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Testi approvati
Giovedì 12 febbraio 2015 - StrasburgoEdizione definitiva
Burundi: il caso di Bob Rugurika
 Arabia Saudita: il caso di Raif Badawi
 Fosse comuni delle persone scomparse di Ashia, villaggio della regione di Ornithi, nella parte occupata di Cipro
 Costituzione di una commissione speciale sulle decisioni anticipate in materia fiscale (tax ruling) e altre misure analoghe per natura o effetto
 Crisi umanitaria in Iraq e in Siria, in particolare nel contesto dell'IS

Burundi: il caso di Bob Rugurika
PDF 137kWORD 60k
Risoluzione del Parlamento europeo del 12 febbraio 2015 sul Burundi: il caso di Bob Rugurika (2015/2561(RSP))
P8_TA(2015)0036RC-B8-0144/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sul Burundi, ovvero quella del 18 settembre 2014 sul Burundi, in particolare il caso di Pierre Claver Mbonimpa(1),

–  visto l'Accordo di Cotonou,

–  vista la dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, del 10 aprile 2014, sulla situazione in Burundi,

–  visto l'Accordo di pace e riconciliazione di Arusha,

–  viste le conclusioni del Consiglio del 22 luglio 2014 sulla regione dei Grandi Laghi,

–  viste le relazioni dell'Ufficio delle Nazioni Unite in Burundi (BNUB),

–  visti gli orientamenti dell'UE sui difensori dei diritti umani e sulla libertà di espressione, nonché le conclusioni del Consiglio, del giugno 2014, in cui è indicato l'impegno a intensificare le attività riguardanti i difensori dei diritti umani;

–  vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo,

–  vista la Carta africana per la democrazia, le elezioni e la governance (ACDEG),

–  visto il parere del 25 aprile 2013 della Commissione consultiva nazionale sui diritti umani (CNCDH),

–  vista la dichiarazione, del 10 settembre 2014, della delegazione dell'UE in Burundi,

–  visto il Patto internazionale sui diritti civili e politici,

–  vista la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che il 20 gennaio 2015 le autorità del Burundi hanno arrestato e sottoposto a detenzione il difensore dei diritti umani Bob Rugurika, direttore di Radio Publique Africaine (RPA), in seguito al suo rifiuto di rivelare le fonti dopo una serie servizi investigativi trasmessi dalla sua stazione radiofonica e riguardanti l'omicidio, avvenuto nel settembre 2014 a Kamenge, una città a nord di Bujumbura, di tre suore anziane italiane, Lucia Pulici, Olga Raschietti e Bernadetta Boggian;

B.  considerando che nei servizi trasmessi, alti funzionari dell'intelligence erano accusati di essere coinvolti negli omicidi, pur riservando loro il diritto di presentare osservazioni prima della messa in onda;

C.  considerando che le autorità del Burundi non hanno fornito alcun elemento di prova per giustificare la detenzione del sig. Rugurika, accusato di "violazione della solidarietà pubblica, violazione della riservatezza delle indagini, protezione di un criminale e complicità in omicidio"; che tale arresto fa parte di un modello di attacchi del governo ai danni della libertà di espressione, e prende di mira giornalisti, attivisti e membri di partiti politici; che tali attacchi sono degenerati in vista delle elezioni che si terranno in Burundi nei mesi di maggio e giugno 2015;

D.  considerando che il diritto internazionale in materia di diritti umani, tra cui la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, entrambe ratificate dal Burundi, indicano chiaramente che la detenzione predibattimentale dovrebbe essere basata su accuse credibili e giuridicamente fondate; che le autorità burundesi non hanno prodotto alcun elemento di prova della necessità di sottoporre a detenzione il sig. Rugurika;

E.  considerando che questo non è il primo tentativo del governo del Burundi volto a impedire ai media e ai gruppi di difesa dei diritti umani di pubblicare informazioni sensibili e riferire in merito a presunti abusi del governo; che, malgrado il persistere di tali vessazioni, i giornalisti non si sono sottratti dal documentare e riferire in merito a temi controversi, come nel caso di Pierre Claver Mbonimpa, un noto difensore dei diritti umani arrestato nel maggio 2014 per le osservazioni da lui formulate alla Radio Publique Africaine, e rilasciato successivamente, ma senza far decadere le accuse nei suoi confronti;

F.  considerando che, nel giugno 2013, il Burundi ha adottato una legge restrittiva sulla stampa, limitando le libertà dei mezzi di comunicazione, i temi sui quali i giornalisti sono autorizzati a riferire e penalizzando potenzialmente la comunicazione su temi quali l'ordine pubblico e la sicurezza; che il sindacato dei giornalisti del Burundi ha denunciato la questione alla Corte di giustizia dell'Africa orientale;

G.  considerando che l'adozione di una serie di leggi restrittive in vista delle elezioni del 2015, tra cui la legge sui mezzi di comunicazione dell'aprile 2013, ha aggravato le vessazioni e le minacce subite dal 2010 da giornalisti e altre voci critiche che denunciano gli omicidi politici, la corruzione e la cattiva gestione del paese;

H.  considerando che il Burundi occupa il 142° posto su 180 paesi nella classifica della libertà di stampa relativa al 2014 redatta da Reporter senza frontiere;

I.  considerando che il relatore speciale per i difensori dei diritti umani in Africa, la sig.ra Reine Alapini-Gansou, ha condannato tale arresto e chiesto il rilascio immediato di Bob Rugurika, ricordando le responsabilità delle autorità burundesi derivanti dalla Dichiarazione dei principi sulla libertà di espressione in Africa e dalle Dichiarazioni di Kigali e Grand Bay;

J.  considerando che il diritto alla libertà di espressione è garantito dalla Costituzione burundese e dai trattati internazionali e regionali ratificati dal Burundi, oltre ad essere uno degli elementi della strategia nazionale per il buon governo e la lotta contro la corruzione, nonché una condizione essenziale per lo svolgimento di elezioni libere e regolari nel 2015 e il riconoscimento del loro esito da parte di tutti i partecipanti;

K.  considerando che nel 2015 un processo elettorale libero, equo, trasparente e pacifico consentirà al paese, che si trova ancora in una situazione post-bellica, di uscire dall'impasse politica venutasi a creare con il processo elettorale del 2010;

L.  considerando che, in seguito alla risoluzione del Parlamento del 18 settembre 2014, con particolare riferimento all'articolo 96 dell'accordo di Cotonou, i rappresentanti dell'UE hanno insistito sulla necessità di una partecipazione inclusiva al processo elettorale da parte di tutte le forze politiche del paese, in conformità della tabella di marcia e del codice di condotta;

M.  considerando che il governo burundese ha confermato il proprio impegno a intervenire per garantire che i negoziati con tutte le forze politiche del paese rispettino i due documenti citati, e ha reiterato la sua richiesta all'UE e ai suoi Stati membri di fornire supporto materiale e finanziario per il processo elettorale in corso e di inviare missioni di osservazione in Burundi prima, durante e dopo le elezioni;

N.  considerando che l'UE ha recentemente assegnato al Burundi 432 milioni di EUR a titolo del Fondo europeo di sviluppo 2014-2020, tra l'altro per assistere tale paese nel rafforzamento della governance e della società civile;

O.  considerando che il Burundi continua ad attraversare la sua peggiore crisi politica da quando è emerso, nel 2005, da 12 anni di guerra civile, una crisi che minaccia nuovamente non solo la stabilità interna del paese, ma anche quella dei suoi vicini, in una regione del continente africano già volatile;

1.  condanna la detenzione ingiustificata di Bob Rugurika e ne sollecita il rilascio immediato e incondizionato; invita nel contempo le autorità a portare avanti le indagini sulla tragica uccisione delle tre suore italiane e ad assicurare i responsabili alla giustizia; chiede, inoltre, che sia avviata un'indagine indipendente sulla morte delle tre suore;

2.  denuncia tutte le violazioni dei diritti umani in Burundi e l'introduzione di leggi restrittive in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari del 2015, in particolare quelle che danneggiano l'opposizione politica, i media e la società civile perché limitano la libertà di espressione e di associazione e la libertà di riunione;

3.  invita le autorità burundesi a garantire un giusto e adeguato equilibrio tra la libertà dei media, anche quella dei giornalisti di indagare sui crimini e denunciarli, e la necessità di assicurare l'integrità delle indagini penali;

4.  chiede al governo del Burundi di consentire lo svolgimento di un dibattito politico autentico e aperto in vista delle elezioni del 2015, come pure di rispettare la tabella di marcia e il codice di condotta negoziati sotto l'egida delle Nazioni Unite e sottoscritti da tutti i leader politici burundesi; rammenta che, secondo quanto sancito nella costituzione del Burundi, il presidente della Repubblica è eletto per un mandato di cinque anni, rinnovabile una sola volta, e nessuno può ricoprire la carica di presidente per più di due mandati;

