Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione sulle sei proposte di risoluzione sul divieto di svolgimento delle elezioni del governo tibetano in esilio in Nepal(1).
Jaroslav Paška, autore. – (SK) Signor Presidente, tutti noi abbiamo seguito con approvazione e ammirazione gli sforzi del popolo tibetano per ottenere il diritto di governare il proprio paese. I numerosi tentativi del governo in esilio e del Dalai Lama, guida spirituale del popolo tibetano, tesi a trovare una soluzione ragionevole attraverso un negoziato con il potere insediato cinese si sono sempre rivelati fallimentari. È evidente che i cinesi non considerano i tibetani come partner all’interno di uno Stato condiviso, bensì un ostacolo che impedisce loro di prendere pieno possesso di un territorio occupato.
La posizione del governo tibetano è, dunque, complicata: da un lato deve ottemperare ai propri obblighi internazionali e garantire i diritti universali alla comunità tibetana; dall’altro, non può non tenere conto del parere del suo enorme vicino. La posizione del governo nepalese in merito alle elezioni del governo tibetano in esilio rivela chiaramente chi è il vero attore globale nella regione: per il governo nepalese è la Cina.
Noi europei possiamo intervenire con gesti simbolici ed esprimere le nostre riserve in merito alla debolezza del governo nepalese. Se vogliamo davvero cambiare la posizione del popolo tibetano, tuttavia, il nostro partner nel dialogo deve essere il governo cinese, in quanto leader politico della regione in grado di influenzare le regole della politica regionale. Possiamo comunque trasmettere una dichiarazione al governo nepalese, ma questo non risolverà il problema.
Charles Tannock, autore. – (EN) Signor Presidente, dall’abolizione della monarchia nepalese e dall’elezione di un governo maoista a Katmandu, il Nepal e la Cina si sono inevitabilmente avvicinati molto. Non sorprende, quindi, che le autorità nepalesi abbiano impedito ai rifugiati tibetani in Nepal di eleggere un primo ministro e un governo in esilio.
Di fatto, un simile piano elettorale previsto per lo scorso mese di ottobre era stato mandato all’aria dalla polizia nepalese come conseguenza, senza dubbio, della pressione di Pechino. Il fatto che la Cina abbia tentato di interferire nelle elezioni non ufficiali organizzate in uno Stato sovrano confinante dimostra il disprezzo che i suoi leader nutrono nei confronti della democrazia e il loro atteggiamento paranoico rispetto al Tibet.
Ovviamente per la Cina è del tutto irrilevante che il Dalai Lama, la guida spirituale del Tibet, abbia ribadito più e più volte la volontà di raggiungere la massima autonomia per il Tibet e non l’indipendenza. Auspico che l’Alto rappresentante, oggi assente, sottoponga la questione sia alla Cina sia al Nepal, la cui democrazia nascente rimane a galla anche grazie alle risorse dei contribuenti dell’Unione europea, nella forma di aiuti finanziari.
Desidero altresì cogliere l’occasione per elogiare il coraggio, la forza d’animo e la resistenza pacifica del popolo tibetano, il cui esempio è fonte di ispirazione per tutti noi. Il Nepal, effettivamente, si trova in una posizione delicata, in termini tanto geografici quanto geopolitici; ciononostante dovrebbe trarre ispirazione dal suo vicino democratico meridionale, l’India, piuttosto che dalla dittatura repressiva del nord, la Repubblica popolare cinese. Auspico che un giorno la democrazia possa diventare la norma su tutto il territorio asiatico.
Presidente. – Onorevole Tannock, il suo intervento è durato solo un minuto e mezzo. La prossima volta le concederò mezzo minuto in più!
Eva Lichtenberger, autore. – (DE) Signor Presidente, onorevoli colleghi, ovviamente non è bastato il costante aumento della repressione della cultura tibetana in Cina dai Giochi olimpici del 2008. Da allora, le cose non hanno fatto altro che peggiorare ulteriormente e non si è registrato alcun passo avanti. Adesso la pressione viene esercitata anche all’esterno, per rendere ancor più difficile, se non addirittura impossibile, ai tibetani esercitare il proprio diritto di eleggere un parlamento in esilio. Da anni assistiamo all’enorme pressione esercitata sul Nepal, sia essa relativa all’accettazione dei rifugiati o a questioni come il diritto di voto per i tibetani. Dovremmo tuttavia essere lieti che qui queste garanzie esistono; l’Unione europea deve farne tesoro.
