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Środa, 29 stycznia 2020 r. - Bruksela Wersja poprawiona

3. Uroczyste posiedzenie ‒ Międzynarodowy Dzień Pamięci o Ofiarach Holokaustu – 75. rocznica wyzwolenia obozu w Auschwitz
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  Presidente. – Prima di iniziare questa seduta con la commemorazione della Giornata internazionale dedicata alla memoria delle vittime dell'Olocausto e del 75° anniversario della liberazione di Auschwitz, vi invito a guardare un breve video di testimonianze.

(Proiezione di un video)

Ho il piacere di dare il benvenuto in quest'Aula al violoncellista Mischa Maysky, che suonerà un brano d'apertura accompagnato dal figlio Max al pianoforte. Il brano è "From Jewish Life: Prayer" di Ernest Bloch.

(Intermezzo musicale)

Colleghe e colleghi, signora Liliana Segre, signora Presidente della Commissione, Commissari, gentili ospiti, rappresentanze diplomatiche, rappresentanti dei parlamenti nazionali, sindaci delle città martiri, siamo qui oggi a ricordare che 75 anni fa si aprirono i cancelli di uno dei luoghi che la memoria degli europei non potrà mai dimenticare. L'esercito sovietico era arrivato ad Auschwitz-Birkenau e i cancelli si spalancarono su una fabbrica della morte che, con maniacale puntualità e sistematico sterminio, provocò in quel campo oltre un milione e mezzo di morti, causando sofferenze e dolori indicibili.

Aprire quei cancelli, come tutti gli altri cancelli che si aprirono via via in tutti i campi di sterminio nazisti, è significato per le generazioni future, per noi, scoprire dove può arrivare l'uomo che perde la propria umanità.

Ma non solo: ha mostrato cosa significhi costruire un nemico per dimostrare di poterlo annientare; cosa può produrre l'odio al servizio di una volontà di potenza incontrollata; fin dove il sadismo possa inquinare le nostre società; dove può portare l'istinto, liberato dalla coscienza, nell'esaltare la soddisfazione di sentirsi proprietari della vita.

Ad Auschwitz, terra europea, quel giorno del 1945 vennero aperti i cancelli dell'abisso. Perché in quel luogo non bastava distruggere i corpi delle persone, riducendoli in fumo e in cenere per cancellare ogni loro traccia passata, presente e futura, ma bisognava in primo luogo annientare le loro anime, privarli della propria identità, trasformarli in un numero da marchiare sul corpo, usarli, come ricordava la Presidente Simone Veil, come "Stück", ovvero dei "pezzi" di materia prima.

Ad Auschwitz è l'essenza stessa dell'umanità ad essere stata messa in dubbio dalla volontà di sterminare il popolo ebraico, e con esso il popolo rom e i sinti, gli oppositori, e rendere schiavi i popoli slavi, gli omosessuali.

Auschwitz è indicibile. Vasilij Grossman, raccontando l'esperienza del campo di concentramento di Treblinka ha scritto: "Nel suo inferno Dante non le vide, scene come queste".

Ma se l'inferno è riservato ai peccatori, quale peccato si poteva imputare ai bambini, alle donne, a tutti coloro che passarono per il camino o furono torturati, offesi, umiliati, ridotti a pezzi di ricambio?

Ad Auschwitz si è incarnata la negazione stessa della nostra civiltà. La civiltà che ha origini ebraiche e cristiane, che ha incontrato il mondo islamico, che ha conquistato l'Illuminismo e costruito la propria convivenza sul diritto, che si è battuta contro la barbarie e per la difesa della dignità umana, che ha cercato di offrire un'idea della bellezza della persona e delle persone che vivono insieme nelle nostre città e nei nostri paesi. Una civiltà che ha fermato la propria corsa verso il desiderio di libertà sulla soglia del cancello di Auschwitz.

Dinanzi a ciò, quest'oggi, pieni di emozione e riuniti nel raccoglimento, ci inchiniamo davanti a tutte le vittime della Shoah e vogliamo assumerci il nostro dovere di ricordare. Ci assumiamo questo dovere perché sappiamo che Auschwitz è stata costruita da europei e noi siamo chiamati ad assumerci questa paternità perché quello che è successo incombe su di noi e ci chiama alla responsabilità.

