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Procedura : 2010/2996(RSP)
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Ciclo del documento : B7-0156/2011

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B7-0156/2011

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PV 08/03/2011 - 14
CRE 08/03/2011 - 14

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P7_TA(2011)0090

Discussioni
Martedì 8 marzo 2011 - Strasburgo Edizione GU

14. Relazione 2010 sui progressi realizzati dalla Turchia (discussione)
Video degli interventi
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione in merito alla relazione 2010 sui progressi realizzati dalla Turchia.

 
  
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  Enikő Győri, Presidente in carica del Consiglio.(HU) Signora Presidente, onorevoli deputati, vorrei segnalare, anzitutto, che è stato per me un grande piacere constatare il vostro interesse per la questione dell’ampliamento. Ritengo che, sebbene sia gli Stati membri che i paesi candidati fronteggino notevoli sfide, il processo di allargamento debba proseguire in modo costante e coerente, sulla base dei risultati raggiunti. A tal fine, entrambe le parti devono mantenere invariato il livello di impegno. Conoscendo le attività del Parlamento europeo, è chiaro che in questa sede tutti i presenti sono consapevoli dell’importanza che assumono i nostri rapporti con la Turchia.

Si tratta di rapporti di vecchia data, resi ancor più stretti dallo status di candidato di questo paese. La Turchia è, al contempo, un importante attore regionale, che svolge un ruolo fondamentale in diversi settori di rilievo, come la sicurezza energetica e quella regionale, nonché la promozione del dialogo tra civiltà. Nel frattempo, i drammatici avvenimenti internazionali che accadono nel nostro vicinato più prossimo sottolineano ulteriormente il ruolo essenziale di questo paese in tali settori. I negoziati per l’adesione della Turchia procedono in linea con le relative conclusioni del Consiglio europeo e del Consiglio, nonché con il quadro negoziale. Nonostante i colloqui, ormai in fase avanzata, si facciano sempre più complessi, la Presidenza ungherese si è impegnata a compiere progressi in tutti i capitoli che lo consentono. Il lavoro, che procede anche in questo momento, si incentra principalmente sul capitolo n. 8, ovvero sulla politica della concorrenza.

Confido che i nostri partner turchi persevereranno nei loro sforzi e sono certa che vedremo presto dei risultati. Nelle conclusioni adottate a dicembre dello scorso anno, il Consiglio ha accolto favorevolmente il continuo impegno profuso dalla Turchia nel processo di negoziazione, nonché nel proprio programma di riforme politiche. Il pacchetto di riforme costituzionali che il paese ha adottato nel 2010 rappresenta un altro importante passo nella giusta direzione, in quanto comprende diverse priorità del partenariato per l’adesione nei settori della giustizia, dei diritti fondamentali e della pubblica amministrazione. Il compito più importante, al momento, è assicurare che le riforme siano attuate nel rispetto delle norme europee e per mezzo di consultazioni che coinvolgano il più ampio ventaglio di partecipanti, ossia tutti i partiti politici e le organizzazioni della società civile.

Chiaramente è indispensabile proseguire i lavori sui criteri politici. Sarà necessario compiere sforzi considerevoli in diversi settori, come sottolineato nelle conclusioni del Consiglio del 14 dicembre 2010, nel progetto di risoluzione del Parlamento europeo e nella relazione della Commissione sui progressi realizzati nel 2010.

Permettetemi di soffermarmi su alcuni di questi settori. La Turchia deve migliorare ulteriormente il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, in particolar modo per quanto attiene alla libertà di espressione e alla libertà di religione, sia sul fronte legislativo che all’atto pratico. Sarà necessario intensificare gli sforzi anche per assicurare il pieno rispetto dei criteri di Copenaghen in riferimento, fra l’altro, ai diritti di proprietà, i diritti sindacali, i diritti delle minoranze, i diritti di donne e bambini, la lotta contro la discriminazione, la parità di genere e la lotta contro la tortura e i trattamenti disumani.

Per quanto concerne la libertà di espressione, destano i nostri timori le restrizioni alla libertà di stampa, l’insufficiente tutela dei diritti dei giornalisti e la messa al bando di siti Internet in modo ricorrente e diffuso, come si osserva anche nel progetto di risoluzione del Parlamento. Permettetemi, a questo punto, di far cenno agli avvenimenti degli ultimi giorni. Il 3 marzo, la polizia turca ha arrestato un certo numero di giornalisti. Dobbiamo tenere sotto stretta osservazione questo caso e ricordare continuamente alle autorità di Ankara l’importanza della costante tutela delle libertà.

Per quanto concerne la libertà di religione, la Turchia deve creare le condizioni legislative e pratiche affinché questa possa essere esercitata. Per garantire il pluralismo religioso, nel rispetto del norme europee, è necessario trovare una soluzione giuridica globale. Allo stesso modo, la Presidenza è preoccupata per le numerose notizie che raccontano di casi di tortura e trattamenti disumani e, specificamente, di abusi compiuti al di fuori delle strutture di detenzione ufficiali. Per prevenire le violazioni dei diritti umani, è necessario seguire la rigorosa attuazione della legge sul mandato e i poteri della polizia, modificata nel 2007. Come evidenziato nel progetto di risoluzione del Parlamento europeo, il rispetto del protocollo facoltativo della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e la lotta all’impunità rappresentano passi fondamentali in materia.

Per quanto attiene le relazioni tra turchi e curdi e la questione dei territori sudorientali, speriamo che l’attuazione e la continuazione del processo di apertura democratica portino presto ai risultati attesi, consentendo in ultima istanza lo sviluppo economico, sociale e culturale della regione. Permettermi altresì di rimarcare che il Consiglio condanna strenuamente gli atti di terrorismo commessi sul suolo turco ed è bene ricordare che il PKK è ancora nella lista dei gruppi terroristici dell’Unione europea.

Passando alle relazioni tra la Turchia e l’Unione europea, noto con profondo rammarico che, nonostante sia stata ripetutamente invitata a farlo, Ankara si rifiuta ancora di adempiere gli obblighi relativi all’attuazione, completa e non discriminatoria, del protocollo aggiuntivo all’accordo di associazione. Si tratta di una questione centrale e pertanto il Consiglio mantiene le misure approvate nel 2006, che, peraltro, come ben sappiamo, influenzano chiaramente la velocità con cui procedono i negoziati di adesione.

Il Consiglio continua a seguire da vicino e a riesaminare i risultati raggiunti. Non sono stati registrati progressi neppure per quanto concerne un ritorno alla normalità delle relazioni tra la Turchia e Cipro. Il Consiglio si aspetta che il paese appoggi attivamente i negoziati in atto sotto gli auspici delle Nazioni Unite, al fine di raggiungere una soluzione giusta, completa e fattibile della questione cipriota, nel rispetto delle risoluzioni adottate in materia dal Consiglio di sicurezza dell’ONU e dei principi fondamentali alla base dell’Unione europea. L’impegno e il contributo della Turchia sono sicuramente essenziali per il raggiungimento di una soluzione globale.

Vorrei inoltre sottolineare che la Turchia deve impegnarsi chiaramente a mantenere rapporti di buon vicinato e a trovare soluzioni pacifiche alle dispute. Considerando il suo ruolo come paese d’origine e di transito nei flussi migratori illegali verso l’Unione europea, plaudiamo al fatto che siano stati conclusi i negoziati per un accordo sulla riammissione tra questo Stato e l’Unione europea. Il Consiglio auspica che tale accordo venga firmato quanto prima e attuato con successo. Sappiamo che questi ultimi passi sono stati compiuti durante l’ultimo Consiglio “Giustizia e affari interni” e ora attendiamo che la Turchia firmi il documento. Fino ad allora, il Consiglio pone ancora una volta l’accento sull’obbligo di attuare in modo completo e corretto gli accordi bilaterali esistenti in materia di riammissione.

Quanto all’unione doganale tra Unione europea e Turchia, vorrei segnalare che il paese deve finalmente adempiere ai numerosi impegni cui finora è venuto meno. Fra questi vi sono le barriere tecniche e amministrative al commercio, le condizioni di registrazione, le licenze per l’importazione, gli aiuti di Stato, la tutela dei diritti di proprietà intellettuale e altre pratiche e clausole discriminatorie. Tutti questi problemi devono essere risolti con urgenza. La Turchia, inoltre, deve abolire tutte le restrizioni che riguardano il commercio e i trasporti tra gli Stati membri dell’Unione e questo paese. Vi ringrazio per la pazienza e sarò lieta di rispondere a qualunque domanda.

 
  
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  Štefan Füle, membro della Commissione.(EN) Signora Presidente, vorrei ringraziare il Parlamento e, in particolare, l’onorevole Oomen-Ruijten, per la relazione sulla Turchia. La discussione in corso e la relazione in esame giungono in un momento importante per i rapporti tra l’Unione europea e questo paese. Il progetto di risoluzione evidenzia diverse questioni di grande importanza per la Commissione.

La Commissione conferma il proprio impegno a favore del processo di adesione della Turchia. La prospettiva dell’ampliamento incoraggia riforme politiche ed economiche nel paese. I rapporti con l’Unione europea sono forti: la Turchia ha bisogno di noi e noi abbiamo bisogno della Turchia – questo equilibrio non è mutato. L’Unione europea è e rimarrà un attore chiave per Ankara.

I nostri rapporti si basano su una profonda integrazione economica: il 40 per cento del commercio estero turco è orientato verso l’Unione europea e l’80 per cento degli investimenti stranieri diretti nel paese proviene dall’Unione. Quest’ultima contribuisce con efficienza alla modernizzazione della Turchia grazie al trasferimento tecnologico, alla partecipazione del paese ai programmi dell’UE nei settori dell’istruzione e della ricerca e al nostro sostegno finanziario pre-adesione.

Al contempo, il processo di adesione è rallentato e i capitoli di negoziazione che la Turchia può mirare ad aprire nelle attuali circostanze richiedono notevoli riforme e aggiustamenti. Apprezzo, dunque, a maggior ragione i progressi compiuti di recente, con particolare riferimento al capitolo sulla concorrenza. Confido che apriremo presto questo capitolo, a patto che la Turchia rispetti le ultime condizioni rimaste.

Ovviamente, la questione cipriota ha il suo peso nelle negoziazioni. Eventuali progressi nell’attuazione del protocollo aggiuntivo all’accordo di Ankara o nei colloqui avrebbero un’influenza positiva sui negoziati di adesione.

Permettermi ora di tornare alla questione delle riforme interne al paese. Plaudo alla riforma costituzionale dello scorso anno e alle successive modifiche della legislazione, in quanto rappresentano passi nella giusta direzione. Dotarsi delle giuste leggi è importante, ma solo un’attuazione oggettiva e imparziale di questi nuovi atti legislativi assicurerà il successo delle riforme costituzionali. La Turchia dovrebbe continuare questo percorso di riforma della propria costituzione con un processo il più inclusivo e trasparente possibile, coinvolgendo attivamente i diversi partititi politici, la società civile, le organizzazioni non governative e il pubblico.

La Commissione segue con apprensione le ultime azioni nei confronti di alcuni giornalisti: l’indipendenza e la libertà di stampa sono di massima importanza per la democrazia. Nella propria relazione sui progressi compiuti nel 2010, la Commissione ha già sottolineato l’elevato numero di procedimenti giudiziari ai danni di giornalisti e l’indebita pressione esercitata sui mezzi di comunicazione, che mina in pratica questo diritto fondamentale. La libertà di stampa implica che la contestazione e i punti di vista divergenti debbano essere ascoltati e, fattore ancor più importante, tollerati. La libertà di stampa significa garantire uno spazio pubblico per il dibattito libero, anche su Internet. Il progetto di risoluzione del Parlamento europeo sottolinea, giustamente, tali questioni.

Per quanto concerne il diritto alla libertà di culto, accogliamo con favore le iniziative intraprese a favore delle comunità religiose non musulmane del paese; tuttavia, per risolvere i problemi dei non musulmani e degli aleviti, debbono essere compiuti sforzi ulteriori e più sistematici.

Permettetemi ora di passare al tema della migrazione. Due settimane fa, il Consiglio ha sottoscritto l’accordo sulla riammissione tra l’Unione europea e la Turchia, un documento che porterà grandi vantaggi agli Stati membri dell’Unione considerando che la Turchia è un importante paese di transito per i flussi migratori diretti verso l’Unione europea. L’accordo rappresenta altresì una novità che, per la prima volta, apre nuove e concrete prospettive di una maggiore cooperazione con il paese in materia di visti e di politiche migratorie, allo scopo di migliorare la mobilità e i contatti tra i cittadini e le aziende dei rispettivi paesi.