La leadership cinese sta esercitando pressioni sulla coalizione sorella, e sul Nepal in generale, affinché adottino misure contro i tibetani, facendo così collassare anche il Nepal stesso. Dobbiamo concentrare i nostri sforzi per far fronte a questa situazione e questo prevede la sospensione di tutti gli aiuti.
Kristiina Ojuland, autore. – (EN) Signor Presidente, avrei tre osservazioni in merito agli emendamenti alla risoluzione in oggetto presentati dal gruppo ALDE.
Innanzi tutto, la presentazione degli emendamenti è giustificata dal rapporto di causalità sussistente fra l’occupazione del Tibet da parte della Repubblica popolare cinese e l’opposizione alle elezioni tibetane in Nepal. Sebbene la risoluzione abbia affrontato la questione del divieto di svolgimento delle elezioni del governo tibetano in esilio in Nepal, essa non può essere slegata dal contesto più ampio relativo allo status del Tibet.
In seconda istanza, se non vi fossero riferimenti all’occupazione cinese del Tibet, vero motivo nonché causa della pressione esercitata da Pechino nei confronti del governo nepalese, sarebbe come parlare della Prima guerra mondiale senza citare l’assassinio di Francesco Ferdinando.
Infine, l’appello per un’autonomia significativa del Tibet è l’unica proposta costruttiva che il Parlamento europeo può avanzare per evitare un nuovo divieto di svolgimento delle elezioni tibetane in Nepal. Invito i miei colleghi a esprimere il proprio sostegno.
Lidia Joanna Geringer de Oedenberg, autore. – (PL) Signor Presidente, il paese da cui provengo vanta una notevole esperienza in materia di governi in esilio: tra il 1939 e il 1990, ben 15 Primi ministri polacchi e 6 Presidenti hanno governato in esilio politico. I polacchi non hanno rinunciato al desiderio di democrazia e alla fine il rosso della solidarietà è riuscito a combinarsi con il bianco delle schede elettorali dando vita, nel 1989, a un nuovo Stato democratico.
Oggi la Repubblica federale democratica del Nepal ha la possibilità di ricominciare da capo, grazie alla Costituzione che entrerà in vigore il 28 maggio prossimo. Sarebbe un peccato per il Nepal rovinare questo giorno di festa continuando a limitare i diritti della minoranza tibetana, ricevendo così un cartellino rosso da parte della comunità internazionale. Ritengo che impedire ai tibetani in Nepal di partecipare alle recenti elezioni del Primo ministro in esilio sia stata una violazione inammissibile dei diritti civili fondamentali. L’Unione europea deve avvalersi di tutti gli strumenti diplomatici e finanziari a sua disposizione per neutralizzare la pressione esercitata sul Nepal dalla Cina e per far sì che, a lungo termine, i tibetani possano esercitare il proprio diritto di voto, di associazione e di espressione.
Così come in Polonia non è stato possibile impedire il lavoro dei 21 rappresentanti del governo in esilio, sono certa che nemmeno i successori del Dalai Lama rinunceranno al proprio impegno. Il Nepal e la Cina devono tenerlo presente.
Thomas Mann, autore. – (DE) Signor Presidente, il 20 marzo scorso circa 80 000 tibetani in esilio hanno preso parte all’elezione diretta di un nuovo Primo ministro e dei membri del governo. Gli eurodeputati, ivi inclusi i membri dell’intergruppo Tibet del Parlamento europeo, vi hanno partecipato in qualità di osservatori. La mia esperienza in Svizzera è stata analoga a quella dei miei colleghi in altri paesi: le elezioni si sono svolte in modo corretto, in segreto e nel pieno rispetto delle regole democratiche. L’unica eccezione è stato il Nepal, dove le forze di sicurezza, sotto la pressione del governo cinese, hanno impedito a decine di migliaia di tibetani di recarsi alle urne. Così facendo, hanno dato seguito alle misure volute l’anno scorso, quando le urne vennero confiscate e i seggi elettorali chiusi. Il Nepal, però, non è uno Stato vassallo.
