto dobbiamo lasciare ai paesi in via di sviluppo poteri discrezionali in quest’ambito. La cooperazione deve basarsi sull’assistenza reciproca, senza creare ulteriori ostacoli o fardelli per entrambe le parti. Concordo con la proposta di contribuire a garantire un miglioramento da un punto di vista quantitativo e qualitativo della mobilitazione delle entrate dei paesi in via di sviluppo. Gli aiuti stanziati a favore di questi paesi dovrebbero essere mirati ed efficaci e dovrebbero essere forniti solo se necessari, non conferendo ai paesi stessi il diritto di decidere sulla necessità o meno.

Non credo sia consigliabile aggravare l’Unione europea di ulteriori oneri ed erogare indennizzi ai paesi in via di sviluppo per il declino delle loro entrate doganali. Credo sia necessario determinare un'imposta sulle transazioni finanziarie che limiterebbe le speculazioni e permetterebbe al mercato di funzionare in maniera più efficace. Inoltre, dobbiamo concentrare i nostri sforzi per garantire che tale imposta non sia applicata solo a livello comunitario, ma anche a livello globale.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. Ho votato a favore della relazione della collega Joly su fiscalità e sviluppo, cooperazione con i paesi in via di sviluppo per la promozione delle buone pratiche di gestione in materia tributaria, perché - in linea con la Strategia Europa 2020 - credo sia fondamentale dotarsi di una Governance globale che sostenga il dialogo e la cooperazione internazionali in ambito tributario. Concordo con la relazione quando afferma di voler ampliare le sinergie tra politiche fiscali e di sviluppo attraverso lo scambio d'informazioni in materia fiscale e attraverso meccanismi multilaterali che facciano riferimento al modello della direttiva UE in materia di tassazione dei redditi da risparmio al fine di combattere evasione ed elusione fiscale. La cooperazione tributaria con i paesi in via di sviluppo serve proprio a evitare che questi diventino dei "paradisi fiscali" per le multinazionali e che ci sia una distorsione di competitività che condizioni negativamente lo sviluppo dei processi economici data l'interconnessione globale del sistema economico.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione su fiscalità e sviluppo – cooperazione con i paesi in via di sviluppo per la promozione delle buone pratiche di gestione in materia tributaria, perché concordo con quanto espresso dal relatore circa l’importanza di tale questione per favorire lo sviluppo di un regime fiscale efficiente nei paesi in via di sviluppo, delle cui finanze pubbliche deve diventare la spina dorsale. La nuova politica comunitaria a favore degli investimenti nei paesi in via di sviluppo deve contribuire a instaurare un ambiente più favorevole agli investimenti privati esteri e nazionali, nonché a creare le condizioni per una maggiore efficacia degli aiuti internazionali. Al fine di favorire la crescita, la politica degli investimenti dell’UE deve concentrarsi sullo sviluppo delle piccole e medie imprese attraverso il microcredito, sull’efficacia dei servizi pubblici, sui partenariati pubblico-privati e sullo scambio di conoscenze. Il documento di lavoro della Commissione, pubblicato nell’aprile 2009 e intitolato "Fiscalità e sviluppo – Cooperazione con i paesi in via di sviluppo per la promozione delle buone pratiche di gestione in materia tributaria", fornisce indicatori e metodologie per la promozione di sinergie tra la politica per lo sviluppo e quella fiscale, al fine di rendere entrambe più efficienti.

 
  
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  Miguel Portas (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Ho votato a favore di questa relazione perché riconosce chiaramente il legame esistente tra il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio e la governance fiscale. Il testo, inoltre, riconosce che un’imposizione fiscale caratterizzata da una tassazione progressiva rappresenta un elemento essenziale per la democrazia e sottolinea che i centri offshore e i paradisi fiscali agevolano fughe illecite di capitali che, insieme a sistemi a "imposte zero" volti ad attrarre fondi e investimenti, comportano un trasferimento degli oneri ai lavoratori e alle famiglie con reddito inferiore, riducendo la qualità e la quantità dei servizi pubblici nei paesi poveri e anche la loro capacità di lottare contro la povertà. L’assistenza ai servizi giudiziari e anticorruzione dei paesi in via di sviluppo nei loro sforzi volti a sviluppare un regime di tassazione progressiva rappresenterebbe un eccellente servizio fornito dall'Unione europea.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) Il Parlamento oggi ha sottolineato quanto sia importante affrontare il problema dell'erosione delle entrate fiscali nei paesi in via di sviluppo, in particolar modo attraverso ulteriori misure volte a contrastare i paradisi fiscali. Al fine di risultare credibile al riguardo, l'Unione deve chiaramente porre un limite ai propri paradisi fiscali e agire al di là del quadro dell’OCSE. La relazione, inoltre, richiede l’adozione di una convenzione internazionale in materia tributaria che preveda sanzioni tanto per le giurisdizioni che non cooperano quanto per gli istituti finanziari che operano con i paradisi fiscali. Gli onorevoli deputati hanno inoltre sottolineato la necessità di assicurare maggiore trasparenza da parte delle multinazionali in merito alla loro osservanza degli obblighi fiscali nei paesi in via di sviluppo, in particolare da parte dell'industria estrattiva, garantendo una rendicontazione paese per paese. L’assistenza fiscale dell'Unione dovrebbe incoraggiare, in questi paesi, lo sviluppo di un regime di tassazione progressiva, in particolare assicurando una ridistribuzione equa dei profitti delle grandi imprese. Una buona governance fiscale rappresenta un elemento cruciale per lo sviluppo e l’Unione dovrebbe fornire il proprio sostegno in questa materia ai paesi in via di sviluppo, in particolar modo alla luce della drastica riduzione delle imposte commerciali dovuta alla liberalizzazione degli scambi commerciali a livello globale. Mi compiaccio del sostegno espresso dagli onorevoli deputati a favore di questa relazione che delinea proposte chiare in questa direzione.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. Ho votato a favore del testo di questa relazione perché condivido l'idea che una più intensa sinergia tra le politiche fiscali e quelle di sviluppo possa aiutare i PVS.

Anche secondo le ultime relazioni della Commissione sulla fiscalità e sullo sviluppo la tassazione, se appositamente congeniata, può essere una fonte di finanziamento per le politiche di sviluppo. Non è un caso che molti paesi in via di sviluppo infatti non raggiungano neppure il livello minimo di gettito fiscale necessario per finanziare i servizi pubblici di base.

La cooperazione per rafforzare il proprio sistema fiscale e la lotta ai paradisi fiscali, che agevolano fughe illecite di capitali, devono essere alla base di questi processi, in grado di favorire l'introduzione di obblighi di rendicontazione finanziaria paese per paese, a vantaggio della lotta contro la povertà.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto.(PL) Un requisito fondamentale per il buon funzionamento di uno Stato è rappresentato da una buona strutturazione del settore dell'imposizione fiscale. Al fine di operare in seno all’economia globale, i paesi in via di sviluppo devono integrare e riformare i loro regimi fiscali. Le imposte rivestono un ruolo sociale, politico ed economico nei paesi democratici e non solo costituiscono la principale fonte di entrate per lo stato, ma permettono anche di raggiungere obiettivi sociali di primaria importanza, finanziando servizi quali l’assistenza sanitaria e sociale, l’istruzione e le pensioni.

Il gettito fiscale dei paesi in via di sviluppo potrebbe finanziare in maniera sostenibile il loro sviluppo e migliorare la qualità della vita dei loro cittadini. Ciononostante, attualmente questo gettito è spesso insufficiente per coprire i costi dei servizi pubblici di base o per contrastare la povertà. Nell'era della globalizzazione, la maggiore mobilità dei capitali soggetti a imposizione fiscale e l’eliminazione delle barriere commerciali, hanno ridotto le entrate fiscali, ponendo una sfida non solo per i paesi più poveri. A prescindere dagli ovvi vantaggi che comporta, la progressiva liberalizzazione degli scambi commerciali riduce le entrate doganali. È di fondamentale importanza che le tasse provenienti dall’esterno siano sostituite con quelle riscosse a livello nazionale. Le imposte sul reddito rappresentano una delle principali forme di tassazione nei paesi ricchi, ma apportano un contributo minimo nei paesi in via di sviluppo. La maggior parte dei cittadini, infatti, lavora in modo irregolare nel settore agricolo e percepisce redditi con frequenza saltuaria e questa situazione rende difficile l'applicazione efficace dell'imposta sul reddito.

 
  
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  Catherine Stihler (S&D), per iscritto. (EN) Mi sono espressa a favore di questa relazione che sottolinea l’importanza dell’imposizione fiscale per raggiungere gli obiettivi delle politiche per lo sviluppo e suggerisce in che modo l’Unione europea puo’ impiegare in maniera più efficace i fondi e gli strumenti esistenti a tale scopo.

 
  
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  Michèle Striffler (PPE), per iscritto.(FR) L’adozione della relazione su "fiscalità e sviluppo – cooperazione con i paesi in via di sviluppo per la promozione delle buone pratiche di gestione in materia tributaria" assume particolare importanza relativamente all’efficacia degli aiuti allo sviluppo stanziati a favore dei paesi in via di sviluppo dagli Stati membri dell'Unione europea e dalla Commissione europea. L’impegno volto a garantire il rispetto dei principi di buona governance in materia tributaria (trasparenza, scambio di informazioni ed equa concorrenza fiscale) e a contrastare i paradisi fiscali che ostacolano lo sviluppo dei paesi meno avanzati, rappresenta una necessità assoluta e continuerà ad essere una priorità nel corso del mio mandato.

 
  
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  Niki Tzavela (EFD), per iscritto. (EL) Ho votato a favore di questa specifica proposta di risoluzione perché ritengo che la riforma e l’aggiornamento dei regimi fiscali dei paesi in via di sviluppo siano strumenti importanti per evitare le fughe illecite di capitali e per combattere l’evasione fiscale. Questi capitali illecitamente esportati, che spesso finiscono in paradisi fiscali, comportano conseguenze dirette sulle economie di questi paesi, soprattutto in questo particolare periodo di crisi economica. Il miglioramento dei regime fiscali ci consentirà di esercitare un’influenza positiva sulla crescita nei paesi in via di sviluppo, di applicare un quadro di buona governance economica, di promuovere la trasparenza e di guadagnare la fiducia dei cittadini.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione Joly. L'istituzione di un regime fiscale pienamente operativo rappresenta la base di ogni forma di democrazia responsabile. La relazione invita a sostenere i paesi in via di sviluppo nel loro sforzo mirato a creare tali strutture, in modo da promuovere la responsabilità in questi Stati su base sostenibile. Dopotutto, gli aiuti allo sviluppo non saranno sufficienti per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del Millennio. La relazione, inoltre, affronta brevemente la problematica dei cosiddetti "fondi avvoltoio" che, dal mio punto di vista, dovrebbero essere completamente vietati. Non si dovrebbe permettere che gli aiuti internazionali allo sviluppo diventino una palla da gioco in mano ai giocatori finanziari globali.

 
  
  

Relazione Papastamkos (A7-0030/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Appoggio la relazione e sottolineo l’importanza delle raccomandazioni che scaturiscono dal documento stesso, che afferma che gli aspetti non commerciali dovrebbero godere di maggiore attenzione in seno ai negoziati con l’Organizzazione mondiale del commercio. Emerge anche con chiarezza la necessità di una maggiore coerenza tra la politica agricola comune e la politica commerciale esterna dell’UE – è fondamentale garantire condizioni di parità ai produttori comunitari nel mercato mondiale, che non deve promuovere la concorrenza sleale. Se ciò non sarà oggetto di negoziati, gli agricoltori europei continueranno a subire una concorrenza sleale, ad accumulare perdite e a essere vittima di discriminazioni rispetto ai concorrenti esterni all’Unione europea.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) Sostengo il ruolo essenziale svolto dal settore agricolo nel garantire occupazione e nel mantenere il modello agroalimentare europeo, una componente strategica dell’economia europea. Poiché l’Unione europea è il terzo importatore al mondo di prodotti agricoli, i metodi produttivi utilizzati nei paesi terzi che esportano all’UE devono fornire ai consumatori europei le medesime garanzie in termini di salute, sicurezza alimentare, sviluppo sostenibile e standard sociali minimi pari a quelli imposti sui produttori europei. Ho votato a favore della relazione in quanto ritengo che le politiche agricole e alimentari debbano soddisfare alcuni obiettivi basilari, tra cui la sicurezza alimentare individuale e collettiva.

 
  
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  Richard Ashworth (ECR), per iscritto. (EN) La delegazione dei conservatori britannici appoggia con fermezza il principio del libero commercio. Il libero commercio crea ricchezza ed è destinato a offrire un contributo essenziale alla ripresa delle economie europee. Riteniamo che la relazione in oggetto ponga troppo l’accento sulla tutela dei mercati agricoli comunitari dalla concorrenza esterna e trascuri invece l’esportazione degli standard produttivi. Gli agricoltori comunitari sono obbligati a rispettare standard molto rigorosi dal punto di vista dell’ambiente e del benessere degli animali, e come parziale compensazione di ciò ricevono determinate sovvenzioni. Tuttavia, i prodotti importati nell’UE da paesi terzi molto spesso non sono conformi agli stessi standard elevati. Chiudere le frontiere comunitarie ai prodotti agricoli dai paesi terzi non rappresenta la soluzione al problema.

L’UE dovrebbe impegnarsi attivamente per esportare in tutto il mondo i propri standard rigorosi dal punto di vista dell’ambiente e del benessere degli animali, segnatamente attraverso mercati internazionali più aperti, invece che concentrarsi su soluzioni difensive e protezioniste. Per questa ragione, la delegazione dei conservatori britannici ha votato contro la relazione.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto.(FR) Con questa relazione, il Parlamento europeo chiede esplicitamente al Consiglio e alla Commissione europea di tenere maggiormente in considerazione gli interessi agricoli nei negoziati commerciali internazionali, in particolare nelle discussioni con il Sudamerica, una delle regioni principali per l’allevamento e la coltivazione dei cereali, ma che non sempre è conforme agli standard qualitativi europei. A mio parere, si tratta di una relazione essenziale, e pertanto mi sono espressa favorevolmente.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Il settore agricolo comunitario rappresenta un valore aggiunto ingente per l’economia europea e svolge un ruolo strategico nell’affrontare le sfide economiche, sociali e ambientali che incombono sull’UE. Pertanto, la politica commerciale esterna e gli accordi con importatori esteri non devono compromettere la capacità dell’UE di mantenere questo settore forte e vitale. La Commissione deve adottare una posizione chiara in seno all’Organizzazione mondiale del commercio e condurre valutazioni d’impatto specifiche, negoziando con le controparti circa l’importazione di determinati prodotti nel mercato comunitario. Dobbiamo garantire il rispetto del principio secondo cui i metodi produttivi dei paesi terzi per i prodotti destinati all’esportazione nell’UE devono offrire ai consumatori europei le medesime garanzie in termini di salute, sicurezza alimentare, benessere degli animali, sviluppo sostenibile e standard sociali minimi pari a quelli imposti sui produttori europei. è l’unico modo per garantire che i produttori comunitari possano competere con i paesi terzi a condizioni di parità e che vengano tutelati gli interessi dei nostri agricoltori.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. – Ho sostenuto con il mio voto la Relazione del collega Papastamkos. Il commercio internazionale ricopre un ruolo determinante all'interno dell'UE soprattutto a fronte della circostanza per la quale gli agricoltori europei sono svantaggiati dalle importazioni provenienti da paesi terzi e dall'inapplicazione del principio di reciprocità, che attribuisce agli agricoltori stranieri un indebito vantaggio laddove spesso questi non sono tenuti a rispettare le stesse, stringenti e costose, normative che invece gli agricoltori europei devono rispettare per poter operare nel mercato interno - soprattutto dal punto di vista sanitario e fitosanitario. Continuerò a battermi affinché si mantenga in Europa forte coerenza tra la PAC e la politica di commercio estero dell'UE, che deve garantire al modello agricolo europeo la parità di condizioni per i produttori degli Stati membri sul mercato mondiale.

 
  
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  Jan Březina (PPE), per iscritto. (CS) A mio parere, è importante sottolineare il nesso tra la produzione agricola comunitaria e il commercio internazionale, che si riflette nel fatto che l’UE è il maggiore importatore globale di beni agricoli e, al contempo, il maggiore esportatore mondiale di prodotti alimentari trasformati. In tale contesto, ritengo che semplificare il più possibile gli scambi commerciali contribuisca ad aumentare la flessibilità dei produttori e a ridurre i costi correlati allo scambio dei beni; a propria volta, ciò esercita un impatto favorevole sia sugli introiti dei produttori sia sulla spesa dei consumatori. Non posso pertanto convenire con l’affermazione contenuta nella risoluzione approvata secondo cui la liberalizzazione del commercio non renderà possibile l’eliminazione del flagello della fame nel mondo. Non è questo il compito del commercio, né può esserlo. Plaudo alla Commissione per il fatto che, nel quadro dei negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio e delle trattative bilaterali o bioregionali, ha fatto ricorso a misure derivanti dalle riforme a lungo termine in corso sotto forma di proposte nel campo dell’agricoltura, riconoscendo al contempo i parametri della politica agricola comune quale propria posizione. A questo proposito, mi sembra che il testo approvato della risoluzione abbia un taglio deplorevolmente univoco, che compromette i passi sinora compiuti dalla Commissione nei negoziati politici di natura commerciale. Considero qualsiasi ulteriore manifestazione di flessibilità nei prossimi negoziati alla stregua di un’imperdibile opportunità e di un vantaggio. Per quanto riguarda le critiche mosse ad alcune misure, quali la riduzione dei dazi di importazione riscossi sulle banane o la riforma del regime dello zucchero, mi preme aggiungere che si fondavano essenzialmente sulle conclusioni della risoluzione della controversia in seno all’OMC, che hanno anche influenzato i parametri delle misure comunitarie successive.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Concordo con l’esigenza di una maggiore coerenza tra la politica agricola comune e la politica commerciale esterna per consolidare il modello agricolo europeo e, di conseguenza, garantire condizioni di parità ai produttori comunitari nel mercato mondale. è cruciale conciliare interessi commerciali e non commerciali e procedere alla necessaria convergenza delle norme.