Turchia e Unione hanno entrambe interesse a collaborare strettamente in questo settore. Vi sono diverse buone ragioni per offrire ai cittadini, agli uomini d’affari e agli studenti turchi maggiori possibilità di viaggiare verso l’Europa. In questo modo, infatti, potranno conoscere meglio gli standard europei, intensificare gli scambi commerciali fra le due parti, a tutto beneficio sia delle aziende europee che di quelle turche, e imprimere un quanto mai necessario impulso alla nostra cooperazione con la Turchia. Signora Presidente, le assicuro che il Parlamento europeo sarà debitamente coinvolto sia nella questione dell’accordo sulla riammissione sia nel dialogo sui visti, in ottemperanza a quanto previsto dal trattato.

Le relazioni con la Turchia devono essere analizzate anche in un contesto più ampio. La politica estera attiva di questo paese rappresenta un forte potenziale per l’Unione, a patto che si sviluppi nel quadro del processo di adesione all’Unione europea. Quest’ultima è pronta a intensificare il dialogo già in atto su questioni di politica estera di reciproco interesse.

Parlando della Turchia, non possiamo ignorare i principali sviluppi nella regione in cui essa si trova. Gli avvenimenti che hanno colpito Tunisia ed Egitto hanno messo in risalto la stabilità, la prosperità e la democrazia turche. I cittadini di quei paesi guardano alla Turchia come guardano all’Unione europea, intravedendovi cioè un esempio da seguire. Osservano la Turchia sostenere standard e valori per cui ora si battono e che sono associati all’Europa.

Mettiamo le cose in chiaro: quantunque rappresenti un esempio per gli altri, la Turchia ha ancora una lunga strada davanti a sé. Molte delle sfide che deve ancora affrontare sono evidenziate nella vostra relazione. Questa è l’occasione per la Turchia di compiere un ulteriore passo verso la piena attuazione dei criteri politici dell’Unione europea. Il governo ha l’enorme responsabilità di mantenere una posizione così privilegiata e di saper dare l’esempio per il bene dei propri cittadini e per l’intera macroregione.

 
  
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  Ria Oomen-Ruijten, a nome del gruppo PPE.(NL) Signora Presidente, signora Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, onorevoli colleghi, questa discussione e la relazione sulla Turchia precedono di tre mesi le elezioni parlamentari nel paese. Ancor più che negli anni precedenti, ho fatto del mio meglio per assicurare che il tono del documento fosse estremamente oggettivo e costruttivo. I 22 emendamenti di compromesso sottoposti al voto della commissione per gli affari esteri ne sono una prova. Sulla base degli sviluppi registrati nell’ultimo anno, il Parlamento europeo desidera stabilire le sue priorità per il nuovo parlamento turco e per il prossimo governo. A me sembra di ravvisarne sei.

Primo, governo e opposizione hanno la grande responsabilità di trovare un compromesso e raggiungere il consenso per ulteriori riforme. Entrambe le parti hanno indicato di volere una riforma completa della costituzione e mi aspetto ciò avvenga.

Secondo, il sistema dei pesi e contrappesi forma la base di qualunque sistema democratico. È necessario compiere ulteriori passi per rafforzare l’indipendenza e l’imparzialità del potere giudiziario, il ruolo di supervisore del parlamento e, soprattutto, la libertà di stampa e di espressione. Sono particolarmente preoccupata per quanto attiene alla libertà di stampa, ma di questo parlerò in seguito.

Terzo, i diritti delle minoranze. Mi congratulo con la Turchia per le iniziative simboliche intraprese e per il dialogo che il governo ha cercato esplicitamente. Nondimeno, il dialogo da solo non basta. I gruppi che abitano il sudest del paese, gli aleviti e le minoranze cristiane aspettano misure concrete. Le dichiarazioni relative a Mor Gabriel, in particolare, dimostrano che c’è ancora parecchio lavoro da fare e sospetto che, se il caso dovesse essere portato ancora una volta davanti alla Corte di giustizia, il governo turco ne uscirebbe danneggiato. Bisogna dunque fare qualcosa per creare un’apertura democratica.

Quarto, i diritti delle donne. Sono state intraprese numerose iniziative nell’ultimo anno, ma le leggi, da sole, non sono abbastanza. Ho visto alcuni rifugi di donne e ho parlato con le organizzazioni femminili turche. È chiaro che sia il governo che il parlamento hanno compiuto sforzi a livello nazionale e locale, ma sembra tutto si fermi quando si raggiunge il livello della polizia o dei tribunali. Questo deve cambiare. Le leggi sono molto positive, ma è importante anche la loro attuazione. Oggi, in occasione del centenario della Giornata internazionale della donna, vorrei pronunciarmi ancora una volta per una maggiore rappresentanza femminile in seno al parlamento turco. Con le prossime elezioni, le cose dovranno cambiare in questo senso.

Quinto, il protocollo di Ankara è fondamentale, a mio avviso, e in questo caso la responsabilità ricade sulla Turchia. È soprattutto questo il punto che ha determinato lo stallo nei capitoli negoziali: lasciatemelo ripetere.

Sesto, la politica estera. Noi europei siamo favorevoli a un ruolo attivo della Turchia nella regione. Ciò detto, farei notare che la Turchia potrà svolgere un ruolo mediatore nella questione solo finché resterà ancorata anche all’Europa. L’Alto rappresentante Ashton dovrà cercare, anche su questo punto, un coordinamento molto attivo con la Turchia, molto più di quanto non sia stato fatto finora. Segnalo, peraltro, che queste non sono soltanto le mie priorità. Tutto ciò di cui ho parlato è stato oggetto di discussione anche in seno alla società turca. Spetta ora ai politici tradurre questa discussione in un consenso e in un compromesso.

Cito, brevemente, altre due questioni che destano apprensione. Siamo preoccupati per l’annuncio, da parte del PKK, dell’intenzione di porre fine al cessate il fuoco (il Commissario ne ha parlato). Libertà di stampa: venerdì scorso ho ricevuto una lettera aperta. Permettetemi di dire ancora una volta che chiunque limiti la libertà di espressione in un determinato paese, ne attacca la cultura. Un dibattito libero e tollerante è di importanza fondamentale per qualunque paese.

 
  
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  Richard Howitt, a nome del gruppo S&D.(EN) Signora Presidente, il continuo consolidamento della democrazia e il rispetto dei diritti umani in Turchia – fattori che dovrebbero portare a una piena adesione all’Unione europea – divengono viepiù importanti ora che i paesi arabi e del Medio Oriente appena oltre i confini dell’Europa sono in crisi. Dovremmo plaudire al fatto che il processo di riforma in Turchia abbia conosciuto un nuovo impulso e, guardando alle controversie sorte durante il referendum dello scorso settembre, dovremmo invitare il paese a creare una piattaforma per profonde riforme costituzionali con il sostegno di tutte le parti.

Appoggio pienamente il lavoro del Commissario Füle in materia e sottoscrivo le nette dichiarazioni che ha rilasciato questo pomeriggio in tema di libertà di espressione, in particolar modo perché, non più tardi dello scorso mese, assieme ad altri rappresentanti europei, mi è stato impedito di svolgere il mio ruolo di osservatore nei processi KCK presso il tribunale di Diyarbakir. Invito nondimeno il Commissario a compiere progressi sulla questione dei visti, soprattutto per chi intende recarsi nel paese per affari, e a far rispettare alla Turchia le proprie promesse relative al progetto di legge sulle organizzazioni sindacali.

Il gruppo dei socialisti e democratici ritiene che i negoziati per l’adesione siano minacciati non da un brusco incidente, ma da morte per strangolamento. Non vengono aperti nuovi capitoli da otto mesi, il periodo di stallo più lungo che sia stato registrato dall’avvio dei negoziati. Domani voteremo in favore dell’apertura dei capitoli sui diritti fondamentali e sul potere giudiziario, nonché sulle politiche comuni per gli affari esteri e la sicurezza, non perché vogliamo assumere posizioni deboli in queste materie, ma perché vogliamo essere forti. Non lo faremo per alterare le pressioni sulle varie parti e raggiungere un accordo sulla questione cipriota.

Com’è necessaria un’accelerazione nel processo di riforma della Turchia, così è necessario dare un nuovo impulso ai negoziati con l’Unione europea.

 
  
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  Alexander Graf Lambsdorff, a nome del gruppo ALDE. (DE) Signora Presidente, il Commissario Füle ha appena affermato con chiarezza che la Turchia e l’Unione europea necessitano l’una dell’altra. Siamo importanti vicini, alleati in seno alla NATO, e molti cittadini di origini turche vivono in Stati membri dell’Unione europea. Dobbiamo mostrare rispetto gli uni per gli altri. Sostengo fortemente una semplificazione dei visti per ragioni d’affari e di studio, com’è stato detto. Sono favorevole, altresì, a una maggiore integrazione della Turchia nelle strutture legate alla politica di sicurezza e di difesa comune. Vorrei che Cipro facesse cadere il proprio veto in materia. Quando guardiamo all’Africa settentrionale, è chiaro che la Turchia svolge un ruolo esemplare per molti paesi della regione e tutto ciò è positivo.

Quando passiamo al processo di adesione, invece, scopriamo che molti capitoli sono bloccati e che è estremamente difficile aprirne di nuovi. Mancano ancora solo tre capitoli e quello sulla concorrenza è di prossima apertura. Cosa succederà quando gli ultimi capitoli saranno aperti? La Turchia e l’Unione europea non avranno più nulla da dirsi? Certamente no! Dobbiamo dunque valutare molto attentamente come portare avanti il processo di adesione e se mantenere o meno l’attuale procedura, secondo la quale il Parlamento si esprime in merito alla relazione della Commissione sui progressi realizzati per mezzo di una risoluzione.

La relazione per il 2010 è molto critica, ma al contempo costruttiva. Tratta di diritti fondamentali che, soprattutto per i liberali, sono palesi: libertà di stampa, di parola, di espressione e di assemblea, dimostrazioni studentesche, diritti sindacali e libertà di religione. Da anni invochiamo un rafforzamento della libertà di religione, ma finora ben poco è stato fatto. L’arresto di Ahmet Şık e Nedim Şener e l’interferenza nei lavori delle fondazioni politiche turche sono motivi di grande preoccupazione, che ricadono nell’ambito di applicazione del primo criterio di Copenaghen; assumono un peso notevole, trattandosi del criterio politico. Se la Turchia non progredisce verso una costituzione interna democratica, credo che ci scontreremo con seri problemi in alcuni settori, che vanno ben al di là della fase di stallo in seno al Consiglio.

In termini diplomatici, noi abbiamo bisogno della Turchia e la Turchia ha bisogno di noi, ma in termini democratici, la Turchia ha ancora parecchia strada da percorrere.

 
  
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  Hélène Flautre, a nome del gruppo Verts/ALE. (FR) Signora Presidente, vorrei cogliere l’occasione per ringraziare l’onorevole Oomen-Ruijten per l’eccellente lavoro svolto allo scopo di presentarci una documentazione estremamente precisa e una relazione redatta in perfetta buona fede, affinché potessimo inviare un chiaro messaggio politico, soprattutto alla vigilia delle elezioni politiche in Turchia. Sostengo pienamente il suo operato.

A differenza del suo intervento, signora Ministro – ma è evidente il perché –, questa relazione pone l’accento sulla libertà di espressione e dei mezzi di comunicazione. Purtroppo vi è l’evidente necessità di affrontare il problema, come dimostrano i fatti, come i recenti arresti dei giornalisti Nedim Şener e Ahmet Şık nel quadro delle inchieste su Ergenekon e Sledgehammer. Ho presentato un emendamento in tal senso; vi invito a sostenere questo impegno affinché il Parlamento possa esercitare il massimo controllo sulla fondamentale questione della libertà di stampa, che ha ricadute sull’indipendenza del potere giudiziario e sull’elaborazione della nuova costituzione.

Vorrei ad ogni modo porre il seguente interrogativo politico: se constatiamo una stretta al processo di adesione e uno stallo nei capitoli decisivi per il progresso delle questioni relative alle libertà fondamentali, all’indipendenza del potere giudiziario e alla nuova costituzione, non è forse totalmente controproducente che Parlamento e Consiglio scelgano di punire la Turchia chiudendo alcuni capitoli e impendendo l’apertura e la chiusura di altri?

