- viste le sue risoluzioni precedenti sull'Afghanistan e, in particolare, la risoluzione dell'8 luglio 2008(1),
- viste le conferenze di Bonn nel 2001, di Tokyo nel 2002 e di Berlino nel 2004, in occasione delle quali le Nazioni Unite, l'Unione europea e la comunità internazionale si sono impegnate ad accordare all'Afghanistan aiuti internazionali per un totale di oltre 8 000 000 000 EUR e vista la conferenza di Londra del 2006 in occasione della quale è stato il firmato il "Patto per l'Afghanistan",
- vista la strategia nazionale di sviluppo, ratificata agli inizi del 2008 dal governo afgano, e che costituisce altresì una strategia per la riduzione della povertà nel paese,
- vista la conferenza di Parigi del 12 giugno 2008 in occasione della quale i paesi donatori hanno promesso all'Afghanistan aiuti per oltre 21 000 000 000 USD,
- visti gli impegni assunti dall'Unione europea in occasione della succitata conferenza di Parigi sull'efficacia degli aiuti in Afghanistan, nonché il codice di condotta dell'Unione europea in materia di divisione dei compiti nell'ambito della politica di sviluppo adottato nel 2007,
- vista la sua risoluzione del 22 aprile 2008 in cui figurano osservazioni che sono parte integrante della decisione concernente il discarico per l'esecuzione del bilancio generale dell'Unione europea per l'esercizio 2006, sezione III - Commissione(2) e, in particolare, i paragrafi da181 a 200 della stessa (azioni esterne, aiuti umanitari e sviluppo),
- visto il documento di strategia nazionale per il periodo 2003-2006 adottato dalla Commissione di concerto con il Parlamento europeo, che poneva l'accento sulla stabilità e la riduzione della povertà,
- visti il documento di strategia nazionale per il periodo 2007-2013 e il programma indicativo pluriennale per il periodo 2007-2010 adottati dalla Commissione, di concerto con il Parlamento europeo, il secondo dei quali prevede un importo di 610 000 000 EUR stanziati per la Repubblica islamica dell'Afghanistan durante gli esercizi finanziari dal 2007 al 2010,
- viste la missione della sua delegazione, recatasi in Afghanistan dal 26 aprile al 1° maggio 2008 per esaminare le condizioni di applicazione degli aiuti comunitari internazionali, e la relativa relazione di missione,
- visto il regolamento (CE, Euratom) n. 1605/2002 del Consiglio, del 25 giugno 2002, che stabilisce il regolamento finanziario applicabile al bilancio generale delle Comunità europee(3) e, in particolare l'articolo 53 dello stesso,
- visti gli articoli da 285 a 287 del trattato sull'Unione europea riguardanti la Corte dei conti, nonché gli articoli da 310 a 325 del medesimo trattato, riguardanti le disposizioni finanziarie e che entreranno in vigore dopo la conclusione del processo di ratifica del trattato di Lisbona che modifica il trattato sull'Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea,
- visto il regolamento (CE) n. 1073/1999 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 maggio 1999, relativo alle indagini condotte dall'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF)(4),
– visti gli obiettivi di sviluppo del Millennio e gli obiettivi esposti nella dichiarazione del Millennio, adottata dall'ONU l'8 settembre 2000 e firmata da 189 paesi,
– visto il regolamento (CE) n. 1905/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2006, che istituisce uno strumento per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo (Strumento per il finanziamento della Cooperazione allo sviluppo - DCI)(5),
– visto l'articolo 45 del suo regolamento,
- visti la relazione della commissione per il controllo dei bilanci e i pareri della commissione per gli affari esteri, della commissione per lo sviluppo e della commissione i bilanci (A6-0488/2008),
A. considerando che da vari decenni l'Afghanistan si trova in stato di conflitto o di guerra quasi permanente e che, oltre al traffico di stupefacenti e alla corruzione latente, presente a tutti i livelli dell'amministrazione, il governo centrale è da sempre afflitto da una debolezza strutturale, nonché da una mancanza di capacità e di perizia e da un'insufficienza di mezzi che sono croniche, dato che i proventi del bilancio statale coprono appena il 30% delle spese totali,
B. considerando che la grave situazione in cui versa l'Afghanistan richiede un rapido miglioramento della governance, ad opera di uno Stato più forte, in grado di garantire alla popolazione la sicurezza e il rispetto delle leggi e di creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile del paese,
C. considerando che, nell'attuale clima di rallentamento dell'economia a livello mondiale, è particolarmente importante assicurare un controllo efficace dei finanziamenti dell'Unione europea per la cooperazione allo sviluppo,
D. considerando che l'articolo 25, paragrafo 1, lettera b), del DCI determina le condizioni per fornire un sostegno di bilancio a paesi partner,
E. considerando che la responsabilità, la trasparenza e la gestione finalizzata ai risultati sono tra i principi guida della cooperazione allo sviluppo secondo diverse convenzioni internazionali, tra cui la dichiarazione di Parigi sull'efficacia degli aiuti ("la dichiarazione di Parigi"),
F. considerando che in Afghanistan il 90% del denaro pubblico proviene da aiuti internazionali, il che dimostra quanto il paese sia dipendente dagli aiuti,
Ripartizione degli aiuti dell'Unione europea
1. osserva che l'Unione è fra i principali donatori di aiuti allo sviluppo e di assistenza umanitaria all'Afghanistan e rammenta che la Commissione, che dal 2002 dispone di una delegazione a Kabul, fra il 2002 e il 2007 ha accordato aiuti per un importo pari a 1 400 000 000 EUR, dei quali 174 000 000 EUR destinati agli aiuti umanitari, e che circa 1 150 000 000 EUR sono già stati pagati, il che rappresenta un apprezzabile tasso di esborso dell'81,5%;
2. constata che gli aiuti dell'Unione si compongono di aiuti diretti e aiuti indiretti; che fra il 2002 e il 2007 gli aiuti comunitari diretti, che rappresentano il 70% (970 000 000 EUR) del totale degli aiuti comunitari, sono stati applicati tramite i servizi della Commissione, sotto forma di convenzioni di finanziamento con lo Stato afgano, di contratti con i fornitori di servizi, di forniture o di lavori, e di convenzioni di sovvenzione con organizzazioni internazionali e ONG, europee o locali, e che gli aiuti indiretti sono stati gestiti essenzialmente dalle Nazioni Unite (13% dei fondi) e dalla Banca mondiale (17% dei fondi);
Settori prioritari degli aiuti
3. rammenta che il documento della Commissione di strategia nazionale per il periodo 2003-2006 per l'Afghanistan, volto a creare le condizioni necessarie per uno sviluppo sostenibile e a ridurre la povertà, si era concentrato sulle priorità seguenti: riforma dell'amministrazione pubblica (212 000 000 EUR), lotta contro la droga (95 000 000 EUR), sicurezza alimentare (203 000 000 EUR), infrastrutture (90 000 000 EUR), sanità (50 000 000 EUR), profughi (38 000 000 EUR) e infine azioni di sminamento (47 200 000 EUR); per il periodo 2007-2013 il documento della Commissione di strategia nazionale per l'Afghanistan propone due obiettivi prioritari a lungo termine, ovvero lo sviluppo sostenibile e la lotta contro la povertà;
4. osserva che, nella prospettiva di realizzare questi due obiettivi prioritari a lungo termine stabiliti per il periodo 2007-2013, i settori più importanti cui saranno destinati gli aiuti sono la governance, lo sviluppo rurale e la sanità, mentre altri settori secondari d'intervento saranno definiti a livello della protezione sociale, della cooperazione regionale e delle azioni di sminamento;
5. ricorda che l'uguaglianza di genere e i diritti della donna sono considerati questioni fondamentali sia nella strategia di sviluppo nazionale del governo afgano sia nel documento di strategia nazionale 2007-2013, il quale precisa che la dimensione di genere sarà parte integrante della pianificazione nei tre settori prioritari succitati;
6. al fine di aumentare gli stanziamenti a favore dei due obiettivi prioritari a lungo termine dell'Unione europea in Afghanistan, ovverosia lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà, invita la Commissione a modificare, in sede di elaborazione del programma indicativo pluriennale (PIP) 2010-2013, la ripartizione dei fondi comunitari fra i tre settori principali e i tre settori secondari, così come a favore della distribuzione di tali fondi allo sviluppo infrastrutturale e ad alternative di sostentamento che contribuiscano alla riduzione della povertà e agevolino il passaggio da un'economia basata sull'oppio a un sistema economico e sociale alternativo; esorta pertanto la Commissione ad aumentare gli stanziamenti destinati ai settori della sanità, dell'istruzione e delle infrastrutture; ricorda inoltre l'impegno dell'Unione europea verso il conseguimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio;
Bilancio dell'utilizzo dei fondi dell'Unione europea
7. constata che gli incontri svoltisi nel quadro della succitata delegazione in Afghanistan, hanno messo in evidenza soprattutto due fonti di difficoltà incontrate nella distribuzione degli aiuti internazionali: la debole capacità di assorbimento del paese sul piano economico e amministrativo e la mancanza di coordinamento fra i donatori e le autorità afgane;
8. ritiene che la mancanza di coordinamento sia dovuta alle carenze delle strutture governative e all'assenza di un'efficace strategia governativa. In realtà, le autorità e i responsabili politici afgani devono essere ritenuti responsabili della condotta degli affari generali del paese, sia nel caso della mancanza di orientamenti strategici sia in quello della gestione di dotazioni finanziarie molto consistenti che sono loro destinate; osserva inoltre che la molteplicità dei donatori e la volontà di affermare la propria visibilità si traducono molto spesso in strategie nazionali isolate, quando non in doppi impieghi fra diversi ministeri nazionali; ritiene che tale mancanza di coordinamento favorisca la corruzione e contribuisca al contempo a penalizzare la ricostruzione del paese;
9. ricorda che il Patto per l'Afghanistan concluso tra la Repubblica islamica dell'Afghanistan e la comunità internazionale in occasione della conferenza di Londra del 2006 costituisce il quadro vincolante per entrambe le parti per la ricostruzione e la costruzione dello Stato in Afghanistan;
10. esprime preoccupazione per la scarsa qualità dell'amministrazione dei fondi di assistenza da parte dell'amministrazione centrale afgana e per la mancanza di trasparenza che contraddistingue la gestione di tale assistenza; ritiene indispensabile che il PIP 2010-2013 tenga in debita considerazione i risultati concreti della lotta alla corruzione e proceda al logico adeguamento dell'assistenza comunitaria;
11. reputa che la creazione di uno Stato di diritto e la lotta contro la corruzione e il traffico di stupefacenti debbano rappresentare una delle priorità politiche del governo afgano e che in mancanza di una governance adeguata non si verificherà nessun progresso sostenibile in Afghanistan;
12. constata tuttavia che, malgrado queste fragilità strutturali, la volontà della comunità internazionale e del governo afgano hanno permesso di migliorare il livello di vita della popolazione;
13. rammenta che la missione della sua delegazione ha formulato una valutazione positiva quanto alla pertinenza delle scelte degli aiuti dell'Unione tramite l'azione della Commissione;
14. ritiene in particolare che, dopo la caduta dei regime dei talebani, i settori dell'assistenza sanitaria, dell'istruzione e delle infrastrutture (in particolare stradali) abbiano dato risultati promettenti; sono stati infatti constatati una significativa diminuzione della mortalità infantile (dal 22% nel 2001 al 12,9% nel 2006), una più elevata percentuale di afgani che possono accedere direttamente alle cure sanitarie di base (65% nel 2006, rispetto al 9% nel 2001), i primi segnali di sviluppi positivi in materia di istruzione e iniziative a favore della parità di genere;
15. ricorda la discriminazione particolarmente grave subita dalle donne in Afghanistan sotto il regime dei talebani e nel periodo successivo; condanna ogni pratica legale, culturale o religiosa di discriminazione contro le donne, che le escluda dalla vita pubblica e politica e le segreghi nella loro vita quotidiana; sollecita la Commissione a combattere tali pratiche in tutte le sue azioni di sviluppo nel paese;
16. sottolinea l'importanza della lotta contro ogni forma di lavoro minorile, la tratta dei minori e la violenza nei confronti dei minori, e del miglioramento della protezione sociale dei minori in Afghanistan; chiede l'elaborazione di programmi che scoraggino l'assenteismo scolastico da parte dei minori e prevedano disposizioni relative al pagamento delle tasse scolastiche e ai programmi di approvvigionamento alimentare per le scuole;
17. prende atto degli sforzi effettuati dalla Commissione per valorizzare al massimo le sue attività presso i partner afgani, ma deplora la pressoché totale mancanza di sostegno degli Stati membri all'intento dell'Istituzione di identificare i progetti;
18. ritiene che, alla lettura dei dispositivi giuridici concernenti il sistema di controllo degli aiuti comunitari diretti e indiretti che figurano negli accordi firmati dall'Unione in materia di gestione degli aiuti comunitari esterni, erogati tramite fondi fiduciari di donatori diversi, la Commissione disponga di un arsenale giuridico sufficiente per difendere gli interessi finanziari dell'Unione in Afghanistan e auspica che sia redatto un elenco della tipologia delle irregolarità osservate sul posto;