5.  invita il governo del Burundi a rispettare il calendario delle elezioni e a includere i partiti dell'opposizione nel monitoraggio delle elezioni, anche nella fase di censimento parziale dei nuovi elettori, secondo quanto concordato dalla commissione elettorale nazionale indipendente (CENI) e dai partiti politici nella riunione di valutazione del censimento degli aventi diritto di voto tenutasi il 29 e 30 gennaio 2015;

6.  esprime profonda preoccupazione per l'ingerenza del governo nella gestione interna dei partiti di opposizione, per il mancato riconoscimento, nei loro confronti, della libertà di organizzare campagne elettorali, nonché per la crescente tendenza da parte della magistratura a escludere i leader dell'opposizione dal processo elettorale;

7.  esorta il governo del Burundi a prendere misure per controllare l'ala giovanile del partito CNDD-FDD e impedirle di intimidire e di attaccare presunti oppositori, nonché a garantire che i responsabili degli abusi siano consegnati alla giustizia; chiede un'indagine internazionale indipendente riguardo alle affermazioni secondo cui il CNDD-FDD fornirebbe armi e addestramento alla sua ala giovanile; sollecita i leader dei partiti di opposizione ad evitare ogni violenza nei confronti dei loro oppositori;

8.  sottolinea l'importanza del rispetto del codice di condotta in materia elettorale ("Code de bonne conduite en matière électorale") e della tabella di marcia per le elezioni mediata dalle Nazioni Unite e sottoscritta dagli attori politici nel 2013, e sostiene pienamente le attività delle Nazioni Unite e della comunità internazionale intese a evitare un ulteriore inasprirsi della violenza politica nella fase preparatoria delle elezioni del 2015 e a contribuire a ripristinare una sicurezza e una pace durature;

9.  incoraggia tutte le parti coinvolte nel processo elettorale, anche gli enti responsabili dell'organizzazione delle elezioni e dei servizi di sicurezza, a rispettare gli impegni assunti in virtù dell'accordo di Arusha, ricordando che detto accordo ha posto fine alla guerra civile e costituisce la base su cui si fonda la costituzione burundese;

10.  mette in risalto il fatto che l'UE dovrebbe svolgere un ruolo chiave nel monitoraggio della situazione pre-elettorale onde evitare che vi siano ripensamenti riguardo agli impegni assunti, che potrebbero avere conseguenze gravi non solo sul processo di democratizzazione, ma anche sulla pace e sulla sicurezza nel Burundi e in tutta la regione dei Grandi Laghi;

11.  ribadisce che il Burundi è vincolato dalla clausola relativa ai diritti umani dell'accordo di Cotonou, dal Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici e dalla Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, e che pertanto ha l'obbligo di rispettare i diritti umani universali, compresa la libertà di espressione; invita il governo del Burundi a consentire lo svolgimento di un dibattito politico autentico e aperto in vista delle elezioni del 2015 senza il timore di intimidazioni, astenendosi dall'interferire nella gestione interna dei partiti di opposizione, dal porre restrizioni all'organizzazione di campagne elettorali per tutti i partiti, in particolare nelle aree rurali, e dal ricorrere in modo abusivo al sistema giudiziario per escludere i rivali politici;

12.  invita la Commissione, il vicepresidente/alto rappresentante e gli Stati membri a continuare a collaborare per mettere a punto nei confronti del Burundi una politica dell'UE chiara e basata su principi, intesa ad affrontare le attuali gravi violazioni dei diritti umani, in linea con il quadro strategico dell'UE sui diritti umani; chiede alla Commissione di prendere in considerazione la possibilità di avviare consultazioni con il Burundi a norma dell'articolo 96 dell'accordo di Cotonou, nell'ottica di una sua possibile sospensione dall'accordo, nonché di adottare misure appropriate durante lo svolgimento di tali consultazioni;

13.  invita il vicepresidente/alto rappresentante a ricorrere al dialogo politico approfondito di cui all'articolo 8 dell'accordo di partenariato di Cotonou con il governo del Burundi per affrontare concretamente la questione della chiusura dello spazio politico nel paese e per definire parametri di riferimento chiari e concreti per misurare gli sviluppi e stabilire una conseguente strategia di risposta;

14.  chiede al governo del Burundi, ai leader dei partiti di opposizione e agli attivisti della società civile di fare quanto in loro potere per sostenere la commissione per la pace e la riconciliazione in modo democratico e trasparente onde gestire i crimini del passato e guardare avanti preparandosi al futuro;

15.  invita l'Unione europea e gli Stati membri a sbloccare i fondi necessari per far fronte alla situazione umanitaria di questa regione del mondo e a collaborare con gli organismi delle Nazioni Unite, concentrandosi in particolare sulla situazione di malnutrizione cronica;

16.  chiede alla Commissione di destinare i fondi per il periodo 2014-2020 in via prioritaria alle ONG e alle organizzazioni internazionali che operano in modo diretto con le popolazioni e di esercitare pressioni per convincere il governo del Burundi a dare attuazione alle riforme necessarie per consolidare il paese;

17.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, agli Stati membri, al governo del Burundi, ai governi dei paesi della regione dei Grandi Laghi, all'Unione africana, al Segretario generale delle Nazioni Unite, ai copresidenti dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE e al Parlamento panafricano.

(1) Testi approvati, P8_TA(2014)0023.


Arabia Saudita: il caso di Raif Badawi
PDF 135kWORD 58k
Risoluzione del Parlamento europeo del 12 febbraio 2015 sull'Arabia Saudita: il caso di Raif Badawi (2015/2550(RSP))
P8_TA(2015)0037RC-B8-0143/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sull'Arabia Saudita, in particolare quelle concernenti i diritti umani e, segnatamente, la risoluzione dell'11 marzo 2014 sull'Arabia Saudita, le sue relazioni con l'UE e il suo ruolo in Medio Oriente e Nord Africa(1),

–  vista la dichiarazione del portavoce del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, del 9 gennaio 2015,

–  vista la dichiarazione dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra'ad Al Hussein, che fa appello alle autorità saudite affinché sospendano la punizione di Raif Badawi,

–  visti l'articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 e l'articolo 19 del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966,

–  vista la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti,

–  vista la Carta araba dei diritti dell'uomo, ratificata dall'Arabia saudita nel 2009, il cui articolo 32, paragrafo 1, garantisce il diritto all'informazione e la libertà di opinione e di espressione, e il cui articolo 8 vieta la tortura fisica o psicologica e ogni trattamento crudele, degradante, umiliante o disumano,

–  visti gli orientamenti dell'Unione europea sulla tortura e altri maltrattamenti e gli orientamenti sui difensori dei diritti umani,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che Raif Badawi, blogger e attivista dei diritti umani, è stato accusato di apostasia e condannato dal tribunale penale di Jeddah, nel maggio 2014, a 10 anni di carcere, 1 000 frustate e a una sanzione pecuniaria di 1 milione di SAR (228 000 EUR) dopo aver creato il sito web "Free Saudi Liberals", uno spazio di discussione sociale, politica e religiosa considerato un insulto all'Islam; che la condanna prevede altresì il divieto per Raif Badawi di utilizzare qualsiasi mezzo d'informazione e di viaggiare al di fuori del paese per 10 anni dopo la sua scarcerazione;

B.  considerando che il 9 gennaio 2015 Raif Badawi ha ricevuto la prima serie di 50 frustate di fronte alla moschea di al-Jafali a Gedda e ha riportato ferite tanto profonde che, quando è stato trasportato alla clinica del carcere per essere sottoposto a un controllo medico, i dottori hanno constatato che non avrebbe potuto sopportare un'altra serie di frustate;

C.  considerando che le sentenze giudiziarie che impongono punizioni corporali, inclusa la fustigazione, sono rigorosamente vietate dal diritto internazionale in materia di diritti umani, compresa la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani e degradanti, che l'Arabia Saudita ha ratificato;

D.  considerando che il 6 luglio 2014 l'avvocato di Raif Badawi e attivista di primo piano nella difesa dei diritti umani, Waleed Abu al-Khair, è stato condannato dal tribunale penale specializzato a 15 anni di carcere, seguiti da un divieto di viaggio per altri 15 anni, dopo aver costituito l'organizzazione per i diritti umani "Monitor of Human Rights in Saudi Arabia";