È davvero incoerente che l’Unione europea si privi di una delle principali leve d’azione con la Turchia, ovvero i negoziati, soprattutto relativamente ai capitoli nn. 22, 23 e 24. Vorrei esortare il Consiglio a riesaminare la situazione perché, ovviamente, oggi sembra che il processo di adesione sia ostaggio delle sanzioni, che a sua volta possono produrre effetti solo se il processo stesso prosegue. Ora, è evidente a tutti che le cose non stanno più in questi termini. Ci troviamo in una situazione politica altamente preoccupante, in un momento in cui tutti i paesi a sud del Mediterraneo guardano alla Turchia come a una fonte d’ispirazione per la propria transizione democratica.

Non chiedo di assumere una decisione sull’adesione della Turchia, chiedo che le decisioni che adottiamo, a tutti i livelli, siano assolutamente coerenti con l’affidabilità, la credibilità, la serietà e la lealtà del nostro processo di negoziazione, un aspetto che al momento è seriamente in discussione.

 
  
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  Geoffrey Van Orden, a nome del gruppo ECR.(EN) Signora Presidente, riconosco che esistono diverse opinioni sull’adesione della Turchia sia tra i diversi gruppi politici del Parlamento europeo sia all’interno di ciascuno di essi, incluso il mio. Personalmente, ho sempre sostenuto le aspirazioni europee di questo paese. Certo, vi sono motivi di preoccupazione, ma direi che, viste le agitazioni che interessano l’Africa settentrionale e il Medio Oriente in questo periodo e considerando la continua minaccia del terrorismo islamico, mai più di adesso è stato importante inviare alla Turchia un segnale positivo di benvenuto nel gruppo delle democrazie europee.

Vorrei chiedere in particolar modo agli amici greci provenienti sia da Cipro che dalla Grecia di abbandonare l’approccio unilaterale alla questione cipriota, di essere più moderati e di raggiungere una soluzione globale assieme ai turchi prima che sia troppo tardi. Critichiamo la Turchia per il protocollo aggiuntivo – lo ha ripetuto il Presidente in carica del Consiglio questo pomeriggio – ma non si fa cenno alcuno alla mancata attuazione della decisione del Consiglio dell’Unione europea del 26 aprile 2004.

La Turchia è un membro chiave dell’Alleanza atlantica, una democrazia che svolge un ruolo centrale come interfaccia fra est e ovest e un paese in rapido cambiamento, con un tasso di crescita che la pone ai vertici mondiali. Diamoci una mossa: non perdiamo la Turchia in questo momento!

 
  
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  Takis Hadjigeorgiou, a nome del gruppo GUE/NGL.(EL) Signora Presidente, mi asterrò dal commentare le argomentazioni dell’onorevole Van Orden, anzitutto perché non voglio sprecare il mio tempo e, secondariamente, perché egli – e non è la prima volta – confonde i carnefici con le vittime di Cipro. Siamo favorevoli all’adesione della Turchia, se questa è la volontà del suo popolo e a condizione che tale paese rispetti i criteri di adesione.

Per far sì che ciò accada, la Turchia deve trovare una soluzione politica reale alla questione curda e rilasciare le centinaia di sindaci e consiglieri comunali curdi detenuti nelle carceri del paese; deve adoperarsi per creare uno stato di diritto, riconoscere il genocidio armeno e risolvere i problemi con la Grecia, in particolar modo nel Mar Egeo.

Quanto a Cipro, deve smettere di nascondersi dietro gli avvenimenti del 2004: siamo già nel 2011. Deve immediatamente cedere la città di Famagosta ai suoi abitanti (stiamo parlando di una città europea, con una storia europea che risale a diverse migliaia di anni fa; una città che è stata abbandonata alle intemperie per quasi quarant’anni) e deve iniziare a ritirare immediatamente le proprie truppe di occupazione dall’isola.

Concludendo, onorevole Van Orden, vorrei ricordarle le proteste dei ciprioti turchi, che chiedono alla Turchia di avere voce in capitolo sulle questioni interne dell’isola. In tutta risposta, il Presidente Eroğlu ha disposto che i dimostranti venissero processati. La Turchia deve rispettare i desideri dei ciprioti turchi, permettendo un censimento della regione occupata, ponendo fine alla colonizzazione e permettendo che i nomi di città e villaggi che compaiono sulle cartine sono quelli usati per migliaia di anni.

 
  
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  Nikolaos Salavrakos, a nome del gruppo EFD.(EL) Signora Presidente, desidero congratularmi con l’onorevole Oomen-Ruijten per il documento presentato, perché fornisce un quadro equilibrato e preciso della situazione in Turchia. Apprezzo particolarmente la posizione assunta dal Commissario Füle. Il messaggio che traspare dalla relazione Oomen-Ruijten è che la Turchia deve adempiere a tutti i propri obblighi nei confronti dell’Unione europea se vuole entrare a farne parte. Se invece non è questo che desidera, dovrebbe dirlo chiaramente, perché, per un paese grande come la Turchia, sono contrario a far rimbalzare la questione da una sede all’altra e affrontarla in termini squisitamente diplomatici. Nonostante il chiaro messaggio dell’Unione, il paese sta tuttavia agendo in modo contraddittorio, come se ci fossero problemi tra i vertici politici e il regime militare; un momento dimostra buone intenzioni verso i propri vicini, quello successivo rende l’Egeo un colabrodo, mandando i propri aeroplani e le proprie imbarcazioni ad attraversare e violare quotidianamente le frontiere greche aeree e terrestri.

Rispettiamo la Turchia e il popolo turco, ma riteniamo che sia giunto il momento che questo paese mostri un po’ di rispetto per i propri vicini e per l’idea di Europa delineata nel trattato di Roma.

 
  
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  Barry Madlener (NI).(NL) Signora Presidente, il Parlamento parla di Turchia, ma il Primo ministro Erdoğan preferirebbe un’unione turco-araba. Questo paese è molto amico del dittatore Ahmadinejad, ha rinunciato alla propria identità laica, continua a occupare la parte settentrionale dell’isola di Cipro, non intrattiene più relazioni amichevoli con Israele e ha preferito optare per la fratellanza musulmana di Hamas: la Turchia è sempre più incentrata sul mondo islamico.

Onorevoli colleghi, quando porremo fine a questa farsa? L’Europa non vuole la Turchia e non vuole l’Islam. Il Presidente Sarkozy lo ha già detto, il Cancelliere Merkel ha fatto altrettanto e neppure i cittadini europei non vogliono la Turchia tra i membri dell’Unione europea. Questo paese si umilia da anni in cambio di denaro da parte dell’Unione europea e della promessa di entrarne a far parte, ma una cultura islamica retrograda non trova spazio in Europa. Primo ministro Erdoğan, lei è un uomo vero o un servile codardo? Quanto a lungo continuerà a umiliare il popolo turco? Esca onorevolmente da questa situazione e smetta di agire in questo modo.

 
  
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  Ioannis Kasoulides (PPE).(EN) Signora Presidente, coloro che sostengono l’adesione della Turchia all’Unione europea, o quantomeno alcuni di essi in seno al Parlamento, si sentono in dovere di sostenere gli emendamenti contro Cipro. La Turchia sta esaurendo i capitoli negoziali e il processo di adesione rischia lo stallo. Quattordici capitoli sono congelati perché la Turchia si rifiuta testardamente di estendere il protocollo di Ankara.

Un risultato positivo dei negoziati in corso per trovare una soluzione all’occupazione di Cipro renderà automaticamente disponibili 14 capitoli. Il Segretario generale Ban Ki-moon ha esortato tutti gli attori internazionali a concentrare i propri sforzi sulla ricerca di una soluzione. Votare a favore di emendamenti come quello del 26 aprile sul commercio diretto in una Cipro divisa – emendamento che sarebbe inutile se l’isola fosse unita – incoraggia l’intransigenza e il fallimento degli sforzi profusi nella ricerca di una soluzione, oltre a prolungare il congelamento dei capitoli. Prendersela con Cipro non porta la Turchia da nessuna parte.

 
  
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  Raimon Obiols (S&D).(ES) Signora Presidente, credo che domani risulterà chiaro che il gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha cercato di ottenere il massimo consenso possibile in seno al Parlamento, perché volevamo che in tutte le istituzioni dell’Unione predominasse un approccio unico.

Da anni questo processo negoziale si dimostra utile a trainare riforme politiche ed economiche in Turchia. Certo, ci sono state contraddizioni, battute d’arresto e progressi, ma nel complesso il processo si è rivelato utile. Questo potrebbe essere il momento della verità, come ci ricordano i cambiamenti che si stanno verificando nell’area del Mediterraneo.

In occasione della sua ultima presenza in seno alla commissione per gli affari esteri, il Commissario Füle ha invitato a un nuovo realismo, che esuli da progetti rigorosamente a breve termine. Questo nuovo realismo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nel processo negoziale con la Turchia: la massima cautela, ma anche il massimo impegno e la massima serietà per evitare di arenarsi, di perdere credibilità e di scadere in insinuazioni eccessive, nonché per dire chiaramente che gli accordi e gli impegni presi devono essere rispettati e che questo richiede un approccio fermo da tutte le parti coinvolte.

Si spera che nella prossima relazione scopriremo che il processo negoziale ha registrato ulteriori progressi.

 
  
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  Graham Watson (ALDE).(EN) Signora Presidente, oggi i paesi islamici stanno facendo qualcosa di molto simile all’esautorazione della dittatura monopartitica da parte del popolo turco nel 1950. Come l’Egitto forse scoprirà, alla pari della Turchia, rovesciare lo Stato profondo è molto più difficile ed è per questa ragione che il caso Ergenekon e indagini di questo tipo rivestono tanta importanza.

I liberali di questo Parlamento augurano al Primo ministro Erdoğan e al suo governo di riuscire a creare una democrazia reale e a portarla nel novero delle nazioni democratiche europee. L’unione doganale è stata un grande successo e potrebbe esserlo anche l’adesione della Turchia all’Unione europea.

Deploriamo lo stallo creatosi nel processo di adesione e, quantunque la Turchia ne sia parzialmente responsabile, la cattiva fede di alcuni Stati membri, come ha rivelato WikiLeaks, è ragione di imbarazzo per l’Unione europea. Il Presidente Sarkozy ha lo stesso titolo a esprimersi sulla Turchia a nome dell’Europa che a pronunciarsi sulla sua Unione per il Mediterraneo. La sua visita ad Ankara ha esacerbato la situazione ed è un peccato che i cristiano-democratici tedeschi non abbiamo seguito il suggerimento di Max Fischer di guardarsi allo specchio, perché l’AKP di oggi è proprio lo specchio della CDU tedesca nel 1950 (chiaramente in chiave islamico-democratica, anziché cristiano-democratica). È senza dubbio inducono questo il motivo per cui il Commissario afferma di comprendere e condividere le frustrazioni della Turchia.

La relazione in esame è onesta, fin troppo per alcuni. La Turchia ha ancora molta strada da percorrere, ma noi avremmo molto da perdere se non dessimo il benvenuto e non collaborassimo con democrazie islamiche come la Turchia e l’Indonesia.

 
  
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  Paweł Robert Kowal (ECR).(PL) Signora Presidente, vorrei congratularmi con la relatrice per la sua interessante ed equilibrata relazione, sebbene personalmente nutra dei dubbi su alcuni punti, come sull’opportunità di porre l’accento su un maggiore coinvolgimento della Turchia nel Caucaso meridionale.

Si tratta di una regione che richiede politiche particolarmente delicate e ben equilibrate. Bisognerebbe dire, a ogni buon conto, che ciò che conta di più è cambiare atteggiamento verso gli sforzi profusi dalla Turchia. Qualunque risultato derivante dall’attuazione dell’accordo di associazione – buon indicatore del futuro ampliamento della cooperazione turca con l’Unione europea – deve essere accolto con l’auspicio che rappresenti un’opportunità per il futuro e che le porte dell’Europa siano aperte, anche per questo paese.

Ciò dovrebbe essere affermato molto chiaramente in Aula quest’oggi, soprattutto perché ci aspettiamo che le consultazioni e la cooperazione relativa agli accadimenti nell’Africa settentrionale possano rivelarsi un aspetto centrale della buona cooperazione con la Turchia. L’obiettivo fondamentale che dobbiamo raggiungere sta dunque nel dimostrare il valore di questo paese come partner energetico dell’Unione europea oggi e come suo partner politico per il futuro.