 
  
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  Luigi Ciriaco De Mita (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'agricoltura costituisce un settore strategico per l´Unione Europea. Pur non avendo una rilevanza media in termini di occupazione e di prodotto interno lordo, cionondimeno per le caratteristiche dei nostri territori e delle nostre tradizioni alimentari, esso assume un rilievo maggiore, in quanto garantisce un auto approvvigionamento per molti ingredienti indispensabili per i nostri prodotti agroalimentari tradizionali e non. Inoltre, è un settore che è fondamentale per la salvaguardia e la tutela dell'ambiente e per lo sviluppo sostenibile dei nostri territori. Appare evidente che gli accordi commerciali, soprattutto nei round dell'Organizzazione mondiale per il commercio, devono essere raggiunti. Ma a tal fine occorre che l´Unione europea presti maggiore attenzione alla tutela delle produzioni di qualità, tradizionali e certificate, affinché possano essere salvaguardate in ambito internazionale per evitare frodi sui mercati esteri di prodotti falsamente riconducibili ai nostri territori. Il filo conduttore della relazione approvata sembra andare nella direzione auspicata.

 
  
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  Marielle De Sarnez (ALDE), per iscritto.(FR) L’agricoltura europea non può continuare a venir maltrattata nei negoziati commerciali con i paesi terzi. è il tema della relazione che abbiamo testé adottato, che fa riferimento a numerosi principi e chiede una migliore integrazione degli aspetti non commerciali nei negoziati. Esorta giustamente gli allevatori europei a rispettare gli standard ambientali e sanitari vincolanti relativi all’igiene del prodotto, benché alcuni dei loro concorrenti collochino sul mercato europeo prodotti che non riflettono sempre tali standard. Di fatto, i nostri agricoltori sono spesso penalizzati dalla concorrenza sleale e dalle distorsioni della concorrenza quando sono coinvolti alcuni paesi terzi. La Commissione deve tener conto degli avvertimenti del Parlamento e degli agricoltori, soprattutto nel caso dei negoziati con Mercosur, che rischiano di compromettere l’allevamento europeo, nonché i produttori ortofrutticoli delle regioni ultraperiferiche.

 
  
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  Philippe de Villiers (EFD), per iscritto.(FR) La relazione sui rapporti tra l’agricoltura comunitaria e il commercio internazionale testimonia la perdita ingente di potere subita dall’agricoltura europea e tenta di allertare le istituzioni europee, responsabili di tale fallimento.

Al momento è difficile nutrire l’Europa; la Commissione ha trasformato la politica agricola comune nel becchino del settore agricolo. Le restrizioni non fanno che pesare ogni giorno di più sulle spalle degli agricoltori.

Tutto il potere detenuto un tempo dall’agricoltura europea, nonché la sua capacità di esportare, sono stati drasticamente ridotti man mano che l’Europa si è aperta ai prodotti agricoli esteri, coltivati ricorrendo a metodi che non rispettano gli standard che gli europei hanno imposto a se stessi.

è in gioco il futuro dell’agricoltura, che sicuramente non deve più essere lasciato nelle mani dell’Unione e delle sue istituzioni. Gli Stati membri devono poter aiutare gli agricoltori per il bene di tutti.

 
  
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  Edite Estrela (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione sull’agricoltura comunitaria e il commercio mondiale, in quanto sottolinea l’importanza di integrare gli aspetti non commerciali nello sviluppo dell’agenda di Doha, quali considerazioni sociali, ambientali e relative alla salute umana, nonché alla salute e al benessere degli animali, al fine di soddisfare gli standard ambientali e sociali più elevati ed evitare la perdita di competitività degli agricoltori comunitari nel contesto della produzione agricola mondiale.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) L’agricoltura svolge funzioni sociali che trascendono i meri limiti della produzione alimentare, quali il popolamento e l’ordinamento del territorio, la protezione dell’ambiente e il mantenimento delle tradizioni culturali. Ritengo che tutto ciò meriti ampiamente la protezione e il sostegno degli Stati membri e delle istituzioni europee. Malgrado in linea di principio sia favorevole a una maggiore apertura dei mercati, ritengo che nel caso del settore agricolo occorra essere particolarmente rigorosi in materia di requisiti di reciprocità e della necessità di garantire la sicurezza alimentare ai consumatori europei. L’Unione europea non dovrebbe trascurare l’esigenza di creare un equilibrio tra i valori in conflitto tra loro e, soprattutto durante l’attuale crisi economica e finanziaria, dovrebbe valutare dell’impatto degli accordi commerciali che sottoscrive sulla vita degli agricoltori europei e sulle loro proprietà.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) Uno dei settori più colpiti dalla libera circolazione delle persone e dei beni è stata l’agricoltura. Malgrado le modifiche costanti apportate alla politica agricola comune (PAC) – considerata un simbolo dell’integrazione europea – la situazione del settore si conferma oltremodo precaria, in quanto lo stesso è obbligato a conformarsi a standard esigenti nel campo della tutela ambientale e della sicurezza dei prodotti, e tale precarietà è acuita dalla crisi finanziaria in corso. Si tratta di un settore trasversale rispetto ad altre aree, quali il commercio, l’ambiente, i trasporti e così via, il che rende molto difficile mettere a punto un quadro normativo che soddisfi tutte le parti in causa. Malgrado i progressi compiuti, tra cui gli accordi SPS misure sanitarie e fitosanitarie) e TBT (barriere tecniche per il commercio), resta ancora molto lavoro da fare.

Appoggio la relazione in oggetto, in quanto riconosce il ruolo fondamentale del settore agroalimentare in seno all’UE, un settore molto sensibile che non è in grado di far fronte alla concorrenza aggressiva, un aspetto che va considerato all’atto di sottoscrivere nuovi accordi. Tuttavia, spero che il nuovo quadro economico per la PAC migliori il coordinamento tra produttività e mercato internazionale.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) è una relazione piena di contraddizioni. Sottolinea le conseguenze negative dalla liberalizzazione del commercio, ma non si oppone alla rotta imboccata dalle politiche che sono alla base dei problemi principali dell’agricoltura nei paesi UE (e anche nei paesi in via di sviluppo). Non formula raccomandazioni per cambiare tale rotta. Critica giustamente l’approccio della Commissione, che antepone gli interessi del settore industriale e dei servizi a quelli agricoli e che fa delle concessioni all’agricoltura per ottenere un maggiore accesso ai mercati [in altre aree] dei paesi terzi. Fornisce vari esempi che illustrano le conseguenze disastrose di tale politica – il caso dello zucchero è un esempio illuminante. Riconosce che la maggiore liberalizzazione del commercio mondiale di prodotti agricoli, alimentata dagli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), finora non ci ha permesso di sventare la minaccia della fame nel mondo. Tuttavia, non condanna né si oppone a questa maggiore liberalizzazione e deregolamentazione del commercio mondiale promossa dall’UE, che sia nel quadro dell’OMC o di innumerevoli accordi bilaterali.

Al contrario, la difende. Critichiamo da tempo il fallimento delle politiche neoliberali. Lo fa anche la relazione, benché in maniera molto frammentaria e a volte ambigua, per poi appoggiare invece la politica del disastro. Lo consideriamo inaccettabile.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Conosciamo molti esempi delle conseguenze disastrose della liberalizzazione del commercio mondiale sul settore agricolo. La relazione richiama l’attenzione su numerosi casi, e non nasconde che l’agricoltura è stata utilizzata quale merce di scambio per la promozione di altri interessi nel corso dei negoziati condotti in seno all’Organizzazione mondiale del commercio, vale a dire gli interessi delle grandi imprese commerciali internazionali e di servizi e di determinate industrie di punta.

Difendiamo pertanto altre soluzioni, visto che la relazione non è coerente.

Vogliamo che il commercio internazionale sia orientato a una logica di complementarietà piuttosto che di concorrenza – tra paesi, produttori e tipologie di produzione. Auspichiamo che l’agricoltura si orienti alla salvaguardia della sovranità e sicurezza alimentare di ciascun paese, contrariamente all’anarchia pericolosa della produzione per un mercato liberalizzato.

 
  
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  Lorenzo Fontana (EFD), per iscritto. – Gentile Presidente, Onorevoli Colleghi, vorrei complimentarmi con il collega Papastamkos per la relazione e l'ottima collaborazione che trova il mio appoggio. Vorrei sottolineare la grande importanza del commercio internazionale nell'EU e portare all'attenzione di tutti che gli agricoltori europei sono svantaggiati dalle importazioni provenienti da paesi terzi; di fatto, non viene applicato il principio di reciprocità e spesso accade che i prodotti agricoli importati non rispettino le stesse normative che invece gli agricoltori comunitari devono rispettare, specie dal punto di vista sanitario e fitosanitario. Problematica che ricade, oltre che sulla salute dei prodotti anche sulla loro qualità. È per questo che ci deve essere coerenza tra la PAC e la politica di commercio estero dell'UE, che deve assicurare il mantenimento del modello agricolo europeo, nonché la parità di condizioni per i produttori dell'UE sul mercato mondiale.

 
  
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  Pat the Cope Gallagher (ALDE), per iscritto. (GA) Appoggio le principali raccomandazioni della relazione. Un punto importante del documento è che la Commissione europea, nell’ambito di questioni commerciali, fa spesso delle concessioni per ottenere un accesso agevolato ai mercati dei paesi terzi per prodotti e servizi industriali.

La relazione afferma inoltre che i metodi di produzione di beni importanti da paesi terzi dovrebbero sottostare ai medesimi standard di salute, sicurezza alimentare, benessere degli animali, sviluppo sostenibile e standard sociali minimi che si applicano ai produttori comunitari.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto.(FR) Pur avendo votato a favore della risoluzione, volevo naturalmente utilizzare il mio voto (in particolare su alcuni emendamenti) per dare prova della mia adesione a svariati principi. Volevo di fatto sottolineare il fatto che, nei molti negoziati attualmente in corso su accordi commerciali con diversi partner dell’UE, è essenziale addivenire ad accordi equilibrati che si basino sul principio di reciprocità. A tale proposito, i prodotti importati provenienti da paesi terzi dovrebbero rispettare norme simili a quelle in vigore nell’UE in materia sanitaria e sociale, nonché per la tutela di consumatori, ambiente e animali. Inoltre, accade troppo di sovente che vengano fatte concessioni sull’agricoltura per ottenere un accesso agevolato ai mercati dei paesi terzi per prodotti e servizi industriali. Tale approccio non è più accettabile, e ho voluto usare il mio voto per ribadire ancora una volta che l’agricoltura europea non deve essere considerata uno strumento al servizio della politica commerciale dell’UE. Infine, la difesa del sistema comunitario per l’autorizzazione e la commercializzazione di OGM è un punto a cui attribuisco particolare importanze. In un periodo in cui i seno all’OMC si moltiplicano gli attacchi a questo sistema, è essenziale che la Commissione europea lo difenda.

 
  
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  Mathieu Grosch (PPE), per iscritto. (DE) IL nesso che lega le nostre politiche in materia di commercio internazionale, sviluppo e agricoltura è innegabile. L’agricoltura europea deve far fronte a difficoltà crescenti al momento di esportare prodotti nel mercato mondiale, in quanto i livelli dei prezzi sono bassi e i costi di produzione nell’UE sono maggiori. La tendenza in corso continuerà a sortire un effetto negativo se non verranno istituiti programmi di sostegno all’ agricoltura. Per questo accolgo con favore questa relazione d’iniziativa che, tra le altre cose, prevede che gli agricoltori vengano risarciti nel caso in cui un’ulteriore apertura del mercato interno alle importazioni determini una loro perdita.

Gli accordi con i paesi terzi negoziati dall’UE sono di per sé non problematici. Tuttavia, la somma di tutti questi accordi rende difficile il mantenimento di standard elevati in seno all’UE. Uno degli obiettivi ambiti dalla relazione d’iniziativa presentata consiste pertanto in una maggiore coerenza tra la politica agricola e la politica commerciale comune nell’UE. In tale contesto, appoggio la richiesta rivolta alla Commissione di condurre una valutazione d’impatto degli accordi commerciali e di pubblicarla prima di avviare i negoziati.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di questo documento in quanto, in un momento in cui l’UE sta riflettendo sul futuro della sua politica agricola comune (PAC), diventa ancor più cruciale garantire una coerenza tra la politica agricola e quella commerciale esterna. Tale coerenza garantirà la sopravvivenza del modello agricolo europeo, nonché condizioni di parità per i produttori comunitari nel mercato mondiale. La cosa più importante per noi dovrebbero essere la sicurezza e la qualità degli alimenti a un prezzo accessibile per i cittadini europei. Si assiste a un incremento globale della domanda alimentare in un contesto di costi di produzione più elevati, grave volatilità dei mercati agricoli, riduzione delle superfici coltivabili, dell’acqua e degli approvvigionamenti di energia. Una PAC forte è inoltre cruciale per il mantenimento, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo economico delle aree rurali comunitarie contro la minaccia dell’abbandono delle terre e dello spopolamento rurale. Il settore agricolo europeo offre un valore aggiunto incontestabile e ha un ruolo determinante da svolgere nella strategia Europa 2020 per affrontare le sfide socioeconomiche e ambientali che attendono l’UE sia internamente sia come soggetto globale di rilievo. La politica commerciale dell’UE ricoprirà un ruolo decisivo nel decidere se l’agricoltura continuerà ad offrire un contributo innegabilmente positivo a questi obiettivi. La politica commerciale non dovrebbe pregiudicare il dinamismo del settore agricolo. Anzi, la politica commerciale può e deve essere di reciproco sostegno.

 
  
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  Peter Jahr (PPE), per iscritto. (DE) Le pratiche agricole mondiali e, in particolare, la politica agricola europea rivestono un’importanza fondamentale per la politica alimentare e di sviluppo. Per questo è importante rafforzare e sviluppare il commercio internazionale in questo settore. Tuttavia, tale obiettivo non può essere raggiunto andando contro la politica agricola europea, bensì soltanto promuovendo un coordinamento stretto con la medesima. Inoltre, è essenziale applicare gli standard europei rigorosi anche ai prodotti importati.

Qualsiasi altra soluzione pregiudicherebbe i requisiti severi in materia di qualità e sicurezza a cui è soggetto il settore agricolo europeo ed eserciterebbe pertanto un impatto negativo sui produttori e consumatori europei. Necessitiamo e pretendiamo il libero scambio dei beni. Tuttavia, non è possibile conseguirlo senza condizioni concorrenziali eque obbligatorie.

 
  
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  Sandra Kalniete (PPE) , per iscritto. (LV) Gli agricoltori europei ricoprono un ruolo importante nel nutrire più di 500 milioni di persone in Europa e nel garantire l’approvvigionamento alimentare al mondo nel suo complesso. Purtroppo, l’atteggiamento nei confronti degli agricoltori non è sempre stato equo. Appoggio incondizionatamente gli accordi di libero scambio con altri paesi o gruppi di paesi ma, all’atto di concludere tali accordi, non dobbiamo porre i nostri agricoltori in una posizione di svantaggio competitivo. Chi verrà penalizzato da questa concorrenza sleale sono i popoli dell’Unione europea, a cui dobbiamo garantire un accesso quotidiano a generi alimentari che denotino un valore e una qualità elevati a prezzi ragionevoli. Molto spesso diamo tutto questo per scontato, senza pensare che sono i nostri agricoltori a darci tale sicurezza; gli agricoltori, i cui redditi sono spesso di molto inferiori alla media dei loro paesi. Non dobbiamo nemmeno fare nulla di trascendentale – dobbiamo semplicemente pretendere che i prodotti agricoli importati nell’Unione europea siano soggetti ai medesimi standard in campo ambientale, sociale, del benessere degli animali e della sicurezza che gli agricoltori europei sono obbligati a osservare. Sarebbe soltanto giusto, e garantirebbe condizioni competitive paritarie agli agricoltori che desiderano vendere i loro prodotti nell’Unione europea.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) In questa relazione, il Parlamento europeo chiede alla Commissione di adottare una posizione più risoluta nel rappresentare gli interessi degli agricoltori e consumatori europei nell’ambito dei negoziati commerciali internazionali. Non dovremmo agire avventatamente e abbandonare i parametri che caratterizzano il settore agricolo comunitario – gli standard qualitativi e sociali elevatissimi nella produzione agricola e alimenti di altissima qualità per i consumatori – sottoscrivendo numerosi accordi economici. Sono favorevole ad aprire il mercato alle importazioni agricole soltanto nella misura in cui si possa garantire che verrà mantenuta la competitività dell’agricoltura europea. Ritengo che non debbano essere fatte altre concessioni nel settore agricolo durante i negoziati relativi al ciclo di Doha. Accolgo con favore le richieste chiare contenute nella relazione.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli Colleghi, con il voto di oggi lanciamo un forte segnale alla Commissione: l'Unione europea non può continuare a praticare concessioni per ottenere accesso ai mercati di paesi terzi a discapito del settore agricolo! In un momento in cui l'Unione europea sta riflettendo sulla nuova politica agricola comune, trovare dei meccanismi atti a garantire la coerenza tra la PAC e la politica commerciale esterna diventa un obbiettivo primario. Il settore agricolo europeo garantisce, infatti, il raggiungimento di molti beni pubblici quali, fra gli altri, la sicurezza e la qualità alimentare.

Pertanto, la difesa degli interessi degli agricoltori europei deve essere prioritaria e sono contento, in tale direzione, dell'inserimento nel documento di alcuni paragrafi che prevedono la garanzia della reciprocità per i produttori europei, attraverso la richiesta di applicare, per gli esportatori di carne in Europa, gli stessi vincoli vigenti per i produttori europei, al fine di garantire la sicurezza del consumatore e una giusta competizione commerciale. A questo punto dei negoziati sugli accordi Mercosur e Marocco, credo essenziale fare arrivare chiaramente alla Commissione la nostra preoccupazione e la nostra ferma posizione a tutela degli interessi degli agricoltori europei e italiani.

 
  
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  Constance Le Grip (PPE) , per iscritto.(FR) Mi sono espressa a favore della relazione Papastamkos sull’agricoltura comunitaria e il commercio internazionale. In particolare, ho voluto sostenere il desiderio del Parlamento europeo di porre l’accento sui pericoli che la strategia commerciale della Commissione europea pone per l’agricoltura nell’Unione europea.