Quello che è successo è figlio della nostra storia. Perché i nazisti sono usciti dal grembo di mamme buone, da famiglie cosmopolite, da famiglie che cantavano il Te Deum, da padri che educavano allo spirito libero. Figli che non sono stati in grado di reagire e di opporsi e definire la propria responsabilità.

La soluzione finale ha fatto sì che l'inimmaginabile entrasse nell'immaginario e dimostra che ciò che può essere immaginato, coadiuvato dalle circostanze, può essere portato a incarnarsi.

Auschwitz, con tutte le fabbriche della morte disseminate nello spazio europeo, a nord e a sud, a est, rappresenta una questione fondamentale della nostra società, della nostra civiltà, della nostra cultura e ci impone degli obblighi.

Ci impone innanzitutto l'obbligo di agire ogniqualvolta vi è un atto di violenza e discriminazione, tutte le volte che un'azione antisemita e razzista si presenta nelle nostre società. Dobbiamo sempre considerare tutto ciò un attacco alla dignità delle persone e un attacco alla nostra idea di Europa.

E allora ripetiamolo insieme oggi, perché altrimenti non avrebbe senso ricordare la liberazione del campo di Auschwitz-Birkenau: il nazismo e il razzismo non sono opinioni, ma sono crimini!

(Ovazione)

Ogni volta che leggiamo sul giornale notizie di violenze, sacrilegi, insulti, noi dobbiamo considerare quelle violenze, quei sacrilegi e quegli insulti rivolti a ciascuno di noi. Sono attacchi all'Europa e ai valori che essa rappresenta e che incarnano le due malattie della nazione moderna, che si propagano nel nostro continente: da una parte la sacralizzazione delle frontiere e, dall'altra, la ricerca di un'identità pura e univoca – religiosa, etnica e culturale – che conduce inevitabilmente a costruire nemici.

L'Europa al contrario si è formata e vogliamo continui a formarsi con le nostre diversità, con le nostre pluralità, con il pluralismo politico, religioso, culturale. Ed è proprio per questo che dobbiamo essere riconoscenti all'ebraismo che ci ha consentito di formare quello spirito universalista che è parte integrante della nostra visione del mondo.

Nell'Europa che ha conosciuto il male assoluto siamo riusciti a costruire uno spazio di fratellanza, amicizia e democrazia che non vogliamo venga violato. Ecco perché ci rivolgiamo ai governi perché usino vigilanza e severità nei confronti di ogni forma di intolleranza. Non sono ragazzate i vandalismi compiuti nei cimiteri ebraici, gli assalti alle sinagoghe e ai luoghi di culto, le minacce a cui vengono sottoposte famiglie europee di religione ebraica o le forme di intolleranza che colpiscono le minoranze presenti nei nostri Stati membri. Non sono ragazzate!

Nei nostri trattati tutto questo è scritto molto chiaramente e chiediamo alla Commissione e al Consiglio di adoperarsi perché ciò venga fatto rispettare. Noi abbiamo la responsabilità di fronte a questi pericoli. È accaduto una volta e può accadere ancora. Dobbiamo sentire l'impegno per una lucida coscienza storica e rendere sempre testimonianza veritiera agli eventi che sono accaduti per impedire negazioni e amnesie, magari dettate da volgari opportunismi. Ma la nostra coscienza deve essere anche vigile, e cioè capace di capire, per prevenire e intervenire ogni qualvolta si diffondono i semi del male assoluto.

La Shoah, infatti, non sarebbe stata possibile senza la complicità e la viltà che esistevano allora in Europa. Di fronte a ciò è necessario "pensare sé stesso come un altro", come diceva il filosofo Paul Ricœur. L'altro è l'uomo scheletrico di Auschwitz, l'uomo che cammina di Alberto Giacometti, un uomo che si dirige verso un futuro che spera migliore. Ma l'altro è anche lo straniero che desidera scrivere insieme a noi la storia dell'Europa.

I Giusti, come Jan Karski e molti altri, che rischiando la propria vita hanno salvato degli innocenti dall'abisso, devono essere ogni giorno fonte di ispirazione per le nostre azioni, poiché abbiamo sempre la possibilità di scegliere e il dovere assoluto di non accettare l'indifferenza di fronte ai pericoli dell'antisemitismo, del razzismo e del rifiuto dell'altro.

