Indice 
Testi approvati
Giovedì 8 ottobre 2015 - StrasburgoEdizione definitiva
Repubblica centrafricana
 Situazione in Thailandia
 Sfollamento di massa di minori in Nigeria a seguito degli attacchi di Boko Haram
 Il caso di Ali Mohammed al-Nimr
 Servizi di pagamento nel mercato interno ***I
 Legislazione in materia di mutui e strumenti finanziari rischiosi nell'UE: il caso della Spagna
 Pena di morte
 Insegnamenti tratti dal disastro dei fanghi rossi, cinque anni dopo l'incidente in Ungheria
 Rinnovo del piano d'azione dell'UE sulla parità di genere e l'emancipazione femminile nella cooperazione allo sviluppo
 Pari opportunità e parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego

Repubblica centrafricana
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Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sulla Repubblica centrafricana (2015/2874(RSP))
P8_TA(2015)0342RC-B8-1000/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulla Repubblica centrafricana,

–  vista la sua risoluzione dell'11 febbraio 2015 sui lavori dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE(1),

–  viste le risoluzioni dell'Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE sulla situazione nella Repubblica centrafricana (RCA) del 19 giugno 2013, del 19 marzo 2014 e del 17 giugno 2015,

–  viste le dichiarazioni del Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza sulla situazione nella Repubblica centrafricana, in particolare quella del 13 ottobre 2014,

–  vista la dichiarazione del portavoce del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) sulle violenze nella Repubblica centrafricana del 28 settembre 2015,

–  viste le conclusioni del Consiglio relative alla RCA del 9 febbraio 2015 e del 20 luglio 2015,

–  viste le osservazioni di Marie-Therese Keita Bocoum, esperta indipendente dell'ONU, sulla situazione dei diritti umani nella RCA, del 1° ottobre 2015,

–  visto l'invito del Segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon e del Consiglio di sicurezza del 28 settembre 2015 a porre immediatamente fine all'improvvisa ondata di violenze nella RCA,

–  vista la risoluzione 2217 (2015) dell'ONU relativa alla proroga fino al 30 aprile 2016 del mandato della MINUSCA con gli attuali livelli di truppe autorizzati, adottata dal Consiglio di sicurezza nella sua 7434a riunione il 28 aprile 2015,

–  vista la risoluzione 2196 (2015) dell'ONU relativa alla proroga fino al 29 gennaio 2016 del regime di sanzioni nei confronti della Repubblica centrafricana (RCA) e fino al 29 febbraio 2016 del mandato del gruppo di esperti che assiste il Comitato delle sanzioni nei confronti della RCA istituito in virtù della risoluzione 2127 dell'ONU,

–  vista la relazione di valutazione dell'ONU del 15 maggio 2015 sugli interventi di applicazione della legge e di supporto alle vittime di sfruttamento e abusi sessuali da parte del personale dell'ONU e personale correlato nelle operazioni di mantenimento della pace,

–  vista la relazione del Segretario generale dell'ONU sulle raccomandazioni del gruppo indipendente di alto livello sulle operazioni di pace dell'11 settembre 2015,

–  vista la relazione finale della commissione d'inchiesta internazionale sulla Repubblica centrafricana del 19 dicembre 2014,

–  vista la conferenza internazionale di alto livello sulla Repubblica centrafricana, intitolata "Dagli aiuti umanitari alla resilienza", tenutasi a Bruxelles il 26 maggio 2015,

–  visto l'accordo sul disarmo, la smobilitazione, il rimpatrio e la reintegrazione firmato il 10 maggio 2015 da un ampio numero di gruppi armati durante il Forum di Bangui,

–  visto l'accordo di Cotonou riveduto,

–  visto l'accordo di Libreville (Gabon) dell'11 gennaio 2013 sulla risoluzione della crisi politico-militare nella RCA, firmato sotto l'egida dei capi di Stato e di governo della Comunità economica degli Stati dell'Africa centrale (CEEAC), che stabilisce le condizioni per porre fine alla crisi nella RCA,

–  visti i vertici straordinari dei capi di Stato e di governo della Comunità economica degli Stati dell'Africa centrale, tenutisi a N’Djamena (Ciad) il 21 dicembre 2012, il 3 aprile 2013 e il 18 aprile 2013, nonché le relative decisioni di istituire un Consiglio nazionale di transizione (CNT) dotato di poteri legislativi e costituenti e di adottare una tabella di marcia per il processo di transizione nella RCA,

–  vista la riunione del Gruppo di contatto internazionale tenutasi a Brazzaville (Repubblica del Congo) il 3 maggio 2013, in occasione della quale è stata convalidata la tabella di marcia per la transizione ed è stato istituito il Fondo speciale per l'assistenza della RCA,

–  visto l'accordo sulla cessazione delle ostilità firmato nel luglio 2014,

–  viste le conclusioni della settima riunione del Gruppo di contatto internazionale sulla Repubblica centrafricana, tenutasi a Brazzaville il 16 marzo 2015,

–  visti i comunicati rilasciati dal Consiglio per la pace e la sicurezza dell'Unione Africana il 17 settembre 2014 e il 26 marzo 2015,

–  vista la Costituzione della RCA adottata dal Consiglio di transizione alla fine di agosto 2015,

–  visto lo statuto di Roma della Corte penale internazionale (CPI) del 1998, ratificato dalla RCA nel 2001,

–  visto il protocollo opzionale alla convenzione sui diritti del fanciullo concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, firmato dalla RCA,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che negli scontri scoppiati alla fine di settembre 2015 hanno perso la vita 42 persone e 37 000 persone sono state costrette ad abbandonare le loro abitazioni;

B.  considerando che oltre 500 prigionieri sono evasi alla fine di settembre 2015 dalla prigione di Ngaragba a Bangui e da Bouar, tra cui ben noti responsabili di violazioni e abusi dei diritti umani; che ciò rappresenta una grave minaccia per i civili e la protezione delle vittime e dei testimoni; che l'evasione dal carcere costituisce un passo indietro per l'ordine pubblico, nonché per la lotta contro l'impunità nella RCA;

C.  considerando che, secondo l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari, le condizioni per le agenzie umanitarie a Bangui si sono deteriorate; che vari uffici e residenze di organizzazioni umanitarie sono stati saccheggiati, impedendo la libera circolazione del loro personale, in particolare degli operatori sanitari negli ospedali;

D.  considerando che l'erogazione di aiuti umanitari è resa difficile dagli scontri e dai numerosi blocchi stradali, che impediscono alle autorità di accedere a migliaia di sfollati interni e di valutare le esigenze; che le preoccupazioni relative all'accesso sicuro alle zone vicino a Bangui sono state ribadite dall'organizzazione Medici senza Frontiere (MSF), secondo cui in numerosi casi i feriti sono giunti a piedi e le ambulanze del gruppo non sono state in grado di circolare nella capitale in quanto diventata troppo pericolosa;

E.  considerando che l'ONU ha deciso di prorogare il mandato della MINUSCA fino al 30 aprile 2016 fissando il contingente autorizzato a 10 750 soldati, di cui 480 osservatori militari e ufficiali di Stato, e 2 080 unità di polizia, di cui 400 agenti di polizia e 40 agenti carcerari;

F.  considerando che, secondo la missione di mantenimento della pace dell'ONU nel paese (MINUSCA), nonostante il recente miglioramento delle condizioni di sicurezza, persistono tensioni a Bangui, teatro di attacchi contro civili, violenze tra comunità e attacchi contro il personale umanitario;

G.  considerando che il procuratore capo della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, ha chiesto ai soggetti coinvolti negli scontri di porre immediatamente fine alle violenze e di astenersi dal compierne, aggiungendo che tutti gli eventuali crimini di guerra saranno puniti; che il 24 settembre 2014 è stata avviata la seconda indagine sul conflitto nella RCA;

H.  considerando che i recenti scontri hanno minacciato di compromettere un processo di pace ancora in fase iniziale e potrebbero riportare il paese ai giorni bui della fine del 2013 e del 2014, quando migliaia di persone sono state uccise e decine di migliaia hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni; che la criminalità continua a rappresentare una delle minacce principali; che la situazione delle donne nella RCA è drammatica e che lo stupro è spesso utilizzato come arma di guerra da tutte le parti in causa;

I.  considerando che il colpo di Stato del 2013 e la successiva destituzione del capo dello Stato transitorio, Michel Djotodia, e del Primo ministro di transizione, Nicolas Tiangaye, sono stati accompagnati da gravi e massicce violazioni dei diritti umani, con un evidente rischio di genocidio, tra cui esecuzioni extragiudiziali, torture, saccheggi, stupri e abusi sessuali su vasta scala, rapimenti di donne e bambini e arruolamenti forzati di bambini soldato;

J.  considerando che il 4 ottobre 2015 i cittadini della RCA avrebbero dovuto decidere tramite referendum in merito all'adozione di una nuova Costituzione ed eleggere al contempo i loro rappresentanti nel corso di elezioni presidenziali e legislative inizialmente previste per il 18 ottobre 2015 (primo turno) e per il 22 novembre 2015 (secondo turno); che le autorità di transizione lavorano da alcune settimane a un rinvio delle elezioni, ma che la commissione elettorale nazionale non ha ancora annunciato una nuova data, le liste elettorali non sono pronte e le schede elettorali non sono ancora state distribuite;

K.  considerando che il paese deve far fronte alla peggiore crisi umanitaria dalla sua indipendenza nel 1960, che colpisce l'intera popolazione, ovvero 4,6 milioni di persone, di cui la metà sono bambini; che 2,7 milioni di persone necessitano di assistenza, in particolare aiuti alimentari, protezione e accesso all'assistenza sanitaria, all'acqua potabile, a servizi igienico-sanitari e a un alloggio; che, secondo le stime, oltre 100 000 bambini hanno subito abusi sessuali e sono stati arruolati da gruppi armati nel paese e che, a causa della crisi, un milione di bambini non frequenta la scuola;

L.  considerando che il 5 maggio 2015 gruppi armati nella RCA hanno raggiunto un accordo volto a liberare da 6 000 a 10 000 bambini soldato;

M.  considerando che le operazioni di mantenimento della pace sono state offuscate dalle accuse di presunti abusi sessuali di bambini e ragazze da parte dei soldati dell'ONU e delle forze di pace francesi;

N.  considerando che sia i gruppi armati Seleka sia quelli anti-Balaka traggono profitto dal commercio di legname e di diamanti controllando i siti, "tassando" i minatori e i commercianti ed estorcendo loro denaro proveniente da attività di "protezione"; che i commercianti della RCA hanno acquistato diamanti del valore di diversi milioni di dollari senza prima accertarsi in modo adeguato se stessero finanziando gruppi armati;

O.  considerando che il rispetto dei diritti umani è un valore fondamentale dell'Unione europea e costituisce un elemento essenziale dell'accordo di Cotonou, in particolare dell'articolo 8;

P.  considerando che la giustizia e l'avvio di procedimenti penali in caso di gravi violazioni dei diritti umani sono fra gli aspetti più importanti per porre fine agli abusi e ricostruire la RCA;

Q.  considerando che la violenza continua a restare impunita, nonostante il Consiglio di transizione abbia adottato, con la promulgazione del presidente ad interim, una legge che istituisce una Corte penale speciale, composta da giudici e procuratori nazionali e internazionali, che indagherà e perseguirà le gravi violazioni dei diritti umani commesse nella RCA dal 2003;

R.  considerando che nel settembre 2014 l'UE ha avviato i primi tre progetti di sviluppo finanziati dal fondo fiduciario multidonatori dell'UE per la RCA nel settore della salute, della creazione di posti di lavoro, della riabilitazione delle infrastrutture danneggiate a Bangui e dell'emancipazione delle donne e della loro inclusione economica;

S.  considerando che nel marzo 2015 il Consiglio europeo ha istituito la missione militare consultiva dell'UE nella RCA (EUMAM RCA) volta a sostenere le autorità centrafricane nella preparazione di una riforma del settore della sicurezza per quanto riguarda le forze armate;

T.  considerando che dal maggio 2015 l'UE ha incrementato la sua assistenza alla RCA stanziando un totale di 72 milioni di EUR, comprese le risorse per gli aiuti umanitari (con 10 milioni di EUR di nuovi finanziamenti), il sostegno al bilancio (con ulteriori 40 milioni di EUR) e un nuovo contributo al fondo fiduciario dell'UE per la RCA (22 milioni di EUR aggiuntivi);

U.  considerando che il 15 luglio 2014 l'UE ha varato il suo primo fondo fiduciario multidonatori per lo sviluppo, a sostegno della RCA, che mira a consentire la transizione dalla risposta di emergenza verso aiuti allo sviluppo a lungo termine;

1.  esprime profonda preoccupazione per la situazione nella Repubblica centrafricana, che potrebbe portare il paese sull'orlo di una guerra civile se le recenti violenze non verranno contenute; deplora la perdita di vite umane ed esprime la propria solidarietà alle famiglie delle vittime e all'intera popolazione della Repubblica centrafricana;

2.  condanna fermamente gli attacchi contro le organizzazioni umanitarie e le loro residenze durante i più recenti episodi di violenza; chiede la libera circolazione degli operatori umanitari per poter raggiungere i civili che hanno bisogno di assistenza, in particolare gli sfollati; ricorda che circa mezzo milioni di sfollati ha urgentemente bisogno di cibo, assistenza sanitaria, acqua, servizi igienico-sanitari, rifugio e articoli di prima necessità;

3.  esorta le autorità della RCA a incentrarsi sulla lotta all'impunità e sul ripristino dello Stato di diritto, anche assicurando alla giustizia i responsabili delle violenze; accoglie con favore la creazione della Corte penale speciale per indagare e perseguire le gravi violazioni dei diritti umani commesse nel paese dal 2003 e sottolinea l'impellente necessità di rendere la Corte operativa; evidenzia che il sostegno finanziario e tecnico internazionale è fondamentale per il funzionamento della Corte; chiede che sia organizzata quanto prima una riunione internazionale dei donatori; incoraggia le autorità della RCA ad adottare una procedura di selezione efficace e trasparente per il personale della Corte;

4.  elogia la CEEAC per il ruolo cruciale svolto nell'organizzazione del processo di transizione e per la ferma posizione adottata nel corso delle consultazioni di Addis Abeba del 31 gennaio 2015 in merito a eventuali iniziative parallele che potrebbero compromettere l'attuale impegno della comunità internazionale di ripristinare la pace, la sicurezza e la stabilità nella RCA;

5.  plaude agli sforzi intrapresi finora dal governo di transizione ma invita le autorità di transizione centrafricane e la comunità internazionale ad affrontare le cause profonde della crisi, quali la diffusa povertà, le disparità economiche e le disuguaglianze, la crescente disoccupazione e la mancata ridistribuzione delle ricchezze derivanti dalle risorse naturali del paese attraverso il bilancio dello Stato; chiede l'adozione di un approccio globale incentrato sulla sicurezza, gli aiuti umanitari, la stabilizzazione e la ripresa economica;

6.  invita la comunità internazionale a sostenere il processo politico nella RCA in questo momento critico e a intensificare gli sforzi comuni intesi ad agevolare il dialogo politico, instaurare la fiducia e garantire la convivenza pacifica tra le diverse comunità religiose nel paese; esorta il governo della RCA a privilegiare la ricostituzione del sistema di istruzione, onde favorire la convivenza pacifica a lungo termine;

7.  deplora il continuo rafforzamento delle milizie nonostante l'embargo sulle armi dichiarato dalle Nazioni Unite; invita tutte le parti a rispettare l'accordo sul disarmo firmato il 10 maggio 2015; sottolinea la necessità che il disarmo dei gruppi armati costituisca un'assoluta priorità, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali e politiche, che si terranno nella RCA entro la fine dell'anno;

8.  esorta l'Unione africana e l'Unione europea a utilizzare tutti le misure e gli strumenti appropriati per aiutare il governo di transizione a superare l'implosione di uno Stato già fragile, l'escalation delle tensioni interetniche e la continua forza delle milizie concorrenti, nonché a compiere la transizione verso uno Stato funzionante, inclusivo e democratico, in particolare attraverso lo Strumento per la stabilità e la pace, il Fondo per la pace in Africa e la Forza di pronto intervento africana;

9.  plaude all'istituzione del Forum di Bangui per la riconciliazione e la pace e sollecita la partecipazione incondizionata di tutti i leader politici, militari e religiosi, come pure delle comunità locali e della società civile; insiste sulla necessità di elezioni democratiche;

10.  invita la Commissione, gli Stati membri e altri attori internazionali a impegnarsi al massimo per sostenere l'organizzazione delle elezioni previste nella tabella di marcia per la transizione, in particolare contribuendo al programma di assistenza elettorale gestito dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, affinché le elezioni possono tenersi entro la fine dell'anno corrente, completando in tal modo un tassello chiave della predetta tabella di marcia;

11.  ribadisce il proprio sostegno a favore dell'indipendenza, dell'unità e dell'integrità territoriale della RCA; ricorda l'importanza del diritto all'autodeterminazione dei popoli senza interferenze esterne;

12.  ribadisce il proprio sostegno alle Nazioni Unite, alla forza di pace MINUSCA e al contingente militare francese Sangaris in vista delle elezioni previste entro la fine dell'anno; condanna fermamente qualsiasi tentativo di scoraggiare gli attuali sforzi finalizzati al ripristino della stabilità;

13.  ricorda che il periodo di transizione giunge a scadenza il 30 dicembre 2015; esorta le autorità nazionali, con il sostegno della MINUSCA e del contingente Sangaris, a riportare la calma nel paese e, più in particolare, a Bangui, al fine di rispettare nel miglior modo possibile il calendario elettorale;

14.  si compiace della missione militare consultiva dell'UE (EUMAM RCA) e dell'avvio di progetti intesi a ricostituire le capacità di polizia e di gendarmeria ai fini delle attività di polizia di prossimità e interventi antisommossa, ripristinare il centro comune di comando operativo, rafforzare la magistratura e riabilitare le strutture penitenziarie;

15.  condanna con veemenza tutti gli atti di violenza nei confronti dei minori e delle donne ed esorta tutte le milizie e i gruppi armati non governativi a deporre le armi, a cessare qualsiasi forma di violenza e a rilasciare immediatamente i minori dai loro ranghi; invita tutte le parti interessate a impegnarsi per la protezione dei diritti dei minori e ad evitare qualsiasi ulteriore violenza e abuso nei loro confronti; insiste affinché alle ragazze e alle donne vittime di violenze sessuali nel contesto di conflitti armati siano offerti tutti i servizi in materia di salute sessuale e riproduttiva;

16.  esorta i commercianti di diamanti della RCA a dar prova della necessaria diligenza e le società diamantifere internazionali ad affrontare gli insuccessi del processo di Kimberly nella catena di approvvigionamento di diamanti provenienti dalla RCA; invita le autorità centrafricane e le società estere a contribuire al rafforzamento della governance nel settore estrattivo, attenendosi all'iniziativa per la trasparenza delle industrie estrattive;

17.  invita le società diamantifere internazionali a verificare scrupolosamente l'origine dei diamanti onde evitare di alimentare i conflitti acquistando diamanti estratti e rivenduti illegalmente nella RCA; esorta le società europee che commerciano con le società forestali centrafricane a osservare il regolamento sul legname dell'UE e invita l'Unione ad applicarlo rigorosamente nei confronti degli importatori di legname proveniente dalla RCA;

18.  invita le autorità centrafricane a elaborare una strategia nazionale per affrontare le reti di sfruttamento e traffico illecito delle risorse naturali;

19.  esorta i paesi i cui soldati hanno commesso violenze sessuali durante le missioni di mantenimento della pace nella RCA a invitare tali soldati a rendere conto delle proprie azioni e a processarli, giacché l'impunità non può essere tollerata; sottolinea l'urgente necessità di riformare le strutture di mantenimento della pace, creando un meccanismo di vigilanza e rendicontabilità funzionante e trasparente; esprime la convinzione che sia possibile ridurre e prevenire questi gravi reati anche mediante la formazione e l'istruzione;

20.  esorta la RCA, i paesi limitrofi e altri Stati membri della Conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi (ICGLR) a collaborare a livello regionale per indagare e combattere le reti criminali e gruppi armati regionali coinvolti nello sfruttamento illegale e nel contrabbando delle risorse naturali, tra cui oro, diamanti e il bracconaggio e il traffico di specie selvatiche;

21.  invita l'Unione europea a compiere tutto ciò che è in suo potere per fornire un'assistenza più efficace e meglio coordinata al fine di aiutare i cittadini della RCA; accoglie positivamente, nel contempo, il potenziamento dell'impegno umanitario dell'Unione e degli Stati membri nei confronti della RCA tenuto conto dell'evolversi delle necessità; sottolinea che l'assistenza di primo soccorso dovrebbe essere garantita alle persone bisognose nella RCA, come pure ai profughi nei paesi limitrofi;

22.  deplora la distruzione degli archivi e dei registri pubblici da parte delle milizie ed esorta l'Unione europea a sostenere il ripristino dell'anagrafe da parte della RCA, nonché a evitare qualsiasi irregolarità elettorale;

23.  invita gli Stati membri e altri donatori a intensificare i loro contributi al fondo dell'UE a favore della RCA, il fondo fiduciario Bêkou, il cui obiettivo consiste nel promuovere la stabilizzazione e la ricostruzione della Repubblica centrafricana, tenendo conto della necessità di un migliore nesso tra programmi di ricostruzione/sviluppo e risposta umanitaria;

24.  invita l'Unione europea, l'Unione africana e la comunità internazionale a sostenere i profughi della RCA nei paesi limitrofi;

25.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione alle autorità del governo di transizione della RCA, al Consiglio, alla Commissione, al Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, al Segretario generale delle Nazioni Unite, alle istituzioni dell'Unione africana, alla CEEAC, all'Assemblea parlamentare ACP-UE e agli Stati membri dell'Unione europea.