 
  
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  Charalampos Angourakis (GUE/NGL) . – (EL) Signora Presidente, la recessione è peggiorata e ciò ha riacceso la lotta tra poteri imperialisti per il controllo dei mercati e delle fonti di energia, nonché dei canali utilizzati per la loro trasmissione.

Gli avvenimenti in Libia, il petrolio scoperto di recente nel Mediterraneo e le frizioni che ciò ha già provocato ne sono una prova. Allo stesso tempo, NATO e Unione europea intensificano i propri interventi in quella zona. La Turchia, dal canto proprio, sta cercando di migliorare la propria posizione strategica in una regione in cui i conflitti sono ormai pronti a scoppiare e la resistenza si fa più forte. È questo lo scopo della recente riforma costituzionale, che Unione europea e Stati Uniti hanno accolto con tale favore. Allo stesso tempo, la Turchia non cede sull’occupazione della parte settentrionale di Cipro, sulle incursioni nell’Egeo e sul palese disprezzo per i diritti umani fondamentali e per le libertà fondamentali. I lavoratori turchi sanno che non hanno nulla da guadagnare dall’Unione europea, perché i diritti fondamentali dei lavoratori e dei cittadini, in Europa, vengono aboliti e perché l’Unione continua sostenere, proprio come in passato, una serie di regimi reazionari in quella regione.

 
  
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  Lorenzo Fontana (EFD). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, se la questione della Turchia fosse una questione esclusivamente economica, probabilmente, mi pare di capire che problemi non ce ne sarebbero. Ci sono problemi seri, invece, perché la questione della Turchia evidentemente non è solo una questione economica.

Noi soprattutto vorremmo puntare sulla questione della tolleranza religiosa, che purtroppo in Turchia è assente, e non solo perché potremmo citare i sacrifici di alcuni sacerdoti, anche italiani, come Monsignor Luigi Padovese o Don Andrea Santoro, ma anche per il fatto che purtroppo recentemente al Consiglio d’Europa i delegati turchi hanno votato contro una mozione di condanna nei confronti delle violenze perpetrate contro i cristiani in tutto il mondo.

Questo ci sorprende e ci chiediamo in quale modo noi possiamo accettare un paese che non ritiene la libertà religiosa uno dei valori fondamentali. Ci chiediamo anche come sia possibile che il vice di Erdoğan, Babacan, abbia detto che l’Unione europea è un “club cristiano”. Cosa pensava di trovare? Oltre a questo, forse, non ritiene che il problema non sia il “club cristiano europeo”, ma sia la mancanza di diritti religiosi che c’è all’interno della Turchia?

 
  
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  Andreas Mölzer (NI). (DE) Signora Presidente, signor Commissario, un proverbio turco dice “le persone si giudicano dalle azioni: le parole non significano granché”. Nondimeno, i sostenitori della Turchia si sono lasciati illudere da parole vuote e altisonanti. La relazione 2010 sui progressi realizzati dalla Turchia è in realtà una farsa. Racconta un paese ricco di aspetti, ma certamente non pronto a entrare in Europa. I diritti fondamentali spesso esistono solo sulla carta e la libertà di parola conosce pesanti restrizioni, come ha confermato il recente arresto di due giornalisti. La discriminazione nei confronti di minoranze etniche e religiose, come i curdi e i cristiani, non ha subito variazioni. Il Primo ministro Erdoğan accusa ipocritamente i paesi europei di islamofobia, nonostante da noi i musulmani siano liberi di praticare la propria religione, diversamente dai cristiani in Turchia. La disputa territoriale sul monastero di Mor Gabriel ne è solo un’ulteriore dimostrazione. Nonostante affermi il contrario, il governo Erdoğan sta portando avanti il processo di islamificazione, e ne siamo ben consapevoli.

Una recente inchiesta descrive la reale immagine che i turchi hanno dell’Unione europea. Sono favorevoli all’adesione all’UE, ma al contempo guardano agli europei con notevole sfiducia. Dovremmo interrompere i negoziati per l’adesione il prima possibile.

 
  
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  Elmar Brok (PPE).(DE) Signora Presidente, signora Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, vorrei dire all’onorevole Watson che i suoi paragoni storici non potrebbero essere più sbagliati. Non dovrebbe paragonare il partito turco per la giustizia e lo sviluppo (AKP) con il partito che ha riportato la Germania alla democrazia e allo stato di diritto dopo il periodo nazista. Si tratta di un confronto davvero allarmante, soprattutto se si considera che il partito tedesco in questione ha cooperato e si è coalizzato con i liberali negli anni ‘50.

Sono favorevole a legami forti tra Unione europea e Turchia. Questo paese riveste un ruolo strategicamente importante per noi, ma non a ogni costo. Anzitutto, non possiamo abolire le condizioni di adesione, tra cui la libertà di parola, l’indipendenza del potere giudiziario, i diritti delle minoranze e la libertà di religione, come affermano chiaramente le relazioni della Commissione e il testo dell’onorevole Oomen-Ruijten. Secondariamente, non possiamo mettere a repentaglio la capacità di integrazione dell’Unione europea, ma dobbiamo trovare metodi alternativi. Infine, spetta alla Turchia assicurarsi che questo processo non subisca una battuta d’arresto e, quanto meno, che le promesse fatte nel contesto del protocollo di Ankara, ad esempio, vengano rispettate.

La Turchia può dimostrare che l’integrazione con l’Unione europea è possibile. Tuttavia, quando il Primo ministro Erdoğan afferma in un discorso tenuto in Germania che i turchi di nazionalità tedesca devono la propria lealtà anzitutto alla Turchia, ci troviamo di fronte a un grave problema di integrazione. Si tratta dell’espressione di una particolare forma mentis, nonché di un tentativo di affermarla.

Sono pertanto del parere che la Turchia non sia ancora pronta. Nondimeno, abbiamo invitato questo paese a collaborare costruttivamente con noi nel contesto dell’accordo Berlin Plus e in altri settori, in modo da rafforzare i reciproci legami. L’esempio di Mor Gabriel rientra in questo ambito.

(L’oratore accetta di rispondere a un’interrogazione presentata con la procedura del cartellino blu ai sensi dell’articolo 148, paragrafo 8, del regolamento)

 
  
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  Graham Watson (ALDE).(DE) Signora Presidente, onorevole Brok, circa due o tre milioni di tedeschi e di inglesi vivono nel sud della Spagna. Che cosa direbbero se il governo spagnolo stabilisse che i loro figli devono imparare la lingua nazionale prima ancora del tedesco o dell’inglese? Naturalmente, si opporrebbero. Non può semplicemente dire che in Germania le persone devono imparare prima di tutto il tedesco. Naturalmente dovrebbero imparare entrambe le lingue, ma la Germania è ancora ben lungi dallo stabilire una vera politica di integrazione.

 
  
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  Elmar Brok (PPE).(DE) Signora Presidente, onorevole Watson, le persone che vivono in Germania e intendono tornare in patria avranno, naturalmente, come prima lingua la propria lingua madre. Tuttavia, coloro che vogliono ottenere la cittadinanza tedesca e rimanere in Germania a lungo, devono anzitutto imparare il tedesco, in modo da avere l’opportunità di andare bene a scuola, ricevere un’istruzione e, quindi, accedere a una brillante carriera e integrarsi nella società. In questo caso, la questione linguistica è prioritaria. Dobbiamo operare una distinzione tra coloro che vanno all’estero in vacanza per la stagione e coloro che vogliono trasferirsi stabilmente in un altro paese. Tale distinzione rientra nella questione dell’integrazione. Non è possibile paragonare i turisti che vanno a Maiorca in vacanza con quelli che vogliono acquisire la cittadinanza di un paese e viverci per sempre.

 
  
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  Maria Eleni Koppa (S&D).(EL) Signora Presidente, signor Commissario, il processo di adesione della Turchia all’Unione europea continua a rivestire importanza strategica, sia per l’Europa che per la stessa Turchia. Tale processo è una misura della credibilità europea e delle intenzioni turche di portare avanti le necessarie riforme democratiche. La dichiarazione del governo di voler promuovere riforme democratiche, tuttavia, è tradita dai fatti. Abbiamo seguito con preoccupazione gli arresti di giornalisti che si sono succeduti negli ultimi giorni. Il 20 febbraio, il giornalista Nedim Şener, noto per aver criticato l’approccio della polizia all’assassinio del giornalista armeno Hrant Dink, è stato arrestato con altri sei colleghi. Sono stati tutti incarcerati con l’accusa di appartenere a un’organizzazione terrorista, portando così il numero di giornalisti detenuti a oltre un centinaio. Più che un reato la loro vera colpa, in questi casi, sembra essere l’opposizione al governo Erdoğan.

L’Unione ha sostenuto gli sforzi del governo di eliminare il parastato, ma questo non può diventare un alibi per limitare le libertà personali, in particolar modo quella di opinione. Invito il Commissario Füle a riferirci come la Commissione intenda reagire a tali eventi.

 
  
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  Andrew Duff (ALDE).(EN) Signora Presidente, mi rincresce moltissimo che il processo di adesione turco sia in stallo. La Turchia non ha compiuto i progressi che vogliamo, la questione cipriota rimane inaffrontabile, Francia e Germania sono implacabilmente contrarie all’adesione di questo paese e in seno al Parlamento vi sono chiaramente dei pregiudizi nei suoi confronti.

Ci troviamo dinanzi a una gigantesca crisi strategica. L’Europa perde la Turchia e la Turchia perde l’Europa. Quello che dobbiamo fare è dedicare il 2011 a un nuovo, concreto partenariato, basato su una valutazione radicale dei reali interessi di entrambe le parti.

 
  
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  Evžen Tošenovský (ECR). (CS) Signora Presidente, la relazione 2010 sui progressi realizzati dalla Turchia è certamente una delle più complesse che abbiamo discusso in questa sede. Ciononostante, non dovremmo lasciarci influenzare da pregiudizi basati su questioni storiche. I recenti avvenimenti verificatisi in Turchia sono senza dubbio inaccettabili per i principi democratici europei. Dobbiamo intensificare ancor di più i negoziati con questo paese. La Turchia riveste un’importanza geopolitica fondamentale per l’Europa nel contesto della complessa regione mediorientale, una posizione di cui, naturalmente, non deve abusare. Se però intratteniamo con la Turchia un dialogo aperto e basato su determinati principi, possiamo favorire una migliore comprensione delle norme che regolano la democrazia. Lo sviluppo economico di questo paese negli ultimi anni è stato davvero notevole e le sue industrie stanno diventando partner importanti per le aziende europee in diversi settori. È quindi indispensabile che ai rapporti economici corrispondano uguali rapporti politici con l’Unione europea, con una chiara prospettiva futura. Se la Turchia è sinceramente interessata a far parte dell’Unione, non può compiere passi come quelli cui abbiamo assistito di recente. Sostengo fortemente, per diverse ragioni, la continuazione del processo di avvicinamento della Turchia all’Unione europea.

 
  
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  Philip Claeys (NI).(NL) Signora Presidente, dobbiamo smettere di utilizzare il termine “relazione sui progressi realizzati” quando parliamo di negoziati con la Turchia. E’ un nome che induce in errore, perché la Turchia non ha compiuto nessun progresso sostanziale nel rispetto delle condizioni per l’adesione all’Unione.

Il fascicolo su Cipro è completamente fermo perché i turchi si rifiutano di adempiere ai propri obblighi e perché continuano a occupare illegittimamente la parte settentrionale dell’isola. Non è stato realizzato nessun progresso neppure nella sfera dei diritti democratici: le persone vengono perseguitate per aver espresso le proprie opinioni, i siti web sono bloccati e i membri delle minoranze cristiane o comunque non musulmane sono ostacolati in ogni modo possibile. Nelle occasioni in cui, di quando in quando, i membri di quest’Aula pongono domande su tali questioni, la Commissione risponde che sta seguendo la situazione turca da vicino e con preoccupazione. Ciononostante non ha intrapreso nessuna azione specifica e i negoziati continuano a trascinarsi all’infinito.

È un segreto di Pulcinella che, privatamente, molti dei sostenitori dell’adesione turca in seno alla Commissione e al Parlamento o nei rispettivi Stati membri, ammettano che l’idea nel suo insieme è disastrosa. Smettiamola, allora, di illuderci, smettiamo di illudere l’opinione pubblica europea e il popolo turco e poniamo fine ai negoziati con questo paese.