19. osserva che, in applicazione delle medesime disposizioni, la Corte dei conti europea può effettuare controlli presso le organizzazioni internazionali interessate;
20. rammenta infine che, sia le agenzie delle Nazioni Unite sia la Banca mondiale, possiedono un sistema di governance elaborato, paragonabile a quelli che esistono in seno alla Commissione, con organi specializzati nella gestione finanziaria, l'audit interno, i controlli, l'audit esterno, il seguito dei mercati e la lotta contro la frode e le irregolarità;
21. plaude ai recenti miglioramenti nell'ambito della cooperazione tra le Nazioni Unite, tra le altre organizzazioni internazionali, e le istituzioni dell'Unione europea per quanto concerne il controllo dei finanziamenti destinanti alla cooperazione allo sviluppo; chiede che il processo di miglioramento sia ulteriormente approfondito nel prossimo futuro;
22. sottolinea la necessità di controllare in modo più efficace l'attuazione della cooperazione allo sviluppo dell'Unione europea; invita le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali che gestiscono i fondi comunitari a cooperare pienamente con la Corte dei conti europea e l'Ufficio europeo antifrode (OLAF), nonché con l'Unità di ispezione congiunta delle Nazioni Unite;
23. sostiene gli sforzi della Commissione per aiutare l'Afghanistan e si compiace del suo impegno a lungo termine nei confronti del paese; ritiene che la Commissione dovrebbe agire in più stretta collaborazione con le Nazioni Unite e la Banca mondiale, cooperando anche con la Corte dei conti, l'OLAF e le pertinenti agenzie delle Nazioni Unite, al fine di garantire che il contributo della Commissione ai fondi fiduciari sia gestito in modo trasparente; esorta la Commissione a informare adeguatamente il Parlamento;
24. sottolinea la necessità di migliorare il coordinamento dei donatori in Afghanistan sotto la guida della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) e ritiene che la Commissione dovrebbe rafforzare il coordinamento dell'assistenza tra gli Stati membri, al fine di migliorare l'efficacia e aumentare la visibilità del sostegno dell'Unione europea;
Raccomandazioni Coordinamento e la visibilità degli aiuti internazionali
25. ritiene siano necessari sforzi ulteriori nel settore dell'assistenza internazionale per sostenere l'applicazione della strategia nazionale afgana di sviluppo e per introdurre progressivamente un coordinamento migliore e metodi più efficaci nell'attuazione delle priorità di sviluppo definite dagli afgani stessi; insiste affinché alle autorità di Kabul sia attribuito un ruolo più importante nell'attuazione dei progetti di sviluppo e nella lotta contro la corruzione, in particolare migliorando la gestione delle finanze pubbliche e ponendo l'accento sulla formazione dei controllori, soprattutto nei vari ministeri e a livello locale;
26. insiste sulla necessità che la Commissione affronti le preoccupanti lacune di coordinamento tra gli Stati membri, oltre che tra essa e gli Stati membri, in relazione all'assistenza finanziaria prestata dall'Unione europea all'Afghanistan; chiede alla Commissione di sviluppare una strategia che coinvolga i paesi donatori e le autorità afgane, intesa a migliorare il coordinamento e la comunicazione tra di loro;
27. sottolinea la grande importanza del coordinamento dei donatori in Afghanistan e in particolare l'armonizzazione delle procedure sulla base dei sistemi nazionali; insiste sul fatto che queste e altre misure relative all'efficacia degli aiuti, indicate nella Dichiarazione di Parigi, siano pienamente attuate in Afghanistan;
28. rammenta che l'efficacia degli aiuti è un principio chiave della politica di sviluppo dell'Unione europea; a tale proposito sottolinea l'importanza del programma sull'efficacia degli aiuti della Commissione e prende atto delle conclusioni del Consiglio "affari generali" e "relazioni esterne" del 26 maggio 2008 riguardo all'efficacia degli aiuti comunitari in Afghanistan;
29. prende atto dell'intenzione di trasferire al Ministero afgano della Sanità i finanziamenti erogati dalla Commissione per l'assistenza medica di base e sottolinea che qualsiasi aumento delle risorse convogliate attraverso il governo afgano deve essere accompagnato dallo sviluppo delle pertinenti capacità e da criteri chiari in materia di risultati, con un sostegno specifico per la governance democratica a livello subnazionale;
30. mette in discussione l'invio di fondi attraverso il bilancio centrale del governo dell'Afghanistan ("sostegno del bilancio") per mezzo di fondi fiduciari multilaterali associati a contributi provenienti dal bilancio comunitario, quando l'Afghanistan non è ancora considerato un paese che soddisfa i requisiti dell'Unione europea necessari affinché partecipi direttamente a un programma di sostegno del bilancio; ritiene che quando saranno soddisfatti tali requisiti, il sostegno di bilancio dovrà essere fornito su base settoriale;
31. attira l'attenzione sull'articolo 25, paragrafo 1, lettera b), del DCI secondo cui i programmi di sostegno al bilancio devono essere accompagnati dal sostegno agli sforzi compiuti dai paesi partner per sviluppare le capacità di audit e di controllo parlamentare e accrescere la trasparenza e l'accesso pubblico alle informazioni; indica che anche le attività svolte in questo settore devono essere svolte quando il "sostegno di bilancio" è fornito da altri donatori o fondi fiduciari multilaterali e sottolinea il ruolo importante che possono svolgere le organizzazioni della società civile per il controllo di tale sostegno di bilancio;
32. sottolinea l'importanza di valutare la cooperazione comunitaria in Afghanistan, come richiesto all'articolo 33 del DCI, e la necessità che le valutazioni inizino su basi solide e comprendano il coordinamento dei donatori e gli aspetti delle attività a monte e la catena di risultati (produzione, risultato, impatto); chiede che le conclusioni delle valutazioni siano utilizzate nella formulazione di successive azioni di cooperazione;
33. reputa imperativo, vista l'importanza degli aiuti comunitari rispetto all'insieme degli aiuti internazionali, migliorare la visibilità dell'operato dell'Unione europea, a livello locale e nei confronti dei cittadini europei, e far sì che l'Unione europea svolga un ruolo privilegiato a livello del dialogo, dell'orientamento e del sostegno decisionale, in relazione con il governo afgano, le amministrazioni nazionali e regionali e la comunità internazionale dei donatori; auspica che la Commissione lanci una riflessione generale su una futura gestione degli aiuti diretti ad opera delle autorità afgane;
34. invita il governo afgano ad assicurare che il piano d'azione nazionale per l'uguaglianza di genere (NAPWA), di recente istituzione, riceva finanziamenti soddisfacenti e sia posto in atto in collaborazione con la società civile e le organizzazioni delle donne; invita parallelamente la Commissione a garantire che le sue azioni in materia di uguaglianza di genere siano trasparenti e coordinate con le corrispondenti azioni degli altri donatori per l'Afghanistan; invita pertanto la Commissione a presentare una relazione che valuti in quale misura la parità fra i sessi è stata a tutt'oggi tenuta in considerazione nella programmazione degli aiuti finanziari stanziati dall'Unione europea;
Settori prioritari degli aiuti
35. esorta la Commissione a rafforzare, cooperando con gli Stati membri, i propri settori d'intervento concernenti la risoluzione dei problemi prioritari della vita quotidiana, la sanità, la sicurezza e l'accesso ai servizi pubblici e all'istruzione elementare;
36. ritiene che le priorità enunciate nel Documento di strategia nazionale (2007-2013) della Commissione siano conformi alle esigenze della società afgana; sottolinea la necessità di concentrarsi sulla riforma del sistema della giustizia penale, inclusi la polizia, le pratiche detentive e la magistratura, di garantire il rispetto dei diritti umani, in particolare quelli di donne e bambini, di lottare contro la povertà, affrontando anche lo sviluppo rurale e il problema prioritario della produzione di oppio; accoglie con favore l'intenzione della Commissione di focalizzarsi sulla governance e chiede che venga dato nuovo slancio alla giustizia di transizione, conformemente al piano d'azione del governo afgano per la pace, la giustizia e la riconciliazione;
37. sottolinea la necessità di aumentare l'aiuto allo sviluppo a favore dell'Afghanistan e nel contempo di renderlo più efficace; ribadisce che l'aiuto dovrebbe rafforzare le capacità locali ed essere equamente ripartito in tutto il paese in base alle necessità socio-economiche accertate; prende atto delle raccomandazioni formulate a tal fine in occasione della conferenza di Parigi e nella relazione dell'Agenzia di coordinamento degli aiuti in Afghanistan (ACBAR); sollecita la sua commissione per il controllo dei bilanci a includere una valutazione della misura in cui i finanziamenti destinati alla missione di polizia dell'Unione europea in Afghanistan sono stati utilizzati correttamente e in modo efficace;
38. richiama l'attenzione su due sfide particolari che vanno affrontate con urgenza: lo sviluppo agricolo, al fine di evitare una potenziale crisi umanitaria che potrebbe aggravare ulteriormente la già precaria situazione della sicurezza, e la definizione di politiche e programmi che affrontino i principali problemi sociali e sanitari provocati dalla tossicodipendenza, con particolare riguardo alle donne e alle loro famiglie;
Controllo dei fondi dell'Unione
39. si aspetta che la Commissione rafforzi i propri controlli quanto all'efficacia della gestione degli aiuti finanziari dell'Unione europea e, più in particolare, del contributo della Commissione ai fondi fiduciari;
40. chiede alla Commissione di trasmettere al Parlamento europeo una relazione annuale contenente una valutazione dell'efficacia e dell'impatto degli aiuti, un documento che presenti una garanzia ragionevole per tipo di aiuto, sulla legalità e la regolarità di operazioni finanziate e cofinanziate, nonché le informazioni sul tasso di spese controllate, per tipo di aiuto, sulla tipologia delle irregolarità identificate e sulle misure adottate;
41. ricorda il regolamento (CE) n. 1073/1999 e insiste affinché qualsiasi informazione su atti di frode o di grave irregolarità aventi un impatto sui fondi europei, sia inviata d'urgenza all'OLAF;
42. insiste affinché la Commissione e l'OLAF adottino iniziative volte a rafforzare i contatti operativi con l'Integrity Department della Banca mondiale, in particolare nel quadro di finanziamenti tramite fondi fiduciari (trust fund) e chiede che sia attribuita un'attenzione particolare al miglioramento delle possibilità di effettuate indagini congiunte o coordinate con le agenzie delle Nazioni Unite;
43. esprime profonda preoccupazione per i rischi cui è esposto il personale che opera nell'ambito della cooperazione allo sviluppo in Afghanistan, come ha accentuato la morte, nell'agosto 2008, di quattro operatori; ritiene che la sicurezza dei civili che prestano assistenza sia compromessa dalla labile distinzione tra operatori militari e civili, a causa dell'impiego di squadre militari di ricostruzione provinciale per l'esecuzione di azioni di sviluppo nelle province; chiede pertanto che si ristabilisca una chiara distinzione tra personale militare e civile;
44. ritiene che il deterioramento della sicurezza sia causa di gravi difficoltà per il personale della delegazione della Commissione a Kabul e di un aumento dei costi della gestione della realizzazione dei progetti sostenuti dalla Commissione; esorta pertanto la Commissione a rafforzare l'organico di tale delegazione affinché sia dotato di personale sufficiente e preparato meglio per procedere a tutte le verifiche e a tutti gli audit e controlli necessari, visto il contesto prevalente in Afghanistan;
45. chiede risorse adeguate per coprire i costi legati alla sicurezza nel quadro dei progetti della Commissione, onde garantire la protezione degli operatori umanitari e assicurare nel contempo che le legittime misure di sicurezza non sottraggano risorse agli obiettivi e alla realizzazione dei progetti;
46. desidera tributare un sentito omaggio al notevole lavoro compiuto dal personale della delegazione della Commissione a Kabul e chiede un rafforzamento sostanziale delle misure di sicurezza attuali nonché un miglioramento delle condizioni di lavoro;
Assistenza allo sviluppo delle capacità dell'amministrazione afgana
47. accoglie con favore gli sforzi delle autorità afgane per migliorare i propri meccanismi finanziari e di gestione, che porterebbero a una gestione afgana, ma ritiene che la sostenibilità di questo processo richieda sforzi maggiori; sottolinea la necessità che le istituzioni afgane continuino la lotta alla corruzione e attuino politiche efficaci volte a migliorare la situazione sociale e le condizioni di vita, l'istruzione e la salute della popolazione e che sia riservata un'attenzione particolare alle modalità per integrare nel processo decisionale i gruppi marginalizzati e le donne;
48. 48 considera essenziale rafforzare ulteriormente azioni e programmi volti a migliorare la buona governance e l'efficienza dell'amministrazione afgana, nonché a lottare contro tutte le forme di corruzione; prende atto dello sforzo effettuato dall'Unione europea per arginare la corruzione nell'amministrazione afgana, mettendo parte della propria linea di bilancio al servizio della loro formazione e rimunerazione, ed esorta la Commissione a continuare le azioni di formazione per il personale dell'amministrazione e delle forze dell'ordine;