Mentre sono in corso diversi negoziati su accordi commerciali tra l’Unione e alcuni dei suoi partner (Mercosur, Canada, Ucraina e così via), spetta a noi ricordare alla Commissione europea la necessità di istituire partenariati commerciali – in maniera realistica ma non ingenua – che si basino sui principi del libero scambio, è naturale, ma anche sul principio della reciprocità – sia in relazione al rispetto per le norme sanitarie e sociali, sia in relazione alle norme che tutelano i consumatori, l’ambiente e gli animali – e che non pregiudichino determinate sfere europee di attività. Penso in particolare al settore agricolo, che viene troppo spesso “sacrificato” a favore di prodotti e servizi industriali nel corso dei negoziati commerciali.

A tal fine, l’Unione europea deve assicurare che vi sia coerenza tra la sua politica agricola, in corso di revisione, e la sua politica commerciale, al fine di mantenere forte il settore agricolo e di garantire la sicurezza alimentare dei nostri concittadini in un contesto di maggiore volatilità dei mercati.

 
  
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  Astrid Lulling (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della relazione del mio onorevole collega Papastamkos, in quanto offre una visione molto realistica dei rapporti commerciali tra l’Unione europea e i paesi terzi nel settore agricolo.

Il deficit della nostra bilancia commerciale con i paesi Mercosur in questo settore è allarmante. La differenza tra le nostre esportazioni verso tali cinque paesi e le nostre importazioni dai medesimi è raddoppiata in meno di un decennio, e le nostre importazioni ammontano ora a 19 miliardi di euro rispetto a un esiguo miliardo di euro di esportazioni.

La Commissione europea propone spesso concessioni inaccettabili sui prodotti agricoli, mettendo in pericolo la sopravvivenza delle aziende agricole europee col pretesto di garantire un accesso migliore ai mercati dei paesi terzi per i nostri prodotti e servizi industriali.

La politica commerciale esterna dell’UE non dovrebbe sacrificare il nostro settore agricolo, che garantisce la sicurezza alimentare dei nostri cittadini, soprattutto in un contesto di maggiore volatilità dei mercati. Per impedire distorsioni della concorrenza, i paesi Mercosur devono applicare i medesimi standard – in termini di salute, sicurezza alimentare, benessere degli animali e sviluppo sostenibile – imposti ai nostri agricoltori che, per di più, sono soggetti a costi sociali maggiori.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato contro questa relazione che trasmette un messaggio notevolmente protezionista sull’atteggiamento del Parlamento nei confronti del commercio. Se presa alla lettera, la relazione impedirebbe all’UE di negoziare accordi di libero scambio significativi o, per la stessa ragione, di portare a termine l’Agenda di sviluppo di Doha.

 
  
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  Marisa Matias (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione sottolinea il fatto che l’UE dovrebbe contribuire alla sicurezza alimentare mondiale, e gliene rendo merito. Ciononostante, e malgrado citi tutta una serie di conseguenze devastanti della liberalizzazione del mercato sull’agricoltura, le soluzioni che propone sono ancora una volta tese a rafforzare il libero scambio e a subordinare la politica agricola agli interessi dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). La relazione minaccia apertamente l’Argentina per non essersi sottomessa all’OMC e per aver limitato le importazioni di prodotti alimentari in diretta concorrenza con i produttori nazionali. Tuttavia, al contempo, chiede maggiori restrizioni a livello comunitario sulle importazioni e postula una promozione proattiva degli interessi agricoli comunitari. Inoltre, non viene descritta in maniera precisa la situazione del Brasile. Pertanto, e visto che la relazione privilegia la liberalizzazione e la concorrenza nei mercati agricoli, mi sono espressa a sfavore.

 
  
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  Véronique Mathieu (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della relazione Papastamkos, che trasmette un messaggio forte sulla posizione di rilievo che deve occupare l’agricoltura europea nei negoziati internazionali. In un momento in cui l’Europa deve rafforzare la propria produzione agricola per garantire la sicurezza alimentare, i negoziati sugli accordi internazionali vanno spesso a discapito del settore agricolo. Per poter conoscere in anticipo le conseguenze di tali accordi sull’agricoltura europea, vogliamo che la Commissione europea conduca e pubblichi valutazioni d’impatto approfondite degli accordi commerciali prima che vengano avviati i negoziati. Inoltre, ai prodotti che entrano nel territorio europeo vanno applicati gli standard comunitari elevati relativi alla salute, all’ambiente e al benessere degli animali. I controlli alle frontiere svolti dagli Stati membri devono vigilare sulla corretta applicazione della legislazione europea in materia.

 
  
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  Iosif Matula (PPE), per iscritto. (RO) Nel contesto della politica agricola comune futura dell’UE, dobbiamo rispettare l’equilibrio tra produzione interna e importazioni. I nostri sforzi dovranno orientarsi verso una maggiore armonia tra la liberalizzazione del mercato e la tutela del settore economico nazionale. La sicurezza alimentare a livello di Stato membro si ottiene mantenendo un settore agricolo stabile che non venga messo a rischio dalla politica commerciale esterna, alla luce della crescente volatilità dei mercati. I piccoli agricoltori offrono un contributo notevole alla sicurezza alimentare delle regioni in cui operano. Ritengo che gli accordi commerciali con i paesi terzi in materia di importazione di prodotti agricoli debbano essere conclusi partendo dal presupposto di garantire un risarcimento agli agricoltori in caso di eventuali perdite. Al contempo, sono a favore di una politica agricola il più possibile orientata a garantire ai prodotti agricoli comunitari l’accesso ai mercati dei paesi terzi. Promuovere prodotti con un marchio regionale comunitario ha lo scopo di farli conoscere al di fuori dell’UE e, di conseguenza, di farne lievitare il consumo. In base a studi recenti, la popolazione mondiale cresce a un ritmo molto più rapido della produzione cerealicola mondiale. Nell’UE vi sono molte regioni che dispongono delle capacità necessarie per sfruttare in maniera più efficiente il potenziale produttivo cerealicolo e che sono in grado di contribuire notevolmente alla riduzione di tali disparità.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) Uno dei meriti della relazione è il fatto che si preoccupa dei cittadini d’oltremare e difende la sicurezza alimentare. Me ne rendo conto. Tuttavia, la relazione “promuove attivamente gli interessi agricoli dell’Unione europea”, le aree di libero scambio e gli accordi commerciali tra l’UE e Chiquita o Dole. Quel che è peggio, minaccia esplicitamente l’Argentina, ventilando sanzioni, per il fatto che il paese ha preso decisioni che io consiglierei al mio stesso paese. Voto contro la relazione.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) I prodotti agricoli costituiscono una quota essenziale del commercio internazionale e devono pertanto essere trattati di conseguenza. Indubbiamente, l’aumento costante dei prezzi degli alimenti, dovuto all’incremento dei prezzi delle materie prime, rappresenta una preoccupazione sempre più impellente per l’UE. D’altro canto, il settore agricolo deve anche soddisfare le esigenze di un numero di persone in costante ascesa, benché le risorse naturali diventino sempre più limitate e i prezzi dei fattori produttivi siano soggetti a rincari; a questo si aggiungono le preoccupazioni relative all’ambiente e alla conservazione delle risorse naturali, che possono determinare distorsioni della concorrenza, soprattutto nei paesi sviluppati. Tenuto conto delle esigenze future, l’agricoltura è inevitabilmente destinata a diventare un settore strategico – direi addirittura cruciale – per lo sviluppo economico dell’UE e del mondo intero.

 
  
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  Alajos Mészáros (PPE), per iscritto. (HU) Poiché l’agricoltura non è semplicemente un’attività economica e la politica agricola e alimentare devono essere al servizio di obiettivi essenziali, quali l’approvvigionamento e la sicurezza alimentare, la sfida maggiore è rappresentata da un’armonizzazione efficiente delle valutazioni commerciali e non commerciali. L’UE è il maggiore importatore di prodotti agricoli dai paesi in via di sviluppo, con una quota maggiore di quella di USA, Giappone, Canada, Australia e Nuova Zelanda messi insieme. Se consentiremo a questi paesi di avere un maggiore accesso ai mercati, ciò potrebbe sortire effetti avversi non solo sugli agricoltori europei, ma anche sui paesi in via di sviluppo più bisognosi. Per tale ragione, l’UE dovrebbe adottare un approccio più equilibrato tra i vari settori durante i negoziati commerciali, e dovrebbe promuovere i propri interessi sia difensivi sia offensivi. Il settore agricolo comunitario svolge un ruolo essenziale nella strategia Europa 2020 in merito alle varie sfide socioeconomiche. La politica commerciale dell’UE ha un’importanza decisiva per garantire che l’agricoltura continui a offrire un contributo positivo al raggiungimento dei nostri obiettivi. Concordo sul fatto che la politica commerciale non debba ostacolare il dinamismo del settore agricolo, e per questo ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) Mi sono espresso sfavorevolmente sulla relazione concernente l’agricoltura e il commercio internazionale, in quanto poggia sull’elemento centrale della politica commerciale europea: gli accordi di libero scambio.

Non nego che vi siano aspetti positivi della relazione che meritano un trattamento speciale, come l’attenzione specifica dedicata alle regioni ultraperiferiche per garantirne la sovranità alimentare. Malgrado ciò, la relazione appoggia la promozione attiva degli interessi agricoli comunitari senza tener conto delle asimmetrie con i partner commerciali, e si impegna a favore delle zone di libero scambio senza considerare l’impatto nocivo sugli abitanti di tali regioni. Inoltre, la relazione minaccia esplicitamente l’imposizione di sanzioni sull’Argentina per l’attuazione di misure protezioniste. Per questi motivi mi sono astenuto.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Benché i prezzi alimentari siano da tempo in costante ascesa – e, a quanto pare, il prezzo di alcuni prodotti agricoli è destinato a salire alle stelle a causa dell’instabilità meteorologica, dell’aumento dei prezzi del carburante e delle speculazioni agricole – i prezzi dei negozi non sono assolutamente correlati all’importo che viene pagato ai piccoli agricoltori in cambio del loro duro lavoro. Inoltre, i produttori dell’UE faticano a competere sul prezzo nel mercato mondiale, in quanto i nostri standard sociali, di qualità, di protezione degli animali e ambientali sono molto elevati – quegli stessi standard che non possiamo o non vogliamo verificare quando importiamo generi alimentari. Se vogliamo evitare che prosegua il degrado delle nostre zone rurali e la riduzione del numero degli agricoltori, una grave minaccia per l’autosufficienza degli Stati membri dell’UE, è giunto il momento di smetterla di versare sovvenzioni per l’agricoltura alle grandi aziende agricole e di accreditare invece questi fondi a chi ne ha veramente bisogno per sopravvivere – in altre parole, i piccoli agricoltori.

Se nell’UE centralizzata ciò non fosse possibile, l’unica via d’uscita è rappresentata dalla rinazionalizzazione delle sovvenzioni agricole. La relazione non si impegna in maniera chiara a favore dei piccoli e medi agricoltori, molti dei quali si ritrovano a sgobbare tutto il giorno per una miseria. Per questo ho scelto di astenermi.

 
  
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  Vital Moreira (S&D), per iscritto. (PT) Ho votato contro la risoluzione del Parlamento europeo sull’agricoltura e il commercio internazionale, in quanto ritengo che subordini la politica commerciale europea alla politica agricola, quando sappiamo tutti che solo la politica commerciale può garantire alla nostra industria, ai nostri servizi e persino alla nostra agricoltura l’accesso ai mercati esterni, cruciale per la crescita economica e l’occupazione nell’Unione. Se in futuro manterremo l’orientamento politico presente in tutta questa risoluzione, sarà praticamente impossibile concludere accordi commerciali con paesi o regioni dotati di settori agricoli di tutto rispetto, come ad esempio Brasile e India. La politica commerciale – che incide sull’Unione nel suo complesso e su tutti gli Stati membri – non può essere totalmente in balia degli interessi del settore agricolo che, di fatto, riguarda solo un numero limitato di Stati membri. Ritengo inoltre deplorevole che la risoluzione avanzi accuse totalmente infondate contro il Brasile, come ampiamente dimostrato dalla controparte brasiliana.

 
  
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  Cristiana Muscardini (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, c'è uno stretto legame tra il futuro della PAC e la politica commerciale esterna dell'Unione. Sono due realtà che non possono prescindere l'una dall'altra e che richiedono da parte dell'Unione un'attenzione particolare.

Non possiamo esulare i discorsi commerciali dalle loro ricadute sulla produzione agricola degli Stati membri. Sono pertanto favorevole ad un mercato liberalizzato che tenga conto anche delle esigenze dei partner economici e commerciali dell'Unione, ma allo stesso tempo ritengo opportuno che la politica agricola entri nella negoziazione degli accordi per controllare la qualità dei prodotti esportati o importati sui nostri mercati e per tutelare i produttori comunitari e i nostri approvvigionamenti alimentari.

Sono quindi favorevole alla relazione Papastamkos, nonostante ci sia stato uno sbilanciamento su alcune tematiche commerciali, dovuto alla ripartizione di competenze tra le commissioni agricoltura e commercio di questo Parlamento, che dovrebbero lavorare in sinergia per definire un equilibrio negoziale applicabile ai diversi trattati commerciali in ambito agricolo dell'Unione.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore degli articoli 49, 53 e 54 per le seguenti ragioni. Per quanto riguarda il primo articolo, è assurdo che vengano condotti negoziati con Mercosur in forza di un mandato risalente a 12 anni fa. In merito agli articoli 53 e 54, desidero rammentarvi che gli agricoltori europei devono conformarsi agli standard più elevati in termini di qualità, sicurezza alimentare, protezione ambientale e benessere degli animali. Credo che gli stessi requisiti debbano valere per tutti i nostri partner commerciali, non solo per il bene degli agricoltori europei, ma anche dei consumatori, che vanno tutelati.

 
  
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  Wojciech Michał Olejniczak (S&D), per iscritto.(PL) Alla seduta plenaria odierna di Strasburgo, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sull’agricoltura dell’UE e il commercio internazionale. Negli ultimi anni si sono verificati molti eventi che suggeriscono un deterioramento dello stato dell’agricoltura comunitaria; inter alia, è stato osservato un calo significativo della quota comunitaria delle esportazioni globali di prodotti agricoli. Anche il disavanzo della bilancia commerciale dei prodotti è in aumento, e le numerose concessioni dell’UE non hanno trovato debito riscontro.

Alla luce di ciò, è essenziale che la politica agricola dell’UE e la sua politica commerciale comune adottino e seguano orientamenti comuni per le aree dell’agricoltura, del commercio e dello sviluppo. Il documento adottato trasmette un messaggio importante in difesa del settore alimentare dell’UE. Condanna l’eccessiva disponibilità al compromesso della Commissione europea e sottolinea che le decisioni relative all’apertura a nuovi mercati non debbano incidere negativamente sugli agricoltori comunitari.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della risoluzione sull’agricoltura dell’UE e il commercio internazionale. L’UE è il maggior importatore di prodotti agricoli del mondo, ma la sua quota nelle esportazioni agricole mondiali è in discesa a causa della crescita di altri partner commerciali agricoli di rilievo e dei prezzi dei mercati mondiali, che sono bassi, mentre i costi di produzione dell’Unione sono elevati. L’UE è il maggior importatore di prodotti agricoli del mondo dai paesi in via di sviluppo, di conseguenza è necessario tutelare gli interessi degli agricoltori comunitari e prevedere un meccanismo di compensazione per le lori perdite. Gli agricoltori comunitari devono essere protetti dalla concorrenza sleale e pertanto gli stessi standard che valgono per il settore agricolo comunitario devono essere applicati anche ai prodotti provenienti da paesi terzi. Tali condizioni devono essere iscritte negli accordi commerciali bilaterali. Inoltre, occorre sostenere con risolutezza l’accesso dei prodotti comunitari ai mercati dei paesi terzi. A mio parere, la proposta della Commissione di concedere al Pakistan una quota tariffaria in percentuale a dazio zero per l’esportazione nell’UE di 100 000 tonnellate di etanolo all’anno per un periodo di tre anni non si tradurrà in un aiuto diretto e immediato e avrà un impatto negativo sul settore comunitario delle energie rinnovabili. Poiché la produzione cerealicola ucraina è altamente competitiva e gode di tariffe ridotte, la Commissione deve prestare maggiore cautela nell’applicare concessioni durante i negoziati con l’Ucraina.

 
  
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  Alfredo Pallone (PPE), per iscritto. – La relazione sull'agricoltura e il commercio internazionale ha come oggetto gli accordi commerciali tra l'UE ed i Paesi Terzi per quanto riguarda i prodotti agricoli. La Commissione europea più volte criticata a livello di politica agricola subisce in questo testo la condanna del Parlamento europeo per il quale troppo spesso giunge a conclusioni insostenibili per la politica agricola europea. Ho votato a favore del testo perché ritengo indispensabile il ruolo politico del Parlamento, che la Commissione evita di consultare quando si parla di rapporti commerciali con paesi terzi. Concordo con la richiesta alla Commissione di sospendere l'accordo con il Mercosur fino alla stesura di un nuovo accordo con gli Stati interessati al fine di garantire ai consumatori europei qualità e sicurezza dei prodotti nonché convenienza sui mercati esteri.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Mi sono espressa a favore della relazione, in quanto difende esplicitamente gli interessi degli agricoltori europei nel contesto del commercio internazionale. Ritengo che la politica commerciale esterna non debba compromettere la capacità dell’UE di mantenere un settore agricolo forte e di garantire la sicurezza alimentare in un contesto di volatilità crescente del mercato. Tuttavia, non è inconsueto per la Commissione sacrificare gli interessi dell’agricoltura per ottenere un accesso agevolato ai mercati dei paesi terzi per prodotti e servizi industriali. Inoltre, è altrettanto importante ricordare che il settore agricolo europeo è obbligato a sottostare a standard elevatissimi in termini di qualità, igiene del prodotto, metodi produttivi sostenibili, salute e benessere degli animali e delle piante, tracciabilità, controllo di livelli di pesticidi, medicina veterinaria e additivi; tali aspetti fanno lievitare i costi produttivi e dovrebbero essere considerati nel corso dei negoziati multilaterali e bilaterali. In generale, ritengo che le decisioni tese ad aprire ulteriormente il mercato comunitario alle importazioni agricole non debbano essere prese senza che siano state previamente condotte delle valutazioni d’impatto e in assenza della garanzia di compensazione delle perdite subite dagli agricoltori comunitari.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (RO) La politica agricola comune (PAC) è il simbolo dell’integrazione europea e rappresenta una delle forme più avanzate di processo decisionale sovranazionale dell’Unione. Le pressioni interne all’UE per rendere la PAC più orientata al mercato e l’accento maggiore posto su altre politiche europee si riflettono sulla politica commerciale esterna dell’UE, tesa ad aprire il mercato agricolo in cambio a un accesso agevolato ai mercati dei paesi terzi per i prodotti e servizi industriali europei. Ciò implica anche il mantenimento del modello agricolo europeo, nonché condizioni di parità per i produttori comunitari nel mercato mondiale. Il ruolo multifunzione del settore agricolo europeo può fungere da catalizzatore per nuovi paradigmi: certezza dell’approvvigionamento alimentare, sicurezza e qualità a un prezzo accessibile per i cittadini europei.