E.  considerando che quello di Raif Badawi è uno dei numerosi casi in cui sono state applicate condanne severe ed esercitate vessazioni nei confronti degli attivisti dei diritti umani sauditi e di altri promotori delle riforme perseguiti per aver espresso le loro opinioni, molti dei quali sono stati condannati nell'ambito di procedimenti non conformi alle norme internazionali in materia di giusto processo, come confermato dall'ex Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani nel luglio 2014;

F.  considerando che l'Arabia Saudita vanta una vivace comunità di attivisti online e il più alto numero di utenti di Twitter in Medio Oriente; che tuttavia Internet è sottoposto a una pesante censura e che migliaia di siti web sono bloccati e i nuovi blog e siti web necessitano di una licenza del ministero dell'Informazione; che l'Arabia Saudita figura nell'elenco dei "Nemici di Internet" di Reporter senza frontiere in ragione della censura dei media sauditi e di Internet e delle punizioni inflitte a chi critica il governo o la religione;

G.  considerando che la libertà di espressione e la libertà di stampa e dei mezzi d'informazione, sia online che offline, sono requisiti indispensabili e catalizzatori cruciali della democratizzazione e delle riforme e costituiscono controlli essenziali del potere;

H.  considerando che, nonostante l'introduzione di caute riforme durante il governo del defunto re Abdullah, il sistema politico e sociale saudita rimane profondamente antidemocratico, rende le donne e i musulmani sciiti cittadini di seconda classe, discrimina gravemente la nutrita forza lavoro straniera presente nel paese e reprime duramente ogni voce di dissenso;

I.  considerando che il numero e la frequenza delle esecuzioni sono motivo di grave preoccupazione; che nel 2014 sono state giustiziate oltre 87 persone, la maggior parte delle quali è stata decapitata pubblicamente; che dall'inizio del 2015 sono state giustiziate almeno 21 persone; che, stando alle notizie, tra il 2007 e il 2012 avrebbero avuto luogo 423 esecuzioni; che la pena di morte può essere imposta per un'ampia serie di reati;

J.  considerando che il Regno dell'Arabia Saudita è un attore politico, economico, culturale e religioso influente in Medio Oriente e nel mondo islamico nonché un fondatore e membro di primo piano del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) e del G20;

K.  considerando che nel novembre 2013 l'Arabia Saudita è stata eletta membro del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani per un periodo di tre anni;

L.  considerando che il cosiddetto Stato islamico e l'Arabia Saudita prevedono punizioni pressoché identiche per una moltitudine di reati, tra cui la pena di morte in caso di blasfemia, omicidio, atti omosessuali, furto o tradimento, la lapidazione a seguito di adulterio e l'amputazione di mani e piedi in caso di banditismo;

M.  considerando che l'Arabia Saudita svolge un ruolo di primo piano nel finanziamento, nella diffusione e nella promozione a livello mondiale di un'interpretazione dell'Islam particolarmente estremista; che la visione alquanto settaria dell'Islam è stata fonte di ispirazione per organizzazioni terroristiche quali il cosiddetto Stato islamico e al-Qaeda;

N.  considerando che le autorità saudite affermano di essere un partner degli Stati membri dell'Unione, in particolare nel quadro della lotta mondiale al terrorismo; che una nuova legge antiterrorismo, adottata nel gennaio 2014, contiene disposizioni che consentono di interpretare ogni espressione di dissenso o associazione indipendente come un reato di stampo terroristico;

1.  condanna con fermezza la fustigazione di Raif Badawi quale atto crudele e scioccante per mano delle autorità saudite; invita le autorità dell'Arabia Saudita a porre fine a ulteriori fustigazioni di Raif Badawi e a procedere al suo rilascio immediato e incondizionato, dal momento che è considerato un prigioniero di coscienza, detenuto e condannato unicamente per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione; invita le autorità saudite a provvedere all'annullamento del suo verdetto di colpevolezza e della sua condanna, ivi compreso il divieto di viaggio;

2.  sollecita le autorità saudite a garantire che Raif Badawi sia tutelato dalla tortura e da altre forme di maltrattamento, riceva tutte le cure mediche eventualmente necessarie e abbia contatti immediati e regolari con la sua famiglia e gli avvocati di sua scelta;

3.  invita le autorità dell'Arabia Saudita a rilasciare senza condizioni l'avvocato di Raif Badawi, nonché tutti i difensori dei diritti umani e gli altri prigionieri di coscienza detenuti e condannati solo per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione;

4.  condanna fermamente ogni forma di punizione corporale, in quanto trattamento inaccettabile e degradante, lesivo della dignità umana; esprime preoccupazione circa il ricorso alla fustigazione da parte degli Stati e ne chiede con forza l'assoluta abolizione; invita le autorità saudite a rispettare la proibizione della tortura in quanto sancita nello specifico dalla convenzione ONU contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, firmata e ratificata dall'Arabia Saudita; invita l'Arabia Saudita a firmare il patto internazionale relativo ai diritti civili e politici;

5.  pone l'accento sul processo di riforma del sistema giudiziario avviato dall'Arabia Saudita al fine di rafforzare la possibilità di una migliore tutela dei diritti individuali, ma resta seriamente preoccupato per la situazione dei diritti umani in Arabia Saudita, che continua ad essere considerato uno dei paesi più repressivi al mondo; ritiene che il caso di Raif Badawi sia un simbolo dell'attacco alla libertà di espressione e di dissenso pacifico nel paese e, più in generale, delle politiche distintive del Regno dell'Arabia Saudita improntate all'intolleranza e all'interpretazione estremista della legge islamica;

6.  esorta le autorità saudite ad abolire il tribulane penale specializzato istituito nel 2008 con l'obiettivo di giudicare i casi di terrorismo, ma sempre più spesso usato per perseguire i dissidenti pacifici con accuse, a quanto pare, di matrice politica nell'ambito di procedimenti che violano il diritto fondamentale a un giusto processo;

7.  invita le autorità saudite a consentire l'indipendenza della stampa e dei media e a garantire la libertà di espressione, associazione e riunione pacifica per tutti i cittadini del paese; condanna la repressione degli attivisti e dei dimostranti che manifestano pacificamente; sottolinea che la difesa pacifica dei diritti giuridici fondamentali o la formulazione di osservazioni critiche tramite i social media sono espressioni di un diritto indispensabile;

8.  rammenta alla leadership saudita l'impegno di "mantenere i più elevati standard di promozione e tutela dei diritti umani", assunto nel 2013 in occasione della presentazione della domanda di adesione al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha avuto esito positivo;

9.  ritiene che l'Arabia Saudita sarebbe un partner più credibile ed efficace nella lotta contro le organizzazioni terroristiche, come il cosiddetto Stato islamico e al Qaeda, se non applicasse pratiche anacronistiche ed estremiste quali decapitazioni pubbliche, lapidazioni e altre forme di tortura analoghe a quelle commesse dall'IS;

10.  invita il Servizio europeo per l'azione esterna e la Commissione a sostenere, in modo attivo e creativo, i gruppi della società civile e le persone che difendono i diritti umani in Arabia Saudita, anche organizzando visite nelle carceri, monitorando i processi e rilasciando dichiarazioni pubbliche;

11.  incarica la sua delegazione per le relazioni con la penisola arabica di sollevare il caso di Raif Badawi e degli altri prigionieri di coscienza durante la sua prossima visita in Arabia Saudita e di riferire successivamente alla sottocommissione per i diritti dell'uomo;

12.  invita l'UE e i suoi Stati membri a riconsiderare il loro rapporto con l'Arabia Saudita in modo tale da garantire il perseguimento dei propri interessi economici, energetici e di sicurezza, senza tuttavia compromettere la credibilità dei suoi principali impegni in materia di diritti umani;

13.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Servizio europeo per l'azione esterna, al Segretario generale delle Nazioni Unite, all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, a Sua Maestà il Re Salman bin Abdulaziz, al governo del Regno dell'Arabia Saudita, nonché al segretario generale del Centro per il dialogo nazionale del Regno dell'Arabia Saudita.

(1) Testi approvati, P7_TA(2014)0207.