49. chiede che in Afghanistan siano organizzate formazioni analoghe a quelle organizzate dall'OLAF e da EuropeAid per funzionari africani, sul tema "protezione e ottimizzazione dei fondi pubblici - cooperazione fra le istituzioni nazionali e internazionali";
50. insiste affinché la comunità internazionale ottenga dal governo afgano una maggiore trasparenza nello stanziamento dei proventi fiscali alle province, ai distretti e alle autorità locali, affinché siano maggiormente coinvolte nell'attuazione delle politiche di sviluppo nazionale; chiede al governo afgano di informare adeguatamente il parlamento afgano sull'utilizzo degli aiuti internazionali;
51. esorta la Commissione, gli Stati membri e il governo afgano a garantire che i loro programmi e le loro attività, soprattutto a livello provinciale, siano pienamente coordinati con la strategia nazionale di sviluppo per l'Afghanistan e conformi agli impegni assunti da tutte le parti in occasione della conferenza di Parigi;
52. riconosce l'importanza delle squadre di ricostruzione provinciale e il lavoro delle forze di sicurezza afgane, ma riconosce anche che la promozione dello sviluppo in Afghanistan attraverso istituzioni civili-militari rappresenta una sfida per l'efficacia degli aiuti e chiede la massima partecipazione da parte delle organizzazioni non governative e della società civile del paese, del governo afgano e delle agenzie internazionali;
53. si rammarica del fatto che le relazioni tra attori non statali e il governo dell'Afghanistan non siano sempre serene e chiede che venga profuso ogni sforzo per migliorarle; indica inoltre la necessità di stabilire una definizione rigorosa degli attori non statali senza scopo di lucro a livello nazionale, previa consultazione degli stessi;
54. sostiene qualsiasi iniziativa volta a ravvicinare le delegazioni interparlamentari del Parlamento europeo e delle due camere del parlamento afgano, (la Wolesi Jirga e la Meshrano Jirga), a favore della buona governance parlamentare;
55. rammenta la sua iniziativa di sostenere, nel bilancio 2008, il processo democratico nei parlamenti di paesi terzi, e conviene di utilizzare le relative risorse in modo da migliorare la capacità del parlamento afgano di legiferare, di controllare il potere esecutivo e di rappresentare pienamente il popolo afgano;
56. sottolinea che è necessario dare la priorità al sostegno dello sviluppo dei partiti politici, di gruppi tematici in seno all'Assemblea nazionale, della società civile e dei mezzi d'informazione; ritiene che la comunità internazionale abbia il dovere di finanziare, in tutto o in parte, un bilancio elettorale, e di fornire assistenza per l'attuazione di tutte le norme della legge elettorale afgana, comprese quelle relative alla valutazione dei candidati;
57. invita la Commissione e il governo afgano, in vista delle prossime elezioni presidenziali e legislative che si svolgeranno nel paese nel 2009 e nel 2010 rispettivamente, a continuare ad incoraggiare e a finanziare in misura sufficiente azioni a favore dell'emancipazione politica delle donne, segnatamente su scala regionale, considerato che, in occasione delle ultime elezioni per la nomina dei consigli provinciali, le candidature non erano state sufficientemente numerose per coprire i 124 seggi che sono previsti per le donne nell'ambito di detti consigli;
58. ritiene che la Commissione debba aumentare i mezzi destinati alla lotta contro il traffico di stupefacenti e raccomanda che la comunità dei donatori moltiplichi i propri sforzi affinché le produzioni alternative a quelle della droga consentano ai produttori di beneficiare di redditi sufficienti, tali da garantire l'abbandono definitivo della coltivazione dell'oppio;
59. ricorda la raccomandazione del Parlamento al Consiglio del 25 ottobre 2007 sulla produzione di oppio a fini terapeutici in Afghanistan(6), in cui invitava ad opporsi, nel quadro di programmi di sviluppo integrato, al ricorso alle fumigazioni come metodo di estirpazione del papavero in Afghanistan e ad offrire assistenza nell'esame delle possibilità e della fattibilità del progetto pilota scientifico intitolato "Il papavero per la medicina";
o o o
60. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri nonché a quelli della Repubblica islamica dell'Afghanistan.
Parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro
124k
53k
Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2009 concernente il recepimento e l'applicazione della direttiva 2002/73/CE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro (2008/2039(INI))
– visto l'accordo interistituzionale del 16 dicembre 2003 "Legiferare meglio"(1) concluso tra il Parlamento, il Consiglio e la Commissione,
– vista la direttiva 2002/73/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 settembre 2002, che modifica la direttiva 76/207/CEE del Consiglio relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionale e le condizioni di lavoro(2),
– visto l'articolo 45 del suo regolamento,
– visti la relazione della commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere e il parere della commissione per l'occupazione e gli affari sociali (A6-0491/2008),
A. considerando che i principi della democrazia e dello Stato di diritto, sanciti dal trattato CE, rendono opportuno un controllo da parte del legislatore sull'attuazione della legislazione che ha adottato,
B. considerando che il compito del Parlamento di controllare, in veste di co-legislatore, l'attuazione della direttiva 2002/73/CE è reso più complesso a causa delle scarse informazioni rese disponibili dalla Commissione; considerando che, per tale ragione, sono state inviate richieste di informazioni alle commissioni competenti dei parlamenti nazionali e agli organismi specializzati in questioni di parità, cui hanno risposto 27 parlamenti nazionali e 16 organismi,
C. considerando che la direttiva 2002/73/CE è una pietra miliare nel processo teso a realizzare l'uguaglianza tra donne e uomini e ad affrontare le discriminazioni basate sul genere nella società nel suo complesso,
D. considerando che la direttiva 2002/73/CE definisce le nozioni di discriminazione diretta, discriminazione indiretta, molestie e molestie sessuali, vieta la discriminazione nei confronti delle donne per motivi legati alla gravidanza o al congedo di maternità e sancisce il diritto di essere reintegrati nel medesimo posto di lavoro o in uno equivalente, dopo il congedo di maternità, di paternità o per adozione, laddove tali diritti siano riconosciuti dagli Stati membri,
E. considerando che gli Stati membri si sono assunti una serie di obblighi nel recepimento della direttiva 2002/73/CE entro il 5 ottobre 2005, tra cui:
–
la designazione di un organismo o di una serie di organismi le cui competenze includano la promozione, l'analisi, il controllo e il sostegno alla parità di trattamento per uomini e donne,
–
la promozione del dialogo tra le parti sociali, al fine di promuovere la parità di trattamento, anche attraverso il controllo delle pratiche adottate sul luogo di lavoro, degli accordi collettivi ecc.,
–
l'incoraggiamento del dialogo con le ONG pertinenti al fine di promuovere il principio della parità di trattamento,
–
la promozione della parità di trattamento sul luogo di lavoro in modo organizzato e sistematico, per esempio attraverso relazioni sulla parità elaborate a livello aziendale, con informazioni regolari sulla parità di trattamento tra donne e uomini,
–
misure efficaci per assicurare sanzioni concrete in caso di violazione della direttiva, in cui il risarcimento delle vittime non sia limitato dalla fissazione a priori di un tetto massimo, salvo in casi molto limitati,
–
la garanzia, per le persone che sostengono le vittime di discriminazioni di genere e molestie, della medesima protezione da trattamenti ostili,
–
la presentazione, ogni quattro anni, di relazioni alla Commissione sulle misure adottate per apportare vantaggi specifici per il genere sottorappresentato nelle attività professionali, oltre che sull' attuazione di dette misure,
–
la garanzia che le disposizioni di contratti o accordi in violazione della direttiva siano modificati o dichiarati nulli e privi di valore,
F. considerando che l'attuazione lenta o di scarsa qualità della direttiva 2002/73/CE rischia di mettere a repentaglio il risultato ottenuto dalla strategia di Lisbona e lo sviluppo del pieno potenziale della capacità sociale ed economica dell'Unione europea,
G. considerando le difficoltà incontrate da molti Stati membri nel recepire la direttiva 2002/73/CE, soprattutto nell'introdurre nella legislazione nazionale misure specifiche e appropriate per migliorare la parità di genere e ridurre la discriminazione per quanto riguarda l'ottenimento di un lavoro, la formazione e la promozione professionali e le condizioni di lavoro,
H. considerando che l'integrazione della dimensione di genere dovrebbe essere presa in considerazione in tali settori,
I. considerando che la discriminazione di genere in altri aspetti sociali e politici è peggiorata dal persistere del divario retributivo tra i sessi, soprattutto tra i settori economici cosiddetti femminili e maschili,
J. considerando che l'indipendenza economica delle donne è fondamentale per la loro emancipazione e che, pertanto, un'occupazione con tutela dei diritti costituisce una garanzia per il loro sviluppo personale e per l'inclusione sociale, e che occorre quindi migliorare la legislazione in materia di parità di trattamento,
1. invita la Commissione a controllare con attenzione il recepimento della direttiva 2002/73/CE nonché la conformità con la normativa derivante da tale recepimento e a continuare a esercitare pressioni sugli Stati membri; sottolinea la necessità di mettere a disposizione risorse adeguate al raggiungimento di tali obiettivi;
2. rammenta il punto 34 dell'accordo interistituzionale "Legiferare meglio" e, in particolare, l'impegno del Consiglio a incoraggiare gli Stati membri a elaborare e rendere pubbliche tavole che illustrino la concordanza tra le direttive e le misure nazionali di recepimento; ritiene che la disponibilità di tavole di concordanza faciliterebbe il compito della Commissione di controllare il recepimento della direttiva 2002/73/CE;
3. sottolinea che la stretta collaborazione tra le commissioni competenti dei parlamenti nazionali e il Parlamento europeo per controllare il recepimento e l'attuazione della normativa in materia di uguaglianza di genere avvicinerebbe tale tematica ai cittadini e ai responsabili politici;
4. apprezza il gran numero di risposte dettagliate inviate, in breve tempo, dai parlamenti nazionali e dagli organismi specializzati in questioni di parità circa la fase di completamento dell'attuazione e i relativi problemi;
5. si rammarica che la relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio, basata sulle informazioni comunicate dagli Stati membri entro la fine del 2005, non sia ancora disponibile;
6. deplora il fatto che talune normative nazionali non riprendano con sufficiente chiarezza e in modo esplicito le definizioni di discriminazione diretta e indiretta, nonché di molestie e molestie sessuali;
7. manifesta preoccupazione per il fatto che in vari Stati membri l'ambito di applicazione dei divieti di discriminazione non sia sufficientemente ampio da risultare conforme alla direttiva 2002/73/CE; rammenta che le tipologie di discriminazione vietate colpiscono sia il settore privato che quello pubblico;
8. si rammarica del fatto che alcune legislazioni nazionali contravvengano al principio di sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive, con la definizione di tetti massimi per il pagamento di indennità o risarcimenti alle vittime di discriminazioni;
9. attira l'attenzione sul fatto che il trattamento meno favorevole delle donne relativamente al congedo di maternità costituisce una discriminazione; deplora il fatto che alcuni Stati membri non abbiano riconosciuto in modo esplicito il diritto a ritornare alla medesima attività lavorativa, o a un impiego equivalente, dopo il concedo di maternità;
10. invita gli Stati membri a garantire che tutte le disposizioni della direttiva 2002/73/CE siano recepite in modo completo, corretto ed effettivo e che siano attuate adeguatamente;
11. accoglie con favore gli sforzi compiuti dagli Stati membri che hanno esteso o rafforzato i requisiti previsti dalla direttiva 2002/73/CE, in particolare le iniziative che hanno introdotto la tutela contro le discriminazioni in nuove categorie;
12. chiede agli Stati membri di prendere provvedimenti per incoraggiare i datori di lavoro a promuovere condizioni di lavoro che prevengano le molestie sessuali e le molestie legate al sesso di una persona e a definire procedure specifiche per prevenire siffatti comportamenti;
13. sollecita gli Stati membri a sviluppare le capacità e ad assicurare risorse adeguate agli organismi specializzati in questioni di parità di trattamento e di pari opportunità tra uomini e donne previsti dalla direttiva 2002/73/CE e rammenta che la direttiva prevede il requisito della garanzia di indipendenza di tali organismi;
14. sottolinea i diversi approcci adottati nei confronti dell'attuazione dell'articolo 8 bis della direttiva 2002/73/CE, che evidenziano la necessità di cooperare e scambiare buone prassi tra Stati membri; ritiene che la Rete di organismi nazionali per l'uguaglianza di genere della Commissione ed Equinet siano entrambi strumenti importanti per rafforzare tale cooperazione e promuovere l'attuazione uniforme del diritto comunitario nel settore della parità di trattamento tra donne e uomini;