(1) Testi approvati, P8_TA(2015)0035.


Situazione in Thailandia
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Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sulla situazione in Tailandia (2015/2875(RSP))
P8_TA(2015)0343RC-B8-1002/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulla Tailandia, in particolare quelle del 20 maggio 2010(1), 6 febbraio 2014(2) e 21 maggio 2015(3),

–  vista la dichiarazione del portavoce del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, sugli sviluppi in Tailandia, del 2 aprile 2015,

–  vista le dichiarazioni rese note dalla delegazione dell'UE in Tailandia, di concerto con i capi missione dell'UE in Tailandia il 14 novembre 2014, il 30 giugno 2015 e il 24 settembre 2015,

–  viste le conclusioni del Consiglio sulla Tailandia del 23 giugno 2014,

–  vista la risposta rilasciata il 15 maggio 2013 dal vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, a nome della Commissione, sulla situazione di Andy Hall,

–  visto il comunicato stampa del relatore speciale dell'ONU sulla promozione e tutela del diritto alla libertà di espressione, diffuso il 1° aprile 2015,

–  viste la revisione periodica universale sulla Tailandia del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani e le sue raccomandazioni, del 5 ottobre 2011,

–  vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948,

–  vista la dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani del 1998,

–  visto il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (ICCPR) del 1966, di cui la Tailandia è parte,

–  vista la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti del 1984,

–  vista la dichiarazione sui diritti umani dell'Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del proprio regolamento,

A.  considerando che il 20 maggio 2014 i militari hanno deposto il governo della Tailandia e decretato la legge marziale a livello nazionale, imponendo lo scioglimento del centro per l'amministrazione della pace e dell'ordine con mandato transitorio;

B.  considerando che le forze militari hanno disposto la formazione del consiglio nazionale della pace e dell'ordine (CNPO), il cui leader generale Prayuth Chan-Ocha esercita tutti i poteri e ha facoltà generica di emanare decreti e definire le riforme costituzionali;

C.  considerando che gli organi costituzionali fondamentali istituiti dal CNPO sono controllati da personale militare e che ai membri del CNPO è concessa immunità totale per qualsiasi atto illecito, con esenzione da ogni responsabilità e rendiconto, per gli atti adottati a norma delle sezioni 44 e 47 della costituzione provvisoria;

D.  considerando che, il 29 agosto 2015, il comitato costituente ha completato il progetto di una nuova costituzione, che è stato respinto dal consiglio nazionale di riforma il 6 settembre 2015; che un nuovo comitato costituente deve procedere a una nuova stesura della costituzione entro 180 giorni e che un'ulteriore reiezione può prolungare il regime militare nel paese;

E.  considerando che i principali siti web dedicati alla situazione politica e dei diritti umani in Tailandia sono accusati dal CNPO di minacciare la sicurezza nazionale in virtù della sezione 44 della costituzione provvisoria e che esiste una rigorosa censura delle emittenti televisive e delle stazioni radiofoniche locali legate a tutte le correnti politiche interne;

F.  considerando che la recente adozione della legge sulle riunioni pubbliche, entrata in vigore il 14 agosto 2015, limita gravemente la libertà di riunione e impone pene elevate, fino a 10 anni di detenzione, per reati che causino l'interruzione dei servizi pubblici;

G.  considerando che membri del personale militare sono stati insediati come funzionari di "pace e mantenimento dell'ordine" e sono abilitati a effettuare arresti arbitrari, procedere a indagini e a perquisizioni senza mandato;

H.  considerando che i partecipanti a manifestazioni pacifiche sono stati ripetutamente accusati di sedizione e violazioni della legge e che sono stati arrestati 14 militanti del movimento neodemocratico (MND);

I.  considerando che in Tailandia continua a essere applicata la pena di morte e che le nuove leggi hanno esteso i casi in cui può essere eseguita;

J.  considerando che dopo il colpo di Stato si è verificata un'ondata di arresti disposti con la legge di "lesa maestà";

K.  considerando che alla commissione nazionale per i diritti umani è stato negato l'accesso alle persone torturate o maltrattate durante periodi prolungati di detenzione senza imputazioni né processo in virtù della giurisdizione di tribunali militari;

L.  considerando che a seguito del colpo di Stato si è verificato un deterioramento delle condizioni di sicurezza delle comunità locali e dei militanti per il diritto alla terra;

M.  considerando che la Tailandia non ha firmato la convenzione sui rifugiati del 1951 o il relativo protocollo del 1967 e non dispone di un quadro nazionale ufficiale in materia di asilo; che le autorità tailandesi continuano a respingere i rifugiati e i richiedenti asilo verso paesi nei quali essi sono probabilmente esposti a persecuzioni;

N.  considerando che la Tailandia è tenuta, in virtù dei trattati internazionali di cui è parte, a procedere a indagini e punire in modo adeguato i casi di torture, decessi in detenzione e altre presunte gravi violazioni dei diritti umani;

O.  considerando che il procedimento penale per diffamazione a carico del difensore dei diritti dei lavoratori Andy Hall, cittadino dell'UE, è stato archiviato, ma a carico di Andy Hall pende tuttora un'imputazione per reati informatici e diffamazione e le due cause civili per diffamazione potrebbero comportare una sentenza a sette anni di detenzione e ammende per diversi milioni di dollari per aver contribuito a una relazione di Finnwatch su abusi in campo lavorativo di un grossista di ananassi tailandese, benché le violazioni dei diritti dei lavoratori commesse dall'impresa siano state confermate dal ministro tailandese del lavoro nonché da un dipendente dell'impresa nel corso di precedenti udienze del tribunale; che le udienze sulla sua causa sono previste il 19 ottobre 2015;

P.  considerando che in Tailandia, pur avendo il paese ratificato la convenzione n. 19 dell'OIL, i lavoratori migranti godono di scarse tutele; che la tratta di lavoratori è un fenomeno rilevante; che la situazione è particolarmente preoccupante nel settore della pesca

Q.  considerando che l'UE ha sospeso i negoziati con la Tailandia sul recente accordo di libero scambio bilaterale (ALS), avviati nel 2013, e si rifiuta di firmare l'accordo di partenariato e di cooperazione (APC) concluso nel novembre 2013, fino a quando non sarà insediato un governo democratico; che l'UE è il terzo maggiore partner commerciale della Tailandia;

1.  accoglie con favore il forte impegno dell'UE a favore del popolo tailandese con il quale l'UE ha legami politici, economici e culturali stretti e di lunga data; sottolinea che l'UE, in quanto amica e partner della Tailandia, ha ripetutamente chiesto di ripristinare il regime democratico;

2.  esprime tuttavia profonda preoccupazione per il deterioramento della situazione dei diritti umani in Tailandia dopo il colpo di Stato illegale del maggio 2014;

3.  sollecita le autorità tailandesi a revocare le restrizioni e la repressione del diritto alla libertà e del pacifico esercizio di altri diritti umani, soprattutto quelli connessi alla partecipazione pacifica ad attività politiche;

4.  invita le autorità tailandesi ad annullare le condanne e le sentenze e revocare le imputazioni nonché scarcerare le persone e gli operatori dei media che sono stati condannati o imputati per aver esercitato pacificamente i loro diritti alla libertà di espressione e di riunione; invita il governo ad abrogare immediatamente la sezione 44 della costituzione provvisoria e le relative disposizioni, le quali offrono alle autorità tailandesi una base per reprimere le libertà fondamentali e commettere impunemente violazioni dei diritti umani;

5.  invita le autorità tailandesi a contribuire a prevenire minacce alla sicurezza dirette alla popolazione in generale e a considerare meglio le preoccupazioni dei membri delle comunità locali e dei militanti per il diritto alla terra;

6.  invita le autorità tailandesi ad avviare quanto prima il processo di trasferimento dei poteri politici dalle autorità militari a quelle civili; prende atto del piano dettagliato per elezioni libere ed eque e chiede che il calendario sia rispettato;

7.  sollecita il trasferimento di tutti i procedimenti giudiziari a carico di civili dalla giurisdizione militare ai tribunali civili, la fine delle detenzioni arbitrarie a titolo della legge marziale e restrizioni invece di estensioni dei poteri dell'esercito di arrestare civili;

8.  sollecita le autorità a riconsiderare la legge sulla lesa maestà onde evitare che essa criminalizzi l'esercizio pacifico dell'espressione politica e a sospendere l'interpretazione estensiva della legge a fatti non collegati;

9.  chiede il rispetto e la protezione del diritto alla sicurezza, anche per i difensori dei diritti umani, e garanzie che tutte le violazioni dei diritti dei difensori dei diritti umani siano oggetto di indagini tempestive, efficaci e indipendenti

10.  prende atto della nomina da parte del governo tailandese del comitato incaricato di elaborare una nuova costituzione con il mandato per redigere una nuova costituzione quanto prima; sollecita una costituzione basata sui principi democratici come la parità, la libertà, la rappresentanza equilibrata, la trasparenza, la responsabilità, i diritti umani, lo Stato di diritto e l'accesso pubblico alle risorse;

11.  invita il governo tailandese a rispettare i propri obblighi costituzionali e internazionali in materia di indipendenza della magistratura, diritto alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica e pluralismo politico, specialmente alla luce del crescente rigore delle sue leggi contro la diffamazione;

12.  prende atto delle misure adottate dal governo tailandese per rispettare le norme minime per eliminare la tratta di esseri umani e porre fine alla schiavitù moderna endemica nella filiera di approvvigionamento della sua industria ittica; sollecita il governo ad attuare con urgenza tali misure e a intensificare gli sforzi in materia

13.  invita la Tailandia a firmare e ratificare la convenzione sui rifugiati del 1951 o il relativo protocollo del 1967;

14.  sollecita la Tailandia a compiere passi concreti per abolire la pena di morte;

15.  accoglie con favore l'approvazione della legge sulla parità di genere della Tailandia, che prefigura un futuro più inclusivo dei regimi giuridici nazionali per lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (LGBT);

16.  accoglie con favore la decisione di archiviare il procedimento penale per diffamazione a carico di Andy Hall nonché la sua scarcerazione; chiede che siano archiviati i procedimenti penali per reati informatici e per diffamazione istruiti dal tribunale penale di Bangkok sud a carico di Andy Hall in quanto i suoi atti di difensore dei diritti umani avevano lo scopo di denunciare i casi di tratta di esseri umani e migliorare la situazione giuridica dei lavoratori migranti in Tailandia, cosicché sia confermato il suo diritto di effettuare indagini e attività di assistenza senza timore di rappresaglie; esprime la preoccupazione, riguardo alle cause civili per diffamazione contro Andy Hall, che il processo possa non essere del tutto imparziale in quanto sono stati segnalati legami di economici tra l'impresa querelante e importanti politici tailandesi; chiede alla delegazione dell'Unione europea di continuare a seguire da vicino la situazione giuridica di Andy Hall e di presenziare al suo processo;

17.  accoglie con favore l'assoluzione, il 1º settembre 2015 da parte del tribunale provinciale di Phuket, dei giornalisti Chutima "Oi" Sidasathian e Alan Morison;

18.  invita la comunità internazionale e in particolare l'UE a dispiegare ogni sforzo per combattere la tratta di esseri umani, il lavoro forzato e la migrazione forzata, sostenendo la collaborazione internazionale sul controllo e la prevenzione delle violazioni dei diritti umani legati alla sfera del lavoro;

19.  sollecita l'UE e il governo tailandese ad avviare un dialogo costruttivo in materia di protezione dei diritti umani e processi di democratizzazione in Tailandia e nella regione; ribadisce il suo sostegno al processo di democratizzazione in Tailandia;

20.  esprime sostegno alla Commissione europea e al Servizio europea per l'azione esterna (SEAE) per il proseguimento delle pressioni politiche ed economiche mirate a garantire il ripristino del regime democratico in Tailandia; rammenta al governo tailandese che in detto contesto non si prevede alcun progresso sull'accordo di libero scambio e sull'accordo di partenariato e cooperazione tra l'UE e la Tailandia fino a quando resta al potere la giunta militare;

21.  accoglie con favore il nuovo ruolo di paese coordinatore (2015-2018) per le relazioni UE-ASEAN assunto dalla Tailandia; segnala i vantaggi reciproci che l'ASEAN e l'UE traggono dalla loro cooperazione;

22.  chiede al SEAE e alla delegazione dell'UE, come pure alle delegazioni degli Stati membri, di attivare tutti gli strumenti disponibili per garantire il rispetto dei diritti umani e lo Stato di diritto in Tailandia, in particolare con il monitoraggio costante delle indagini e delle udienze processuali dei dirigenti dell'opposizione;

23.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, alla Commissione, al governo e al parlamento della Tailandia, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, all'alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e ai governi degli Stati membri dell'Associazione della nazioni del Sud-Est asiatico.

(1) GU C 161 E del 31.5.2011, pag. 152.
(2) Testi approvati, P7_TA(2014)0107.
(3) Testi approvati, P8_TA(2015)0211.


Sfollamento di massa di minori in Nigeria a seguito degli attacchi di Boko Haram
PDF 254kWORD 77k
Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sullo sfollamento di massa di minori in Nigeria a seguito degli attacchi di Boko Haram (2015/2876(RSP))
P8_TA(2015)0344RC-B8-1003/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sulla Nigeria, in particolare quella del 17 luglio 2014(1) e del 30 aprile 2015(2),

–  viste le precedenti dichiarazioni del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, in particolare quella dell'8 gennaio, del 19 gennaio, del 31 marzo, del 14 e 15 aprile e del 3 luglio 2015,

–  vista la dichiarazione del presidente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, del 28 luglio 2015,

–  visto l'intervento del presidente Muhammadu Buhari all'Assemblea Generale dell'ONU del 28 settembre 2015 e al vertice antiterrorismo delle Nazioni Unite,

–  visto l'accordo di Cotonou,

–  vista la risoluzione n. 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulle donne, la pace e la sicurezza, adottata il 31 ottobre 2000,

–  viste la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo e la Carta sui diritti e il benessere del minore dell'Organizzazione dell'Unità Africana (1990),

–  vista la legge sui diritti dei minori promulgata dal governo federale della Nigeria nel 2003,

–  vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948,

–  visti la convenzione dell'Unione africana per la prevenzione e la lotta al terrorismo, ratificata dalla Nigeria il 16 maggio 2003, e il protocollo aggiuntivo, ratificato dalla Nigeria il 22 dicembre 2008,

–  visto il Fondo fiduciario europeo di emergenza per la stabilità e per affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e dello sfollamento della popolazione in Africa,

–  viste la relazione dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani sulle violazioni e gli abusi commessi da Boko Haram e l'impatto sui diritti umani nei paesi colpiti, del 29 settembre 2015, e le dichiarazioni dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani sulla possibilità di accusare di crimini di guerra i membri di Boko Haram,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che la Nigeria, il paese più popoloso e con la più grande economia dell'Africa, diversificato sotto il profilo etnico e segnato da spaccature regionali e religiose nonché da un divario fra nord e sud caratterizzato da gravi disparità economiche e sociali, è dal 2009 il campo di battaglia del gruppo terrorista islamico Boko Haram, che ha giurato fedeltà a Da'ish; che il gruppo terroristico pone una crescente minaccia alla stabilità della Nigeria e della regione dell'Africa occidentale; che le forze di sicurezza nigeriane hanno spesso fatto un uso eccessivo della forza e hanno commesso abusi nel corso delle operazioni militari di contrasto all'insurrezione;

B.  considerando che almeno 1 600 civili sono stati uccisi da Boko Haram negli ultimi quattro mesi, facendo salire il bilancio delle vittime ad almeno 3 500 civili nel solo 2015;

C.  considerando che, dall'inizio dell'insurrezione di Boko Haram, le sue azioni mirate contro alunni e alunne nella regione hanno privato i bambini dell'accesso all'istruzione, con 10,5 milioni di bambini in età scolare primaria in Nigeria che non frequentano la scuola; che, secondo i dati UNESCO, si tratta della cifra più alta al mondo; che, come al-Shabaab in Somalia, Aqmi, Mujao e Ansar Dine nel nord del Mali e i Talebani in Afghanistan e Pakistan, Boko Haram prende di mira i bambini e le donne che ricevono un'istruzione;

D.  considerando che, nonostante i progressi da parte delle forze armate regionali e nigeriane, i crescenti attacchi e attentati suicida che si estendono oltre i confini fino ai paesi limitrofi minacciano la stabilità e il sostentamento di milioni di persone nell'intera regione; che i bambini sono esposti a gravi pericoli a causa del deteriorarsi della situazione umanitaria, con un aggravamento dell'insicurezza alimentare che va ad aggiungersi allo scarso accesso all'istruzione, all'acqua potabile e ai servizi sanitari;

E.  considerando che, secondo le stime delle Nazioni Unite, la violenza negli Stati di Borno, Yobe e Adamawa ha causato di recente un drastico aumento del numero di sfollati interni, che ha raggiunto i 2,1 milioni di persone, di cui, secondo l'OIM, il 58% è composto da bambini; che oltre 3 milioni di persone hanno subito gli effetti dell'insurrezione nella loro totalità, mentre 5,5 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria nel bacino del lago Ciad;

F.  considerando che la Nigeria è riuscita a organizzare elezioni governatoriali e presidenziali essenzialmente pacifiche nonostante le minacce di Boko Haram di perturbarne lo svolgimento; che l'11 giugno 2015 la Nigeria e i suoi paesi limitrofi hanno istituito ad Abuja una Task Force comune multinazionale (MNJTF) per dar seguito alle decisioni adottate nel gennaio 2015 a Niamey sulla lotta contro Boko Haram;

G.  considerando che, dal 2009, Boko Haram ha sequestrato oltre 2 000 donne e ragazze in Nigeria, tra cui le 276 studentesse di Chibok, nel nord-est del paese, rapite il 14 aprile 2014 – un atto che ha sconvolto il mondo intero e che ha dato vita a una campagna internazionale ("Bring back our Girls") per salvarle; che quasi un anno e mezzo dopo più di 200 delle ragazze rapite in quel caso risultano ancora disperse;

H.  considerando che, da allora, molti più bambini sono scomparsi o sono stati rapiti o reclutati come combattenti e lavoratori domestici e che le ragazze sono state vittime di stupri e matrimoni forzati oppure sono state obbligate a convertirsi all'Islam; che, dall'aprile 2015, altre 300 ragazze circa, salvate per mano delle forze di sicurezza nigeriane dalle roccaforti dei terroristi, e altre 60 circa, sfuggite ai loro rapitori da altri luoghi, hanno descritto a Human Rights Watch (HRW) la loro vita da prigioniere come una vita segnata da episodi quotidiani di violenza e terrore nonché da abusi fisici e psicologici; che, secondo il relatore speciale delle Nazioni Unite per i bambini coinvolti nei conflitti armati, nell'ultimo anno il conflitto armato nel nord-est della Nigeria è stato uno dei più letali al mondo per i minori, caratterizzato da uccisioni, da un aumento dei casi di reclutamento e impiego di bambini, da innumerevoli rapimenti e da violenze sessuali ai danni di ragazze; che, stando all'UNICEF, oltre 23 000 bambini sono stati separati dai rispettivi genitori e costretti dalle violenze a lasciare le loro case e a recarsi, per salvare la propria vita, nell'interno della Nigeria oppure ad attraversare la frontiera con il Camerun, il Ciad e il Niger;

I.  considerando che la maggior parte dei bambini che vivono nei campi per sfollati e rifugiati ha perso uno o entrambi i genitori (i quali sono morti o sono dispersi), nonché fratelli e sorelle ed altri parenti; che, sebbene diverse organizzazioni umanitarie internazionali e nazionali operino nei campi, l'accesso ai diritti di base per molti di questi bambini – tra cui alimentazione, alloggi (sovraffollati e insalubri), sanità e istruzione – continua ad essere di una qualità tremendamente bassa;

J.  considerando che nella sottoregione (Nigeria, Camerun, Ciad e Niger) vi sono almeno 208 000 bambini che non hanno accesso all'istruzione e 83 000 che sono privi di accesso all'acqua sicura, mentre 23 000 minori nel nord-est della Nigeria sono stati separati dalle loro famiglie;