Si osserva un aumento della domanda alimentare globale in un contesto di maggiori costi di produzione, una grave volatilità sui mercati, meno terra, meno acqua e input energetici ridotti. Una politica agricola comune forte è fondamentale anche per la conservazione e sostenibilità ambientale e per lo sviluppo economico delle zone rurali dell’UE contro la minaccia di abbandono della terra e lo spopolamento rurale.

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE), per iscritto. – Si è votato, oggi, in plenaria sulla relazione "Agricoltura e commercio internazionale".

La relazione dell'on. Georgios Papastamkos evidenzia la politica del commercio internazionale non deve avere per effetto quello di compromettere la capacità dell'Unione di assicurare la sicurezza alimentare in un contesto di volatilità dei mercati e il mantenimento di un settore agricolo europeo forte.

La relazione condanna l'approccio adottato della Commissione di accordare concessioni sull'agricoltura per ottenere un migliore accesso ai mercati terzi per i prodotti industriali e i servizi. La relazione si sviluppa su vari fronti, tra cui la valutazione d'impatto, le compensazioni finanziarie, l'OMC/Doha, ma soprattutto sugli accordi commerciali bilaterali problematici, come quelli con il Marocco, il Pakistan, l'Ucraina, ed in particolare quello con il Mercosur, e considera inaccettabile che la Commissione europea riprenda i negoziati senza rendere pubblica la valutazione d'impatto e senza iniziare un vero dibattito politico con il Consiglio e il Parlamento europeo.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. – Alla luce dello stallo dei negoziati commerciali multilaterali, l’UE si è dedicata ai negoziati per la conclusione di accordi commerciali bilaterali e interregionali, complementari al quadro multilaterale. Come è accaduto nel caso del Marocco, al momento tra USA e UE è in corso un inasprimento della concorrenza per decidere chi penetrerà per primo – e a quali condizioni – nuovi mercati chiave. Il mio collega, l’onorevole Bové, è riuscito a mettere chiaramente in discussione l’approccio di questi accordi bilaterali col Marocco nella sua relazione in seno alla commissione INTA, il che potrebbe indurci a respingere l’accordo nella forma proposta dalla Commissione. Abbiamo votato a favore.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Ho votato a favore di questa relazione perché ritengo rafforzi la posizione della politica agricola, un caposaldo della coesione economica e sociale europea, anche nell'ottica delle sfide proposte dalla strategia Europa 2020.

Ad oggi l'Unione europea è il principale importatore di prodotti agricoli nel mondo, in particolare di quelli provenienti dai paesi in via di sviluppo. Negli ultimi dieci anni il valore delle sue importazioni è quasi raddoppiato, rappresentando da solo il 20 per cento del settore a livello mondiale.

Dinanzi a queste premesse, è necessario costruire una politica commerciale europea che sia forte e che sia attuativa dell'art. 208 TFUE, secondo cui l'Europa si impegna a cooperare per l'attuazione di politiche di crescita nei paesi in via di sviluppo. Ora la priorità è far sì che la politica commerciale e quella agricola europea agiscano insieme in una prospettiva globale, che agevoli l'accesso ai mercati dei paesi in via di sviluppo, mettendoli in condizione di favorire contemporaneamente lo sviluppo economico attraverso queste pratiche.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (S&D), per iscritto. (RO) Mi preme sottolineare l’importanza di questa relazione, soprattutto nel contesto della riforma della politica agricola comune. Ritengo che debba esserci coerenza tra la PAC e le politiche commerciali. Purtroppo, in svariate occasioni gli accordi commerciali stipulati con diversi paesi terzi hanno causato danni ingenti al settore agricolo europeo e ai suoi agricoltori. Mi auguro tuttavia che questa situazione non si ripresenti in futuro. Mi preme inoltre precisare che i nostri agricoltori sono obbligati a conformarsi a standard elevatissimi in termini di qualità, protezione ambientale e benessere degli animali. Dovremmo imporre ai produttori dei paesi terzi che esportano nell’UE di adeguarsi ai medesimi standard, per garantire una concorrenza leale.

 
  
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  Vilja Savisaar-Toomast (ALDE), per iscritto. (ET) Nella votazione odierna è stato espresso notevole sostegno alla relazione sull’agricoltura e il commercio internazionale, che trattata principalmente di importazioni di alimenti e mangimi geneticamente modificati in Europa. Mi rallegro che sia stato appoggiato anche il punto in cui la Commissione viene invitata a tutelare con determinazione le norme comunitarie concernenti l’approvazione e la commercializzazione di organismi geneticamente modificati (OGM) dalle pretese avanzate nell’OMC. Sostanzialmente, significa che l’impiego di OGM continuerà a essere soggetto a norme rigorose, a vantaggio della sicurezza alimentare e della situazione dei nostri agricoltori. Sono stati inoltre avallati numerosi punti riguardanti le imposte sulle importazioni di vari gruppi di prodotti agricoli, nonché i requisiti di qualità di questi prodotti.

Oltre alle questioni correlate agli OGM, sono state trattate anche problematiche generali di sicurezza alimentare. Ad esempio, finora il Brasile non si è adeguato in maniera costante agli standard dei produttori e consumatori comunitari sulla sicurezza alimentare, l’identificazione e la tracciabilità degli animali, la salute degli animali e il controllo delle malattie. Un’altra fonte di preoccupazione è l’impiego diffuso in Brasile di pesticidi vietati in Europa e l’importazione dei prodotti in questione in Europa. Grazie.

 
  
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  Brian Simpson (S&D), per iscritto. (EN) A nome del EPLP, non ho concesso voto favorevole alla relazione sull’agricoltura dell’UE e il commercio internazionale. Benché la relazione si esprima in diversi punti a favore degli interessi del nostro settore agricolo, ad esempio citando la necessità di tutelare le indicazioni geografiche negli accordi bilaterali e multilaterali, ritengo che il documento contenga spunti eccessivamente protezionistici e ponga condizioni poco realistiche sui negoziati comunitari attuali e futuri per gli accordi commerciali.

Inoltre, il mantenimento di misure protezionistiche in seno all’UE quale espediente per tutelare i produttori agricoli europei dalla concorrenza esterna non coincide con la posizione del EPLP sulla riforma della PAC. Ci siamo sempre battuti per l’abolizione delle barriere al commercio e per promuovere un settore agricolo più efficiente e competitivo, per concludere accordi più vantaggiosi per i consumatori e per offrire opportunità di accesso al mercato ai paesi economicamente meno sviluppati.

 
  
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  Michèle Striffler (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore dei paragrafi 53 e 54 della relazione sull’agricoltura dell’UE e il commercio internazionale in quanto ritengo che i deputati del Parlamento europeo abbiano il dovere di difendere gli agricoltori e i consumatori europei dal pericolo rappresentato da esportazioni massicce di prodotti agricoli di bassa qualità, in particolare prodotti originari di alcuni paesi dell’America Latina. Non dobbiamo sacrificare la qualità dei nostri prodotti agricoli sull’altare degli interessi puramente commerciali.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D), per iscritto. (FR) Accolgo con favore l’adozione della relazione del mio collega Papastamkos, che elenca i criteri di base a cui dovrebbero ispirarsi i negoziatori dell’Unione europea e che sottolinea che gli aspetti non commerciali dovrebbero essere presi maggiormente in considerazione nell’ambito dei negoziati.

Analogamente, non possiamo più accettare una situazione in cui i nostri allevatori, vincolati da standard ambientali e sanitari molto severi (in particolare nel campo dell’igiene del prodotto, della produzione sostenibile e del benessere degli animali), vengono sacrificati sull’altare del commercio internazionale, vittime della concorrenza sleale e di distorsioni scandalose della concorrenza in relazione ai paesi terzi che collocano sul mercato europeo prodotti che non rispettano le condizioni di produzione imposte dall’Unione, e che non vengono puniti in alcun modo. esorto inoltre la Commissione e il Parlamento europeo a essere estremamente vigili sugli accordi che coinvolgono in particolare Mercosur, una minaccia evidente per l’allevamento europeo.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) L’equilibrio tra la politica agricola, di sviluppo e commerciale comune è cruciale per l’Unione europea. Il settore agricolo europeo merita particolare attenzione. La politica agricola comune è la politica comune di più vecchia data e va mantenuta solida. Vi ricordo che questo settore svolge molti ruoli, e deve essere messo in relazione ad altri obiettivi sociali e politici, quali la strategia Europa 2020. Ciononostante, l’agricoltura europea non è isolata dalle relazioni esterne europee, soprattutto per quanto riguarda il commercio internazionale e gli aiuti allo sviluppo. L’importanza delle relazioni internazionali, non da ultimo sulla base di accordi quale quello tra UE e Mercosur, si riflette a livello economico, politico e di partenariati strategici. Per questo è essenziale promuovere la coerenza degli standard, soprattutto per le questioni agricole. Pertanto, ho votato contro i paragrafi 53 e 54 della relazione. Inoltre, gli accordi di libero scambio espongono il settore a nuove sfide e a realtà diverse. Citerei la situazione delle regioni ultraperiferiche, con economie fragili basate essenzialmente sulla coltivazione di prodotti simili a quelli dei nostri partner latinoamericani. In qualità di parlamentare di una delle regioni ultraperiferiche, sottolineo l’importanza del prendere in considerazione le peculiarità specifiche di tali regioni e del tentare di evitare di comprometterne lo sviluppo nel corso di negoziati futuri.

 
  
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  Silvia-Adriana Ţicău (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione sull’agricoltura dell’UE e il commercio internazionale in quanto occorre una maggiore coerenza tra le politiche comunitarie nel campo dell’agricoltura, del commercio e dello sviluppo. L’agricoltura svolge un ruolo vitale ai fini occupazionali e per sostenere la vitalità delle aree rurali, mentre il modello agroalimentare europeo è una componente strategica dell’economia europea. La domanda globale di cibo è salita a causa dell’impatto del cambiamento climatico, di costi di produzione maggiori e di una riduzione dei terreni coltivabili disponibili e delle risorse di acqua potabile. Mi preme sottolineare l’importanza del commercio di prodotti agricoli per lo sviluppo economico e l’eliminazione della povertà. Esorto l’UE ad adottare misure che sostengano i paesi maggiormente colpiti dalla crisi alimentare. La quota dell’UE delle esportazioni agricole mondiali è in declino. In tale contesto, ritengo che l’accordo di associazione UE-Mercosur sia di importanza cruciale. Per questo il Parlamento europeo dovrebbe partecipare attivamente a tutti i negoziati. Esigiamo che le importazioni agricole nell’UE garantiscano ai consumatori europei le medesime salvaguardie fornite dai metodi produttivi europei in termini di protezione dei consumatori, benessere degli animali, tutela ambientale e standard sociali minimi.

 
  
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  Dominique Vlasto (PPE), per iscritto.(FR) Ho voluto utilizzare il mio voto per ribadire la mia posizione salda: non dobbiamo sacrificare il nostro modello agricolo sull’altare delle considerazioni commerciali. L’obiettivo di aprire e liberalizzare il commercio tra l’Unione europea e i suoi partner non ci deve indurre a rivedere le nostre esigenze in materia di qualità e sicurezza alimentare a favore dei consumatori. Per questo ho voluto sottolineare la mia volontà di imporre la reciprocità delle norme commerciali, sanitarie e sociali nelle contrattazioni agricole con i paesi terzi, e di non accettare altre concessioni in assenza di garanzie. Allo stesso modo, respingo l’idea di abbassare la guardia quando si tratta di difendere gli interessi degli agricoltori europei. Se l’Europa è riuscita a creare un legame forte tra la sua agricoltura e il territorio e a raggiungere un livello di eccellenza nella produzione agricola, è grazie al lavoro degli agricoltori. Pertanto, è nostro dovere garantire una concorrenza leale nei rapporti commerciali tra l’Unione europea e i suoi partner. Per questo chiedo l’introduzione di meccanismi di protezione per gli agricoltori a livello europeo, per aiutarli a gestire eventuali distorsioni della concorrenza.

 
  
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  Angelika Werthmann (NI), per iscritto. (DE) Ho votato a favore della relazione Papastamkos sull’agricoltura dell’UE e il commercio internazionale. Come austriaca, sono perfettamente consapevole dei problemi che affliggono i nostri agricoltori, li conosco per esperienza diretta. L’agricoltura europea è uno dei fondamenti dell’Unione europea, della nostra cultura condivisa e del nostro spazio vitale. Il relatore chiede alla Commissione di rappresentare con maggiore vigore e intraprendenza gi interessi agricoli europei. L’UE è il principale importatore del mondo di prodotti agricoli. è assolutamente essenziale garantire che i prodotti importati siano conformi ai medesimi standard di qualità elevati dei prodotti agricoli provenienti dal territorio dell’UE.

 
  
  

Relazione Häusling (A7-0026/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Voto a favore della relazione perché ritengo necessario che la Commissione preveda misure adeguate e specifiche per aiutare gli agricoltori a migliorare i sistemi di rotazione delle colture nella riforma della politica agricola comune (PAC). La riduzione del deficit proteico nell’UE dovrebbe costituire un elemento essenziale della riforma della PAC a favore degli agricoltori e del mercato interno europeo. Tali misure sono estremamente utili, visto che le colture proteiche occupano attualmente soltanto il 3per cento dei terreni coltivabili e che l’UE importa 40 milioni di tonnellate di colture proteiche, che rappresentano l’80per cento del consumo interno.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE), per iscritto. (RO) Le importazioni di proteine rappresentano l’equivalente di 20 milioni di ettari coltivati al di fuori dei confini dell’UE, o di più del 10per cento dei terreni coltivabili dell’UE, ma tali colture non sono soggette agli stessi requisiti sanitari e ambientali delle colture europee. L’insufficienza delle importazioni comporta oneri finanziari supplementari per il settore dell’allevamento e dei mangimi, compromettendo la redditività economica della produzione interna di carne. Riequilibrare l’offerta e il consumo di cereali, proteine e semi oleaginosi nell'UE potrebbe avere importanti vantaggi economici per gli agricoltori e per l'industria alimentare e dei mangimi, nonché migliorare la varietà degli alimenti sani e di elevata qualità per i consumatori. Inoltre, nel contesto del cambiamento climatico, la produzione di colture proteiche può contribuire a ridurre le emissioni di gas a effetto serra attraverso l’assimilazione e la fissazione di azoto nel terreno, riducendo di conseguenza l’uso di fertilizzanti azotati di sintesi. Tali colture contribuiscono anche a ridurre l’acidificazione del suolo, a migliorarne la struttura, a diminuire l’utilizzo di erbicidi e a migliorare la biodiversità favorevole all’impollinazione. Ho votato a favore della relazione in quanto mi preme migliorare l’equilibrio tra la produzione di proteine vegetali e animali, oltre che l’impiego di colture proteiche locali.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto.(FR) Il settanta percento del consumo attuale di colture proteiche e semi oleaginosi dell’Unione europea è importato, soprattutto d Brasile, Argentina e Stati Uniti. Poiché tali produttori non sono sempre soggetti ai medesimi vincoli normativi ambientali, sanitari e relativi agli OGM dei produttori europei, l’Unione europea ha deciso di rivedere la propria politica in materia di proteine e di aumentare la produzione interna di colture proteiche, consentendo ai consumatori europei di consumare alimenti più salutari e variati. Per questo ho votato a favore della relazione.

 
  
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  Zigmantas Balčytis (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore di quest’importante risoluzione. Negli ultimi dieci anni si è registrato un calo della produzione di colture proteiche nell’Unione europea, mentre il nostro mercato è diventato ampiamente dipendente dalle importazioni. La situazione è stata causata da accordi commerciali internazionali precedenti, che consentivano all’UE di proteggere la propria produzione cerealicola e, in cambio, autorizzavano l’importazione a dazio zero di semi oleaginosi e colture proteiche nell’UE. Ciò ha creato le condizioni per importare la produzione richiesta a basso prezzo e per garantire la competitività dell’agricoltura, in particolare dell’allevamento. Tuttavia, in seno alla stessa UE, gli agricoltori e le aziende di trasformazione hanno perso interesse nel settore. Il numero di programmi di ricerca sulle proteine vegetali è precipitato, i produttori hanno interrotto lo sviluppo di varietà ad alta resa e resistenti alle malattie e in tutta Europa l’esperienza pratica nella produzione di colture proteiche si sta man mano perdendo. La situazione attuale, con prezzi dei mercati in costante fluttuazione e il prezzo elevato dei mangimi proteici, potrebbe sortire un effetto negativo sul settore comunitario dell’allevamento, molto dipendente dalle importazioni. La Commissione dovrebbe valutare immediatamente l’opportunità di introdurre misure per promuovere la produzione e l’immagazzinamento di colture proteiche nell’UE, e sostenere gli agricoltori che le coltivano, aspetti che dovrebbero essere rispecchiati dalla riforma della politica agricola comune. Ciò agevolerebbe la ripresa del settore, salvaguarderebbe il reddito degli agricoltori e contribuirebbe a un’agricoltura comunitaria sostenibile.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. – La dipendenza di alcuni settori europei dai mercati extra UE è un problema che non riguarda solo le materie prime, ma anche il comparto dei mangimi alimentari.