Il governo di Katmandu deve dimostrare che è in grado di liberarsi dall’influenza cinese. I diritti di base includono la libertà di espressione, la libertà di assemblea e, altrettanto importante, la libertà di voto. Commissario, il servizio europeo per l’azione esterna deve insistere affinché questi diritti umani vengano garantiti.
Elena Băsescu, a nome del gruppo PPE. – (RO) Signor Presidente, il divieto imposto dal governo nepalese allo svolgimento delle elezioni del governo tibetano in esilio solleva un punto di domanda in merito alla situazione dei diritti umani in questo Stato. Desidero sottolineare che i membri della comunità tibetana hanno dato vita a questo processo con l’obiettivo di rendere democratiche le loro istituzioni. Un’iniziativa di questo genere va appoggiata, ovunque essa abbia luogo. È giunto il momento che il Nepal dimostri che la sua democrazia funziona tanto a livello nazionale quanto internazionale, affinché si possano trasmettere i voti alla commissione elettorale centrale entro il 15 aprile per la validazione.
Mi appello al governo nepalese affinché colga l’occasione per porre rimedio alla situazione sui diritti umani nel paese. Si tratta di un aspetto di importanza capitale ai fini di una politica di vicinato efficace.
Kriton Arsenis, a nome del gruppo S&D. – (EL) Signor Presidente, Commissario, dobbiamo lottare per i diritti democratici ovunque, non soltanto nelle zone più vicine a noi o in Nord Africa. Deve esistere una politica europea standard nei confronti dei governi eletti in modo non democratico, contro i governi che non rispettano i diritti democratici.
L’onorevole Verhofstadt ha affermato che, in un certo senso, siamo ipocriti. È vero, perché spesso i nostri principi vengono solo dopo gli interessi commerciali. Ne è un chiaro esempio l’accordo Mercosur con il quale, in nome della liberalizzazione del commercio, stiamo allegramente sacrificando l’11 per cento dell’Amazzonia e milioni di agricoltori europei.
Per tutto questo la Commissione va biasimata, Commissario. Il Commissario per il commercio è spesso indifferente alle altre politiche europee, ma se continuiamo così, continueremo anche a essere ipocriti. Il Nepal deve rispettare i diritti democratici dei rifugiati provenienti dal Tibet e l’Unione europea deve sfruttare tutti i mezzi a sua disposizione e affrontare la questione a tutti i livelli, non soltanto in relazione ai diritti umani. Questo non riguarda soltanto la baronessa Ashton, ma anche il Commissario De Gucht e l’intera Commissione.
Nathalie Griesbeck, a nome del gruppo ALDE. – (FR) Signor Presidente, onorevoli colleghi, dopo anni e anni di intimidazioni da parte delle autorità cinesi, adesso è proprio il Nepal a privare i tibetani di un diritto politico fondamentale: il diritto di voto. Una cosa è certa: Pechino ha trovato un nuovo alleato nell’ambito delle vessazioni contro il popolo tibetano e questo nuovo alleato è proprio il Nepal. In realtà, tutto questo va ben oltre la questione elettorale, perché da molti anni ormai il governo nepalese, sotto la pressione delle autorità cinesi, continua a limitare in modo sempre più marcato la libertà di espressione dei tibetani in esilio sul suo territorio.
Lo scorso mese di giugno, Katmandu ha consegnato i rifugiati tibetani alle autorità cinesi. Gli arresti preventivi e il divieto di manifestare, di assemblea e persino di circolazione sono ormai all’ordine del giorno per i tibetani residenti in Nepal.