K.  considerando che il numero di attacchi perpetrati da Boko Haram in Nigeria, nonché nei limitrofi Camerun, Ciad e Niger è aumentato; che Boko Haram continua a rapire donne e bambini per far trasportare loro dispositivi esplosivi, utilizzandoli, a loro insaputa, come attentatori suicidi; che alcuni di quelli che hanno cercato rifugio sulla sponda ciadiana del lago Ciad sono stati nuovamente bersaglio dei medesimi terroristi sul territorio ciadiano;

L.  considerando che nel giugno 2015 l'UE ha fornito 21 milioni di EUR in aiuti umanitari per assistere le persone sfollate in Nigeria e nei paesi vicini colpiti dalla violenza di organizzazioni terroristiche;

M.  considerando che l'UNICEF, di concerto con governi e partner in Nigeria, Camerun, Ciad e Niger, sta potenziando le operazioni volte ad assistere migliaia di bambini e le loro famiglie nella regione fornendo accesso ad acqua potabile, istruzione, assistenza e sostegno psicologici, nonché a vaccinazioni e cure per malnutrizione acuta grave; che l'UNICEF ha ricevuto solo il 32% dei 50,3 milioni di EUR necessari quest'anno per fornire una risposta umanitaria in tutta la regione del lago Ciad;

N.  considerando che, secondo HRW, un certo numero di donne e ragazze che sono fuggite o sono state salvate o liberate fanno ritorno a casa in stato di gravidanza e hanno un disperato bisogno di assistenza sanitaria riproduttiva e materna, mentre altre non hanno accesso a controlli sanitari di base a seguito di uno stupro, all'assistenza post traumatica, al sostegno sociale nonché all'assistenza psicologica post stupro; che la Commissione ha affermato che, laddove la gravidanza provochi sofferenze insostenibili, le donne devono avere accesso all'intera gamma di servizi relativi alla salute sessuale e riproduttiva in base alle loro condizioni di salute, sostenendo pertanto che il diritto umanitario internazionale deve prevalere in ogni caso;

1.  condanna fermamente i crimini di Boko Haram, tra cui figurano attacchi terroristici e attentati suicidi in Ciad, Camerun e Niger; esprime la propria vicinanza alle vittime e il proprio cordoglio a tutte le famiglie che hanno perso i loro cari; denuncia le incessanti violenze negli Stati nigeriani di Borno, Yobe e Adamawa, così come in altre città del paese;

2.  deplora gli atti che hanno portato allo sfollamento di massa di bambini innocenti e sollecita un'immediata azione coordinata a livello internazionale al fine di coadiuvare i lavori delle agenzie dell'ONU e delle ONG finalizzati a evitare che i bambini e i giovani sfollati cadano vittime di schiavitù sessuale, altre forme di violenza sessuale e rapimenti e siano costretti, per mano della setta terroristica Boko Haram, a partecipare a conflitti armati contro obiettivi civili, statali e militari in Nigeria; sottolinea la necessità essenziale di tutelare adeguatamente i diritti dei minori in Nigeria, un paese in cui oltre il 40% della popolazione complessiva ha un'età compresa tra 0 e 14 anni;

3.  ritiene che, nel caso di minori associati in passato a Boko Haram o ad altri gruppi armati, sia opportuno considerare l'adozione di provvedimenti non giudiziari quale alternativa all'azione penale e alla detenzione;

4.  accoglie con favore il recente annuncio della Commissione di destinare fondi aggiuntivi al potenziamento degli aiuti umanitari urgenti nella regione; esprime tuttavia serie preoccupazioni riguardo al divario in termini di finanziamento tra impegni ed effettivi pagamenti per le operazioni dell'UNICEF nella regione da parte della comunità internazionale nel suo complesso; invita i donatori a rispettare senza indugio i loro impegni, in modo da far fronte alla necessità cronica di accesso ai servizi essenziali, quali l'acqua potabile, i servizi sanitari di base e l'istruzione;

5.  invita il presidente della Nigeria e il suo neodesignato governo federale ad adottare solide misure intese a proteggere la popolazione civile, a porre un accento particolare sulla tutela delle donne e delle ragazze, a rendere prioritari i diritti delle donne e dei bambini nella lotta all'estremismo, a fornire aiuto alle vittime e ad assicurare i responsabili alla giustizia, nonché a garantire la partecipazione delle donne ai processi decisionali a tutti i livelli;

6.  chiede al governo nigeriano di avviare, come promesso dal presidente Buhari, un'indagine urgente, indipendente e approfondita sui reati a norma del diritto internazionale e su altre gravi violazioni dei diritti umani ad opera di tutte le parti coinvolte nel conflitto;

7.  accoglie favorevolmente il cambio di leadership militare e chiede che tutte le violazioni dei diritti umani e i crimini commessi sia dai terroristi che dalle forze di sicurezza nigeriane siano oggetto di indagine, affinché sia affrontato il problema della mancanza di assunzione di responsabilità osservata durante la precedente presidenza; plaude all'impegno assunto dal presidente Buhari di verificare gli indizi secondo cui le forze militari nigeriane si sarebbero macchiate di gravi violazioni dei diritti umani, di crimini di guerra e di atti che si configurerebbero come crimini contro l'umanità;

8.  esorta il presidente della Repubblica federale ad affrontare le sfide derivanti dal tenere fede a tutte le promesse formulate in campagna elettorale e alle ultime dichiarazioni, le più importanti delle quali riguardano la volontà di sconfiggere la minaccia del terrorismo, rendere il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario un pilastro fondamentale delle operazioni militari, riportare a casa sane e salve le ragazze di Chibok e tutte le altre donne e i bambini che sono stati rapiti, affrontare il sempre crescente problema della denutrizione e combattere la corruzione e l'impunità per scoraggiare abusi futuri, adoperandosi per rendere giustizia a tutte le vittime;

9.  esorta le autorità nigeriane e la comunità internazionale a collaborare strettamente e a intensificare gli sforzi tesi a invertire la continua tendenza all'ulteriore sfollamento della popolazione; accoglie con favore la determinazione manifestata dai 13 paesi partecipanti al vertice regionale di Niamey del 20 e 21 gennaio 2015, in particolare l'impegno del Ciad, congiuntamente a Camerun e Niger, a lottare contro le minacce terroristiche di Boko Haram; chiede alla task force comune multinazionale di rispettare rigorosamente il diritto umanitario internazionale e in materia di diritti umani nelle operazioni condotte contro Boko Haram; ribadisce che il solo approccio militare non sarà sufficiente a contrastare la ribellione di Boko Haram;

10.  ricorda che Boko Haram trova origine nelle rimostranze per il malgoverno, la corruzione diffusa e le forti disuguaglianze presenti nella società nigeriana; esorta le autorità nigeriane a eliminare la corruzione e a porre fine alla cattiva gestione e alle inefficienze all'interno delle istituzioni pubbliche e dell'esercito, nonché a promuovere la giustizia fiscale; chiede che siano adottate misure intese a privare Boko Haram delle sue fonti illegali di reddito, mediante la cooperazione con i paesi vicini, in particolare per quanto riguarda il contrabbando e i traffici;

11.  esorta la comunità internazionale ad aiutare la Nigeria e i paesi vicini che ospitano i rifugiati (Camerun, Ciad e Niger) a fornire tutta l'assistenza medica e psicologica necessaria a quanti ne abbiano bisogno; chiede alle autorità della sottoregione di garantire che le donne e le ragazze vittime di stupro abbiano un accesso agevole all'intera gamma di servizi relativi alla salute sessuale e riproduttiva, a norma dell'articolo 3 comune delle convenzioni di Ginevra; sottolinea la necessità di adottare una norma universale per il trattamento delle vittime di stupri di guerra e di garantire la supremazia del diritto umanitario internazionale nelle situazioni di conflitto armato; esprime la sua piena solidarietà alle donne e ai bambini che sono sopravvissuti al terrorismo cieco di Boko Haram; chiede che siano istituiti programmi di istruzione specializzati rivolti alle donne e ai bambini vittime di guerra e alla società in generale, che si prefiggano di aiutarli a superare il terrore vissuto, fornire loro informazioni adeguate ed esaustive, combattere la stigmatizzazione e l'esclusione sociale, nonché aiutarli a diventare validi membri della società;

12.  esorta la Commissione a rendere prioritaria l'assistenza ai bambini e ai giovani sfollati in Nigeria, Camerun, Ciad e Niger, con particolare attenzione alla protezione da ogni forma di ferocia e di violenza di genere e all'accesso all'istruzione, all'assistenza sanitaria e all'acqua potabile sicura, nel quadro del Fondo fiduciario di emergenza per la stabilità e di lotta contro le cause profonde della migrazione irregolare e dello sfollamento della popolazione in Africa;

13.  invita il governo nigeriano ad adottare misure finalizzate ad agevolare il rientro delle persone sfollate, soprattutto dei bambini, a garantire la loro sicurezza e ad assistere le ONG nei loro sforzi intesi a migliorare le condizioni nei campi delle persone sfollate a causa del conflitto, attraverso, tra l'altro, il miglioramento delle condizioni igenico-sanitarie per impedire la possibile diffusione di malattie;

14.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al governo e al parlamento della Repubblica federale di Nigeria nonché ai rappresentanti della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOWAS) e dell'Unione africana.

(1) Testi approvati, P8_TA(2014)0008.
(2) Testi approvati, P8_TA(2015)0185.


Il caso di Ali Mohammed al-Nimr
PDF 163kWORD 68k
Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sul caso di Ali Mohammed al-Nimr (2015/2883(RSP))
P8_TA(2015)0345RC-B8-0997/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni del 12 febbraio 2015 sull'Arabia Saudita: il caso di Raif Badawi(1) e dell'11 marzo 2014 sull'Arabia Saudita, le sue relazioni con l'UE e il suo ruolo in Medio Oriente e Nord Africa(2),

–  visti gli orientamenti dell'Unione europea in materia di pena di morte, adottati nel giugno 1998 e riveduti e aggiornati nell'aprile 2013,

–  viste le risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, in particolare quella del 18 dicembre 2014 relativa a una moratoria sull'uso della pena di morte (A/RES/69/186),

–  viste le dichiarazioni sul caso di Ali Mohammed al-Nimr rilasciate il 22 settembre 2015 dagli esperti dell'ONU in materia di diritti umani,

–  vista la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti,

–  vista la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, il cui articolo 11 sancisce il diritto alla libertà di espressione di ogni individuo e il cui articolo 4 proibisce la tortura,

–  visti gli orientamenti dell'Unione europea sui difensori dei diritti umani, adottati nel giugno 2004 e riveduti nel dicembre 2008,

–  vista la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia, di cui l'Arabia Saudita è parte,

–  visti l'articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 e l'articolo 19 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966,

–  vista la Carta araba dei diritti dell'uomo, di cui l'Arabia Saudita è parte, il cui articolo 32, paragrafo 1, garantisce il diritto all'informazione e la libertà di opinione e di espressione, e il cui articolo 8 vieta la tortura fisica o psicologica e ogni trattamento crudele, degradante, umiliante o disumano,

–  visto il recente ulteriore caso di condanna a morte per decapitazione di un minore, Dawoud al-Marhoon che, all'età di 17 anni, sarebbe stato torturato e costretto a firmare una confessione che le autorità hanno utilizzato per condannarlo in seguito al suo arresto durante le proteste nella provincia orientale dell'Arabia Saudita nel maggio 2012,

–  visti l'articolo 135, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che nel maggio 2015 Ali Mohammed al-Nimr, nipote ventunenne di un noto dissidente, è stato condannato alla pena capitale, presumibilmente per decapitazione seguita da crocifissione, dalla Corte suprema dell'Arabia Saudita, per capi d'accusa che comprendono sedizione, partecipazione a sommosse, proteste e furti e appartenenza a una cellula terroristica; che Ali Mohammed al-Nimr non aveva ancora compiuto 18 anni, ed era pertanto minorenne, quando è stato arrestato mentre manifestava a favore della democrazia e della parità dei diritti in Arabia Saudita; che è stato condannato a morte a causa delle proteste sollevate nella provincia orientale a maggioranza sciita dell'Arabia Saudita; che, secondo fonti attendibili, Ali Mohammed al-Nimr è stato torturato e costretto a firmare la propria confessione; che non ha ricevuto alcuna garanzia di un processo sicuro e di un regolare procedimento giudiziario nel rispetto del diritto internazionale;

B.  considerando che la condanna a morte di un individuo che all'epoca del reato era minorenne e che, stando a quanto riportato, ha subito delle torture è incompatibile con gli obblighi internazionali dell'Arabia Saudita;

C.  considerando che il divieto della tortura e di pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti figura in tutti gli strumenti internazionali e regionali in materia di diritti umani e costituisce una norma di diritto internazionale consuetudinario, ed è pertanto vincolante per tutti gli Stati, a prescindere dal fatto che abbiano ratificato o meno i pertinenti accordi internazionali;

D.  considerando che l'aumento delle condanne a morte è strettamente legato alle sentenze pronunciate dal tribunale penale specializzato dell'Arabia Saudita nei processi per reati connessi al terrorismo; che, secondo i dati delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra agosto 2014 e giugno 2015 in Arabia Saudita hanno avuto luogo almeno 175 esecuzioni;

E.  considerando che quello di Ali Mohammed al-Nimr è uno dei numerosi casi in cui sono state applicate condanne severe ed esercitate vessazioni nei confronti di attivisti sauditi perseguitati per aver espresso le loro opinioni, molti dei quali sono stati condannati nell'ambito di procedimenti non conformi alle norme internazionali in materia di giusto processo, come confermato dall'ex Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani nel luglio 2014;

F.  considerando che l'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo sancisce che ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, online come offline, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere;

G.  considerando che l'ambasciatore saudita presso le Nazioni Unite a Ginevra, Faisal bin Hassan Trad, è stato nominato presidente di un gruppo di esperti indipendenti in seno al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani;

H.  considerando che l'apertura di un dialogo in materia di diritti umani tra il Regno dell'Arabia Saudita e l'Unione europea può essere un passo costruttivo verso il miglioramento della comprensione reciproca e la promozione delle riforme nel paese, inclusa la riforma del sistema giudiziario;

I.  considerando che l'Arabia Saudita è un attore politico ed economico influente e importante nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa;

1.  condanna fermamente la pena capitale inflitta ad Ali Mohammed al-Nimr; rinnova la propria condanna dell'uso della pena di morte e appoggia risolutamente l'introduzione di una moratoria di tale pena, quale passo verso la sua l'abolizione;

2.  invita le autorità saudite, in particolare Sua Maestà il Re dell'Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz Al Saud, a sospendere l'esecuzione di Ali Mohammed al-Nimr e a concedergli la grazia o commutare la pena; invita il Servizio europeo per l'azione esterna e gli Stati membri a ricorrere a tutti gli strumenti diplomatici e a tutte le risorse di cui dispongono per fermare immediatamente l'esecuzione;

3.  ricorda al Regno dell'Arabia Saudita che è parte della Convenzione sui diritti dell'infanzia, la quale proibisce rigorosamente l'applicazione della pena di morte per reati commessi da persone di età inferiore ai 18 anni;

4.  esorta le autorità saudite ad abolire il tribunale penale specializzato, istituito nel 2008 con l'obiettivo di giudicare i casi di terrorismo ma sempre più spesso usato per perseguire a termini di legge i dissidenti pacifici con accuse, a quanto pare, di matrice politica nell'ambito di procedimenti che violano il diritto fondamentale a un processo equo;

5.  invita il governo dell'Arabia Saudita a garantire un'indagine rapida e imparziale sui presunti casi di tortura e ad assicurare che Ali Mohammed al-Nimr riceva tutte le cure mediche eventualmente necessarie e abbia contatti regolari con la sua famiglia e gli avvocati;

6.  ricorda all'Arabia Saudita gli impegni assunti in quanto membro del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani; osserva che all'Arabia Saudita è stata recentemente affidata la presidenza di un gruppo di esperti indipendenti in seno al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani; esorta vivamente le autorità saudite ad assicurare che le norme in materia di rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel paese siano compatibili con tale ruolo internazionale;

7.  chiede un meccanismo migliorato per il dialogo tra l'Unione europea e l'Arabia Saudita sul tema dei diritti umani e uno scambio di esperienze in materia di giustizia e questioni giuridiche al fine di rafforzare la protezione dei diritti individuali in Arabia Saudita, in linea con il processo di riforma del sistema giudiziario avviato nel paese; invita le autorità saudite a portare avanti le riforme necessarie in materia di diritti umani, in particolare quelle volte a limitare il ricorso alla pena di morte;

8.  incoraggia l'Arabia Saudita a firmare e ratificare Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (ICCPR), entrato in vigore nel 1976, il cui articolo 6 afferma che il diritto alla vita è connaturato alla persona umana;

9.  esprime grave preoccupazione per l'aumento segnalato del numero di condanne a morte nel Regno dell'Arabia Saudita nel 2014 e per il ritmo allarmante con cui i tribunali hanno inflitto la pena capitale nel 2015;

10.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ai parlamenti e ai governi degli Stati membri, a Sua Maestà il Re Salman bin Abdulaziz Al Saud, al governo del Regno dell'Arabia Saudita, all'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani.

(1) Testi approvati, P8_TA(2015)0037.
(2) Testi approvati, P7_TA(2014)0207.


Servizi di pagamento nel mercato interno ***I
PDF 240kWORD 102k
Risoluzione
Testo
Risoluzione legislativa del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno e recante modifica delle direttive 2002/65/CE, 2013/36/UE e 2009/110/CE e che abroga la direttiva 2007/64/CE (COM(2013)0547 – C7-0230/2013 – 2013/0264(COD))
P8_TA(2015)0346A8-0266/2015

(Procedura legislativa ordinaria: prima lettura)

Il Parlamento europeo,

–  vista la proposta della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio (COM(2013)0547),

–  visti l'articolo 249, paragrafo 2, e l'articolo 114 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, a norma dei quali la proposta gli è stata presentata dalla Commissione (C7-0230/2013),

–  visto l'articolo 294, paragrafo 3, del trattato sul funzionamento dell'Unione europea,

–  visto il parere della Banca centrale europea del 5 febbraio 2014(1),

–  visto il parere del Comitato economico e sociale europeo dell'11 dicembre 2013(2),

–  visto l'impegno assunto dal rappresentante del Consiglio, con lettera del 4 giugno 2015, di approvare la posizione del Parlamento europeo, in conformità dell'articolo 294, paragrafo 4, del trattato sul funzionamento dell'Unione europea,

–  visti l'articolo 59 e l'articolo 61, paragrafo 2, del suo regolamento,

–  visti la relazione della commissione per i problemi economici e monetari e il parere della commissione giuridica (A7-0169/2014),

–  visti gli emendamenti che ha approvato nella seduta del 3 aprile 2014(3),

–  vista la decisione della Conferenza dei presidenti del 18 settembre 2014 sulle questioni rimaste in sospeso dalla settima legislatura,

–  vista la relazione complementare della commissione per i problemi economici e monetari (A8-0266/2015),

1.  adotta la posizione in prima lettura figurante in appresso;

2.  chiede alla Commissione di presentargli nuovamente la proposta qualora intenda modificarla sostanzialmente o sostituirla con un nuovo testo;

3.  incarica il suo Presidente di trasmettere la posizione del Parlamento al Consiglio e alla Commissione nonché ai parlamenti nazionali.

Posizione del Parlamento europeo definita in prima lettura l'8 ottobre 2015 in vista dell'adozione della direttiva (UE) 2015/... del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, che modifica le direttive 2002/65/CE, 2009/110/CE e 2013/36/UE e il regolamento (UE) n. 1093/2010, e abroga la direttiva 2007/64/CE

P8_TC1-COD(2013)0264


(Dato l'accordo tra il Parlamento e il Consiglio, la posizione del Parlamento corrisponde all'atto legislativo finale, la direttiva 2015/2366/UE)

(1) GU C 224 del 15.7.2014, pag. 1.
(2) GU C 170 del 5.6.2014, pag. 78.
(3) Testi approvati, P7_TA(2014)0280.