In particolare, la relazione del collega Häusling evidenzia che, in Europa, ogni anno si importano oltre 40 milioni di tonnellate di piante proteiche, principalmente semi di soia e mangimi composti da glutine di granturco, per un totale che rappresenta l'80 per cento del consumo di piante proteiche dell'UE.

A fronte di questo stato di cose non posso che sostenere con un voto positivo le richieste del collega, che auspica che nella futura PAC l'Europa favorisca politiche agricole volte a rompere questa dipendenza dalle importazioni con un evidente effetto benefico sul controllo della qualità e della sostenibilità della filiera.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Dato il calo della produzione di colture proteiche registrato nell’UE negli ultimi 10 anni, dobbiamo urgentemente sventare il rischio di dipendenza dai mercati internazionali e la volatilità dei loro prezzi. Pertanto, appoggio le riforme proposte della politica agricola comune a favore dell’introduzione di nuove disposizioni che, oltre ad aiutare gli agricoltori a migliorare i sistemi di rotazione delle colture, promuovono servizi scientifici e la ricerca a sostegno della coltivazione di semi proteici. Mi preme inoltre sottolineare l’importanza di un approccio decentrato ai programmi di ricerca che tenga conto della conoscenza locale degli agricoltori e di sistemi agricoli sostenibili. Mi associo quindi alla proposta della Commissione di valutare l’ipotesi di ristabilire un’unità per la ricerca agricola presso la Direzione generale per l'agricoltura e lo sviluppo rurale.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto. (PT) Secondo i dati contenuti nella relazione, la produzione di colture proteiche nell’Unione europea è diminuita del 30per cento negli ultimi 10 anni. Tuttavia, il relatore afferma che “Nell’Unione europea le colture proteiche occupano complessivamente solo il 3per cento dei seminativi... Nonostante il sostegno pubblico... la produzione delle leguminose ... si è ridotta di nuovo a circa un milione di ettari nel 2008. Ogni anno si importano oltre 40 milioni di tonnellate di piante proteiche... quantità che rappresenta l'80per cento del consumo di piante proteiche dell’UE”. Tali cifre dovrebbero essere sufficienti per richiamare l’attenzione della leadership politica e giustificare un cambio di politica. In un periodo in cui i prezzi degli alimenti raggiungono picchi storici, compromettendo la sicurezza alimentare, l’Unione europea, che sta riesaminando la propria politica agricola comune, non può esimersi dal considerare il problema della produzione di colture proteiche e dal cercare di risolverlo. Ciò comporterà un maggiore impegno nei confronti di queste colture che, oltre a ridurre le importazioni, migliorano il contributo dell’agricoltura alla protezione ambientale, in quanto le colture proteiche permettono di tagliare notevolmente le emissioni di gas serra.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) In linea con i dati pubblicati di recente dalla Commissione europea, la produzione di colture proteiche nell’Unione europea è stata interessata da un enorme declino, dell’ordine del 30per cento, a dimostrazione che la politica agricola comune (PAC) non ha funzionato a dovere. Tale situazione obbliga l’UE a importare più di 40 milioni di tonnellate di colture proteiche ed è la conseguenza di accordi di vecchia data che autorizzano l’importazione di semi oleaginosi e colture proteiche esenti da dazi doganali, quali l’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (GATT) e l’accordo di Blair House. Il cambiamento climatico recente ha riportato questo tema all’ordine del giorno e lo considero u elemento importante della riforma della PAC che verrà promossa a breve. La coltivazione di colture proteiche, oltre alla rotazione estesa di altre colture, comporta molti vantaggi non solo in termini ambientali, ma anche perché riduce i costi arricchendo il suolo di azoto.

Voto a favore della relazione, che si propone di ridurre il deficit proteico nell’UE, e auspico che le sue raccomandazioni, quali il sostegno agli agricoltori che intendono optare per le colture proteiche e praticare la rotazione delle colture, vengano prese in considerazione all’atto di redigere la nuova PAC.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) Il deficit proteico europeo e lo squilibrio tra la produzione di proteine vegetali e animali costituisce un problema che si è andato aggravando, con effetti sull’alterazione delle abitudini umane di consumo, della qualità e sicurezza degli alimenti, e della crisi degli allevatori. Il relatore cita cifre illuminanti e preoccupanti. Tali dati impongono di considerare il problema e di adottare misure per risolverlo. Tali squilibri affondano le proprie radici nelle politiche agricole e commerciali in vigore, e non sono possibili soluzioni senza apportare modifiche radicali a entrambe; la relazione non ne parla. Il superamento dei deficit e degli squilibri attuali deve fondarsi sul sostegno all’aumento e alla diversificazione delle colture proteiche, e su una politica di graduale sostituzione delle importazioni. La relazione riconosce tale esigenza e suggerisce alcune misure importanti che consideriamo positive, tra cui la creazione di condizioni di mercato favorevoli alla produzione, vendita e consumo locale, e la promozione di modelli di filiere brevi senza organismi geneticamente modificati (OGM).

Tuttavia, al contempo si apre a soluzioni a cui guardiamo con preoccupazione e che non possiamo accettare, quali l’abolizione della tolleranza zero nei confronti della presenza nei mangimi importati di OGM, che mette a rischio l’applicazione rigorosa del principio di precauzione.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) La relazione cerca di trovare una risposta al problema del deficit proteico in Europa, e allo squilibrio tra la produzione di proteine vegetali e animali. Come sappiamo, questo è un problema che si è andato aggravando, con effetti sull’alterazione delle abitudini umane di consumo, della qualità e sicurezza degli alimenti, e della crisi degli allevatori.

Tali squilibri affondano le proprie radici nelle politiche agricole e commerciali in vigore, e non sono possibili soluzioni senza apportare modifiche radicali a entrambe; purtroppo, la relazione non ne parla.

Reputiamo che superamento dei deficit e degli squilibri attuali debba fondarsi sul sostegno all’aumento e alla diversificazione delle colture proteiche, e su una politica di graduale sostituzione delle importazioni. Benché la relazione riconosca tale esigenza e suggerisca alcune misure importanti che consideriamo positive, si apre comunque a soluzioni a cui guardiamo con preoccupazione e che non possiamo accettare, quali l’abolizione della tolleranza zero nei confronti della presenza nei mangimi importati di OGM, che mette a rischio l’applicazione rigorosa del principio di precauzione.

 
  
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  Lorenzo Fontana (EFD), per iscritto. – Gentile Presidente, onorevoli colleghi, l'importazione di proteine da pesi terzi è un grande problema, in quanto non vengono assicurati i requisiti equivalenti per le leguminose importate. Queste piante proteiche vengono utilizzate principalmente per il settore degli animali e questo mette a rischio il sistema dei prezzi in quanto la volatilità di questi ultimi sui mercati internazionali è aumentata in modo esponenziale. Per questo appoggio il collega per ridurre sempre piú la dipendenza dalle importazioni dell'Ue.

 
  
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  Martin Häusling (Verts/ALE), per iscritto. (DE) La relazione intitolata “Deficit proteico nell’UE: quale soluzione per questo annoso problema?” della commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale ha ipotizzato tutta una serie di soluzioni eccellenti per gestire il deficit di colture proteiche nell’UE, quali la revisione dell’accordo Blair House con gli USA, che autorizza le importazioni di colture proteiche esenti da dazi dagli USA. Tra le altre soluzioni figurano l’introduzione di colture proteiche nell’avvicendamento delle colture, o il rafforzamento della ricerca e delle consultazioni, nonché l’ampliamento della produzione di semi e delle infrastrutture per la produzione di proteine. Purtroppo, una maggioranza dei deputati di tre gruppi, il gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratico Cristiano), il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei e il gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa, ha presentato emendamenti contrari a questa posizione chiara adottata dal Parlamento. Chiedono l’agevolazione delle importazioni di colture proteiche, in particolare della soia, compresi gli organismi geneticamente modificati (OGM), che sono vietati nell’UE. Purtroppo tali emendamenti sono stati accolti con una maggioranza stentata durante una votazione in plenaria. Sono tuttavia convinto che auspicare un aumento delle importazioni di soia geneticamente modificata sia controproducente per i nostri obiettivi effettivi di rafforzamento dell’autosufficienza dell’Unione. Tale posizione non riflette la volontà di una maggioranza significativa dei cittadini europei, che respinge l’impiego di OGM in agricoltura. Constato con rammarico l’esito del voto e ho deciso, nella mia veste di relatore, di restituire la relazione.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho votato a favore del documento, in quanto la riforma della PAC deve comprendere misure e strumenti nuovi, adeguati e affidabili, che aiutino gli agricoltori a migliorare i sistemi di rotazione delle colture in modo da ridurre in misura sostanziale l’attuale deficit proteico e la volatilità dei prezzi. Il deficit proteico sta progressivamente aumentando, e l’UE coltiva solamente il 30per cento delle colture proteiche utilizzate come alimenti per animali. Le colture proteiche occupano attualmente solo il 3per cento dei terreni coltivabili dell'Unione e pertanto l’UE è costretta a importare il 70per cento di tali colture per alimentare gli animali. L’uso estensivo delle colture proteiche nell’avvicendamento agricolo offre vantaggi più evidenti sotto il profilo agroambientale e in materia di mitigazione del clima. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, le varietà leguminose sono in grado di ridurre in modo significativo le emissioni di gas a effetto serra attraverso l’assimilazione e la fissazione dell'azoto al suolo, riducendo quindi l’utilizzo di fertilizzanti azotati. Un’elevata percentuale di colture proteiche nell’avvicendamento agricolo migliora la fertilità e la struttura del terreno, l’accumulo degli elementi nutritivi, nonché la salute delle colture successive. Le miscele permanenti di foraggio verde e leguminose per l’alimentazione degli animali e le miscele di cereali e proteine coprono meglio i terreni, riducono quindi il deflusso di elementi nutritivi nelle falde acquifere e nei fiumi e offrono condizioni migliori alle api e ad altri insetti impollinatori. La rotazione estensiva delle colture riduce la necessità di intervenire per proteggere le colture ed è in grado di contribuire alla salvaguardia della diversità nelle specie e nelle varietà selvatiche e coltivate.

 
  
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  Peter Jahr (PPE), per iscritto. (DE) Negli ultimi anni la produzione di colture proteiche è calata drasticamente nell’Unione europea. Di conseguenza, siamo ampiamente e pericolosamente dipendenti dalle importazioni. Per tale ragione, vorrei ringraziare il relatore per aver esortato la Commissione ad adottare misure nel medio e lungo termine per affrontare tale problema. Tuttavia, fintantoché l’Unione europea non sarà in grado di diventare autosufficiente, dovremmo anche valutare delle modifiche alle nostre disposizioni in materia di importazioni. Una soluzione tecnica per tracce residue di OGM nei prodotti proteici importati potrebbe garantire al mercato europeo una fornitura sufficiente di soia.

 
  
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  Jarosław Kalinowski (PPE), per iscritto.(PL) Nella sua versione attuale, la politica sulle colture altamente proteiche in Europa va a svantaggio di agricoltori e produttori, costretti a versare delle quote che dipendono dalle turbolenze dei mercati globali. è anche svantaggiosa per i consumatori, che acquistano carne e latte da animali alimentati con mangime altamente proteico. Le condizioni geografiche e climatiche hanno reso possibili cambiamenti strutturali nella produzione dell’UE di piante altamente proteiche, e tali cambiamenti possono essere considerati addirittura opportuni in termini di biodiversità e misure per combattere il cambiamento climatico. I mangimi importanti dai paesi terzi non sono soggetti ai controlli rigorosi imposti ai mangimi europei, perciò non possiamo essere assolutamente certi della sua qualità, né conoscere l’origine esatta delle materie prime con cui vengono prodotti. Dovremmo pertanto intervenire tempestivamente per cambiare le cose, poiché le nostre garanzie sulla sicurezza, salubrità e alta qualità degli alimenti europei si riveleranno parole vuote. Il prossimi passo da compiere per risolvere il deficit proteico dell’UE dovrebbe essere l’allentamento delle norme che vietano di nutrire gli animali con farine di carne e ossa. Nel caso del pollame e dei suini, non sono stati individuati rischi di malattie che si diffonderebbero a causa di questo metodo di nutrizione e, dopo tutto, il divieto di farine di carne e ossa venne originariamente introdotto in relazione alla BSE. Autorizzare l’impiego di farine per l’allevamento ridurrebbe i costi di produzione, un fattore estremamente importante alla luce del calo della redditività della produzione di carni. Ci consentirebbe inoltre di ridurre le importazioni di mangimi altamente proteici dall’America.

 
  
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  Sandra Kalniete (PPE), per iscritto. (LV) Molti studi dimostrano che il deficit proteico nell’Unione europea è salito sensibilmente negli ultimi dieci anni. Per tale ragione, è aumentata anche la dipendenza dell’Unione europea dalle importazioni di proteine. Molti settori, a causa della volatilità dei prezzi sui mercati internazionali, sono potenzialmente esposti al rischio di non riuscire a ottenere forniture di colture proteiche a prezzi ragionevoli. Purtroppo, quando molti anni fa vennero stipulati accordi commerciali con altri paesi, vennero create condizioni competitive sfavorevoli per la coltivazione di colture proteiche nell’UE. Oggi subiamo le conseguenze di tali decisioni inappropriate, per questo è importante capire cosa sia accaduto, per poter individuare la direzione da prendere per superare il deficit proteico. Al momento siamo attivamente impegnati a riformare la politica agricola comune (PAC). L’accento viene posto sul sostegno agli agricoltori attivi, sulla protezione dell’ambiente e sullo sviluppo della vita rurale. Tuttavia, all’atto della riforma della PAC, non dovremmo trascurare altre questioni. La risoluzione sottolinea che un impiego più diffuso delle colture proteiche nella rotazione delle colture migliora sensibilmente l’ambiente agricolo e contribuisce a mitigare il cambiamento climatico. Ritengo tali argomentazioni sufficientemente convincenti per indurci a risolvere anche le questioni relative al deficit proteico nel quadro della riforma della PAC.

 
  
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  Elisabeth Köstinger (PPE), per iscritto. (DE) L’UE dipende fortemente dalle importazioni di mangimi animali nel settore dell’allevamento, in quanto non è in grado di produrre autonomamente le quantità richieste. Il settanta percento delle colture proteiche necessarie a nutrire gli animali viene importato da Brasile, Argentina e USA. Tale problema viene descritto con precisione nella relazione sul deficit proteico, che chiede l’introduzione di standard rigorosi in materia di mangimi animali. Le merci importate devono inoltre essere conformi alle norme in materia di qualità, ambiente, e agli standard sociali. Inoltre, occorre utilizzare in maniera più efficiente le materie prime adatte alla produzione di mangimi. è importante contenere la nostra enorme dipendenza dai paesi terzi, in quanto è la causa della volatilità dei prezzi e dell’assenza di trasparenza in termini di condizioni produttive. Ci riusciremo soltanto se torneremo ad occuparci direttamente della produzione di colture proteiche nell’UE, come proposto dalla relazione. Tuttavia, mi oppongo fermamente alla coltivazione di colture geneticamente modificate nel territorio europeo.

 
  
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  Giovanni La Via (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, affermare che attualmente le colture proteiche occupano solo il 3 per cento delle terre coltivate nell'UE contribuendo solo con il 30 per cento al fabbisogno di proteine vegetali utilizzate sotto forma di mangimi per il bestiame descrive una realtà che ai più si dimostra difficilmente comprensibile.

Il calo dell'offerta di proteine vegetali rappresenta un paradosso in un momento in cui la produzione di proteine vegetali dà luogo ad una serie di esternalità positive necessarie all'ecosistema agricolo, utili alla qualità dei prodotti finali zootecnici e importanti per gli equilibri dei prezzi di mercato. Il confronto, già avviato in commissione, si é rivelato fondamentale per ridefinire il ruolo che la coltivazione delle proteine vegetali assume nel contesto delle sfide future dell'agricoltura europea. Mi riferisco alla lotta al cambiamento climatico e al corretto utilizzo delle risorse naturali, oggetto di attenzioni dovute in questa fase di elaborazione della cornice della futura PAC.

Ho sostenuto questa relazione che ritengo emblema di una nuova fase che deve aprirsi per ridurre il deficit delle proteine vegetali. Ritengo prioritaria la creazione di un programma quadro specifico per la ricerca agricola decentralizzata per rafforzare la cooperazione, condividere le migliori prassi accelerando il processo di miglioramento della coltura di piante proteiche adattate alle esigenze locali, innovando la filiera nei vari Stati membri.

 
  
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  Petru Constantin Luhan (PPE), per iscritto. (RO) Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un calo della produzione di proteine vegetali nell’UE. La produzione totale di colture proteiche dell’UE occupa attualmente solo il 3per cento dei terreni coltivabili dell’Unione e fornisce solo il 30per cento delle colture proteiche utilizzate come alimenti per animali nell’UE. Condivido l’opinione del relatore, che sostiene che le cose debbano cambiare, in quanto ne trarremo dei vantaggi sia in termini di salute umana, sia di ambiente e biodiversità. La Commissione europea dovrebbe produrre una relazione sulle possibilità e alternative per aumentare la produzione di colture proteiche locali nell’UE mediante nuovi strumenti politici. Inoltre, sarebbe utile istituire un meccanismo per monitorare l’origine delle colture proteiche importate nell’UE.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la relazione, che richiama l’attenzione sul deficit proteico dell’UE e sulla necessità di riequilibrarlo, tuttavia mi oppongo alle misure che si tradurrebbero in un incremento delle sovvenzioni agli agricoltori al fine di garantire la produzione comunitaria di proteine. A mio avviso, incentivare la coltivazione interna di colture proteiche dovrebbe andare di pari passo con una PAC rivista capace di orientare l’UE verso l’agricoltura sostenibile e il mercato e, fattore molto importante, verso l’abbandono progressivo delle sovvenzioni, che causano distorsioni commerciali.