 
  
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  Elisabeth Jeggle (PPE).(DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, concordo con la valutazione onesta, e quindi critica, dei negoziati per l’adesione che ci viene proposta nella presente relazione sui progressi realizzati dalla Turchia. Molte promesse sono state fatte, dall’avvio dei negoziati, ma nel concreto sono stati compiuti ben pochi progressi. Considerata la pronunciata natura islamica del paese, tutte le comunità religiose cristiane e non musulmane devono avere pari diritti, il che comporta la libertà di praticare la propria religione senza dover subire discriminazioni. Per quanto mi riguarda, questo aspetto è fondamentale. La Turchia deve operare una completa separazione tra Stato e religione e accettare i culti diversi dall’Islam. Il caso del monastero di Mor Gabriel è solo un esempio di questo problema.

Vorrei ricordare agli Stati membri dell’Unione europea che hanno l’obbligo di esortare fermamente la Turchia a rispettare i diritti umani universali e, soprattutto, la libertà di religione in tutti le sedi negoziali che la coinvolgono.

 
  
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  Wolfgang Kreissl-Dörfler (S&D).(DE) Signora Presidente, onorevoli colleghi, è vero che l’oggetto dei negoziati è esclusivamente l’adesione della Turchia all’Unione europea, che ha il mio appoggio; accolgo inoltre con favore le riforme che il governo turco ha avviato nel corso dell’ultimo anno. Nondimeno la Turchia deve anche decidersi ad adempiere ai propri obblighi e ad attuare il protocollo di Ankara, per consentire un progresso dei negoziati. Non deve scaricare continuamente la responsabilità di questo stallo sull’Unione europea o su Cipro, come il Primo ministro Erdoğan è così lieto di fare.

La Turchia deve porre fine alla pratica di arrestare giornalisti che sono critici nei confronti del regime. Ahmet Şık, Nedim Şener e altri devono essere protetti dall’arbitrarietà del sistema giudiziario. Questi sono solo alcuni dei criteri per l’apertura del capitolo n. 23. Primo ministro Erdoğan, lei deve rilasciare una dichiarazione netta su questo tema anziché non esprimersi contro l’integrazione dei suoi compatrioti diffondendo la sua visione pan-turca del mondo, come ha fatto a Düsseldorf. Questo è ciò che ci aspettiamo da lei. Certo, anche l’Unione europea deve contribuire al successo dei negoziati e dimostrarsi pronta ad accettare nuovi membri. Entrambe le parti hanno compiti da svolgere, ma una cosa è chiara: la palla è ora nelle mani dei tribunali turchi e la prossima mossa spetta alla Turchia.

 
  
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  Metin Kazak (ALDE). – Signora Presidente, sono consapevole che la relazione in esame è molto controversa e che raggiungere un compromesso in seno al Parlamento può, talvolta, essere molto difficile; tuttavia dovremmo cercare di mantenere le nostre discussioni su un piano concreto ed equilibrato.

Ricordiamoci, anzitutto, che l’accordo di Ankara stabiliva le quattro libertà di circolazione nonché l’unione doganale tra la Turchia e l’Unione europea. Diverse sentenze della Corte di giustizia nonché i regimi di concessione dei visti applicati ad altri paesi candidati hanno inoltre dimostrato che la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi, in particolar modo per ragioni d’affari o di studio, dovrebbe essere chiaramente sostenuta in questa relazione.

Secondariamente, dovremmo sollecitare un nuovo impulso alla questione cipriota, che si trova in una situazione di stallo. L’attuazione della decisione del Consiglio del 26 aprile 2004 incoraggerebbe notevolmente la Turchia ad applicare l’accordo di associazione con la Comunità europea. Ciò porterebbe non solo a vantaggi economici e politici per entrambe le parti, ma permetterebbe altresì a tutti gli abitanti dell’isola di intrattenere rapporti commerciali liberi, eliminando le distinzioni operate dall’Unione europea. È ora di dimostrare che il Parlamento europeo può fare la differenza.

 
  
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  Peter van Dalen (ECR).(NL) Signora Presidente, far entrare la Turchia in Europa sarebbe uno dei più grandi errori della storia. Accoglieremmo un paese di 80 milioni di persone, che avanzerebbero pretese sul bilancio europeo, sul processo decisionale dell’Europa e sulla nostra politica estera. A mostrarci i potenziali risultati sono i rapporti della Turchia con Hamas, Hezbollah e Iran.

L’adesione della Turchia avrebbe un effetto negativo anche sull’integrazione, come abbiamo già modo di constatare. Il Primo ministro Erdoğan ha recentemente invitato gli immigrati Turchi che risiedono in Germania a imparare prima e soprattutto il turco. A me, tuttavia, pare sensato che una persona stabilitasi in Germania dia la priorità all’apprendimento del tedesco.

Il programma del Primo ministro Erdoğan è quello di un partito islamico, e anche da questo punto di vista l’adesione della Turchia all’UE sconvolgerebbe gli equilibri. Avremmo a che fare con milioni di persone che, purtroppo, non hanno familiarità con i fondamenti giudaico-cristiani dell’Europa e vorrebbero cambiarli. Assicuriamoci pertanto che la relazione 2010 sui progressi realizzati dalla Turchia sia l’ultima. Poniamo fine a questi inutili negoziati. Un partenariato privilegiato: ecco cosa unirebbe il meglio di entrambi i mondi.

 
  
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  Emine Bozkurt (S&D).(NL) Signora Presidente, progressi e fiducia reciproca saranno possibili solo quando Turchia e Unione europea avranno tenuto fede ai rispettivi impegni. L’apertura di nuovi capitoli negoziali porterà esattamente al nuovo dinamismo che vogliamo vedere, in termini di progressi nei diritti umani e nella giustizia.

La libertà di stampa è motivo di grandi preoccupazioni. La tutela di questa forma di libertà, che ha vissuto tempi difficili, assume un notevole significato. In una democrazia, la stampa rappresenta un’importante forma di controllo di quanti detengono il potere. È ovvio che l’onere di attuare la legislazione europea grava essenzialmente sulla Turchia, ma anche l’Europa ha le proprie responsabilità, come tener fede agli impegni assunti con l’accordo di associazione in materia di libera circolazione delle persone e con le conclusioni del Consiglio di aprile 2004 per quanto concerne Cipro.

Concludendo, in occasione di questo centenario della Giornata internazionale della donna, vorrei spendere alcune parole sui diritti delle donne in Turchia. Da un punto di vista legislativo, ci sono stati molti miglioramenti, tuttavia esorto il governo turco a fare tutto il possibile per garantire la corretta attuazione di queste leggi e, in vista delle prossime elezioni, a rispondere all’invito del Parlamento a istituire quote per aumentare il numero di donne in posizioni di rappresentanza.

 
  
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  Konrad Szymański (ECR).(PL) Signora Presidente, ritengo sia evidente che la Turchia offra enormi benefici potenziali per la nostra politica nei confronti della regione, in riferimento sia al Caucaso sia al Medio Oriente. La nuova politica della Turchia verso quella regione, stranamente attiva, pone senza dubbio un quesito: si tratterà di una politica turca sotto una bandiera europea o di una politica europea con il sostegno della Turchia? Entrambe le prospettive sono interessanti.

A me sembra che questa cooperazione debba ricevere il prima possibile basi più pragmatiche e che discussioni molto lunghe sull’adesione di questo paese siano, oltre che assolutamente inutili, frustranti per entrambe le parti. Ci sono diverse ragioni per cui si sono protratte tanto a lungo e, al momento, sembra improbabile che si concludano presto. Oggi vorrei ringraziare l’onorevole Oomen-Ruijten per la relazione presentata, un documento, come sempre, molto equilibrato. In particolare, mi compiaccio che le questioni relative alla libertà di religione dei cristiani in Turchia siano state affrontate così bene. Il tema, che continua a essere problematico, interessa la personalità giuridica della comunità cristiana, la restituzione dei beni e le opportunità di formazione del clero. Dovremmo tenerlo a mente.

 
  
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  Jarosław Leszek Wałęsa (PPE).(PL) Signora Presidente, vorrei cominciare ringraziando l’onorevole Oomen-Ruijten che, ancora una volta, ha steso una relazione davvero completa sui progressi realizzati dalla Turchia. Ogni anno la Commissione europea adotta un “pacchetto sull’allargamento” e noi, sulla base di quel pacchetto, stiliamo una relazione che valuta i progressi realizzati verso l’adesione all’Unione europea da ciascun paese candidato nel corso degli ultimi 12 mesi. Secondo la valutazione della Commissione, la Turchia risponde sufficientemente ai criteri politici. Le recenti riforme costituzionali hanno creato opportunità di miglioramento in diversi settori, come il potere giudiziario e i diritti fondamentali. Il pacchetto di emendamenti alla costituzione approvato con il referendum dello scorso anno rappresenta un passo nella giusta direzione, ma la definizione e l’adozione di queste riforme non sono state precedute da un processo di consultazione che coinvolgesse i partiti politici e la società civile. Bisogna accogliere con grande favore il fatto che tali riforme gettino le basi per nominare un difensore civico e creare un’istituzione nazionale per i diritti umani.

Sarà fondamentale, ora, assicurare che queste nuove proposte vengano attuate in modo trasparente e nel rispetto di procedure democratiche che soddisfino gli standard europei. Purtroppo, i rapporti della Turchia con i propri vicini gettano un’ombra ineludibile sul processo negoziale. Ritengo che, se la Turchia darà prova di buona volontà, creando un clima favorevole alle trattative in atto su Cipro, dimostrando il proprio sostegno e contribuendo in modo tangibile a una soluzione globale del problema, troverà una calorosa accoglienza sia in Europa che sul piano internazionale. Vi ringrazio.

 
  
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  Kyriakos Mavronikolas (S&D).(EL) Signora Presidente, desidero soffermarmi in particolar modo sulla questione cipriota così come presentata nel progetto di risoluzione dell’onorevole Oomen-Ruijten. A un anno di distanza la colonizzazione continua, la presenza delle forze di occupazione militare a Cipro permane, ma c’è di più: da quasi un mese, oramai, i ciprioti turchi protestano contro la presenza di truppe turche sull’isola e contro la situazione economica nell’area occupata, causata dalle forze di occupazione militare.

Come ha risposto il Primo ministro della Turchia? Dicendo che si trovano sull’isola non per il bene dei ciprioti turchi, ma per gli interessi strategici del paese.

I valori morali e i principi dell’Unione europea non permetteranno che Cipro venga sacrificata sull’altare del progresso della Turchia verso l’adesione. Devo dire che, come ha ricordato al Parlamento un collega socialista, non è stata Cipro a invadere la Turchia (mi si rizzano i capelli in testa solo al pensiero), ma la Turchia che ha invaso Cipro: non dimentichiamocene.

(Applausi)

 
  
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  James Elles (ECR). (EN) Signora Presidente, vorrei unirmi a coloro che si sono congratulati con la relatrice per aver redatto un testo davvero completo ed equilibrato, ma concordo altresì con quanti hanno detto che si tratta ben poco di una relazione sui progressi realizzati. Direi che si tratta piuttosto di un documento sullo stato dell’arte.

Per sottolineare che questo documento riporta ben pochi progressi sulle più importanti questioni in discussione, la relatrice ha molto cautamente riportato, nel paragrafo 40, la necessità di ritirare le truppe turche da Cipro, mentre nel paragrafo 47, come hanno fatto altri oratori, l’onorevole Oomen-Ruijten deplora la mancata attuazione del protocollo addizionale da parte della Turchia. Infine, elemento che altri colleghi non hanno indicato, cita il blocco della cooperazione strategica NATO-UE al di là degli accordi “Berlin Plus”.

Ritengo estremamente importante che l’Unione non ceda il passo su nessuna di queste tematiche e che non apra nuovi capitoli negoziali fino a quando la Turchia non si dimostrerà un partner volonteroso in questa discussione. Forse, alla fine, quando si considera l’intero processo, ci si chiede se vi sia davvero la volontà, da entrambe le parti, di portare a termine le trattative o se piuttosto sia solo un’idea sorta nel XX secolo che nel nuovo millennio non ha più alcun senso.