Legislazione in materia di mutui e strumenti finanziari rischiosi nell'UE: il caso della Spagna
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Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sulla legislazione ipotecaria e gli strumenti finanziari rischiosi in Spagna alla luce delle petizioni ricevute (2015/2740(RSP))
P8_TA(2015)0347B8-0987/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste la petizione n. 626/2011 sulla legislazione ipotecaria spagnola e altre 15 petizioni in proposito (nn. 179/2012, 644/2012, 783/2012, 1669/2012, 0996/2013, 1345/2013, 1249/2013, 1436/2013, 1705/2013, 1736/2013, 2120/2013, 2159/2013, 2440/2013, 2563/2013 e 2610/2013),

–  viste la petizione n. 513/2012 sugli strumenti finanziari rischiosi in Spagna e altre 21 petizioni in proposito (nn. 548/2012, 676/2012, 677/2012, 785/2012, 788/2012, 949/2012, 1044/2012, 1247/2012, 1343/2012, 1498/2012, 1662/2012, 1761/2012, 1851/2012, 1864/2012, 0169/2013, 0171/2013, 2206/2013, 2215/2013, 2228/2013, 2243/2013 e 2274/2013),

–  viste le discussioni con i firmatari interessati svoltesi in seno alla commissione per le petizioni, da ultimo in data 16 aprile 2015,

–  vista la direttiva 2014/17/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 febbraio 2014, in merito ai contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali e recante modifica delle direttive 2008/48/CE e 2013/36/UE e del regolamento (UE) n. 1093/2010(1),

–  vista la direttiva 2014/65/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 maggio 2014, relativa ai mercati degli strumenti finanziari e che modifica la direttiva 2002/92/CE e la direttiva 2011/61/UE(2),

–  vista la direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori(3),

–  vista la dichiarazione della Commissione, rilasciata nell'ambito della discussione congiunta sulle procedure di insolvenza del 19 maggio 2015, relativa alla revisione e all'ampliamento della raccomandazione della Commissione del 12 marzo 2014 su un nuovo approccio al fallimento delle imprese e all'insolvenza, in merito all'insolvenza delle famiglie e a seconde opportunità per i singoli e le famiglie,

–  vista la sua risoluzione dell'11 giugno 2013 sull'edilizia popolare nell'Unione europea,(4),

–  vista l'interrogazione alla Commissione sulla legislazione ipotecaria e gli strumenti finanziari rischiosi in Spagna alla luce delle petizioni ricevute (O-000088/2015 – B8-0755/2015),

–  vista la proposta di risoluzione della commissione per le petizioni,

–  visti l'articolo 128, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A.  considerando che numerose petizioni ricevute hanno portato alla luce migliaia di tragici casi personali di cittadini i quali hanno perduto una parte o la totalità dei risparmi di una vita, e che tali petizioni richiamano l'attenzione sugli ostacoli incontrati dai consumatori nel cercare di ottenere informazioni precise ed essenziali sugli strumenti finanziari;

B.  considerando che in Spagna continua la protesta delle organizzazioni della società civile contro le centinaia di migliaia di sfratti, contro la presenza di clausole abusive nei contratti di credito ipotecario e contro la mancanza di tutela per i mutuatari; che secondo una di queste organizzazioni, "Plataforma de Afectados por la Hipoteca", nel primo trimestre del 2015 in Spagna si sono verificati 19 261 sfratti (il 6% in più rispetto allo stesso periodo nel 2014); che, sulla base delle stime della stessa organizzazione, dal 2008 gli sfratti nel paese sono stati più di 397 954; che oltre 100 000 famiglie hanno perso la propria casa;

C.  considerando che l'impatto della crisi ha aggravato la situazione per le famiglie sfrattate, le quali devono continuare a rimborsare il loro mutuo e gli interessi crescenti che ne derivano; che il governo spagnolo, con la legge 6/2012, ha introdotto la possibilità della "datio in solutum" come misura eccezionale; che, secondo i dati ufficiali del secondo trimestre 2014, su 11 407 domande complessive la "datio in solutum" è stata approvata in soli 1 467 casi, corrispondenti al 12,86% del totale;

D.  considerando che i giudici nazionali ed europei hanno individuato una serie di clausole e pratiche abusive nel settore dei crediti ipotecari spagnolo (sentenze della Corte di giustizia dell'Unione europea nelle cause C-243/08, Pannon GSM; C-618/10, Banco Español de Crédito; e C-415/11, Catalunyacaixa) che avrebbero dovuto essere impedite dalle direttive 93/13/CEE, 2004/39/CE e 2005/29/CE se esse fossero state recepite e attuate in modo completo in Spagna;

E.  considerando che la direttiva 2014/17/UE sui contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali (direttiva sul credito ipotecario) sarà applicabile ai contratti di credito ipotecario stipulati dopo il 21 marzo 2016 e prevederà l'obbligo per i creditori di informare i consumatori in merito alle principali caratteristiche degli accordi di credito;

F.  considerando che, a seguito della sentenza Aziz (causa C-415/11), le autorità spagnole hanno adottato con procedura accelerata la legge 1/2013, del 14 maggio 2013, concernente misure volte al rafforzamento della protezione dei debitori ipotecari, la ristrutturazione del debito e i canoni d'affitto sociali (Ley 1/2013 de medidas para reforzar la protección a los deudores hipotecarios, reestructuración de la deuda y alquiler social);

G.  considerando che, a seguito della sentenza nella causa C-169/14, le autorità spagnole hanno modificato il sistema nazionale di ricorso in ambito ipotecario mediante l'inserimento di una disposizione finale nella legge 9/2015, del 25 maggio 2015, concernente misure urgenti in materia fallimentare (Ley 9/2015 de medidas urgentes en material concursal), per allinearla alla direttiva 93/13/CEE;

H.  considerando che il parlamento spagnolo ha varato un codice di buone prassi per una ristrutturazione sostenibile dei mutui ipotecari sull'abitazione principale, codice che gli organismi finanziari hanno per lo più ignorato a causa del suo carattere facoltativo e che ha contribuito in modo molto limitato a evitare gli sfratti o a sollecitare la "datio in solutum", dal momento che i requisiti di ammissibilità previsti escludono oltre l'80% degli interessati;

I.  considerando che in molti casi i consumatori non sono stati debitamente informati dalle banche sull'entità dei rischi connessi agli investimenti proposti, e che in tali casi le banche non hanno nemmeno effettuato test di idoneità per stabilire se i clienti fossero in possesso di conoscenze adeguate per comprendere i rischi finanziari cui si esponevano; che molti dei cittadini coinvolti sono persone anziane che hanno investito i risparmi di una vita in quelli che erano stati presentati loro come investimenti privi di rischio;

J.  considerando che si stima che 700 000 cittadini spagnoli negli ultimi anni siano rimasti vittime di frodi finanziarie, poiché le loro banche hanno venduto loro strumenti finanziari rischiosi in malafede, senza informarli debitamente in merito alla portata dei rischi e alle implicazioni effettive dell'impossibilità di accedere ai loro risparmi;

K.  considerando che il meccanismo di arbitrato istituito dalle autorità spagnole è stato respinto da molte delle vittime delle frodi finanziarie;

L.  considerando che la direttiva 2004/39/CE relativa ai mercati degli strumenti finanziari (direttiva MiFID) disciplina la prestazione, da parte delle imprese di investimento e degli enti creditizi, di servizi di investimento in relazione a strumenti finanziari, comprese le azioni privilegiate ("preferentes"); che l'articolo 19 della direttiva stabilisce norme di comportamento che devono essere rispettate da chi presta servizi di investimento ai clienti;

1.  invita la Commissione a monitorare l'applicazione in tutti gli Stati membri della sentenza della causa C-415/11 Aziz e della direttiva 93/13/CEE sulla legislazione ipotecaria, al fine di garantirne il pieno rispetto da parte delle autorità nazionali;

2.  chiede agli istituti finanziari dell'Unione di cessare qualsiasi comportamento abusivo nei confronti dei clienti nell'ambito dei crediti ipotecari, dei prodotti finanziari sofisticati e delle carte di credito, comprese l'imposizione di tassi di interesse eccessivi e la cancellazione arbitraria del servizio;

3.  esorta gli istituti finanziari dell'Unione ad astenersi dal procedere allo sfratto delle famiglie che dispongono di un'unica residenza e a privilegiare piuttosto la ristrutturazione del debito;

4.  invita il governo spagnolo a utilizzare gli strumenti a sua disposizione per trovare una soluzione globale volta a ridurre considerevolmente il numero inaccettabile di sfratti;

5.  invita la Commissione a seguire con attenzione il recepimento in tutti gli Stati membri della direttiva 2014/17/UE in merito ai contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali (direttiva sul credito ipotecario);

6.  invita la Commissione a condividere le migliori prassi in merito all'applicazione in taluni Stati membri della "datio in solutum" e a valutarne l'impatto sui consumatori e sulle imprese;

7.  avverte la Commissione dei dubbi espressi dall'avvocato generale dell'UE circa la legalità delle misure adottate dal governo spagnolo per porre rimedio alle violazioni denunciate dalla Corte di giustizia il 14 marzo 2013 e impedire le pratiche abusive nel settore dei crediti ipotecari;

8.  invita la Commissione a monitorare attentamente l'effettiva attuazione delle nuove misure varate dal governo spagnolo per porre rimedio ai problemi esistenti e impedire le pratiche bancarie e commerciali abusive;

9.  invita la Commissione a lanciare campagne informative sui prodotti finanziari e a promuovere l'alfabetizzazione finanziaria mediante l'istruzione per garantire che i cittadini europei siano meglio informati sui rischi in cui incorrono nel sottoscrivere prodotti finanziari;

10.  invita la Commissione a condividere le migliori prassi volte a migliorare la protezione dei cittadini in difficoltà finanziaria; ritiene che l'educazione finanziaria di base dovrebbe essere considerata una risorsa complementare per evitare le conseguenze di un indebitamento eccessivo;

11.  invita l'Autorità bancaria europea (ABE) e la Banca centrale europea (BCE) a organizzare una campagna sulle migliori prassi per incoraggiare le banche e i relativi dipendenti a fornire informazioni chiare, comprensibili e corrette; sottolinea che i consumatori devono poter compiere scelte informate sulla base di una piena consapevolezza dei rischi in cui possono incorrere, e che gli operatori e le banche non devono indurli in errore;

12.  invita l'ABE e la BCE, al fine di preservare la forza del settore finanziario dell'Unione, ad adottare ulteriori provvedimenti affinché le banche siano tenute a separare le attività di negoziazione potenzialmente rischiose dalle loro attività di raccolta depositi se il perseguimento delle prime pregiudica la stabilità finanziaria;

13.  invita la Commissione e la BCE a valutare il meccanismo di arbitrato istituito in Spagna per i cittadini vittime di frodi finanziarie;

14.  invita la Commissione a monitorare il corretto recepimento e la corretta attuazione da parte della Spagna della normativa UE concernente gli strumenti finanziari, incluse le azioni privilegiate;

15.  invita la Commissione a dare seguito alle denunce ricevute e a effettuare le dovute indagini;

16.  chiede alla Commissione di presentare una proposta legislativa sull'insolvenza delle famiglie;

17.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al governo della Spagna, al Consiglio, alla Commissione e alla Banca Centrale europea.

(1) GU L 60 del 28.2.2014, pag. 34.
(2) GU L 173 del 12.6.2014, pag. 349.
(3) GU L 95 del 21.4.1993, pag. 29.
(4) Testi approvati, P7_TA(2013)0246.


Pena di morte
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Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sulla pena di morte (2015/2879(RSP))
P8_TA(2015)0348RC-B8-0998/2015

Il Parlamento europeo,

–  viste le sue precedenti risoluzioni sull'abolizione della pena di morte, in particolare quella del 7 ottobre 2010(1),

–  vista la dichiarazione congiunta di Federica Mogherini, vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, e di Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d'Europa, rilasciata il 10 ottobre 2014 in occasione della Giornata europea e mondiale contro la pena di morte,

–  visti i protocolli n. 6 e n. 13 alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo,

–  visto l'articolo 2 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea,

–  visti gli orientamenti dell'Unione europea in materia di pena di morte,

–  visto il regime dell'UE per il controllo delle esportazioni di prodotti che possono essere utilizzati per le esecuzioni capitali, attualmente in fase di aggiornamento,

–  visti il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (ICCPR) e il suo secondo protocollo facoltativo,

–  vista la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti,

–  visto lo studio sull'impatto del problema mondiale della droga sul godimento dei diritti umani (Study on the impact of the world drug problem on the enjoyment of human rights), pubblicato dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani nel settembre 2015,

–  viste le risoluzioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, in particolare quella del 18 dicembre 2014 relativa alla moratoria sull'uso della pena di morte (A/RES/69/186),

–  vista la dichiarazione finale adottata dal 5° Congresso mondiale contro la pena di morte, tenutosi a Madrid dal 12 al 15 giugno 2013,

–  viste la Giornata mondiale e la Giornata europea contro la pena di morte, celebrate il 10 ottobre di ogni anno,

–  visti l'articolo 128, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A.  considerando che l'abolizione della pena di morte in tutto il mondo è uno dei principali obiettivi della politica dell'Unione europea in materia di diritti umani;

B.  considerando che la Giornata mondiale contro la pena di morte, che avrà luogo il 10 ottobre 2015, intende sensibilizzare all'applicazione della pena di morte per reati connessi alla droga;

C.  considerando che, secondo l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, oltre 160 Stati membri dell'ONU aventi una varietà di sistemi giuridici, tradizioni, culture e patrimoni religiosi, hanno abolito la pena di morte o non la praticano;

D.  considerando che dai dati più recenti risulta che almeno 2 466 persone in 55 paesi sono state condannate a morte nel 2014, il che corrisponde a un aumento di quasi il 23% rispetto al 2013; che nel 2014 in tutto il mondo sono state compiute almeno 607 esecuzioni; che questi dati non includono il numero di individui che si ritiene siano stati giustiziati in Cina, un paese che continua a giustiziare più persone di tutto il resto del mondo e a condannarne a morte altre migliaia; che nel 2015 le condanne a morte e le esecuzioni continuano a un ritmo allarmante; che l'aumento delle condanne a morte è strettamente legato alle sentenze pronunciate dai tribunali nei processi di massa per reati connessi al terrorismo in paesi come l'Egitto e la Nigeria; che il Ciad e la Tunisia stanno considerando la possibilità di reintrodurre la pena di morte; che in alcuni Stati degli USA continuano a essere comminate ed eseguite condanne a morte;

E.  considerando che si è a conoscenza di casi di condanne a morte per lapidazione in Pakistan, Nigeria, Afghanistan, Iran, Iraq, Sudan, Somalia e Arabia Saudita e che nel corso degli ultimi anni centinaia di donne sono state lapidate per adulterio; che la lapidazione in quanto metodo per l'esecuzione della pena capitale è ritenuta una forma di tortura;

F.  considerando che otto paesi (Mauritania, Sudan, Iran, Arabia Saudita, Yemen, Pakistan, Afghanistan e Qatar) prevedono nella propria legislazione la pena di morte per l'omosessualità e che alcune province della Nigeria e della Somalia ricorrono ufficialmente alla pena capitale per atti sessuali tra persone dello stesso sesso;

G.  considerando che la pena di morte è spesso inflitta a persone svantaggiate, affette da infermità mentale e appartenenti a minoranze nazionali o culturali;

H.  considerando che 33 Stati applicano la pena di morte per reati connessi alla droga, il che porta a circa 1 000 all'anno il numero delle esecuzioni; che nel 2015 sono state registrate esecuzioni per tali reati in Cina, Iran, Indonesia e Arabia Saudita; che nel 2015 continuano a essere inflitte condanne a morte per reati connessi alla droga in Cina, Indonesia, Iran, Kuwait, Malaysia, Arabia Saudita, Sri Lanka, Emirati arabi uniti e Vietnam; che tali reati possono comportare accuse diverse, relative al traffico o al possesso di stupefacenti;

I.  considerando che negli ultimi 12 mesi il ricorso alla pena di morte per reati connessi alla droga si è riaffermato sulla scena mondiale e che vari Stati procedono a esecuzioni per tali reati a un tasso considerevolmente maggiore, tentano di reintrodurre la pena capitale per i reati connessi alla droga o revocano moratorie di lunga data sulla pena di morte;

J.  considerando che, stando a quanto riportato, nei primi sei mesi del 2015 l'Iran ha giustiziato 394 colpevoli di reati connessi alla droga, a fronte delle 367 esecuzioni avvenute nel corso dell'intero 2014; che la metà di tutte le esecuzioni effettuate quest'anno in Arabia Saudita è avvenuta per reati connessi alla droga, mentre nel 2010 solo il 4% del numero complessivo delle esecuzioni era imputabile a tali reati; che almeno 112 persone colpevoli di reati connessi alla droga si trovano nel braccio della morte in Pakistan in attesa di essere giustiziate;

K.  considerando che alcuni cittadini di Stati membri dell'Unione europea sono stati giustiziati o sono in attesa di esecuzione in paesi terzi per reati connessi alla droga;

L.  considerando che l'articolo 6, paragrafo 2, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici stabilisce che la pena di morte può essere applicata soltanto per i "delitti più gravi"; che il comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani e i relatori speciali delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e sulla tortura hanno dichiarato che la pena di morte non dovrebbe essere applicata per reati connessi alla droga; che la pena di morte obbligatoria e la sua applicazione nel caso di reati connessi alla droga sono contrarie al diritto e alle norme internazionali;

M.  considerando che l'Organo internazionale di controllo degli stupefacenti ha incoraggiato gli Stati che comminano la pena di morte ad abolirla per i reati connessi alla droga;

N.  considerando che la Commissione e gli Stati membri hanno versato almeno 60 milioni di euro a favore dei programmi di lotta agli stupefacenti dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) incentrati sulle operazioni antidroga nei paesi che applicano attivamente la pena di morte per i reati connessi alla droga; che da recenti relazioni elaborate da alcune ONG è emersa la preoccupazione che i programmi antidroga finanziati a livello europeo nei paesi che mantengono la pena capitale possano incoraggiare le condanne a morte e le relative esecuzioni, e che tali relazioni dovrebbero essere oggetto di valutazione;

O.  considerando che, tramite lo strumento dell'UE inteso a contribuire alla stabilità e alla pace (IcSP) e il suo predecessore, lo strumento per la stabilità (IfS), la Commissione si è dotata di due misure su vasta scala per la lotta contro gli stupefacenti a livello regionale, ovvero i programmi relativi alle rotte della cocaina e dell'eroina, il cui campo di applicazione comprende i paesi che applicano la pena di morte per i reati connessi alla droga; che, a norma dell'articolo 10 del regolamento sull'IcSP, la Commissione è tenuta ad attenersi a orientamenti operativi per il rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario in relazione alle misure adottate contro la criminalità organizzata;

1.  ribadisce la propria condanna nei confronti dell'uso della pena di morte e appoggia con forza l'introduzione di una moratoria al riguardo, quale passo verso l'abolizione; sottolinea nuovamente che l'abolizione della pena di morte contribuisce al rafforzamento della dignità umana e che l'abolizione universale costituisce l'obiettivo finale dell'UE;

2.  condanna tutte le esecuzioni, ovunque avvengano; continua a essere profondamente preoccupato per l'applicazione della pena di morte nei confronti di minori e di persone con disabilità mentale o intellettiva e chiede che tale pratica cessi immediatamente e definitivamente, in quanto viola le norme internazionali in materia di diritti umani; esprime profonda preoccupazione per i recenti processi di massa che hanno portato a un elevato numero di condanne a morte;

3.  esprime viva preoccupazione per la pratica della lapidazione, ancora utilizzata in numerosi paesi, e sollecita i governi dei paesi interessati ad adottare immediatamente una legislazione che la vieti;

4.  esorta il Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e gli Stati membri a proseguire la lotta contro il ricorso alla pena di morte e a sostenere fermamente l'introduzione di una moratoria quale passo verso la sua abolizione, a continuare a esercitare pressioni ai fini della sua abolizione a livello mondiale, a sollecitare con forza i paesi che ancora la praticano a rispettare le norme minime internazionali, a ridurre l'ambito di applicazione della pena di morte e il ricorso alla stessa e a pubblicare dati chiari e precisi sul numero di condanne ed esecuzioni; esorta il SEAE a continuare a vigilare sugli sviluppi in tutti i paesi, con particolare riferimento alla Bielorussia, unico paese europeo in cui la pena di morte è tuttora in vigore, nonché a utilizzare tutti gli strumenti di influenza a sua disposizione;

5.  plaude all'abolizione della pena di morte in alcuni Stati degli USA e incoraggia l'Unione europea a portare avanti il dialogo con gli Stati Uniti in vista della totale abolizione, nella prospettiva di combattere insieme la pena capitale in tutto il mondo;

6.  invita la Commissione a dedicare particolare attenzione, per quanto riguarda gli aiuti e il sostegno politico, ai paesi che compiono progressi nell'abolizione della pena di morte o che incoraggiano una moratoria universale della pena capitale; è fautore di iniziative bilaterali e multilaterali tra gli Stati membri, l'Unione europea, le Nazioni Unite, i paesi terzi e altre organizzazioni regionali su tematiche connesse alla pena di morte;

7.  ricorda che la pena di morte è incompatibile con valori quali il rispetto della dignità umana, la libertà, la democrazia, l'uguaglianza, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani su cui si fonda l'Unione e che qualsiasi Stato membro che reintroduca la pena di morte violerebbe pertanto i trattati e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea;

8.  esprime particolare preoccupazione per il crescente ricorso alla pena di morte nel quadro della lotta al terrorismo in una serie di paesi, nonché per una sua possibile reintroduzione in altri;