 
  
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  Jiří Maštálka (GUE/NGL), per iscritto. (CS) Il calo della produzione di colture altamente proteiche e la sostituzione della produzione interna con importazioni a basso prezzo e su larga scala potrebbero esercitare un impatto negativo sotto forma di perdita di competenze sulle tecniche di coltivazione. Potrebbero tradursi in una riduzione considerevole della ricerca sulla coltivazione di tali piante nell’ambiente locale. Anch’io ritengo che sia importante mantenere una certa varietà in termini di selezione o gamma di offerta di tali prodotti. Come spesso accade con relazioni o proposte negoziate dal Parlamento, anche in questo caso viene citata l’esigenza di prodotti di alta qualità. Per quanto riguarda i prodotti precedentemente menzionati, è inoltre necessario ispezionare le campionature e integrare tali dati con quelli derivanti dalle verifiche dei processi e risorse agricole utilizzate a livello locale. Il controllo della qualità delle importazioni andrebbe condotto con molta cautela e accuratezza, mediante il ricorso a metodi di laboratorio moderni e all’identificazione chiara dell’origine dei beni. La maggior parte dei paesi dell’UE presenta delle colture tipiche. Nel caso della Repubblica ceca, ad esempio, tale coltura sono i piselli, che vantano una lunghissima tradizione. Tuttavia, attualmente la coltivazione di piselli è in declino. In generale, la Repubblica ceca è favorevole alla relazione proposta.

 
  
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  Clemente Mastella (PPE), per iscritto. – La produzione di piante proteiche nell'Unione Europea conosce sempre più un calo significativo, rendendo la situazione allarmante. Il deficit proteico causa squilibri non solo nella produzione agricola, ma anche nel settore della ricerca e dello sviluppo di tecniche agricole. Gli agricoltori, infatti, hanno perso gradualmente interesse per le colture proteiche, generando la perdita, a livello europeo, dell'esperienza pratica connessa a queste colture. C'è perciò bisogno di perseguire l'urgenza, indicata dalla relazione, di formulare una vera strategia europea integrata. Solo con una fornitura e un consumo più equilibrati dei raccolti proteici prodotti all'interno dell'UE, si potrà rispondere a nuove sfide quali il cambiamento climatico o la perdita della biodiversità agricola. Si auspica quindi che la Commissione europea esamini le possibilità di superare l'attuale emergenza del deficit proteico tramite una radicale riforma della PAC, che sia capace di affrontare le nuove sfide. Opportuno sarebbe anche introdurre un pagamento complementare con una rotazione obbligatoria di almeno quattro diverse colture, di cui almeno una di natura proteica. Sarebbe necessario, infine, stabilire un'unità per la ricerca agricola presso la DG per l'agricoltura e lo sviluppo rurale della Commissione, per motivare i consumatori e i servizi di ristorazione a compiere scelte alimentari più rispettose dell'ambiente.

 
  
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  Véronique Mathieu (PPE), per iscritto.(FR) Ho votato a favore della relazione d’iniziativa sul deficit proteico dell’UE. L’Europa è fortemente dipendente dalle importazioni di colture proteiche, principalmente utilizzate per alimentare gli animali. Questa dipendenza va di pari passo con i rischi maggiori connessi alla volatilità dei prezzi sui mercati internazionali. Per arginare tale fenomeno, proponiamo che la riforma della politica agricola comune preveda l’introduzione di nuove disposizioni per aiutare gli agricoltori a migliorare i sistemi di rotazione delle colture, investimenti nella ricerca sulle sementi delle colture proteiche e una migliore formazione degli agricoltori sull’avvicendamento delle colture e le colture miste.

 
  
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  Jean-Luc Mélenchon (GUE/NGL), per iscritto.(FR) La relazione Haüsling è un documento valido. L’aumento dell’indipendenza dell’Unione, la promozione di filiere più corte e l’aiuto agli agricoltori per ridurre le emissioni di gas a effetto serra sono tutte misure che condivido.

Tuttavia, le lobby favorevoli agli OGM e i loro rappresentanti sono riusciti a convertire questa relazione in un appello a favore dell’ingresso in Europa di alimenti contaminati. La relazione invoca anche un ritorno alle farine animali, con tutti i rischi che ciò comporta. è tempo di trasferire la produzione di colture proteiche vegetali. Nella sua nuova versione, questa relazione non ci consente di farlo. Voterò contro il documento se il Parlamento approverà gli OGM e le farine animali.

 
  
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  Nuno Melo (PPE), per iscritto. (PT) è essenziale aumentare la produzione di colture proteiche – piante ricche di proteine – allo scopo di ridurre la dipendenza dalla soia importata, mantenere la sicurezza alimentare e proteggere l’ambiente. Studi scientifici dimostrano i vantaggi ambientali associati alle colture proteiche in termini di emissioni di gas a effetto serra, miglioramento della biodiversità e della qualità del terreno. è fonte di enorme preoccupazione che le colture proteiche rappresentino soltanto il 3per cento della produzione agricola europea. è inaccettabile che venga importato l’80per cento del nostro fabbisogno. Pertanto, è indispensabile adottare misure che cambino le cose nel quadro degli aiuti alla politica agricola comune dopo il 2013.

 
  
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  Willy Meyer (GUE/NGL), per iscritto. (ES) La relazione Häusling sul deficit proteico in Europa e la ricerca di soluzioni introduce alcuni elementi positivi quali gli aiuti agli agricoltori che contribuiscono alla riduzione di gas a effetto serra.

Ciononostante, mi sono espresso contro la relazione, in quanto il testo si schiera esplicitamente a favore degli organismi geneticamente modificati e spalanca le porte dell’Europa ad alimenti contaminati e a farine animali.

 
  
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  Alexander Mirsky (S&D), per iscritto. (EN) La relazione chiede alla Commissione di inserire nella riforma della PAC misure e strumenti nuovi, adeguati e affidabili, che aiutino gli agricoltori a migliorare i sistemi di rotazione delle colture. Invoca una proposta legislativa che autorizzi l’impiego delle proteine animali trasformate derivanti da rifiuti di macellazione per la produzione di mangimi per animali monogastrici (suini e pollame). Se venisse concessa tale autorizzazione, cosa cambierebbe? è impossibile controllare il rispetto del divieto. Perché sprecare tempo su una relazione che è superflua e di difficile comprensione soltanto per mettere una sigla di fianco al nome del relatore? Mi sono astenuto, in quanto mi rifiuto di votare per iniziative poco chiare e “frutto di armeggi vari”.

 
  
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  Andreas Mölzer (NI), per iscritto. (DE) Le colture proteiche rappresentano una quota importante dell’industria dei mangimi per animali e sono pertanto un fattore economico significativo. Tuttavia, la produzione di colture proteiche è una questione che ha suscitato poco interesse positivo in Europa. Negli ultimi 10 anni, si è registrato un calo del 30per cento di tali colture, con l’unica eccezione della soia, il cui declino è stato soltanto del 12per cento. Solo il 3per cento dei terreni coltivabili nell’UE viene utilizzato per produrre colture proteiche. Come dimostrato da svariati studi, le conseguenze di ciò non sono soltanto svantaggi economici significativi, in quanto la percentuale delle importazioni sale all’80per cento, ma anche danni al settore agricolo. Infatti, la coltivazione di piante proteiche arricchisce il terreno di azoto, promuovendone la fertilità. Anche il settore della ricerca è penalizzato da livelli bassi di domanda di sementi per colture proteiche. La situazione ha già cominciato a precipitare. Ho votato contro la relazione in quanto temo che possa ostacolare la coltivazione di semi tradizionali.

 
  
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  James Nicholson (ECR), per iscritto. (EN) L’impostazione generale della relazione è che, invece di importare le proteine da paesi terzi, dovremmo incoraggiare gli agricoltori a produrle qui. Tale approccio trascura il fatto che, a causa di vincoli naturali, l’Europa è semplicemente impossibilitata a produrre le quantità di soia e granturco necessarie a soddisfare le esigenze dei nostri agricoltori a un prezzo ragionevole. Le importazioni a prezzi accessibili di proteine da paesi terzi quali gli USA sono cruciali per garantire la sicurezza alimentare e creare condizioni che permettano agli agricoltori di mantenersi dignitosamente praticando l’agricoltura. Inoltre, la relazione fa riferimento al fatto che dovremmo valutare l’opportunità di utilizzare le proteine animali quale materia prima per la produzione di mangimi. Dopo l’esperienza con la BSE, non credo che dovremmo imboccare tale strada, né ritengo che sia necessario vista la disponibilità di una fornitura sufficiente di soia e granturco per gli agricoltori. Per queste ragioni mi sono espresso a favore della relazione.

 
  
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  Rareş-Lucian Niculescu (PPE), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione, che mette in luce tutta una serie di problemi inerenti al modo in cui viene gestita l’agricoltura europea. Credo tuttavia che dovremmo concentrarci maggiormente sulle soluzioni. In tal senso, dobbiamo essere più aperti a utilizzare le soluzioni più recenti e all’avanguardia offerte dalla biotecnologia.

 
  
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  Franz Obermayr (NI), per iscritto. (DE) La relazione appoggia l’impiego di organismi geneticamente modificati e di farine animali. In generale, le proteine animali nei mangimi andrebbero autorizzate solamente se presenti tutti i controlli e le prove scientifiche volte a prevenirne gli effetti avversi (vi ricordo lo scandalo della BSE). Ho quindi votato contro la relazione.

 
  
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  Rolandas Paksas (EFD), per iscritto. (LT) Il deficit proteico nell’UE è un problema rilevante e importante. Poiché è profondamente radicato nell’UE e visto l’aumento costante della carenza proteica, dobbiamo fare il possibile per affrontare il prima possibile tale problema e aumentare la produzione locale di colture proteiche. Ritengo che la risoluzione in oggetto rappresenti un passo importante verso la soluzione del problema. La coltivazione di colture proteiche non solo contiene l’impatto del cambiamento climatico, ma sortisce anche un effetto benefico sui redditi degli agricoltori. Inoltre, è un fattore importante che rafforza il settore dell’allevamento UE, visto che ridurrebbe la dipendenza di tale settore dalle importazioni di colture proteiche e ne potenzierebbe la competitività. Credo che la Commissione debba intervenire immediatamente per vietare l’ingresso nel mercato comunitario di colture con una presenza anche residuale di OGM. Non possiamo autorizzare nemmeno un livello residuo di OGM nelle colture proteiche destinate all’alimentazione umana e animale importate nell’UE. Concordo con le proposte di sostenere la ricerca in materia di riproduzione e fornitura di sementi per le colture proteiche e a favore di un quadro di misure di sviluppo rurale che introducano strutture più efficienti e decentrate per la produzione di mangimi animali. Penso che nell’UE vada promossa attivamente la rotazione delle colture mediante l’erogazione di sostegno finanziario agli agricoltori, in quanto ciò combatterebbe l’attuale deficit proteico e la volatilità dei prezzi.

 
  
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  Maria do Céu Patrão Neves (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato a favore della relazione Häusling (A7-0026/2011) perché difende l’approvvigionamento di proteine per i mangimi animali, un problema che contribuisce da tempo all’assenza di competitività dell’agricoltura europea. Nel corso degli ultimi 10 anni è stato registrato un calo preoccupante della produzione di colture proteiche nell’Unione europea, e la situazione attuale denota un degrado ingente. Le principali leguminose hanno registrano una riduzione media del 30per cento, mentre la produzione dei semi di soia è calata del 12per cento. Questa tendenza aggrava una dipendenza già esistente e allarmante dell’Unione dall’importazione di piante proteiche, utilizzate principalmente per l’alimentazione degli animali, e comporta rischi significativi per il settore dell’allevamento dell’UE. Il problema è acuito dall’aumento sostanziale della volatilità dei prezzi sui mercati internazionali. La Commissione deve assicurare urgentemente la libera fornitura di soia al mercato UE, trovando una soluzione tecnica per quanto concerne la presenza minima di OGM in colture proteiche per alimenti e mangimi importati nell’UE. La scarsità di importazioni di soia impone un ulteriore onere pecuniario ai settori dell’allevamento e dei mangimi dell’UE e compromette la redditività economica della produzione interna di carne.

 
  
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  Rovana Plumb (S&D), per iscritto. (RO) Le colture proteiche occupano attualmente solo il 3per cento dei terreni coltivabili dell’Unione europea (esclusi frutta e ortaggi). La produzione di leguminose è calata di circa 1 milione di ettari nel 2008. Ogni anno si importano oltre 40 milioni di tonnellate di piante proteiche, principalmente semi di soia e mangimi composti da glutine di granturco, quantità che rappresenta l’80per cento del consumo di piante proteiche dell’UE. In termini di utilizzo di terreni per le importazioni di piante proteiche nell’UE, ciò rappresenta il 10per cento dei seminativi dell’Unione europea, ovvero 20 milioni di ettari. In relazione agli impegni assunti dall’UE per contribuire attivamente alla sicurezza alimentare globale e combattere con efficacia il cambiamento climatico, la futura politica per l’agricoltura e lo sviluppo rurale dovrebbe operare a favore di un maggiore equilibrio nella produzione di proteine di origine animale e vegetale nonché della riduzione dei gas a effetto serra e del deflusso di elementi nutritivi nelle falde acquifere, ma dovrebbe altresì motivare i consumatori, le autorità responsabili degli appalti pubblici e i servizi di ristorazione a effettuare scelte alimentari più equilibrate, diversificate e rispettose dell’ambiente.

La Commissione dovrebbe adottare iniziative legislative volte a ridurre i rifiuti alimentari in tutta la catena alimentare, compresi gli scarti della macellazione e i rifiuti alimentari, il cui utilizzo o smaltimento non sono ancora adeguatamente regolamentati.

 
  
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  Evelyn Regner (S&D), per iscritto. (DE) Nella votazione di ieri mi sono espressa a sfavore della relazione sul deficit proteico nell’UE, in quanto ritengo che tale problema non possa essere risolto autorizzando l’ingresso nell’UE di prodotti geneticamente modificati. Il fatto è che l’80per cento del nostro fabbisogno di piante proteiche deve già essere importato. L’intenzione originaria della relazione – la sollecitazione di misure volte ad aumentare la produzione locale di colture proteiche per contrastare il calo di produzione di proteine nell’UE – è stata oggetto di manipolazioni.

la lobby dell’ingegneria genetica è evidentemente riuscita a promuovere un atteggiamento positivo nei confronti delle importazioni di proteine geneticamente modificate, approccio che è diventato parte della relazione mediante emendamenti che purtroppo sono stati accolti dalla maggioranza dei deputati riuniti in plenaria. persino il relatore è stato costretto a votare contro la propria relazione. Quale membro del SPÖ austriaco, io e i miei colleghi di partito presenti in Parlamento siamo a favore di una politica di tolleranza zero nei confronti degli organismi geneticamente modificati.

 
  
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  Crescenzio Rivellini (PPE), per iscritto. – Si è votato, oggi, in plenaria la relazione sul "Deficit proteico nell'UE" dell'on. Martin Häusling .

L'UE dipende in maniera molto forte dalle importazioni delle proteaginose, che sono utilizzate principalmente per l'alimentazione animale, il che comporta dei rischi importanti in particolare per il settore dell'allevamento europeo. Una serie di emendamenti di compromesso ha migliorato considerevolmente la relazione iniziale.

La relazione adottata invita la Commissione ad optare per una visione a medio e lungo termine sulla politica delle proteaginose e chiede che la riforma della PAC introduca nuove disposizioni, sostenendo gli agricoltori nel miglioramento dei sistemi di rotazione delle colture, per ridurre il deficit delle proteine vegetali e la volatilità dei prezzi. La relazione sollecita anche studi di ricerca sulle sementi e la loro contribuzione al controllo delle malattie.

La relazione chiede alla Commissione di garantire una fornitura senza ostacoli di soia al mercato europeo, fornendo una soluzione tecnica sulla presenza a basso livello di OGM per alimenti e mangimi importati nell'UE.

 
  
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  Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), per iscritto. (EN) I punti chiave della relazione sono: creare un quadro per la coltivazione e l’impiego di piante proteiche nell’UE per rimpiazzare le importazioni di colture proteiche da paesi terzi; abbandonare l’accordo di Blair House e migliorare la rotazione delle colture nel quadro della riforma della PAC; dare vita a un nuovo approccio scientifico e migliorare la formazione e le strutture per gli agricoltori. L’esito delle votazioni in seno alla commissione AGRI è stato soddisfacente eccetto che per l’introduzione di diversi emendamenti dei gruppi ALDE e PPE che “contaminano” la relazione con modifiche a favore degli OGM. La lobby interessata del settore dell’ingegneria genetica aveva fatto notevoli pressioni per ammorbidire la politica di tolleranza zero dell’UE, che non consente l’ingresso nell’UE di mangimi geneticamente modificati non autorizzati. Purtroppo in plenaria non siamo riusciti a proteggere la relazione sul deficit proteico dall’attacco contro la tolleranza zero per gli OGM. Tuttavia, le maggioranze in plenaria erano molto più vicine alla nostra posizione rispetto alla situazione in seno alla commissione AGRI. Vale pertanto la pena di adoperarsi per ribaltare le maggioranze in plenaria in materia di OGM. L’onorevole Häusling (Verdi) si è dimesso da relatore.

 
  
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  Licia Ronzulli (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, le ultime stime concernenti il settore delle colture proteiche rilevano nell'ultimo decennio una preoccupante tendenza di riduzione della produzione di piante proteiche nell'Unione Europea. Ogni anno in Europa la produzione di leguminose si riduce del 30%, mentre quella dei semi di soia del 12%, provocando un´importazione di 40 milioni di tonnellate di piante proteiche.

Il testo di questa relazione evidenzia come il settore dell'allevamento europeo, vulnerabile alla volatilità dei prezzi, dipenda troppo dall'accessibilità delle importazioni di proteine vegetali. Questa dipendenza compromette la redditività economica della produzione interna di carne, sempre più spesso indebolita dai costi aggiuntivi per le importazioni dei mangimi, senza contare che, al problema economico, in previsione degli obiettivi climatici la produzione di colture proteiche contribuirebbe nella sostanza a ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

 
  
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  Oreste Rossi (EFD), per iscritto. − Le coltivazioni di leguminose hanno subito negli ultimi anni un calo di produzione, comportando una pesante dipendenza delle importazioni da paesi terzi, in quanto sono utilizzate per l'alimentazione sia umana sia animale.