15. accoglie favorevolmente l'intenzione della Commissione di condurre uno studio sull'organizzazione degli organismi specializzati in questioni di parità nel corso del 2009; invita la Commissione e gli Stati membri a misurare il livello di conoscenza, da parte dei cittadini dell'Unione, dei servizi offerti da tali organismi e di avviare campagne di informazione per diffondere la conoscenza degli organismi stessi;
16. attira l'attenzione sull'insufficiente livello di consapevolezza dei diritti previsti dalla direttiva 2002/73/CE tra le donne, come si deduce dal basso numero di procedimenti in materia di uguaglianza di genere e di denunce presentate; invita gli Stati membri, le organizzazioni sindacali, i datori di lavoro e le ONG a intensificare gli sforzi per informare le donne circa le possibilità offerte alle vittime di discriminazioni dalla normativa vigente dal 2005;
17. sottolinea la limitata fiducia nella tutela giudiziaria manifestata dalle vittime di discriminazioni; invita gli Stati membri ad accertarsi che l'assistenza accordata sia indipendente e agevolmente disponibile, a rafforzare le garanzie per le vittime di discriminazione e a provvedere alla tutela giudiziaria delle persone che difendono una persona tutelata ai sensi della direttiva 2002/73/CE, o che forniscono elementi probatori per conto di tale persona;
18. invita la Commissione a esaminare se gli Stati membri fanno in modo di evitare che ostacoli giuridici o di altra natura, come ad esempio scadenze eccessivamente ravvicinate, impediscano alle vittime, alle associazioni e alle organizzazioni che hanno un legittimo interesse al rispetto della direttiva 2002/73/CE, di adire le vie legali in caso di violazione delle norme sul diritto all'eguaglianza e alla protezione contro la discriminazione, o nel caso delle vittime di rivendicare i pieni diritti ai sensi della direttiva 2002/73/CE in altre procedure amministrative;
19. prende atto degli effetti positivi sulla prevenzione e l'accertamento dell'esistenza di prassi discriminatorie che possono derivare dalla stretta collaborazione tra organismi specializzati in questioni di parità e ispettori del lavoro; invita gli Stati membri a continuare a formare gli ispettori del lavoro alla luce delle nuove responsabilità derivanti dalla trasposizione della direttiva 2002/73/CE, oltre ad utilizzare i nuovi strumenti creati, come l'inversione dell'onere della prova;
20. mette in evidenza il ruolo essenziale delle ONG nel fornire assistenza alle vittime di discriminazioni; chiede alle autorità pubbliche di stanziare risorse per progetti di mediazione e assistenza, la cui realizzazione è più complessa di quella delle campagne di informazione;
21. sottolinea l'importanza di indicatori quantitativi e qualitativi affidabili, confrontabili e disponibili, nonché di statistiche basate sul genere, per garantire l'attuazione e il seguito da dare alla direttiva; sollecita gli organismi specializzati in questioni di parità a intensificare gli sforzi nel condurre indagini indipendenti e ad avanzare raccomandazioni circa eventuali questioni legate alla discriminazione; rammenta il ruolo dell'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere, a cui è stato affidato il compito di raccogliere e analizzare le informazioni in materia di uguaglianza di genere, sensibilizzare i cittadini dell'Unione europea in merito a tale tematica e sviluppare strumenti metodologici a sostegno dell'integrazione di genere;
22. evidenzia la necessità di promuovere il dialogo tra le parti sociali per applicare il principio di parità di trattamento, attraverso il controllo delle pratiche adottate sul luogo di lavoro, gli accordi collettivi, i codici di condotta, le ricerche e lo scambio di esperienze e buone prassi;
23. invita gli Stati membri a incoraggiare i datori di lavoro a fornire regolarmente ai dipendenti e ai loro rappresentanti informazioni basate sul rispetto del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne;
24. invita gli Stati membri a incoraggiare i datori di lavoro a fornire regolarmente ai dipendenti e ai loro rappresentanti informazioni sulle questioni di genere;
25. insiste sulla necessità di sviluppare meccanismi nazionali volti a controllare l'attuazione del principio della parità di retribuzione e del reinserimento nel posto di lavoro dopo un congedo di maternità o paternità o per l'assistenza ai familiari dipendenti;
26. rileva che il divario retributivo persiste, dato che le donne percepiscono stipendi che sono in media il 15% più bassi di quelli degli uomini, che tale divario si è ridotto solo dell'1% tra il 2000 e il 2006 e che la percentuale di donne in funzioni manageriali è ancora molto inferiore a quella degli uomini; insiste sulla necessità di mettere a punto meccanismi nazionali volti a monitorare l'applicazione del principio della parità di retribuzione e invita la Commissione a rinnovare la programmazione delle apposite misure di sostegno, nel debito rispetto del principio di sussidiarietà;
27. sottolinea la necessità di incentivare iniziative che contribuiscano a sviluppare e a realizzare nelle imprese azioni positive e politiche in materia di risorse umane che promuovano la parità di genere; invita gli Stati membri a raccomandare alle imprese di sviluppare e attuare piani aziendali in materia di uguaglianza e di promuovere una rappresentanza equilibrata, dal punto di vista del genere, negli organi direttivi e decisionali;
28. rammenta agli Stati membri l'importanza di realizzare attivamente l'integrazione di genere e di adoperarsi per conciliare la vita familiare e quella professionale nella fase di definizione e di attuazione delle leggi;
29. sottolinea l'esigenza di combattere gli ostacoli concreti cui sono confrontate le donne e le ragazze affette da disabilità e i genitori di bambini disabili per quanto riguarda la parità di accesso all'istruzione e al mercato del lavoro nonché la necessità di adattare le azioni alle esigenze particolari di tali gruppi e di adeguarle in modo da inserire la dimensione di genere in tutte le politiche;
30. sottolinea la necessità di garantire maggiore flessibilità in materia di congedo parentale, specie per i genitori con figli disabili;
31. invita gli Stati membri a eliminare la discriminazione a danno delle ragazze e delle giovani donne nel passaggio dalla scuola alla formazione e dalla formazione alla vita professionale attraverso interventi mirati ed anche nella fase di reinserimento nel mercato del lavoro dopo un'interruzione dovuta alla cura dei figli o di famigliari; rileva la necessità di servizi pubblici di custodia dei bambini, cure mediche e assistenza per gli anziani; ricorda agli Stati membri l'impegno che hanno assunto su queste problematiche in occasione del Vertice di Barcellona del 2002;
32. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai parlamenti nazionali e agli organismi nazionali specializzati in questioni di parità.
– viste le sue precedenti risoluzioni sul Medio Oriente, in particolare quelle del 16 novembre 2006 sulla situazione nella Striscia di Gaza(1), del 12 luglio 2007 sul Medio Oriente(2), dell'11 ottobre 2007 sulla situazione umanitaria a Gaza(3) e del 21 febbraio 2008 sulla situazione nella Striscia di Gaza(4),
– viste le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 242 del 22 novembre 1967(S/RES/242(1967)), 338 del 22 ottobre 1973 (S/RES/338(1973)), e 1860 dell'8 gennaio 2009 (S/RES/1860(2009)),
– vista la quarta Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 relativa alla protezione dei civili in tempo di guerra),
– visto il rinvio del voto sul parere conforme relativo all'estensione della partecipazione di Israele ai programmi della Comunità europea,
– vista la dichiarazione dell'Unione europea del 30 dicembre 2008 sulla situazione in Medio Oriente,
– visto l'articolo 103, paragrafo 4, del suo regolamento,
A. considerando che il 27 dicembre 2008 Israele ha lanciato un'offensiva militare a Gaza in risposta ai lanci di razzi da parte di Hamas nel sud di Israele da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza e in seguito alla fine della tregua e al rifiuto di rinnovare l'accordo sul cessate il fuoco,
B. considerando che in base alle ultime notizie l'operazione israeliana finora è costata la vita a circa un migliaio di persone a Gaza, molte delle quali donne e bambini, e ha provocato migliaia di feriti e la distruzione di case, scuole e altre parti importanti di infrastrutture civili a causa dell'uso della forza da parte dell'esercito israeliano,
C. considerando che i valichi di frontiera da e verso Gaza sono stati chiusi per diciotto mesi e che l'embargo sulla circolazione delle persone e delle merci ha inciso pesantemente sulla vita quotidiana degli abitanti e ha ulteriormente paralizzato l'economia della Striscia di Gaza e ha limitato qualsiasi miglioramento sostanziale nella situazione in Cisgiordania; considerando che l'embargo sulla Striscia di Gaza rappresenta una punizione collettiva in violazione del diritto internazionale umanitario,
D. considerando che il miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania nonché un rilancio del processo di pace e la creazione di istituzioni palestinesi funzionanti a Gaza sono elementi fondamentali degli sforzi intesi a conseguire una pace giusta e duratura fra israeliani e palestinesi,
E. considerando che il considerevole sostegno finanziario dell'Unione europea a favore dei palestinesi ha svolto un ruolo importante nel cercare di evitare una catastrofe umanitaria nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania; considerando che l'Unione europea continua a fornire, in particolare tramite l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near Eas, UNWRA), assistenza umanitaria nella Striscia di Gaza,
1. accoglie con favore l'adozione della risoluzione n. 1860 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dell'8 gennaio 2009 e si rammarica del fatto che finora sia Israele sia Hamas non abbiano aderito alla richiesta di cessazione delle ostilità formulata dalle Nazioni Unite; chiede un cessate il fuoco immediato e permanente che preveda altresì la fine del lancio di razzi da parte di Hamas contro Israele e il termine dell'attuale azione militare israeliana a Gaza;
2. concorda sulla necessità di prevedere urgentemente, come richiesto dalla risoluzione n. 1860 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, disposizioni e garanzie a Gaza per il mantenimento di un cessate il fuoco durevole che includa nel contempo il ritiro delle truppe israeliane, la riapertura stabile dei valichi di frontiera, la cessazione dell'embargo e la prevenzione del traffico illegale di armi e munizioni;
3. chiede una tregua negoziale che dovrebbe essere garantita da un meccanismo, istituito dalla comunità internazionale coordinata dal Quartetto e dalla Lega degli Stati arabi, che potrebbe includere una presenza multinazionale nel quadro di un mandato chiaro, al fine di ristabilire la sicurezza e garantire il rispetto del cessate il fuoco per le popolazioni di Israele e di Gaza, con particolare riferimento al controllo del confine tra l'Egitto e la Striscia di Gaza, il che implica un ruolo importante per l'Egitto; invita il Consiglio fare maggiori pressioni per far cessare le violenze in corso; incoraggia gli sforzi diplomatici intrapresi finora dalla comunità internazionale, in particolare dall'Egitto e dall'Unione europea;
4. esprime sgomento dinanzi alle sofferenze della popolazione civile a Gaza; condanna con forza in particolare il fatto che durante gli attacchi siano stati colpiti obiettivi civili e delle Nazioni Unite; esprime la propria solidarietà alla popolazione civile vittima della violenza a Gaza e nel sud d'Israele;
5. chiede con insistenza alle autorità israeliane di consentire il libero accesso agli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e di garantire un flusso continuo e sufficiente degli aiuti attraverso i corridoi umanitari; esorta vivamente le autorità israeliane a permettere alla stampa internazionale di seguire gli avvenimenti sul posto;
6. chiede a Israele di adempiere ai suoi obblighi in forza del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario; chiede ad Hamas di porre fine al lancio di razzi e di assumersi le sue responsabilità impegnandosi in un processo politico finalizzato a ripristinare il dialogo tra i palestinesi e a contribuire al processo negoziale in corso;
7. esorta l'Unione europea a prendere una posizione politica più determinata e coesa e invita il Consiglio a cogliere l'opportunità di collaborare con la nuova amministrazione statunitense per porre fine al conflitto con un accordo fondato sulla soluzione dei "due Stati", intesa a garantire una nuova struttura di sicurezza regionale pacifica in Medio Oriente;
8. sottolinea la necessità di rinnovare gli sforzi per una riconciliazione tra i palestinesi tra tutte le componenti della società palestinese, sulla base dell'accordo della Mecca dell'8 febbraio 2007, che prevede l'accettazione degli accordi precedenti, incluso il diritto di esistenza dello Stato di Israele; sottolinea, al riguardo, l'esigenza di un collegamento geografico permanente e di una riunificazione politica pacifica e duratura tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania;
9. sottolinea che solo reali progressi verso la pace e un miglioramento sostanziale della situazione in Cisgiordania e a Gaza possono rafforzare la legittimità dell'Autorità palestinese;
10. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, all'Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Segretario generale delle Nazioni Unite, all'Inviato speciale del Quartetto in Medio Oriente, al Presidente dell'Autorità palestinese, al Consiglio legislativo palestinese, al governo israeliano, alla Knesset, al governo e al parlamento egiziani e al Segretario generale della Lega degli Stati arabi.
