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Procedura : 2011/2563(RSP)
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O-000111/2011 (B7-0317/2011)

Discussioni :

PV 08/06/2011 - 12
CRE 08/06/2011 - 12

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Discussioni
Mercoledì 8 giugno 2011 - Strasburgo Edizione GU

12. Mandato d'arresto europeo (discussione)
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PV
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  Presidente. – L’ordine del giorno reca le interrogazioni orali al Consiglio e alla Commissione sul mandato d’arresto europeo.

 
  
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  Jan Philipp Albrecht , autore. (DE) Signora Presidente, quest’oggi discutiamo del mandato d’arresto europeo, ed è decisamente ora di farlo. Attraverso i vari gruppi, abbiamo presentato un’interrogazione volta a iscrivere una discussione sulla riforma del mandato d’arresto europeo e della sua applicazione, nonché a chiedere alla Commissione e al Consiglio di avanzare delle proposte in merito.

Il mandato d’arresto europeo era stato presentato in pompa magna come perfetta espressione del riconoscimento reciproco nel settore della cooperazione di polizia e giudiziaria. Al momento dell’approvazione della decisione quadro sul mandato d’arresto europeo, il Parlamento aveva chiarito che le condizioni per l’applicazione del mandato d’arresto europeo dovevano essere piuttosto stringenti affinché questo fosse impiegato solo per reati davvero gravi, che il mandato doveva essere applicato in modo proporzionato e che, al contempo, dovevano essere armonizzate le norme procedurali nell’Unione europea. In realtà, nessuna di queste condizioni è stata pienamente soddisfatta. Le relazioni ora a nostra disposizione ci dimostrano, infatti, che in molti casi il mandato d’arresto europeo non è stato applicato in modo proporzionato. Per questo motivo, è necessario adeguare le procedure sia a livello pratico sia a livello legislativo. Grazie agli sforzi profusi dalla Vicepresidente Reding, dopo dieci anni stiamo finalmente facendo progressi con l’armonizzazione delle norme procedurali. Cionondimeno è necessario progredire anche su molti altri fronti, per esempio le condizioni di detenzione e la questione delle norme relative alla tutela giuridica.

In futuro, non dovremo preoccuparci solo della cooperazione tra le autorità di polizia e giudiziarie nell’ambito del riconoscimento reciproco, ma anche lavorare alla definizione di norme procedurali. Il mandato d’arresto europeo, in ogni caso, va riformato ora, dal momento che la sua applicazione è palesemente incompatibile con le norme che abbiamo richiesto, segnatamente per quanto riguarda il controllo della proporzionalità nei singoli casi.

 
  
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  Simon Busuttil, autore. (MT) Signora Presidente, il mandato d’arresto europeo si è rivelato uno strumento molto utile per perseguire i criminali oltre i confini nazionali e per aprire le frontiere, facendo capire loro che non possono più rifugiarsi in un altro paese per sfuggire alle maglie della giustizia. Il mandato d’arresto europeo, quindi, va visto come uno strumento utile che ha permesso di conseguire risultati importanti.

Uno strumento che, comunque, è ben lungi dall’essere perfetto. Il mandato d’arresto europeo, per esempio, è spesso impiegato per reati minori che in realtà non giustificano il ricorso a un simile strumento. Mi immagino, infatti, che il mandato d’arresto europeo non sia stato pensato per un ladruncolo che ruba due pneumatici da un’autovettura in un altro paese, anche se in passato è stato emesso anche in casi come questo. Un simile modo di procedere, però, non è proporzionato al reato commesso e non fa altro che minare la fiducia in uno strumento importante e utile.

Ecco perché dobbiamo andare a vedere quali sono i punti deboli del sistema e della sua applicazione, pur senza metterne in dubbio l’utilità.

Per questo motivo abbiamo deciso di presentare alla Commissione questa interrogazione parlamentare, affinché questa ci aiuti a capire come è stato applicato il mandato in questi ultimi anni. In tal modo potremo capire se è necessario aggiornarlo per assicurarne una corretta applicazione.

 
  
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  Sarah Ludford, autore.(EN) Signora Presidente, il gruppo liberale in seno al Parlamento europeo è sempre stato favorevole al mandato d’arresto europeo in ragione della sua importanza per la lotta ai reati transfrontalieri gravi. Il mio gruppo, però, ha anche sempre osservato che il sistema del mandato d’arresto europeo sarebbe rimasto incompleto se non fossero stati fatti progressi nei diritti procedurali della difesa in Europa. Per questo motivo, abbiamo sempre criticato il Consiglio per non aver dato seguito alla proposta complessiva avanzata dalla Commissione in materia.

Ora stiamo finalmente mettendo mano al quadro dei diritti della difesa. In tale contesto, apprezzo che nella sua tabella di marcia la Vicepresidente Reding abbia voluto esprimere il suo impegno a favore di questo programma. La vera domanda è se questo sarà sufficiente per colmare le lacune presentate dal mandato d’arresto europeo. Personalmente, penso di no. A mio giudizio è necessario, infatti, intervenire anche sul funzionamento del sistema.

In ogni caso, non dobbiamo dimenticare quanto di buono ha fatto il mandato d’arresto europeo che, tra il 2005 e il 2009, ha permesso l’estradizione di circa 12 000 criminali tra narcotrafficanti, pedofili, stupratori e così via. Tra le altre, anche quella di Hussain Osman, uno dei responsabili degli attentati che hanno sconvolto Londra nel 2005. Nessun londinese, quindi, può permettersi di non essere grato al mandato d’arresto europeo, grazie al quale Hussain Osman è stato rispedito nel Regno Unito dall’Italia nel giro di sei settimane.

Quantomeno nel Regno Unito, però, come sentiremo anche in seguito, il mandato d’arresto europeo è diventato uno dei cavalli di battaglia di quegli euroscettici dediti a compromettere la reputazione dell’UE, aiutati, in questo, anche da molti celebri casi di violazioni dei diritti umani. Il Regno Unito, in realtà, è secondo soltanto alla Germania in termini di richieste di consegna.

Sia la Commissione sia alcune organizzazioni per i diritti umani come Fair Trials International e Justice, e devo qui dichiarare un mio interesse dal momento che la prima gode del mio patrocinio e il consiglio della seconda vede la mia partecipazione, hanno individuato una serie di lacune nel mandato d’arresto. Tra queste, sono citati a ragione il ricorso al mandato per reati minori, la mancanza di rappresentanza legale nello Stato di emissione, l’eccessivo protrarsi della custodia cautelare, l’impossibilità della libertà provvisoria dietro cauzione per i detenuti che non sono cittadini dello Stato di emissione e le cattive condizioni di detenzione. Se la Commissione non ritiene necessaria una rifusione del mandato d’arresto europeo, io sono di diverso avviso.

Innanzitutto, il requisito del controllo di proporzionalità si deve fondare su una base più solida per assicurare che i reati minori restino esclusi dal campo di applicazione. In secondo luogo, il controllo del rispetto dei diritti umani nello Stato di esecuzione deve essere reso esplicito e non rimanere, invece, implicito. In terzo luogo, è necessario riconoscere quei casi in cui non è ragionevole dar seguito a un mandato d’arresto europeo, cosicché l’interessato non finisca per essere oggetto di un’allerta nel Sistema di informazione Schengen valida per tutta l’Europa sebbene la sua consegna sia stata rifiutata per una giusta causa.

Anche la questione della libertà provvisoria dietro cauzione richiede un nostro intervento, non da ultimo attraverso l’applicazione della decisione quadro relativa all’ordinanza cautelare.

Se è vero che è necessario migliorare il mandato d’arresto europeo, è vero anche che questo strumento è stato fondamentalmente un successo. Coloro che lo mettono in dubbio dovrebbero domandarsi se sarebbero contenti di vedere scorrazzare liberamente per anni criminali che non possono essere consegnati a un tribunale e alla giustizia solo perché l’estradizione tradizionale ha tempi troppo lunghi ed è troppo burocratica.

 
  
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  Birgit Sippel , autore.(DE) Signora Presidente, il dibattito sulla costituzione ungherese è stato più volte tacciato di essere un dibattito politico, fatto che mi sorprende alquanto dal momento che uno dei compiti del Parlamento è proprio quello di condurre dibattiti politici. Per questo motivo, vorrei iniziare il mio intervento delineando proprio quello che è il contesto politico.

La criminalità, segnatamente quella organizzata, non è non si è mai fatta fermare dalle frontiere e dai controlli alle frontiere. Non ha senso, quindi, tornare a creare frontiere in Europa e mettere un freno alla crescita comune dei nostri popoli. Al contrario, dobbiamo continuare a sviluppare in modo coerente la cooperazione tra i nostri Stati membri e la cooperazione transfrontaliera tra le autorità di polizia e giudiziarie.

In tal senso, il mandato d’arresto europeo si è dimostrato uno strumento importante ed efficace che potrebbe, però, cadere in discredito se impiegato, per esempio, per un furto di biciclette ovvero semplicemente per condurre un interrogatorio. Purtroppo è emerso, poi, che il mandato d’arresto europeo è usato anche in quei casi in cui è stato deciso di non eseguire un mandato d’arresto perché le circostanze dimostrano che è stato spiccato ingiustamente, ma lo Stato membro di emissione non rispetta la decisione e crea così la spiacevole situazione per cui gli interessati sono arrestati ogniqualvolta valicano una frontiera. Una simile situazione non contribuisce certo a rafforzare la fiducia nei sistemi giuridici europei.

Per quale motivo è venuta a crearsi questa situazione? Il testo della direttiva lascia forse troppo margine di manovra? I problemi sono dovuti a una scorretta applicazione negli Stati membri ovvero a informazioni inadeguate? Queste questioni vanno chiarite, gli Stati membri devono migliorare l’applicazione del mandato ove necessario e la Commissione deve intervenire per prevenire simili abusi. Solo in tal modo potremo evitare che sia gettato discredito su uno strumento in realtà efficace e che vada persa la fiducia in queste misure.

L’esperienza maturata nell’applicazione del mandato ci dimostra, inoltre, quanto sia importante portare avanti la tabella di marcia per i diritti procedurali. Gli imputati devono godere degli stessi diritti in tutta Europa e ricevere una serie di informazioni obbligatorie a tal proposito, nell’interesse della certezza del diritto per tutti gli attori coinvolti.

In conclusione, invito la Commissione a fare pressione per contrastare un’eventuale opposizione su queste questioni. Il Parlamento, sono certa, non le farà mancare il suo appoggio.

(L'oratore accetta di rispondere a un'interrogazione presentata con la procedura del cartellino blu ai sensi dell'articolo 148, paragrafo 8)

 
  
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  William (The Earl of) Dartmouth (EFD).(EN) Signora Presidente, l’onorevole Sippel ha descritto il mandato d’arresto europeo come un bel bambino. Ma non assomiglia piuttosto al mostro di Frankenstein? Non dovrebbe forse farsene una ragione?

