Social media e democrazia: per le piattaforme online c’è bisogno di leggi, non di linee guida  

 
 

Condividi questa pagina: 

Gli europarlamentari hanno chiesto che l’UE aumenti i propri sforzi per regolamentare i social media tutelando allo stesso tempo la libertà di parola ed evitando censure.

Sulla scia dei recenti fatti accaduti negli USA e il problema sollevato su come regolamentare i social media, gli europarlamentari hanno discusso del loro rapporto con la libertà di parola, i diritti fondamentali, lo stato della libertà di stampa nell’UE e le campagne di disinformazione online.

Il dibattito del 10 febbraio arriva nel momento in cui l’UE sta lavorando alla legge sui servizi digitali e alla legge sui mercati digitali, che includeranno regole per le piattaforme online e soluzioni per affrontare i contenuti online nocivi o illegali, come per esempio la disinformazione.

Il Parlamento europeo ha elogiato questi sforzi fatti nel regolamentare il mondo digitale attraverso delle legislazioni e non delle linee guida per le piattaforme online. Ha però anche sottolineato che bisogna salvaguardare la libertà di espressione e i diritti fondamentali evitando censure.

Gli europarlamentari durante il dibattito sulla regolamentazione delle piattaforme di social media  

L’europarlamentare italiana Annalisa Tardino (gruppo Identità e democrazia) ha sottolineato il bisogno di regole chiare per i colossi del digitale, le cui “politiche hanno un impatto sul mondo reale” e che sembrano essere gli unici a decidere quali messaggi siano accettabili o meno. Le decisioni su cosa verrà pubblicato sul fronte digitale non dovrebbero essere basate su delle linee guida create dalle piattaforme stesse bensì da una legge che definisca procedure chiare e norme. Ha insistito che “[questo compito] spetta ai legislatori [...]. L’UE deve proteggere il dibattito libero e democratico sui social media”.

Secondo Marina Kaljurand (gruppo dell’Alleanza progressista di socialisti e democratici, Estonia) le attuali misure contro disinformazione e hate speech (‘incitamento all’odio’) sono “insufficienti per contrastare l’attacco alla nostra democrazia”. Ha sottolineato infatti che “dopo l’assalto al Campidoglio [statunitense] è chiaro per tutti noi [qual è] il prezzo finale del permesso della diffusione online incontrollata di disinformazione e odio”. Ha aggiunto, dopo aver accolto con favore la legislazione proposta, che “l’UE ha avuto un ruolo guida e ha dato l’esempio con il GDPR. Ora dobbiamo andare ancora più oltre. [...] Questa è la nostra opportunità di avere un ruolo di leadership e spero che possiamo averlo insieme ai nostri alleati negli USA e non solo”.

La deputata tedesca Alexandra Geese, del gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea, ha sollevato il problema creato dalle grandi imprese in possesso di dati personali. Ha detto che la richiesta di risolverlo tramite una censura arbitraria degli stessi contenuti nocivi “non è un’opzione per la democrazia”. Ha aggiunto: “Però la buona notizia è che il rimedio è semplice: vietiamo il modello aziendale di sorveglianza cominciando con il divieto delle pubblicità mirate”.

La vicepresidente della Commissione Věra Jourová ha fatto notare come la legge sui servizi digitali proposta vuole aumentare la responsabilità attribuibile alle piattaforme online e chiarire le norme sulla rimozione dei contenuti illegali, tra cui hate speech e incitamento alla violenza. “Abbiamo bisogno di portare ordine all’espressione digitale della democrazia e porre fine al Far West digitale”. Si è impegnata a proporre norme per le pubblicità politiche online.

L’europarlamentare polacca Magdalena Adamowicz, del gruppo del Partito popolare europeo, si è focalizzata sulla situazione in Polonia, dove diversi organi d’informazione stanno protestando contro i piani del governo di introdurre una tassa sulla pubblicità. “Chiedo all’intera comunità europea di intervenire per mostrare [la propria] solidarietà con l’informazione libera polacca perché se questo può accadere in Polonia, allora può accadere anche a voi”.

Dragoş Tudorache (gruppo Renew, Romania) ha detto che non esiste un mondo online e uno offline, bensì “un’unica realtà in cui dobbiamo proteggere i diritti dei nostri cittadini e le nostre democrazie in egual misura, sia online che offline”. Ha richiesto una cooperazione più stretta tra gli stati democratici e le aziende delle piattaforme social media, sottolineando inoltre il bisogno di collaborare con altri stati per definire delle norme basate su valori condivisi e per combattere le strategie usate da Cina e Russia. “Dobbiamo usare il nostro intero arsenale diplomatico per proteggere i diritti dei nostri cittadini e il nostro stile di vita online”.

Ci sono stati anche altri interventi più preoccupati per la minaccia alla libertà di espressione. L’europarlamentare belga Geert Bourgeois, del gruppo dei Conservatori e riformisti europei, ha avvertito che il sistema di avvertimento e azione condurrà alla censura. “Le piattaforme dovranno analizzare ogni segnalazione attraverso il proprio algoritmo e la conseguenza sarà una censura troppo politicamente corretta”, ha spiegato. Ha poi concluso dicendo: “Ci sono paesi dove la censura è vietata dalla costituzione, facciamo che sia lo stesso per l’UE”.

Anne-Sophie Pelletier (gruppo della Sinistra, Francia) ha insistito per il bisogno di proteggere la libertà di pensiero ed espressione. “Su internet la libertà di un gruppo di persone non dovrebbe arrestarsi dove decidono i proprietari delle grandi piattaforme”, ha detto. “Non possiamo avere contenuti censurati senza la decisione di un giudice... La censura non è mai la risposta”.

Parlando a nome della presidenza del Consiglio portoghese, Ana Paula Zacarias ha detto: “Ci aspettiamo che le piattaforme online facciano la loro parte in questa lotta comune, ma tocca alle istituzioni democratiche, alle nostre leggi, alle nostre corti stabilire le regole del gioco, per definire cos’è illegale e cosa non lo è, cosa deve essere rimosso e cosa non dovrebbe”.