– viste le sue precedenti risoluzioni sui paesi del Corno d'Africa,
– visto il resoconto sulla missione nel Corno d'Africa approvata dalla sua commissione per lo sviluppo l'8 dicembre 2008,
– visto l'articolo 103, paragrafo 2, del suo regolamento,
A. considerando che i conflitti irrisolti riguardanti i confini tra Etiopia ed Eritrea e tra Eritrea e Gibuti hanno effetti negativi sulla pace e la sicurezza nel Corno d'Africa; che la situazione in Somalia si è aggravata diventando una delle peggiori crisi mondiali a livello umanitario e di sicurezza; che la situazione nel Sudan rappresenta un grave fattore di rischio per la sicurezza nella regione,
B. considerando che l'Etiopia e l'Eritrea hanno posto fine al loro conflitto, firmando gli "Accordi di Algeri" promossi dalla comunità internazionale, i quali prevedono una missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite (UNMEE) e l'istituzione della Commissione sui confini tra Etiopia ed Eritrea (EEBC), ma che permangono divergenze tra le due parti in merito all'applicazione degli accordi e della decisione della EEBC; che il mandato dell'UNMEE ha dovuto essere interrotto il 31 luglio 2008 dal momento che l'Eritrea ostacolava la missione e l'Etiopia aveva rifiutato di applicare la decisione della EEBC in relazione alla controversia sulla zona di Badme,
C. considerando che nel giugno 2008 l'intensificazione delle violenze al confine tra Eritrea e Gibuti a Ras Doumeira ha causato 35 morti e decine di feriti; che il 12 giugno 2008 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto a entrambe le parti di impegnarsi a un cessate il fuoco, a ritirare le truppe e a ripristinare lo status quo preesistente; che l'attuale situazione è calma, ma la vicinanza delle truppe comporta un rischio di ripresa delle ostilità,
D. considerando che il 29 ottobre 2008 venivano diretti attentati suicidi contro la missione commerciale etiopica, gli uffici delle Nazioni Unite e il palazzo presidenziale nella capitale del Somaliland, Hargeysa, contemporaneamente agli attacchi a Bossaso, nella regione somala del Puntland, in seguito ai quali sono stati effettuati numerosi arresti,
E. considerando che nel novembre 2008 si è svolto un nuovo ciclo di negoziati a Gibuti, che ha condotto alla firma di un accordo per la divisione del potere tra i rappresentanti del governo federale transitorio della Somalia (TFG) e l'Alleanza per la nuova liberazione della Somalia - Gibuti (ARS-D) all'opposizione, e che entrambe le parti hanno annunciato pubblicamente il proprio sostegno ad una commissione d'inchiesta che indaghi sulle violazioni dei diritti dell'uomo in Somalia,
F. considerando che nel corso di una conferenza, tenutasi il 29 ottobre 2008 a Nairobi, a cui hanno partecipato rappresentanti delle Istituzioni federali transitorie e membri del Parlamento federale transitorio, l'autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) ha adottato un piano in sette punti a sostegno del processo di pace in Somalia e ha istituito un meccanismo per controllarne l'attuazione,
G. considerando che dal novembre 2008 l'Etiopia ha progressivamente ritirato le sue truppe da Mogadiscio e da tutte le altre aree in cui esse erano ancora presenti in Somalia; che la missione dell'Unione africana in Somalia (AMISOM), che dal marzo 2007 si è limitata essenzialmente a Mogadiscio, si ritroverà da sola sul campo,
H. che durante oltre quattro anni il TFG della Somalia non è riuscito a creare un governo dotato di una base ampia; che a seguito delle recenti dimissioni del Presidente Abdullahi esiste un pericolo reale di ripresa dei combattimenti tra le fazioni rivali,
I. considerando che la pirateria costituisce un'altra sfida importante alla sicurezza nella regione del Corno d'Africa; considerando che la lotta contro la pirateria non può essere vinta solo militarmente, ma dipende principalmente dai successi conseguiti nella promozione della pace, dello sviluppo e nell'edificazione dello Stato; considerando che a seguito degli atti di pirateria il Programma alimentare mondiale (PAM) ha dovuto sospendere la consegna di aiuti alimentari alla Somalia, aggravando una situazione umanitaria già precaria,
J. considerando che l'8 dicembre 2008 l'Unione europea ha lanciato la sua operazione marittima EU NAVFOR Somalia (ovvero Operazione Atalanta) avente lo scopo di proteggere i convogli marittimi del PAM e altre navi che attraversano le acque al largo della Somalia,
K. considerando che la fallita applicazione dell'accordo globale di pace tra il Nord e il Sud del Sudan potrebbe portare alla secessione, che probabilmente sarà accompagnata da un conflitto militare sui giacimenti di petrolio nella regione di confine; che una tale secessione comporterebbe, con ogni probabilità, la totale frantumazione del paese, dal momento che il Darfur e la parte orientale chiederanno l'indipendenza e si assisterà a un conflitto interetnico alimentato dai paesi confinanti, compresa l'Eritrea,
L. considerando che Gibuti continua ad affrontare sfide di enorme portata e che la sua situazione sta diventando allarmante a seguito della crisi alimentare mondiale; considerando che l'Ogaden, la regione somala dell'Etiopia, soffre di una grave siccità e che gli aiuti alimentari soggetti al controllo governativo e destinati agli abitanti della regione non giungono a destinazione, nonostante i recenti progressi che il PAM ha compiuto nella consegna degli aiuti alimentari in tale regione, dal momento che vengono ancora segnalati ritardi dovuti alle necessarie autorizzazioni militari per il trasporto verso la regione somala,
M. considerando che la situazione relativa ai diritti umani, allo Stato di diritto, alla democrazia e alla governance in tutti i paesi del Corno d'Africa è da anni motivo di grande preoccupazione per l'Unione europea; considerando che vi sono denunce credibili di arresti arbitrari, lavori forzati, torture e maltrattamenti di prigionieri nonché di persecuzioni di giornalisti e di repressione politica nella regione,
N. considerando che le violazioni dei diritti dell'uomo in Somalia comprendono il rapimento di due suore cattoliche italiane, Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo,
O. considerando che il sistema di votazione a maggioranza, estremamente sfavorevole per i partiti dell'opposizione, che è stato adottato nelle elezioni legislative del 2008 è motivo di preoccupazione a Gibuti, dove il partito di opposizione Movimento per il rinnovamento democratico (MRD) è stato messo al bando nel luglio del 2008 con il pretesto assolutamente infondato del suo sostegno all'attacco eritreo contro Gibuti, mentre i dirigenti del sindacato Unione dei lavoratori di Gibuti/Unione generale dei lavoratori di Gibuti (UDT/UGTD) non sono stati reintegrati, dopo essere stati licenziati per motivi legati alle loro attività sindacali,
P. considerando i timori tra le organizzazioni non-governative (ONG) e gli ambienti dell'opposizione per l'intensificarsi del controllo governativo e la riduzione della libertà politica a seguito delle recenti leggi sulla stampa e sulla registrazione dei partiti in Etiopia; considerando che la legge sulle ONG (la Proclamazione relativa alla registrazione e alla regolarizzazione delle organizzazioni civili e delle istituzioni benefiche) adottata dal governo etiope e ratificata dal parlamento potrebbe seriamente limitare le attività delle associazioni internazionali ed etiopi che si adoperano per l'uguaglianza, la giustizia, i diritti umani e la risoluzione dei conflitti,
Sicurezza regionale
1. chiede al governo etiope di approvare formalmente, come definitiva e vincolante, la demarcazione tra l'Eritrea e l'Etiopia in base alle coordinate geografiche elaborata dalla EEBC; chiede al governo dell'Eritrea di accettare l'apertura di un dialogo con l'Etiopia che affronti il processo di ritiro delle truppe dal confine e la demarcazione fisica in base alla decisione della EEBC, come pure la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi, compresa la riapertura della frontiera agli scambi; chiede alla comunità internazionale e all'Unione europea di esercitare pressioni su entrambe le parti affinché superino l'attuale situazione di stallo;
2. chiede al Consiglio di nominare un rappresentante speciale o inviato dell'Unione europea per la regione del Corno d'Africa;
3. chiede al Consiglio e alla Commissione di portare avanti i loro sforzi nel quadro del partenariato politico regionale per la pace, la sicurezza e lo sviluppo nel Corno d'Africa, al fine di individuare progetti di interesse comune che potrebbero dar vita a una cooperazione funzionale tra l'Eritrea e l'Etiopia, ad esempio nei settori dell'approvvigionamento energetico, degli scambi transfrontalieri e dei porti;
4. chiede al governo dell'Eritrea di ripensare l'attuale sospensione della sua partecipazione all'IGAD; chiede ai leader dell'Unione africana e dell'IGAD di continuare ad associare l'Eritrea e ad incoraggiare il suo governo ad aderire agli sforzi di cooperazione a livello regionale e subregionale;
5. chiede al governo dell'Eritrea di accettare di invitare, congiuntamente con il governo di Gibuti, una missione d'inchiesta volta ad esaminare la situazione a Ras Doumeira; chiede a entrambi le parti di ricorrere al dialogo e alle vie diplomatiche per ripristinare le relazioni tra i due paesi;
6. chiede al Consiglio e alla Commissione di continuare il loro sostegno a favore del potenziamento delle istituzioni in Somalia, dell'attuazione dell'accordo di pace di Gibuti e degli sforzi dell'IGAD nel processo di pace; chiede con insistenza il potenziamento di AMISOM e il dispiegamento di una forza di stabilizzazione delle Nazioni Unite in tempi rapidi non appena le condizioni politiche e di sicurezza lo permettano;
7. condanna gli attacchi sempre più frequenti contro gli operatori umanitari avvenuti negli ultimi mesi, che hanno gravemente ostacolato la fornitura degli aiuti e hanno contribuito a peggiorare la situazione umanitaria in Somalia; chiede al Coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per la Somalia di negoziare l'accesso agli aiuti umanitari separatamente dal processo di pace di Gibuti, zona geografica per zona geografica, accelerare la fornitura di cibo e alleviare la terribile situazione umanitaria;
8. sottolinea che a seguito della partecipazione, da parte dell'Unione europea e della comunità internazionale, al raggiungimento dell'accordo Nord-Sud in Sudan è ora essenziale continuare tutti gli sforzi in vista della sua attuazione e mantenere la dovuta pressione; chiede pertanto al Consiglio e alla comunità internazionale di intensificare il loro sostegno a favore dell'attuazione dell'accordo globale di pace Nord-Sud in Sudan e di assicurare il pieno dispiegamento della missione UN-UA in Darfur (UNAMID);
9. chiede al Consiglio e alla Commissione di continuare a sostenere l'IGAD e i suoi sforzi volti a mettere a punto un piano di integrazione per la regione e di potenziarne le istituzioni;
Sicurezza alimentare e sviluppo
10. chiede al governo dell'Eritrea di cooperare più da vicino con le organizzazioni internazionali nella valutazione della situazione della sicurezza alimentare, onde consentire interventi rapidi e mirati;
11. chiede al governo dell'Eritrea di concedere alla Commissione un accesso illimitato ai progetti finanziati dalla Commissione e di migliorare la sua apertura all'assistenza tecnica per i progetti e i programmi concordati di comune accordo; chiede inoltre che la Proclamazione sulle ONG sia modificata in modo da agevolare i requisiti finanziari per le ONG che vogliono impegnarsi in attività di sviluppo in Eritrea;
12. chiede al governo dell'Etiopia di garantire pieno accesso alle organizzazioni umanitarie nella regione somala di Ogaden e di porre in atto tutte le necessarie condizioni per permettere agli aiuti di raggiungere i loro destinatari in tutta la regione;
13. invita la Commissione a continuare a sostenere le risposte regionali alle sfide transfrontaliere attraverso il partenariato dell'Unione europea per la pace, la sicurezza e lo sviluppo e in particolare la gestione regionale delle risorse idriche, quale elemento essenziale della sicurezza alimentare;
14. chiede alla Commissione di verificare che nessuno dei suoi programmi di assistenza, compreso il programma "cash for work", sia attuato mediante lavoro forzato;
Diritti dell'uomo, democratizzazione e governance
15. chiede al governo dell'Eritrea di rivelare pubblicamente dove si trovano i prigionieri e il loro stato di salute e di incriminare e rinviare immediatamente al giudizio di un tribunale tutti i detenuti politici e i giornalisti imprigionati o di rilasciarli immediatamente senza condizioni;
16. invita il governo dell'Eritrea a rispettare pienamente i diritti umani e le libertà fondamentali, compresa la libertà di associazione, la libertà di espressione, la libertà dei mezzi di informazione e la libertà di coscienza;
17. esprime la sua viva preoccupazione per la perdurante detenzione in Eritrea del giornalista svedese-eritreo Dawit Isaak che dal suo arresto, avvenuto nel settembre 2001, si trova in carcere senza essere stato sottoposto a un processo e chiede l'immediato rilascio di Dawit Isaak e degli altri giornalisti incarcerati;
18. chiede all'Unione europea di ripensare il suo approccio nei confronti dell'Eritrea qualora non si registrino progressi verso il rispetto degli elementi essenziali dell'Accordo di Cotonou (Articolo 9), in particolare sulle questione fondamentali dei diritti umani (accesso del Comitato Internazionale della Croce Rossa ai penitenziari, rilascio dei prigionieri cosiddetti "G11");
19. chiede al governo federale transitorio somalo di condannare il rapimento delle due suore cattoliche italiane, di adoperarsi per accelerarne il rilascio e prevenire ulteriori rapimenti;
20. chiede alle autorità di Gibuti di tutelare i diritti politici dei partiti dell'opposizione e delle organizzazioni indipendenti per i diritti umani, comprese piene garanzie in materia di libertà di stampa, libertà di assemblea e libertà di espressione; sottolinea la necessità di un dialogo significativo tra il governo e l'opposizione, che porti a un adeguamento della legge elettorale tale da consentire una rappresentanza più equa degli attuali partiti politici in parlamento; chiede alle autorità di Gibuti di consentire al partito di opposizione MRD la ripresa delle sue attività e di reintegrare tutti i leader del sindacato UDT/UGTD licenziati per motivi legati alle loro attività sindacali;
21. chiede al governo di Gibuti di prendere misure per assicurare una migliore protezione sotto il profilo giuridico e pratico dei diritti dei sindacati sulla base delle rispettive convenzioni fondamentali dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL);
22. si rammarica che il parlamento etiope abbia ratificato la Proclamazione per la registrazione e la regolarizzazione delle organizzazioni civili e delle istituzioni benefiche; chiede che siano apportati significativi adeguamenti in modo da garantire i principi fondamentali in materia di diritti umani; chiede un'applicazione non restrittiva di tale legge e insiste affinché la sua applicazione sia oggetto di uno stretto controllo da parte della Commissione;
23. esorta vivamente le autorità etiopi a rivedere la legge sulla stampa e la legge sulla registrazione dei partiti, nonché la composizione della Commissione elettorale, affinché siano garantiti i diritti politici dei partiti dell'opposizione; chiede con insistenza alle autorità etiopi di svolgere indagini su tutti i presunti casi di maltrattamenti e di arresti arbitrari ai danni delle organizzazioni dell'opposizione e della società civile e che i responsabili siano processati;
24. è indignato per la detenzione di Birtukan Midekssa, leader del partito di opposizione Unità per la democrazia e la giustizia (UDJ) e ne chiede l'immediato e incondizionato rilascio;
25. chiede alle autorità etiopi di trattare rapidamente la richiesta di registrazione dell'Associazione nazionale degli insegnanti etiopi, conformemente alle leggi e alle norme in materia, e di porre fine alle persecuzioni ai danni dei membri di tale associazione;
26. chiede ai governi dell'Etiopia, dell'Eritrea e di Gibuti e al Consiglio, conformemente all'articolo 8 e all'allegato VII dell'accordo di Cotonou riveduto, di concordare congiuntamente un approfondimento del dialogo politico sui diritti umani, i principi democratici e lo Stato di diritto, comprese le questioni di cui sopra, allo scopo di definire obiettivi di riferimento e raggiungere risultati e progressi concreti sul campo;
27. riconosce che le elezioni in Sudan sono previste per il 2009, ma osserva che non si è ancora proceduto alla modifica delle leggi che limitano la libertà di espressione e di organizzazione per i singoli cittadini, i partiti politici e i mezzi d'informazione e che sono contrarie all'accordo globale di pace e alla Costituzione nazionale provvisoria, né è stata ancora istituita una Commissione nazionale per i diritti umani; sottolinea che l'abrogazione di tali leggi e la loro sostituzione con una normativa conforme all'accordo globale di pace e alla Costituzione nazionale provvisoria, nonché l'istituzione di una commissione nazionale per i diritti umani costituiscono requisiti essenziali per creare un ambiente in cui si possano svolgere elezioni libere e regolari;
o o o
28. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi degli Stati membri, al Presidente della Commissione dell'Unione africana, al Presidente in carica dell'Assemblea dell'Unione africana, al Segretario generale dell'Unione africana, al parlamento panafricano, ai governi e ai parlamenti dei paesi dell'IGAD e ai co-presidenti dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE.