 
  
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  Birgit Sippel , autore. – (DE) Non sono certa di dover rispondere a quest’interrogazione, che mi pare piuttosto un commento polemico. In ogni caso, le cifre dimostrano che il mandato d’arresto europeo rappresenta uno strumento adeguato per combattere contro la criminalità in un’Europa unita. La criminalità non è un problema nazionale, bensì un fenomeno internazionale che non si ferma alle frontiere e rende necessaria la collaborazione a livello transfrontaliero. Indubbiamente vanno risolti i principali problemi legati al mandato e vanno fermati gli abusi. Ciò non toglie, comunque, che il mandato d’arresto europeo sia uno strumento indispensabile.

 
  
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  Gerard Batten, autore.(EN) Signora Presidente, è ormai dal 2004 che non mi stanco di ripetere che il mandato d’arresto europeo può essere utilizzato come strumento di oppressione nei confronti dei dissidenti politici, proprio ciò che sta accadendo ora nel caso di Julian Assange. La causa intentata dalla Svezia presenta diverse irregolarità. Assange, per esempio, non è ancora stato accusato di nessun reato specifico. Circa quattro mesi prima che venisse spiccato il mandato d’arresto europeo, un pubblico ministero di Stoccolma aveva già chiuso l’indagine a suo carico per quella che in Svezia è considerata una “violenza sessuale minore”. Nel corso della nuova indagine che ha portato all’emissione del mandato, poi, il pubblico ministero responsabile ha omesso di sentire quei testi che avrebbero potuto scagionare Assange.

Secondo un parere giuridico indipendente inglese, le accuse mosse nei confronti di Assange non integrerebbero la fattispecie della violenza sessuale ai sensi della legislazione inglese. L’avvocato dell’accusa in Svezia ha affermato, a quanto pare, che le vittime stesse non sarebbero in grado di stabilire se le azioni commesse da Assange costituiscano realmente uno stupro, dal momento che non dispongono delle competenze giuridiche necessarie. In ogni caso, la casella del mandato d’arresto europeo da spuntare per la violenza sessuale non contiene alcuna definizione o spiegazione in merito al reato.

Assange è rimasto in Svezia per ben cinque settimane per rispondere alle accuse, ma non è stato interrogato perché l’inchiesta ha subito ritardi ingiustificati. Era arrivato in Svezia a meno di un mese dalla pubblicazione dei diari di guerra in Afghanistan da parte di WikiLeaks e dall’annuncio di molte altre rivelazioni. Poco dopo, alcune illustri personalità statunitensi avevano chiesto che Assange fosse assassinato o rapito e che il governo americano operasse come se fosse in guerra contro WikiLeaks, descritta come un’organizzazione terroristica.

Il tutto proprio quando viene spiccato un mandato d’arresto europeo nei suoi confronti. Le relazioni tra la Svezia e gli USA quanto a condivisione di informazioni di intelligence e cooperazione sono piuttosto strette, il che fa dubitare della presunta neutralità del paese. Perché mai gli Stati Uniti dovrebbero volere che Assange sia estradato in Svezia? Gli americani stanno ancora preparando una causa a suo carico e non sanno bene di cosa accusarlo, sempre ammesso che possano accusarlo di qualcosa. Senza un’accusa, però, gli Stati Uniti non possono estradarlo dal Regno Unito e hanno quindi bisogno di rinchiuderlo da qualche parte finché non sistemano la questione, evitando così che faccia ritorno in Australia.

Il mandato d’arresto europeo è un espediente perfetto. Come ho detto a più riprese in quest’Assemblea, grazie al mandato d’arresto europeo l’estradizione, o per meglio dire la consegna, ora non è che una pura formalità burocratica. Semplicemente, non esistono vere tutele. Alla luce di quanto detto, la mia domanda alla Commissione e al Consiglio, quindi, non è tanto se il mandato d’arresto europeo è sfruttato a fini politici, quanto piuttosto se ciò sia anche solamente possibile. Se la Commissione e il Consiglio sono onesti, non potranno che ammettere che la risposta è affermativa ed è proprio questo ciò che chiedo cortesemente di fare ora. A mio parere, l’attualità ci dimostra senza ombra di dubbio che nel caso di Julian Assange sta avvenendo proprio questo.

 
  
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  Cornelis de Jong, autore.(NL) Signora Presidente, il testo delle interrogazioni orali potrebbe sembrare astratto e teorico, ma il mandato d’arresto europeo riguarda in realtà le sorti dei nostri cittadini, i diritti umani e le libertà fondamentali.

Nei Paesi Bassi ad attirare l’attenzione è stato il caso di Cor Disselkoen. Nel 1997, questo imprenditore olandese era stato accusato di aver violato la legislazione fiscale polacca, costretto a passare due mesi in carcere in condizioni vergognose e rilasciato solo dietro pagamento di un’ingente cauzione. Per i dodici anni seguenti non ha più sentito nulla della sua causa finché, l’anno scorso, la Polonia non ha improvvisamente chiesto la sua estradizione. Questa volta, la Polonia ha fatto ricorso al mandato d’arresto europeo. Dieci giorni fa, Disselkoen è stato trasferito in Polonia. I suoi avvocati sostengono che la prigione in cui è stato detenuto è altrettanto lurida e sovraffollata di quella in cui era stato nel 1997. In violazione di tutte le norme, la consultazione tra Disselkoen e il suo avvocato è stata registrata con una videocamera. Al suo fascicolo, inoltre, sono state aggiunte altre quattro accuse. Il giudice è arrivato a insinuare che le nuove accuse potrebbe portare a un altro mandato d’arresto. Ancora una volta, Disselkoen ha pagato un’ingente somma di denaro come cauzione ed è tornato nei Paesi Bassi. Il suo caso, comunque, ci dimostra come il mandato d’arresto europeo possa essere all’origine di situazioni degradanti.

Nella sua relazione, la Commissione ha dimostrato di essere consapevole dei problemi e di volersene preoccupare. Ecco perché il mio gruppo ripone le sue speranze nel Commissario. Signora Commissario, potrebbe spiegarci lei stessa come dovrebbero essere interpretati i requisiti di proporzionalità e provvedere a che il Consiglio si faccia carico della questione? Può assicurare che i cittadini possano veramente impugnare il mandato d’arresto sia nello Stato membro di emissione sia nello Stato membro di esecuzione? Conviene che lo Stato di esecuzione dovrebbe potersi rifiutare, in modo coerente, di dar seguito a un mandato d’arresto spiccato da un paese in cui le condizioni nelle prigioni e nei centri di detenzione sono inumane, che il mandato d’arresto europeo deve essere oggetto di una valutazione del rispetto dei diritti umani e che Cor Disselkoen dovrebbe poter dormire sonni tranquilli?

 
  
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  Timothy Kirkhope, autore.(EN) Signora Presidente, l’impatto che il mandato d’arresto europeo ha avuto sulla criminalità transfrontaliera è innegabile. Il mandato, infatti, ha contribuito a rendere possibile l’estradizione di circa 12 000 narcotrafficanti, pedofili, stupratori e terroristi e ha permesso, al contempo, di evitare la lunga trafila burocratica per l’estradizione. La rapidità di questo strumento è inestimabile, visti la libertà con cui si possono superare le frontiere e l’aumento della criminalità transfrontaliera. Il mandato d’arresto europeo, però, non è mai stato pensato per indagare e punire reati di piccola entità, come il furto di un maiale o di una barretta di cioccolata o il superamento del limite dello scoperto in banca.

La situazione che vediamo quest’oggi è più unica che rara: praticamente tutti i gruppi e tutte le nazionalità sono concordi nel dire che è tempo di rivedere, rivalutare e, se del caso, modificare. Proporzionalità, tutela e risarcimento sono le parole chiave per la riforma di questo strumento.

Al momento, stiamo lavorando all’ordine europeo di indagine, uno strumento complementare al mandato d’arresto europeo. È importante, in questo esercizio, non ripetere gli errori commessi in passato. Nell’elaborare il nuovo atto normativo, quindi, dobbiamo tenere bene a mente quali sono le pecche e gli ostacoli del mandato d’arresto europeo.

Troppi sono gli esempi di imputati detenuti in condizioni inadeguate, di mandati spiccati ingiustamente e di risarcimenti non concessi alle vittime di tali errori giudiziari. Il mio timore è che stiamo costruendo l’ordine europeo di indagine su fondamenta fragili, proprio come è fragile il mandato d’arresto su cui si basa. Il nostro compito è di ricostruire la fiducia e il valore di uno strumento che deve essere riservato esclusivamente ai reati più gravi, assicurando che nel ricorrervi continuino a essere rispettate le norme più elevate.

(L'oratore accetta di rispondere a un'interrogazione presentata con la procedura del cartellino blu ai sensi dell'articolo 148, paragrafo 8)

 
  
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  Gerard Batten (EFD).(EN) Signora Presidente, avrei una domanda per l’onorevole Kirkhope. Il collega conviene che il mandato d’arresto europeo deve essere rivisto e rivalutato. Personalmente mi spingerei ben oltre, ma lasciamo stare. In ogni caso, l’onorevole Kirkhope ha parlato dell’ordine europeo di indagine che, a quanto ho capito, considera un passo eccessivo.

Nel sentirlo dire ciò, mi domando se l’onorevole Kirkhope è consapevole che una delle prime decisioni prese dal ministro degli Interni del suo governo, Theresa May, dopo il suo insediamento è stata proprio di far partecipare il Regno Unito all’ordine europeo di indagine, cosicché ora non possiamo più tirarci indietro e siamo legati a quanto uscirà dal tritacarne legislativo, visto che il provvedimento sarà votato a maggioranza qualificata e non potremo quindi determinare quello che sarà il risultato finale. Mi domando anche se questo non è forse un esempio dell’abitudine dei conservatori britannici di fare il doppio gioco, criticando le misure adottate dall’Unione europea in quest’Assemblea e appoggiandole, invece, in seno al Parlamento britannico.

 
  
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  Timothy Kirkhope (ECR).(EN) Signora Presidente, la posizione assunta dal governo britannico in merito al mandato d’arresto europeo e all’ordine europeo di indagine è chiaramente dettata dal fatto che il governo ritiene, piuttosto a ragione, di avere il dovere di difendere al meglio gli interessi del Regno Unito per quanto riguarda la criminalità transfrontaliera. Il nostro paese è stato vittima di moltissimi crimini e, non da ultimo, di attacchi terroristici, come l’onorevole collega sa bene. Non dubito che anche l’onorevole Butten condivida la nostra determinazione a sconfiggere la criminalità, e collaborare a livello transfrontaliero è il modo migliore per farlo.