Queste coltivazioni, oltre a ridurre il deficit proteico dell'Unione Europea sono, una volta raccolto il prodotto, un ottimo additivo per il terreno, che quindi richiede minor uso di fertilizzante chimico. La buona conduzione agricola dovrebbe prevedere la rotazione delle colture, riducendo così gli interventi di concimazione e salvaguardando la diversità delle specie nelle varietà selvatiche e coltivate.

La richiesta, che condividiamo, è che, nella futura PAC, si prevedano misure volte a superare il deficit proteico dell'Unione riducendo sempre di più le importazioni.

 
  
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  Daciana Octavia Sârbu (S&D), per iscritto. (RO) Ho votato a favore della relazione, in quanto sottolinea l’importanza di limitare la dipendenza dalle proteine d’importazione, soprattutto perché tale dipendenza comporta rischi enormi per il settore dell’allevamento dell’Unione europea. Tuttavia, ci tengo a precisare che gli OGM non rappresentano l’unica soluzione per limitare la dipendenza dalle proteine importate da paesi terzi. Esistono dei sostituti della soia geneticamente modificata che potrebbero contribuire a soddisfare il fabbisogno proteico, quali piselli da foraggio, fave e favette, lupini, lenticchie, ceci, ma anche erba medica e trifoglio, che al contempo sono in grado di ridurre in modo significativo le emissioni di gas a effetto serra. Non andrebbe nemmeno ignorata la potenziale coltivazione di piante proteiche, quali la soia, nei nuovi Stati membri, Romania e Bulgaria.

 
  
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  Bart Staes (Verts/ALE), per iscritto. (NL) La relazione iniziale del relatore era preferibile al testo che è stato ora adottato. Per questo mi sono espresso contro la versione finale. Chiedere alla Commissione, in questo momento, di assicurare la libera fornitura di soia al mercato UE, trovando una soluzione tecnica per quanto concerne la presenza minima di OGM in colture proteiche per alimenti e mangimi importati nell’UE, vuol dire a tutti gli effetti assicurare una vittoria non da poco alla lobby dell’agricoltura intensiva. Il gruppo Verde/Alleanza libera europea è a favore di uno sviluppo quanto mai esteso della produzione propria di colture proteiche nel territorio comunitario. Una politica del genere andrebbe a vantaggio del reddito degli agricoltori e offrirebbe un contributo sostanziale alla lotta contro il cambiamento climatico, alla conservazione della biodiversità e alla fertilità del suolo.

L’aspetto cruciale è l’istituzione di un meccanismo che ci consenta di monitorare l’origine delle colture proteiche importate e valutare la sostenibilità delle pratiche agricole attuate nel paese d’origine. Controlli a campione periodici sono assolutamente necessari. La discussione sul riutilizzo delle proteine animali trasformate derivanti da rifiuti di macellazione per la produzione di mangimi per suini e pollame può essere condotta solamente in termini di sicurezza (alimentare) e di salute pubblica. Il divieto del riciclaggio intraspecie e del cannibalismo forzato è cruciale, così come controlli affidabili sul settore dell’alimentazione animale e sulla corretta applicazione delle norme comunitarie in vigore.

 
  
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  Marc Tarabella (S&D), per iscritto. (FR) Ringrazio il mio collega, onorevole Häusling, per la sua importante relazione, anche se la versione finale della stessa mi ha deluso, ed è per questo che anch’io, come il relatore, non ho potuto non esprimermi contro il documento. Da una parte, deploro il fatto che la relazione sia stata snaturata a causa dell’inserimento della questione della tolleranza zero. L’invito ad ammorbidire le condizioni per le importazioni non autorizzate di organismi geneticamente modificati (OGM) non risolve il problema del deficit proteico nell’Unione europea e non sarebbe pertanto dovuto essere oggetto di discussione. D’altra parte, dobbiamo assolutamente arginare l’ingente declino della coltivazione di piante proteiche nell’Unione e ridurre così la nostra dipendenza, già allarmante, dalle importazioni di proteine vegetali.

Vorrei denunciare esplicitamente gli accordi di Blair House, le cui finalità orientate al mercato hanno contribuito a estremizzare la volatilità dei prezzi. Inoltre, tali accordi sono in aperta contraddizione col protocollo di Kyoto e i suoi obiettivi in merito al riscaldamento terrestre. Per il futuro, nel contesto di una gestione del suolo razionale e responsabile, dobbiamo integrare le colture proteiche nel ciclo di rotazione delle colture.

 
  
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  Artur Zasada (PPE), per iscritto.(PL) Ho votato a favore dell’adozione della relazione Häusling. Mi rallegro che l’onorevole Häusling abbia sollevato la questione del deficit proteico in Europa e ci abbia fornito informazioni importanti sul tema. è evidente che la questione esige un intervento urgente.

Le proteine sono uno dei componenti più importanti della nostra alimentazione quotidiana, e una carenza in tal senso può dare luogo a gravi problemi di salute. Per di più, come si evince dalla ricerca presentata nella relazione, la coltivazione di piante altamente proteiche e l’applicazione diffusa del principio dell’avvicendamento delle colture ridurrebbe i costi di produzione e taglierebbe le emissioni di gas a effetto serra.

Alla luce delle abitudini alimentari scorrette dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea, nonché della scarsa esperienza degli agricoltori europei nella coltivazione di piante ad alto contenuto proteico, credo che dovremmo innanzi tutto concentrarci sulla formazione. Penso soprattutto al fatto di sensibilizzare le persone in merito all’impatto positivo delle proteine sulla salute umana (il programma di distribuzione di frutta alle scuole è un esempio di iniziativa con finalità simili attualmente in via di attuazione nell’Unione europea), e anche di sviluppare un sistema di incentivi per gli agricoltori che coltivano piante altamente proteiche.

 
  
  

Relazione Nedelcheva (A7-0029/2011)

 
  
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  Luís Paulo Alves (S&D), per iscritto. (PT) Voto a favore di questa relazione annuale sull’uguaglianza di genere nell’UE nel 2010 e delle raccomandazioni che contiene. La crisi attuale ha sortito effetti devastanti sulle donne, anche se i settori professionali più colpiti sono stati quelli in cui prevale la presenza maschile. Mi preme inoltre sottolineare che tra uomini e donne persiste un divario salariale di circa il 18per cento, benché ci siano più laureate che laureati. Tra le misure necessarie suggerite, mi soffermerei sull’elaborazione di piani di parità e sulla lotta alla violenza domestica mediante l’istituzione di un Anno europeo dedicato al tema.

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, festeggiamo oggi il centenario della Festa della donna, simbolo della lotta per l'ottenimento dell'uguaglianza sociale e della liberazione dai comportamenti discriminanti e vessatori che la donna ha subito e che ancora continua a subire.

In ogni singolo paese del mondo c'è una diversa percezione della figura femminile, si parla molto dei paesi islamici e del modo di giudicare e trattare la donna, ulteriormente influenzato dalla religione. Fortunatamente, anche se in Occidente abbiamo una visione paritaria tra l'uomo e la donna, i dati ci descrivono una situazione sconfortante. In Europa continuano a persistere numerose disparità a svantaggio delle ragazze e delle donne, dal punto di vista occupazionale, della vita privata, della salute e del diritto all'accesso all'istruzione e alla formazione professionale e a ricoprire impieghi in settori non tradizionali e ad alto livello di responsabilità. Ma non basta, le donne non affrontano solo molteplici forme di discriminazione, ma sono anche vittime di violenze di ogni tipo, psicologiche e fisiche.

Perciò è necessario tutelare le donne e metterle nella condizione di poter condurre una vita qualitativamente uguale a quella dell'uomo. La parità di genere non è solo una questione di giustizia sociale, ma è uno dei presupposti per il raggiungimento degli obiettivi di crescita sostenibile, occupazione, competitività e coesione sociale stabiliti nella Strategia UE-2020.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL), per iscritto. (EL) Le donne appartenenti al popolo o alla classe operaia, i giovani, gli immigrati e i rifugiati non hanno nulla da guadagnare dallo spettacolino messo in scena per loro, o dagli elenchi di buone intenzioni e bugie snocciolati dalla plutocrazia per mantenere la presa sul sistema capitalista di sfruttamento, manodopera a basso prezzo e aumento dei profitti del capitale. La realtà stessa dimostra che l’affermazione della plutocrazia secondo cui verrebbe promossa la parità tra uomini e donne nel quadro della barbarie capitalista e della politica comunitaria è ingannevole e offensiva. La politica antipopolare dell’UE, dei governi borghesi, del FMI e di altri organi imperialisti sferra un duro colpo ai diritti conquistati dalle donne. La disoccupazione di massa, i tagli drastici agli stipendi e il ridimensionamento dei sussidi sociali, le forme flessibili di assunzione, l’aumento dell’età pensionabile, i contratti di assunzione flessibili e la commercializzazione dei servizi sociali legati a salute, assistenza e istruzione sono tutti aspetti che stanno esacerbando le condizioni di vita delle donne e delle famiglie operaie in generale. La strategia UE 2020, la governance economica e la disciplina di bilancio del FMI e della BCE hanno in serbo per le donne nuove misure antipopolari e antioperaie. Occorre ribaltare tale politica. Esortiamo le donne a intensificare la lotta, a unirsi al movimento sindacale della classe operaia e a riunirsi sotto la bandiera del potere operaio e dell’economia del popolo.

 
  
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  Sophie Auconie (PPE), per iscritto. (FR) Concordo con diversi punti sollevati dalla risoluzione, che ho appoggiato durante la votazione. Pertanto, ad esempio, l’analisi che afferma che nei paesi in cui è stata realizzata la parità di trattamento tra uomini e donne sul mercato del lavoro, ci sono state ripercussioni positive sullo sviluppo socio-economico mi sembra pienamenrte giustificata. A mio avviso, la promozione dell’uguaglianza tra donne e uomini è un obbligo evidente non solo dal punto di vista sociale, ma anche economico.

 
  
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  Regina Bastos (PPE), per iscritto. (PT) L’uguaglianza tra uomini e donne costituisce uno dei principi fondamentali del diritto comunitario. Le finalità dell’Unione europea consistono innanzi tutto nel garantire pari opportunità e trattamento ai due generi e, in secondo luogo, nel combattere le discriminazioni fondate sul genere. Malgrado gli sforzi compiuti in merito all’uguaglianza tra uomini e donne, al giorno d’oggi nell’Unione europea persistono le disuguaglianze in tal senso. Il tasso di occupazione tra le donne (58,6per cento) continua a essere inferiore a quello degli uomini (70,7per cento), benché la maggioranza degli studenti e dei laureati siano di sesso femminile. Solo un membro su 10 dei consigli di amministrazione delle imprese comunitarie è donna, e solo il 3per cento dei direttori esecutivi è di sesso femminile.

Il divario salariale tra uomini e donne nell’UE continua a essere del 18per cento. Se l’Europa vuole ottenere gli obiettivi di crescita sostenibile, occupazione, competitività e coesione sociale, dovrà continuare a combattere le disuguaglianze che ancora esistono tra uomini e donne, ed è per questo che ho votato per la relazione.

 
  
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  Jean-Luc Bennahmias (ALDE), per iscritto.(FR) La relazione annuale sull’uguaglianza tra uomini e donne è un’occasione per porre l’accento sulle sfide che ci attendono in questo periodo di crisi economica e sociale. La relazione, adottata in occasione della Giornata mondiale della donna, andrebbe considerata unitamente alla relazione Plumb sulla povertà femminile nell’Unione europea. Di fatto, le donne appartengono alle categorie di persone considerate vulnerabili e pienamente colpite dall’impatto della crisi. Poiché sono impiegate più frequentemente degli uomini a tempo parziale, perché svolgono attività lavorative precarie nel settore terziario, perché hanno carriere professionali spesso a singhiozzo, perché, anche oggi, sono meno retribuite degli uomini pur svolgendo la stessa tipologia di lavoro, e perché di conseguenza percepiscono pensioni più basse, dobbiamo assicurarci che le donne siano sempre al centro della nostra attenzione.

La questione più delicata della relazione riguarda le quote femminili nei consigli di amministrazione delle grandi imprese, sia pubbliche che private. Si sa, le quote non sono una panacea e, in una società ideale, vorremmo poterne fare a meno. Tuttavia, per cambiare la mentalità della gente, le quote rappresentano senza dubbio un passaggio obbligato.

 
  
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  Sergio Berlato (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, onorevoli colleghi, la Commissione europea, nella relazione annuale per il 2010, ha evidenziato le sfide che attendono l'Europa all'uscita dalla recente crisi economico-finanziaria in materia di parità tra uomini e donne. Un'importante conseguenza che questa crisi ha avuto sulle donne riguarda l’occupazione: esse sono state colpite più tardi rispetto agli uomini per la loro maggiore presenza nei settori che hanno resistito più a lungo agli effetti della crisi (sanità, istruzione, ecc.), ma adesso anche questi settori rischiano di essere colpiti comportando una precarizzazione a lungo termine delle donne lavoratrici rispetto agli uomini.

Anche per questa ragione ritengo che la parità tra gli uomini e le donne in materia di occupazione non debba più essere solo un obiettivo da perseguire, ma debba divenire una realtà. È pertanto necessario l'impegno degli Stati membri e della Commissione affinché non solo siano mantenute le politiche della parità tra gli uomini e le donne ma, soprattutto, non siano riviste al ribasso le spese di bilancio a loro destinate. Da ultimo, poiché credo che la promozione della parità passi attraverso l’istruzione e la formazione dei cittadini e, in particolare, dei giovani sollecito l'attenzione della Commissione sull'opportunità di rinnovare nel tempo delle campagne di sensibilizzazione su questo tema.

 
  
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  Mara Bizzotto (EFD), per iscritto. − Signor Presidente, onorevoli colleghi, la parità tra donne e uomini rappresenta uno dei pilastri fondamentali per lo sviluppo di un'efficiente economia sociale e di mercato così come l'Europa ha sempre amato definirsi. Sono dunque convinta che si debba assicurare alle donne, con ogni possibile mezzo, lo stesso trattamento e le stesse occasioni professionali garantite agli uomini. Non posso però sostenere con un voto positivo la strategia proposta dal collega Nedelcheva in quanto ritengo che partire dalla centralità dei problemi esperiti da una singola etnia, piuttosto che un´analisi sistemica di tutte le opzioni non costituisca un approccio metodologicamente adeguato e risolutivo.

 
  
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  Vilija Blinkevičiūtė (S&D), per iscritto. (LT) Ho votato a favore della relazione e sono lieta che il Parlamento europeo abbia dedicato un’attenzione speciale alla questione dell’uguaglianza di genere. Dobbiamo ammettere che c’è ancora molto lavoro da fare per migliorare la posizione delle donne nel campo dell’uguaglianza di genere, nel mercato del lavoro e nella politica. Le questioni dei diritti femminili vanno integrate in tutte le aree di politica dell’Unione europea e le belle idee e le iniziative lodevoli non dovrebbero restare semplicemente sulla carta, ma andrebbero attuate in tutti i paesi membri dell’Unione europea. Nella relazione del Parlamento europeo sull’uguaglianza tra uomini e donne nell’Unione europea, abbiamo quindi ribadito che è essenziale eliminare il divario salariale tra i generi, porre fine alla violenza contro le donne e ai traffici di donne, garantire il congedo di maternità, creare condizioni adeguate per sfruttare i servizi di asili e assistenza all’infanzia e ridurre la povertà femminile. Per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nelle aziende, va richiamata l’attenzione sul fatto che solamente il 3per cento delle imprese sono presiedute da donne, che si trovano a dover affrontare discriminazioni e ostacoli che impediscono loro di fare carriera e di puntare alla dirigenza. Un numero crescente di deputati concorda con l’introduzione di un sistema di quote, in quanto se le aziende non introducono autonomamente dei cambiamenti per migliorare l’uguaglianza di genere nel mondo delle aziende, si prevede di rendere vincolanti tali quote in una legislazione specifica. Mi auguro che in futuro si riescano a individuare soluzioni e misure che rafforzino l’uguaglianza di genere e le pari opportunità per le donne nella famiglia e nella società.

 
  
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  Maria Da Graça Carvalho (PPE), per iscritto. (PT) Ho votato contro la relazione in quanto, malgrado concordi con molti dei punti adottati, vi sono alcuni aspetti che, a mio parere, andrebbero eliminati. In seguito alla crisi in cui ancora ci dibattiamo, le condizioni di lavoro e l’accesso ai posti di lavoro da parte delle donne sono peggiorati. Concordo pertanto con la questione, sollevata nella relazione della Commissione europea sulla necessità di integrare l’uguaglianza di genere in tutte le politiche, nonché nell’istruzione primaria dei bambini europei. Occorre continuare a combattere e prevenire la violenza contro le donne mediante campagne d’informazione pubbliche e l’insegnamento nelle scuole. Non sono tuttavia d’accordo con le quote nel settore privato, né con gli elenchi delle donne vulnerabili o la retribuzione minima garantita, che considero di impossibile attuazione.

 
  
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  Carlos Coelho (PPE), per iscritto. (PT) L’8 marzo, la Giornata internazionale della donna, mi preme congratularmi con l’onorevole Nedelcheva per la sua relazione sull’uguaglianza tra donne e uomini. Convengo con la sua valutazione secondo cui le donne sono state particolarmente penalizzate dalla crisi economica e finanziaria ancora in corso. Tutto fa pensare che, per quanto riguarda tra l’altro l’occupazione, la salute, l’istruzione e il sostegno sociale, le donne avvertiranno tali ripercussioni in maniera più marcata e duratura rispetto agli uomini.