9.  condanna segnatamente l'uso della pena di morte per reprimere l'opposizione, per motivi di credo religioso, omosessualità o adulterio, o per altri motivi che possono essere ritenuti di scarso rilievo o non essere affatto considerati reati; invita pertanto gli Stati che sanzionano penalmente l'omosessualità a non applicare la pena di morte per tale ragione;

10.  ribadisce la ferma convinzione che le condanne a morte non scoraggiano il traffico di stupefacenti o gli abusi di droga; invita i paesi che mantengono la pena capitale a introdurre alternative a tale pena per i reati connessi agli stupefacenti, concentrandosi in special modo su programmi di prevenzione della tossicodipendenza e di riduzione dei danni;

11.  raccomanda nuovamente alla Commissione e agli Stati membri di adoperarsi affinché l'assistenza finanziaria, l'assistenza tecnica, il potenziamento delle capacità e altre forme di sostegno alla politica antidroga siano vincolate all'abolizione della pena capitale per i reati connessi alla droga;

12.  invita la Commissione e gli Stati membri a ribadire il principio categorico secondo cui gli aiuti e l'assistenza europei, anche a favore dei programmi antidroga dell'UNODC, non possono agevolare le operazioni di contrasto che comportano la condanna a morte e l'esecuzione delle persone arrestate;

13.  esorta la Commissione a rafforzare il controllo delle esportazioni di prodotti che possono essere utilizzati per le esecuzioni capitali;

14.  esprime profonda preoccupazione per la mancanza di trasparenza degli aiuti destinati alla lotta contro gli stupefacenti e dell'assistenza fornita dalla Commissione e dagli Stati membri per le operazioni antidroga nei paesi che applicano attivamente la pena di morte per i reati connessi agli stupefacenti; chiede che la Commissione pubblichi un resoconto annuale dei propri finanziamenti a favore di programmi antidroga nei paesi che mantengono la pena capitale per i reati di droga, indicando quali salvaguardie dei diritti umani sono state applicate per garantire che tali finanziamenti non consentano pronunce di condanna a morte;

15.  esorta la Commissione ad attuare senza ulteriore indugio gli orientamenti operativi di cui all'articolo 10 del regolamento sull'IcSP e ad applicarli rigorosamente ai programmi relativi alle rotte della cocaina e dell'eroina;

16.  sollecita la Commissione a rispettare la raccomandazione contenuta nel piano d'azione dell'UE contro la droga (2013-2016), secondo cui dovrebbe essere sviluppato e attuato "uno strumento di orientamento e di valutazione dell'impatto in materia di diritti umani" per assicurare che i diritti umani siano "effettivamente integrati nell'azione esterna dell'UE in materia di droga";

17.  esorta il SEAE, la Commissione e gli Stati membri a definire orientamenti per una politica europea globale ed efficace sulla pena di morte in relazione alle decine di cittadini europei che rischiano di essere giustiziati in paesi terzi, inclusi meccanismi solidi e rafforzati in termini di identificazione, prestazione di assistenza giuridica e rappresentanza diplomatica;

18.  invita l'Unione europea e gli Stati membri a garantire che la sessione speciale dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sul problema mondiale della droga, che si terrà nell'aprile 2016, affronti e condanni il ricorso alla pena capitale per i reati connessi alla droga;

19.  sostiene tutte le agenzie delle Nazioni Unite, le organizzazioni intergovernative regionali e le ONG nei loro costanti sforzi volti a incoraggiare gli Stati ad abolire la pena di morte; invita la Commissione a continuare a finanziare progetti in tale ambito tramite lo Strumento europeo per la democrazia e i diritti umani;

20.  plaude alle recenti ratifiche del secondo protocollo facoltativo dell'ICCPR mirante all'abolizione della pena di morte, in seguito alle quali il numero di Stati firmatari è salito a 81; invita tutti gli Stati che non sono parti del protocollo a ratificarlo immediatamente;

21.  invita gli Stati membri del Consiglio d'Europa che non hanno ancora ratificato i protocolli n. 6 e n. 13 alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo a procedere in tal senso, al fine di garantire l'effettiva abolizione della pena di morte in tutti i paesi del Consiglio d'Europa;

22.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Segretario generale delle Nazioni Unite, al Presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite e ai governi degli Stati membri dell'ONU.

(1) GU C 371 E del 20.12.2011, pag. 5.


Insegnamenti tratti dal disastro dei fanghi rossi, cinque anni dopo l'incidente in Ungheria
PDF 176kWORD 76k
Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sugli insegnamenti tratti dal disastro dei fanghi rossi a cinque anni dall'incidente in Ungheria (2015/2801(RSP))
P8_TA(2015)0349B8-0989/2015

Il Parlamento europeo,

–  visti i principi della politica dell'Unione in materia ambientale di cui all'articolo 191 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, in particolare il principio dell'azione preventiva e il principio "chi inquina paga",

–  visti la convenzione per la protezione dell'ambiente marino e del litorale del Mediterraneo (convenzione di Barcellona) e i suoi protocolli,

–  vista la direttiva 91/689/CEE del Consiglio, del 12 dicembre 1991, relativa ai rifiuti pericolosi(1),

–  vista la decisione 2000/532/CE della Commissione, del 3 maggio 2000, che sostituisce la decisione 94/3/CE che istituisce un elenco di rifiuti conformemente all'articolo 1, lettera a), della direttiva 75/442/CEE del Consiglio relativa ai rifiuti e la decisione 94/904/CE del Consiglio che istituisce un elenco di rifiuti pericolosi ai sensi dell'articolo 1, paragrafo 4, della direttiva 91/689/CEE del Consiglio relativa ai rifiuti pericolosi(2) (elenco europeo dei rifiuti),

–  vista la decisione 2014/955/UE della Commissione, del 18 dicembre 2014, che modifica la decisione 2000/532/CE relativa all'elenco dei rifiuti ai sensi della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio(3),

–  visto il parere motivato che nel giugno 2015 la Commissione europea ha trasmesso all'Ungheria chiedendo di migliorare gli standard ambientali in un altro sito di decantazione di sterili di fanghi rossi in Ungheria(4),

–  vista la direttiva 2006/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 marzo 2006, relativa alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive e che modifica la direttiva 2004/35/CE(5) (direttiva sui rifiuti delle industrie estrattive),

–  vista la raccomandazione 2001/331/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 aprile 2001, che stabilisce i criteri minimi per le ispezioni ambientali negli Stati membri(6),

–  vista la sua risoluzione del 20 novembre 2008 sul riesame della raccomandazione 2001/331/CE che stabilisce i criteri minimi per le ispezioni ambientali negli Stati membri(7),

–  vista la decisione n. 1386/2013/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 novembre 2013, su un programma generale di azione dell'Unione in materia di ambiente fino al 2020 "Vivere bene entro i limiti del nostro pianeta"(8) (Settimo programma d'azione per l'ambiente),

–  vista la direttiva 2004/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale (direttiva sulla responsabilità ambientale)(9),

–  vista la decisione 2009/335/CE della Commissione, del 20 aprile 2009, relativa alle linee guida tecniche per la costituzione della garanzia finanziaria conformemente alla direttiva 2006/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive(10),

–  visto lo studio della Commissione sulla fattibilità di un meccanismo a livello di Unione per la condivisione dei rischi dei disastri industriali(11),

–  vista la relazione finale dal titolo "Implementation challenges and obstacles of the Environmental Liability Directive" (Sfide e ostacoli all'attuazione della direttiva sulla responsabilità ambientale) elaborata per la DG Ambiente della Commissione nel 2013,

–  viste le interrogazioni al Consiglio e alla Commissione sugli insegnamenti tratti dal disastro dei fanghi rossi a cinque anni dall'incidente in Ungheria (O-000096/2015 – B8-0757/2015 and O-000097/2015 – B8-0758/2015),

–  visti l'articolo 128, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A.  considerando che il 4 ottobre 2010 il cedimento di un serbatoio di liquami in Ungheria ha provocato la fuoriuscita di quasi un milione di metri cubi di fanghi rossi a elevato contenuto alcalino, che hanno inondato diversi villaggi causando la morte di dieci persone, il ferimento di quasi 150 e la contaminazione di vaste distese di terreno, tra cui quattro siti della rete Natura 2000;

B.  considerando che i fanghi rossi presenti nel bacino di raccolta in questione erano un rifiuto pericoloso ai sensi della direttiva 91/689/CEE del Consiglio;

C.  considerando che la decisione 2014/955/UE della Commissione indica esplicitamente che, sino a prova contraria, i fanghi rossi devono essere classificati come rifiuti pericolosi; che tale decisione si applica dal 1º giugno 2015;

D.  considerando che sussiste il rischio che, in passato, i fanghi rossi possano essere stati erroneamente classificati come rifiuti non pericolosi anche in altri Stati membri, e che quindi siano stati rilasciati permessi viziati;

E.  considerando che i fanghi rossi sono rifiuti di estrazione ai sensi della direttiva sui rifiuti delle industrie estrattive, che stabilisce requisiti di sicurezza per la gestione dei rifiuti di estrazione basati, fra l'altro, sulle migliori tecniche disponibili;

F.  considerando che gravi problemi di inquinamento dell'ambiente sono dovuti ad altre attività estrattive (ad esempio, l'uso del cianuro nell'estrazione dell'oro) o a un trattamento improprio dei rifiuti pericolosi in diversi Stati membri;

G.  considerando che la raccomandazione 2001/331/CE mira a rafforzare la conformità con la normativa ambientale dell'UE e a contribuire ad assicurare che essa venga attuata e rispettata con maggiore coerenza;

H.  considerando che, nella sua risoluzione del 20 novembre 2008, il Parlamento europeo ha descritto l'attuazione della normativa ambientale negli Stati membri come incompleta e incoerente, e ha invitato la Commissione a presentare una proposta legislativa sulle ispezioni ambientali prima della fine del 2009;

I.  considerando che il Settimo programma d'azione per l'ambiente prevede che l'UE estenda gli obblighi relativi alle ispezioni e alla sorveglianza all'insieme del diritto in materia ambientale, e sviluppi ulteriormente la capacità di supporto delle ispezioni a livello di Unione;

J.  considerando che la direttiva sulla responsabilità ambientale mira a istituire un quadro per la responsabilità ambientale basato sul principio "chi inquina paga" e dispone che gli Stati membri incoraggino lo sviluppo, da parte di operatori economici e finanziari appropriati, di strumenti e mercati di garanzia finanziaria; che, a norma dell'articolo 18, paragrafo 2, la Commissione era tenuta a presentare anteriormente al 30 aprile 2014 una relazione al Parlamento europeo e al Consiglio che tuttavia non è ancora stata trasmessa;

K.  considerando che la relazione elaborata dalla Commissione nel 2013 riguardante l'attuazione della direttiva sulla responsabilità ambientale ha concluso che il recepimento di tale direttiva nell'ordinamento nazionale degli Stati membri non ha portato alla creazione di condizioni omogenee nell'UE bensì ha dato origine a un mosaico di sistemi di responsabilità volti a prevenire i danni ambientali e a porvi rimedio;

L.  considerando che nel 2010, in risposta al disastro dei fanghi rossi, la Commissione ha annunciato che avrebbe nuovamente valutato la possibilità di introdurre una garanzia finanziaria obbligatoria armonizzata prima ancora della revisione della direttiva sulla responsabilità ambientale, prevista per il 2014;

1.  osserva che il disastro dei fanghi rossi del 2010 è stato il peggior disastro industriale mai avvenuto in Ungheria e commemora le vittime in occasione del quinto anniversario del tragico evento;

2.  riconosce il rapido ed efficace intervento delle autorità nazionali nella fase di risposta alla crisi, come pure i notevoli sforzi profusi dalla società civile durante quel disastro senza precedenti;

3.  ricorda che l'Ungheria ha attivato il meccanismo di protezione civile dell'UE e ha accolto una squadra di esperti europei incaricata di elaborare raccomandazioni concernenti, tra l'altro, la messa a punto di soluzioni ottimali per eliminare e mitigare i danni;

4.  rileva che il disastro dei fanghi rossi può essere legato a una cattiva attuazione della legislazione UE, a carenze nelle ispezioni, a lacune nella normativa pertinente dell'Unione e alle prestazioni del gestore del sito;

5.  esprime preoccupazione per il fatto che negli ultimi cinque anni, a quanto pare, non si è tratto pressoché alcun insegnamento, dato che la normativa pertinente dell'UE e le convenzioni internazionali continuano a non essere applicate correttamente, che persistono carenze nelle ispezioni e quasi nessuna delle lacune della legislazione UE in materia è stata colmata;

6.  identifica la direttiva sui rifiuti delle industrie estrattive e l'elenco europeo dei rifiuti come fonti di particolare preoccupazione;

7.  teme che esistano siti simili in vari Stati membri; invita questi ultimi a garantire lo svolgimento delle opportune ispezioni;

8.  invita tutti gli Stati membri sul cui territorio si trovano bacini di fanghi rossi a verificare se i fanghi rossi sono stati correttamente classificati come pericolosi e a rivedere quanto prima eventuali permessi basati su un'errata classificazione; invita la Commissione a provvedere a che gli Stati membri si attivino in tal senso e riferiscano di conseguenza alla Commissione; sollecita inoltre quest'ultima a pubblicare, entro la fine del 2016, una relazione sui provvedimenti adottati dagli Stati membri;

9.  reputa essenziale dare maggior rilievo alla prevenzione dei disastri, tenendo presente che incidenti ambientali analoghi si sono verificati anche in altri Stati membri;

10.  invita la Commissione e gli Stati membri a intensificare gli sforzi per garantire la piena attuazione e la corretta applicazione di tutta la pertinente normativa UE e di tutte le convenzioni internazionali del caso per quanto riguarda non soltanto la produzione di alluminio e la gestione ecologicamente corretta dei fanghi rossi, ma anche la gestione ecologicamente corretta dei rifiuti pericolosi in generale;

11.  mette in evidenza l'obbligo di applicare in maniera rigorosa le migliori tecniche disponibili in materia di gestione dei rifiuti di estrazione e chiede che entro la fine del 2016 si utilizzino esclusivamente tecnologie di smaltimento a secco, a condizione che non provochino inquinamento dell'aria o dell'acqua;

12.  invita la Commissione a porre maggiormente l'accento su ricerca e sviluppo nel settore della prevenzione e del trattamento dei rifiuti pericolosi;

13.  esorta la Commissione a elaborare linee guida per sottoporre a test di resistenza le miniere dotate di grandi bacini di decantazione degli sterili;

14.  ritiene che, per essere efficace, la prevenzione dell'inquinamento richieda norme rigorose in materia di ispezioni ambientali e provvedimenti adeguati che ne garantiscano l'applicazione;

15.  invita gli Stati membri a potenziare gli enti nazionali di ispezione ambientale per metterli nelle condizioni di svolgere controlli trasparenti, regolari e sistemici dei siti industriali, in particolare garantendone l'indipendenza, dotandoli di adeguate risorse e definendo precise responsabilità e promuovendo una cooperazione rafforzata e azioni coordinate;

16.  invita la Commissione e gli Stati membri a migliorare la sorveglianza basandosi sugli strumenti esistenti, vincolanti e non, ed evitando nel contempo inutili oneri amministrativi;

17.  rinnova il proprio invito alla Commissione a presentare una proposta legislativa sulle ispezioni ambientali che non generi ulteriori oneri finanziari per l'industria;

18.  esorta la Commissione a estendere gli obblighi vincolanti relativi alle ispezioni negli Stati membri affinché coprano una parte più ampia dell'acquis ambientale dell'UE, e a sviluppare la capacità di supporto delle ispezioni ambientali a livello di Unione;

19.  è preoccupato per il fatto che l'esistenza di differenze significative tra i sistemi di responsabilità nell'UE può compromettere l'efficacia delle norme comuni ed esporre taluni Stati membri e regioni a un rischio maggiore di disastri ambientali e alle relative conseguenze sul piano finanziario;

20.  ritiene deplorevole il fatto che la Commissione non abbia ancora trasmesso la propria relazione a norma della direttiva sulla responsabilità ambientale; invita la Commissione a presentarla entro la fine del 2015;

21.  invita la Commissione a garantire, durante la revisione in corso della direttiva sulla responsabilità ambientale, che la proposta di revisione dia piena attuazione al principio "chi inquina paga";

22.  esorta la Commissione a verificare in che modo la sua decisione 2009/335/CE è stata attuata negli Stati membri e se i massimali per gli strumenti di garanzia finanziaria costituiti sono sufficienti; esorta altresì la Commissione a proporre una garanzia finanziaria obbligatoria armonizzata;

23.  invita la Commissione e gli Stati membri ad assicurare la trasparenza degli aspetti finanziari relativi alla riparazione dei danni arrecati dai disastri ambientali, ivi compreso il risarcimento economico delle vittime;

24.  invita la Commissione a elaborare una proposta legislativa concernente l'accesso alla giustizia in materia ambientale, conformemente alle disposizioni del Settimo programma d'azione per l'ambiente; invita la Commissione a presentare tale proposta entro la fine del 2016;

25.  sottolinea l'importanza di coinvolgere le autorità locali, i cittadini e la società civile nel processo decisionale riguardante lo smaltimento dei rifiuti pericolosi e nella pianificazione delle misure di gestione del rischio;

26.  invita le autorità responsabili a informare regolarmente il pubblico circa lo stato di inquinamento e le possibili conseguenze sulla fauna e la flora nonché sulla salute delle popolazioni locali;

27.  invita la Commissione a sviluppare ulteriormente l'idea di un meccanismo a livello di Unione per la condivisione dei rischi dei disastri industriali, nel pieno rispetto del principio "chi inquina paga", nell'ottica di coprire gli eventuali costi eccedenti garanzie finanziarie obbligatorie elevate;

28.  ritiene che un simile meccanismo specializzato a livello di Unione per la condivisione dei rischi dei disastri industriali dovrebbe inoltre coprire i costi di riparazione di vecchi oneri ambientali che costituiscono tuttora un pericolo per la società e per i quali, in ragione del quadro giuridico in vigore, non esiste un responsabile oggettivo che potrebbe farsi carico dei costi di riparazione;

29.  sottolinea l'importanza della cooperazione e della solidarietà a livello di Unione in caso di disastri ambientali e industriali;

30.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.

(1) GU L 377 del 31.12.1991, pag. 20.
(2) GU L 226 del 6.9.2000, pag. 3.
(3) GU L 370 del 30.12.2014, pag. 44.
(4) Commissione europea - Scheda informativa: Pacchetto infrazioni di giugno: decisioni principali; http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-15-5162_it.htm.
(5) GU L 102 dell'11.4.2006, pag. 15.
(6) GU L 118 del 27.4.2001, pag. 41.
(7) GU C 16 E del 22.1.2010, pag. 67.
(8) GU L 354 del 28.12.2013, pag. 171.
(9) GU L 143 del 30.4.2004, pag. 56.
(10) GU L 101 del 21.4.2009, pag. 25.
(11) Study to explore the feasibility of creating a fund to cover environmental liability and losses occurring from industrial accident (Studio di valutazione della fattibilità della creazione di un fondo per coprire la responsabilità ambientale e le perdite derivanti da incidenti industriali). Relazione finale, Commissione europea, DG ENV, 17 aprile 2013; http://ec.europa.eu/environment/archives/liability/eld/eldfund/pdf/Final%20report%20ELD%20Fund%20BIO%20for%20web2.pdf.