Naturalmente l’ordine europeo di indagine deve essere applicato con attenzione. Scegliendo di prendervi parte e di sostenere l’iniziativa, comunque, il governo non ha certo detto l’ultima parola. Ciò che dobbiamo fare ora è studiare l’ordine nei dettagli, applicarlo in modo efficace e farne un complemento al mandato d’arresto europeo. Aver deciso di partecipare all’iniziativa è una buona dimostrazione del fatto che vogliamo combattere la criminalità transfrontaliera. Confido che anche l’onorevole collega condivida il nostro intento.

 
  
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  Enikő Győri, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Signora Presidente, il mandato d’arresto europeo rappresenta lo strumento migliore tra quelli creati dall’Unione europea nel quadro del riconoscimento reciproco. Non posso, quindi, che ringraziarla per aver voluto dare inizio a questo dibattito.

Il Consiglio ha dedicato molta attenzione e molta energia alla questione, non da ultimo attraverso una valutazione inter pares dell’applicazione pratica di tale strumento che è stata condotta in tutti gli Stati membri nel corso di tre anni. I vantaggi offerti dal mandato d’arresto europeo sono di gran lunga superiori rispetto a qualsiasi svantaggio. Grazie al MAE, l’Unione è riuscita a ridurre i tempi per l’estradizione, in molti casi da uno o due anni a solo uno o due mesi. Il sistema precedente per l’estradizione era farraginoso ed era ormai inadeguato in un mondo moderno in cui le frontiere sono aperte e i reati transfrontalieri gravi e organizzati si fanno più frequenti.

Per quanto attiene alla proporzionalità, è vero che in alcuni casi il mandato d’arresto europeo è stato spiccato per reati minori, ma in definitiva sta all’autorità competente nello Stato membro di emissione decidere per quali reati avviare la procedura. A differenza dell’estradizione, infatti, il mandato d’arresto europeo rappresenta uno strumento esclusivamente giudiziario. Un mandato d’arresto europeo si fonda sempre su una decisione giudiziaria presa nello Stato membro di emissione e la decisione se spiccare o meno un simile mandato spetta all’autorità giudiziaria nazionale. Se effettivamente sussiste un problema legato alla proporzionalità, questo non è dovuto allo strumento in sé né alla decisione quadro relativa al MAE, quanto piuttosto alle politiche condotte dai singoli Stati membri nel campo della giustizia penale. Il Consiglio è stato piuttosto chiaro nel dire che nei casi in cui la custodia cautelare risulta inappropriata, non si dovrebbe far ricorso al mandato d’arresto europeo.

Il Consiglio ha anche esortato i responsabili a considerare l’opportunità di ricorrere ad alternative al mandato d’arresto europeo e a farsi consigliare a tal proposito. In considerazione dell’efficienza, a livello generale, dei procedimenti penali, le possibili alternative sono il ricorso, ove possibile, agli strumenti meno coercitivi offerti nel quadro dell’assistenza giudiziaria reciproca, l’uso di videoconferenze per i sospettati, la convocazione di un cittadino a comparire di fronte a un giudice attraverso un ordine di comparizione, il ricorso al Sistema di informazione Schengen per identificare il luogo di residenza di un sospettato ovvero il ricorso alla decisione quadro relativa all’applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle sanzioni pecuniarie.

In ogni caso, sarà sempre l’autorità di emissione a dover fare simili valutazioni. I mandati d’arresto europei sono spiccati per un procedimento penale ovvero per una sentenza irrevocabile di condanna nello Stato di emissione. Le decisioni giudiziarie in questione sono prese sulla base del materiale a disposizione del giudice o del pubblico ministero nello Stato di emissione.

Nelle nostre riflessioni, poi, non dobbiamo neanche perdere di vista le vittime. Nella maggior parte dei casi, le vittime del reato si trovano nello Stato di emissione e non in quello di esecuzione. Ritardare il processo e l’esame del caso significa, quindi, anche rischiare di violare i diritti delle vittime. Una giustizia ritardata è una giustizia negata, non solo per i sospettati ma anche per la vittime. Un processo rapido, pertanto, è anche nell’interesse delle vittime e del rispetto dei loro diritti. Il Consiglio intende approvare una tabella di marcia proposta dalla presidenza ungherese per rafforzare proprio questi diritti. La soluzione al problema della proporzionalità, quindi, non può consistere in una modifica ai principi fondamentali di un mandato d’arresto europeo ben funzionante che rappresenta un importante miglioramento rispetto al sistema di estradizione precedente.

Quanto ai diritti della difesa, vorrei innanzitutto osservare che, a differenza dell’estradizione, il mandato d’arresto europeo è uno strumento esclusivamente giudiziario, il che, di per sé, è già una garanzia importante. Un mandato d’arresto europeo si fonda sempre su una decisione giudiziaria nello Stato membro di emissione e può essere eseguito nello Stato di esecuzione solo attraverso un’altra decisione giudiziaria. L’interessato potrà sempre esercitare i suoi diritti alla difesa nello Stato membro di emissione in cui si svolge la fase di accertamento sul merito. Una simile impostazione è assolutamente in linea con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

Ciò non significa, comunque, che la persona nei confronti della quale è stato spiccato il mandato d’arresto non possa, e non debba potere, esercitare i suoi diritti nello Stato di esecuzione. La direttiva 2010/64/CE del 20 ottobre 2010, per esempio, prevede il diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali e si applica anche nel caso dell’esecuzione di un mandato d’arresto europeo.

Il Consiglio, inoltre, accoglie con favore il fatto che la proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sul diritto all’informazione nei procedimenti penali avanzata di recente dalla Commissione preveda il diritto all’informazione scritta nei procedimenti di esecuzione di un mandato d’arresto europeo.

Preoccupazioni sono state espresse, inoltre, riguardo al fatto che una decisione negativa in merito a un mandato d’arresto europeo non porta automaticamente alla cancellazione della relativa allerta nel sistema di informazione Schengen. L’allerta SIS, tuttavia, rappresenta uno strumento per trasmettere il mandato d’arresto europeo. In definitiva, è solo l’autorità di emissione che ha inserito l’allerta a poterla ritirare.

Qualora uno Stato membro, concluso il procedimento giudiziario, decida di non eseguire il mandato d’arresto europeo, l’interessato viene rilasciato. Se la decisione di non eseguire il mandato è definitiva, è chiaro che l’interessato non può essere detenuto dallo Stato membro di esecuzione sulla base di tale strumento. In ogni caso, la decisione di non eseguire il mandato d’arresto europeo non invalida il provvedimento. Il mandato rimane, comunque, un titolo valido per l’arresto del sospettato nello Stato membro di emissione ovvero in qualsiasi altro Stato membro. Questa impostazione non ha nulla a che vedere con il sistema del mandato d’arresto europeo in quanto tale ed è la stessa prevista per il sistema di estradizione tradizionale.

Le condizioni di detenzione, infine, possono talvolta essere migliorate. La questione, però, non riguarda specificamente l’applicazione del mandato d’arresto europeo. Sono le autorità dei singoli Stati membri a dover assicurare che le condizioni di detenzione rispettino le norme in vigore, a prescindere dal fatto che i detenuti siano stati estradati da un altro Stato membro.

 
  
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  Viviane Reding, Vicepresidente della Commissione.(EN) Signora Presidente, come forse saprà, l’11 aprile scorso la Commissione ha adottato una relazione sull’attuazione del mandato d’arresto europeo. La relazione si concentra su alcune questioni fondamentali relative al funzionamento del mandato d’arresto e, per la prima volta dalla sua introduzione nel 2004, identifica non solo gli aspetti positivi ma anche quelli negativi.

Molto è già stato detto degli aspetti positivi, quindi mi limito a sottolineare che tra il 2005 e il 2009 sono stati spiccati circa 55 000 mandati d’arresto europei, di cui circa 12 000 sono stati eseguiti. Durante lo stesso periodo, circa il 60 per cento delle persone per cui era stata chiesta l’estradizione ha accettato di consegnarsi, in media in un lasso di tempo compreso tra i 14 e i 17 giorni. I tempi per l’estradizione dei sospettati che non hanno acconsentito alla propria consegna, invece, sono stati in media di 48 giorni, un miglioramento significativo se si considera che prima dell’introduzione del mandato d’arresto europeo l’estradizione richiedeva, sempre in media, un anno e un impulso indubbiamente importante per la libera circolazione delle persone.

Il mandato d’arresto, pertanto, rappresenta uno strumento importante per arrestare i criminali e rendere la nostra giustizia penale più efficace, aspetto sul quale penso che tutti in quest’Assemblea potranno dirsi d’accordo. Il mandato, infatti, ha contribuito a individuare reti di pedofili e ad arrestare assassini e terroristi. Proprio ciò per cui è pensato.

Di recente, però, è venuta delineandosi una nuova tendenza, vale a dire un sensibile aumento del numero di mandati d’arresto europei a partire dal 2007. In alcuni casi, le autorità ricorrono al mandato in modo poco proporzionato per richiedere l’estradizione di cittadini sospettati di reati minori, come il furto di una bicicletta o di un maialino. Il ricorso al mandato d’arresto in simili casi è superfluo e rischia di minare la legittimità di un efficace strumento di riconoscimento reciproco dell’UE. Ecco perché la Commissione chiede di intervenire.

In primo luogo, la Commissione esorta gli Stati membri a condurre un controllo di proporzionalità nel momento in cui intendono spiccare un mandato d’arresto europeo e a colmare le lacune nella loro legislazione qualora questa non sia perfettamente in linea con la decisione quadro relativa al mandato d’arresto europeo. La Commissione invita, poi, gli Stati membri ad assicurare che i funzionari impiegati nel settore giudiziario, come i pubblici ministeri, non emettano mandati per reati minori.

A tal fine, definiremo in un manuale sul mandato d’arresto le linee da seguire per il controllo di proporzionalità. Entro la fine del 2011, poi, avanzeremo delle proposte per intensificare la formazione delle autorità di polizia, delle autorità giudiziarie e dei giuristi nel campo del mandato d’arresto con l’obiettivo di assicurare coerenza ed efficacia nella sua applicazione e di sensibilizzare circa le nuove salvaguardie relative ai diritti procedurali.

Proprio per quanto attiene alle salvaguardie per i diritti procedurali, la relazione riflette anche sull’importanza, a livello più generale, dei diritti fondamentali e della fiducia negli ordinamenti giuridici dei diversi Stati membri. Per questo motivo, la Commissione ha iniziato a definire quelli che dovrebbero essere i diritti procedurali dei detenuti.

Innanzitutto, le norme minime relative al diritto all’interpretazione e alla traduzione già approvate nel 2010. Poi, il diritto a essere informati dei propri diritti mediante la cosiddetta letter of rights su cui dovrebbe essere raggiunto un accordo a breve. Infine, proprio oggi la Commissione ha presentato la terza proposta relativa ai diritti procedurali volta ad assicurare che l’imputato possa avere accesso a un avvocato e a riconoscere il diritto a che un terzo sia informato dell’arresto del sospettato. Nel caso di un mandato d’arresto europeo, la proposta prevede l’accesso a un avvocato sia nello Stato membro di emissione sia nello Stato membro di esecuzione.