Strategia dell'Unione europea in Bielorussia
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2009 sulla strategia dell'Unione Europea nei confronti della Bielorussia
– viste le sue precedenti risoluzioni sulla situazione in Bielorussia, in particolare quella del 9 ottobre 2008 sulla situazione in Bielorussia dopo le elezioni parlamentari del 28 settembre 2008(1),
– vista la dichiarazione resa dalla Presidenza a nome dell'Unione europea sulla posizione comune 2008/844/PESC del Consiglio, del 10 novembre 2008, che modifica la posizione comune 2006/276/PESC relativa a misure restrittive nei confronti di determinati funzionari della Bielorussia(2),
– viste le conclusioni del Consiglio affari generali e relazioni esterne sulla Bielorussia del 13 ottobre 2008, durante il quale si è decisa l'abolizione del divieto di intrattenere contatti politici con le autorità bielorusse e la sospensione per sei mesi del divieto di rilascio del visto a funzionari bielorussi, tra cui il Presidente Alexander Lukashenko,
– vista la relazione annuale del Consiglio sui diritti umani per il 2008, del 27 novembre 2008 (14146/2/2008),
– vista la comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio del 3 dicembre 2008 sull'l'iniziativa per un partenariato orientale (COM(2008)0823),
– vista la relazione finale della missione di osservazione elettorale dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e dell'Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani (ODIHR) del 27 novembre 2008, sulle elezioni parlamentari in Bielorussia del 28 settembre 2008,
– visto l'articolo 103, paragrafo 4, del suo regolamento,
A. considerando che il Consiglio, nelle sue conclusioni summenzionate del 13 ottobre 2008, ha ribadito l'auspicio di un graduale riavvicinamento alla Bielorussia e la sua disponibilità ad avviare un dialogo con le autorità bielorusse, e con altre forze politiche del paese, con l'obiettivo di incoraggiare reali progressi verso la democrazia e il rispetto dei diritti umani,
B. considerando che, al fine di promuovere il dialogo con le autorità bielorusse e l'adozione di misure positive volte a rafforzare la democrazia e il rispetto dei diritti umani, il Consiglio ha deciso la non applicazione, per un periodo di sei mesi, rinnovabile, delle restrizioni agli spostamenti imposte a determinati funzionari del governo bielorusso, ad eccezione di quelli coinvolti nelle sparizioni verificatesi nel 1999 e nel 2000 e del presidente della Commissione elettorale centrale,
C. considerando che, in risposta ai passi positivi compiuti dalla Bielorussia, la Commissione ha già avviato un intenso dialogo con tale paese in settori quali l'energia, l'ambiente, le dogane, i trasporti e la sicurezza alimentare, ed ha confermato la sua disponibilità ad estendere ulteriormente la portata di tali colloqui tecnici, vantaggiosi per entrambe le parti,
D. considerando che la missione di osservazione elettorale dell'OSCE/ODIHR ha affermato nella sua relazione finale che, malgrado alcuni limitati miglioramenti, le elezioni del 28 settembre 2008 - svoltesi in un clima di rigido controllo, con una campagna elettorale scarsamente visibile, e caratterizzate da mancanza di trasparenza nel conteggio dei voti e nell'aggregazione dei risultati provenienti dalle diverse sezioni di voto - non sono state, in definitiva, all'altezza degli standard democratici riconosciuti internazionalmente; considerando che Lidziya Yarmoshyna, presidente della Commissione centrale per le elezioni, ha ammesso che le elezioni del settembre 2008 non hanno riscosso "il riconoscimento pieno e incondizionato dei partner europei quali elezioni conformi alle norme internazionali" e che pertanto lo "scopo ultimo" delle elezioni non è stato raggiunto,
E. considerando che la Commissione ha avviato l'iniziativa per un "partenariato orientale", allo scopo di intensificare la cooperazione con vari paesi dell'Europa orientale, dei quali la Bielorussia fa parte a condizione che soddisfi specifici criteri in materia di democrazia, rispetto dei diritti umani e Stato di diritto,
F. considerando che il ministro bielorusso per gli Affari esteri, Syarhei Martynau, ha dichiarato che "la Bielorussia vede positivamente la partecipazione all'iniziativa del partenariato orientale" ed ha aggiunto che il suo paese intende partecipare a tale iniziativa,
G. considerando che le autorità bielorusse hanno condannato a un anno di "libertà limitata" il militante dell'opposizione Alyaksandr Barazenka, per il ruolo da lui occupato nel corso di una manifestazione svoltasi nel gennaio 2008,
H. considerando che le autorità bielorusse negano a un crescente numero di sacerdoti e suore protestanti e cattolici il diritto di esercitare il ministero della predicazione e dell'insegnamento,
1. valuta positivamente la decisione delle autorità bielorusse di legalizzare il movimento "Per la libertà", guidato dall'ex candidato alla presidenza bielorussa Aliaksandr Milinkevich; auspica che il governo bielorusso migliori le condizioni concernenti la registrazione e l'attività di altri gruppi non governativi, tra cui partiti politici e l'organizzazione per la difesa dei diritti umani "Nasha Viasna";
2. plaude alla decisione delle autorità bielorusse di autorizzare la stampa e la distribuzione dei due giornali indipendenti "Narodnaia Volia" e "Nasha Niva"; ricorda nel contempo che vi sono ancora 13 giornali indipendenti in attesa di registrazione; plaude alla decisione del governo bielorusso di discutere le norme internazionali relative ai media su Internet e di consultare su tali questioni l'Associazione bielorussa dei giornalisti; auspica la creazione di condizioni adeguate anche per l'attività di altri media indipendenti in Bielorussia, compresa la possibilità di inserzioni pubblicitarie;
3. prende atto della disponibilità della Bielorussia a discutere in dettaglio le raccomandazioni dell'OSCE/ODIHR sui miglioramenti da apportare alla legge elettorale; ritiene che si tratti di un passo importante e incoraggiante da parte della Bielorussia e attende vivamente la sua rapida concretizzazione nonché ulteriori iniziative in linea con le aspettative dell'Unione Europea;
4. si rallegra del rilascio dei prigionieri politici in Bielorussia, ma deplora il fatto che Alyaksandr Kazulin, Sergei Parsyukevich e Andrei Kim non godono di tutti i diritti che la Costituzione della Repubblica di Bielorussia garantisce ai suoi cittadini e critica inoltre il fatto che, come nel caso di Alexander Barazenka, rimasto in carcere per settimane in attesa di essere processato per aver partecipato a una manifestazione nel gennaio 2008, alcuni altri attivisti sono tuttora sottoposti a varie forme di limitazione della libertà personale;
5. si rallegra della decisione delle autorità bielorusse di revocare temporaneamente le restrizioni al movimento per un certo numero di vittime del disastro di Chernobyl, al fine di consentire loro di partecipare a programmi di riposo e recupero, e auspica che più a lungo termine si possa trovare una soluzione strutturale a tale questione; sollecita la Presidenza ceca a trattare come prioritaria la negoziazione di un accordo di tutta l'Unione Europea con le autorità bielorusse che consenta ai bambini di recarsi dalla Bielorussia in qualunque Stato membro dell'Unione Europea che organizzi tali programmi di recupero;
6. rileva che, per poter migliorare in modo significativo le sue relazioni con l'Unione Europea, la Bielorussia dovrebbe (1) continuare ad essere un paese in cui non vi sono prigionieri politici, (2) garantire la libertà di espressione dei media, (3) continuare a cooperare con l'OSCE alla riforma della legge elettorale, (4) migliorare le condizioni in cui operano le organizzazioni non governative (ONG), e (5) garantire la libertà di riunione e di associazione politica;
7. esorta il governo bielorusso a rispettare i diritti dell'uomo:
a)
apportando modifiche assolutamente indispensabili al codice penale bielorusso, con l'abrogazione degli articoli 367, 368 e 369-1 e in particolare dell'articolo 193, che sono spesso utilizzati indebitamente come strumento di repressione;
b)
astenendosi dal minacciare conseguenze penali, anche per elusione del servizio militare in Bielorussia, per gli studenti espulsi dalle università per il loro impegno civile e costretti perciò a continuare gli studi all'estero;
c)
eliminando tutti gli ostacoli che impediscono la corretta registrazione delle ONG in Bielorussia; abolendo il divieto di usare appartamenti privati come indirizzo per la registrazione di associazioni senza scopo di lucro; riesaminando il decreto presidenziale n. 533, del 23 ottobre 2007, che regolamenta l'uso di locali per uffici da parte di ONG e partiti politici;
d)
migliorando il trattamento e il rispetto delle minoranze nazionali, ivi compreso il riconoscimento dell'organo legittimamente eletto dell'Unione dei polacchi in Bielorussia, guidato da Angelika Borys, nonché il trattamento e il rispetto della cultura, delle chiese, del sistema d'istruzione e del patrimonio storico e materiale,
così da porre fine all'isolamento autoimposto del paese dal resto dell'Europa e migliorare significativamente le relazioni tra Unione europea e Bielorussia;
8. sottolinea che l'opposizione democratica deve partecipare al processo di graduale riavvicinamento alla Bielorussia;
9. invita il Consiglio e la Commissione ad adottare ulteriori iniziative per liberalizzare le procedure di visto per i cittadini bielorussi, poiché tali misure sono cruciali per la realizzazione del principale obiettivo della politica dell'Unione Europea nei confronti della Bielorussia, ossia l'intensificazione dei contatti diretti tra le persone, che a loro volta facilitano la democratizzazione del paese; sollecita in tale contesto le due istituzioni a valutare la possibilità di diminuire il costo dei visti per l'entrata dei cittadini bielorussi nell'area Schengen e di semplificare la procedura necessaria per ottenerli;
10. invita il Consiglio e la Commissione a prendere in considerazione l'applicazione selettiva alla Bielorussia dello strumento europeo di vicinato e partenariato(3) e dello strumento europeo per i diritti umani e la democrazia(4), offrendo maggiore sostegno alla società civile bielorussa, a sollecitare il governo bielorusso affinché, come segno di buona volontà e di cambiamento positivo, permetta alla "Università europea di studi umanistici" bielorussa, in esilio a Vilnius (Lituania), di tornare legalmente in Bielorussia e di reinsediarsi a Minsk, in condizioni adeguate al suo futuro sviluppo, ad accordare un sostegno finanziario al canale televisivo indipendente bielorusso Belsat e a sollecitare il governo bielorusso a procedere alla registrazione ufficiale di Belsat in Bielorussia;
11. esorta in tale contesto il Consiglio e la Commissione a prendere in considerazione misure tendenti a migliorare il clima imprenditoriale, il commercio, gli investimenti, le infrastrutture energetiche e di trasporto e la cooperazione transfrontaliera tra l'Unione Europea e la Bielorussia, così da contribuire al benessere e alla prosperità dei cittadini della Bielorussia e aumentare le loro possibilità di comunicare con l'Unione Europea e di viaggiarvi liberamente;
12. invita il Consiglio e la Commissione a prendere in considerazione la partecipazione della Banca Europea degli Investimenti (BEI) agli investimenti nelle infrastrutture bielorusse per il transito dell'energia; sottolinea l'importanza della partecipazione di imprese europee al processo di privatizzazione in Bielorussia;
13. invita le autorità bielorusse a rispettare rigorosamente le norme e i requisiti internazionali di sicurezza nella costruzione di una nuova centrale nucleare; invita la Bielorussia a ratificare il protocollo aggiuntivo all'accordo di salvaguardia integrale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA); invita la Commissione a vigilare, riferendo al Parlamento europeo e agli Stati membri, sul rispetto da parte della Bielorussia delle raccomandazioni dell'AIEA e degli obblighi stabiliti dalla Convenzione sulla sicurezza nucleare e dal Trattato di non proliferazione nucleare, nonché sugli effetti che il funzionamento della centrale nucleare potrebbe avere sugli Stati membri dell'Unione Europea confinanti;
14. deplora la decisione, adottata ripetutamente dalle autorità bielorusse negli ultimi anni, di rifiutare il visto d'ingresso ai deputati del Parlamento europeo e a parlamentari nazionali; invita le autorità bielorusse a non creare ulteriori ostacoli tali da impedire alla delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la Bielorussia di visitare il paese;
15. plaude all'approccio adottato finora dalle autorità bielorusse che, nonostante enormi pressioni, non hanno riconosciuto le dichiarazioni unilaterali d'indipendenza dell'Ossezia meridionale e dell'Abkhazia;
16. condanna il fatto che in Bielorussia, unico paese in Europa, sia ancora in vigore la pena di morte, in contrasto con i valori delle Nazioni Unite;
17. invita le autorità bielorusse a rispettare la libertà di religione; condanna le ripetute espulsioni dalla Bielorussia di cittadini europei, tra cui dei sacerdoti, in contrasto col processo di costruzione della fiducia con l'Unione Europea;
18. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai parlamenti e ai governi degli Stati membri, al Segretario generale delle Nazioni Unite, alle Assemblee parlamentari dell'OSCE e del Consiglio d'Europa, al Segretariato della Comunità di Stati Indipendenti e al parlamento e al governo della Bielorussia.