In termini di reddito, condizioni di lavoro e assunzione, e accesso all’occupazione, la situazione delle donne sembra denotare un deterioramento più rapido di quella degli uomini. Pertanto, è importante creare nuove opportunità e rafforzare le sinergie di uguaglianza tra i generi, che contribuiranno a stimolare la ripresa e anche la crescita economica stessa. Visto che il 2010 è stato l’Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, accolgo con favore il riferimento alla lotta contro la povertà, che presta particolare attenzione alle donne più vulnerabili. Reputo deplorevole che la sinistra in Parlamento abbia tirato fuori anche in questo caso la questione dell’aborto, senza preoccuparsi delle competenze effettive dell’Unione.

 
  
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  Proinsias De Rossa (S&D), per iscritto. (EN) Accolgo con favore la relazione sull’uguaglianza tra donne e uomini, che rinnova la richiesta del Parlamento europeo dell’istituzione di un Anno europeo per combattere la violenza contro le donne, che si stima colpisca tra il 20 e il 25per cento per cento di tutte le donne nel corso della loro vita, e impone una direttiva sulla violenza contro le donne. La crisi economica ha ripercussioni gravi per le donne, più esposte degli uomini al rischio della povertà. Infatti, in media percepiscono il 18per cento in meno degli uomini per lo stesso tipo di lavoro nell’UE, una cifra che sale al di sopra del 25 per cento per cento in alcuni Stati membri, e sono più esposte all’occupazione precaria o all’assunzione a tempo parziale. Inoltre, è meno probabile che le donne vengano riassunte dopo aver perso il lavoro. Di conseguenza, le pensioni che percepiscono sono più basse. Affrontare gli stereotipi legati al genere è necessario ma non sufficiente. Contrastare tali svantaggi presuppone naturalmente investi pubblici seri in strutture di assistenza. Tuttavia, gli obiettivi del Consiglio di Barcellona per l’assistenza all’infanzia non sono stati ancora conseguiti, e tale problema affligge soprattutto le famiglie a basso reddito. Dobbiamo concedere più potere alle donne a tutti i livelli di rappresentanza politica in Europa. L’uguaglianza di genere non è solamente una questione di giustizia, ma rappresenta anche un imperativo per lo sviluppo sociale ed economico.

 
  
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  Karima Delli (Verts/ALE), per iscritto.(FR) Accolgo con favore la votazione sulla relazione concernente l’uguaglianza tra uomini e donne. Solo per fare un esempio, in termini di remunerazione, malgrado gli incessanti sforzi legislativi in materia a livello europeo, le donne continuano a percepire mediamente il 18per cento in meno degli uomini per lo stesso tipo di lavoro nell’Unione europea. Vorrei inoltre sottolineare che in seno a quest’Assemblea abbiamo dovuto batterci a lungo per garantire che un diritto di base quale l’accesso alla contraccezione potesse essere anche solo menzionato. Questa specie di dibattito di retroguardia non aiuta la reputazione della destra europea.

Per fortuna, la versione finale della relazione è valida. Stabilisce l’obiettivo di ridurre il divario salariale a meno del 5per cento entro il 2020 e, in particolare, invita gli Stati membri a fare il possibile per applicare il principio “parità di retribuzione per uguale lavoro”, prevedendo sanzioni per gli Stati che non lo rispettano. Chiede obiettivi vincolanti per garantire la parità in posizioni di responsabilità aziendale, amministrativa e politica.

 
  
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  Anne Delvaux (PPE), per iscritto.(FR) Oggi, l’8 marzo 2011, il centesimo anniversario della Giornata internazionale della donna, il Parlamento aveva il dovere di adottare ad ampia maggioranza questa relazione sull’uguaglianza tra donne e uomini nell’Unione per il 2011. Benché il principio dell’uguaglianza di genere sia sancito nel trattato e nella Carta dei diritti fondamentali, non possiamo fare a meno di constatare che tale obiettivo è rimasto irrealizzato. Che si tratti di posti di lavoro, in cui molte più donne che uomini svolgono attività precarie, o di retribuzioni – le donne percepiscono in media il 18per cento in meno degli uomini per cariche della medesima responsabilità – o di possibilità di carriera, il genere femminile rimane bloccato a causa del famoso soffitto di cristallo. Le donne vengono inoltre penalizzate quando diventano madri.

L’elenco delle rimostranze continua a essere molto lungo. La relazione su cui abbiamo votato oggi comprende risposte specifiche, quali la fissazione di obiettivi vincolanti per gli Stati membri, sanzioni per la mancata conformità e l’introduzione di quote (un male necessario) per orientarci un po’ di più verso l’uguaglianza. La nostra speranza è che un giorno non sia più necessario dedicare un giorno particolare all’anno a più della metà della popolazione mondiale.

 
  
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  Diogo Feio (PPE), per iscritto.(PT) Come ho già ribadito in quest’Aula, gli uomini e le donne devono essere trattati in maniera equa, concedendo loro i medesimi diritti ma tenendo conto delle loro rispettive esigenze. Nel caso delle donne, ciò vale soprattutto in ambiti quali il sostegno alla maternità e la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare. Mi fa pertanto piacere che qui si citi, tra le altre cose, la protezione dei diritti alla maternità e il sostegno degli anziani a domicilio, compiti che spesso ricadono sulle spalle dei membri femminili della famiglia e che rendono loro difficile la ricerca di un posto di lavoro. Tuttavia, pur riconoscendo la lucidità di alcune delle posizioni della relatrice, non convengo con lei che l’uguaglianza di genere possa essere conseguita ricorrendo ai sistemi delle quote. Le quote umiliano le donne, che finirebbero per ottenere determinate cariche semplicemente per la loro appartenenza al genere e non sulla base delle loro competenze, abilità o attitudini. Pertanto, è inaccettabile volerle applicare nelle imprese private. Infine, sono un difensore strenuo del principio di sussidiarietà e ritengo che molti dei temi analizzati nella relazione, pur importanti e rilevanti, debbano restare soggetti alla giurisdizione degli Stati membri. Anche per questo mi sono espresso a sfavore.

 
  
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  José Manuel Fernandes (PPE), per iscritto. (PT) La relazione si propone di contribuire ad accelerare il processo di creazione di condizioni di uguaglianza tra uomini e donne nell’Unione europea. In questo giorno in cui festeggiamo il centenario della Giornata internazionale della donna, vorrei rendere omaggio a tutte le donne che si sono battute per il riconoscimento dei diritti della donna e per l’uguaglianza di genere negli ultimi 100 anni. Vorrei inoltre esprimere la mia solidarietà a tutte le donne vittima di violenze, nonché a tutti coloro che di recente hanno combattuto in Medio Oriente e in Nordafrica per l’autodeterminazione dei loro popoli. L’UE è sempre stata in prima linea nella difesa dei diritti delle donne, pertanto mi rallegro che sia stata adottata questa relazione che si propone di porre fine a molte delle discrepanze tuttora esistenti, tra cui il divario salariale, l’accesso all’istruzione e al lavoro, le difficoltà nel conciliare la vita personale e professionale e la distanza dalle posizioni importanti per il processo decisionale. Mi auguro pertanto che l’UE passi dalla teoria alla pratica e renda possibile alle donne dimostrare il loro valore.

 
  
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  João Ferreira (GUE/NGL), per iscritto. (PT) è particolarmente significativo che la discussione e la votazione su questa relazione che si propone di richiamare l’attenzione sulle disuguaglianze e le discriminazioni persistenti abbiano luogo nella Giornata internazionale della donna, di cui si festeggia il centesimo anniversario nel 2011. Nell’arco di questi 100 anni sono state combattute molte battaglie. Sono state anche conquistate molte vittorie. Tuttavia, non sono state sufficienti a eliminare le disuguaglianze esistenti, le discriminazioni che ancora persistono nell’accesso a posti di lavoro dotati di diritti, nel divario salariale che si riflette sulle pensioni, nella difficoltà di fare carriera e di ottenere la realizzazione professionale, e negli ostacoli che si frappongono all’ottenimento di posizioni manageriali e decisionali nell’attività economica, sociale e politica; la tendenza è verso un deterioramento della situazione in periodi di crisi economica e sociale.

Le donne continuano a subire discriminazioni per il fatto di essere madri e lavoratrici il che, nel XXI secolo, è scandaloso. Per tutte queste ragioni, è importante continuare a pretendere che venga posto fine alle disuguaglianze e alle discriminazioni, il che implicherà la sospensione delle politiche neoliberali e un impegno serio nei confronti di politiche alternative che pongano al centro del processo decisionale e delle politiche comunitarie la questione dei diritti umani e l’uguaglianza.

 
  
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  Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. (PT) In questa giornata che ci ricorda la lotta delle donne per il riconoscimento e l’esercizio dei loro diritti, quel che colpisce è il peggioramento della situazione della disoccupazione e il numero di lavori precari, oltre alle retribuzioni basse e alle discriminazioni in termini di stipendi e maternità che penalizzano le donne lavoratrici. Tali discriminazioni assumono forme scioccanti e inaccettabili per le generazioni più giovani, come sta accadendo in Portogallo.

Le conseguenze sono un aumento della povertà tra le donne. Particolarmente critiche sono le situazioni delle disabili, delle immigrate, delle pensionate e delle donne lavoratrici con una retribuzione bassa, oltre a quelle delle donne delle comunità rurali che vivono da sole con i figli.

La maggioranza degli oltre 85 milioni di persone che vivono in povertà nell’Unione europea sono donne. Il tasso di indigenza tra le donne ha superato il 18per cento. è pertanto cruciale evitare l’adozione, sotto il pretesto della crisi, di misure che minacciano il diritto delle donne all’uguaglianza e alla necessaria coesione economica e sociale.

è giunto il momento di dare la priorità alle donne e ai loro diritti, all’uguaglianza, e alla coesione economica e sociale, per migliorare la nostra società e per rispettare veramente i diritti umani e consolidare i progressi che le donne hanno contribuito a raggiungere per la nostra civiltà.

 
  
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  Bruno Gollnisch (NI), per iscritto.(FR) Pari opportunità e non discriminazione non significa abolire e negare le differenze e la complementarietà tra uomini e donne nella loro natura, nelle loro aspirazioni e nel modo in cui concepiscono il mondo e la vita. Precisarlo non significa parlare per stereotipi. Se spinta agli estremi, la vostra filosofia del non fare distinzioni tra i sessi porta soltanto all’assurdo. Porta a situazioni inaccettabili quali questo “diritto”, tra virgolette, delle donne di lavorare di notte – o di essere obbligate a farlo. Si tratta di un passo indietro in termini sociali. è vostro diritto. Porta a situazioni assurde quali la decisione francese di concedere agli uomini i semestri gratuiti per la pensione, un diritto che, fino ad ora, era riservato alle donne e che compensava – almeno un po’ – i problemi che potevano essere stati causati dalla maternità e dal tempo dedicato alla cura dei figli.

è assurdo, in quanto compromette l’esistenza stessa di questo vantaggio per le donne. Altrettanto assurda è la decisione recente della Corte di giustizia europea che sentenzia che le differenze statistiche registrate tra uomini e donne non devono essere prese in considerazione nel calcolo dei premi assicurativi, anche se costituiscono la base del calcolo dei rischi. Signore, questo segna la fine del piccolo vantaggio finanziario di cui godete per il fatto di essere automobiliste più prudenti e di vivere più a lungo. Dove finirà l’atteggiamento talebano della “uguaglianza di genere”?

 
  
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  Louis Grech (S&D), per iscritto. (EN) Voterò a favore della relazione, specialmente perché promuove – in maniera molto determinata e concreta – il principio fondamentale dell’uguaglianza tra donne e uomini. è deludente il fatto che, nonostante numerosi sforzi e studi sul tema, alcuni legislatori nazionali trascurino ancora gli effetti deleteri della discriminazione, aggravando ulteriormente le disuguaglianze di genere e mettendo in pericolo gli obiettivi della strategia di Lisbona. Alla luce del divario persistente tra uomini e donne in termini di indici occupazionali, orario di lavoro, retribuzione e accesso a cariche dirigenziali, invito gli Stati membri ad attuare più efficacemente pratiche antidiscriminazione e antimolestie. è necessario coinvolgere le parti interessate a livello popolare, mediante campagne informative, ricorso alle ONG, e anche tramite strumenti più formali, quali l’inserimento di disposizioni speciali sull’uguaglianza di genere nei contratti collettivi e nelle leggi nazionali.

Concordo con le diverse questioni sollevate dalla relazione, quali il rafforzamento delle misure di inclusione a favore delle donne e la garanzia di una loro presenza in posizioni di responsabilità, la promozione dell’occupazione e dell’equa distribuzione del reddito, la creazione di impieghi di maggiore qualità, la sicurezza dell’accesso a servizi pubblici di alta qualità e il miglioramento dell’assistenza sociale. Detto ciò, non posso tuttavia appoggiare i paragrafi che fanno riferimento alla promozione dell’aborto.

 
  
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  Nathalie Griesbeck (ALDE), per iscritto.(FR) Mi rallegra molto che questa risoluzione sia stata adottata il giorno del centenario della Giornata internazionale della donna. Di fatto, malgrado il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne sia sancito dai trattati comunitari, constatiamo oggi che le donne guadagnano il 17,8 per cento in meno degli uomini. Tale disuguaglianza è diffusa in tutti gli ambiti della società: ad esempio, soltanto il 3 per cento delle grandi aziende è presieduto da donne, e le donne sono quelle più colpite dalla disoccupazione e dal lavoro precario. Ne consegue l’osservazione allarmante secondo cui nel 2008 il 17 % delle donne dei 27 paesi dell’Unione era considerato al di sotto della soglia della povertà. Occorrono altre misure, quali una migliore ripartizione delle responsabilità familiari e una protezione più efficace delle donne dalla violenza domestica. Tutti i dati dimostrano che è ora necessario introdurre misure vincolanti. Per questa ragione, ho deciso di votare a favore della fissazione di quote, anche se in linea di principio mi oppongo all’idea, e della formulazione di politiche di discriminazione positiva nelle sfere dell’economia e della politica. Oggi dobbiamo riconoscere che non conseguiremo un’uguaglianza autentica senza politiche che si basino sulla volontà reale di cambiare la situazione.

 
  
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  Sylvie Guillaume (S&D), per iscritto.(FR) Ogni anno la Giornata internazionale della donna ci dà l’occasione di fare il punto della situazione dei diritti delle donne e dell’uguaglianza di genere nell’Unione europea. Sono stati sicuramente messi a segno dei miglioramenti significativi, ma è evidente che non abbiamo ancora conseguito appieno tale uguaglianza, né nella realtà né nella mente dei cittadini. L’uguaglianza, tuttavia, rappresenta una condizione imprescindibile per realizzare gli obiettivi comunitari della crescita, dell’occupazione e della coesione sociale. Pertanto, ho votato a favore della relazione, che insiste sulla necessità di affrontare le conseguenze della crisi per le donne e di porvi rimedio. Sottolinea inoltre il ruolo dell’istruzione e chiede all’Unione europea di combattere la povertà femminile e tutte le forme di violenza contro le donne. credo che un altro punto fondamentale della relazione si ritrovi nel paragrafo 66, che afferma il diritto delle donne ad accedere agevolmente alla contraccezione e all’aborto. Non dimentichiamo che in 11 paesi dell’Unione l’aborto non è ancora pienamente autorizzato.

 
  
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  Juozas Imbrasas (EFD), per iscritto. (LT) Ho accolto con favore la relazione, in quanto l’attuale crisi economica, finanziaria e sociale sta avendo ripercussioni disastrose in termini di occupazione, condizioni di vita e società nel loro complesso. Le donne sono state gravemente colpite dalla crisi, in particolare nell’ambito delle condizioni di lavoro, dell’accesso all’occupazione, del posto occupato in seno alla società nel suo complesso e dell’uguaglianza di genere. Che sia nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa o nel mondo della politica, le donne devono poter ottenere cariche in linea con le loro competenze. Talvolta alle donne viene negato l’accesso a posizioni di responsabilità, il che porta a un’incongruenza tra il loro livello di formazione e il loro status. Poiché il 2010 è l’Anno europeo per la lotta alla povertà, andrebbe dedicata un’attenzione speciale ai gruppi di donne più vulnerabili. Andrebbero adottate misure specifiche per impedire che le donne rese vulnerabili da una disabilità o dal loro status di immigrate precipitino in situazioni precarie, e per agevolare la loro integrazione nella società. La promozione dell’uguaglianza implica inoltre la lotta alla violenza contro le donne. Vanno combattute e condannate tutte le forme di violenza fisica, sessuale o psicologica, indipendentemente dalla loro gravità. Nel festeggiare il centenario della Giornata internazionale della donna, vorrei salutare tutte le donne.

 
  
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  Tunne Kelam (PPE), per iscritto. (EN) Ho votato contro la richiesta di agevolare l’accesso all’aborto nel paragrafo 66 del testo originario. Pur riconoscendo il diritto dell’individuo di decidere del proprio corpo, vorrei sottolineare che ogni decisione di abortire significa anche decidere di porre fine alla vita di un altro essere umano. Inoltre, se tale decisione viene presa, dovrebbe sempre prevedere il consenso di entrambi i genitori (tranne in casi di malattia grave, stupro). Chiedere di agevolare l’accesso all’aborto è pertanto fuorviante e trasmette alla società il messaggio che l’aborto può essere utilizzato come contraccettivo e che non è necessario considerare valori di natura morale ed etica.

Nella società europea contemporanea, in cui le persone sono meglio informate e possono accedere più facilmente che in passato all’assistenza sanitaria, dobbiamo sostenere un comportamento responsabile, che implica rispondere delle proprie azioni. Chiedere un accesso agevolato all’aborto va contro tale responsabilità. L’aborto viene utilizzato troppo spesso come scorciatoia facile da una situazione difficile. L’UE non dovrebbe appoggiare tale comportamento, bensì dovrebbe garantire la sussidiarietà agli Stati membri.

 
  
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  David Martin (S&D), per iscritto. (EN) Ho votato a favore della relazione, che rileva la necessità di rafforzare la dimensione del genere nella lotta contro la povertà. Poiché il 2010 è l’Anno europeo della lotta contro la povertà, andrebbe prestata particolare attenzione ai gruppi di donne più vulnerabili. Andrebbero adottate misure specifiche per impedire che le donne rese vulnerabili da una disabilità o dal loro status di immigrate o appartenenti a una minoranza precipitino in situazioni precarie, e per agevolare la loro integrazione nella società.