Tutti i diritti procedurali si applicano anche ai casi per cui è stato spiccato un mandato d’arresto europeo. Le misure sono pensate per scongiurare l’eventualità che le prove siano raccolte violando i diritti fondamentali del sospettato.

A questo punto, vorrei anche rispondere a una questione specifica sollevata dagli autori. Stando alle informazioni a disposizione della Commissione, nulla farebbe presagire che, nel caso della richiesta di estradizione presentata dalla Svezia al Regno Unito per Assange, accusato di violenza sessuale, il mandato d’arresto europeo sia sfruttato per perseguire scopi che non gli sono propri.

Ai sensi della decisione quadro relativa al mandato d’arresto europeo, la consegna non è altro che una procedura esclusivamente giudiziaria che non vede alcuna possibilità di intervento da parte dei governi. Nel caso specifico citato pocanzi, la procedura è stata espletata dalle autorità giudiziarie del Regno Unito e della Svezia senza alcuna ingerenza da parte dei governi dei due paesi.

Per quanto riguarda, poi, l’eventuale estradizione negli Stati Uniti, vorrei sottolineare che ad oggi non siamo a conoscenza di alcuna richiesta presentata a tal fine. Qualora fosse presentata la domanda, la consegna potrebbe avvenire solo con il consenso dello Stato membro che ha provveduto alla consegna dell’interessato, in questo caso il Regno Unito. Ai sensi dell’articolo 28 della decisione quadro del Consiglio, infatti, la persona che è stata consegnata a seguito di un mandato d'arresto europeo non è estradata verso uno Stato terzo senza l'assenso delle autorità competenti dello Stato membro che ha provveduto alla consegna. Questo per chiarire quale sia il contesto giuridico in cui si iscrive la problematica, ma naturalmente siamo solo nel campo delle ipotesi dal momento che ancora non è stata avanzata alcuna richiesta concreta.

 
  
  

PRESIDENZA: LIBOR ROUČEK
Vicepresidente

 
  
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  Agustín Díaz de Mera García Consuegra, a nome del gruppo PPE.(ES) Signor Presidente, a mio parere il mandato d’arresto rappresenta uno strumento fondamentale nella lotta alla criminalità organizzata, al terrorismo e ad altre forme di criminalità. Il mandato si è dimostrato uno strumento efficace e costituisce, per citare le parole della stessa decisione, il fondamento della cooperazione e la prima concretizzazione nel settore del diritto penale del principio di riconoscimento reciproco.

Se è vero che il mandato d’arresto rappresenta uno strumento molto utile, non possiamo dimenticare che presenta anche una serie di punti deboli. Questi punti deboli sono stati identificati non solo, come diceva il Commissario Reding, nella relazione della Commissione dell’aprile 2011, ma anche in quelle del 2005 e del 2006. I punti deboli in questione, determinati fondamentalmente da due premesse basilari ed essenziali, possono e, naturalmente, devono essere eliminati. Il mandato d’arresto si compone di due fasi, vale a dire l’emissione, da un lato, e il rifiuto ovvero la consegna, a seconda dei casi, dall’altro. Le cifre ci dimostrano, comunque, che questo strumento è senz’altro utile: 54 000 sono i mandati d’arresto emessi e 12 000 quelli eseguiti.

Venendo ora alle modifiche da apportare, ritengo che il mandato d’arresto europeo debba essere accompagnato da salvaguardie procedurali che siano più numerose e più efficaci in merito all’emissione, al rifiuto e alla consegna. La questione della proporzionalità nel ricorso al mandato d’arresto, o per meglio dire della sua presunta mancanza, è fondamentale. Per questo motivo, è per me un grande piacere sentir dire dal Commissario Reding che gli Stati membri dovranno condurre un controllo di proporzionalità e prestare attenzione a che non siano spiccati mandati d’arresto europei per reati minori.

Tra l’altro, signor Presidente, le interrogazioni oggetto del dibattito odierno affrontano anche una questione specifica, vale a dire il costo di un mandato d’arresto per le finanze pubbliche, stimato da un giudice irlandese a 25 000 euro. Al giudice in questione vorrei dire che, secondo me, la sua stima non è credibile e che dovrebbe sostanziare il suo calcolo.

In conclusione, ritengo che il mandato d’arresto europeo debba restare a disposizione delle autorità, rafforzato e accompagnato da garanzie procedurali migliori.

(L'oratore accetta di rispondere a un'interrogazione presentata con la procedura del cartellino blu ai sensi dell'articolo 148, paragrafo 8)

 
  
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  William (The Earl of) Dartmouth (EFD).(EN) Signor Presidente, vorrei chiedere all’onorevole Díaz de Mera se è a conoscenza del trattato sull’estradizione rapida firmato dal Regno Unito e dalla Spagna nel 2003, ben prima dell’introduzione del mandato d’arresto europeo, e se non pensa forse che questo strumento permetta di perseguire meglio i reati gravi rispetto al mandato d’arresto europeo, la cui efficacia è inficiata da tutte le difficoltà di cui abbiamo sentito parlare.

 
  
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  Agustín Díaz de Mera García Consuegra (PPE).(ES) Non sono d’accordo, onorevole Dartmouth. A mio giudizio, il mandato d’arresto europeo è uno strumento più utile e versatile nella lotta a tutte le forme di criminalità che sono state citate.

Lo ha già detto il Commissario Reding, ma vorrei comunque ricordarle che un ordine di estradizione può richiedere fino a un anno, mentre il mandato d’arresto europeo deve essere eseguito nel giro di 40 giorni.

Ecco perché ritengo che quest’ultimo sia molto più versatile e utile nella lotta ai criminali, ai malfattori e ai terroristi.

 
  
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  Claude Moraes, a nome del gruppo S&D.(EN) Signor Presidente, per il nostro gruppo la situazione è chiara. Il Consiglio ci ha detto che, se il mandato d’arresto europeo è usato correttamente e in modo efficiente e non per quei casi minori di cui abbiamo sentito parlare, i vantaggi sono di gran lunga superiori rispetto agli svantaggi.

La Commissione ha preparato una relazione credibile e seria, secondo cui, se sapremo risolvere il problema del ricorso al mandato per i casi minori, vale a dire della proporzionalità, e quello delle garanzie procedurali, il mandato d’arresto europeo può ancora essere uno strumento utile per combattere i reati gravi e la criminalità organizzata. Non dimentichiamo questa cifra, i 12 000 mandati d’arresto eseguiti. Proprio nella mia circoscrizione elettorale, a Londra, sono stati arrestati gli organizzatori degli attentati del luglio 2005, un fatto che mi sta particolarmente a cuore. Nel momento in cui sapremo comprendere quanto simili casi possano avere un effetto importante e simbolico, allora il mandato d’arresto europeo potrà e dovrà funzionare.

Per il nostro gruppo, l’interrogazione orale di cui parliamo quest’oggi è molto semplice. Stiamo per passare dalle parole ai fatti e abbiamo di fronte a noi due problemi spinosi. Il primo, la mancanza di proporzionalità, non potrà essere risolto dal giorno alla notte. A tal proposito, vorrei complimentarmi con il Commissario, e parlo in particolare della formazione giuridica, per aver espresso l’intenzione di risolvere il problema del ricorso al mandato per casi di scarsa rilevanza, che sta andando a intaccare la credibilità del mandato d’arresto europeo. Il Consiglio, e non parlo solo della presidenza ungherese ma degli Stati membri in generale, deve, però, aiutarci a portare avanti anche il fascicolo delle garanzie procedurali e a risolvere il problema dell’eccessivo protrarsi della custodia cautelare nel mio paese.

Queste situazioni creano difficoltà a uno strumento che, se applicato correttamente, può rivelarsi efficace. Il problema più difficile da risolvere, però, è quello delle pari condizioni in merito ai diritti procedurali della difesa. Per questo motivo il mio gruppo, che ha chiesto l’introduzione della cosiddetta letter of rights, prende molto seriamente non solo la qualità ma anche i tempi per l’approvazione della legislazione necessaria affinché il mandato d’arresto europeo possa diventare, così come dovrebbe essere, uno strumento efficace nella lotta ai reati gravi e alla criminalità organizzata e la sua credibilità non sia messa a rischio dai numerosi casi minori in cui è impiegato e dalla mancanza di pari condizioni.

Questi sono gli auspici del nostro gruppo. A nostro parere, l’impegno per realizzarli non manca. Particolare attenzione, però, va prestata agli Stati membri, che, da un lato, chiedono che il mandato d’arresto europeo sia efficace e, dall’altro, non ci aiutano ad approvare gli atti normativi necessari a creare pari condizioni.

(L'oratore accetta di rispondere a un'interrogazione presentata con la procedura del cartellino blu ai sensi dell'articolo 148, paragrafo 8)

 
  
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  Gerard Batten, a nome del gruppo EFD.(EN) Signor Presidente, l’onorevole Moraes ha parlato della mancanza di proporzionalità e di tutti gli altri problemi che ormai conosciamo bene. Fin qui, siamo tutti d’accordo. Ma c’è una questione di cui nessuno ha ancora parlato, il vero convitato di pietra in quest’Assemblea: l’impossibilità per la corte di prendere visione delle prove prima facie a carico dell’imputato e di disporre di una certa discrezionalità riguardo all’estradizione, un problema che colpisce molti dei nostri elettori.

Il caso più conosciuto è quello di Andrew Symeou. Ho presenziato alle audizioni presso la corte d’appello e ho ascoltato quanto hanno detto i giudici. Si leggeva loro in faccia che sapevano benissimo che non c’erano delle vere e proprie prove a carico del ragazzo: le prove erano contraddittorie, le deposizioni sembravano preparate ad hoc dalla polizia ed era chiaro che il ragazzo non avrebbe dovuto essere estradato. All’onorevole collega chiedo come intende affrontare questo problema, il fatto che la corte non può tener conto delle prove prime facie a carico dell’imputato, ovvero della loro assenza.

 
  
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  Claude Moraes (S&D).(EN) Signor Presidente, per poter eseguire un mandato d’arresto le prove prima facie sono assolutamente necessarie. Un mandato d’arresto non può essere eseguito senza che la corte comprenda quali sono i fatti salienti del caso.

All’onorevole Batten faccio notare che, nel caso di Andrew Symeou, i problemi erano di natura procedurale, vale a dire il periodo di detenzione e il sistema giurisdizionale dopo l’esecuzione del mandato. L’onorevole collega parlava dell’appello. A essere problematico è stato il periodo che è seguito all’esecuzione del mandato d’arresto. Ed è proprio questo il problema che stiamo cercando di risolvere quest’oggi con questo dibattito.

 
  
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  Nathalie Griesbeck, a nome del gruppo ALDE. (FR) Signor Presidente, il dibattito precedente è stato molto acceso e affascinante, mentre in questo ci troviamo molto più d’accordo. La mia impressione è che nessuno metta in dubbio l’efficacia dell’estradizione e del mandato d’arresto europeo, la necessità di accorciare le procedure e quindi, in sostanza, la necessità di combattere la criminalità.