In definitiva, dobbiamo accogliere l'ingiunzione della Bibbia che troviamo, espressa in modo esplicito ma molto semplice, nel Libro del Levitico, e di cui riconosciamo la portata etica fondamentale, indipendentemente dall'essere credenti o meno: "Non [...] coopererai alla morte del tuo prossimo".

Questo presupposto deve guidare le nostre azioni e ci invita a conservare la memoria di quanto è accaduto ad Auschwitz e a caricarci della responsabilità di trasmettere la memoria. Questo compito, man mano che il volgere inesorabile del tempo farà mancare i testimoni, è affidato alla nostra e alle future generazioni.

Paul Celan in una delle sue poesie scriveva: "Nessuno / testimonia per il / testimone" riferendosi al carattere quasi sacro di quello che un testimone rappresenta.

Noi tutti siamo qui oggi ad esprimere la nostra riconoscenza alla senatrice Liliana Segre che è qui con noi oggi per consegnarci la sua testimonianza.

Quando Gilles Deleuze affermava di scrivere "per gli analfabeti", non intendeva dire che scriveva "perché gli analfabeti leggessero", ma che scriveva "al posto degli analfabeti", di cui si faceva portavoce e testimone. Allo stesso modo, ad Auschwitz e oggi in quest'Aula dove si esprime la democrazia europea, noi testimoniamo per quei morti, assumendo il dovere di trasmissione che il loro sacrificio ci ha implicitamente assegnato.

Auschwitz è indicibile. Voglio però credere che la testimonianza di coloro i quali hanno visto l'indicibile riesca a muovere i nostri cuori e a ispirare l'etica delle nostre azioni, affinché ciò non avvenga mai più.

Ascoltiamo dunque la voce della signora Segre, a cui cedo la parola. Con lei saremo più forti nel sostenere la nostra testimonianza contro l'indifferenza. È un grande onore, signora, che oggi sia qui con noi ed è un grande dono che lei sia riuscita a sopravvivere ad Auschwitz e a consentirci di conoscere per non dimenticare.

(Applausi)

 
  
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  Liliana Segre, Senatrice a vita del Senato della Repubblica italiana, sopravvissuta di Auschwitz. – Devo per forza cominciare con i ringraziamenti al mio amico Sassoli che mi ha invitata e a tutto il Parlamento. Vorrei anche salutare i parlamentari inglesi che ci stanno lasciando, con grande dispiacere di tutti.

Non nascondo l'emozione profonda ad entrare in questo Parlamento europeo dopo aver visto all'ingresso le bandiere, le bandiere colorate di tanti Stati affratellati nel Parlamento europeo, dove si parla, si discute, ci si guarda negli occhi.

Non è stato sempre così. La giornata del 27 gennaio è una giornata che a volte è ripetuta troppo, dando al 27 gennaio molta importanza. In fondo non è che Auschwitz sia stato liberato quel giorno. L'Armata Rossa è entrata, ed è molto bella la descrizione che fa Primo Levi nel libro "La tregua" di questi quattro soldati russi che aprono e si trovano davanti – senza liberare niente perché i nazisti erano già scappati da tanti giorni – questo spettacolo incredibile, al momento ai loro occhi, ma che poi più tardi, molto più tardi, diventò uno spettacolo incredibile per chi lo volle guardare. Qualcuno non lo vuole guardare neanche adesso, dice che non è vero.

Queste parole straordinarie di Primo Levi esprimono lo stupore per il male altrui, perché questo stupore per il male altrui nessuno che è stato prigioniero ad Auschwitz l'ha potuto mai dimenticare un secondo della sua vita. Lo stupore perché altre persone che non sono pazze, che non vengono da un mondo lontano ma sono tuoi fratelli europei, hanno pensato per te.

Il 27 gennaio io avevo tredici anni ed ero operaia schiava nella fabbrica di munizioni Union, fabbrica che c'è tuttora, dove facevamo bossoli per mitragliatrici. Di colpo, in fabbrica, dopo che avevamo sentito scoppi lontani – lavoravamo nella città di Auschwitz e sapevamo le cose che stavano succedendo a Birkenau dove ero stata fino a pochissimo prima – venne il comando immediato dalla fabbrica stessa di cominciare quella che fu chiamata la "marcia della morte".