Fosse comuni delle persone scomparse di Ashia, villaggio della regione di Ornithi, nella parte occupata di Cipro
PDF 131kWORD 56k
Risoluzione del Parlamento europeo del 12 febbraio 2015 sulle fosse comuni del villaggio di Ornithi, nella parte occupata di Cipro, contenenti resti di persone scomparse ad Ashia (2015/2551(RSP))
P8_TA(2015)0038RC-B8-0150/2015

Il Parlamento europeo,

–  vista la sua risoluzione del 15 marzo 2007 sulle persone scomparse a Cipro(1),

–  viste le pertinenti relazioni del Segretario generale delle Nazioni Unite(2), le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite(3) e le iniziative internazionali volte a indagare sulla sorte delle persone scomparse a Cipro(4),

–  viste le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) del 10 maggio 2001(5) e del 10 gennaio 2008(6) sulle persone scomparse a Cipro, e la sentenza del 12 maggio 2014 della Grande sezione nella causa Cipro c. Turchia,

–  vista la sua risoluzione del 18 giugno 2008 sulle persone scomparse a Cipro(7),

–  vista la relazione della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (A6-0139/2008),

–  vista la sua dichiarazione del 9 giugno 2011 relativa all'operato del comitato per le persone scomparse a Cipro,

–  visto il diritto umanitario internazionale, sia convenzionale che consuetudinario, sulle persone scomparse,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulla Turchia,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che il 14 agosto 1974 il villaggio di Ashia è stato bombardato dalle forze aeree turche; che il 21 agosto 1974 l'esercito turco ha condotto evacuazioni forzate di massa; che il 28 agosto 1974 ha avuto luogo l'espulsione finale di tutti gli abitanti del villaggio;

B.  considerando che nel 1974 dal villaggio di Ashia sono scomparse complessivamente 106 persone di età compresa tra gli 11 e gli 84 anni;

C.  considerando che nella primavera del 2009 il comitato per le persone scomparse a Cipro ha effettuato una ricerca nella zona di Ornithi, un villaggio situato a 4 km a ovest del villaggio di Ashia; che sono stati dissotterrati quattro luoghi di sepoltura, due dei quali erano pozzi d'acqua nonché siti di fosse comuni; che è stato confermato che i resti, identificati da test del DNA, appartengono alla lista di 71 civili scomparsi ad Ashia il 21 agosto 1974, come sopra riferito;

D.  considerando che, stando alle prove disponibili, le due fosse comuni erano state precedentemente aperte e i resti intenzionalmente rimossi e trasferiti in luoghi sconosciuti;

E.  considerando che non si placano il terribile dolore e la sofferenza dei familiari delle persone scomparse, rimasti per decenni all'oscuro circa la sorte dei loro cari, e che pertanto deve essere profuso ogni sforzo per accelerare le indagini del comitato per le persone scomparse;

F.  considerando che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato che vi sono state, nei confronti delle persone greco-cipriote scomparse e dei loro familiari: una violazione continuata dell'articolo 2 (diritto alla vita) della convenzione rispetto alla mancata conduzione da parte delle autorità turche di indagini efficaci volte a indicare dove si trovino e che sorte abbiano avuto le persone greco-cipriote scomparse in circostanze tali da metterne in pericolo la vita; una violazione continuata dell'articolo 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza) per quanto riguarda la mancata conduzione da parte delle autorità turche di indagini efficaci volte a indicare dove si trovino e che sorte abbiano avuto le persone greco-cipriote scomparse, rispetto alle quali vi sono asserzioni ammissibili secondo cui al momento della loro scomparsa si trovavano sotto custodia turca; e una violazione continuata dell'articolo 3 (proibizione di pene o trattamenti inumani o degradanti), in quanto il silenzio delle autorità turche dinanzi alle reali preoccupazioni dei familiari ha raggiunto un livello di gravità che potrebbe essere classificato solo come trattamento inumano;

G.  considerando che i casi in cui per la sepoltura possono essere consegnati soltanto resti scheletrici parziali di persone non possono considerarsi chiusi fino a quando non saranno rinvenuti tutti i resti identificabili di tutte le persone scomparse;

H.  considerando che la Corte europea dei diritti dell'uomo si è pronunciata sulla responsabilità che incombe alla Turchia, in quanto forza di fatto occupante nella parte settentrionale di Cipro, di condurre indagini sul luogo in cui si trovano e sulla sorte che hanno avuto le persone scomparse e di facilitare il lavoro del comitato per le persone scomparse a Cipro;

I.  considerando che il problema delle persone scomparse è di natura umanitaria, in virtù del diritto dei familiari di tali persone di conoscerne la sorte;

J.  considerando che la tragedia delle persone scomparse a Cipro è iniziata nel 1964 con un numero ridotto di dispersi appartenenti a entrambe le comunità, e ha raggiunto l'apice di circa 2 000 persone scomparse in seguito all'invasione militare da parte della Turchia nel 1974, che ancora divide l'isola;

K.  considerando che un numero complessivo di 2 001 ciprioti risultano dispersi da diversi decenni, che 1 508 di essi sono greco-ciprioti e 493 sono turco-ciprioti;

1.  condanna gli spostamenti effettuati a Ornithi, come pure altre azioni analoghe, poiché costituiscono una grave mancanza di rispetto nei confronti delle persone scomparse e una seria violazione del diritto dei familiari di conoscere infine le reali circostanze della morte dei loro cari; esprime la propria solidarietà nei confronti delle famiglie di tutte le persone scomparse che vivono ancora nell'incertezza;

2.  sottolinea che lo spostamento di resti e atti analoghi potrebbero costituire un importante elemento di disturbo e una complicazione nell'ambito dell'impegnativo e difficile processo investigativo sulla sorte di tutte le persone scomparse a Cipro;

3.  pone l'accento sull'urgenza della questione in relazione alle famiglie delle persone scomparse, 41 anni dopo la loro sparizione, e sottolinea che non rimane più molto tempo per trovarle, dal momento che i testimoni e i familiari stanno morendo; chiede una verifica immediata e completa della sorte delle persone scomparse;

4.  elogia il lavoro del comitato per le persone scomparse e sottolinea l'importanza di intensificarne le attività, giacché la metà delle persone scomparse non è stata ancora localizzata e oltre i due terzi non sono stati identificati;

5.  fa notare che il lavoro del comitato dipende dal pieno sostegno di tutte le parti coinvolte e dalla loro cooperazione; si compiace, a tale proposito, dei fondi messi a disposizione dall'Unione e chiede che la loro fornitura continui;

6.  osserva che il comitato per le persone scomparse ha lanciato un appello urgente chiedendo che chiunque sia in possesso di informazioni sui possibili luoghi di sepoltura si metta in contatto con gli investigatori del comitato; invita la Turchia e il governo turco a interrompere immediatamente la rimozione dei resti delle fosse comuni e a rispettare il diritto internazionale, il diritto internazionale umanitario e le sentenze della CEDU nonché a facilitare, in tale contesto, l'azione del comitato per le persone scomparse tripartito concedendo il pieno accesso agli archivi militari e alle aree militari per consentire l'esumazione; esorta la Turchia ad adempiere appieno il proprio obbligo, derivante dalla decisione della CEDU, di risarcire le famiglie delle persone scomparse;

7.  invita la Turchia a consentire, senza ritardi deliberati, l'accesso alle zone che sono state definite militari e che vi siano informazioni relative alla presenza di luoghi di sepoltura delle persone scomparse al loro interno; sottolinea che l'esercito turco dovrebbe fornire e condividere le vecchie carte militari e consentire il pieno accesso ai propri archivi al fine di facilitare la ricerca delle zone di sepoltura ancora nascoste;

8.  esorta tutti gli Stati membri dell'Unione a ratificare in via prioritaria la convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate e invita il Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e gli Stati membri a sostenere il lavoro del Comitato delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate, istituito a norma di detta convenzione;

9.  ricorda a tutte le parti coinvolte e a tutti coloro che sono in possesso, o potrebbero esserlo, di informazioni o prove provenienti da conoscenze personali o archivi, resoconti di combattimenti o registri di centri di detenzione, di fornire tali informazioni o prove al comitato per le persone scomparse quanto prima;

10.  incarica il suo presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza nonché al governo e al parlamento della Turchia, e ricorda l'obbligo incondizionato di ogni Stato, ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, di conformarsi alle sentenze definitive nelle controversie nelle quali esso è parte.

(1) GU C 301 E del 13.12.2007, pag. 243.
(2) In particolare l'ultima relazione sull'operazione delle Nazioni Unite a Cipro (S/2008/353), capitolo IV.
(3) In particolare la risoluzione 1818(2008) del 13 giugno 2008.
(4) Comitato per le persone scomparse a Cipro: http://www.cmp-cyprus.org
(5) Comitato per le persone scomparse a Cipro: http://www.cmp-cyprus.org
(6) Varnava e altri c. Turchia, nr. 16064/90, 16065/90, 16066/90, 16068/90, 16069/90, 16070/90, 16071/90, 16072/90 e 16073/90; ricorsi in atto.
(7) GU C 286 E del 27.11.2009, pag. 13.