Il ricorso al mandato, tuttavia, come è già stato ricordato, è stato all’origine di abusi e pratiche abusive: pratiche abusive come nel caso del ricorso al mandato per reati minori, e non mi dilungo ora per ricordare i numerosi esempi tragicomici, dal furto di biciclette a quello dei maialini, ma anche pratiche abusive più gravi come nel caso di detenzioni sproporzionate, di detenzioni di cittadini innocenti e di violazioni del diritto al ricorso.

Alcuni anni fa, il mio gruppo aveva sostenuto la necessità di introdurre delle salvaguardie per il ricorso al mandato d’arresto europeo. Mi ha fatto piacere sentir dire dal Commissario, questo pomeriggio, che è sua intenzione migliorare le procedure definendo degli orientamenti per gli Stati membri e per i detenuti. La proposta mi piace perché credo che i cittadini abbiano compreso bene l’importanza del mandato d’arresto europeo e questo è, quindi, un banco di prova fondamentale per dimostrare cosa può fare l’Europa per consolidare la giustizia nel nostro continente.

 
  
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  Zbigniew Ziobro, a nome del gruppo ECR.(PL) Signor Presidente, gli Stati membri dell’Unione europea hanno bisogno di strumenti efficaci per la lotta alla criminalità e, in particolare, alla criminalità organizzata, la sua manifestazione più pericolosa. In un tale contesto, il mandato d’arresto europeo risponde proprio a questa necessità. A sfruttare la libertà di movimento nell’Unione europea, infatti, non sono solo i cittadini onesti, ma anche quei criminali che non si avvalgono dei loro diritti per turismo o per affari, bensì per svolgere attività criminali o per evitare di essere portati davanti alla giustizia nel loro paese o nel paese in cui si sono resi colpevoli di un reato.

L’esistenza e l’uso di questo strumento sono, pertanto, un fatto positivo, così come lo è il fatto che lo strumento sia costantemente monitorato. Ciascun nuovo strumento giuridico ha, però, oltre a una serie di aspetti positivi, anche alcuni difetti che vanno identificati e che bisogna cercare di risolvere. Nel caso del mandato d’arresto europeo, ritengo valga la pena valutare l’opportunità di introdurre delle restrizioni al ricorso al MAE nel caso di crimini minori, per esempio quelli per cui è prevista una pena detentiva massima di due anni. A mio parere, dovremmo prendere seriamente in considerazione una simile eventualità.

(L'oratore accetta di rispondere a un'interrogazione presentata con la procedura del cartellino blu ai sensi dell'articolo 148, paragrafo 8)

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) Signor Presidente, se non vado errato l’onorevole Ziobro è polacco. Nell’ascoltare la sua ultima osservazione in traduzione, non ho potuto che trovarmi d’accordo. La Polonia è spesso citata come esempio di paese in cui non esistono soglie per l’emissione di mandati d’arresto, né nazionali né europei.

All’onorevole collega vorrei chiedere se il suo paese ha preso in considerazione l’opportunità di riformare le normative che disciplinano la giustizia penale affinché i pubblici ministeri dispongano di una certa discrezionalità nel decidere se spiccare un mandato d’arresto e non debbano necessariamente dar seguito a tutte le richieste. In tal modo, i famigerati reati minori, come il furto di un maialino, non sarebbero più un grande problema.

Gli inglesi hanno stima dei polacchi che vivono nel Regno Unito, e in particolare a Londra, la maggior parte dei quali naturalmente non sono criminali. Tuttavia, proprio perché i polacchi nel Regno Unito sono così tanti, e peraltro benvenuti, i mandati d’arresto che arrivano dalla Polonia sono molto numerosi.

 
  
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  Zbigniew Ziobro (ECR).(PL) Signor Presidente, vorrei ringraziare l’onorevole Ludford per aver posto questa domanda. In effetti, siamo ben consapevoli del problema su cui l’onorevole collega è stata tanto gentile da richiamare la mia attenzione. I tribunali polacchi sono molto rigorosi nell’applicare le disposizioni e, talvolta, le applicano anche a quelli che potrebbero sembrare casi minori. Molti miei connazionali vivono a Londra, per esempio, e riconosco che talvolta sono emessi mandati anche in casi dubbi come quelli di cui stiamo parlando. A mio giudizio, la soluzione migliore sarebbe che la Commissione considerasse l’opportunità di prevedere soluzioni di carattere più generale, che potrebbero essere applicate anche in altri paesi, per assicurare che i mandati non possano essere emessi per casi che sono chiaramente di importanza minore, come quelli per cui la pena detentiva massima è di due anni, ma solo per quei casi gravi per cui erano stati originariamente pensati.

 
  
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  Judith Sargentini, a nome del gruppo Verts/ALE.(NL) Signor Presidente, sono grata all’onorevole Ludford per aver posto questa domanda che stavo per fare io stessa. La settimana scorsa ho presenziato al procedimento che si tiene in Polonia a carico di Cor Disselkoen, di cui quest’oggi abbiamo già sentito parlare. Disselkoen, cittadino olandese, è stato estradato in Polonia sulla base di un mandato d’arresto europeo relativo ad alcune questioni risalenti alla metà degli anni Novanta. Nei pochi giorni che ha trascorso dietro le sbarre, perché poi i giudici olandesi e polacchi sono giunti a un accordo, si è visto sequestrare da una guardia i medicinali che è costretto ad assumere per problemi cardiaci.

Il problema, pertanto, non riguarda solo il modo in cui è applicato il mandato d’arresto europeo, ma anche le condizioni nelle carceri, che in diversi paesi europei sono tali per cui è impensabile continuare a mandarci dei detenuti. Il giudice dello Stato membro di esecuzione dovrebbe avere la facoltà di dire: “Non intendo estradare un cittadino in un paese in cui le condizioni di detenzione sono inumane e, in qualità di giudice, mi appello all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”. Convengo con il Consiglio che i paesi dovrebbero essere discreti riguardo ai casi per cui emettono una simile richiesta, ma ritengo che dovrebbero anche avere la libertà di dire: “Questo reato è talmente minore che non intendo estradare un cittadino per un reato simile”. È molto importante, pertanto, che la Polonia modifichi il suo modo di amministrare la giustizia.

(L'oratore accetta di rispondere a un'interrogazione presentata con la procedura del cartellino blu ai sensi dell'articolo 148, paragrafo 8)

 
  
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  Dimitar Stoyanov (NI).(BG) Se ho ben capito, l’onorevole collega ha citato lo stesso caso menzionato poco fa da un altro collega. Avrei voluto intervenire già allora, ma non mi è stata data facoltà. Se parlano di casi specifici, vorrei chiedere agli onorevoli colleghi di citare i nomi di quelle persone che si sono viste calpestare i loro diritti, cosicché tutti possano sentirli. Per questo motivo, vorrei chiedere all’onorevole collega di ripetere il nome della persona di cui sta parlando, perché dobbiamo sempre citare per nome le persone i cui diritti sono stati violati.

 
  
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  Judith Sargentini (Verts/ALE).(NL) Nessun segreto, onorevole Stoyanov. Il nome dell’interessato era stato ricordato anche prima, ma forse è andato perso nell’interpretazione. La persona in questione è Cor Disselkoen. Un altro caso riguarda poi Hörchner, un altro cittadino olandese. Nel mio intervento ho citato il nome di Cor Disselkoen, certa di non provocargli alcun imbarazzo perché è lui il primo a volere che il mandato d’arresto europeo sia modificato e a essere eventualmente lieto di parlare del suo caso in pubblico.

 
  
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  Kyriacos Triantaphyllides, a nome del gruppo GUE/NGL.(EL) Signor Presidente, molto potremmo dire del mandato d’arresto europeo e del modo in cui questo è applicato negli Stati membri, e alcuni colleghi lo hanno già fatto almeno in parte.

Personalmente, vorrei concentrarmi su un aspetto specifico e importante, vale a dire l’assoluto rispetto dei diritti umani e procedurali. I sospettati e gli imputati hanno tutta una serie di diritti, come persone e come parti di un procedimento. Molto spesso, però, questi diritti non sono rispettati. Un esempio tipico sono la custodia cautelare e le condizioni di detenzione di cui parlava l’onorevole de Jong. La ragione principale per cui questi diritti finiscono per essere violati è che tendiamo a dare per scontato che i diritti umani sono rispettati allo stesso modo in tutta Europa. Invece è chiaro che non è così: alcuni Stati membri interpretano alcuni diritti, come il diritto al silenzio, in modo diverso e alcune procedure sono semplicemente differenti, come il periodo di custodia cautelare.

Come intende operare il Commissario a tal proposito? Può il Commissario far sapere se intende proporre misure specifiche come l’introduzione di una disposizione apposita sui diritti umani che permetta ai giudici di esaminare il caso, come accade nel Regno Unito e in Irlanda, invece di continuare ad approvare meccanicamente le sentenze pronunciate in altri Stati membri? Può il Commissario far sapere se intende prevedere che il sospettato o l’imputato siano ascoltati, cosicché il giudice possa decidere se consegnarli al paese che ne ha fatto richiesta, con l’obiettivo di prevenire abusi come l’estradizione per motivi politici? Al Commissario chiedo, infine, se intende proporre tali modifiche nel quadro della tabella di marcia per i diritti procedurali ovvero della legislazione relativa al mandato d’arresto europeo.

 
  
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  William (The Earl of) Dartmouth (EFD).(EN) Signor Presidente, nel mondo angloamericano, la legge ha come obiettivo principale quello di proteggere i cittadini da arresti casuali e detenzioni arbitrarie. Nell’Europa continentale, e in particolare nel blocco orientale, la priorità della legge semplicemente non è questa, e sarebbe ridicolo far finta che non sia così.

Con il mandato d’arresto europeo, chiunque in Gran Bretagna può essere estradato, diciamo per esempio in Bulgaria, e i giudici britannici non possono farci molto. A peggiorare le cose è intervenuta anche la decisione del governo britannico di partecipare all’ordine europeo di indagine, un altro attacco alle libertà dei cittadini britannici. I liberaldemocratici, grandi fautori di questa decisione, si dicono il partito delle libertà civili. Sciocchezze! L’impegno dei liberaldemocratici per le libertà civili si ferma a Calais.

(L'oratore accetta di rispondere a un'interrogazione presentata con la procedura del cartellino blu ai sensi dell'articolo 148, paragrafo 8)

 
  
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  Sarah Ludford (ALDE).(EN) (Microfono spento praticamente fino alla fine della prima frase) ... liberaldemocratici. Mi domando se l’onorevole Earl of Dartmouth sa che sono stati proprio i liberaldemocratici, con l’appoggio dei conservatori che siedono alla Camera alta del Parlamento britannico, a far introdurre nell’Extradition Act del 2003, la legge che recepisce il mandato d’arresto europeo, la possibilità per il giudice di rifiutare una consegna richiesta con un mandato d’arresto europeo qualora ritenga che i diritti fondamentali dell’interessato finirebbero per essere violati. Guardo all’onorevole Kirkhope, perché sono stati i nostri due partiti a collaborare su questo punto.