Il Parlamento deve mettere da parte l’ipocrisia e condannare aspramente questi atti repressivi perpetrati dal Nepal e, più in generale, le numerosissime – decisamente troppe – violazioni dei diritti umani e del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. Indignarsi non basta. Ci appelliamo al Nepal affinché metta fine alle vessazioni e ai maltrattamenti dei rifugiati politici e rispetti semplicemente i loro diritti. Poiché il Nepal è sempre stato, storicamente, un paese ospitante (status che ha sempre avuto fino a poco tempo fa anche per i tibetani) è davvero avvilente assistere alle pene che il governo sta infliggendo ai rifugiati politici.
Raül Romeva i Rueda, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN) Signor Presidente, ritengo scandaloso che ai tibetani residenti a Katmandu sia stato impedito di svolgere le elezioni a causa delle pressioni della Cina. L’Unione europea dovrebbe condannare la pressione che la Cina sta esercitando sul Nepal, privando i rifugiati del livello minimo di diritti sanciti dal diritto internazionale. Dobbiamo esprimere la nostra preoccupazione per il fatto che la Cina sta impedendo a un secondo paese di prestare aiuti umanitari alla popolazione.
È importante che l’Alto rappresentante, attraverso la delegazione dell’UE a Katmandu, provveda a monitorare la situazione da vicino. Lo chiediamo ormai da molto tempo e, essendo a conoscenza della situazione, non possiamo aspettare oltre. Dobbiamo fare il possibile per far fronte alla pressione della Cina e se non interveniamo ora mentre tentiamo di avviare un dialogo con questo paese, temo che non lo faremo più.
Rui Tavares, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) Signor Presidente, credo sia già abbastanza triste che i tibetani non godano del diritto all’autodeterminazione nella propria terra natia, ma, come se non bastasse, vi sono anche pressioni affinché vengano loro negati i diritti democratici di base al di fuori dal loro paese, dal momento che molti di loro hanno dolorosamente scelto l’esilio o sono stati costretti a farlo. Una delle argomentazioni cui ricorre sempre chi non condivide la resistenza tibetana è che in essa, incentrata sulla figura del Dalai Lama, si potevano riscontrare molti aspetti non democratici. Ora che la resistenza tibetana è in fase di democratizzazione, è terribile che il Nepal, dove vivono moltissimi tibetani, abbia impedito il normale svolgimento di elezioni democratiche. Vi chiedo di riconoscere che spesso sono proprio i nostri governi i primi a cedere alle pressioni del governo cinese per creare una realtà conforme ai sogni e ai desideri dei leader cinesi. Dobbiamo capire che in Nepal il governo voleva fare proprio questo. Per tale motivo, se vogliamo esercitare pressioni sul governo nepalese affinché cambi atteggiamento, dobbiamo iniziare dai nostri stessi governi che devono dimostrare di essere determinati nell’ambito delle discussioni con le autorità cinesi.
Monica Luisa Macovei (PPE). – (RO) Signor Presidente, le autorità nepalesi, a causa della pressione del governo cinese, hanno impedito a circa 20 000 tibetani residenti in Nepal di eleggere il Primo ministro del governo tibetano in esilio. Il diritto di voto, ad elezioni libere e di manifestazione pacifica sono diritti fondamentali di ogni singolo individuo e di ogni comunità. Maggiori sono gli ostacoli all’esercizio di questi diritti, maggiore sarà la determinazione di chi ne viene privato per esercitarli. Credo fermamente che la volontà dei tibetani in Nepal di eleggere il capo del governo in esilio sia aumentata. In effetti, i tentativi delle autorità nepalesi e cinesi di governarli con la forza del terrore hanno portato esattamente al risultato opposto.
Chiedo all’Alto rappresentante dell’Unione europea di formulare in modo chiaro le richieste e le misure elaborate dal Parlamento europeo nell’ambito del dialogo con le autorità cinesi e nepalesi.
Sari Essayah (PPE). – (FI) Signor Presidente, la Cina ha aumentato la pressione sul governo tibetano in esilio. A più di 10 000 tibetani in Nepal è stato impedito di eleggere il Primo ministro e i membri del parlamento del governo in esilio. A causa delle pressioni della Cina, i principali partiti nepalesi appoggiano la politica della cosiddetta “Cina unica” e considerano il Tibet quale parte integrante e inseparabile dalla Cina. Per queste ragioni, i rifugiati tibetani in Nepal vengono costantemente sottoposti a severe misure di controllo.