Io non fui liberata il 27 gennaio dall'Armata Rossa. Io facevo parte di quel gruppo di più di 50 000 prigionieri ancora in vita e che eravamo stati obbligati in quelle condizioni fisiche, senza parlare di che cosa erano quelle psichiche, a cominciare quella marcia, che durò mesi e di cui si parla pochissimo, la "marcia della morte". Quando parlo nelle scuole da nonna, come parlo da nonna da trent'anni a questa parte, dico che ognuno deve, una gamba davanti all'altra, nella vita, non appoggiarsi mai a nessuno, perché nella marcia della morte non potevamo appoggiarci al compagno vicino che si trascinava sulla neve coi piedi piagati come noi e che veniva finito dalle guardie della scorta se fosse caduto, veniva ucciso, nessuno poteva rimanere lì su quelle strade. Traversammo.

Come si fa? Come si fa in quelle condizioni? Perché la forza della vita è straordinaria: è questo che bisogna trasmettere ai giovani di oggi che sono mortificati dalla mancanza di lavoro, mortificati dai vizi che ricevono dai loro genitori molli, per cui tutto è concesso, mentre la vita non è così, la vita poi ti prepara a questa marcia che deve diventare "marcia per la vita".

Noi non volevamo morire. Noi eravamo pazzamente attaccate alla vita, qualunque fosse, per cui, una gamba davanti all'altra, buttarci sui letamai, mangiare qualunque schifezza, qualunque cosa, mangiare la neve dove non era sporcata dal sangue e non domandarci più nient'altro che andare avanti, camminare, camminare.

Era il male altrui. Le finestre erano chiuse. Attraversammo, all'inizio fu la Polonia e l'Alta Slesia, poi fu la Germania. E mesi e mesi dopo, dopo aver passato altri Lager, altri orrori, altri mali, arrivammo a Ravensbruck, un Jugendlager che si chiamava Jugendlager perché in effetti eravamo giovani, ma sembravamo vecchie, senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande. Non si deve aver paura di queste parole, perché è così che si toglie la dignità a una donna. È così.

(Applausi vivi)

Abituate ormai a sopravvivere perché c'era qualche cosa dentro di noi che ci diceva: avanti, avanti, avanti, avanti, avanti, avanti. Giorno dopo giorno, campo dopo campo, io mi ritrovai alla fine del mese di aprile del 1945 –pensate in quella situazione quanto era lontano il 27 di gennaio – in quello stato fisico, con compagne perdute in quella marcia, rimaste lì senza potersi alzare, non soccorse mai da nessuno, perché nessuno aprì una finestra, buttò un pezzo di pane.

C'era la paura. Era la paura che faceva sì che la scelta fosse di pochissimi. Perché non si parla quasi mai di questi straordinari che hanno fatto la scelta, si dà per scontato che popoli interi siano stati colpevole perché non fu solo il popolo tedesco, fu tutta l'Europa occupata dai nazisti. Parliamo della Francia, parliamo dell'Italia, non so molto di altri Stati, in cui i nostri vicini di casa furono degli aiuti straordinari per i nazisti. Io parlo dell'Italia, dove abbiamo visto purtroppo i nostri vicini di casa che ci denunciavano, che prendevano possesso del nostro appartamento, del nostro ufficio e anche del cane qualche volta perché era un cane di razza. Il cane era di razza. Questa parola "razza", che ancora sentiamo dire, e per questo dobbiamo combattere questo razzismo, questo razzismo strutturale che c'è ancora.

La gente mi chiede: ma come mai ancora si parla di antisemitismo? Va bene che sono vecchissima nel mio novantesimo anno di età, ma non sono quella che sa perché c'è ancora l'antisemitismo, perché ancora c'è il razzismo. Io rispondo che c'è sempre stato ma che non c'era il momento politico per poter tirar fuori l'antisemitismo e il razzismo che sono insiti nell'animo dei poveri di spirito. Sì, è così. E poi arrivano i momenti, i corsi e ricorsi storici. Arrivano i momenti più adatti, arrivano i momenti in cui ci si volta dall'altra parte, in cui è più facile di nuovo far finta di niente, è più facile guardare il proprio cortile, dire che è una cosa che non mi interessa, perché mi deve interessare, non mi riguarda. E allora tutti quelli che approfittano di questa situazione trovano il terreno adatto per farsi avanti.