 
  
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  Georgios Koumoutsakos (PPE).(EL) Signora Presidente, signora Ministro, signor Commissario, la Turchia è un grande paese di importanza strategica, ma è forse pronto per l’Europa? No, non ancora. E l’Europa, è pronta per la Turchia? No, non ancora. La Turchia ha abbandonato le proprie aspirazioni a entrare a far parte dell’Unione europea? No, non ancora. Tre domande e tre risposte, signor Commissario, che descrivono realisticamente la svolta critica che la Turchia ha raggiunto nel proprio cammino verso l’adesione all’Unione. Riassumono altresì il complesso rapporto tra Turchia ed Europa. Per ragioni di ordine storico, politico e culturale, questo rapporto è sempre stato in bilico tra fiducia e sospetto, attrazione e rigetto. L’espressione politica di questo stato di cose è il lungo e penoso percorso della Turchia per diventare un nuovo membro dell’Unione europea.

Nonostante i notevoli progressi compiuti, la Turchia è ancora fonte di preoccupazioni in tema di diritti umani. Cerca ancora di trattare su ciascun obbligo, benché minimo, che ha nei confronti dell’Unione europea. Si rifiuta di regolarizzare i propri rapporti con uno Stato membro, la Repubblica di Cipro, continua a minacciare la guerra nei confronti di un secondo Stato membro, la Grecia, e non intende riconoscere né applicare la Convenzione sul diritto del mare.

Recentemente l’arroganza dei vertici del paese ha irritato persino i ciprioti turchi. Dal canto proprio, l’Europa lancia ancora messaggi ambigui in materia di adesione, il che certamente non aiuta. Dobbiamo assumere una posizione più netta. Solo il pieno rispetto degli impegni che la Turchia ha assunto può, e giustamente deve, guidare il paese verso l’adesione. Se vogliamo essere giusti, tuttavia, dobbiamo essere anche rigidi, con la Turchia.

Concludendo, desidero congratularmi con l’onorevole Oomen-Ruijten per la sua relazione. Voterò certamente in favore di tale documento e invito gli onorevoli colleghi a fare altrettanto.

 
  
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  Michael Cashman (S&D).(EN) Signora Presidente, sono fiera di sostenere e riconoscere i progressi che la Turchia ha compiuto per poter aderire all’Unione europea. Sono da tempo un sostenitore dell’adesione di questo paese: è nell’interesse dell’Unione europea e, indubbiamente, anche in quello della Turchia. Possiamo attenerci a una visione ristretta e populista, oppure possiamo dimostrare di avere un ruolo trainante e una visione precisa, fattori che portano la Turchia verso il posto che le spetta all’interno dell’Unione europea.

Ci sono stati sviluppi positivi, nondimeno bisogna fare di più. Formulerò dei suggerimenti costruttivi. Bisogna adoperarsi maggiormente per combattere la discriminazione e promuovere la parità sulla base del genere, dell’origine razziale o etnica, della religione o del credo, dell’età e dell’orientamento sessuale. Ciò dovrebbe essere garantito dalla legge; invito pertanto le autorità turche a reinserire il riferimento all’identità sessuale nella proposta di legge sulla lotta contro la discriminazione e la disparità.

Il tempo si sta esaurendo, ma io potrei parlare all’infinito. Vale la pena di ricordare che la Turchia è un paese moderno e laico e che in questa nazione le donne avevano il diritto di voto ben prima che in alcune regioni d’Europa, un punto che dovremmo tenere a mente ora che celebriamo cent’anni di femminismo.

 
  
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  Miroslav Mikolášik (PPE). (SK) Signora Presidente, la trasformazione della Turchia in una vera democrazia pluralista, fondata sulla tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali, sembra essere una continua sfida.

Rispetto allo scorso anno, la Turchia non ha compiuto progressi significativi nell’attuazione delle riforme e nel rispetto dei criteri di Copenaghen, la cui piena applicazione costituisce un presupposto fondamentale per entrare a far parte dell’Unione europea. Permangono carenze, anzitutto nel settore giudiziario – dove il diritto a un processo giusto e rapido non è ancora garantito –, in materia di diritti delle minoranze e delle donne, nonché nelle questioni relative alla libertà di religione, di espressione, di stampa e alla lotta contro la corruzione. La mancanza di libertà religiosa risulta particolarmente evidente.

La Turchia deve migliorare il coordinamento della propria politica estera con l’Unione europea e dimostrare, così, di condividere con l’Europa valori e interessi. Nello specifico potrebbe sostenere gli sforzi dell’Unione per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, oppure potrebbe sottoscrivere lo statuto della Corte penale internazionale, cosa che la Turchia continua a rimandare. Mi aspetto altresì che il paese si dimostri molto più attivo nella soluzione della questione cipriota, ritirando (per citare un detto slovacco) le proprie truppe dal territorio occupato.

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signora Presidente, la ringrazio molto per avermi concesso l’opportunità di fare una domanda. Purtroppo adesso è un po’ tardi. Come ha visto, l’onorevole Cashman ha già lasciato l’Aula. Ho alcuni importanti interrogativi che vorrei sottoporre all’onorevole collega. La pregherei di garantire che, quando un membro si avvale della procedura del cartellino blu, la parola gli venga concessa immediatamente, altrimenti il collega cui è rivolta la domanda potrebbe allontanarsi dall’Aula, com’è appena accaduto. Tuttavia avrò forse modo di prendere la parola con la procedura “catch the eye” e la ringrazio sin d’ora se vorrà concedermi questa possibilità.

 
  
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  Eleni Theocharous (PPE).(EL) Signora Presidente, signor Presidente in carica del Consiglio, signor Commissario, come giustamente afferma l’onorevole Oomen-Ruijten nella sua relazione, la Turchia non può entrare nell’Unione europea fintanto che la questione di Cipro non sarà risolta, l’occupazione conclusa e le truppe ritirate dall’isola; è la stessa Turchia che stringe questo cappio attorno al processo di adesione. Proprio per questo motivo, signor Commissario, chiunque desideri aiutare la Turchia dovrebbe prestare attenzione alle dichiarazioni dei ciprioti turchi, che attualmente protestano non per il commercio diretto o per la sua trasposizione nella decisione del 26 aprile, come abbiamo sentito oggi, ma affinché si ponga fine all’occupazione dell’isola e i suoi abitanti siano rilasciati e salvati. Non credo, signor Commissario, che la Turchia possa aderire all’Unione attraverso un processo che porti alla distruzione di Cipro, e chiunque desideri aiutare la Turchia deve smetterla di prendersela con Cipro. È un presupposto fondamentale che tutti noi dobbiamo rispettare, poiché una soluzione iniqua della questione cipriota sarebbe un disastro per la stessa Unione europea.

 
  
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  Mario Mauro (PPE). - Signora Presidente, onorevoli colleghi, devo ammettere che il lavoro egregio, ottimo, fatto dalla collega Oomen-Ruijten ci vede impegnati in un dibattito che comunque rimane accompagnato da una buona dose di ipocrisia, quando parliamo del tema della Turchia.

Un’ipocrisia che non riusciamo a vincere e che forse potremmo meglio superare se considerassimo alcuni elementi generali dello scenario. Il primo è che dobbiamo riconoscere di aver completamente fallito o, forse, di non aver mai provato ad iniziare una strategia vera nel rapporto con i paesi della sponda sud del Mediterraneo. La questione della Turchia è profondamente legata a questo.

Quando abbiamo fatto la missione in Tunisia, pochi giorni fa, l’unico partito islamista, al-Nahda, ci ha detto con sincerità di ispirarsi all’Akp di Recep Tayyip Erdoğan, quindi in qualche modo si guarda alla Turchia per poter avere una sponda verso l’Europa, ma non si sa se quella sponda è disposta, l’Europa, a prenderla in considerazione.

Dobbiamo chiederci che cosa vale la pena fare nei confronti della Turchia: vale la pena essere sinceri fino in fondo e muoversi con velocità verso forme di partenariato privilegiato che riguardano tutta l’area del Mediterraneo? O vale la pena continuare a traccheggiare, a rimandare in modo indefinito nel tempo perché siano i turchi, magari, provvisti del loro grande orgoglio, a dirci “no” per sempre e complicare ulteriormente la situazione nel Mediterraneo?

Credo che siamo noi a dover decidere, non aspettare che gli altri decidano. Abbiamo responsabilità precise, assumiamole fino in fondo, abbiamo il coraggio di dire “sì” o “no” e vedremo che questa situazione evolverà in positivo.

 
  
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  Andrey Kovatchev (PPE).(BG) Signora Presidente, mi congratulato con l’onorevole Oomen-Ruijten per l’eccellente lavoro svolto. Guardiamo alla Turchia come a un importante partner euro-atlantico. Sono dunque certo che, nonostante i nostri contraddittori, concordiamo tutti sulla necessità di una Turchia riformata, democratica, laica ed europea.

Il rischio che la politica interna ed estera della Turchia possa assumere un’impronta islamica è, per me personalmente, causa di profondo disagio. Notiamo chiaramente che parte della dirigenza politica turca non intende aderire al principio di netta separazione tra Stato e religione, tramandato da Atatürk.

L’Europa deve aiutare la Turchia a superare le divisioni interne alla propria società, migliorando fra le altre cose la situazione delle minoranze e i rapporti con i paesi vicini. Naturalmente non possiamo puntare un dito accusatore solo sulla Turchia: anche i paesi vicini devono compiere passi nella medesima direzione.

Mi aspetto che lavoreremo assieme su tutte le questioni comuni di interesse generale e, soprattutto, che coopereremo in seno alla NATO e nel settore delle infrastrutture energetiche. Infine, auspico e mi attendo che la Turchia firmi quanto prima l’accordo sulla riammissione con l’Unione europea di cui si è fatto cenno in precedenza, senza indugi e senza imporre ulteriori condizioni.

 
  
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  Monika Flašíková Beňová (S&D). (SK) Signora Presidente, la possibile adesione della Turchia all’Unione europea produrrebbe conseguenze economiche, politiche e culturali di vasta portata, che l’Europa non ha mai affrontato prima in una fase di ampliamento. Nonostante gli aspetti che la differenziano dalla cultura, dalla tradizione e dai valori europei, la Turchia non è però un paese fondamentalista e la religione è libera espressione di ogni singolo cittadino.

Non si può impedire alla Turchia di cercare di soddisfare i criteri necessari per l’adesione all’Unione europea, sebbene sia indubbiamente auspicabile l’adozione di misure più decise che contribuiscano al superamento delle divergenze tra ciprioti turchi e greci. Una soluzione della questione cipriota potrebbe portare anche maggiore stabilità, prosperità e sicurezza al Mediterraneo orientale, concorrendo in qualche modo ad accelerare il processo di adesione della Turchia.

Vorrei esprimere un’ultima osservazione. Ci troviamo qui, onorevoli colleghi, proprio come accade nella Commissione e nel Consiglio, per agire con onestà; se dunque affermiamo che la Turchia sta gradualmente rispondendo ai criteri stabiliti, non possiamo parlare fin d’ora di partenariato privilegiato. Sarebbe meglio dire direttamente alla Turchia che, nonostante possa rispondere a tutti i criteri, non entrerà mai a far parte dell’Unione. A mio avviso sarebbe onesto, da parte nostra.

 
  
  

PRESIDENZA DELL’ON. ANGELILLI
Vicepresidente

 
  
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  Jelko Kacin (ALDE).(SL) Signora Presidente, signora Presidente in carica del Consiglio Győri, signor Commissario, i drammatici e profondi cambiamenti politici cui abbiamo assistito ci ricordano che, mentre nel mondo arabo è in atto un processo di democratizzazione, si manifesta sempre più chiaramente la vulnerabilità dell’approvvigionamento energetico e la nostra dipendenza dall’energia.

La Turchia è l’esempio più valido, evidente e persuasivo di democrazia funzionante nel mondo arabo e, naturalmente, un esempio di economia in crescita. Nondimeno sia l’Unione europea che la Turchia sono ancora ostaggio della questione irrisolta di Cipro. Alcuni importanti capitoli rimangono bloccati per la Turchia. Oggi dobbiamo sottolineare l’urgenza di aprire quanto prima il capitolo sull’energia e mandare un messaggio forte agli amici ciprioti di Nicosia, indicando che l’apertura di questo capitolo andrebbe a beneficio nostro, di Cipro e della Turchia. Bloccare questo capitolo sarebbe deleterio per Cipro, per la Turchia, per l’intera Unione europea, per la stabilità della regione nonché per quella dei mercati mondiali.