Sebbene questa risoluzione riguardi il divieto di svolgimento delle elezioni, sullo sfondo resta sempre l’occupazione cinese del Tibet. Il potere della Cina e la pressione che essa esercita crescono costantemente con l’aumentare dell’influenza economica del paese.
Questo dimostra, come la precedente risoluzione sul caso di Ai WeiWei, quanto sia infausta la politica perseguita dal partito comunista cinese. Come già affermato dal Commissario, l’Europa deve essere unita nella sua politica nei confronti della Cina.
Seán Kelly (PPE). – (EN) Signor Presidente, non avrei dovuto prendere la parola su questo argomento, ma ho deciso di farlo poiché il Dalai Lama sarà nel mio paese giovedì prossimo e parlerà nella mia circoscrizione, all’Università di Limerick, dove sono certo avrà molto da dire su questa e su altre questioni. Senza dubbio il comportamento del ministro degli Interni nepalese, che ha provveduto alla confisca delle urne, è assolutamente riprovevole. A Katmandu – luogo celebrato in canti e racconti, fatto che rende il tutto ancor più triste – è stato impedito il conteggio di ben 10 000 voti.
Non possiamo far altro che sperare che noi, in seno all’Unione europea, parlando con una sola voce, riusciremo a esercitare una certa pressione, non soltanto sul Nepal, ma sui chi lo manovra, ovvero la Cina, affinché cerchino di essere un po’ più comprensivi soprattutto per quanto concerne il Tibet e il Dalai Lama.
Per concludere, desidero sottolineare che il Dalai Lama sarà il benvenuto in Irlanda esattamente come la Regina d’Inghilterra e il Presidente Obama, anch’essi in visita nel mio paese.
Mitro Repo (S&D). – (FI) Signor Presidente, il diritto di prendere parte a elezioni democratiche è un diritto fondamentale universale. Le elezioni attualmente in corso sono importanti ai fini della conservazione dell’identità e della cultura tibetane. I tibetani votano per eleggere una nuova guida spirituale, dal momento che l’attuale Dalai Lama si ritira dal suo incarico.
Nel 2009 abbiamo deciso che l’Unione europea avrebbe appoggiato la democrazia e la governance partecipativa nell’ambito delle sue relazioni internazionali. Dobbiamo essere coerenti e continuare a sostenere questa politica.
Ovviamente il Nepal si sta schierando con la Cina, per via delle pressioni ricevute. Il Nepal non deve dimenticare i propri obblighi internazionali in materia di diritti umani per tutelare i diritti democratici dei tibetani, né ostacolare lo svolgimento di elezioni libere.
Maroš Šefčovič, Vicepresidente della Commissione. – (EN) Signor Presidente, come è noto, circa 20 000 i tibetani vivono in Nepal, alcuni fin dall’antichità. Hanno goduto della libertà di esercitare un’attività economica, del diritto di risiedere in Nepal e, fino a poco tempo fa, era stato riservato loro un certo spazio politico perché potessero discutere fra di loro del futuro del Tibet.
Le recenti elezioni del 20 marzo sono state un evento importante per la comunità esterna al Tibet e costituiscono un notevole passo avanti nel lungo processo di riforma previsto dal Dalai Lama.
In questo contesto, ci preoccupa la stretta che le autorità nepalesi stanno dando alle attività politiche dei tibetani in Nepal. Il 20 marzo scorso, le autorità hanno impedito di votare ad oltre 10 000 tibetani. Non è la prima volta che accade: nel corso di una precedente tornata elettorale, il 3 ottobre dello scorso anno, i seggi sono stati oggetto di una stretta repressiva che ha portato alla confisca delle urne e alla chiusura di sei seggi elettorali.
L’Unione europea, attraverso la delegazione a Katmandu e le ambasciate degli Stati membri, continua a monitorare gli sviluppi a stretto contatto con la comunità e il governo tibetani. L’UE ritiene che i rifugiati tibetani debbano avere la possibilità di esercitare il proprio diritto alla libertà di associazione in conformità agli standard internazionali in materia di diritti umani. Questo dovrebbe avvenire in modo da permettere il graduale pieno rispetto di questi diritti.