Regolamento (CE) n. 1638/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 2006, recante disposizioni generali che istituiscono uno strumento europeo di vicinato e partenariato (GU L 310 del 9.11.2006, pag. 1).
Regolamento (CE) n. 1889/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 dicembre 2006, che istituisce uno strumento finanziario per la promozione della democrazia e dei diritti umani nel mondo (GU L 386 del 29.12.2006, pag. 1).
Srebrenica
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2009 su Srebrenica
– vista la sua risoluzione del 7 luglio 2005 "Avvenire dei Balcani dieci anni dopo Srebrenica(1),
– visto l'accordo di stabilizzazione e di associazione tra le comunità europee e i loro Stati membri, da una parte, e la Bosnia-Erzegovina, dall'altra, sottoscritto a Lussemburgo il 16 giugno 2008 e la prospettiva di adesione all'Unione europea accordata a tutti i paesi dei Balcani occidentali in occasione del vertice dell'Unione europea di Salonicco del 2003,
– visto l'articolo 103, paragrafo 4, del suo regolamento,
A. considerando che nel luglio 1995 la città bosniaca di Srebrenica, che era all'epoca un'enclave isolata proclamata zona protetta dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 16 aprile 1993, cadde nelle mani delle milizie serbe, guidate dal generale Ratko Mladić e sotto la direzione dell'allora Presidente della Republika Srpska Radovan Karadžić,
B. considerando che nei numerosi giorni di massacro successivi alla caduta di Srebrenica, più di 8 000 uomini e ragazzi musulmani, che avevano cercato riparo nell'area di Srebrenica protetta della Forza di protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR), sono stati sommariamente giustiziati dalle forze serbo-bosniache comandate dal generale Mladić e da unità paramilitari, tra cui reparti irregolari di polizia serbi penetrati in territorio bosniaco dalla Serbia; considerando che circa 25 000 donne, bambini e anziani sono stati deportati con la forza, rendendo tale evento il maggior crimine di guerra perpetrato in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale,
C. considerando che questa tragedia, dichiarata atto di genocidio dal Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia, avvenne in una zona che l'ONU aveva proclamato zona di sicurezza ("safe haven") e rappresenta perciò un simbolo dell'impotenza della comunità internazionale ad intervenire nel conflitto e a proteggere la popolazione civile,
D. considerando le molteplici violazioni delle Convenzioni di Ginevra perpetrate dalle truppe serbo-bosniache contro la popolazione civile di Srebrenica, fra cui la deportazione di migliaia di donne, bambini ed anziani e lo stupro di un gran numero di donne,
E. considerando che, nonostante gli enormi sforzi finora compiuti per scoprire le fosse comuni e individuali e per esumare e identificare i corpi delle vittime, le ricerche condotte fino ad oggi non consentono una ricostruzione completa degli eventi che si sono verificati a Srebrenica e nei dintorni,
F. considerando che non può esservi vera pace senza giustizia e che la piena e incondizionata cooperazione con il Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia resta la premessa fondamentale per la prosecuzione del processo di integrazione degli Stati dei Balcani occidentali nell'Unione europea,
G. considerando che il generale Radislav Krstić dell'esercito serbo-bosniaco è la prima persona giudicata colpevole di complicità nel genocidio di Sebrenica dal Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia, ma considerando al tempo stesso che il principale accusato, Ratko Mladić, a distanza di quattordici anni dai tragici eventi, è tuttora latitante; considerando, altresì, con favore il fatto che Radovan Karadžić sia stato condotto dinanzi al Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia,
H. considerando che l'istituzionalizzazione di un giorno del ricordo costituisce il modo migliore per pagare un tributo alle vittime dei massacri e inviare un chiaro messaggio alle generazioni future,
1. commemora e onora tutte le vittime delle atrocità perpetrate durante le guerre combattute nell'ex Iugoslavia; esprime le sue condoglianze e la sua solidarietà alle famiglie delle vittime, molte delle quali vivono senza conoscere con certezza il destino dei loro familiari; riconosce che questo continuo dolore è aggravato dal fatto che i responsabili di questi atti non sono stati processati;
2. invita il Consiglio e la Commissione a commemorare degnamente l'anniversario del genocidio di Srebrenica-Potočari, sostenendo la proposta del Parlamento di proclamare l"11 luglio giorno di commemorazione del genocidio di Srebrenica nell'intera Unione europea ed invita tutti i paesi dei Balcani occidentali a fare altrettanto;
3. chiede ulteriori sforzi per assicurare alla giustizia coloro che sono ancora latitanti, manifesta il suo pieno appoggio al valido e difficile lavoro del Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia e sottolinea che consegnare alla giustizia i responsabili dei massacri a Srebrenica e nei suoi dintorni rappresenta un importante progresso verso la pace e la stabilità nella regione; ribadisce a tale proposito che occorre prestare maggiore attenzione ai processi per crimini di guerra a livello interno;
4. sottolinea l'importanza della riconciliazione come parte del processo di integrazione europea; evidenzia l'importante ruolo delle comunità religiose, dei media e del sistema scolastico in questo processo, affinché i civili di tutti i gruppi etnici possano superare le tensioni del passato ed iniziare una pacifica e sincera coesistenza tesa ad una pace, una stabilità e una crescita economica durature; esorta tutti i paesi a compiere ulteriori sforzi per cominciare ad accettare un passato difficile e travagliato;
5. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi degli Stati membri, al governo e al parlamento della Bosnia Erzegovina e alle sue comunità, nonché ai governi e ai parlamenti dei paesi dei Balcani occidentali.
– viste le sue precedenti risoluzioni sull'Iran, in particolare quelle concernenti i diritti umani,
– visto il terzo incontro interparlamentare tra il Parlamento europeo e il Majlis (parlamento) della Repubblica islamica dell'Iran, che ha avuto luogo il 4 e 5 novembre 2008 a Bruxelles, e la relazione in merito,
– vista la dichiarazione rilasciata dalla Presidenza del Consiglio a nome dell'Unione europea il 22 dicembre 2008 sulla chiusura, da parte della polizia iraniana, del Centro per la difesa dei diritti umani (CDDU) diretto dall'avvocato Shirin Ebadi, vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 2003,
– viste le dichiarazioni della Presidenza del Consiglio del 31 dicembre 2008 sulle minacce contro Shirin Ebadi,
– vista la dichiarazione del Segretario generale delle Nazioni Unite del 3 gennaio 2009, sulle vessazioni e la persecuzione ai danni di Shirin Ebadi e sulla sua sicurezza,
– viste le precedenti risoluzioni dell'Assemblea generale dell'ONU e, in particolare, la risoluzione n. 63/191 del 18 dicembre 2008, sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica dell'Iran,
– vista la relazione del Segretario generale dell'ONU del 1° ottobre 2008, sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica dell'Iran,
– vista la dichiarazione dell'ONU sui difensori dei diritti umani, adottata il 9 dicembre 1998,
– viste la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, delle quali l'Iran è parte,
– visto l'articolo 115, paragrafo 5, del suo regolamento,
A. considerando che, a partire dal 2005, la situazione generale dei diritti umani in Iran si è andata deteriorando in tutti i settori e sotto tutti gli aspetti, in particolare per quanto riguarda l'esercizio dei diritti civili e delle libertà politiche, nonostante l'Iran si sia impegnato a promuovere e difendere i diritti umani e le libertà fondamentali, nel quadro dei vari strumenti internazionali esistenti in questo settore,
B. considerando che il 21 dicembre 2008 la polizia e le forze di sicurezza iraniane hanno chiuso il CDDU diretto da Shirin Ebadi, mentre erano in corso i preparativi per celebrare il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo,
C. considerando che il 29 dicembre 2008 l'ufficio di Shirin Ebadi a Teheran è stato perquisito e che sono stati prelevati documenti e computer; considerando che il 1° gennaio 2009 una folla ostile ha manifestato davanti alla sua casa e al suo ufficio scandendo slogan contro di lei, strappando la targa del suo studio legale e imbrattando l'edificio con graffiti,
D. considerando le prove sempre più numerose dell'intensificarsi della persecuzione contro Shirin Ebadi da parte delle autorità iraniane a causa dei suoi contatti con funzionari dell'ONU operanti nel campo dei diritti umani e del fatto che essi hanno utilizzato le informazioni fornite dal suo centro in una relazione ONU del 2 ottobre 2008 sulla situazione dei diritti umani in Iran,
E. considerando che Shirin Ebadi ha ricevuto minacce di morte dopo aver deciso di assumere la difesa dei sette membri della direzione della religione Baha'i, arrestati congiuntamente nel maggio 2008; considerando che il CDDU ha altresì protestato contro le autorità che escludono gli studenti dalle università,
F. considerando che nell'agosto 2008 l'agenzia ufficiale di stampa dell'Iran (IRNA), ha diffuso l'informazione falsa secondo cui Narges Tavasolian, figlia di Shirin Ebadi, si sarebbe convertita alla religione Baha'i, un'affermazione che può avere gravi conseguenze, visto che i credenti Baha'i sono oggetto di dure persecuzioni in Iran,
G. considerando che anche i membri di un altro noto centro per i diritti umani in Iran, l'organizzazione per i diritti umani del Kurdistan (HROK), sono oggetto di soprusi da parte delle autorità e sotto costante minaccia di arresto; che il suo fondatore, Mohammad Sadiq Kaboudvand, è stato condannato a 10 anni di reclusione con l'imputazione di aver agito contro la sicurezza nazionale, istituendo l'organizzazione HROK,
H. considerando che il governo e le autorità iraniane hanno l'obbligo positivo di tutelare i militanti per i diritti umani; e che la sopra citata Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani, che l'Assemblea generale dell'ONU adottò nel 1998 all'unanimità, afferma che gli Stati prendono tutte le misure necessarie per garantire la protezione dei difensori dei diritti umani da parte delle competenti autorità da qualsiasi violenza, minacce, rappresaglie, discriminazioni di fatto o di diritto, pressioni o altre azioni arbitrarie, a seguito della loro legittima militanza intesa a promuovere i diritti umani,
1. condanna con forza la repressione, la persecuzione e le minacce contro Shirin Ebadi e la chiusura del CDDU a Teheran ed esprime la sua profonda preoccupazione per l'intensificarsi delle persecuzioni dei difensori dei diritti umani; sottolinea che la razzia delle forze di sicurezza iraniane contro il CDDU rientra in un più ampio tentativo di ridurre al silenzio la comunità per i diritti umani in Iran;
2. esprime la sua profonda preoccupazione che il persistere delle persecuzioni, delle minacce e degli attacchi contro Shirin Ebadi mettano in pericolo non solo la sua sicurezza, ma anche tutti gli attivisti della società civile e i difensori dei diritti umani in Iran;
3. sottolinea che la chiusura del CDDU non rappresenta solo un attacco contro Shirin Ebadi e i difensori dei diritti umani in Iran, ma anche un attacco contro l'intera comunità internazionale per i diritti umani, della quale Shirin Ebadi è un membro eminente ed influente;
4. esorta le autorità iraniane a porre fine alla repressione, alle persecuzioni e alle minacce contro Shirin Ebadi, a garantire la sua sicurezza e ad autorizzare la riapertura del CDDU; invita le autorità iraniane a permettere a CDDU, HROK e ad altre associazioni per i diritti umani di operare senza impedimenti;
5. invita le autorità iraniane a rispettare gli impegni internazionali assunti in materia di diritti umani, e più specificatamente a rispettare il diritto alla libertà di riunirsi pacificamente sancito dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, firmata e ratificata dall'Iran;
6. ribadisce la propria preoccupazione in merito alla persecuzione e alla reclusione di cittadini in Iran che sono impegnati nella difesa dei diritti umani e che militano contro la pena di morte, impegno che spesso risulta nell'accusa, nei loro confronti, di aver svolto cosiddette attività contro la sicurezza nazionale; invita inoltre l'Iran a porre fine alle vessazioni, intimidazioni e persecuzioni contro gli avversari politici e i difensori dei diritti umani, liberando, tra l'altro, le persone detenute arbitrariamente o sulla base delle loro opinioni politiche, nonché a porre fine all'impunità per le violazioni dei diritti umani;
7. condanna nel modo più categorico possibile le tre lapidazioni che hanno avuto luogo verso la fine di dicembre 2008 nella città di Mashhad, come confermato dal portavoce dell'autorità giudiziaria e invita le autorità iraniane a onorare la moratoria proclamata e ad introdurre con urgenza una legge che abolisca questa punizione crudele;
8. esprime grave preoccupazione per il deteriorarsi dello stato di salute di Mohammad Sadiq Kaboudvand, dopo la sua carcerazione; lo considera un prigioniero di coscienza e chiede, oltre alla sua liberazione immediata e incondizionata, che gli siano fornite cure mediche;
9. deplora profondamente il metodo della sospensione, tuttora usato contro gli studenti al fine di penalizzarli per aver organizzato dibattiti aperti e pubblici, e invita le autorità a rilasciare coloro che erano stati arrestati in occasione dell'ultima Giornata nazionale dello studente, il 6 dicembre 2008, all'Università di Shiraz;
10. rivolge un appello alle autorità iraniane affinché si dimostrino all'altezza delle affermazioni del governo per quanto riguarda il rispetto delle minoranze religiose e liberino immediatamente i leader Baha'i Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rasaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm, che sono in carcere unicamente in ragione della loro fede;
11. esorta il Consiglio e la Commissione a proseguire l'esame della situazione dei diritti umani in Iran e a presentargli, nella prima metà del 2009, una relazione esaustiva sulla questione nonché a continuare a sollevare casi specifici di violazioni dei diritti umani;
12. sottolinea che l'eventuale futura conclusione di un accordo commerciale e di cooperazione tra l'Iran e l'Unione europea dipende anche da un consistente miglioramento della situazione dei diritti umani in Iran;
13. invita la Presidenza del Consiglio e i rappresentanti diplomatici degli Stati membri in Iran ad avviare con urgenza un'azione concertata per quanto riguarda le preoccupazioni summenzionate;
14. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Consiglio dell'ONU per i diritti umani, al Capo della magistratura iraniana nonché al governo e al parlamento della Repubblica islamica dell'Iran.