L’UKIP non fa che urlare impotente e stare a guardare, mentre siamo noi a rimboccarci le maniche e a lavorare per la tutela dei diritti fondamentali. L’onorevole dovrebbe concentrare le sue energie, piuttosto, nel persuadere le corti ad appellarsi all’articolo 21 dell’Extradition Act del 2003. All’epoca, sedevo nella Camera dei Lord e ho contribuito anch’io alla presentazione di questo emendamento.

 
  
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  William (The Earl of) Dartmouth (EFD).(EN) Niente di quanto ha detto inficia le critiche moderate che noi, così come altri, stiamo muovendo. Piuttosto, si sbaglia di grosso se pensa che il miglioramento del diritto alla traduzione rappresenta la panacea per questo atto normativo, tutt’altro che perfetto, che sta rovinando la vita ai nostri cittadini.

 
  
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  Andrew Henry William Brons (NI).(EN) Signor Presidente, le audizioni sui mandati d’arresto hanno poco a che vedere con le audizioni sulle estradizioni precedenti all’approvazione dell’Extradition Act del 2003. Nemmeno durante l’audizione principale la corte può esaminare le prove, può solo considerare i cosiddetti dieci impedimenti alla consegna. La mancanza di prove, però, non costituisce un impedimento all’estradizione. Anche quei cittadini che sono accusati di un comportamento che non costituisce reato nel paese di esecuzione possono essere consegnati con un mandato d’arresto europeo se il reato non richiede la doppia incriminazione.

Se nella maggior parte dei casi parliamo di reati gravi, violenti, sessuali o di disonestà, la lista comprende anche quegli astrusi psicoreati tanto amati dai paesi continentali. Di conseguenza, il malcapitato può essere messo a processo, o piuttosto spedito direttamente in carcere, in uno di quei posti terribili.

Il fatto che un mandato sia spiccato per perseguire una persona per la sua opinione politica dovrebbe essere un impedimento alla consegna, ma temo che determinate opinioni politiche non siano considerate alla stessa stregua di altre. Il mandato d’arresto europeo ci è stato venduto con la promessa che sarebbe stato impiegato per consegnare alla giustizia i terroristi, invece gli errori giudiziari di cui sono rimasti vittime Garry Mann, Deborah Dark, Edmond Arapi, Andrew Symeou e molti altri non avevano nulla a che vedere con il terrorismo.

I casi peggiori, comunque, sono quelli dei cittadini estradati per essere sottoposti a interrogatorio senza che in realtà sia stata mossa alcuna accusa. Vista la situazione, ritengo opportuno reintrodurre il requisito per cui la corte può estradare un cittadino solo se le prove a suo carico fanno davvero presupporre che questi abbia commesso un reato grave ai sensi della legislazione del paese che concede l’estradizione.

 
  
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  Elena Oana Antonescu (PPE).(RO) Signor Presidente, il mandato d’arresto europeo rappresenta uno strumento efficace per combattere e controllare i reati transfrontalieri a livello di UE. Il mandato ha ridotto i tempi per il trasferimento da uno Stato membro a un altro di persone sospettate di aver commesso reati gravi, ivi compresi quelli legati al terrorismo e alla criminalità organizzata. Troppo spesso, però, si è fatto ricorso a questo strumento per sanzionare reati minori. Casi di gravità diversa hanno finito per essere trattati allo stesso modo, mandati d’arresto sono stati spiccati quando in realtà il ricorso a questo strumento non era necessario né proporzionato. Questa situazione è all’origine non solo di ingiustizie ai danni degli imputati, ma anche di un onere ingiustificato per le risorse dello Stato membro di esecuzione.

Il ricorso sproporzionato al mandato mina la fiducia riposta in questo strumento fondamentale nella lotta alla criminalità transfrontaliera. Per ovviare a questa situazione, alcuni paesi non avranno altra alternativa che condurre un controllo di proporzionalità secondo le loro norme prima di eseguire un mandato d’arresto europeo. Il mandato, quindi, finirà per essere applicato in modo poco coerente e uniforme e per far perdere la fiducia nel riconoscimento reciproco.

Il diritto all’assistenza giudiziaria deve essere garantito sia nello Stato di emissione sia nello Stato di esecuzione, cosicché il diritto alla difesa possa dirsi veramente rispettato. Per questo motivo abbiamo posto queste domande alla Commissione e al Consiglio. Dobbiamo essere certi che la giustizia penale e le condizioni di detenzione non siano motivo di diffidenza nei confronti degli ordinamenti giuridici degli altri Stati membri. In conclusione, vorrei anch’io ringraziare il Commissario Reding per tutti gli sforzi profusi per rafforzare i diritti procedurali nei procedimenti penali.

 
  
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  Carmen Romero López (S&D).(ES) Signor Presidente, Commissario Reding, la violazione dei diritti fondamentali costituisce uno dei problemi principali del mandato, come andiamo tutti ripetendo questo pomeriggio.

Non sarà possibile, però, tutelare questi diritti procedurali di cui abbiamo già parlato e di cui discuteremo nel quadro del pacchetto sui diritti procedurali. Non sarà possibile risolvere determinati problemi relativi, per esempio, alle prigioni o ai tempi della custodia cautelare, perché non fanno parte del pacchetto sui diritti procedurali. Sono tutte questioni che, chiaramente, rientrano tra le competenze degli Stati membri.

Per quanto riguarda la questione della proporzionalità e dei reati minori, tuttavia, vorrei ricordare al Commissario Reding che nessuno dei reati di cui ho sentito parlare oggi pomeriggio, dal furto di cravatte a quello di maialini e biciclette, è contemplato dal mandato d’arresto. I 32 reati che figurano nell’elenco riguardano solo la criminalità organizzata, a meno che ora non mi si voglia venire a dire che maialini e cravatte sono rubati da bande armate e organizzate.

In altre parole, possiamo stare qui a divertirci con tutti gli esempi che ci passano per la testa perché il problema, fondamentalmente, è che non disponiamo di uno strumento statistico comune che ci consenta di affrontare concretamente il problema.

(Il Presidente interrompe l’oratore)

 
  
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  Heidi Hautala (Verts/ALE).(FI) Signor Presidente, il rappresentante ungherese ci ha detto che il problema non riguarda tanto lo strumento in sé, vale a dire il mandato d’arresto europeo, quanto piuttosto la politica condotta da ciascuno Stato membro nel campo della giustizia penale. Ah, ecco, ora mette le cuffie. A me pare piuttosto un modo per indorare la pillola. Il mandato d’arresto europeo, ci troviamo ora ad ammettere, è stato un problema fin dall’inizio perché è stato concepito partendo dal presupposto che tutti gli Stati membri applicassero ai procedimenti penali certe norme giuridiche e determinate norme minime. La verità, ovviamente, è che abbiamo iniziato solo ora, con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, a definire queste norme.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già affermato che, nei casi di asilo, il richiedente non può essere rispedito in Grecia, per esempio, perché le condizioni di detenzione nelle carceri del paese sono vergognose. Mi domando quando sarà riconosciuta la possibilità di negare l’estradizione sulla base di un mandato d’arresto europeo adducendo quale motivazione che le condizioni di detenzione nel paese che richiede la consegna non sono accettabili. A mio parere, la Commissione dovrebbe prepararsi a una simile eventualità.

 
  
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  Rui Tavares (GUE/NGL).(PT) Signor Presidente, l’Unione europea è un esperimento fatto di tanti altri esperimenti più piccoli: l’area euro, questo stesso Parlamento in cui sediamo, l’area Schengen e tutta un’altra serie di esperimenti. Il problema è che, spesso, i politici sono molto meno umili degli scienziati. Gli scienziati sono i primi ad ammettere che un esperimento non è andato come speravano.

Nel caso del mandato d’arresto europeo (MAE), ora sappiamo che questo esperimento presenta alcuni problemi e suscita determinati dubbi. Al Commissario Reding dovrebbe essere riconosciuto il merito di aver avuto l’onestà di confermare proprio questo, che il mandato presenta alcuni problemi e suscita determinati dubbi, e che, prima di essere spiccato, un mandato deve essere oggetto di un controllo di proporzionalità che non deve essere condotto automaticamente senza dare a un giudice la possibilità di esaminare il mandato con più calma e più misura.

La soluzione, pertanto, non dovrebbe essere quella di abolire il MAE, uno strumento certamente utile. Nessuno di noi, infatti, vuole che stupratori o assassini possano passare la frontiera e sentirsi liberi. Il MAE, però, dovrebbe essere completato da strumenti efficaci in grado di tutelare gli imputati, prevedendo la presenza di un avvocato e il diritto alla traduzione, come già notato dall’onorevole Ludford nella sua relazione, ma anche, aspetto fondamentale, una valutazione delle condizioni di detenzione nelle carceri europee.

Non prendiamoci in giro o non illudiamoci: essere detenuti nella prigione di un paese A o di un paese B non è lo stesso che essere detenuti in Europa. È molto importante che le condizioni di detenzione siano valutate e che la Commissione europea lavori in modo deciso a questa valutazione, cosicché le condizioni possano essere armonizzate e il MAE possa essere attuato con meno diffidenza.

 
  
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  Dimitar Stoyanov (NI).(BG) Signora Presidente, ho ascoltato in passato le argomentazioni addotte, tra gli altri, anche dai miei colleghi dei movimenti nazionalisti che si sono espressi in modo critico riguardo al mandato d’arresto europeo. Allora eravamo stati tacciati, per via di queste nostre argomentazioni, di essere euroscettici, un po’ come se fossimo nemici del progresso. È stato così che è poi entrato in vigore questo mandato.

Questa sera, però, ho sentito la signora Győri sostenere una posizione sconvolgente. In sostanza, è venuta a dirci che l’efficacia del mandato giustifica i casi di violazione dei diritti. Signora Győri, in giustizia penale esiste un principio per cui si ritiene che sia meglio avere 10 presunti colpevoli liberi che un innocente in galera. Dal punto di vista di una risposta sproporzionata, però, è normale che un poliziotto usi tutti gli strumenti a sua disposizione e sfrutti ogni opportunità che gli viene offerta.

La risposta all’antica domanda “Quis custodiet ipsos custodes?” è solo una: la legge. Noi, in quanto legislatori, la Commissione come iniziatore e il Parlamento e il Consiglio come colegislatori, dobbiamo fare del nostro meglio per assicurare che davvero la legge sorvegli i sorveglianti.