Va mantenuto l’accesso al territorio nepalese e garantito il pieno rispetto del gentlemen’s agreement fra il governo nepalese e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. L’UNHCR deve occuparsi, con rapidità e senza incorrere in alcun ostacolo, degli ultimi tibetani fermati dalle autorità nepalesi mentre si dirigevano a Katmandu. Tutti i tibetani giunti nel paese prima del 1990 e il cui status di rifugiati è stato riconosciuto dal governo nepalese devono essere opportunamente registrati.
Garantisco a quest’Assemblea che l’UE continuerà ad affrontare la questione con le autorità e vi terrà costantemente aggiornati sugli sviluppi.
Presidente. – La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà tra poco.
Dichiarazioni scritte (articolo 149 del regolamento)
Eija-Riitta Korhola (PPE), per iscritto. – (FI) Il Dalai Lama del Tibet ha deciso di ritirarsi dalla vita politica e di continuare come guida spirituale del suo popolo. Egli è, certamente, uno dei leader più conosciuti e il mondo intero ha tratto forza e conforto dalle sue idee di bontà, comprensione e pacifismo.
Il suo ruolo spirituale rimarrà intatto, mentre i suoi doveri politici verranno trasferiti al Primo ministro del governo tibetano in esilio. Questo, però, non avverrà senza problemi. A causa della crescente pressione da parte del governo cinese, ai circa 20 000 tibetani residenti in Nepal è stato impedito di votare. Il governo nepalese ha affermato che le manifestazioni dei tibetani contravvengono alla politica della “Cina unica” e ha ribadito che impedirà la presenza di “attivisti anti-Pechino” sul suo territorio. Per questo ha imposto il divieto di voto ai gruppi tibetani.
Questi eventi non sorprendono, dal momento che le autorità nepalesi hanno più volte violato la libertà di espressione e i diritti umani dei tibetani in esilio. E questo nonostante il Nepal abbia sottoscritto gli accordi internazionali delle Nazioni Unite in materia di diritti civili e politici.
Attraverso la sua delegazione a Katmandu, il servizio europeo per l’azione esterna deve monitorare attentamente la situazione in Nepal e, in modo particolare, il trattamento dei rifugiati tibetani, garantendo il rispetto dei loro diritti umani. Il rispetto dei principi democratici è fondamentale ai fini della tutela e del rafforzamento dell’identità tibetana sia all’interno che all’esterno del Tibet.
Tadeusz Zwiefka (PPE), per iscritto. – (PL) Il mondo intero è ben consapevole di quanto sia complicata la situazione della popolazione tibetana, che da anni ormai non chiede più l’indipendenza, ma il semplice rispetto del diritto fondamentale sll’autonomia da parte del governo cinese. Una nazione culturalmente così ricca e unica è costantemente minacciata da un vicino molto potente. Ora che il Dalai Lama ha abbandonato la leadership politica a favore di una nuova generazione di leader democratici, i tibetani hanno avuto l’opportunità di rafforzare le proprie tradizioni democratiche, sebbene il governo sia ancora costretto a lavorare in esilio. Migliaia di tibetani residenti in Nepal, tuttavia, sono stati privati di questa possibilità. La pressione da parte della Cina sembra essere efficace e quelle che finora sono state manifestazioni pacifiche in difesa della libertà di espressione e dei diritti fondamentali potrebbero trasformarsi in una situazione difficile da controllare, con certe ripercussioni a livello internazionale. Dopo tutto, possiamo immaginare quanto efficacemente il governo cinese vorrà occuparsi di quanti “disturbano la pace” in Tibet. I recenti avvenimenti dovrebbero ricordare al mondo che i diritti del popolo tibetano vengono violati costantemente e che la questione Tibet non è un capitolo chiuso, poiché i tibetani continueranno a insistere sul rispetto della loro indipendenza e lo faranno in modo sempre più eclatante.