Costituzione di una commissione speciale sulle decisioni anticipate in materia fiscale (tax ruling) e altre misure analoghe per natura o effetto
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Decisione del Parlamento europeo del 12 febbraio 2015 sulla costituzione, le attribuzioni, la composizione numerica e la durata del mandato della commissione speciale sulle decisioni anticipate in materia fiscale (tax ruling) e altre misure analoghe per natura o effetto (2015/2566(RSO))
P8_TA(2015)0039B8-0169/2015

Il Parlamento europeo,

–  vista la proposta della Conferenza dei presidenti,

–  vista la decisione della Commissione di esaminare le pratiche in materia di decisioni anticipate in materia fiscale (tax ruling) di tutti gli Stati membri alla luce delle norme dell'Unione europea sugli aiuti di Stato,

–  visto l'obbligo che incombe a ogni Stato membro, ai sensi della normativa dell'Unione in materia fiscale, di comunicare spontaneamente agli altri Stati membri informazioni sulle decisioni anticipate in materia fiscale, in particolare qualora vi possa essere una perdita di gettito fiscale in un altro Stato membro o qualora possa esistere una riduzione d'imposta risultante da trasferimenti fittizi di utili all'interno di gruppi d'imprese,

–  visto l'articolo 197 del suo regolamento,

1.  decide di costituire una commissione speciale sulle decisioni anticipate in materia fiscale (tax ruling) e altre misure analoghe per natura o effetto per esaminare le prassi seguite nell'applicazione delle norme dell'Unione in materia di aiuti di Stato e tassazione in relazione alle decisioni anticipate in materia fiscale e ad altre misure analoghe per natura o effetto adottate dagli Stati membri, qualora tali prassi risultino da atti di uno Stato membro o della Commissione;

2.  decide che la commissione speciale avrà le seguenti attribuzioni:

   a) analizzare ed esaminare le prassi seguite relativamente all'applicazione dell'articolo 107, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) per quanto riguarda le decisioni anticipate in materia fiscale e altre misure analoghe per natura o effetto adottate dagli Stati membri a partire dal 1° gennaio 1991;
   b) analizzare e valutare la prassi della Commissione consistente nel procedere all'esame permanente, in conformità dell'articolo 108 TFUE, di tutti i regimi di aiuti esistenti negli Stati membri, nel proporre a questi ultimi le opportune misure richieste dal graduale sviluppo o dal funzionamento del mercato interno, nel verificare se l'aiuto concesso da uno Stato, o mediante fondi statali, sia compatibile con il mercato interno e se non sia attuato in modo abusivo, nel decidere che lo Stato interessato debba sopprimere o modificare tale aiuto entro un termine fissato e, qualora lo Stato in causa non si conformi a tale decisione, nell'adire la Corte di giustizia dell'Unione europea, il che avrebbe dato luogo a un cospicuo numero di decisioni anticipate in materia fiscale incompatibili con le norme dell'Unione sugli aiuti di Stato;
   c) analizzare ed esaminare il rispetto da parte degli Stati membri, a decorrere dal 1° gennaio 1991, degli obblighi di cui al regolamento (CE) n. 659/1999 del Consiglio, del 22 marzo 1999, recante modalità di applicazione dell'articolo 108 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea(1), per quanto riguarda l'obbligo di collaborare e di fornire tutta la documentazione necessaria;
   d) analizzare ed esaminare l'osservanza degli obblighi di cui alla direttiva 77/799/CEE del Consiglio, del 19 dicembre 1977, relativa alla reciproca assistenza fra le autorità competenti degli Stati membri in materia di imposte dirette e di imposte sui premi assicurativi(2), e alla direttiva 2011/16/UE del Consiglio, del 15 febbraio 2011, relativa alla cooperazione amministrativa nel settore fiscale e che abroga la direttiva 77/799/CEE(3), per quanto riguarda la comunicazione di informazioni sulle decisioni anticipate in materia fiscale da parte degli Stati membri agli altri Stati membri, a decorrere dal 1° gennaio 1991, mediante scambio spontaneo;
   e) analizzare e valutare la prassi della Commissione per quanto concerne la corretta applicazione delle direttive 77/799/CEE e 2011/16/UE relativamente alla comunicazione di informazioni sulle decisioni anticipate in materia fiscale da parte degli Stati membri agli altri Stati membri, mediante scambio spontaneo;
   f) analizzare e valutare il rispetto, da parte degli Stati membri, del principio di leale collaborazione sancito dall'articolo 4, paragrafo 3, del trattato sull'Unione europea (TUE), come il rispetto dell'obbligo di facilitare l'adempimento dei compiti dell'Unione e di astenersi da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell'Unione, considerate la presunta vasta scala della pianificazione fiscale aggressiva agevolata da taluni Stati membri e le conseguenze verosimilmente significative che ciò ha avuto sulle finanze pubbliche dell'Unione e nell'Unione stessa;
   g) analizzare e valutare la dimensione della pianificazione fiscale aggressiva relativamente ai paesi terzi, attuata da società stabilite o registrate negli Stati membri, nonché lo scambio di informazioni al riguardo con i paesi terzi;
   h) formulare tutte le raccomandazioni ritenute necessarie a tale proposito;

3.  decide che la commissione speciale sarà composta di 45 membri;

4.  decide che la durata del mandato della commissione speciale sarà di 6 mesi, a decorrere dalla data di approvazione della presente decisione;

5.  ritiene opportuno che la commissione speciale presenti una relazione elaborata da due co-relatori.

(1) GU L 83 del 27.3.1999, pag. 1.
(2) GU L 336 del 27.12.1977, pag. 15.
(3) GU L 64 dell'11.3.2011, pag. 1.


Crisi umanitaria in Iraq e in Siria, in particolare nel contesto dell'IS
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Risoluzione del Parlamento europeo del 12 febbraio 2015 sulla crisi umanitaria in Iraq e in Siria, in particolare nel contesto dello Stato islamico (IS) (2015/2559(RSP))
P8_TA(2015)0040RC-B8-0136/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sull'Iraq e sulla Siria,

–  viste le conclusioni del Consiglio "Affari esteri" sull'Iraq e sulla Siria, in particolare quelle del 15 dicembre 2014,

–  viste le conclusioni del Consiglio del 30 agosto 2014 su Iraq e Siria,

–  viste le dichiarazioni del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (VP/AR) sull'Iraq e sulla Siria,

–  vista la comunicazione congiunta, del 6 febbraio 2015, presentata dal VP/AR e dalla Commissione, dal titolo "Elementi di una strategia regionale dell'Unione europea per la Siria e l'Iraq e la minaccia del Daesh",

–  viste le risoluzioni 2139(2014), 2165(2014) e 2170(2014) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e la risoluzione S-22/1 del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani,

–  vista la relazione ONU della commissione d'inchiesta internazionale indipendente sulla Repubblica araba siriana, del 14 novembre 2014, dal titolo: "Rule of Terror: Living under ISIS in Syria" (Regime del terrore: vivere sotto l'ISIS in Siria),

–  viste le osservazioni conclusive, pubblicate dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia il 4 Febbraio 2015, concernenti le relazioni periodiche combinate (dalla seconda alla quarta relazione) dell'Iraq,

–  viste le dichiarazioni del Segretario generale delle Nazioni Unite sull'Iraq e sulla Siria,

–  viste le recenti dichiarazioni di António Guterres, Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, sulla situazione dei profughi siriani e iracheni,

–  vista la dichiarazione del vertice NATO del 5 settembre 2014,

–  visti gli orientamenti dell'UE sul diritto internazionale umanitario, sui difensori dei diritti umani e sulla promozione e tutela della libertà di religione o di credo,

–  viste le conclusioni della conferenza internazionale di Parigi per la pace e la sicurezza in Iraq, tenutasi il 15 settembre 2014,

–  visti l'accordo di partenariato e cooperazione (APC) tra l'Unione europea e i suoi Stati membri, da una parte, e la Repubblica dell'Iraq, dall'altra, e la sua posizione del 17 gennaio 2013 su tale accordo(1),

–  visto l'articolo 123, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A.  considerando che la violenta crisi in atto in Siria, conseguente al regime di Assad e alla violenza terroristica, ha provocato una catastrofe umanitaria di proporzioni senza precedenti nella storia, con oltre 200 000 persone uccise, per la maggior parte civili, più di 7,6 milioni di sfollati interni e oltre 12,2 milioni di siriani che necessitano disperatamente di assistenza all'interno del paese; che 211 500 persone sono ancora assediate – 185 000 dalle forze di governo e 26 500 dalle forze di opposizione; che più di 3,8 milioni di siriani sono fuggiti dal proprio paese dirigendosi principalmente in Libano (1 160 468 profughi), Turchia (1 623 839), Giordania (621 773), ed Egitto/Nord Africa (160 772);