Ora, la guerra non si fermò, come sappiamo, e prima di essere stata liberata dagli Alleati nel nord della Germania, arrivò il 1° maggio del 1945. La condizione degli ebrei fu analoga nei paesi occupati, alleati dei nazisti, fu analoga di fatto se non di diritto. Gli ebrei di allora erano stati e si erano profondamente sentiti cittadini e patrioti tedeschi, italiani, francesi, ungheresi, si erano battuti nelle guerre. Io mi ricordo mio padre e mio zio che erano stati ufficiali nella prima guerra mondiale e quanti ebrei tedeschi piangevano e si suicidarono perché si sentivano tedeschi più di ogni altra cosa. Questa espulsione dalle comunità nazionali fu dolorosissima, fu qualche cosa che andava molto al di là delle leggi, perché era appunto il tuo vicino di casa.

Io ero una bambina diventata invisibile e questo mi è successo anche subito dopo la guerra, quando io per caso rimasi viva e tornai nella mia Milano con le macerie ancora fumanti e incontrai delle mie compagne di scuola che non mi avevano visto più, perché nel 1938 io avrei dovuto fare la terza elementare ed ero evidentemente un pericolo molto grave sia per i fascisti che per i nazisti per cui decisero che i bambini ebrei di quella piccola comunità degli ebrei italiani – trentottomila o quarantamila persone, quindi una piccola comunità, che fu vittima per un terzo almeno della Shoah – fossero allontanati dalle scuole. Ero una bambina che era assolutamente introdotta nella società e non si sentiva assolutamente diversa e queste compagne, rincontrate dopo tre o quattro anni, mi dissero: "Ma tu Segre dove sei andata finire che non ti ho più vista a scuola?"

Io ero una ragazza ferita, ero una ragazza selvaggia, una ragazza che non sapeva più mangiare con la forchetta e il coltello perché ancora ero abituata a "fressen nicht essen" che voleva dire come le bestie che mangiano –"fressen" non "essen" – e come tale ero bulimica, e come tale ero anche disgustosa, e come tale ero criticata anche da quelli che mi volevano bene e volevano di nuovo la ragazza borghese con la buona educazione familiare.

È difficile ricordare queste cose. Devo dire che da trent'anni io parlo nelle scuole e sento ormai come una difficoltà psichica molto forte continuare, anche se il mio dovere è questo e sarebbe questo fino alla morte, visto che io ho visto quei colori, ho sentito quegli odori, ho sentito quelle urla, ho incontrato delle persone in quella babele di lingue, che oggi non posso che ricordare qui dove tante lingue si incontrano in pace, perché era possibile comunicare con le compagne che venivano da tutta l'Europa occupata dai nazisti solo trovando delle parole comuni, perché sennò la solitudine assoluta del silenzio, di non poter scambiare una parola con l'altro derivava da qualche isolamento ancestrale delle comunità che non si erano riunite in parlamenti, visto che l'Europa da secoli litigava in modo spaventoso. Chiunque abbia studiato la storia sa che è adesso, da 75 anni, un periodo assolutamente incredibile, mentre tutto il passato ha fatto sì che i popoli a volte non si conoscessero.

Le bandiere fuori, che ricordavo all'inizio, mi hanno fatto proprio ricordare quel desiderio di trovare con le olandesi, con le francesi, con le polacche, con le tedesche, con le ungheresi, una parola comune. Per esempio io dell'ungherese ho imparato una sola parola che era "pane", che in ungherese si dice kenyér. Ed è la parola principale, che vuol dire fame, ma che vuol dire anche sacralità di una cosa che viene sprecata oggi senza neanche guardare che cosa si butta via.

Allora io da tre anni almeno sento che i ricordi di quella ragazzina che sono stata, mentre oggi sono una vecchia di novant'anni, non mi danno pace. Non mi danno pace perché da che sono diventata nonna io, trentadue anni fa, di uno dei miei tre nipoti – per fortuna ne ho tre, oltre che tre meravigliosi figli, e il Parlamento europeo e la non mia estinzione mi sembrano in questo momento lo stesso miracolo, non so se sbaglio, immodestamente, immodestamente – quella ragazzina lì che ha fatto la marcia della morte, quella lì che ha brucato nei letamai, quella lì che non piangeva più, quella lì che cercava la parola comune, quella lì è un'altra da me e io sono la nonna di me stessa.