Rinnovo del piano d'azione dell'UE sulla parità di genere e l'emancipazione femminile nella cooperazione allo sviluppo
PDF 183kWORD 83k
Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sul rinnovo del piano di azione dell'UE sulla parità di genere e l'emancipazione femminile nella cooperazione allo sviluppo (2015/2754(RSP))
P8_TA(2015)0350B8-0988/2015

Il Parlamento europeo,

–  visti l'articolo 2 e l'articolo 3, paragrafo 3, del trattato sull'Unione europea (TUE), che sanciscono la parità di genere come uno dei principi chiave su cui si fonda l'UE,

–  visto l'articolo 208 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), che sancisce il principio della coerenza delle politiche per lo sviluppo, prevedendo che si tenga conto degli obiettivi della cooperazione allo sviluppo nell'attuazione delle politiche che possono avere incidenze sui paesi in via di sviluppo,

–  visti la Quarta conferenza mondiale sulle donne svoltasi a Pechino nel settembre 1995, la dichiarazione e la piattaforma d'azione di Pechino e i successivi documenti finali adottati in occasione delle sessioni speciali delle Nazioni Unite Pechino +5, Pechino +10, Pechino +15 e Pechino +20 sulle ulteriori azioni e iniziative per attuare la dichiarazione e la piattaforma d'azione di Pechino, adottati rispettivamente il 9 giugno 2000, l'11 marzo 2005, il 2 marzo 2010 e il 9 marzo 2015,

–  vista l'attuazione del Programma d'azione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo (ICPD), tenutasi al Cairo nel 1994, in cui la comunità internazionale ha riconosciuto e ribadito che la salute sessuale e riproduttiva e i diritti riproduttivi sono essenziali per lo sviluppo sostenibile,

–  vista la strategia dell'UE per la parità tra donne e uomini 2010-2015 (COM(2010)0491),

–  visti il piano d'azione dell'UE sulla parità tra donne e uomini e l'emancipazione delle donne nello sviluppo (2010-2015), la relazione di attuazione 2013 (SWD(2013)0509), le conclusioni del Consiglio del 19 maggio 2014 e la relazione di attuazione 2014 (SWD(2015)0011),

–  viste le conclusioni del Consiglio del 26 maggio 2015 sulle questioni di genere nel contesto dello sviluppo e su un nuovo partenariato globale per l'eliminazione della povertà e lo sviluppo sostenibile,

–  vista la sua risoluzione del 25 novembre 2014 sull'UE e sul quadro di sviluppo globale post 2015(1),

–  vista la valutazione del sostegno dell'UE a favore della parità di genere e dell'emancipazione femminile nei paesi partner(2),

–  vista la convenzione delle Nazioni Unite sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), del 18 dicembre 1979,

–  viste le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1325 (2000) e n. 1820 (2008) sulle donne, la pace e la sicurezza,

–  viste le interrogazioni alla Commissione e al Consiglio sul rinnovo del piano di azione dell'UE sulla parità di genere e l'emancipazione femminile nella cooperazione allo sviluppo (O-000109/2015 – B8-0762/2015 and O-000110/2015 – B8-0763/2015),

–  vista la proposta di risoluzione della commissione per lo sviluppo,

–  visti l'articolo 128, paragrafo 5, e l'articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A.  considerando che l'Unione europea (UE) si è impegnata a promuovere la parità di genere e ad assicurare l'integrazione della dimensione di genere in tutte le sue azioni; che la parità di genere e l'emancipazione delle donne sono condizioni essenziali per conseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile post-2015, ma costituiscono anche obiettivi autonomi in materia di diritti umani che dovrebbero essere perseguiti a prescindere dai loro benefici per lo sviluppo e la crescita; che la violenza di genere costituisce una grave violazione dei diritti umani e non dovrebbe mai essere giustificata dalla religione, dalla cultura o dalla tradizione;

B.  considerando che il bilancio dei 20 anni dall'attuazione della dichiarazione e della piattaforma di Pechino indica che i progressi verso il conseguimento della parità di genere e dell'emancipazione femminile sono stati lenti e disomogenei e che nessun paese al mondo ha colmato completamente il divario di genere; che il bilancio ha dimostrato che tale mancanza di progressi è stata aggravata dal persistere di investimenti cronicamente insufficienti nel settore della parità di genere e dell'emancipazione femminile;

C.  considerando che due degli Obiettivi di sviluppo del millennio (OSM) che riguardano esplicitamente i diritti delle donne, ossia la promozione dell'uguaglianza di genere e dell'autonomia delle donne (OSM 3) e il miglioramento della salute materna (OSM 5), continuano a essere ampiamente irrealizzati; che ogni giorno circa 800 donne nel mondo muoiono a causa di complicazioni insorte durante la gravidanza o il parto; che circa 222 milioni di donne nel mondo in via di sviluppo non hanno accesso a metodi sicuri e moderni di pianificazione familiare, mentre la quota di aiuti allo sviluppo destinanti alla pianificazione familiare rispetto agli aiuti totali globali per la salute è in diminuzione;

D.  considerando che la maggioranza delle persone povere nel mondo sono donne o nuclei familiari con capofamiglia di sesso femminile; che la vulnerabilità delle donne emarginate è in aumento; che 62 milioni di bambine in tutto il mondo non frequentano la scuola;

E.  considerando che una donna su tre nel mondo rischia di subire violenza fisica e sessuale nel corso della sua vita; che ogni anno 14 milioni di bambine sono costrette a contrarre matrimonio; che l'UE difende il diritto di ciascun individuo ad avere il pieno controllo e a decidere liberamente su questioni connesse alla sua sessualità e salute sessuale e riproduttiva senza alcuna discriminazione, coercizione o violenza;

F.  considerando che secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE)(3) gli investimenti sono "ampiamente insufficienti per conseguire la parità di genere," sebbene agli aiuti accordati dai suoi membri a tal fine siano stati triplicati, raggiungendo 28 miliardi di USD nel 2012; che i finanziamenti a favore della parità di genere si concentrano soprattutto nei settori sociali e che gli investimenti nei settori economico e produttivo sono insufficienti, mentre l'analisi dell'OCSE indica che gli investimenti nella parità di genere producono i rendimenti più elevati di tutti gli investimenti nello sviluppo;

G.  considerando che 2,5 miliardi di persone, la maggioranza delle quali è costituita da donne e giovani, rimangono escluse dal settore finanziario formale;

Un cambiamento radicale per il secondo piano d'azione sulla parità di genere (GAP 2)

1.  ritiene che le conclusioni della valutazione del primo piano d'azione sulla parità di genere (GAP 1) mostrino chiaramente la necessità di un cambiamento radicale nell'azione dell'UE in materia di parità di genere ed emancipazione femminile e di un rinnovato impegno politico del Servizio europeo per l'azione esterna (SEAE) e della Commissione al fine di migliorare i risultati ottenuti; sottolinea l'importanza di mettere in atto le principali raccomandazioni della valutazione nello strumento che subentrerà all'attuale piano d'azione, iniziando con misure di gestione a pieno titolo;

2.  accoglie con favore l'intenzione della Commissione di avviare una trasformazione radicale con il nuovo piano d'azione sulla parità di genere, e ritiene pertanto che il GAP 2 dovrebbe assumere la forma di una comunicazione della Commissione; si rammarica che il GAP 2 sia stato prodotto come documento di lavoro congiunto dei servizi della Commissione e non come comunicazione; invita la Commissione e il SEAE a iniziare al più presto l'attuazione del nuovo piano in modo da poter raggiungere risultati concreti, come parte del più ampio impegno dell'UE relativo all'eguaglianza di genere e all'emancipazione delle donne nell'ambito degli obiettivi di sviluppo sostenibile, e a coinvolgere il Parlamento nella consultazione durante tutto il processo;

3.  ritiene che il GAP 2 dovrebbe concentrarsi su tutti gli aspetti della politica esterna dell'UE – cooperazione allo sviluppo, aiuti umanitari, commercio, diritti umani e affari esteri, migrazione e asilo – in linea con il principio della coerenza delle politiche per lo sviluppo, ed essere applicato allo stesso modo ai paesi in via di sviluppo e a quelli interessati dalla politica di vicinato e dall'allargamento;

4.  ritiene che la parità di genere e l'emancipazione femminile dovrebbero essere al centro delle attività delle istituzioni dell'UE, con chiare responsabilità di gestione sia presso l'amministrazione centrale che nelle delegazioni dell'Unione europea; sottolinea che i capi delegazione, i capi unità e l'alta direzione devono essere responsabili per la rendicontazione, il monitoraggio e la valutazione delle politiche in materia di parità di genere ed emancipazione femminile e che la dimensione di genere deve essere integrata nella descrizione della natura delle funzioni e nella formazione impartita a tutto il personale;

5.  ritiene che il vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica dei sicurezza (VP/HR) debba garantire che tutti i commissari responsabili per l'azione esterna diano prova della leadership necessaria per assicurare un'efficace attuazione del GAP 2; accoglie con favore le conclusioni del Consiglio del maggio 2015, che sottolineano l'impegno degli Stati membri a mettere in atto un programma di riforme sui diritti delle donne e delle ragazze; pone in evidenza che le azioni della Commissione e del SEAE devono essere complementari a quelle degli Stati membri;

6.  deplora il fatto che la relazione annuale 2014 della DG DEVCO non affronti le questioni di genere e invita a includere la parità di genere e l'emancipazione femminile nelle relazioni annuali di tutte le direzioni generali (DG) della Commissione coinvolte nell'azione esterna nonché in quelle del SEAE in futuro; esorta tutte le delegazioni dell'UE a trasmettere annualmente una relazione sul GAP e a presentare una sintesi dei risultati ottenuti in materia di parità di genere ed emancipazione femminile nelle rispettive relazioni annuali, nelle revisioni intermedie e nelle valutazioni a livello di paese; ritiene che i risultati dovrebbero essere integrati nell'esercizio di un monitoraggio orientato ai risultati (ROM);

7.  rileva che la revisione intermedia dei documenti di programmazione dello strumento di cooperazione allo sviluppo (DCI) previsto per il 2017 costituirà una buona occasione per valutare l'impatto dei programmi finanziati da detto strumento sulle donne e le ragazze, identificare chiaramente la quota di programmi finanziati da tale strumento che va a beneficio di donne e ragazze e apportare, se del caso, le necessarie riassegnazioni;

8.  ricorda il principio unionale della coerenza delle politiche per lo sviluppo e sottolinea l'importanza della coerenza tra le politiche interne ed esterne dell'UE e la necessità di garantire la coerenza politica tra il nuovo GAP e il prossimo piano d'azione sui diritti umani e la democrazia; sottolinea che la dimensione di genere deve sistematicamente essere parte integrante di tutti i dialoghi relativi ai diritti umani tra l'UE e i paesi terzi; invita il SEAE a istituire dialoghi sulle questioni di genere, in aggiunta ai dialoghi sui diritti umani con i paesi terzi;

9.  ribadisce che il pieno coordinamento tra servizi centrali, delegazioni e ambasciate degli Stati membri è essenziale per garantire un'attuazione riuscita del GAP 2, utilizzando profili per paese basati sul genere e altri strumenti; sottolinea, a tale riguardo, che la revisione della programmazione per paese del FES permette di garantire che la piena attuazione del GAP 2 sia sulla buona strada e di effettuare gli adeguamenti del caso;

Raccolta dei dati e obiettivi

10.  chiede un'attuazione più efficace delle strategie e insiste sull'uso di indicatori quantitativi e qualitativi attenti alla dimensione di genere e su una raccolta sistematica e tempestiva di dati disaggregati per genere per quanto riguarda i beneficiari e i partecipanti di tutte le azioni nel quadro del processo di monitoraggio e di valutazione; insiste sul fatto che i dati dovrebbero essere resi disponibili al pubblico al fine di garantire la responsabilità e la trasparenza finanziaria; ritiene che la rendicontazione dovrebbe essere allineata e integrata in sistemi di controllo e di valutazione consolidati, quali il quadro dei risultati della direzione generale della Commissione per lo sviluppo e la cooperazione (DEVCO); sottolinea la necessità di investire nelle statistiche nazionali e invita tutti gli Stati membri a istituire sistemi di controllo che tengano conto della dimensione di genere;

11.  invita le delegazioni dell'Unione europea e le ambasciate degli Stati membri a investire in via prioritaria in un'analisi di genere di elevata qualità che funga da base per l'elaborazione di strategie e per la programmazione a livello di paese; ritiene che l'Unione europea debba rivedere i piani indicativi nazionali sotto il profilo del nuovo GAP;

12.  riconosce che le ragazze e le giovani donne sono particolarmente svantaggiate e a rischio, e che è necessaria un'attenzione specifica per assicurare alle ragazze un accesso all'istruzione, per consentire loro di vivere una vita priva di violenza, per eliminare normative e pratiche discriminatorie e per garantire l'emancipazione delle ragazze e delle giovani donne a livello globale;

13.  sottolinea la necessità di indicatori e obiettivi chiari, misurati e disaggregati per sesso, età, disabilità e altri fattori e di una migliore tracciabilità degli stanziamenti di bilancio; evidenzia che gli obiettivi e la metodologia di monitoraggio dovrebbero essere allineati al quadro di sviluppo globale post 2015 e altri quadri internazionali pertinenti;

14.  sottolinea che l'UE deve indicare e garantire sufficienti risorse finanziarie e umane per rispettare i suoi impegni a favore della parità di genere e dell'emancipazione femminile; sottolinea l'importanza di integrare la dimensione di genere nel settore delle finanze pubbliche, pianificando un bilancio che tenga conto degli aspetti di genere e affronti le disparità;

Aspetti chiave per il nuovo GAP

15.  ritiene che il GAP debba affrontare gli ostacoli alla piena attuazione degli orientamenti dell'UE sulle violenze contro le donne e le ragazze e all'eliminazione di qualsiasi forma di violenza; chiede un approccio globale dell'UE in materia di violenza contro le donne e le ragazze nonché maggiori sforzi e risorse per prevenire ed eliminare tutte le pratiche discriminatorie contro le donne e per combattere e perseguire tutte le forme di violenza, comprese la tratta di esseri umani, le mutilazioni genitali femminili, la sterilizzazione forzata, le gravidanze forzate, il genericidio, la violenza domestica, lo stupro coniugale, i matrimoni di minori, i matrimoni forzati o precoci e la violenza di genere in situazioni di conflitto e di post-conflitto; chiede la messa a punto di azioni specifiche dell'UE volte a rafforzare i diritti di diversi gruppi di donne, con un'attenzione particolare per i giovani, i migranti, le donne affette da HIV, le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali (LGBTI) e le persone con disabilità;

16.  sottolinea l'importanza di rafforzare l'accesso delle ragazze a tutti i livelli di istruzione e di rimuovere le barriere all'apprendimento basate sul sesso;

17.  sottolinea che occorre porre fine al ricorso allo stupro quale arma di guerra e strumento di oppressione e che l'Unione europea deve fare pressione sui governi dei paesi terzi e su tutte le parti interessate nelle regioni in cui si verificano tali violenze di genere, onde porre fine a tale prassi, assicurare alla giustizia i responsabili e cooperare con i sopravvissuti, le donne interessate e le comunità per aiutarli a guarire e ristabilirsi;

18.  sottolinea la vulnerabilità delle donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo e il loro bisogno di protezione specifica; chiede misure ad hoc volte a rafforzare e a garantire pienamente i diritti delle donne richiedenti asilo; chiede una coraggiosa azione a livello europeo per affrontare l'attuale crisi migratoria e dei rifugiati, compreso un approccio globale, attento agli aspetti di genere, in materia di migrazione e asilo, che sia coerente tra gli Stati membri;

19.  riconosce che la salute è un diritto dell'uomo; sottolinea l'importanza di un accesso universale all'assistenza e alla copertura sanitaria, compresi la salute sessuale e riproduttiva e i relativi diritti, come concordato in conformità del programma d'azione della Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo e della piattaforma d'azione di Pechino; chiede, a tal proposito, maggiori sforzi per migliorare l'accesso delle donne alla salute e all'educazione sanitaria, alla pianificazione familiare, all'assistenza prenatale e alla salute sessuale e riproduttiva, in particolare per far fronte al fatto che l'OSM 5 riguardante la salute materna, segnatamente la riduzione della mortalità neonatale e infantile, non sia stato in gran parte realizzato; sottolinea che tale accesso contribuisce al conseguimento di tutti gli obiettivi di sviluppo relativi alla salute; accoglie al riguardo con favore, in particolare, le conclusioni del Consiglio del maggio 2015;

20.  sottolinea la necessità di creare un ambiente favorevole, segnatamente eliminando gli ostacoli giuridici e sociali all'accesso delle donne alle attività produttive, compresi i terreni e le risorse naturali ed economiche, promuovendo l'inclusione finanziaria, le norme in materia di lavoro dignitoso, una previdenza sociale attenta agli aspetti di genere e la parità di retribuzione per lavoro di pari valore;

21.  ritiene che le imprese abbiano un ruolo importante da svolgere nella promozione della parità di genere tramite azioni che contribuiscono all'autonomia economica delle donne e ai loro diritti economici, quali la garanzia di un lavoro dignitoso, la parità di retribuzione, l'accesso bancario e al credito e opportunità di partecipazione alla leadership e al processo decisionale, nonché la loro tutela contro le discriminazioni e gli abusi di genere sul posto di lavoro, anche mediante una responsabilità sociale delle imprese sensibile alla dimensione di genere; chiede in tale contesto un sostegno maggiore alle PMI locali, in particolare alle imprenditrici, per consentire loro di beneficiare della crescita sostenuta dal settore privato; sottolinea il ruolo positivo che la microfinanza, l'imprenditoria sociale e i modelli imprenditoriali alternativi quali le mutue e le cooperative continuano a svolgere nel campo dell'inclusione e dell'emancipazione femminile;

22.  riconosce la necessità di impedire la discriminazione nei confronti delle donne sulla base del matrimonio o della maternità, e di assicurare il loro diritto effettivo al lavoro;

23.  osserva che l'emancipazione delle donne e la sicurezza alimentare si sostengono reciprocamente; sottolinea la necessità di emancipare le donne rurali affrontando la discriminazione nell'accesso ai terreni, all'acqua, all'istruzione, alla formazione, ai mercati e ai servizi finanziari; chiede un sostanziale aumento degli investimenti pubblici nell'agricoltura e nello sviluppo rurale, con una particolare attenzione per i piccoli proprietari terrieri, le cooperative agricole e le reti di agricoltori;

24.  sottolinea la necessità dell'inclusione e della rappresentazione delle donne in settori economici emergenti importanti per lo sviluppo sostenibile, tra cui i settori dell'economia verde e circolare, delle energie rinnovabili e delle TIC;

25.  ribadisce il ruolo chiave dell'istruzione formale e informale per l'emancipazione di donne e ragazze in ambito sociale, economico, culturale e politico; sottolinea la necessità di una strategia dell'Unione per l'istruzione nel contesto dello sviluppo che includa una forte prospettiva di genere, in particolare nel campo dell'educazione alla sostenibilità, della riconciliazione postbellica, dell'istruzione e della formazione professionali lungo l'intero arco della vita, nel settore della scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (STEM) e del ruolo delle arti negli scambi interculturali;

26.  sottolinea l'importanza di una maggiore partecipazione femminile nella definizione e nell'attuazione del quadro post 2015; chiede un maggiore sostegno finanziario per le organizzazioni attive nel campo dei diritti delle donne nonché politiche e misure di sviluppo delle capacità volte a coinvolgere le organizzazioni di base della società civile e ad accrescerne la partecipazione, in particolare quella delle organizzazioni femminili, nelle consultazioni tra le parti interessate, in ogni momento e a livello locale, regionale, nazionale e internazionale;

27.  osserva che il GAP deve affrontare la situazione delle persone LGBTI nei paesi terzi e includere la promozione e la protezione dei diritti LGBTI;

28.  sottolinea l'importanza di rafforzare i diritti giuridici delle donne e il loro accesso alla giustizia mediante riforme legislative attente alle questioni di genere; ritiene che finanziamenti mirati per la parità di genere nell'assistenza legale contribuiscano a rafforzare lo Stato di diritto;

29.  invita l'UE a promuovere una maggiore partecipazione delle donne ai processi di mantenimento e di consolidamento della pace e alle missioni dell'UE di gestione militare e civile delle crisi; ribadisce in questo contesto il suo invito all'Unione europea a promuovere l'applicazione delle risoluzioni n. 1325 (2000) e n. 1820 (2008) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulle donne, la pace e la sicurezza, e chiede l'integrazione delle prospettive di genere e dei diritti delle donne in tutte le iniziative di pace e di sicurezza;

30.  invita l'Unione europea a promuovere i diritti umani fondamentali delle donne e delle ragazze garantiti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo; insiste, in questo contesto, sulla necessità di garantire la protezione del diritto alla vita e alla dignità di tutte le donne e le ragazze, lottando attivamente contro pratiche nefaste quali il genericidio;

31.  sottolinea l'importanza di misure volte a rafforzare la leadership e la partecipazione delle donne e di organizzazioni per i diritti delle donne nel settore pubblico e in quello privato; chiede maggiori sforzi per aumentare la partecipazione delle donne e delle organizzazioni per i diritti delle donne alla vita politica, in particolare attraverso l'integrazione di tali sforzi in tutti i programmi di sostegno alla democrazia, compreso l'approccio globale di sostegno alla democrazia del Parlamento europeo (CDSA);

32.  sottolinea la necessità di coinvolgere gli uomini e i ragazzi e di promuoverne l'impegno attivo e la responsabilità nella lotta alle norme sociali discriminatorie, agli stereotipi di genere e alla violenza nei confronti di donne e ragazze;

o
o   o

33.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al Servizio europeo per l'azione esterna, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri nonché a UN WOMEN.

(1) Testi approvati, P8_TA(2014)0059.
(2) https://ec.europa.eu/europeaid/evaluation-eu-support-gender-equality-and-womens-empowerment-partner-countries-final-report_en.
(3) https://europa.eu/eyd2015/sites/default/files/users/Madara.Silina/from_commitment_to_action_financing_for_gewe_in_sdgs_oecd.pdf.