B.  considerando che la situazione umanitaria in Iraq, determinata dal conflitto in corso e dalla violenza e repressione per mano dell'organizzazione terroristica ISIL/Daesh, continua a deteriorarsi e che più di 5,2 milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria e oltre 2,1 milioni di iracheni sono sfollati interni; che 3,6 milioni di persone vivono in zone controllate dall'ISIL/Daesh, di cui 2,2 milioni necessitano urgentemente di aiuti, e che queste persone sono particolarmente difficili da raggiungere; che l'Iraq ospita altresì più di 233 000 profughi siriani;

C.  considerando che molti profughi e sfollati interni non sono registrati, il che impedisce loro di accedere agli indispensabili aiuti umanitari e alle misure basilari di protezione;

D.  considerando che, facendo ricorso a una violenza brutale e indiscriminata, l'organizzazione terroristica ISIL/Daesh ha conquistato parti dell'Iraq nordoccidentale, compresa Mosul, la seconda città del paese, per poi procedere a esecuzioni sommarie di cittadini iracheni, imporre un'interpretazione rigida della Sharia, distruggere i luoghi di culto e di preghiera sciiti, sufiti, sunniti, yazidi, curdi e cristiani e perpetrare barbare atrocità contro la popolazione civile, con le maggiori conseguenze ai danni di donne e bambini;

E.  considerando che ex membri del personale militare ba’athista dell'esercito iracheno si sono uniti all'ISIL/Daesh e che l'esercito stesso è afflitto da una corruzione dilagante e da ingerenze politiche, che stanno ostacolando una risposta efficace da parte di quest'ultimo all'ISIL/Daesh;

F.  considerando che l'ISIL/Daesh ha istituito nel territorio sotto il suo controllo tribunali cosiddetti "della sharia", che infliggono pene barbare, crudeli e inumane a uomini, donne e bambini; che l'ISIL/Daesh ha pubblicato un codice penale che elenca reati punibili con l'amputazione, la lapidazione e la crocifissione; che le persone punite sono accusate di aver violato le interpretazioni estremiste che il gruppo dà della legge islamica della sharia, o di sospetta infedeltà;

G.  considerando che l'ISIL/Daesh ha lanciato campagne sistematiche di pulizia etnica nell'Iraq settentrionale e in Siria, perpetrando crimini di guerra e gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, inclusi uccisioni sommarie e sequestri di massa, contro le minoranze etniche e religiose; che l'ONU ha già riferito circa l'uccisione mirata, la conversione forzata, il rapimento, lo stupro, il traffico e il rapimento di donne, la schiavitù di donne e bambini, il reclutamento di bambini per attentati suicidi, abusi sessuali e fisici e torture; che le minoranze etniche e religiose, tra cui le comunità di cristiani, curdi, yazidi, turkmeni, shabak, kakai, sabei e sciiti, alla stregua di molti arabi e musulmani sunniti, costituiscono un bersaglio dell'ISIL/Daesh;

H.  considerando che, secondo un rapporto del comitato dell'ONU sui diritti dell'infanzia del 4 febbraio 2015, i militanti dell'ISIL/Daesh venderebbero i bambini rapiti come schiavi sessuali e ucciderebbero gli altri, anche crucifiggendoli e seppellendoli vivi; che la maggior parte dei bambini rifugiati e sfollati non ha accesso all'istruzione;

I.  considerando che l'ISIL/Daesh ha ucciso o rapito molte donne in Siria e in Iraq; che le donne e le bambine rapite sarebbero state vittime di stupro o abusi sessuali, costrette a sposare i combattenti o vendute in schiavitù sessuale; che alcune donne sono state vendute come schiave per appena 25 dollari statunitensi; che le donne yazidi in Iraq sono particolarmente colpite; che vi è una palese assenza di servizi integrati in materia di salute sessuale e riproduttiva e di violenze sessuali e di genere;

J.  considerando che le donne istruite, che esercitano una professione, e in particolare le donne che si sono candidate alle elezioni per cariche pubbliche, sembrano essere a rischio; che, stando alle notizie diffuse, sarebbero state recentemente giustiziate almeno sette donne, di cui tre avvocati e quattro medici nel centro di Mosul; che l'Ufficio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) dovrà presentare al Consiglio per i diritti umani del marzo 2015 una relazione che documenti le violazioni dei diritti umani perpetrate dall'ISIL/Daesh in Iraq; che gli apostati sono stati presi di mira e sottoposti a violenze inumane;

K.  considerando che le persone LGBT sono vittime di violenze e omicidi che vengono perpetrati dall'ISIL/Daesh nella più totale impunità; che la situazione delle persone LGBT nella regione è particolarmente vulnerabile, dati lo scarso sostegno delle famiglie e delle comunità e la limitata tutela governativa, e che la loro sicurezza continua a essere a rischio nelle comunità di profughi o in determinate società ospitanti;

L.  considerando che non è disponibile la tanto necessaria assistenza psicologica mirata per le vittime del conflitto, tra cui le vittime di stupro;

M.  considerando che l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha dichiarato che quasi il 50% di tutti i siriani ha perso la propria abitazione e che il 40% dei profughi è costretto a sopportare condizioni di vita indegne; che secondo l'ONU tre siriani su quattro vivono in povertà e il tasso di disoccupazione è superiore al 50%; che, nonostante i notevoli sforzi profusi dai governi interessati, due terzi dei profughi siriani in Giordania vivono al di sotto della soglia di povertà e il 55% dei profughi in Libano vive in rifugi di fortuna; che la violenza e la discriminazione contro i profughi sono aumentate nei paesi ospitanti;

N.  considerando che il Medio Oriente è colpito da un inverno rigido e che l'UNHCR ha intensificato la propria assistenza per l'inverno varando un piano mirato di 206 milioni di dollari statunitensi (USD) per aiutare milioni di persone vulnerabili nella regione; che, nonostante gli sforzi compiuti, molti profughi sono costretti a vivere in edifici non finiti e in rifugi inadeguati, dove sono esposti a temperature inferiori allo zero, abbondanti nevicate e forti venti; che in Iraq circa 740 000 sfollati interni hanno trovato rifugio in alloggi non idonei e che l'UNHCR sta adottando misure per fornire aiuti per l'inverno a 600 000 sfollati;

O.  considerando che con l'aumentare delle temperature aumenterà anche il rischio di epidemie legate alle terribili condizioni sanitarie e all'accesso limitato all'acqua potabile sicura, in particolare negli insediamenti collettivi e informali;

P.  considerando che l'UNICEF sta fornendo assistenza per l'inverno in Siria, Iraq, Libano, Giordania e Turchia a 916 000 degli 1,3 milioni di bambini interessati; che nel gennaio 2015 l'UNICEF e il Programma alimentare mondiale (PAM) hanno lanciato una campagna per la fornitura di assistenza in denaro per l'inverno, destinata a offrire a 41 000 bambini profughi vulnerabili nei campi di Za'atari e Azraq 14 dinari giordani per consentire alle famiglie di comprare loro vestiti invernali;

Q.  considerando che il 1º dicembre 2014 il PAM è stato costretto a sospendere temporaneamente un regime di aiuto alimentare di importanza cruciale per oltre 1,7 milioni di profughi siriani a causa di una crisi internazionale dei finanziamenti; che il PAM ha raccolto 88 milioni di USD a seguito di un appello urgente e potrebbe fornire assistenza alimentare ai profughi in Libano, Giordania, Egitto e Turchia; che, secondo le stime del PAM, 2,8 milioni di persone in Iraq necessitano attualmente di assistenza alimentare; che solo il PAM ha chiesto con urgenza 214,5 milioni di USD per le sue operazioni in Siria e nella regione, dei quali 112,6 milioni si sono resi necessari per soddisfare il fabbisogno di assistenza alimentare per i prossimi quattro mesi;

R.  considerando che le parti in conflitto hanno fatto ricorso a punizioni collettive come arma di guerra e hanno rubato e commerciato illecitamente prodotti provenienti dagli aiuti, violando in tal modo le convenzioni di Ginevra;

S.  considerando che, secondo la Commissione, circa 276 000 profughi hanno cercato di entrare illegalmente nell'UE, la maggioranza dei quali ha intrapreso il pericoloso viaggio attraverso il Mediterraneo; che, secondo le organizzazioni internazionali, quasi il 2% dei profughi è annegato durante il viaggio; che le organizzazioni criminali trasportano i profughi in "imbarcazioni fantasma" che sfrecciano senza controllo verso l'UE guidate dal pilota automatico; che il 9 dicembre 2014 si è tenuta a Ginevra una conferenza sul reinsediamento, nell'ambito della quale i governi si sono impegnati ad accogliere 100 000 profughi siriani; che secondo l'UNHCR i contributi non saranno ancora sufficienti a coprire le esigenze in termini di reinsediamento nella regione;