Sono una nonna e quando mi rivolgo ai miei nipoti che hanno un dispiacere d'amore o di studio o di mancato raggiungimento di qualche cosa che loro vorrebbero raggiungere sono una nonna amorosa, sono una nonna molto presente, sono una nonna grata del fatto di essere anche nonna, un miracolo eccezionale per una che doveva morire. Io sono nonna anche di me stessa.

Ed è una sensazione che a volte non mi abbandona quando io ho finito di parlare nelle scuole. A volte io parlo a migliaia di ragazzi, tutti insieme due o tremila, e quindi è il mio dovere i testimone parlare e non posso che parlare di me e delle mie compagne, ma sono io che salto fuori, quella ragazzina magra, scheletrita, disperata, sola. E non la posso più sopportare, perché sono la nonna di me stessa e sento che se non smetto di parlare e se non mi ritiro, quel tempo che mi resta a ricordare da sola o a godere delle grandi gioie della mia famiglia ritrovata, non lo potrò più fare comunque perché non ce la farò più.

Quindi anche oggi fatico a ricordare, ma mi è sembrato un grande dovere accettare questo invito e avere questa occasione per ricordare il male altrui, ma anche per ricordare che si può, una gamba davanti all'altra, essere come quella bambina di Terezín – chi andrà a Praga o c'è già stato può visitare il museo dei bambini che a Terezín potevano fare le recite o colorare coi pastelli e che poi un giorno furono tutti deportati e uccisi ad Auschwitz per la colpa di esser nati, perché erano bambini e quindi non potevano aver fatto del male a nessuno – quella bambina, di cui non ricordo il nome, che ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.

Io non avevo le matite colorate e forse non avevo e non ho mai avuto la fantasia meravigliosa della bambina di Terezín. Che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati. Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che io vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali: che siano in grado di fare la scelta e con la loro responsabilità e la loro coscienza essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.

(Applausi vivi e prolungati)

 
  
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  Presidente. – Grazie. Invito l'orchestra a entrare in Aula per la conclusione. Prima però voglio invitare tutti a osservare un minuto di silenzio. Mi sembra che, dopo le parole che abbiamo ascoltato, sia giusto.

(Il Parlamento, in piedi, osserva un minuto di silenzio)

 
  
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  Ursula von der Leyen, President of the Commission. – Mr President, Madam Senator Ms Liliana Segre, Honourable Members, dear Anita Lasker-Wallfisch, dear European friends. Of course, it is very difficult to take the floor after you, Liliana Segre. The power and the humanity of your speech, dear Liliana, was profoundly moving, and your memories. And I deeply admire, like all of us here in the room, your endless fight for remembrance. It is an important reminder for all of us of life and, as you’ve said, of its dignity. You often say that, and I quote: ‘understanding is impossible but knowledge is necessary’. And how could we ever understand this completely dehumanised world, this world beyond time, life and reality?

These words come from another Auschwitz survivor, Ms Simone Veil – we’ve seen her in the video. The first President of the first directly-elected European Parliament, Simone Veil was a woman who, with heart and conviction, lived through Europe’s worst days and also its greatest moments of hope and of unity. Looking at Auschwitz Birkenau and what happened there, she coined the term of ‘the absolute evil’.

Die systematische Ausrottung von sechs Millionen Juden ist das absolut Böse – das absolut Böse, das sich nicht in Worte fassen lässt, die schlimmste Barbarei, die der Mensch dem Menschen zufügen kann, das Verbrechen von Nazideutschland gegen die Menschheit. Und als Deutsche fühle ich schwere Schuld. Und doch spreche ich hier. Die Opfer, vor denen wir uns verneigen, wurden im Namen meiner Nation umgebracht. Die Stätten dieses Mordes wurden über ganz Europa verteilt: Auschwitz, Buchenwald, Babij Jar, Mauthausen, Bergen-Belsen, Treblinka – Namen unvorstellbarer Menschlichkeitsverbrechen und des Verlustes aller Humanität. Wir gedenken heute der Gequälten und Entrechteten der nationalsozialistischen Gewaltherrschaft. Wir gedenken Millionen ermordeter europäischer Juden, der Roma, der Sinti, der Zwangsarbeiterinnen und Zwangsarbeiter, der Zeugen Jehovas, der Homosexuellen, der Kranken und Behinderten, der politischen Gefangenen und der Kriegsgefangenen und vieler vieler anderer mehr. Wir verneigen uns vor den Toten. Ja, als Deutsche fühle ich die besondere Schuld, aber ich fühle auch die besondere Verantwortung. Denn als Deutsche in Europa weiß ich auch, dass es unsere Nachbarn waren, die uns die Hand gereicht haben und uns wieder aufgenommen haben in den Kreis der demokratischen Völker.