Inoltre, se aprissimo questo capitolo entro l’anno, dimostreremmo con i fatti che noi dell’Unione europea siamo all’altezza della situazione, capaci ed efficaci nel riconoscere sfide e tranelli, sia passati sia futuri. Se non riusciamo a sbloccare questo capitolo, continueremo a essere meri astanti, impotenti e inefficaci.

 
  
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  Charles Tannock (ECR).(EN) Signora Presidente, il progresso turco verso l’ammissione all’Unione europea continua a subire rallentamenti. Tra le ragioni di questa situazione, naturalmente, vi sono il mancato rispetto dei protocolli aggiuntivi di Ankara oltre al mancato riconoscimento e alla continua occupazione di Cipro.

Il rifiuto del governo turco di aprire i propri porti e aeroporti al commercio proveniente dalla Repubblica di Cipro è inaccettabile, ma va detto che i turchi potrebbero adottare un approccio più costruttivo anche con la vicina Armenia, ad esempio riaprendo il confine con questo paese e riconoscendo il genocidio programmatico degli armeni, perpetrato nel 1915. Oltretutto, il malcelato sostegno politico della Turchia all’Iran rischia di vanificare gli sforzi dell’Unione, che cerca di dissuadere la teocrazia islamica di Teheran dalla costruzione di una bomba nucleare, un fatto davvero deprecabile.

Sono preoccupato altresì per la crescente ostilità di questo paese nei confronti di Israele, nostro alleato, come dimostra l’episodio della flottiglia di Gaza e le rivelazioni pubblicate ufficialmente dalla Turchia. Il paese continua inoltre a tener chiuso il monastero greco-ortodosso di Halki senza una ragione apparente e nega all’antica comunità dei cristiani siriaci i pieni diritti che le spetterebbero. A mio avviso non vi possono essere dubbi che ora la Turchia deve raddoppiare i propri sforzi, se vuole avvicinarsi di più all’Unione europea e ai suoi valori.

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides (GUE/NGL).(EL) Signora Presidente, fra tutti i problemi che la Turchia affronta nel proprio cammino verso l’adesione – come indicato nella relazione dell’onorevole Oomen-Ruijten, che ringrazio – quali il problema curdo, la questione armena, la libertà di stampa e la necessità di rispettare i diritti delle donne, il problema di Cipro è quello più tangibile.

Un paese candidato non può occupare un territorio appartenente all’Unione europea. Se desidera continuare lungo il percorso che porta all’adesione, la Turchia deve ritirare le proprie truppe da Cipro e porre fine all’occupazione dei territori di ciprioti turchi e greci.

 
  
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  Jaroslav Paška (EFD). (SK) Signora Presidente, vorrei cominciare plaudendo agli sforzi della dirigenza turca di avvicinare le strutture politiche del paese al sistema di valori europeo. D’altra parte, è impossibile ignorare i problemi che persistono nel rispetto dei diritti umani, con particolare riferimento ai diritti delle minoranze e a quelli delle donne, e la soppressione della libertà di religione.

Il problema più grave, tuttavia, sembra essere il fatto che la Turchia occupa ancora quasi il 50 per cento del territorio di uno dei nostri Stati membri, Cipro. L’Unione europea, pertanto, è indirettamente coinvolta in un conflitto militare con questo paese, conflitto che ha privato molti abitanti dell’isola delle proprie case e che finora non lascia intravedere una soluzione a questo illegittimo stato di cose.

Ritengo, pertanto, che il dialogo tra Bruxelles e Istanbul richieda una maggiore apertura, affinché gli amici turchi capiscano che il cammino verso l’adesione all’Unione europea passa per il rispetto di criteri ineludibili. Se ai nostri amici turchi pare di non essere pronti a rispettare i criteri dell’Unione, dovrebbero riconoscerlo con onestà e proporre un’alternativa sensata per la reciproca coesistenza.

 
  
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  Andrew Henry William Brons (NI).(EN) Signora Presidente, la relazione in esame tende decisamente a smorzare i toni. Indica, infatti, che è necessario un maggiore impegno in materia di diritti fondamentali. Lo scrittore Orhan Pamuk è sfuggito alla persecuzione per vilipendio della storia turca solo grazie alla sua fama internazionale e la legge applicata è ancora in vigore. Potrebbe l’Unione europea tollerare la repressione del dissenso di un accademico in uno Stato membro?

Più avanti nel testo, la relazione afferma che non vi sono progressi nella normalizzazione dei rapporti con Cipro. In parole povere, questo significa che la Turchia occupa ancora, con la forza delle armi, la parte settentrionale dell’isola, espropriando i beni immobili dei ciprioti greci e dissacrando e saccheggiando i loro luoghi di culto e di sepoltura. Fino a quando la Turchia non ritirerà le proprie truppe incondizionatamente, restituirà i beni espropriati e riparerà i danni causati, non dovremmo avere nessun tipo di rapporto con tale paese, men che meno condurvi negoziati per l’adesione all’Unione europea.

 
  
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  Štefan Füle, Membro della Commissione.(EN) Signora Presidente, è stata certamente una discussione utile e positiva, che ha illustrato diversi pareri e punti di vista.

Come molti di voi hanno sottolineato, se però la Turchia rispetterà tutti gli obblighi richiesti per l’adesione e noi manterremo la nostra serietà e gli impegni assunti, saremo in grado di evitare molti dei motivi di insoddisfazione che avete ricordato, nonché di compiere dei progressi.

Concordo altresì con quanti affermano molto chiaramente che, se compiremo progressi con il protocollo aggiuntivo all’accordo di Ankara e nei colloqui per una soluzione globale alla questione cipriota, daremo nuovo impulso ai negoziati di adesione.

Sono d’accordo anche con chi ha osservato che non si possono cambiare le regole a metà del gioco, ma permettetemi di essere chiaro su un punto: per me non si tratta affatto di un gioco, ma di un processo serio. Credo fortemente che, al termine di questo processo, la maggior parte dei cittadini turchi ed europei vedranno chiaramente i benefici dell’adesione all’UE di una Turchia nuova e moderna.

La mia seconda considerazione è che la relazione di quest’anno è davvero ben equilibrata. Ciò che apprezzo maggiormente – un aspetto che sia la relatrice sia la discussione odierna hanno in larga misura considerato – è la necessità di adottare una prospettiva più ampia e di non limitarsi a presentare in Aula una lista di incidenti o di problemi.

La terza considerazione è che concordo con quanti affermano con assoluta chiarezza che la chiave per una serie di capitoli è nelle mani dei nostri partner turchi.

Rientro tra coloro che vorrebbero vedere aperti capitoli come il n. 15, sull’energia, e soprattutto il n. 23, sul potere giudiziario e i diritti fondamentali. Si tratta di elementi molto importanti, soprattutto per quanto attiene il capitolo n. 23. Ritengo che sarebbe nell’interesse sia della Turchia che dell’Unione europea adoperarsi per stabilire un traguardo su questioni di tale importanza.

È stato detto che 14 capitoli sono bloccati a causa del protocollo di Ankara. Permettetemi un commento personale: ritengo si debba operare una distinzione tra i capitoli che subiscono un blocco unilaterale e quelli che invece sono bloccati in base a una raccomandazione della Commissione, in ragione del mancato impegno turco per l’unione doganale, approvata per consenso dagli Stati membri. I capitoli nn. 15 e 23 sono tra quelli soggetti a un blocco unilaterale.

Infine, vorrei trattare un problema che seguiamo con grande attenzione in questi giorni, ovvero la situazione della libertà dei mezzi di comunicazione in Turchia. Giovedì scorso ho rilasciato una dichiarazione molto chiara per inviare un messaggio inequivocabile ai colleghi turchi: il diritto del loro paese non garantisce sufficientemente la libertà di espressione, sancita dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, e la Turchia deve emendare urgentemente il proprio quadro normativo per migliorare significativamente l’esercizio della libertà di stampa, anche nella pratica.

Venerdì scorso ho sollevato la questione, essenzialmente nei medesimi termini, anche con il ministro turco per gli Affari esteri Davutoğlu. Permettetemi tuttavia di dire anche questo: è importante non astenersi da commenti critici laddove intravediamo un problema, ma è altresì importante assistere la Turchia nell’allineamento della propria legislazione alla succitata Convenzione.

Sto pensando a come coinvolgere nel processo il Consiglio d’Europa e l’OCSE e terrò informato il Parlamento dei risultati di tali consultazioni e del modo in cui suggerirò di procedere.

 
  
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  Enikő Győri, Presidente in carica del Consiglio. – (HU) Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli parlamentari, vi ringrazio molto per l’eccellente qualità di questa discussione. Sono stati presentate molte argomentazioni, sia favorevoli sia contrarie, circa lo stato di preparazione della Turchia e il processo di adesione del paese in generale. Anche questo indica la complessità della situazione e di quanto sia stato difficile il compito dell’onorevole Oomen-Ruijten. Ritengo che abbia compiuto un ottimo lavoro, stilando una relazione che riflette perfettamente le difficoltà di valutare la situazione e il grado di preparazione della Turchia.

Vi sono, nondimeno, punti su cui siamo d’accordo e, a mio avviso, dalla discussione si è evinto anche questo. Ritengo che tale accordo non interessi solo i vari partiti del Parlamento, ma anche la Commissione e il Consiglio. Il primo di questi punti è che abbiamo bisogno di una Turchia europea e che è nel nostro interesse favorire tale processo. Stiamo parlando di un partner strategico: non ribadirò mai abbastanza l’importanza di avere quale amico un paese con una piccola area in Europa. Non vi sono dubbi neppure sul fatto che questo processo si basi su determinate condizioni e che la Turchia debba adempiere a tutti gli obblighi assunti; per essere certi di poter progredire nei negoziati, deve realizzare progressi e tener fede alle aspettative che abbiamo formulato. Non vi è dubbio neppure che la Turchia debba sforzarsi di intrattenere buoni rapporti di vicinato. Questo è un punto che non deve essere messo in discussione in nessun negoziato di adesione.

Come abbiamo potuto vedere, è in corso una discussione sul numero di progressi realizzati e di compiti portati a termine da parte della Turchia. Ritengo che non possiamo mettere in dubbio i risultati raggiunti con la riforma costituzionale o, ad esempio, sul tema delle minoranze, quantunque si tratti di risultati parziali. Nessuno ha messo in discussione che vi sia ancora molta strada da percorrere, basti citare ancora una volta la questione della libertà di stampa, la situazione delle donne o l’operato del sistema giudiziario. Se ci interroghiamo su come infondere nuova linfa ai negoziati di adesione, dobbiamo esaminare il nostro spazio di manovra. Come ha indicato il Commissario Füle, 13 capitoli sono ancora aperti (siamo riusciti a chiuderne uno solo) e 16 sono stati congelati; al momento non possiamo dunque compiere progressi su quel fronte. Di fatto, possiamo lavorare su tre capitoli, ovvero concorrenza, appalti pubblici, politica sociale e occupazione. Fra questi tre il capitolo sulla concorrenza si trova a uno stadio più avanzato: molto è stato fatto, anche durante la Presidenza belga, per consentirne l’apertura e la Commissione sta lavorando strenuamente, con il nostro pieno appoggio, per avviare i negoziati su questo capitolo entro il mandato della Presidenza ungherese. Ancora una vola, la Turchia deve rispettare, a tal fine, un ampio numero di condizioni. Confido che vi saranno progressi in materia e che non rimanderemo per mesi l’apertura di un altro capitolo.

Molti hanno chiesto, o indicato come auspicabili, progressi in materia di visti. Permettetemi di essere franca con voi: la Presidenza ungherese incoraggerebbe la Commissione ad avviare tale dialogo, ma sappiamo tutti che, nel corso della seduta del Consiglio, la situazione in proposito non era del tutto chiara e molti Stati membri hanno espresso dubbi. Ritengo, alla pari della Presidenza belga, che l’avvio di tale dialogo sarebbe nel nostro interesse. Si sono fatti diversi accenni alla libertà di religione e alla persecuzione dei cristiani. Il Consiglio ha ricevuto la propria parte di critiche per non aver affrontato la questione. Malgrado ciò ricada nelle competenze della signora Ashton, nella sua veste di Presidente del Consiglio “Affari esteri”, permettetemi di riferire che il tema è stato inserito all’ordine del giorno della riunione di gennaio. All’epoca non è stato raggiunto nessun accordo, ma a febbraio il Consiglio “Affari esteri” ha adottato una risoluzione che condannava la persecuzione di tutte le minoranze religiose e specificamente dei cristiani. Il Consiglio ha dunque effettivamente trattato la questione.