T.  considerando che l'Unione e gli Stati membri hanno mobilitato oltre 3,3 miliardi di EUR per fornire assistenza per il soccorso e la ripresa ai siriani nel loro paese, ai profughi e ai paesi ospitanti; che solo nel 2014 l'UE e i suoi Stati membri sono stati il secondo principale donatore di aiuti umanitari all'Iraq, mettendo a disposizione 163 milioni di EUR; che il meccanismo di protezione civile dell'Unione europea è stato attivato su richiesta del governo iracheno; che l'UE ha speso più di quanto previsto per far fronte alle esigenze umanitarie, e che i fondi promessi da diversi paesi terzi non sono sempre stati effettivamente trasferiti;

U.  considerando che, nonostante i numerosi appelli, la comunità internazionale non riesce a soddisfare le esigenze di siriani e iracheni e quelle dei paesi di accoglienza dei profughi; che secondo Kyung-wha Kang, Segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, le operazioni delle Nazioni Unite devono far fronte a una carenza di finanziamenti, in quanto è stato ricevuto appena il 39% dei 2,3 miliardi di USD necessari; che l'UNHCR ha affermato che la fornitura di aiuti di emergenza continua a rappresentare una priorità essenziale ma che è molto difficile operare all'interno della regione per fornire ai civili e ai profughi gli aiuti di cui hanno bisogno; che le agenzie delle Nazioni Unite che gestiscono programmi umanitari devono garantire una risposta maggiormente integrata ed efficiente sotto il profilo dei costi alle esigenze di tutte le popolazioni colpite;

V.  considerando che è necessaria una risposta proporzionata da parte della comunità internazionale alle azioni militari, allo scopo di alleviare le sofferenze dei civili accerchiati dal conflitto; che la giustizia e la riconciliazione saranno elementi necessari delle misure postbelliche e del processo di sviluppo di una governance inclusiva, rappresentativa e democratica;

W.  considerando che alcuni Stati membri offrono attrezzature e assistenza all'addestramento alle forze irachene legittime e a quelle curde dei Peshmerga; che alcuni Stati membri partecipano direttamente alle azioni militari della coalizione contro l'ISIL/Daesh;

1.  condanna con forza le raccapriccianti, sistematiche e diffuse violazioni dei diritti umani e gli abusi commessi dal regime di Assad, dai terroristi dell'ISIL/Daesh e da altri gruppi jihadisti in Iraq e in Siria, incluse l'uccisione di ostaggi, tutte le forme di violenza contro le persone sulla base della loro appartenenza religiosa ed etnica e le violenze nei confronti delle donne e delle persone LGBTI; sottolinea ancora una volta che il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione è un diritto umano fondamentale; deplora l'istituzione di tribunali illegittimi cosiddetti "della sharia" nel territorio sotto il controllo dell'ISIL/Daesh; ribadisce la sua condanna assoluta della tortura; esprime profondo cordoglio per le vittime delle atrocità perpetrate dal regime di Assad, dai terroristi dell'ISIL/Daesh e da altri gruppi jihadisti e chiede l'immediata liberazione di tutti gli ostaggi; condanna fermamente gli abusi commessi dall'ISIL/Daesh nei confronti dei minori;

2.  esprime crescente preoccupazione per l'aggravarsi della situazione umanitaria e dei diritti umani in Siria e in Iraq e per le violazioni del diritto internazionale umanitario, non da ultimo nel contesto dell'insurrezione dell'ISIL/Daesh;

3.  sottolinea che la guerra in corso in Siria e la recente minaccia posta dall'ISIL/Daesh costituiscono un grave pericolo per le popolazioni dell'Iraq e della Siria e per l'intero Medio Oriente; invita l'Unione ad adottare e attuare una strategia regionale globale per sconfiggere l'ISIL/Daesh e a contribuire agli sforzi comuni volti a mitigare la crisi umanitaria e porre fine al conflitto in Siria e Iraq; ribadisce che è necessario fornire una risposta coesa al fine di coordinare tutti gli aspetti dell'intervento e sostenere i paesi ospitanti, anche attraverso l'assistenza macroeconomica, allo sviluppo, umanitaria e nel settore della sicurezza; elogia il ruolo svolto dai paesi confinanti nell'accogliere i profughi; sottolinea che l'Unione europea necessita di una strategia che sia complementare alle attività delle Nazioni Unite e della coalizione anti-ISIL/Daesh e che punti a operare insieme ai partner regionali per contrastare il finanziamento del terrorismo, la fornitura di armi e il flusso di combattenti stranieri transnazionali;

4.  sottolinea che vari gruppi di minoranze etniche e religiose hanno vissuto pacificamente per decenni in Medio Oriente;

5.  sostiene la campagna globale contro l'ISIL/Daesh e accoglie con favore l'impegno dei partner della coalizione a cooperare nell'ambito di una strategia comune, articolata e a lungo termine per sconfiggere l'ISIL/Daesh; appoggia la ferma determinazione del re di Giordania a combattere l'ISIL/Daesh; si rallegra della sconfitta dell'ISIL/Daesh nella città siriana di Kobane; sottolinea che tale strategia dovrebbe includere l'assistenza ai paesi della regione per consentire loro di combattere l'estremismo violento, come pure strumenti intesi a contrastare il finanziamento del terrorismo; sottolinea a tale proposito che qualsiasi campagna militare volta a liberare i territori sotto il controllo dell'ISIL/Daesh dovrebbe essere pienamente conforme al diritto umanitario internazionale e al diritto internazionale dei diritti umani, al fine di evitare di causare ulteriori perdite di vite umane e di alimentare il programma degli estremisti, come pure nell'ottica di prevenire nuove ondate di profughi e sfollati interni;

6.  condanna l'uso e lo sfruttamento di giacimenti petroliferi e delle relative infrastrutture da parte dell'ISIL/Daesh e di gruppi associati, attività che consentono all'ISIL/Daesh di generare redditi considerevoli, ed esorta tutti gli Stati ad appoggiare le risoluzioni 2161 (2014) e 2170 (2014) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che condannano ogni tipo di scambio commerciale, diretto o indiretto, con l'ISIL/Daesh e i gruppi associati;

7.  pone l'accento sul ruolo centrale della protezione dei civili nell'ambito della propria strategia regionale globale e sulla necessità di mantenere separate le azioni umanitarie e quelle militari/antiterrorismo; evidenzia l'interconnessione tra il conflitto, le sofferenze umanitarie e la radicalizzazione;

8.  è del parere che sia essenziale sconfiggere la minaccia terroristica estremista che sta guadagnando terreno in Medio Oriente e nella regione del Nord Africa e oltre, al fine di lottare contro il terrorismo all'interno dell'Unione europea, poiché la sua avanzata ne alimenta la radicalizzazione interna;

9.  ribadisce la sua preoccupazione per il fatto che migliaia di combattenti stranieri transnazionali, tra cui cittadini degli Stati membri, si sono uniti all'insurrezione dell'ISIL/Daesh; invita gli Stati membri ad adottare misure adeguate per impedire ai combattenti di lasciare il loro territorio, in linea con la risoluzione 2170 (2014) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e a sviluppare una strategia comune per i servizi di sicurezza e le agenzie dell'UE in materia di monitoraggio e controllo dei jihadisti; invita alla cooperazione, nell'UE e a livello internazionale, al fine di intraprendere le azioni legali appropriate nei confronti di chiunque sia sospettato di coinvolgimento in atti di terrorismo; invita gli Stati membri a intensificare la cooperazione e lo scambio di informazioni tra loro e con gli organismi dell'UE;

10.  accoglie con favore la nuova strategia dell'UE dal titolo "Elementi di una strategia regionale dell'Unione europea per la Siria e l'Iraq e la minaccia del Daesh", in particolare il pacchetto di 1 miliardo di EUR destinato a "contribuire a ripristinare la pace e la sicurezza, che per troppo tempo sono state distrutte dal terrorismo e dalla violenza", come dichiarato dal VP/AR;

11.  invita la comunità internazionale a fornire più assistenza e aiuti umanitari alle persone colpite dalla crisi in Iraq e in Siria; chiede all'UE di valutare la possibilità di indire una conferenza dei donatori; plaude agli impegni già assunti dagli Stati membri dell'Unione, la quale rappresenta il principale donatore in termini di aiuti finanziari, e a quelli preannunciati per il futuro; invita l'UE a fare pressione su tutti i donatori affinché mantengano le loro promesse e adempiano in tempi brevi agli impegni assunti; chiede un aumento dei contributi dell'UE ai programmi umanitari delle Nazioni Unite e un rafforzamento della cooperazione dell'Unione con le organizzazioni internazionali;