Je sais, en tant qu’Européenne, que notre Union s’est bâtie en s’appuyant sur la volonté absolue de protéger la dignité de chaque être humain, car elle est inviolable; que nous avons la responsabilité permanente de combattre avec détermination toute forme d’antisémitisme et de discrimination, et de ne jamais, jamais oublier.

Le souvenir est douloureux et effrayant, mais il ne nous paralyse pas. Au contraire, il aiguise notre boussole morale et nous met en garde, parce que la Shoah n’a pas commencé à Auschwitz, mais bien plus tôt, dans les esprits des gens. Elle a commencé avec l’affaiblissement de la capacité de s’indigner face au dénigrement dont d’autres étaient victimes. Elle a commencé avec la brutalité et les discours de haine à l’égard des Juifs.

Aux paroles ont succédé les actes, dont les crimes contre l’humanité constituent la concrétisation indicible. On a d’abord vu mourir l’empathie et déferler les invectives, sans que personne n’y mette fin.

The former United Nations Secretary, General Kofi Annan, once said: ‘all that evil needs to triumph is the silence of the majority’. This fight for remembrance, which you are leading with so much courage and determination, dear Liliana Segre, must be our common fight. It is a duty to remember for all of us and must be passed down from generation to generation. For when the memory fades, where today there are attempts to deny the Holocaust, where people are vilified and treated with contempt because they are Jews or because they are not like the majority, this is where Europe is called into question. For Europe rose with a firm will never again to give any quarter to absolute evil. Europe knows, like no other continent, that this mission means: do not let it take root – never, ever again.

I thank you from the bottom of my heart, dear Liliana, for your tireless dedication to stop us forgetting, and I thank you for the courage with which you counter the hatred which has been rekindled in Europe and which you experienced first-hand. Your courage gives us strength. And we wish to say to you that Europe will not remain silent when Jews in Europe are again subjected to hatred and harassment. We will fight anti-Semitism at all levels. We will never allow the Holocaust to be denied. We will fight with all our strength against discrimination, racism and exclusion, and we want to see – and we will fight for – a normal life for Jews in Europe. You can rely on us.

(Applause from the House)

Der fünfundsiebzigste Jahrestag der Befreiung des Lagers Auschwitz ist Gedenken. Wir gedenken all derer, deren Zukunft ausgelöscht wurde. Wir gedenken all derer, die nie aus den Lagern zurückgekehrt sind. Anderthalb Millionen jüdische Kinder wurden ermordet. Ich weine um jedes Kind, und es hat seinen Namen in Yad Vashem. Wir gedenken aber auch derer, die überlebt haben und, liebe Liliana Segre, denen die schrecklichen Erinnerungen an diese Hölle auf ewig ins Gedächtnis eingebrannt sind.

Aber dieses Gedenken ist auch ein Aufruf zur Wachsamkeit. Heinz Galinski, der langjährige Vorsitzende des Zentralrats der Juden in Deutschland, hat zu Recht gesagt: „Demokratie kann man keiner Gesellschaft aufzwingen, sie ist auch kein Geschenk, das man ein für allemal in Besitz nehmen kann. Sie muss täglich erkämpft und verteidigt werden.“ Genau darum geht es: Wehret den Anfängen! Seid wachsam! Seien wir aufrichtig gegenüber unserer Geschichte! Verteidigen wir die Unantastbarkeit der Würde eines jeden einzelnen Menschen! Verteidigen wir das Innerste und die Werte unserer Demokratie! Das sind wir den Opfern des Holocaust schuldig, das sind wir der Würde des Menschen schuldig wie genauso auch unserer Demokratie.

(Beifall)

 
  
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  Presidente. – Invito i nostri musicisti a prendere posto. Ascolteremo il brano "Kaddish" di Maurice Ravel, interpretato da Naomi Couquet e dal Karski Quartet.

(La seduta è sospesa alle 16.10)

 
Ostatnia aktualizacja: 15 lipca 2020Informacja prawna - Polityka ochrony prywatności