Infine, permettetemi di chiedere a tutti quanti noi, visto che abbiamo parlato delle iniziative intraprese dalla Turchia, se questo paese abbia fatto abbastanza e se stia compiendo i giusti progressi verso l’adesione. Dovremmo però riflettere anche sul contributo che spetta a noi. Se effettuiamo una valutazione onesta, capiremo che al momento l’Europa non è improntata all’inclusione. Ci occupiamo degli avvenimenti nell’Africa settentrionale, ma se guardassimo a ciò che accade all’interno dell’Unione europea o nei nostri vicini ancora più prossimi, ci renderemmo conto che la Turchia è solo uno di cinque paesi candidati. Ce ne sono altri quattro. Fino a che punto possiamo sostenere questi processi? Quanto siamo preparati a concludere i negoziati per l’adesione della Croazia? Quanto siamo pronti ad ammettere la Romania e la Bulgaria nell’area Schengen? Quanto siamo disposti a sostenere la sfortunata comunità europea dei rom? Il tema dell’inclusione è all’ordine del giorno in un’ampia varietà di contesti.

L’Europa si è in un certo qual modo ripiegata su se stessa. Lasciatemelo dire molto liberamente: vi è una certa stanchezza nei confronti del processo di allargamento. Dobbiamo confrontarci con l’opinione dei nostri cittadini, con il nostro grado di apertura a tali questioni. Ritengo che forse dovremmo guardare un po’ più lontano. Se consideriamo gli interessi a lungo termine dell’Unione europea, ovvero la necessità di conservare la propria appetibilità sia per i cittadini europei che per i nostri vicini più prossimi – che si tratti della Turchia o di tutti i paesi nordafricani – credo che dovremmo riscoprire al nostro interno un’Europa più inclusiva. Naturalmente questo processo non può avvenire senza condizioni e non dobbiamo ridimensionare il lavoro che ci attendiamo da tutti i paesi candidati. A mio avviso sarebbe un momento davvero grave, per l’Unione europea, se la Turchia perdesse interesse ad aderirvi.

 
  
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  Ria Oomen-Ruijten (PPE).(EN) Signora Presidente, anzitutto vorrei ripetere ancora una volta che io, anzi, che noi abbiamo steso questa relazione con grande attenzione. Vorrei presentare il seguente richiamo al regolamento: chiedo ai colleghi di non presentare nuovi emendamenti perché, se vogliamo avere una discussione imparziale, se vogliamo che l’intero Parlamento si assuma un impegno di grande respiro...

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Presidente. − Comunico di aver ricevuto una proposta di risoluzione(1) conformemente all’articolo 110, paragrafo 2, del regolamento.

La discussione è chiusa.

La votazione si svolgerà mercoledì 9 marzo 2011.

Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)

 
  
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  Cristian Silviu Buşoi (ALDE), per iscritto. (RO) Plaudo ai progressi che la Turchia ha realizzato finora, ma desidero sottolineare che resta ancora molto da fare. Bisogna adottare misure specifiche in settori come la libertà di stampa, lo status delle donne nella società turca, il dialogo fra i partiti politici e, soprattutto, il riconoscimento di Cipro, che è uno Stato membro dell’Unione. Questo conflitto influenza pesantemente i negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione europea e il paese deve dunque dimostrare la propria determinazione a risolvere la questione.

Nondimeno sono del parere che i negoziati per l’adesione di questo paese debbano proseguire, in modo da incoraggiare le riforme al suo interno, tenendo a mente il fatto che la Turchia rappresenta un modello per i paesi arabi. Contribuirebbe a diffondere la stabilità nelle regioni precarie che si trovano al di là delle sue frontiere orientali e meridionali.

Vale la pena di citare anche l’importanza che questo paese riveste per l’Unione europea, in quanto attore chiave nel settore dell’energia. L’integrazione della Turchia nell’UE può essere di beneficio per entrambe le parti, sia a breve che a medio e, soprattutto, a lungo termine.

 
  
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  Ioan Enciu (S&D), per iscritto. (RO) Desidero esprimere il mio apprezzamento per i notevoli progressi che la Turchia ha realizzato verso l’adesione all’Unione europea. Ritengo che questo paese abbiamo dimostrato di essere assolutamente determinato a soddisfare tutti i criteri necessari per diventare, a pieno diritto, un membro dell’Unione e il nostro compito è offrirgli sostegno. Molti colleghi hanno sollevato, quest’oggi, la questione dei diritti fondamentali; vorrei però chiedere perché la relazione in esame non inviti il Consiglio ad avviare i negoziati sul capitolo relativo alla giustizia e a tali diritti. Questo capitolo è stato bloccato dal Consiglio, pur essendo il più importante per l’allineamento della Turchia agli standard democratici dell’UE. Onorevoli colleghi, domani dovremo votare l’emendamento che chiede l’apertura di questo capitolo, altrimenti il Parlamento europeo invierà a questo paese un segnale negativo, che comprometterà la nostra credibilità.

 
  
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  Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), per iscritto. (CS) Siamo a due anni di distanza da un importante anniversario: quest’anno ricorrono 48 anni dall’attribuzione alla Turchia dello status di paese candidato all’adesione. È fuori discussione che molto sia cambiato, da allora. Lo sviluppo economico del paese, unitamente all’apertura dei mercati europei, hanno certamente avuto ricadute. Nondimeno, il paese presenta ancora problemi su una serie di aspetti che risalgono alla creazione del moderno Stato turco. Il trattato del 1924 stabilisce chiaramente che i cittadini di fede islamica sono turchi, mentre quelli che professano fedi diverse sono considerati cattolici greci. Il trattato non riconosce altri gruppi etnici. Ciò che risultava progressista per il 1924, ovvero il riconoscimento che si potesse professare religione diversa dall’Islam, oggi assume connotazioni molto diverse. In Turchia non è affatto banale dichiarare di appartenere a un’etnia diversa da quella turca, sia essa curda, circassa o una qualunque delle altre nazionalità che sono chiaramente presenti da anni nel paese, ma il cui riconoscimento concreto, inclusa la promozione dei diritti etnici, richiederà ancora diverso tempo. Attualmente, i principali ostacoli ai negoziati sono la mancata soluzione dell’occupazione di Cipro, l’inattività circa la risoluzione della Nazioni Unite su Famagosta e il mancato adempimento ai “compiti” derivati dalle relazioni precedenti. Il ruolo ridotto dell’esercito è positivo, ma solo se restano al potere forze laiche. Se così non dovesse essere, ciò potrebbe minacciare la stabilità dell’intera regione.

 
  
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  Cristian Dan Preda (PPE), per iscritto. (RO) Apprezzo l’impegno profuso dalla collega, onorevole Oomen-Ruijten, nello stilare questa relazione, ma mi riservo di non concordare con la totalità dei contenuti. Anzitutto, per i capitoli i cui preparativi tecnici sono già stati ultimati, reputo che i negoziati di adesione dovrebbero proseguire. La ragione è semplice: potremmo così intrattenere un dialogo che obbligherebbe la Turchia ad adottare l’acquis comunitario. Pur riconoscendo i progressi realizzati dalla Turchia nell’uniformarsi ai criteri tecnici per l’apertura dei negoziati sulla concorrenza, dobbiamo anche far presente alle autorità di Ankara che sono necessari ulteriori sforzi in materia. Ritengo, inoltre, che l’avvio dei negoziati sul capitolo relativo alla giustizia e ai diritti fondamentali possa fornire il contesto ideale per incoraggiare il paese a proseguire le riforme in questo settore, il che, a mio avviso, rappresenta il nostro scopo comune. Credo, altresì, che dovremmo invitare il Consiglio a far progredire il dialogo sulla politica estera, perché, soprattutto a seguito dei recenti accadimenti nell’Africa settentrionale, la Turchia può fungere da alleato, incoraggiando la democratizzazione e lo sviluppo della regione.

 
  
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  Czesław Adam Siekierski (PPE), per iscritto. (PL) Ogni anno discutiamo dell’adesione della Turchia all’Unione europea. In linea di massima, i problemi sollevati sono sempre gli stessi: il paese realizza progressi nell’allinearsi ai requisiti dell’Unione europea, ma tali progressi non sono mai sufficienti a indicare chiaramente una data approssimativa per l’adesione oppure a stabilire se, effettivamente, il paese entrerà o meno nell’UE. I cambiamenti già introdotti sono positivi, ma la mancata adozione da parte europea di una posizione chiara sull’adesione della Turchia è fonte di frustrazioni per le autorità e per i cittadini di questo paese. Non possiamo, naturalmente, pretendere che tutti gli Stati membri vedano la questione dallo stesso punto di vista, ma la nostra incertezza significa che anche l’Unione sembra mancare di credibilità. Il sostegno all’adesione da parte dei cittadini turchi è in calo. Il paese potrebbe iniziare a cercare nuovi allegati e voltare le spalle all’Occidente, il che sarebbe svantaggioso per l’Europa. La Turchia è un partner strategico in ambito economico, regionale ed energetico, nonché una forza militare rilevante e un attore chiave nel Medio Oriente. I settori problematici sono sempre gli stessi: diritti umani e libertà civili, diritti delle donne e delle minoranze nazionali, stato di diritto, riforma del potere giudiziario, corruzione, libertà di stampa e di parola. Tutti questi elementi sono ben lungi dal rispettare gli standard europei, nonostante gli sforzi che sono stati compiuti. L’accelerazione del processo di negoziazione dipende da quanto rapidamente ed efficacemente la Turchia rispetterà le condizioni che le sono state imposte e dalla forma di adesione che l’Unione proporrà al paese.

 
  
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  Joanna Katarzyna Skrzydlewska (PPE), per iscritto. (PL) Non vi è dubbio che l’adesione della Turchia all’Unione europea sia una questione discussa, con molti oppositori e molti sostenitori. Non è discutibile, nondimeno, neppure il fatto che, nel processo di europeizzazione del paese, siano state compiute numerose riforme democratiche, a seguito delle quali il 3 ottobre 2005 è stato concordato il quadro negoziale della Turchia. L’apertura dei negoziati può essere considerata un successo non solo per questo paese, ma anche per l’Europa, perché la principale ragione per cui la Turchia ha varato alcune riforme risiede nelle sue ambizioni europee. Pur riconoscendo i notevoli progressi compiuti finora dalla Turchia, è bene ricordare che diversi problemi ne impediscono l’integrazione all’interno dell’Unione europea: anzitutto la riforma costituzionale, la libertà di stampa, i diritti delle donne e la tutela delle minoranze nazionali. Uno Stato democratico moderno deve fondarsi sul principio della divisione dei poteri, sull’equilibrio tra autorità esecutive, legislative e giudiziarie, sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali e, in particolare, della libertà di espressione, nonché su un quadro giuridico che garantisca i diritti delle donne e la parità di genere. Ho accolto con favore l’annuncio del governo turco e dell’opposizione di voler

promuovere riforme volte a trasformare la Turchia in una democrazia pluralista a pieno titolo e spero che tutti i partiti politici e la società civile verranno coinvolti nell’intero processo costituzionale.

 
  
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  Zbigniew Ziobro (ECR), per iscritto. (PL) La Turchia svolge un ruolo strategico, essendo una forza stabilizzatrice nella regione del Caucaso e del Medio Oriente. È altresì una componente fondamentale del piano europeo per la diversificazione degli approvvigionamenti europei di carburante. Le politiche di Ankara possono fungere da modello per i paesi arabi della regione. L’Unione europea dovrebbe pertanto continuare ad adottare un approccio attivo per lo sviluppo di buoni rapporti con la Turchia, ad esempio aumentando i fondi per gli investimenti energetici strategici, come il gasdotto Nabucco, e fornendo maggiore sostegno allo sviluppo di rapporti commerciali. Bruxelles deve dimostrare di riconoscere i progressi cha Ankara ha realizzato negli ultimi anni nel cammino che porta all’integrazione nell’Unione europea. Nondimeno è necessario che l’UE eserciti pressioni sulla Turchia ancora su molti fronti. Non sarà possibile progredire oltre nei negoziati finché tali questioni non saranno state risolte. Basti citare la riconciliazione e riunificazione di Cipro, il riconoscimento della responsabilità per il genocidio armeno da parte di Ankara e ulteriori sviluppi del sistema democratico.

 
  

(1) Cfr. Processo verbale.

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