 
  
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  Salvatore Iacolino (PPE). – Signor Presidente, il mandato di arresto europeo è certamente uno strumento fondamentale nel contrasto al terrorismo e al crimine organizzato. Mi sembra che su questo vi sia un'intesa e una condivisione da parte di tutti coloro che sono intervenuti, compresa la Presidenza e la Commissione.

Nel contempo esso rappresenta la certificazione di come la cooperazione giudiziaria e di polizia in una dimensione transnazionale del crimine possa raggiungere traguardi importanti. Sono stati risolti i tempi di attesa e i costi sono da verificare attualmente – e su questo bisogna fare un approfondimento. La fiducia tra gli Stati membri è essenziale in questo percorso che è certamente virtuoso, nel contempo bisogna però fare in modo che lo strumento sia applicato omogeneamente tra tutti gli Stati membri, con un discrimen reale tra reati gravi, per i quali è previsto e sanzionato, e reati che gravi non sono.

Potrebbe tornare utile – mi rivolgo alla signora Commissario Reding, – un coinvolgimento in quella struttura, la procura europea, che potrà avere, quando sarà stata attivata, una sorta di verifica, di valutazione di questi pronunciamenti da parte delle autorità giudiziarie degli Stati membri, per le quali è assolutamente necessario un momento di formazione ulteriore. Vero, le condizioni detentive non sono identiche in tutti gli Stati membri, ma noi confidiamo che la prossima settimana la Commissione vari la comunicazione e il Libro verde sulle condizioni detentive essenziali che dovranno poi connotare i comportamenti ulteriori.

Quindi uso appropriato del mandato d'arresto, proporzionalità, rigore nell'utilizzo del medesimo strumento, un miglior scambio di informazioni e una più qualificata formazione in chiave europea dei magistrati, siamo convinti che l'applicazione omogenea di questo importante strumento possa essere compiutamente realizzata!

 
  
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  Françoise Castex (S&D). (FR) Signor Presidente, Commissario, l’applicazione del mandato d’arresto europeo solleva la questione delle condizioni di detenzione, molto diverse da Stato membro a Stato membro. Alcuni paesi, infatti, si dimostrano piuttosto lassisti quanto al rispetto dei diritti fondamentali nelle carceri.

Dei 600 000 carcerati nell’Unione europea, poi, un numero sempre crescente è detenuto in uno Stato membro diverso da quello di origine, fenomeno riconducibile proprio al mandato d’arresto europeo. Questi detenuti, quindi, non si vedono riconoscere gli stessi diritti fondamentali di cui godrebbero nel loro paese di origine. In simili circostanze, non ha senso accusarsi l’un l’altro: bisogna agire.

Ecco perché, a gennaio, l’onorevole Lambrinidis e io abbiamo presentato una dichiarazione scritta per chiedere l’armonizzazione delle norme applicabili alla detenzione in tutta l’Unione europea, nonché l’introduzione di meccanismi di controllo nazionali indipendenti.

Commissario, spero che nel presentare i vari Libri verdi terrà conto di queste considerazioni e che presto potremo disporre di una piattaforma comune di diritti minimi riconosciuti in tutti gli Stati membri.

 
  
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  Axel Voss (PPE).(DE) Signor Presidente, Signora Györi, Commissario Reding, come hanno già ribadito più volte i colleghi che mi hanno preceduto, negli ultimi anni il mandato d’arresto europeo si è dimostrato uno strumento utile nella lotta alla criminalità. In Europa i criminali ora non sono più liberi di sfruttare l’apertura della frontiere come avrebbero potuto fare altrimenti.

Al di là degli innumerevoli successi, però, gli ultimi sette anni ci hanno anche mostrato che il sistema è perfettibile e non è impiegato così come originariamente pensato. Il Commissario ha richiamato la nostra attenzione su alcuni punti deboli individuati nella recente relazione. Per esempio, non è riconosciuto il diritto alla rappresentanza legale, le condizioni di detenzione sono in alcuni casi vergognose e molto spesso le indagini hanno tempi estremamente lunghi. Il problema fondamentale, comunque, come già ricordato più volte, è che gli Stati che emettono il mandato non valutano in modo coerente, o non valutano affatto, se il mandato possa essere una misura proporzionata o meno. Questa questione mi sta particolarmente a cuore perché le buone intenzioni con cui è stato concepito il mandato d’arresto europeo sono spesso vanificate da un’emissione sistematica dei mandati, di frequente per reati minori. Per riprendere un esempio già citato in precedenza, in Polonia, primo paese per numero di mandati d’arresto europei emessi, le autorità giudiziarie non possono fermare le procedure nazionali perché il sistema è diventato ormai automatico. Non penso fosse questa l’intenzione. Prima di spiccare un mandato d’arresto europeo, bisognerebbe valutare quanto grave è il reato, qual è la pena prevista e se la questione può essere risolta con un’alternativa più semplice. Si potrebbe pensare, infine, a un’analisi costi/benefici per assicurare che i reati minori non siano perseguiti a fronte di una spesa eccessiva.

Dal mio punto di vista, coerenza significa anche adeguare le norme alla realtà. Ed è proprio a tal proposito che vorrei sapere quali passi intende intraprendere il Commissario.

 
  
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  Georgios Papanikolaou (PPE).(EL) Signor Presidente, ho ascoltato con attenzione i commenti dei colleghi. Ricordo, innanzitutto, che siamo tutti d’accordo nel dire che la lotta alla criminalità va condotta non solo a livello nazionale, ma anche a livello europeo.

Il mandato d’arresto europeo rappresenta un importante passo avanti nella lotta alla criminalità perché contribuisce alla creazione di uno spazio europeo di giustizia e a combattere contro la criminalità transfrontaliera e il terrorismo. Il mandato d’arresto, inoltre, contribuisce a rafforzare la libertà di movimento dei cittadini, di cui abbiamo discusso a lungo di recente nel quadro dell’accordo di Schengen, perché assicura che l’apertura della frontiere non finisca per favorire i criminali che vogliono sfuggire alla giustizia.

Naturalmente non sono mancate le voci più critiche, e non posso che condividere quanto detto dall’onorevole Voss e da altri colleghi riguardo a un’applicazione insoddisfacente e sproporzionata a livello nazionale. Nel corso del dibattito, abbiamo discusso anche della questione dei costi e della proporzionalità, nonché di tutto quanto dobbiamo fare per rafforzare il mandato d’arresto europeo. Cionondimeno vorrei ricordare a quest’Assemblea un problema con cui si è confrontata di recente anche la Grecia in alcuni casi importanti, vale a dire il fatto che ancora oggi persone perseguite per reati gravi di frode e corruzione in uno Stato membro dell’Unione spariscono o comunque riescono a farla franca e a sfuggire all’arresto sfruttando le disposizioni procedurali e le diverse normative nazionali. In considerazione di simili situazioni, il valore del mandato d’arresto europeo non può certo essere messo in discussione.

In conclusione, vorrei sottolineare che il Commissario ha ragione nel dire che dobbiamo sfruttare al meglio Interpol e le notizie a disposizione nel sistema Schengen. La situazione negli Stati membri deve essere il più armonizzata possibile, cosicché, alla fine, possiamo contare su una politica armonizzata e moderna, all’altezza delle esigenze dei nostri tempi.

 
  
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  Joanna Katarzyna Skrzydlewska (PPE).(PL) Signor Presidente, il mandato d’arresto europeo è stato creato con l’obiettivo di applicare la legge e garantire la sicurezza dei cittadini dell’Unione europea. La libertà di movimento dei singoli cittadini non deve finire per agevolare i criminali nel loro tentativo di sfuggire alle maglie della giustizia che li persegue per crimini che hanno commesso sul territorio di un altro Stato membro. Alcune preoccupazioni, però, sono state espresse riguardo al ricorso al mandato, sia nella relazione pubblicata di recente dalla Commissione sia nell’intervento del Commissario Reding, da cui abbiamo sentito che gli Stati membri dovrebbero assicurare che il mandato sia impiegato correttamente e non sia spiccato meccanicamente e automaticamente per reati di scarsa rilevanza. La dichiarazione del Commissario, in sostanza, non fa altro che ricordarci che la magistratura potrebbe abusare del mandato d’arresto. Pertanto, sebbene io per primo voglia assicurare la massima sicurezza ai nostri cittadini, esorto comunque la Commissione a monitorare il ricorso al mandato e a prendere provvedimenti volti a evitare qualsivoglia irregolarità nell’applicazione della procedura da parte delle corti.

 
  
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  Graham Watson (ALDE).(EN) Signor Presidente, ho avuto l’onore di essere relatore per quest’Assemblea al momento dell’approvazione del mandato d’arresto europeo nel 2001 e nel 2002. Gli onorevoli colleghi che già sedevano al Parlamento ricorderanno sicuramente che avevamo esortato la Commissione e il Consiglio a introdurre nella normativa maggiori garanzie per le libertà civili e che eravamo riusciti a strappare alla Commissione l’impegno a presentare un progetto di direttiva sui diritti degli imputati nei procedimenti penali.

Non tutte le garanzie che avevamo richiesto sono state inserite e il progetto di direttiva sui diritti degli imputati è rimasto per anni nei cassetti del Consiglio. Il dibattito odierno nasce proprio da queste omissioni. Nel 2002, il Parlamento non aveva poteri di codecisione su queste questioni. Ciononostante eravamo persuasi che, tutto sommato, il mandato d’arresto fosse la scelta giusta. Come hanno detto molti dei colleghi che sono già intervenuti nel dibattito, il mandato d’arresto è uno strumento molto utile nella lotta alla criminalità transfrontaliera, che saputo rendere giustizia a molte vittime. I problemi sono dovuti, invece, a un recepimento inadeguato a livello nazionale, alla leggerezza con cui si fa ricorso al mandato anche per reati minori e a condizioni di detenzione inaccettabili.

Tutti questi problemi possono e devono essere risolti, e già ci stiamo lavorando. In conclusione, mi congratulo con gli autori dell’interrogazione orale per aver accelerato i tempi per il miglioramento del mandato, fatta eccezione per uno che è contrario a qualsiasi forma di cooperazione giudiziaria.

 
  
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  Charles Tannock (ECR).(EN) Signor Presidente, ritengo anch’io che in questo dibattito dobbiamo dimostrare una buona dose di buon senso.

A mio parere, il mandato d’arresto europeo, a prescindere dalla sua forma precisa, continua a essere uno strumento utile per combattere la criminalità e il terrorismo nell’Unione, soprattutto in considerazione del numero di persone che ora circolano liberamente tra gli Stati membri, tra cui, purtroppo, anche criminali. Ritengo, inoltre, che il numero di errori e di abusi sia piuttosto esiguo, per quanto ancora eccessivo. Ora dobbiamo evitare, però, di gettare via il bambino con l’acqua sporca come vorrebbero fare alcuni colleghi in quest’Assemblea.