Guinea
115k
36k
Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2009 sul colpo di Stato in Guinea
– visto l'articolo 115, paragrafo 5, del suo regolamento,
A. considerando la presa di potere da parte di un gruppo di ufficiali avvenuta il 23 dicembre 2008, il giorno successivo al decesso del Presidente Lansana Conté,
B. considerando che nel 1984 lo stesso Lansana Conté, allora ufficiale, aveva preso il potere con la forza successivamente al decesso del suo predecessore, il Presidente Sékou Touré, rimanendo al potere per 24 anni,
C. considerando che l'esercito non dovrebbe assolutamente trovare posto nel governo di una nazione,
D. considerando che il mandato dell'Assemblea nazionale è scaduto due anni fa e che da allora non sono state indette più elezioni legislative,
E. considerando che le decisioni concernenti l'avvenire politico, economico e sociale della Guinea spettano al popolo guineano e ai suoi rappresentanti e che il termine di due anni proposto dalla giunta militare per organizzare le elezioni è decisamente troppo lungo,
F. considerando la condanna del colpo di Stato da parte della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (CEDEAO) e dell'Unione africana (UA), che hanno deciso di sospendere la partecipazione della Guinea alle loro attività,
G. considerando che i principali partiti d'opposizione e l'intersindacale all'origine degli scioperi del giugno 2006 e del gennaio 2007 hanno preso atto della presa di potere, ma che il Presidente dell'Assemblea nazionale richiama al ristabilimento della legalità costituzionale,
H. considerando che, secondo la Banca mondiale, un guineano su due vive con l'equivalente di un dollaro al giorno e che il reddito pro capite non ha cessato di diminuire dopo l'indipendenza, malgrado le importanti risorse idrauliche e minerarie del paese,
I. considerando che "Transparency International" classifica la Guinea come uno dei paesi più corrotti d'Africa,
J. considerando che il colpo di Stato ha avuto luogo in un contesto economico e sociale degradato e che lo sviluppo è la migliore garanzia di riuscita per la democrazia,
K. considerando che in numerose città della Guinea sono state organizzate ripetute manifestazioni di protesta contro l'aumento del costo della vita e la penuria di derrate alimentari di base,
L. considerando che il bilancio della situazione dei diritti umani sotto l'ex presidente Lansana Conté risulta estremamente preoccupante, per l'uso eccessivo della forza contro i civili da parte delle forze militari e di polizia, la detenzione arbitraria, la detenzione senza processo e gli attacchi alla libertà d'espressione,
M. considerando l'importanza di prendere pienamente in considerazione le proposte dei partiti politici, dei sindacati e delle organizzazioni della società civile per lo sviluppo di un dialogo nazionale al fine di pervenire a un accordo su una transizione pacifica e democratica e sui tempi per l'organizzazione di elezioni presidenziali e legislative,
N. considerando che le decisioni e le nomine, in particolare quelle governative, da parte della giunta militare non rispettano le regole fondamentali dello Stato di diritto,
O. considerando la nomina alla carica di primo ministro di Kabiné Komara, che svolgeva in precedenza funzioni di responsabile in seno alla Banca africana d'import-export e constatando che, durante gli avvenimenti del febbraio 2007, lo stesso figurava sulla lista suggerita dai sindacati per il posto di primo ministro,
P. considerando gli arresti arbitrari di responsabili militari e civili,
1. condanna la presa di potere da parte di un gruppo di ufficiali e chiede che entro i prossimi mesi vengano organizzate elezioni legislative e presidenziali libere e trasparenti, nel rispetto delle norme internazionali, con la collaborazione dell'Unione Africana e della CEDEAO e il sostegno dell'Unione Europea e sotto l'autorità di un governo civile di transizione;
2. chiede l'apertura di un dialogo interguineano a cui partecipino tutti i partiti politici, i sindacati e le organizzazioni della società civile, per spianare la strada a una transizione democratica;
3. chiede alla giunta militare di rispettare il diritto alla libertà di opinione, di espressione e di associazione, incluso il diritto di riunirsi pacificamente, come espresso nella Dichiarazione universale dei diritti umani;
4. condanna l'arresto e la detenzione senza capi d'accusa di militari e civili e chiede la loro immediata liberazione qualora non possa essere mossa nei loro confronti alcuna imputazione grave;
5. prende atto degli impegni politici assunti dai nuovi responsabili guineani relativi, in particolare, alla lotta radicale contro la corruzione e all'istituzione di un sistema democratico trasparente in Guinea; chiede che tali impegni vengano rispettati;
6. plaude alle decisioni dell'Unione Africana e della CEDEAO di sospendere la partecipazione della Guinea alle loro attività finché il paese non disporrà di un parlamento e un governo eletti democraticamente;
7. chiede l'apertura di un dialogo politico tra l'Unione europea e le autorità di transizione che hanno preso il potere in Guinea, nel quadro degli articoli 8 e 96 dell'accordo di Cotonou;
8. chiede alla Commissione europea di tenersi pronta a congelare tutti gli aiuti eccetto quelli umanitari e alimentari e a considerare la possibilità, in caso di mancata transizione democratica, di applicare sanzioni mirate contro i membri delle autorità che hanno preso il potere con la forza;
9. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione, nonché al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, alle istituzioni dell'Unione africana, alla CEDEAO, all'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE e alle autorità della Guinea.
Libertà di stampa in Kenya
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Risoluzione del Parlamento europeo del 15 gennaio 2009 sulla libertà di stampa in Kenya
– vista la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli,
– viste le sue precedenti risoluzioni sul Kenya,
– vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo,
– visto l'articolo 115, paragrafo 5, del suo regolamento,
A. considerando che il 2 gennaio 2009 il Presidente Kibaki ha dato il suo assenso al progetto di legge (modificativa) sull'informazione del 2008, che modifica la legge sull'informazione del 1998,
B. considerando che la legge del 2008, nella sua attuale formulazione, ignora il diritto alla libertà di espressione e il diritto alla libertà di stampa quali sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e ripresi in altre convenzioni internazionali firmate e ratificate dal Kenya, tra cui la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli,
C. considerando che le due principali sezioni problematiche sono le sezioni 88 e 46; che la sezione 88 concede al Ministero dell'Informazione ampie facoltà di compiere incursioni presso le sedi di giornali ed emittenti considerati una minaccia per la sicurezza nazionale e di smantellare le loro apparecchiature di trasmissione; che la sezione 46 concede allo Stato il potere di regolamentare i contenuti che i mezzi d'informazione elettronici e della carta stampata possono trasmettere e pubblicare,
D. considerando che secondo un comunicato stampa rilasciato dall'Associazione dei giornalisti dell'Africa orientale (EAJA) la legge sull'informazione introdurrà una censura diretta da parte del governo sui mezzi d'informazione,
E. considerando che il Primo ministro Odinga si è unito alla vasta opposizione alla legge; che i funzionari del Movimento democratico arancione (ODM) hanno recentemente tenuto colloqui di crisi affermando che il Presidente non ha consultato il Primo ministro sulla legge,
F. considerando che, secondo la Commissione nazionale keniota per i diritti umani, l'assenso presidenziale alla legge indica che la Grande coalizione non sta lavorando all'unisono,
G. considerando che la libertà di espressione è un diritto umano fondamentale, come sancito all'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo,
H. considerando che un anno fa, a seguito delle irregolarità verificatesi alle elezioni presidenziali in Kenya, le dimostrazioni di piazza sono sfociate in tumulti e scontri etnici che si sono estesi a tutto il paese,causando oltre mille morti e 350 000 senza tetto,
1. deplora la firma del progetto di legge (modificativa) sull'informazione in Kenya da parte del Presidente Kibaki, il quale non ha tenuto conto delle riserve ampiamente espresse in merito a tale progetto di legge al momento della sua firma;
2. apprezza, tuttavia, il recente tentativo del Presidente Kibaki di rivedere la legge nonché il suo gesto di voler esaminare gli emendamenti alla legge proposti da esponenti dei mezzi d'informazione;
3. ribadisce il suo impegno a favore della libertà di stampa e dei diritti fondamentali della libertà di espressione, informazione e associazione; sottolinea che l'accesso a un'informazione pluralista è essenziale per responsabilizzare i cittadini;
4. chiede al governo keniota di avviare consultazioni presso i soggetti interessati al fine dicreare un consenso su come regolamentare meglio il settore dell'informazione senza interferire sulla libertà di stampa; chiede al Presidente Kibaki e al Primo ministro Odinga di adoperarsi al massimo per garantire che qualsiasi versione aggiornata della nuova legge sui mezzi d'informazione sia compatibile con i principi di libertà di espressione e di informazione;
5. sottolinea la necessità di combattere la cultura d'impunità vigente in Kenya per consegnare alla giustizia i responsabili delle violenze post-elettorali di un anno fa; chiede l'istituzione di una commissione indipendente composta da giuristi locali e internazionali incaricata di indagare e perseguire penalmente i responsabili; prende atto che, in linea di massima, il Presidente Kibaki e il Primo ministro Odinga hanno accettato di creare una commissione del genere, ma che essa non è stata ancora istituita;
6. incarica il suo Presidente di trasmettere la seguente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi degli Stati membri, al governo keniota, ai Copresidenti dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE, alla Comunità dell'Africa orientale e ai Presidenti della Commissione e del Consiglio esecutivo dell'Unione africana.