Pari opportunità e parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego
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Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 ottobre 2015 sull'applicazione della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l'attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (2014/2160(INI))
P8_TA(2015)0351A8-0213/2015

Il Parlamento europeo,

–  visti gli articoli 2 e 3 del trattato sull'Unione europea (TUE) e gli articoli 8, 10, 19 e 157 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE),

–  vista la direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l'attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego(1) (rifusione),

–  vista la raccomandazione della Commissione del 7 marzo 2014 sul potenziamento del principio della parità retributiva tra donne e uomini tramite la trasparenza,

–  vista la comunicazione della Commissione del 6 dicembre 2013 dal titolo "Relazione sull'applicazione della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l'attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (rifusione)" (COM(2013)0861),

–  vista la comunicazione della Commissione, del 21 settembre 2010, dal titolo "Strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015" (COM(2010)0491),

–  vista la comunicazione della Commissione del 5 marzo 2010 dal titolo "Maggiore impegno verso la parità tra donne e uomini – Carta per le donne" (COM(2010)0078),

–  visto il patto europeo per la parità di genere (2011-2020) adottato dal Consiglio il 7 marzo 2011,

–  vista la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea (CGUE) basata sull'articolo 157 del TFUE,

–  vista la relazione relativa all'indice sull'uguaglianza di genere dell'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere,

–  viste le disposizioni della convenzione sul lavoro a tempo parziale dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) del 1994, che impone agli Stati di inserire nei contratti degli appalti pubblici una clausola relativa al lavoro che includa la parità retributiva,

–  vista la Convenzione dell'OIL sull'uguaglianza di remunerazione del 1951,

–  visto l'articolo 11, paragrafo 1, lettera d), della Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne, approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 1979 con la risoluzione 34/180,

–  vista la relazione dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali del dicembre 2014 dal titolo "Essere transessuali nell'Unione europea";

–  vista la sua risoluzione del 12 settembre 2013 sull'applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore(2),

–  vista la sua risoluzione del 24 maggio 2012 recante raccomandazioni alla Commissione concernenti l'applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore(3),

–  vista la valutazione europea sull'attuazione della direttiva 2006/54/CE elaborata dalla Direzione generale dei servizi di ricerca parlamentare,

–  visto l'articolo 52 del suo regolamento,

–  vista la relazione della commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere e il parere della commissione per l'occupazione e gli affari sociali (A8-0213/2015),

A.  considerando che la parità di trattamento fra uomini e donne è uno dei principi fondamentali del diritto dell'Unione europea;

B.  considerando che la discriminazione basata sul sesso, l'origine razziale o etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale è vietata dal diritto dell'UE;

C.  considerando che l'indipendenza economica è una condizione necessaria affinché i cittadini europei, uomini e donne, esercitino il controllo e compiano scelte concrete nella loro vita;

D.  considerando che la direttiva 2006/54/CE fa riferimento espressamente alla giurisprudenza della CGUE, secondo la quale il principio della parità di trattamento tra uomini e donne non può essere ridotto soltanto al divieto delle discriminazioni dovute all'appartenenza all'uno o all'altro sesso, ma si applica anche alle discriminazioni che hanno origine nel cambiamento di genere della persona interessata;

E.  considerando che il principio della parità di trattamento è stato sancito nei trattati sin dall'inizio, ossia dal 1957; che il principio della parità di retribuzione per un lavoro di pari valore è ora riconosciuto dall'articolo 157 del TFUE e incluso nella rifusione della direttiva 2006/54/CE (in appresso "direttiva rifusa");

F.  considerando che la "direttiva rifusa" è stata concepita per garantire una maggiore coerenza della legislazione dell'UE in questo settore, per allinearla alla giurisprudenza della CGUE e per promuovere la semplificazione e l'ammodernamento delle pertinenti leggi sulla parità a livello nazionale, contribuendo così al miglioramento della situazione delle donne sul mercato del lavoro; che nel 2014 la proporzione delle donne nei posti dirigenziali delle imprese operanti nell'UE era ancora inferiore al 18%;

G.  considerando che la "direttiva rifusa" ha introdotto una serie di novità come l'attuazione del principio delle pari opportunità e la definizione del concetto di discriminazione indiretta e la tutela dalla discriminazione derivante da un cambiamento di genere, riferendosi esplicitamente alla conciliazione tra vita professionale, familiare e privata; che la sfida principale per tutti gli Stati membri consiste nella corretta applicazione e attuazione delle norme in materia di parità di retribuzione, come stabilite dalla direttiva 2006/54/CE, e che l'impatto di tali novità negli Stati membri resta limitato; che, nonostante l'importante corpus legislativo in vigore da circa 40 anni, le azioni intraprese e le risorse impiegate, i progressi in questo settore sono estremamente lenti e il divario retributivo di genere esiste ancora e si attesta al 16,4% in tutta l'UE ma con significative differenze tra Stati membri;

H.  considerando che tra gli altri fattori le remunerazioni sono oggi sempre più negoziate su base individuale e ciò contribuisce alla mancanza di informazioni e di trasparenza nella struttura salariale dei lavoratori dipendenti creando un contesto in cui i pregiudizi di genere e le strutture retributive discriminatorie restano nascoste ai lavoratori e/o ai loro rappresentanti ed è pertanto estremamente difficile provarne l'esistenza, ostacolando così l'effettiva attuazione del principio della parità di retribuzione per uno stesso lavoro, il che è anche ostacolato dalla mancanza di certezza giuridica relativamente al concetto di lavoro di pari valore e da ostacoli procedurali;

I.  considerando che una maggiore parità tra uomini e donne arreca beneficio all'economia e alla società in generale e limitando il divario retributivo di genere contribuisce a ridurre i livelli di povertà e ad aumentare i guadagni delle donne nell'arco della vita ed è essenziale per la crescita occupazionale, la competitività e la ripresa economica; che il divario retributivo è ancora più profondo tra le donne con molteplici svantaggi, quali le donne con disabilità, le donne appartenenti a minoranze e le donne non qualificate; che le famiglie monoparentali si trovano molto più spesso tra i lavoratori poveri e che la percentuale di genitori single è più elevata per le donne che per gli uomini; che il divario retributivo di genere, pertanto, si ripercuote gravemente sulle condizioni di vita e sulle opportunità di vita di molte famiglie europee;

J.  considerando che i tassi di occupazione sono solitamente più bassi tra le donne che tra gli uomini; che nel 2013, il tasso di occupazione maschile nell'UE a 28 si è attestato al 69,4% rispetto al 58,8% di quello femminile(4);

K.  considerando che sono stati compiuti progressi limitati relativamente ai tassi di occupazione femminile e che il livello di segregazione occupazionale e settoriale delle donne e degli uomini in diversi tipi di lavoro resta relativamente alto, con alcune categorie professionali prevalentemente occupate da donne e che questi settori e occupazioni tendono a essere meno ben retribuiti o valutati nonostante l'attuale quadro a livello UE e nazionale; che tale situazione ha anche un impatto sul divario retributivo di genere nel corso di una vita; che anche la segregazione verticale, che fa sì che le donne siano predominanti nei lavori a tempo parziale e meno pagati o che si trovino in posizioni inferiori nella gerarchia, contribuisce al divario retributivo di genere; che la segregazione orizzontale e verticale ostacolano lo sviluppo professionale delle donne e risultano in livelli più bassi di visibilità e rappresentanza delle donne nella sfera sociale e pubblica e come tali contribuiscono più ampiamente a maggiori disuguaglianze e che superarle e avere un numero maggiore di donne in posizioni più elevate nelle gerarchie organizzative potrebbe fornire modelli di ruolo positivi per le giovani donne e le ragazze;

L.  considerando che i livelli di occupazione sono più bassi nelle zone rurali e che, inoltre, molte donne non figurano nel mercato del lavoro ufficiale, e quindi non sono registrate come disoccupate né sono incluse nelle statistiche sulla disoccupazione, il che risulta in problemi finanziari e giuridici specifici concernenti il diritto alla maternità e il congedo per malattia, l'acquisizione dei diritti pensionistici e l'accesso alla sicurezza sociale, come pure problemi in caso di divorzio; che le zone rurali sono svantaggiate dalla mancanza di opportunità di lavoro di qualità;

M.  considerando che l'emancipazione delle donne e delle ragazze attraverso l'istruzione, in particolare nei settori della scienza, della tecnologia, dell'ingegneria e della matematica, nonché l'incoraggiamento delle donne a partecipare a programmi di formazione professionale e apprendimento permanente nei vari settori, sono elementi importanti nella promozione della parità di trattamento e delle pari opportunità in materia di occupazione; che le capacità e le competenze delle donne sono spesso sottovalutate, così come le professioni e gli impieghi in cui prevalgono le donne, senza che ciò sia necessariamente giustificato da criteri oggettivi;

N.  considerando che, ai sensi della direttiva 2006/54/CE, gli Stati membri possono mantenere o adottare misure che prevedano vantaggi specifici diretti a facilitare l'esercizio di un'attività professionale da parte del sesso sottorappresentato ovvero a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali allo scopo di assicurare l'effettiva e completa parità tra uomini e donne nella vita lavorativa(5);

O.  considerando che la maternità e la cura dei minori, dei familiari anziani, malati o disabili e di altre persone a carico rappresentano un lavoro supplementare o talvolta a tempo pieno svolto quasi esclusivamente dalle donne; che questo lavoro è retribuito raramente e non è valorizzato dalla società, benché sia di enorme valenza sociale, contribuisca al benessere sociale e possa essere misurato mediante indicatori sociali come il PIL; che ciò si traduce in maggiori divari retributivi tra donne e uomini e impatti negativi sulle carriere professionali delle donne, in ragione dei "costi" degli anni passati al di fuori del mercato del lavoro o degli orari di lavoro ridotti dovuti ai contratti a tempo parziale e che di conseguenza aumenta il divario pensionistico tra uomini e donne; che l'impatto di questi elementi sui redditi percepiti nel corso della vita varia da uno Stato membro all'altro, a seconda del livello di sostegno offerto ai genitori, ivi compresi i servizi di assistenza all'infanzia, mediante misure legislative o contratti collettivi;

P.  considerando che il divario retributivo tra le donne e gli uomini aumenta dopo la pensione, in quanto i divari tra le pensioni sono notevolmente più alti rispetto ai divari retributivi; che, in media, le donne percepiscono il 39% in meno di pensione rispetto agli uomini; che tale situazione è causata da fattori sociali ed economici, per esempio i mercati del lavoro caratterizzati da una forte segregazione occupazionale, che sottovaluta il lavoro delle donne, il maggior numero di donne lavoratrici a tempo parziale, gli inferiori salari orari e i minori anni di lavoro; che ciò aumenta il rischio di povertà per le donne in pensione; che oltre un terzo delle donne anziane nell'UE non percepisce alcuna pensione;

Q.  considerando che alcune categorie di donne sono a rischio di discriminazione multipla in materia di occupazione e impiego, tra cui le donne appartenenti a minoranze etniche, le lesbiche, bisessuali o transgender, le donne single, le donne disabili e le donne anziane;

R.  considerando che la "direttiva rifusa" indica chiaramente che qualunque forma di trattamento meno favorevole in relazione alla gravidanza o al congedo di maternità si configura come discriminazione; che essa prevede chiaramente anche il diritto di ritornare alla medesima attività lavorativa o a una equivalente dopo il congedo di maternità, nonché una tutela dal licenziamento per gli uomini e le donne che esercitano il diritto al congedo parentale e/o congedo per adozione;

S.  considerando che le parti sociali (sindacati e datori di lavoro) e le organizzazioni della società civile svolgono un ruolo estremamente importante nella promozione della parità di trattamento e del concetto di lavoro fondato sulla parità retributiva;

T.  considerando che gli organismi per la parità sono presenti in tutti gli Stati membri ma il loro lavoro e impatto varia notevolmente a seconda del loro livello di indipendenza e delle loro competenze e risorse; che tali organismi dovrebbero essere adeguatamente sostenuti e rafforzati nello svolgimento dei loro compiti inerenti alla promozione, al monitoraggio e al sostegno della parità di trattamento in maniera indipendente ed efficace;

U.  considerando che il Parlamento europeo ha più volte invitato la Commissione a rivedere la legislazione esistente al fine di contrastare il divario retributivo di genere; che l'eliminazione di detto divario servirebbe a incrementare i tassi di occupazione femminile, a migliorare la situazione di molte famiglie europee e a ridurre il rischio di povertà per le donne, in particolare in età pensionabile;

V.  considerando che l'eliminazione del divario di genere servirebbe a raggiungere gli obiettivi della strategia Europa 2020 in termini di occupazione e riduzione della povertà e a garantire la libera circolazione dei lavoratori quale libertà fondamentale dell'Unione europea; che, secondo le conclusioni della Valutazione del valore aggiunto europeo(6), un punto percentuale di diminuzione del divario retributivo di genere aumenterà la crescita economica dello 0,1%;

W.  considerando che i ruoli di genere tradizionali e gli stereotipi ancora influenzano profondamente la divisione dei compiti tra donne e uomini in famiglia, nell'istruzione, nella carriera professionale, nel lavoro e nella società più in generale;

Valutazione globale

1.  prende atto del fatto che, in generale, gli Stati membri hanno allineato le rispettive leggi nazionali al diritto dell'UE(7); sottolinea che il semplice recepimento corretto delle disposizioni della "direttiva rifusa" negli ordinamenti nazionali si è rivelato insufficiente a garantire la loro piena applicazione ed efficace esecuzione e il divario retributivo di genere persiste;

2.  deplora il fatto che, nonostante gli Stati membri siano stati obbligati a recepire soltanto le "modifiche sostanziali" introdotte dalla "direttiva rifusa", solo in due Stati membri il recepimento della direttiva sia di natura sufficientemente chiara e conforme, mentre negli altri 26 Stati membri rimangono questioni aperte; constata, tuttavia, che le modifiche non erano state chiaramente identificate; sottolinea inoltre che gli sforzi profusi dalla Commissione per monitorare l'attuazione hanno avuto un impatto limitato quanto alla garanzia di un approccio coerente e di orientamenti necessari per un'attuazione efficace a livello nazionale;

3.  sottolinea il fatto che gli Stati membri non hanno approfittato dell'opportunità di semplificare e modernizzare la loro normativa sulle pari opportunità e sulla parità di trattamento di donne e uomini in materia di occupazione e impiego; rileva che gli Stati membri non dovrebbero solo recepire la direttiva ma anche garantire il monitoraggio dell'attuazione del principio della parità retributiva e dell'applicazione di tutti i mezzi di ricorso disponibili previsti nei casi di discriminazione retributiva;

4.  deplora il fatto che la Commissione non abbia ancora adottato l'iniziativa legislativa che si era impegnata a presentare lo scorso anno per promuovere e agevolare l'efficace attuazione pratica del principio della parità retributiva; invita pertanto la Commissione a identificare i punti deboli della "direttiva rifusa" e a elaborare con urgenza la proposta legislativa che la sostituirebbe, prevedendo in tale proposta strumenti più efficaci di controllo dell'attuazione e dell'applicazione della direttiva negli Stati membri;

5.  rileva inoltre che per il timore di perdere il lavoro molte donne rinunciano alla possibilità di conciliare la famiglia e il lavoro mediante, per esempio, la riduzione dell'orario di lavoro o sistemi equivalenti, rendendo difficile una vita familiare più equilibrata, il che ha accentuato il declino dei tassi di natalità in alcuni Stati; invita la Commissione a esaminare questa tendenza nonché le misure adottate dalle diverse amministrazioni per contrastare questo fenomeno e a presentare misure per ridurre l'impatto della crisi sulla parità di trattamento sul posto di lavoro e sulla conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare;

Applicazione delle disposizioni sulla parità retributiva

6.  sottolinea che il fatto che il divario occupazionale e retributivo tra uomini e donne si sia leggermente ridotto negli ultimi anni non è attribuibile al miglioramento della situazione delle donne, bensì alla riduzione dei tassi di occupazione e dei livelli di remunerazione degli uomini durante la crisi economica;

7.  sottolinea che, in ottemperanza alla giurisprudenza della CGUE, il principio della parità retributiva deve essere rispettato in ogni componente della remunerazione riconosciuta agli uomini e alle donne;

8.  ribadisce la necessità di definizioni chiare e armonizzate per un raffronto a livello dell'UE di termini come il divario di retribuzione tra donne e uomini, il divario pensionistico tra donne e uomini, la remunerazione, la discriminazione retributiva diretta e indiretta e in particolare il lavoro "equiparato" e il lavoro di pari valore; ritiene che, conformemente alla giurisprudenza della CGUE, il valore del lavoro debba essere valutato e raffrontato in base a criteri oggettivi, quali i requisiti educativi, professionali, di formazione, le competenze, l'impegno e la responsabilità, il lavoro svolto e la natura dei compiti coinvolti; osserva che, viste le diverse tipologie di contratti esistenti, legali e contrattuali, l'attuale calcolo del divario retributivo di genere può portare a una comprensione distorta del problema della parità retributiva; invita la Commissione ad analizzare tali possibili distorsioni e a proporre soluzioni adeguate, ivi compresa l'introduzione di audit salariali obbligatori per le società quotate in Borsa negli Stati membri dell'UE, a eccezione delle piccole e medie imprese (PMI), e la possibilità di sanzioni nei casi di mancata conformità;

9.  invita la Commissione e gli Stati membri a procedere a una mappatura dell'applicazione degli attuali sistemi di valutazione e classificazione professionali, che variano in modo considerevole; invita altresì la Commissione a introdurre orientamenti per sistemi di valutazione e classificazione neutrali sotto il profilo del genere che includano misure specifiche, per esempio la rappresentanza proporzionale di donne e uomini nei comitati di valutazione, lo sviluppo di descrizioni neutrali sotto il profilo del genere delle funzioni professionali e di griglie di ponderazione, nonché la definizione di criteri chiari per valutare il valore del lavoro; invita gli Stati membri a introdurre e utilizzare sistemi di valutazione e classificazione professionali chiari e neutrali sotto il profilo del genere sulla base degli orientamenti elaborati dalla Commissione, in modo da individuare discriminazioni retributive indirette dovute a una sottovalutazione dei posti solitamente ricoperti da donne;

10.  sostiene che i sistemi di valutazione e classificazione professionali devono preferibilmente essere basati sulla contrattazione collettiva;

11.  sottolinea che un sistema di classificazione professionale chiaro e armonizzato e maggiore trasparenza salariale miglioreranno l'accesso alla giustizia; constata che diversi Stati membri hanno già adottato misure specifiche in relazione alla trasparenza salariale; sottolinea l'attuale disparità tra queste misure, e prende atto delle raccomandazioni della Commissione del 2014 relative alla trasparenza salariale pur rammaricandosi della loro natura non vincolante; invita gli Stati membri ad attuare attivamente le raccomandazioni della Commissione con trasparenza e azioni positive continue mediante la legislazione, in quanto ciò si è rivelato efficace, con l'introduzione di misure di trasparenza raccomandate e adattate; invita la Commissione a valutare il reale impatto di tali raccomandazioni, ivi compreso l'obbligo per alcune imprese di riferire regolarmente sulla retribuzione media per categoria di dipendente o posizione, ripartita per genere; invita la Commissione a includere nella sua nuova proposta legislativa le misure citate nelle raccomandazioni della Commissione 2014 in materia di trasparenza retributiva, divario retributivo di genere e competenze degli organismi per la parità; invita gli Stati membri a esercitare pressioni sulle prassi di disparità retributiva e a promuovere la trasparenza salariale come richiesto dai sindacati e dagli organismi per la parità di genere, tra le altre parti interessate;

Applicazione delle disposizioni sulla parità di trattamento

12.  sottolinea l'importanza di combattere la discriminazione indiretta nei regimi pensionistici, non soltanto all'interno dei regimi professionali, ma anche nell'ambito delle prassi dei regimi pensionistici legali; sottolinea che la CGUE ha chiarito che i regimi pensionistici professionali devono essere considerati una forma di retribuzione e che il principio della parità di trattamento si applica pertanto anche a tali regimi, nonostante il fatto che la distinzione tra i regimi pensionistici legali e quelli professionali risulti problematica in taluni Stati membri, e che il concetto di regime pensionistico professionale sia sconosciuto in altri, e che ciò può risultare indirettamente discriminatorio nel mercato del lavoro; riconosce che l'accesso delle donne a regimi pensionistici professionali è più limitato, a causa della riduzione dell'orario di lavoro, della riduzione dell'anzianità di servizio e della segregazione di genere orizzontale e verticale nel mercato del lavoro, e che il divario retributivo di genere e i regimi su base contributiva tengono raramente conto delle interruzioni correlate con l'assistenza e del lavoro a tempo parziale non volontario; invita la Commissione a esaminare l'impatto del passaggio dalle pensioni statali obbligatorie a regimi aziendali e professionali e regimi privati in materia di divario pensionistico tra donne e uomini; invita la Commissione a monitorare attentamente e a riferire in merito all'attuazione di questo principio, dato che il recepimento ha dimostrato di essere poco chiaro in alcuni Stati membri;