Ciò che dobbiamo fare, invece, è rivedere seriamente il funzionamento del mandato d’arresto affinché questo sia applicabile solo a un elenco limitato di reati gravi che debbano necessariamente richiedere la doppia incriminazione, nonché assicurare il rispetto dei diritti umani e introdurre salvaguardie come l’ habeas corpus.

La maggior parte dei cittadini estradati dal Regno Unito erano in realtà, come si è poi scoperto, immigrati provenienti da altri Stati dell’Unione europea e accusati di reati, solitamente gravi e non minori. Mi pare ironico che proprio l’UKIP, contrario al loro diritto di stabilirsi tout court nel Regno Unito, stia ora cercando di far sì che rinviare questi criminali nei loro paesi perché siano processati diventi estremamente difficile e costoso per i contribuenti britannici.

 
  
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  Franz Obermayr (NI).(DE) Signor Presidente, negli ultimi anni i mandati d’arresto europei sono stati spiccati per reati di poco conto, come il furto di due pneumatici o di un maialino, invece di essere usati per combattere il terrorismo e i reati più gravi come originariamente previsto.

Per quanto mi riguarda, il mandato d’arresto europeo è palesemente contrario al principio di sussidiarietà, dal momento che svuota di significato la principale funzione della cittadinanza, vale a dire quella della protezione, e obbliga gli Stati membri a estradare i loro stessi cittadini. Poiché gli ordinamenti giuridici degli Stati membri sono molto diversi, questi ultimi si vedono costretti a consegnare i cittadini anche se l'atto per cui sono incriminati non costituisce reato nel loro ordinamento.

A mio parere, il mandato d’arresto europeo è una emanazione del concetto di Stato europeo e di cittadinanza europea, a discapito della sovranità degli Stati membri e dei diritti dei cittadini.

 
  
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  Sonia Alfano (ALDE). – Signor Presidente, signora Commissaria, il mandato d'arresto europeo rappresenta il primo strumento attivato nell'Unione europea grazie al quale si realizza il principio del reciproco riconoscimento delle decisioni penali. Tale strumento è e dovrà essere di fondamentale importanza , specie nel contrasto alle mafie e al crimine organizzato!

Nella relazione sul crimine organizzato, di cui sono relatrice in commissione LIBE, stiamo proponendo una serie di considerazioni e di richieste riguardanti proprio il mandato di arresto europeo: una delle principali richieste è che il MAE venga rafforzato e meglio applicato dagli Stati membri, tenendo presenti le esigenze e le peculiarità del contrasto al crimine organizzato.

Chiedo pertanto alla Commissione come intende procedere e se intende presentare una proposta per superare la discrezionalità degli Stati membri nel recepimento degli articoli 3 e 4 della decisione quadro riguardo i motivi di non esecuzione obbligatoria e di non esecuzione facoltativa? Riguardo ai motivi di non esecuzione facoltativa chiedo inoltre se non sia opportuno restringerli nel caso di reati tipicamente riconducibili al crimine organizzato, compreso il reato di associazione mafiosa, per il quale non deve in ogni caso valere la doppia incriminazione?

 
  
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  Viviane Reding, Vicepresidente della Commissione.(EN) Signor Presidente, quest’Assemblea conviene, sostanzialmente, che il mandato d’arresto europeo rappresenta uno strumento positivo che è servito agli scopi dell’Unione europea e che ha funto da garanzia.

Le difficoltà, legate esclusivamente all'attuazione, vanno risolte. Le proposte avanzate dalla Commissione a tal fine sono il controllo di proporzionalità, volto a considerare la gravità del reato, la valutazione della durata della pena prevista e l’analisi costi/benefici dell'esecuzione del mandato d’arresto.

Al fine di agevolare l’attuazione del controllo di proporzionalità, la Commissione apporterà una serie di modifiche al manuale che dovrebbe così fungere da orientamento per le autorità competenti. La formazione rappresenta una priorità per le prossime settimane, i prossimi mesi e i prossimi anni e sarà molto importante perché giudici, pubblici ministeri e avvocati devono imparare ad applicare la normativa europea. Altrettanto importanti sono le norme minime per i sospettati e gli imputati, in fase di attuazione, dal momento che si applicano anche al mandato d’arresto europeo.

Condivido quanto detto dagli onorevoli deputati che hanno messo in rilievo il problema delle condizioni di detenzione in Europa. Proprio a loro vorrei dire che la prossima settimana la Commissione adotterà un Libro verde sulla detenzione. Se è vero che sono i governi nazionali a essere responsabili della detenzione e della gestione delle carceri, il ruolo della Commissione è comunque quello di assicurare che la cooperazione giudiziaria funzioni e che i diritti fondamentali siano rispettati. Il Libro verde, pertanto, lancerà una consultazione pubblica che si concluderà il 30 novembre e ci aiuterà a comprendere meglio quale sia il nesso tra le questioni relative alla detenzione e la fiducia reciproca nello spazio europeo di giustizia.

Tutti in quest’Assemblea sanno che le condizioni di detenzione hanno un impatto diretto sul buon funzionamento del riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie e costituiscono la base per la cooperazione tra i giudici nell’UE. Il sistema, infatti, non può funzionare se i giudici, peraltro talvolta a ragione, rifiutano di estradare un imputato a motivo delle condizioni di detenzione nel paese che ha richiesto la consegna. Il problema del sovraffollamento delle carceri e delle denunce di maltrattamenti ai danni dei detenuti, di cui siamo tutti ben consapevoli, mina quella fiducia tanto necessaria per la cooperazione giudiziaria. Il periodo che l’imputato può passare in carcere prima del processo o durante il procedimento stesso, inoltre, varia sensibilmente da Stato membro a Stato membro.

Il lavoro davanti a noi non manca, e so che posso contare sul Parlamento. Spero anche sugli Stati membri.

 
  
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  Enikő Győri, Presidente in carica del Consiglio.(EN) Signor Presidente, grazie per il dibattito odierno. La stragrande maggioranza dei deputati sostiene che l’introduzione del mandato d’arresto europeo quale strumento per la cooperazione tra le magistrature sia stata positiva. Il sistema funziona, sebbene sia perfettibile e debba essere migliorato. Naturalmente auspichiamo anche noi che il mandato sia impiegato in modo più efficiente e applicato meglio. Gli errori, l'arresto di innocenti, e così via vanno evitati, è vero. Una migliore attuazione è, a mio parere, nell'interesse di tutti.

A questo punto, vorrei entrare un po’ più nei dettagli di due questioni ancora aperte che sono state sollevate a più riprese durante il dibattito.

Per quanto attiene alla proporzionalità, innanzitutto, vorrei chiarire che il mandato d’arresto europeo può essere spiccato per perseguire reati punibili con una pena detentiva di almeno dodici mesi ovvero per eseguire una condanna ad almeno quattro mesi di carcere. Questa è sempre stata la norma in fatto di estradizioni, da almeno cinquant’anni a questa parte. Basti pensare, a tal proposito, alla Convenzione europea di estradizione del Consiglio d’Europa del 1957.

Dalla quarta tornata di valutazioni inter pares dell'attuazione pratica del mandato d'arresto europeo negli Stati membri è emerso che sono solo pochi i paesi in cui il mandato d'arresto europeo è stato emesso per reati di poco conto. A quanto pare, questi paesi sono soliti spiccare un mandato d'arresto europeo ogniqualvolta è emesso un ordine d’arresto nazionale. In generale, credo che il ricorso a un sistema costoso come il mandato d’arresto europeo debba essere limitato ai reati più gravi e sono d’accordo, pertanto, con coloro che si sono espressi in tal senso.

Per quanto riguarda, invece, le condizioni di detenzione, in generale gli Stati membri hanno l’obbligo di assicurare che queste rispettino i principi fondamentali della dignità umana e non violino il divieto di trattamenti inumani e degradanti di cui all’articolo 3 della Convenzione europea del diritti dell’uomo. Qualora un detenuto ritenga che siano violati i suoi diritti umani fondamentali, può adire un tribunale nazionale e, in un secondo momento, anche la Corte europea dei diritti dell'uomo. Non è chiaro se l’articolo 85 del trattato offra una base giuridica per un intervento legislativo a livello di UE sulle condizioni di detenzione. In ogni caso, attendiamo con grande interesse il Libro verde di cui ha appena parlato il Commissario.

 
  
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  Presidente. – La discussione è chiusa.

Dichiarazioni scritte (articolo149 del regolamento)

 
  
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  Roberta Angelilli (PPE), per iscritto. – Signor Presidente, a sette anni dall'entrata in vigore (1° gennaio 2004) della decisione quadro del Consiglio del 13 giugno 2002 sul mandato di arresto europeo (MAE) e sulle procedure tra Stati membri, la Commissione ha divulgato alcuni dati statistici raccolti tra il 2005 e il 2009 all'interno degli Stati membri. Prima dell'introduzione del mandato la durata media per l'estradizione dei ricercati era di un anno, mentre in questi quattro anni di applicazione del MAE è stato rilevato che circa il 50per cento dei ricercati ha acconsentito alla propria consegna dopo circa 15 giorni.

La necessità di fare il punto sull'attuazione e sul funzionamento del MAE è fondamentale in questo momento in cui si mette in dubbio il buon funzionamento del sistema Schengen e della possibilità di una sua sospensione. Non dimentichiamo che l'efficacia del MAE nella lotta alla criminalità transnazionale, al crimine organizzato e al terrorismo dipende dal principio del riconoscimento reciproco tra Stati membri, fondamento di un vero spazio giudiziario europeo e anche dal buon funzionamento dell'area Schengen.

Compromettere questo contesto vorrebbe dire fare un passo indietro piuttosto che concentrarsi sul miglioramento del recepimento della Decisione quadro, soprattutto sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali.

 
  
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  Nuno Teixeira (PPE), per iscritto. (PT) Il mandato d’arresto europeo (MAE) è stato introdotto con una decisione del 2002 e, finora, si è dimostrato uno strumento efficace nella lotta alla criminalità transfrontaliera, alla criminalità organizzata e al terrorismo, come rilevato anche dalla recente relazione della Commissione. Il funzionamento del sistema, però, mostra della falle. La reputazione e l’efficacia del mandato rischiano di essere inficiate dalle notizie che trapelano sul ricorso al mandato per condurre interrogatori, invece che per arrestare ricercati, e per reati minori. Il Consiglio, pertanto, deve prendere provvedimenti senza indugio per limitare, nella pratica, questo ricorso sproporzionato al MAE. È inoltre opportuno assicurare che i diritti procedurali siano rispettati, vale a dire che i cittadini ricercati attraverso un mandato d’arresto europeo abbiano diritto all’assistenza legale, sia nello Stato membro di emissione sia nello Stato membro di esecuzione. Le norme in materia di giustizia penale e le condizioni di detenzione in Europa, inoltre, non devono essere causa di diffidenza nei confronti della giustizia negli altri Stati membri. Solo in questo modo questo strumento potrà dirsi davvero efficace e positivo a livello europeo.

 
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