12.  sottolinea che, alla luce della portata senza precedenti della crisi, è necessario che l'Unione europea e la comunità internazionale nel suo insieme provvedano in via prioritaria ad alleviare le sofferenze di milioni di siriani e di iracheni che necessitano di beni e servizi di base; condanna il fatto che i tentativi di fornire aiuti umanitari siano stati regolarmente vanificati e chiede a tutte le parti coinvolte nel conflitto di rispettare i diritti umani universali, di agevolare la fornitura di assistenza e aiuti umanitari utilizzando tutti i canali possibili, anche attraverso i confini e le linee di conflitto, e di garantire la sicurezza di tutto il personale medico e di tutti gli operatori umanitari, in linea con le varie risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;

13.  invita tutte le parti del conflitto a rispettare il diritto umanitario internazionale nonché a garantire che i civili siano protetti, abbiano libero accesso alle strutture mediche e all'assistenza umanitaria e possano lasciare le zone colpite dalle violenze in sicurezza e con dignità;

14.  è convinto che la protezione e l'assistenza umanitaria immediate debbano costituire parte integrante di strategie a lungo termine volte a mitigare le sofferenze causate dal conflitto e a sostenere i diritti socioeconomici e i mezzi di sussistenza delle persone rimpatriate, degli sfollati interni e dei profughi, comprese le donne, onde garantire una leadership e una partecipazione rafforzate, per metterli nelle condizioni di scegliere soluzioni durature che rispondano alle loro esigenze; ritiene che sia necessario far fronte ai rischi specifici e alle esigenze particolari di diversi gruppi di donne e bambini, che sono soggetti a forme di discriminazione molteplici e interdipendenti;

15.  invita la Commissione e gli Stati membri ad avviare immediatamente azioni specifiche per affrontare la situazione delle donne e delle ragazze in Iraq e in Siria e per garantire la loro libertà e il rispetto dei loro diritti fondamentali, nonché ad adottare misure volte a impedire lo sfruttamento, l'abuso e le violenze contro donne e bambini, in particolare i matrimoni forzati delle ragazze; esprime particolare preoccupazione per l'aumento di tutte le forme di violenza contro le donne, che vengono imprigionate, violentate, sottoposte ad abusi sessuali e vendute dai membri dell'ISIL/Daesh;

16.  chiede una rinnovata attenzione nei confronti dell'accesso all'istruzione, che sia adeguata ai bisogni specifici derivanti dall'attuale conflitto;

17.  esorta l'Unione e i suoi Stati membri ad avvalersi appieno degli orientamenti dell'UE sulla promozione e la tutela dell'esercizio di tutti i diritti umani da parte di lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI) in relazione all'Iraq e alla Siria;

18.  invita le agenzie umanitarie internazionali attive in Iraq e in Siria, comprese le agenzie delle Nazioni Unite, ad aumentare la fornitura di servizi medici e di consulenza, tra cui l'assistenza e le cure psicologiche, per gli sfollati che sono fuggiti dinanzi all'avanzata dell'ISIL/Daesh, prestando particolare attenzione alle esigenze delle popolazioni più vulnerabili, come ad esempio le vittime di violenza sessuale e i minori; chiede la messa a disposizione di assistenza finanziaria e la creazione di programmi che consentano di rispondere in maniera completa alle esigenze medico-psicologiche e sociali delle vittime di violenze sessuali e di genere nel conflitto in corso;

19.  invita tutti gli Stati membri ad accelerare il trattamento delle domande di asilo presentate dai sempre più numerosi profughi in fuga dalle zone di conflitto; invita l'Unione europea ad affrontare la questione delle traversate del Mediterraneo che si rivelano spesso fatali e ad attuare una strategia coordinata per salvare vite umane, nonché a fornire un sostengo agli Stati membri maggiormente colpiti dagli sbarchi in massa di migranti irregolari e richiedenti asilo sulle proprie coste;

20.  ribadisce con la massima fermezza la propria condanna nei confronti dei crimini perpetrati dal regime siriano contro la sua popolazione, incluso l'utilizzo di armi chimiche e incendiarie contro i civili, le detenzioni arbitrarie di massa nonché la sua strategia di assedio volta a lasciar morire di fame la popolazione per costringerla alla sottomissione;

21.  fa notare che l'inadeguatezza della risposta all'instabilità siriana ha consentito all'ISIL/Daesh di prosperare; esprime la propria preoccupazione per il crescente coinvolgimento di gruppi islamici estremisti e combattenti stranieri transnazionali nel conflitto in Siria; sottolinea che una soluzione duratura richiede una transizione politica attraverso un processo politico inclusivo a guida siriana, basato sul comunicato di Ginevra del giugno 2012 e sostenuto dalla comunità internazionale; invita l'Unione ad assumere l'iniziativa di intraprendere sforzi diplomatici a tal fine; apprezza e sostiene il lavoro svolto dall'inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, e i suoi sforzi tesi a ottenere una sospensione dei pesanti combattimenti in atto nei centri urbani, tra cui Aleppo;

22.  esorta tutti gli attori regionali a contribuire agli sforzi di allentamento delle tensioni in Iraq e in Siria;

23.  chiede alla nuova leadership irachena di mantenere fede al proprio impegno a favore di un governo inclusivo, che rappresenti i legittimi interessi di tutti gli iracheni e faccia fronte alle loro più impellenti esigenze umanitarie; invita le autorità irachene e la comunità internazionale ad evitare ritorsioni nei confronti della popolazione civile sunnita delle aree attualmente sotto il controllo dell'ISIL/Daesh dopo che tali aree saranno liberate dal suo controllo; sottolinea che l'unità, la sovranità e l'integrità territoriale dell'Iraq sono essenziali per la stabilità e lo sviluppo economico del paese e della regione;

24.  accoglie con favore gli sforzi dell'ufficio della direzione generale per gli Aiuti umanitari e la protezione civile della Commissione (ECHO) ad Erbil, capitale della regione del Kurdistan in Iraq, per affrontare la situazione umanitaria nella regione; sottolinea che è necessaria una maggiore e migliore cooperazione tra l'ECHO e la direzione generale della Cooperazione internazionale e dello sviluppo della Commissione (DEVCO) al fine di provvedere nel modo migliore e più efficace possibile alle necessità delle popolazioni bisognose di aiuti;

25.  accoglie con favore l'annuncio del VP/AR Federica Mogherini relativo all'apertura dell'ufficio dell'Unione europea a Erbil e sollecita l'apertura di tale ufficio al fine di potenziare l'efficacia e la visibilità dell'azione dell'UE sul terreno, incluso un migliore coordinamento dell'assistenza umanitaria e allo sviluppo; chiede un rafforzamento dell'ufficio dell'UE a Gaziantep, in Turchia;

26.  appoggia la richiesta inoltrata dal Consiglio dei diritti umani all'Ufficio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani di inviare con urgenza una missione in Iraq per indagare sugli abusi e sulle violazioni del diritto internazionale in materia di diritti umani commessi dall'ISIL/Daesh e dai gruppi terroristici associati e di accertare i fatti e le circostanze di tali abusi e violazioni, al fine di impedire l'impunità e assicurare che i loro autori siano chiamati a risponderne;

27.  resta convinto che in Siria e in Iraq non potrà esservi una pace sostenibile se i responsabili dei crimini commessi da tutte le parti durante il conflitto, in particolare di quelli aventi motivazioni religiose o etniche, non saranno chiamati a risponderne; rinnova la sua richiesta di deferire alla Corte penale internazionale le persone sospettate di aver commesso crimini contro l'umanità in Siria e in Iraq e appoggia tutte le iniziative in tal senso, ad esempio attraverso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;

28.  chiede misure di assunzione di responsabilità eque per tutte le parti coinvolte nel conflitto e l'accesso all'assistenza legale per tutte le vittime delle diffuse violazioni; considera di fondamentale importanza garantire la protezione dei civili che sono accerchiati da violenze e non riescono a raggiungere luoghi sicuri o che non hanno accesso all'assistenza umanitaria fondamentale per la sopravvivenza;

29.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Consiglio, alla Commissione, al rappresentante speciale dell'UE per i diritti umani, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al governo e al Consiglio dei rappresentanti dell'Iraq, al governo regionale del Kurdistan, al Segretario generale delle Nazioni Unite, al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, nonché a tutte le parti coinvolte nel conflitto siriano.

(1) Testi approvati, P7_TA(2013)0023.

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