13.  invita gli Stati membri a tutelare i loro diritti relativi alla maternità e ad adottare misure volte a impedire l'ingiusto licenziamento delle lavoratrici durante la gravidanza e relative al ritorno al lavoro dopo il congedo di maternità; invita il Consiglio ad adottare infine una posizione comune relativamente alla revisione della direttiva concernente l'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere e in periodo di allattamento (la direttiva sul congedo di maternità); invita il Consiglio ad adottare quanto prima una posizione comune sulla proposta di direttiva riguardante il miglioramento dell'equilibrio di genere fra gli amministratori senza incarichi esecutivi delle società quotate in Borsa e relative misure;

14.  constata che, nell'attuazione delle disposizioni sulla protezione contro la discriminazione in relazione al congedo di maternità e di paternità e/o al congedo di adozione, esistono differenze significative tra uno Stato membro e un altro; sottolinea la necessità di risolvere in maniera coerente, a livello nazionale, le sfide specifiche esistenti che includono le differenze di natura settoriale (pubblico-privato) e organizzativa (sia tra le imprese sia tra le grandi e le piccole e medie imprese), la situazione dei contratti atipici e a tempo parziale e le pratiche di risoluzione dei contratti a tempo determinato nel periodo di protezione che inducono al licenziamento volontario;

15.  invita gli Stati membri e la Commissione ad adoperarsi per combattere ogni forma di discriminazione multipla e assicurare l'applicazione del principio di non discriminazione e di parità sul mercato del lavoro e nell'accesso all'occupazione, ivi comprese le discriminazioni contro le minoranze etniche e le persone con disabilità, nonché quelle basate sul genere, sull'età, sulla religione o il credo, sull'orientamento sessuale e l'identità di genere, e, in particolare, ad adottare misure di protezione sociale per garantire che, laddove svolgano un lavoro identico o di pari valore, le retribuzioni e i diritti previdenziali garantiti alle donne, anche in termini di pensioni, siano uguali a quelli degli uomini;

16.  invita la Commissione e gli Stati membri a intraprendere azioni di sorveglianza e controllo, creando efficaci sistemi di monitoraggio per migliorare la raccolta di dati sui casi di molestie e discriminazione fondate sul sesso, anche per quanto riguarda la discriminazione in relazione alla gravidanza e alla maternità e ad altre forme di congedo; ritiene che in questi casi si debba prevedere anche un sistema di sanzioni, ma esplicare sforzi soprattutto in termini di prevenzione, rendere i servizi accessibili per le donne che affrontano la gravidanza o la maternità, servizi che possano aiutarle a conciliare il loro stato con la propria attività lavorativa senza essere messe in condizione, come ancora troppo spesso accade, di dover scegliere tra lavoro e famiglia; invita la Commissione a includere una valutazione dell'attuazione dell'articolo 26 (in materia di molestie sessuali) nella sua relazione di valutazione sull'attuazione della direttiva 2006/54/CE;

17.  invita la Commissione a proporre chiare misure intese a combattere con maggiore efficacia le molestie sessuali sul luogo di lavoro; si rammarica per il fatto che, nonostante il diritto dell'UE che tutela gli individui dalla discriminazione sul lavoro, il 30% dei transessuali in cerca di occupazione sia stato vittima di discriminazione nella ricerca di un lavoro e che le donne transessuali abbiano avuto le maggiori probabilità di sentirsi discriminate nell'anno precedente al sondaggio sulle persone LGBT dell'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali; evidenzia che si tratta di una violazione della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea; invita la Commissione a monitorare attentamente l'efficacia degli enti nazionali preposti alla gestione delle denunce e delle relative procedure nell'ambito dell'attuazione delle direttive in materia di parità di genere con riferimento all'identità, all'espressione e al cambiamento di genere; invita la Commissione a fornire agli Stati membri consulenze sulle modalità per affrontare la discriminazione sul lavoro basata sulle "caratteristiche sessuali"; chiede inoltre alla Commissione di sostenere e incoraggiare gli Stati membri nell'inserimento delle persone transessuali e intersessuali nei corsi di formazione in materia di diversità e a collaborare con i datori di lavoro riguardo alle misure sul luogo di lavoro, quali, ad esempio, la promozione di procedure di assunzione anonime; invita gli Stati membri a utilizzare le risorse del Fondo sociale europeo (FSE) per affrontare attivamente la discriminazione nei confronti delle persone transessuali, conformemente alla giurisprudenza della CGUE;

18.  deplora che molti Stati membri, in sede di recepimento della direttiva, non abbiano introdotto una tutela esplicita contro la discriminazione determinata dal cambiamento di sesso, e invita la Commissione a ritenere gli Stati membri responsabili; ribadisce che è importante che gli Stati membri includano chiaramente nella loro normativa nazionale il divieto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere ; ritiene che la tutela giuridica che la direttiva offre attualmente a coloro che intendono sottoporsi, si stanno sottoponendo o si sono sottoposti a un cambiamento di sesso vada estesa a tutte le persone transgender; chiede, in tale contesto, di includere esplicitamente il divieto di discriminazione basata sull'identità di genere in qualsiasi futura rifusione;

19.  constata che l'accesso alla giustizia in questo settore è limitato per diverse ragioni, come la durata o i costi dei procedimenti, le sfide che gli organismi per la parità in alcuni Stati membri si trovano ad affrontare, la mancanza di trasparenza salariale, l'assenza del patrocinio legale gratuito e il timore delle vittime di incorrere nella stigmatizzazione o di subire rappresaglie nel caso in cui parlino chiaramente di discriminazione sul posto di lavoro; sottolinea che il fatto che anche l'applicazione del principio dell'onere della prova è fonte di problemi in diversi Stati membri, rendendo così difficile la difesa delle lavoratrici dato che spesso non hanno accesso o solo un accesso limitato alle informazioni pertinenti e, inoltre, temono di perdere il loro lavoro; invita gli Stati membri e le autorità regionali e locali ad assumere un ruolo attivo nella fornitura di assistenza alle vittime della discriminazione sia direttamente sia mediante il sostegno a organismi per la parità, sindacati, organizzazioni che rappresentano la comunità e le ONG che operano in questo settore; sottolinea che una soluzione pertinente per migliorare l'accesso alla giustizia in questo ambito sarebbe quella di dare agli organismi indipendenti per la parità il potere di prestare assistenza alle vittime di discriminazione, compreso il patrocinio legale gratuito, nonché il diritto di rappresentare le persone in caso di discriminazione retributiva; suggerisce al riguardo di introdurre sistemi di segnalazione confidenziale negli Stati membri per consentire alle donne di denunciare eventuali casi di disparità di trattamento sul posto di lavoro;

20.  invita la Commissione a valutare, scambiare e confrontare le migliori pratiche esistenti e a divulgare i risultati di tale valutazione quanto alle misure efficaci che gli Stati membri potrebbero intraprendere per incoraggiare i datori di lavoro, i sindacati e le organizzazioni per la formazione professionale a prevenire ogni forma di discriminazione basata sul genere, segnatamente per quanto riguarda le molestie e le molestie sessuali sul luogo di lavoro migliorando l'accesso all'occupazione e l'offerta di formazione professionale e promuovendo le migliori pratiche;

21.  invita la Commissione e gli Stati membri ad adottare misure per agevolare e migliorare l'accesso delle donne alle reti di apprendimento permanente, formazione professionale e tutorato in tutta Europa, in particolare nei settori a prevalenza maschile, e a diffondere le migliori pratiche;

Promozione della parità di trattamento e del dialogo sociale

22.  ribadisce che gli organismi per la parità dovrebbero avere le competenze e le risorse e il personale adeguati per monitorare e riferire in maniera efficace in merito alla legislazione che promuove la parità tra donne e uomini; sottolinea che è necessario che l'indipendenza degli organismi per la parità sia garantita in tutti gli Stati membri e che la forma istituzionale precisa di questi organismi è di competenza degli Stati membri;

23.  invita la Commissione e gli Stati membri a incoraggiare le parti sociali (sindacati e datori di lavoro), la società civile e gli organismi per la parità di genere a promuovere il monitoraggio delle prassi di uguaglianza sul posto di lavoro, comprese formule flessibili di lavoro allo scopo di facilitare la conciliazione tra lavoro e vita privata e un ulteriore controllo dei contratti collettivi, dei livelli di retribuzione applicabili e dei regimi di classificazione professionale in modo da evitare qualsiasi discriminazione diretta o indiretta contro le donne; sottolinea inoltre l'importanza di altri strumenti quali il codice di condotta, la ricerca e gli scambi di esperienze e buone prassi in materia di uguaglianza di genere al fine di assicurare una migliore protezione contro la discriminazione;

24.  è del parere che la protezione dei dati non debba essere addotta a pretesto per non pubblicare le relazioni annuali in materia di retribuzioni sul luogo di lavoro;

25.  invita gli Stati membri a rafforzare gli obblighi per le grandi e medie imprese di garantire la promozione sistematica della parità di trattamento e di fornire le informazioni adeguate su base regolare ai loro dipendenti, anche sul tema della parità retributiva; ribadisce che l'introduzione di sanzioni finanziarie per i datori di lavoro che non rispettano la parità retributiva rappresenterà probabilmente uno strumento pertinente per colmare il divario retributivo di genere;

26.  invita la Commissione e gli Stati membri a rafforzare i meccanismi istituzionali per l'attuazione della parità tra donne e uomini, per esempio garantendo che, in relazione al principio della parità delle retribuzioni, le agenzie con incarichi di ispezione e di applicazione dispongano delle necessarie risorse tecniche, umane e finanziarie, e a incoraggiare le parti sociali a misurare la dimensione della parità nei contratti collettivi;

27.  richiama l'attenzione sulla necessità di rafforzare le disposizioni sulle ispezioni pubbliche sul lavoro e di adottare metodi di misurazione del valore del lavoro e, per esempio, di individuazione dell'esistenza di forme di lavoro a bassa retribuzione in cui la forza lavoro sia prevalentemente femminile e che pertanto implicano un tipo di discriminazione retributiva indiretta;

28.  invita la Commissione e gli Stati membri a intensificare misure significative di sensibilizzazione riguardo ai diritti delle vittime della discriminazione fondata sul sesso; sottolinea la necessità di una cooperazione da parte di tutte le parti interessate, compresi gli organismi per la parità, le parti sociali (sindacati e datori di lavoro) e le ONG, al fine di affrontare gli stereotipi sul lavoro delle donne e degli uomini e il loro impatto sul valore del lavoro e la bassa retribuzione, incluso l'accesso ai posti di lavoro, e per garantire che le imprese selezionino i candidati più qualificati in base a un'analisi comparativa delle loro qualifiche applicando criteri prestabiliti, chiari, formulati in modo neutrale, non discriminatori e non ambigui;

29.  rileva che una delle novità introdotte dalla "direttiva rifusa" è il riferimento alla conciliazione tra vita professionale, vita privata e vita familiare; invita la Commissione, previa consultazione con gli Stati membri e le parti sociali (sindacati e datori di lavoro), a sviluppare misure specifiche per garantire diritti più solidi per le donne e gli uomini in questo settore; sottolinea che l'espansione delle strutture pubbliche per la custodia dei bambini conformemente agli Obiettivi di Barcellona è particolarmente necessaria a tale riguardo;

30.  invita la Commissione e gli Stati membri a compiere un'opera di informazione e sensibilizzazione sulla parità retributiva e il divario pensionistico e la discriminazione diretta e indiretta delle donne nel lavoro a livello europeo, nazionale, regionale e locale; invita la Commissione a istituire un Anno europeo di lotta al divario retributivo di genere;

31.  osserva con attenzione che molte donne scelgono il lavoro autonomo dal momento che rappresenta l'unica forma di lavoro che consente loro di conciliare la vita familiare e quella professionale; constata tuttavia che non esiste ancora in molti Stati membri un livello di protezione e prestazioni sociali per i lavoratori autonomi paragonabile a quello dei lavoratori dipendenti;

Raccomandazioni

32.  ribadisce il proprio invito agli Stati membri ad attuare e applicare la "direttiva rifusa" 2006/54/CE in modo coerente e a incoraggiare le parti sociali (sindacati e datori di lavoro) e ONG a svolgere un ruolo più attivo nella promozione della parità di trattamento, anche mediante piani d'azione tesi a contrastare le disuguaglianze retributive di genere, con azioni concrete e un monitoraggio dei risultati a livello della società, del settore, nazionale e dell'UE;

33.  invita la Commissione, a seguito della sua relazione sull'applicazione della "direttiva rifusa" e della presente risoluzione, a rivedere la direttiva rifusa 2006/54/CE, come già chiesto dal Parlamento europeo in particolare nella sua risoluzione del 24 maggio 2012, che contiene raccomandazioni specifiche e chiare;

34.  sottolinea che i sistemi di classificazione e valutazione professionali neutrali sotto il profilo del genere, nonché la trasparenza salariale, sono misure indispensabili per promuovere la parità di trattamento; invita, in tal senso, la Commissione a includere tali misure nella sua proposta relativa a una nuova direttiva, che sostituirebbe la "direttiva rifusa"; sottolinea che solo un approccio armonizzato è compatibile con la libera circolazione dei lavoratori quale libertà fondamentale dell'Unione europea;

35.  sottolinea la necessità di individuare un metodo di valutazione del lavoro privo di pregiudizi di genere, che consenta di confrontare i posti di lavoro in base alla loro importanza e complessità in modo da determinare la posizione di un lavoro in relazione a un altro in un determinato settore o in una determinata organizzazione, indipendentemente dal fatto che i lavori in questione siano svolti da donne o da uomini;

36.  invita a garantire una rappresentanza equilibrata, dal punto di vista del genere, negli organi amministrativi delle aziende;

37.  invita la Commissione a introdurre, nella nuova direttiva, audit salariali obbligatori per le società quotate in Borsa negli Stati membri dell'UE, a eccezione delle piccole e medie imprese (PMI), per evidenziare il divario retributivo di genere e a introdurre sanzioni a livello dell'UE che escluderebbero le imprese che non ottemperano alle loro responsabilità in merito alla parità di genere dagli appalti pubblici di beni e servizi finanziati con risorse di bilancio dell'UE; invita gli Stati membri a fare altrettanto con le imprese finanziate con sovvenzioni pubbliche;

38.  invita gli Stati membri ad agire in maniera esemplare in materia di lotta contro la disparità salariale di cui sono vittime le donne in seno alle amministrazioni, alle istituzioni e alle imprese pubbliche in genere;

39.  invita la Commissione a introdurre controlli e standard comuni per garantire l'indipendenza e l'efficacia degli organismi nazionali per la parità;

40.  invita gli Stati membri a intraprendere le misure necessarie per garantire che le vittime della disparità di trattamento e della discriminazione, in particolare le vittime della discriminazione multipla, abbiano diritto a un risarcimento proporzionato secondo le disposizioni giuridiche in vigore;

41.  invita gli Stati membri ad adottare le misure necessarie per invertire l'onere della prova, garantendo che spetti sempre al datore di lavoro provare che tali differenze di trattamento verificate non abbiamo generato alcuna discriminazione;

42.  insiste sulla necessità di incrementare gli sforzi a livello nazionale e dell'UE per combattere il persistere degli stereotipi, mediante campagne di sensibilizzazione destinate a tutte le classi sociali, maggiore coinvolgimento dei mezzi di comunicazione, strategie per motivare le donne a scegliere carriere e professioni nelle quali sono meno rappresentate e l'integrazione delle questioni di genere nell'istruzione e nella formazione professionale;

43.  sottolinea che solo l'efficace attuazione del principio della parità di trattamento si tradurrebbe in un miglioramento reale della situazione delle donne nel mercato del lavoro, e che ciò rende necessaria una reale volontà politica e una cooperazione strategica tra i diversi attori a livello europeo, nazionale, settoriale e organizzativo; invita, in tal senso, la Commissione a elaborare una strategia attiva con punti di riferimento, mete e obiettivi nel tempo per la riduzione degli indici di disuguaglianza nel settore dell'occupazione e della disoccupazione così come è avvenuto con successo in altri ambiti come per esempio nella riduzione degli incidenti stradali nell'UE;

44.  invita gli Stati membri ad applicare attivamente il bilancio di genere (gender budgeting) contribuendo così al miglioramento della situazione delle donne sul mercato del lavoro; invita la Commissione a favorire lo scambio di migliori pratiche per quanto concerne il bilancio di genere;

45.  sottolinea l'importanza di adottare misure positive che incentivino la partecipazione delle donne ai processi decisionali politici ed economici; osserva che l'utilizzo di quote vincolanti si è dimostrato uno dei metodi migliori per raggiungere detto obiettivo;

46.  osserva che sono inoltre necessarie misure positive per incentivare la partecipazione del sesso meno rappresentato in determinate professioni dove esiste una chiara segregazione orizzontale di genere;

47.  invita la Commissione a esaminare i fattori alla base dei divari tra le pensioni e a valutare la necessità di approntare misure specifiche per ridurre tali divari a livello nazionale e dell'UE, anche per mezzo di misure legislative e/o non legislative;

48.  invita gli Stati membri e la Commissione ad adottare misure adeguate volte a ridurre il divario pensionistico tra i generi quale conseguenza diretta del divario retributivo di genere, nonché a valutare l'impatto dei nuovi sistemi pensionistici sulle varie categorie di donne, con particolare attenzione ai contratti a tempo parziale e atipici;

49.  invita la Commissione e gli Stati Membri a contrastare il divario retributivo tra i sessi in tutte le politiche dell'Unione e i programmi nazionali pertinenti, in particolare quelli finalizzati alla lotta contro la povertà;

50.  invita la Commissione a condurre uno studio che metterebbe a confronto le rispettive situazioni delle madri lavoratrici, delle madri che scelgono di stare a casa e delle donne senza figli per fare più luce sulla posizione di ciascuno di questi gruppi di donne sul mercato del lavoro, esaminando i livelli di occupazione, i divari retributivi e pensionistici e lo sviluppo di carriere;

51.  sottolinea l'importanza di disporre di indicatori quantitativi e qualitativi affidabili e confrontabili nonché di statistiche basate sul genere per garantire l'attuazione e il seguito della direttiva e ricorda a tale riguardo il ruolo dell'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere; invita gli Stati membri a fornire a Eurostat statistiche annuali di alta qualità sul divario retributivo di genere in modo che sia possibile valutare gli sviluppi in tutta l'UE;

52.  invita la Commissione a condurre uno studio su come le procedure correlate al riconoscimento ufficiale di un cambiamento di genere di una persona, o l'assenza di tali procedure, influenzano la posizione dei transgender nel mercato del lavoro, in particolare il loro accesso all'occupazione, al livello di remunerazione, allo sviluppo di carriere e alle pensioni;

53.  rileva altresì che le raccomandazioni specifiche per paese, nel quadro del semestre europeo, dovrebbero includere obiettivi di riduzione del divario retributivo e pensionistico di genere, della discriminazione e del rischio di povertà senile femminile, e di efficace attuazione dei principi della parità di trattamento;

54.  invita la Commissione a esaminare con attenzione la situazione dell'occupazione delle donne nel terzo settore, nell'economia sociale e nell'economia collaborativa e a presentare quanto prima una strategia per promuovere e proteggere l'occupazione e la posizione delle donne in questi settori;

55.  invita gli Stati membri a intensificare gli sforzi per combattere il lavoro sommerso e precario; evidenzia l'elevato livello di lavoro sommerso femminile, che incide negativamente sul reddito delle donne, sulla copertura e sulla tutela previdenziale e si ripercuote negativamente sui livelli del PIL dell'UE; sottolinea la necessità di affrontare in particolare il lavoro domestico, svolto soprattutto da donne, considerandolo una sfida particolare, in quanto rientra principalmente nel settore informale, è singolarizzato e per sua natura invisibile, e richiede pertanto l'elaborazione di misure mirate per affrontare la questione in modo efficace; deplora inoltre l'abuso dei contratti di lavoro atipici, fra cui i contratti a zero ore, utilizzati per eludere gli obblighi in materia di occupazione e protezione sociale; si rammarica dell'aumento del numero di donne intrappolate nella spirale della povertà lavorativa;

56.  sottolinea che la Commissione dovrebbe proporre misure intese a: (a) diminuire il divario retributivo tra uomini e donne, (b) aumentare l'indipendenza economica delle donne, (c) migliorare l'accessibilità e l'avanzamento di carriera delle donne nel mercato del lavoro, (d) aumentare sostanzialmente l'uguaglianza nel processo decisionale, ed e) rimuovere le strutture e le pratiche discriminatorie legate al genere;

o
o   o

57.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione.

(1) GU L 204 del 26.7.2006, pag. 23.
(2) Testi approvati, P7_TA(2013)0375.
(3) GU C 264 E del 13.9.2013, pag. 75.
(4) http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Employment_statistics
(5) Articolo 3 della direttiva 2006/54/CE e articolo 157, paragrafo 4, del TFUE.
(6) Valutazione del valore aggiunto europeo "Applicazione del principio della parità retributiva tra uomini e donne per uno stesso lavoro di pari valore", pubblicata dal Parlamento nel 2013.
(7) Secondo la relazione della Commissione sull'applicazione della direttiva rifusa (COM(2013)0861).

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